Capitolo 1: Mercati e capitale
A partire dagli anni ’80 del XX secolo si è affermata la tendenza ad affidare al mercato molti dei processi politici e delle decisioni istituzionali che erano stati precedentemente di competenza dello stato, comportando una crescente disaffezione per le politiche pubbliche spesso accusate di inefficienza, corruzione, mancanza di capacità innovativa. Il filosofo ed economista scozzese Adam Smith, fondatore dell’economia politica, descrive il mercato come una mano invisibile in grado di adattare autonomamente domanda e offerta di beni e servizi tramite aggiustamenti di prezzo; il mercato è un sistema che è in grado di selezionare automaticamente le merci e le persone migliori ed assicurare il progresso delle strutture produttive riuscendo a dare a ciascuno il giusto posto nell’ordine sociale (società occidentale = società di mercato).
Dopo la caduta del muro di Berlino
Dopo la caduta del muro di Berlino, i paesi ex comunisti, in cui il sistema produttivo era integralmente stabilizzato, si trovano decisamente indietro rispetto al sistema economico occidentale, anche se non c’è mai stata nell’esperienza occidentale un’economia di mercato prima dell’intervento statale. Ma ci sono modi diversi di coniugare stato ed economia. In opposizione al comunismo, si è andato sviluppando il capitalismo (sistema economico e sociale di mercato in cui la concentrazione di capitali privati è talmente elevata da orientare non solo la produzione e gli scambi ma è anche in grado di influenzare le scelte pubbliche, cioè spingendo i sistemi politici a prendere decisioni a proprio favore).
Mercato
Il mercato è un luogo fisico in cui si incontrano e si scambiano beni e servizi in cambio di mezzi di pagamento (oggetti convenzionali che rappresentano un valore) oppure un sistema di scambi che consente l’incontro di una domanda di beni e servizi e di un’offerta degli stessi.
Mercati nell’Europa pre-industriale
Nell’Europa pre-industriale il mercato era un luogo sorvegliato. Le attività di vendita erano sottoposte ad autorizzazione pubblica (licenza) e tempi e modi della contrattazione sottostavano alle regole emanate dall’autorità politica ed ai dettami del potere religioso (la domenica era dedicata al riposo e alla preghiera quindi solitamente il mercato si teneva di sabato). Le merci più importanti, i grani (frumento, orzo, avena), erano sottoposte a restrizioni (sorvegliata la circolazione interna e l’esportazione soggetta ad autorizzazioni).
Fiere
In occasione di particolari festività (santo patrono) si svolgevano le fiere (mercati all’ingrosso dove si trovavano merci più raffinate, di consumo non abituale). Duravano più giorni e si tenevano 1-2 volte l’anno; in esse convergevano coloro che praticavano il commercio ambulante che ha rappresentato un fondamentale agente degli scambi ed ha permesso che anche piccoli centri abitati potessero essere raggiunti (gli individui portavano la merce da vendere a spalla o aiutati da un mulo o un cavallo). Spesso le fiere avevano una specializzazione (fiere del bestiame).
Botteghe
Nel medioevo, gli artigiani, per vendere i propri prodotti, dovevano recarsi al mercato, ma agli inizi dell’età moderna si afferma la bottega di vendita. A partire dal XVI secolo si afferma la bottega specializzata, dove si poteva acquistare un particolare tipo di merce. Pian piano si realizzano le insegne, che segnalano la merce in vendita, e poi a partire dal tardo ‘600, con la diffusione del vetro, si iniziano ad esporre i prodotti nelle vetrine. Nei villaggi, dove le relazioni personali sono dirette, si compra a credito (saldando col tempo il debito), mentre nelle città, dove le pratiche commerciali sono più impersonali, c’è un prezzo fisso uguale per tutti.
Mercanti
Se a livello di mercato minuto i protagonisti erano i mercanti ambulanti ed i bottegai, a livello del commercio all’ingrosso si crea un gruppo sociale specializzato nella compravendita a lunga distanza, che inizia ad organizzarsi in corporazioni (che ottenevano un riconoscimento ufficiale da un’autorità legittima e che godevano di particolari privilegi economici, politici, onorifici).
Hansa
L' Hansa era un'associazione di centri mercantili tedeschi che controllavano il commercio sul Baltico. Firenze, Venezia, Genova dominavano il commercio mediterraneo. Venezia gestiva il commercio con l’estremo oriente da cui provenivano prodotti per la tintura dei panni e le spezie. Inizialmente, i traffici erano concentrati sui prodotti di lusso (lana, seta), nel corso del ‘600 e nel ‘700 il commercio a lunga distanza iniziò ad allargarsi a prodotti utilizzati da fasce sociali più ampie. La pratica mercantile (mercatura) diveniva una delle più importanti attività sociali.
La chiesa e i mercanti
La chiesa, che appoggiava i mercanti, condannava l’eccessiva dedizione alle attività terrene che poteva portare all’avarizia e all’usura. Gli ebrei, in quanto non cristiani, potevano praticare liberamente il prestito ad interesse. A partire dal XII secolo, anche per aggirare il divieto di usura, nelle città mercantili italiane si sviluppa la:
- Lettera di cambio: riconoscimento da parte di un creditore di aver concesso in prestito del denaro a qualcuno che si impegna a restituirlo ad una terza persona che infine avrebbe provveduto a farlo recapitare alla prima o ad un suo beneficiario.
- Partita doppia: a partire dal XIV secolo, metodo di contabilità che consente una più esatta registrazione di debiti e crediti, delle variazioni di cassa.
Compagnie commerciali
In epoca medievale si diffondono le compagnie commerciali (associazioni di mercanti finalizzate alla realizzazione di operazioni commerciali). Il limite era però che ogni socio rispondeva per i debiti contratti dalla compagnia, con tutti i suoi beni. Per ovviare a questo problema si realizzarono delle compagnie in cui la responsabilità dei soci si limitava alle somme investite (commende).
Banche e strumenti finanziari
Le case mercantili più importanti fondarono dei banchi privati in cui si praticava il deposito di denaro e il cambio di moneta. A Firenze, Genova, Venezia si iniziarono a elaborare strumenti per facilitare le attività di deposito e prestito: assegno, conto corrente, assicurazione, scoperto. Istituzione delle fiere finanziarie (le principali compagnie di mercanti-banchieri iniziavano a prestare denaro alle dinastie regnanti. Fu l’insolvenza della corona inglese a determinare la prima grande crisi bancaria che travolse la compagnia fiorentina dei Peruzzi, nel 1346).
Monti di pietà e banchi pubblici
Nel corso del ‘400 si erano diffusi nelle principali città italiane i monti di pietà (istituzioni bancarie promosse dall’ordine francescano. La gente bisognosa otteneva piccoli prestiti in cambio di una consegna di oggetti preziosi che venivano loro restituiti al rimborso della somma, aumentata di un modesto interesse). Nel corso del ‘500 sorsero i banchi pubblici (o tavole): Banco di san Giorgio a Genova, Banco di sant’Ambrogio a Milano. Col tempo avrà la meglio la banconota, moneta fiduciaria, svincolata dal valore metallico, basata sulla credibilità nell’istituzione che la emetteva.
Cultura cristiana e riforma
Se nella cultura cristiana, per il ricco la salvezza è difficile (quindi ciò rappresenta un ostacolo allo sviluppo dell’economia finanziaria), nelle aree di penetrazione della riforma il successo economico è visto come il risultato della volontà divina di premiare il giusto (colui che si è impegnato nella vita terrena). Si vede quindi nell’ascesa sociale ed economica il segno di una benevolenza divina.
Finanza nazionale
In Francia, la dinastia Borbone voleva sottrarsi dal dominio della finanza italiana e creare una finanza nazionale più controllabile e dipendente dalla volontà sovrana. Nel XVIII secolo l’esempio francese fu seguito da molti stati d’Europa: le dinastie regnanti incoraggiarono la formazione di operatori finanziari nazionali specializzati nella gestione del debito pubblico. Le crescenti spese dello stato obbligavano le monarchie a ricorrere sempre più a prestiti in cambio di beni demaniali. Gli stati ricorrevano anche all’emissione di cartelle di debito pubblico (certificazioni di somme ricevute da un soggetto privato cui spettava, ad una scadenza prefissata, un certo ammontare di interessi).
Mercantilismo
Con la crescita degli stati nazionali si diffonde l’idea che il progresso economico, la ricchezza delle nazioni, sia un obiettivo raggiungibile attraverso politiche di intervento dirette dallo stato, che deve garantire un incremento della produzione e un rafforzamento dei commerci. La dottrina che giustifica tale azione politica è detta mercantilismo. Di conseguenza, si sviluppa un’attenta politica doganale (dall’estero possono giungere materie prime o semilavorati di cui vi sia scarsezza all’interno, mentre all’esportazione è destinata l’eccedenza della produzione agricola ed i costosi prodotti lavorati). In alcuni casi, lo stato gestiva direttamente alcune produzioni, soprattutto di carattere militare. Con Colbert, ministro delle finanze di Luigi XIV, si sfocia nel colbertismo, politica di intervento attivo nella vita economica volta a: regolamentare la produzione, promuovere i commerci, vigilare sui dazi doganali.
Intervento statale
Gli stati tendevano a favorire la creazione di compagnie private privilegiate (venivano concesse a pagamento speciali autorizzazioni statali a praticare un regime di monopolio il traffico commerciale in determinati settori o con specifici paesi). Date le crescenti spese per l’apparato burocratico e militare, le principali monarchie si affidavano a gruppi di finanzieri in grado di anticipare prontamente il denaro necessario. Spesso si giungeva a situazioni di insolvenza delle finanze pubbliche (bancarotta: in ricordo della pratica medievale di rompere i banchi dei cambiatori di moneta o mercanti insolventi).
Illuminismo e fisiocrazia
La cultura illuminista, nel XVIII secolo, assegna allo stato un nuovo compito: liberare l’attività economica dai vincoli che ne frenano lo sviluppo. I fisiocrati esaltano l’attività agricola come l’unica attività produttiva, criticando la sterilità di mercanti ed artigiani visti come semplici distributori e trasformatori di ricchezza. Lo slogan "lasciar fare" traduceva l’idea che le merci sarebbero affluite spontaneamente nelle aree che esprimevano maggior domanda dalle aree che disponevano di maggior offerta.
Liberismo
Il liberismo mira a liberare le forze economiche dalle costrizioni dell’apparato statale. Con l’avvento della rivoluzione industriale, accanto al capitale commerciale e al capitale finanziario, si aggiunge il capitale industriale, nato e reinvestito nella produzione di fabbrica:
- Capitale fisso (macchinari, impianti)
- Capitale circolante (mezzi finanziari per pagare retribuzioni, materie prime ecc.)
Con la crescente complessità tecnologica, l’attività industriale richiederà investimenti finanziari sempre più massicci. Per la produzione di beni capitali (non destinati al consumo, ma a creare nuove produzioni) occorrono ingenti fondi reperiti nel mercato dei capitali. Per diminuire il rischio d’investimento si diffonde il concetto di responsabilità limitata attraverso le:
- Società in accomandita (l’accomandatario è coinvolto nella responsabilità dell’impresa con tutti i suoi beni, mentre gli accomandanti rispondono delle somme investite)
- Società per azioni (i soci sono responsabili fino alla concorrenza del capitale sociale diviso in quote, chiamate azioni. Ci sono due tipi di soci: di maggioranza, controllo effettivo dell’impresa, oppure di minoranza, si limitano ad incassare il rendimento delle azioni e sorvegliano l’andamento generale dell’azienda)
Sviluppo del liberismo
Pian piano le idee liberiste vengono applicate dai governi: l’Inghilterra abolisce le leggi che limitavano il commercio dei grani (1846). La Prussia, che aveva già abolito le dogane interne, dal 1833 aveva promosso la Zollverein (area di libero scambio tra i paesi che dopo il 1870 confluiranno nel Reich, l’impero tedesco).
Mercati nazionali e protezionismo
Nei primi 2/3 del XIX secolo si creano quindi mercato nazionali attraverso un deciso intervento statale (omogeneizzazione regole commerciali, eliminazione dazi interni) e tutto ciò va in contraddizione rispetto alla dottrina liberista per un aumento della richiesta intervento statale (es. ferrovie finanziate inizialmente da privati, interviene lo stato che d’altronde ne ha bisogno per esigenze militari. L’intervento statale è richiesto anche per sanità e istruzione).
Seconda industrializzazione
Nella seconda metà dell’‘800 si sviluppano idee come: difesa degli interessi nazionali e protezione delle industrie dalla concorrenza straniera (protezionismo: guerre doganali. Sono ovviamente avvantaggiati i paesi che oltre ad avere un grande mercato interno, hanno imperi coloniali dove allocare produzioni nazionali).
Seconda rivoluzione industriale
- Espulsione manodopera dal settore agricolo (grande depressione del 1873-96, molti emigrano nelle americhe)
- Nuova fase dell’industrializzazione (seconda rivoluzione industriale)
- Banche centrali (emissione di banconote e servizi di tesoreria dello stato)
- Banche ordinarie (credito a breve termine e deposito)
- Banche d’affari o d’investimento (credito a lungo termine)
- Banche miste o universali (entrambi i crediti)
Il sistema creditizio non si limitava a finanziare le imprese europee ma inizia ad acquistare le azioni delle imprese più promettenti: nascono concentrazioni industriali e finanziarie (holding) che puntano ad abbattere i costi, eliminare la concorrenza. Si fondono aziende creando giganti industriali (impresa moderna). Ciò comportava il controllo di interi settori di mercato da parte di pochi produttori e venditori (oligopolio) o di uno solo (monopolio).
-
Storia contemporanea - Storia dell'Europa
-
Storia moderna
-
Storia dell'Europa- i titoli nobiliari
-
Storia dell'Europa orientale