La storia è sia l’evento storico in sé realmente accaduto nel passato sia il racconto che
viene fatto degli storici di un determinato accadimento.
I Romani distinguevano i termini: “res geste” per le azioni accadute, e “historia rerum
gestarum” per il racconto. Guardando al passato bisogna raccontare gli eventi storici,
ma non si può limitare alla narrazione degli avvenimenti storici, deve dunque unirli
all’analisi e all’interpretazione.
Cicerone “historia magistra vitae”, maestra di vita: attraverso la storia si può
analizzare il rapporto tra la storia passata e gli avvenimenti del presente. La funzione
principale della storia non è tanto quella di dare risposte alle domande del presente,
ma quelle di aiutare il singolo cittadino a formulare meglio le domande del presente,
per essere cittadino più cosciente e consapevoli. In questo senso si parla di rapporto
stretto tra storia e cittadinanza.
È una scienza sociale che si occupa della società, degli uomini: scienza dell’uomo ma
con la specificità legata al mutamento del tempo storico e per questo definita come la
scienza dell’uomo durante i suoi mutamenti e la sua continuità.
La verità storica esiste: la verità giudiziaria consiste nel giudice che cercando di
ricostruire gli eventi di un determinato passato, emette una sentenza. La storia si
avvicina a questa verità giudiziaria perché anche lo storico ricostruisce gli eventi come
il giudice ma non emette nessun giudizio. La verità bisogna intenderlo come qualcosa
di parziale, relativa, non è una verità assoluta, è di tipo collettivo perché uno storico
sarà sempre specializzato su un ramo della storia, non della totalità. Quindi la verità
storica è divisa da una comunità unita di storici: si ha il ragionevole grado di certezza
che quegli avvenimenti che vengono ricostruiti sono effettivamente accaduti nel modo
in cui sono stati raccontati dagli storici.
La storia non è sempre stata una scienza, poiché prima la storia veniva ricostruita
sulla base di quello che lo storico aveva vissuto o ciò che gli veniva raccontato. Questo
cambia dall’800, dalla rivoluzione Rankiana il cui aspetto centrale è che la storia da
quel momento non verrà ricostruita da quello che viene riportato allo storico, ma verrà
scritta sulla base delle fonti. Le fonti sono quelle tracce, documenti, testimonianze,
sulla base delle quali si ricostruiscono gli avvenimenti accaduti nel passato: esse
devono essere sempre rintracciabili, e devono poter essere verificate da chiunque. È
nel corso dell’800 che nascono le prime biblioteche e archivi dove vi sono inseriti i
documenti storici, nasce anche la storia come disciplina di carattere accademico, e
nasce anche la storiografia, e la metodologia della ricerca storica, ossia cassetta degli
attrezzi che un buono storico deve seguire per studiare le fonti.
La metodologia della ricerca storica prevede 3 passaggi fondamentali:
La raccolta delle fonti: nel momento in cui si decide di studiare un determinato
evento del passato ( in questo casa storia dell’impresa) bisogna raccogliere quei
documenti che possono aiutarci a ricostruire quella storia. La raccolta prende il
nome di euristica: le fonti devono essere di due specie. Le fonti primarie, che
risalgono al periodo che effettivamente risalgono al periodo che vogliamo
studiare, e le fonti secondarie cioè documenti scritti allo scadere
dell’avvenimento che si vuole studiare.
La critica delle fonti: l’analisi e la lettura. Vi sono due tipi di critica: critica
esterna, per vedere se quel documento possa essere considerato vero o falso,
e la critica interna.
Il racconto degli avvenimenti: la restituzione degli studi effettuati sulle fonti
completa di analisi e interpretazione degli avvenimenti. L’interpretazione è
quell’azione che permette allo storico di mettere in fila quegli avvenimenti, le
cause, gli effetti, meccanismi di relazione tra due fatti storici. Non ci si limita a
raccontare una storia. Un racconto è un mestiere tipico del giornalismo che si
differenzia da quello storico: la principale differenza sta nell’utilizzo delle fonti.
Nel giornalista le fonti devono essere riservate per essere utili nel futuro, nello
storico invece la fonte non deve restare riservata ma sempre rintracciabile e
verificabile dagli altri.
La periodizzazione è il primo passaggio essenziale di qualsiasi analisi, e significa cioè
prender un periodo di tempo e trasformarlo in un’epoca storica, con inizio e fine e che
tiene insieme una serie di avvenimenti che ha senso tenere insieme. La storia
contemporanea va avanti, con uno slittamento continuo, che determina uno
spostamento in avanti non solo della fine, ma anche dell’inizio. G. Barraclough dice
che la storia contemporanea inizia e inizierà sempre quando iniziano i problemi del
tempo presente. Tradizionalmente la storia contemporanea viene fatta iniziare nel
periodo compreso tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800, poiché si assiste a un grande
mutamento rivoluzionario. La rivoluzione è quell’accadimento che sconvolge la società
dell’epoca e segna il passaggio di un periodo storico a un altro. In questo periodo
succede una rivoluzione formata da due rivoluzione al suo intero: una di carattere
politico, cioè la Rivoluzione francese, e una rivoluzione di carattere economico ossia la
rivoluzione industriale inglese.
Un’altra periodizzazione famosa è quella di Eric J. Hobsbawm che ritiene che l’età
contemporanea sia composta dalla somma di due grandi secoli, l’800 e il 900. Ma il
tempo storico non necessariamente coincide con il tempo del calendario. I due secoli
sono diversi tra di loro: l’800 è il lungo 800 che inizia nel 1789, con la data della
Rivoluzione francese, per concludersi nel 1914 con lo scoppio della Prima guerra
mondiale. Non ci sono solo una data di inizio e fine, ma anche una periodizzazione
interna, che per Hobsbawm prevede tre grandi rivoluzioni: cioè il periodo delle
rivoluzioni borghesi (1789-1848), il trionfo della borghesia (1848-1870) e l’età degli
Imperi (1870-1914) ossia quando gli stati nazionali creati dalla borghesia si ampliano
sia militarmente che politicamente fino a far scoppiare poi la tragedia della Grande
guerra; a ognuno di queste tre stagioni corrisponde un libro dello storico. Dopo il lungo
Ottocento, arriva il breve Novecento: la Prima guerra mondiale rappresenta una cesura
molto importante, che stacca il periodo dell’800 per dar vita a un nuovo secolo. Il
secolo 900 viene definito breve perché inizia successivamente al 1900 e non finisce
nel 1999, ma nel 1991. Hobsbawm è uno storico marxista, comunista, e definisce il
Novecento come il secolo comunista: nel 1917 accade la Rivoluzione d’ottobre da cui
nascerà l’URSS che durerà poi fino al 1991: è questo il motivo per cui egli definisce
queste come le due date. Come l’800 viene scandito in tre fasi, anche il Novecento è
diviso in tre grandi stagioni: l’età della catastrofe (1914-1945) che comprende le due
guerre mondiali e la più grande crisi economica del capitalismo del 1929, l’età dell’oro
(Golden age 1945-‘anni 70) con il boom economico delle nazioni europee, l’età della
frana (dagli anni ’70-1991) che riguarda sia la frana dell’URSS sia il capitalismo che
inizia ad avere i grandi problemi interni.
La Rivoluzione atlantica
La rivoluzione avviene più o meno nello stesso periodo nelle due coste dell’Atlantico:
la rivoluzione americana (1776) e Rivoluzione francese (1789). La prima sancisce la
nascita degli Stati Uniti d’America dalle piccole colonie inglesi sparse nel continente
americano, a causa di un certo malcontento nei confronti della Gran Bretagna specie
per il pagamento delle tasse: nel 1776 esce un testo fondamentale scritto da Thomas
Bein chiamato “common sense” dove per la prima volta veniva enunciato il diritto alla
resistenza contro il potere centrale che si comportava come una vera e propria
tirannia. Nel 4 luglio 1776 ci fu la famosa dichiarazione d’indipendenza delle colonie
inglesi della Gran Bretagna, smettendo di essere sudditi e divenendo cittadini di stati
indipendenti che si unirono per formare poi gli USA: una confederazione che si
occupava della politica estera e militare lasciando agli stati interni gli altri ambiti. La
costituzione d’indipendenza è stata così importante che ancora oggi in America la
costituzione è quella di 200 anni fa. Nel 1791 vennero votati i primi emendamenti che
costituirono il “Bill of rights” cioè dichiarazione dei diritti fondamentali della persona
umana che nessun tipo di potere può mai mettere in discussione e sono tutt’oggi una
componente fondamentale dell’attuale costituzione americana (come il principio di
separazione dei tre poteri, e riconoscimento dei diritti della persona umana). La
rivoluzione americana, come primo atto della rivoluzione atlantica, mutò il mondo
della politica. Alcuni anni dopo, il movimento anarchico si spostò sull’altra sponda
dell’atlantico: la Rivoluzione francese scoppiò nel 1789, con un retroterra storico di un
forte malcontento del popolo francese, specie del terzo stato. La nazione francese era
composta dai nobili e dagli aristocratici che orbitavano attorno al re, corrispondenti al
primo stato, il clero corrispondente al secondo stato, e i cittadini comuni che non
appartenevano né all’aristocrazia né al clero, corrispondenti al terzo stato che può
essere meglio chiamato con il termine “borghesia”. Il malcontento del terzo stato, che
entrò nei documenti chiamati “Cahiers de doléances” dove il popolo si lamentava dei
vari problemi del governo francese, e il sovrano di fronte questo malcontente decise di
convocare gli Stati Generali. In vista della convocazione, i rappresentanti del terzo
stato decisero di rifiutare le regole e diedero vita al famoso giuramento della corda
all’interno della reggia di Versailles, e il terzo stato di autoproclamò “assemblea
nazionale”. La nazione era il passaggio dalla condizione di sudditi alla condizione di
cittadini. Nel 1789 l’assemblea nazionale votò il documento chiamato “Dichiarazione
dei diritti dell’uomo e del cittadino” dove si diceva che tutti gli uomini nascono uguali
e non devono sottostare a nessun potere superiore ad essi: devono sottostare soltanto
alla legge che è però creata dagli uomini liberi.
Nello stesso memento in cui avvengono queste rivoluzioni borghesi in campo politico,
avviene anche una grande rivoluzione economica, la rivoluzione industriale. Così come
le due rivoluzioni americane e francesi cambiano la visione politica, la rivoluzione
industriale muta radicalmente l’economia in occidente. Gli storici periodizzano la
rivoluzione industriale inglese tra gli anni 1760 e 1820: l’epicentro è l’Inghilterra e il
simbolo per eccellenza è la macchina a vapore, ossia guidata da gommasse in azione,
passando quindi dalla fatica fisica dell’uomo al lavoro creato dalla macchina.
Attraverso una sequenza imponente di trasformazioni meccaniche si arriva a mutare
profondamente il modo di produrre, specie in ambito tessile, metallurgico e nel mondo
dei trasporti (con la locomotiva a vapore). Con la rivoluzione industriale si assiste a
uno spostamento del centro dell’economia, dall’agricoltura all’industria, con il
consequenziale spostamento dalle campagne alle città, dando vita quindi al processo
di urbanizzazione. Le prime imprese verranno chiamate poi opifici. Il lavoro,
concentrato nelle città e nelle fabbriche, diventa adesso più subordinato: inizia così la
distinzione tra i semplici operai e gli imprenditori, cioè i proprietari dei primi opifici.
Questa rivoluzione industriale, definita la prima rivoluzione industriale, dura in Gran
Bretagna fino ai primi decenni dell’Ottocento per trasferirsi poi pian piano negli altri
paesi europei. Al fine dell’Ottocento si assiste poi alla seconda rivoluzione industriale
la cui forza permetterà lo spostamento dell’ondata rivoluzionaria anche oltre oceano:
essa si caratterizzerà per altre macchina, altre invenzioni allargandosi anche in altri
settori produttivi. Se la ferrovia fu uno dei simboli della prima rivoluzione dell’auto,
l’auto sarà il concetto cardine della seconda rivoluzione industriale. La prima
rivoluzione industriale avviene in Inghilterra perché in quei territori della monarchia
esisteva una società aperta, cioè dove la distanza tra le classi sociali non era tanto
elevata ed era possibile la redistribuzione economica: ma anche poiché borghesia
ebba una giusta mentalità per intraprender dei rischi, e viene data una grande
importanza all’istruzione tecnica: nelle scuole inglesi, infatti, oltre agli studi classici,
erano fondamentali anche gli studi di tipo tecnico, che hanno quindi permesso una
maggiore conoscenza dei cittadini nell’attuare i meccanismi innovativi che la
rivoluzione portò con sé.
Vi sono due grandi dibattiti avvenuti tra gli storici riguardo la rivoluzione industriale:
Se la rivoluzione abbia avuto più aspetti positivi o più aspetti negativi: teoria di
Engels che descrive le situazioni drammatiche in cui vivono gli operai e le
condizioni di lavoro. O romanzi come quelli di Charles Dickens che vede
l’Inghilterra segnata da grandi traumi. Gli effetti positivi vengono enunciati ad
esempio da Hashton, come la crescita del reddito che è il frutto di ardui lavori e
dopo alcuni decenni, grazie ad organizzazioni di lavoratori che portarono al
miglioramento delle condizioni di lavoro. Se si guarda all’impatto della
rivoluzione industriale in un’ottica di breve periodo è evidente che un trauma
venne realmente registrato, ma con un’ottica più ampia si iniziano a vedere i
benefici e effetti positivi della rivoluzione industriale, come la maggiore
ricchezza prodotta e redistribuita.
Un altro dibattito è quello di capire se la rivoluzione abbia cambiato l vita dei
cittadini di quell’epoca in modo netto, o se il cambiamento sia avvenuto in
modo più graduale e lento: il sostenitore della cesura epocale fu lo storico David
Landers, “Il prometeo liberato”, mostrando la Gran Bretagna cambiata nel giro
di pochi anni, a partire dalla prima grande invenzione della navetta volante:
queste numerose invenzioni hanno provocato una sequenza di botta e risposta
che nel giro di pochissimi anni ha modificato la produzione e la vita dei cittadini.
Alla tesi sostenuta da Landers, si aggiunge quella di Mendels con i suoi studi
storici riguardanti le Fiandre nel ‘600: si è accorto che esisteva una rete
industriale abbastanza diffusa, era sì di tipo rurale diffusa nelle compagne con
una lavorazione a domicilio. Quando i contadini non potevano lavorare la terra a
causa delle condizioni atmosferiche, iniziavano a lavorare ai telai con cui si
producevano tessuti venduti da commercianti artigiani: esisteva, secondo
Mendels, una sorta di protoindustria, un’esistenza dell’industria in forme
minimali già prima della rivoluzione industriale inglese di fine ’700.
Se è vero che in alcuni territori, Gran Bretagna e le grandi città europee come
anche le città italiane di Milano, Torino e Genova, la rivoluzione fu qualcosa di
traumatico e un cambio netto, certamente in altri territori come le campagne, le
province l’andamento del cambiamento fu più lento e marginale.
Gli effetti che produce la rivoluzione industriale vanno inevitabilmente a impattare la
società: il più evidente effetto sociale è il fenomeno dell’urbanizzazione, spostamento
di masse ingenti di popolazione che per anni aveva vissuto nelle campagne. Questo
percorso viene definito dagli storici come fuga dalle campagne che inizia
nell’Inghilterra alla fine del ‘700. Ad esempio, Londra all’inizio della Rivoluzione conta
solo mezzo milione di abitanti per arrivare poi ad essere la città di cinque milioni di
persone alla fine dell’Ottocento. Lo svuotamento delle compagne non è solo dovuto
alla rivoluzione industriale, ma anche alle crisi agrarie ricorrenti, che è andato a
ingigantire il fenomeno della migrazione. Il secondo grande effetto sociale della
Rivoluzione industriale è la nascita di nuove classi sociale: nell’età precedente, la
popolazione è composta da due raggruppamenti, ossia i proprietari terrieri e i
contadini, cioè i servi dei proprietari, i quali vivranno di rendita grazie al lavoro della
classe degli agricoltori. Fino all’età moderna dunque vi è una forte gerarchia tra questi
due ceti sociali imposta da una giurisdizione vincolanti. Con le Rivoluzioni borghesi si
dà un cambiamento alla società: dalle rivoluzioni in poi, si assiste a una
diversificazione della società, accanto ai proprietari e contadini, si affacceranno la
borghesia e il proletariato: si assiste anche a un mutamento nel lessico, da ceto
sociale a classe sociale che sancisce l’uguaglianza giuridica di ogni cittadino di fronte
alla legge e elimina le gerarchie. La società si organizza secondo l’economia, cioè di
chi detiene i mezzi di produzione, i capitali, e chi no.
borghesia
La è la classe che porta alla rivoluzione e scavalca il potere che era
detenuto dall’aristocrazia: se l’aristocrazia significa preminenza dell’agricoltura, la
preminenza della borghesia era l’industria. Ma la grande differenza tra le due classi,
era che la borghesia a differenza dell’aristocrazia non viveva di rendita, ma si
adoperava essa stessa nella produzione nelle imprese.
Per definire la borghesia possiamo appogg
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