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I presocratici

Il periodo, i filosofi, le opere

La filosofia occidentale nasce in Grecia dal VII a.C., dalla Grecia continentale alle isole alle colonie in Italia e Asia Minore; era un mondo politicamente e culturalmente frantumato, basato sui nuclei geografici delle poleis, nonostante la convivenza nella stessa Grecia i più popolazioni e dialetti: questi, però, fanno parte della stessa lingua, e presto i greci maturano la concezione di un’unità etnico-culturale, benché non politica, contro i barbari non greci. Dal VII sec. si assiste a una democratizzazione delle poleis, tutt'altro che lineare, con frequenti cambi di regime attraverso costituzioni piuttosto fluide, soprattutto nelle colonie, in cui operano i primi filosofi propriamente detti, i presocratici. La maggior parte di questi ha scritto opere non pervenuteci, perciò li conosciamo per tradizione indiretta (p.e. dossografi o frammenti papiracei).

I primi presocratici sono i milesi o ionici, da Mileto e dalla Ionia: Talete (625 ca – 547 ca); Anassimandro (610 ca – 546 ca); Anassimene, discepolo di Anassimandro (586 ca – 528). Non sappiamo praticamente nulla della loro vita, tra storia e leggenda (Talete era uno dei Sette Sapienti, Anassimandro avrebbe composto il primo testo in prosa, il Perì physeos, base per tutti le opere successive).

Numerose leggende sono fiorite anche intorno a Pitagora, nato a Samo intorno al 570 e trasferitosi a Crotone dove fondò una scuola, morendovi intorno alla fine del secolo. Fra i pitagorici, almeno una trentina, i più importanti sono Filolao di Crotone (V – IV sec.) e Archita di Taranto (IV sec.); il primo avrebbe messo per iscritto l’orale teoria pitagorica, il secondo, amico di Platone, fu tiranno della sua città e grande matematico.

Eraclito nacque a Efeso intorno alla metà del VI sec., autore di un Perì physeos giuntoci a frammenti oscuri. Senofane, poeta con interessi filosofici, nacque a Colofone nel VI, viaggiando e componendo versi, alcuni giuntici. Contemporaneo di Eraclito fu Parmenide, nato e vissuto ad Elea, autore di un poema didascalico Perì physeos; fra i suoi discepoli, gli eleatici, si annoverano Zenone (489 – 431), celebre per le sottigliezze dialettiche, autore di un Perì physeos, e Melisso di Samo, suo contemporaneo, politico autore di un Sulla natura o sull’essere.

Empedocle nacque ad Agrigento nel 480, e nel 444 partecipò alla fondazione di Turi, dove avrebbe conosciuto Erodoto e Protagora; politico, fu poi esiliato (si sarebbe poi gettato nell’Etna); scrisse un Sulla natura e Purificazioni. Anassagora nacque a Clazomene intorno al 500, trasferendosi poi ad Atene, entrando nella cerchia di Pericle e divenendo amico di Euripide; nel 432 venne esiliato; scrisse un Sulla natura, di grande successo.

Fra gli atomisti, di Leucippo sappiamo solo che nacque a Mileto nel V e viaggiò ad Elea e ad Abdera, dove conobbe il discepolo Democrito, nato intorno al 460, morendo molto vecchio, dopo Socrate; al primo si attribuiscono la Grande cosmologia e Sull’intelletto, al secondo una Grande cosmologia, una Piccola cosmologia e una Cosmografia; sicuramente il secondo ebbe carattere enciclopedico, ma ci rimangono pochi frammenti di entrambi.

La natura e i principi

La physis

Il termine “presocratici” non indica un criterio cronologico, ma piuttosto una certa uniformità nel tema d’indagine, generalmente indicato con la natura (da cui filosofi naturalisti), tema che con Socrate e i sofisti verrà spostato verso la centralità dell’uomo. La parola “natura” non rende appieno il greco physis, che indica la natura come un tutto dinamico e animato da vita propria, non come un insieme di cause esterne all’uomo: indica la natura e la sua caratteristica principale, perciò i presocratici tendevano a individuare l’aspetto dominante del mondo intrinsecamente animato di cui facevano parte, a determinare le caratteristiche generali della realtà. È dunque una ricerca filosofica, poiché tenta di definire non un settore parziale della realtà, ma il suo insieme, e perché utilizza il metodo del logos, dell’argomentazione razionale che raccoglie il particolare nell’universale. La validità del principio non dipende, come nel mito, da criteri imponderabili, ma dalla razionalità dell’argomentazione.

I milesi

I primi tre filosofi ricordati sono chiamati anche “dell’archè”, affermando che tutta la realtà dipende da un solo principio, cronologico, causale, logico e materiale, indicando anche l’elemento divino insito in tutte le cose. Talete, tradizionalmente il primo filosofo, indicava l’archè nell’acqua, o meglio nell’elemento umido, teoria attribuitagli da Aristotele (da prendere con cautela), insieme alla teoria che la terra sarebbe un cerchio piatto galleggiante sull’acqua: la vita nasce dall’umido, principio della physis, e tutta la natura è divina, perché divino è il principio: tutto è pieno di dei. Una serie di aneddoti ci mostra come Talete amasse indagare la natura con mezzi umani e razionali.

Discepolo di Talete fu Anassimandro, che si interessò di argomenti scientifici (fu anche cartografo); individuò l’archè nell’apeiron, un elemento astratto, infinito e indefinito, poiché riteneva riduttivo collegare tutto a un solo elemento; fra le altre teorie, la terra non galleggia ma resta sospesa nell’indefinito, e continua quella del maestro, affermando che, secondo un criterio evoluzionistico, la vita si generò dall’acqua, e gli uomini dai pesci. Ultimo dei milesi, Anassimene individuò l’archè nell’aria, teoria apparentemente meno raffinata di quella di Anassimandro, che tuttavia poneva con l’apeiron un concetto negativo, non potendo spiegare la natura; secondo Anassimene tutto si genera dall’aria mediante rarefazione e condensazione (teoria forse ripresa dall’antichità, p.e. in Omero l’anima è un soffio).

Il pitagorismo

Dal punto di vista concettuale non è scorretto affermare che anche i successivi presocratici indagarono la realtà nell’ordine di un’archè, specie nel pitagorismo. La figura e le opere del fondatore di tale scuola si perdono nella leggenda, e le informazioni giunteci non ci permettono di distinguere gli apporti dei vari componenti. Il pitagorismo è inoltre una realtà complessa, religiosa oltre che filosofica, misterica, legata alla vita in comune, attiva e contemplativa.

Aristotele scrive che trovarono l’archè nel numero, con certe perplessità, data l’astrattezza di tale elemento; bisogna tuttavia tenere conto che gli antichi consideravano il numero e la matematica come caratteri inerenti alle cose, senza distinguere aritmetica e geometria (i numeri dispari indicavano figure quadrate, i pari rettangolari), garantendo così realtà spaziale-materiale a un'idea astratta. Essi scelsero il numero come archè considerando che la numerabilità è una caratteristica che si applica a tutte le cose, anche alle astratte, e che le leggi matematiche, fisse, governano l’universo, con armonia e bontà, ordine e proporzione (applicabile anche a settori divergenti come musica astronomia, peraltro collegati dalla teoria della musica celestiale). Da ciò, il numero assumeva una natura religiosa, e diveniva dio la tetraktys, la somma dei primi quattro numeri naturali, un concentrato dei principi generativi di tutti i numeri.

Inoltre, non sappiamo da chi, si genera la teoria che fa risalire i numeri a due principi ancora più elevati, il limite e l’illimitato, concetti già presenti nella mentalità prefilosofica (“pensiero polare”, delle coppie in opposizione); la generazione della realtà si configura come un’azione del limite sull’illimitato, tracciando linee che configurano un oggetto. È chiaro che nell’illimitato non esiste nulla in quanto tale, così come nel limite prima che abbia delimitato un oggetto. Il limite inoltre ha valore positivo, in quanto generatore, mentre l’illimitato non riscontra ciò che di buono e bello c’è nella realtà. La finitezza è precisione, misura, organicità, ordine.

Eraclito

Insieme a Parmenide è il personaggio principale dei presocratici. Il primo è il filosofo della mobilità, del divenire, mentre il secondo dell’unità, immobilità ed omogeneità delle cose. Con questi due la ricerca della physis muove in prospettive diverse, non più concentrandosi sulle evidenze ma sulle profondità attuando un processo di rielaborazione autonomo. Secondo i dossografi Eraclito sarebbe un continuatore dei milesi, perché avrebbe posto il fuoco come principio di tutte le cose, ma è riduttivo, egli è il filosofo dell’eterno divenire delle cose (panta rhei), tutto cambia incessantemente e non resta mai uguale a sé stesso, perciò il divenire, e non una materia, è il principio che governa la realtà.

Sembrerebbe discordante la sua affermazione che tutto è uno, ma si giustifica mediante l’idea di polemos: la realtà è generata dai contrari (pensiero polare), che assumono caratteristiche in virtù del loro scontro; ogni ente è tale in relazione al suo opposto, se non esistesse l’altro non ci sarebbe nemmeno quello (metafora dell’arco). Dunque l’unità identificata da Eraclito non è tanto il divenire quanto il conflitto. Il divenire è il particolare conflitto in cui c’è alternanza temporale, un opposto diviene l’altro.

Parmenide e Melisso

Con Parmenide entra in gioco per la prima volta il concetto di essere, base dell’ontologia (to on). All’inizio del suo poema Parmenide immagina di essere condotto davanti a una dea (la verità), che gli dice che esistono due vie, una che è e che è necessario che sia, l’altra che non è e che è necessario che non sia. Solo la prima è praticabile, il non essere non può essere espresso o conosciuto.

Parmenide non si concentra tanto sulle caratteristiche di essere e non essere, quanto sul rapporto fra loro; solo l’affermazione è possibile, la negazione è impossibile e contraddittoria; l’unica via praticabile per la conoscenza è quella che intende l’essere come cosa assolutamente pura. Seguendo le vie dell’affermazione si scoprono le vere caratteristiche dell’essere, ingenerato e incorruttibile, omogeneo, immobile, intempore, indivisibile e continuo, senza fine ma non infinito, per impedire che nel pensiero e nel linguaggio appaia qualunque genere di non essere. La natura dell’essere si determina partendo dalle regole di pensiero.

L’impossibilità del non essere non è confinata a pensiero e linguaggio, diviene base per trarre conseguenze di carattere ontologico, pensiero ed essere sono compenetrati e fusi in un modo sconosciuto alla coscienza moderna. Parmenide critica il normale modo di pensare e parlare, che confina l’uomo a un mondo di parole e non ha rapporto con l’essere vero: il mondo vero, che può essere detto e pensato rigorosamente, è diverso da quello in cui gli uomini vivono. Tale frattura si evidenzia in Melisso di Samo, sistematizzatore della dottrina parmenidea, e non grande innovatore: fra le poche sue teorie si ricorda il tentativo di dedurre l’eternità dell’essere: se l’essere si fosse generato, prima sarebbe stato nulla, ma dal nulla non può nascere nulla. Melisso inoltre dà all’essere parmenideo caratteristiche quasi fisiche, generando contraddizioni ontologiche. La ricomposizione della frattura fra mondo fisico e dell’essere sarà il principale tema filosofico trattato dagli eleatici successivi.

I cosiddetti pluralisti

Con tale termine s’intendono alcuni filosofi che hanno individuato i principi della realtà in una molteplicità di elementi, forse in contrasto con gli ionici, più probabilmente con gli eleatici. Essi sono d’accordo nel constatare che non esiste un non essere assoluto, d’accordo con Parmenide, ma non lo seguono nel negare la verità del divenire e del molteplice, vogliono salvare i fenomeni, con la pluralizzazione dei principi. C’è una realtà che non nasce e non muore, costituita dagli elementi ultimi di cui sono fatte le cose, che possono unirsi e dividersi infinitamente.

Empedocle

Egli individua come principi quattro radici, terra, acqua, aria e fuoco, realisticamente rappresentando alcune caratteristiche primordiali ed irriducibili della realtà (tenute da conto fino alla modernità); mescolandosi, le quattro radici danno origine a tutto. Il filosofo s’interroga anche sull’origine del movimento che genera la corruzione: tutto si riduce a due principi, o forze, eros e eris, amore e lite. È però impossibile che una forza sconfigga definitivamente l’altra, le cose continuano a mutare, non irreversibilmente.

Anassagora

Fu principalmente uno scienziato naturalistico, ma anche un filosofo della physis; con Empedocle condivide i presupposti teorici, ma pone come principio un’infinita quantità di semi, “omeomerie”, che per quanto vengono divisi, non perdono le loro caratteristiche qualitative. Quando si scompone ogni cosa, si arriva a parti omeomere, non a radici definite come diceva Empedocle. Per spiegare il movimento, afferma che in ogni cosa ci sono i semi di tutte le altre; le cose sono aggregati di semi, di tutti i semi. Nessun seme nasce o muore in generale, non si può produrre una nuova qualità oltre le qualità infinite dei semi. Inoltre Anassagora introduce il concetto astratto di nous, abbastanza incerto, che ricopre il ruolo di causa ordinatrice, scindendo i semi originariamente confusi.

Leucippo e Democrito

Il primo fu fondatore dell’atomismo, ma ne sappiamo così poco che la teoria viene associata a Democrito: la realtà non può essere divisa all’infinito, alla sua base ci sono elementi indivisibili, gli atomi, inframmezzati dal vuoto; le cose sensibili si creano dal continuo comporsi e scomporsi di essi. Gli atomi si distinguono per forma, ordine e posizione, per il resto sono uguali; le caratteristiche di base degli atomi sono geometriche. Democrito cerca di salvare i fenomeni riducendo al minimo le distanze con il sistema parmenideo. L’unica vera discordanza è l’ammissione del vuoto, corrispondente al non essere. Esistono poi infiniti mondi casuali.

Logica e dottrina della conoscenza

Senofane, Parmenide, Eraclito, i pluralisti

Dai versi del primo traspare una concezione umanistica (il sapere non è dagli dei, ma dallo studio, e così la fortuna con un sapere faticosamente costruito). L’uomo tuttavia non ha accesso al sapere divino, ma solo al confronto tra le opinioni. Diametralmente opposta è la teoria di Parmenide, che ribadisce la contrapposizione tra sapere e opinione; ma il primo non è inaccessibile, viene comunicato dalla dea a un discepolo spinto da un vero desiderio; è una verità umana, dimostrabile col ragionamento, assoluta, pura, inconfutabile, eterna. Parmenide è ferocemente contro il mondo della doxa degli uomini comuni.

La differenza fra doxa e verità è tematizzata anche da Eraclito; sue parole chiave sono nous e logos; il primo è la facoltà di cogliere la natura scavando sotto le apparenze sensibili, il secondo il discorso razionale che esprime nella sua logica coerenza la verità dell’intelletto. Anch’egli polemizza con il modo ordinario di pensare, contro chi si crea una saggezza privata, e quindi anche contro i sapienti dell’epoca. Ma, al contrario di Parmenide, per Eraclito l’intelletto è comune a tutti quelli che sono disponibili al logos; il sapiente non è, come in Parmenide, chi cerca una conoscenza interamente logico-razionale, ma chi usa le conoscenze sensibili come ponte per individuare l’armonia invisibile della natura.

Un abbozzo di teoria della conoscenza si trova nei pluralisti; Empedocle fu il primo a sostenere che il simile conosce il simile (noi, composti delle quattro radici, conosciamo composti delle quattro radici), dando anche una spiegazione fisiologica, attraverso effluvi che penetrano in pori: la conoscenza è un fenomeno fisiologico. Anassagora invece sosteneva il contrario, non è il simile che conosce il simile, ma il diverso, attraverso le differenze; inoltre l’uomo è diverso dagli animali, perché oltre a percepire ha esperienza, memoria, sapere e arte. Più articolato è Democrito, che parla di effluvi di sottili pellicole di atomi, dalla diversa forma, secondo una prospettiva diversa per ciascuno, soggettiva. Ma alla convenzionalità-relatività della sensazione si contrappone una conoscenza intellettivo-razionale, mediante la quale gli uomini si rendono conto della verità delle cose: gli atomi non possono essere percepiti dai sensi, per cogliere la natura oggettiva delle cose occorre procedere oltre la sensazione; tuttavia, conoscendo le cose apparenti, è più semplice conoscere quelle nascoste.

Zenone di Elea e gli inizi della dialettica

Secondo Aristotele il parmenideo Zenone avrebbe inventato la dialettica; tesi controversa, i moderni gli attribuiscono solamente l’invenzione del ragionamento per assurdo, che dimostra la verità di un’asserzione dimostrando la falsità della sua contraddittoria. Egli prende le mosse dalle idee che l’essere è immobile ed è uno, e confuta il movimento e la molteplicità attraverso dei paradossi (Achille e la tartaruga, il mobile dal punto A a B, i molti), che si basano sulla differenza fra mondo fisico e matematico. I pitagorici furono molto impegnati da questo punto di vista, per via degli “errori” matematici, come la diagonale del quadrato.

Etica, politica, religione

Nell’antichità la ricerca etica e religiosa era affidata alla poesia, perciò i presocratici, nel loro affanno nella ricerca delle cause della natura...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/07 Storia della filosofia antica

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