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Il periodo Jōmon (10000 a.C. - 300 a.C.)

Gli storici hanno molti dubbi riguardo alla cultura preistorica dell'arcipelago giapponese e ritengono che l’arcipelago giapponese sia stato meta di più migrazioni provenienti da vari luoghi, che portarono anche a una fusione di differenti culture. La prima migrazione partì, probabilmente, dalla Cina meridionale durante il Pleistocene, quando il Giappone era ancora unito al continente. Le informazioni sui primi abitanti giapponesi sono limitate: sappiamo che usavano utensili di pietra, che praticavano la caccia.

Il periodo Jōmon, che copre un arco di tempo dal 10000 a.C. fino al 300 a.C., segna anche il passaggio dal Paleolitico al Neolitico e coincide con la produzione delle prime ceramiche. Jōmon, infatti, significa “disegno a corda" e il periodo è stato chiamato così per i segni che decoravano la superficie di buona parte delle ceramiche. Un’altra particolarità del periodo è lo sviluppo di una ritualità più complessa: gli archeologi hanno, infatti, rinvenuto diversi manufatti in terracotta, chiamati in giapponese dogū, che riproducono figure umane, probabilmente femminili; questo induce a supporre che fossero una sorta di amuleti collegati forse alla fertilità.

Suddivisione del periodo Jōmon

Gli storici hanno individuato nel periodo Jōmon 5 sottoperiodi, spesso correlati con i cambiamenti climatici:

Fase incipiente (10000 a.C. - 7500 a.C.) e iniziale (7500 a.C. - 5000/4000 a.C.) (Jōmon antico)

Non possediamo manufatti intatti risalenti alla fase incipiente: la maggior parte sono contenitori, le cui piccole dimensioni e basi arrotondate suggeriscono un utilizzo da parte di una popolazione ancora nomade, dedita a frequenti spostamenti. Come tutte le ceramiche Jōmon, anche quelle di questa fase incipiente erano fatte di argilla avvolta a spirale poi cotta. Sulla loro superficie sono visibili delle linee in rilievo o dei solchi, forse accidentali, ma che, più tardi in questa fase, si evolsero in veri e propri motivi realizzati imprimendo corde o unghie.

Verso la fine dello Jōmon iniziale si sviluppò un grande varietà di ceramiche a forma di ciotola per bollire il cibo e le dimensioni più grandi rispetto a quelle precedenti sono un chiaro segno del passaggio da una cultura nomade a seminomade, dedita a stabilirsi in un’area, almeno fino all’esaurimento delle risorse. Oltre ai contenitori, si registra la produzione in questo periodo anche di orecchini e pendenti in pietra, che non solo dimostrano una già sviluppata cultura riguardante la bellezza, ma anche una legata ai riti funebri, essendo stati per lo più ritrovati vicino a cimiteri.

Questo contenitore dalla base arrotondata è uno degli esempi più belli di ceramica della fase iniziale del periodo Jōmon: le leggere ondulazioni del bordo sono richiamate dal motivo impresso con le corde, che assumerà sempre più importanza nelle fasi successive.

Primo Jōmon (5000/4000 a.C. - 3000 a.C.) e Medio Jōmon (3000 a.C. – 2000 a.C.) (Jōmon Medio)

Durante il periodo dello Jōmon medio iniziò un costante aumento demografico, ma, a causa dei cambiamenti climatici che portarono ad un abbassamento del livello del mare e ad una conseguente riduzione delle risorse, diverse popolazioni si spostarono nelle regioni interne montane. Gli insediamenti di queste piccole comunità erano o permanenti, con case raggruppate attorno a una piccola piazza e con cimiteri separati dal villaggio o al suo interno; oppure, in altri casi, gli archeologi non hanno trovato case, ma segni di ripetuti accampamenti stagionali nel medesimo luogo, utilizzati probabilmente per la caccia solo in alcuni periodi dell’anno.

Diversamente dallo Jōmon antico, la funzione dei manufatti del Primo Jōmon, ora efficacemente individuabile, non era più esclusivamente legata all’ambito della cucina dei cibi: oltre ai soliti vasi di cottura, sempre decorati bizzarramente, ma le cui basi piane suggeriscono la sedentarietà di queste comunità, sono stati anche ritrovati i primi oggetti in lacca, utilizzata probabilmente per impermeabilizzarli, e diverse statine in pietra legate probabilmente a ruoli rituali.

Le statuette tipiche del Primo Jōmon sono esemplificate dalla pietra incisa trovata nella prefettura di Akita, nel nord dell’Honshū. La parte superiore della scultura ha una testa, capelli lunghi e braccia piegate all’altezza delle spalle, mentre la parte inferiore della figura è a forma di fallo. Questi oggetti sono stati interpretati dagli archeologi come un simbolo di rigenerazione e forza vitale.

Le maggiori differenze tra il Medio Jōmon e le fasi precedenti si riscontrano nella produzione della ceramica, in particolare nelle loro decorazioni. Durante questa fase vi è un eccesso decorativo nei manufatti, dallo stile quasi barocco, che non si verificò mai più in nessun altro periodo della storia giapponese. I cosiddetti vasi di fiamma sono un esempio di questa appariscenza nelle decorazioni. Sulla struttura principale del vaso sono applicati dei cordoni di argilla che costruiscono dei disegni tridimensionali. Il significato delle fiamme come decorazioni rimane comunque sconosciuto.

Durante il Medio Jōmon aumenta anche la produzione di statuine di ceramica rappresentanti sia animali, sia uomini, sia anche ibridi dei due. Spesso legate alla fertilità o comunque con una funzione rituale.

Un esempio di scultura del Medio Jōmon è questa statuina rappresentante una figura felina, probabilmente un gatto. Oltre a suggerire un addomesticamento di questi animali già in quel periodo, questo manufatto dimostra anche un interesse non solo verso il mondo antropomorfo. La testa ha una forma quasi triangolare, con gli occhi e la bocca ricavati mediante delle incisioni; lungo le zampe e le spalle dei forellini simboleggiano probabilmente la pelliccia. Il braccio sinistro tocca il petto, mentre quello destro, andato perso, probabilmente il fianco o l’addome, potrebbe anche indicare una donna incinta, ma il suo significato è ancora in dubbio.

Jōmon finale (2000-300 a.C.)

Il passaggio dal Medio Jōmon allo Jōmon finale è segnato da un catastrofico crollo della popolazione (da 250000 a 70000), dovuto forse a una breve era glaciale. Durante questa fase si assiste ad un aumento delle statuine di terracotta, chiamate dogū che possono essere di vari generi e forme e che sicuramente sono legate a ruoli rituali connessi forse alla fertilità. Oppure, siccome molti di questi manufatti sono stati ritrovati mancanti di una parte specifica, essi potrebbero anche essere state delle offerte votive, dove la parte mancante del corpo rappresenta l’arto da guarire.

Questo dogū, che sembra indossare un’armatura, ha incuriosito numerosi studiosi, che ancora si interrogano sul suo significato. Ad attirare l’attenzione sono in particolare gli occhi di questa statuina: alcuni sostengono che siano degli occhiali per proteggersi dalla neve, altri affermano che, invece, siano così grandi in quanto specchio dell’anima, altri ancora, addirittura, sono convinti che sia la rappresentazione di un extraterrestre con una tuta spaziale. Probabilmente si tratta in realtà di un tentativo di rappresentare una figura umana con un abito e copricapo tradizionale.

Questa statuetta, molto rara per via della posizione seduta, ha le braccia incrociate come se stesse compiendo un qualche atto propiziatorio. La figura sembra indossare un copricapo. Molti di questi manufatti sono caratterizzati da un viso a forma di cuore. Questa figura, a differenza di molte altre sculture del periodo Jōmon, è completa non richiede alcun appoggio, ciò grazie alla forma particolare dei fianchi e delle gambe. Particolari anche gli occhi rotondi e il grande naso.

Caratteristici della fase finale del periodo Jōmon sono i cerchi di pietre, delle specie di menhir con una pietra verticale al centro circondata da altre pietre orizzontali, posizionati non lontano dai centri abitati. Indicavano probabilmente un luogo sacro e avevano un ruolo rituale.

Il periodo Yayoi (300 a.C. - 250/300 d.C.)

Attorno al 300 a.C. i rapporti con il continente tornarono intensi e il flusso di oggetti di provenienza continentale fu accompagnato anche da un flusso migratorio attraverso la penisola coreana, a causa delle lotte per il potere in Cina e Corea. Queste popolazioni migranti erano le cosiddette popolazioni Yayoi. Le novità più importanti portate dalle popolazioni Yayoi furono la risicoltura, le tecniche di lavorazione dei metalli e un nuovo tipo di ceramica, decorata in modo meno elaborato, ma di qualità superiore, cotta ad alte temperature e, per questo motivo, di colore rossastro.

Caratteristiche del periodo Yayoi sono le campane dotaku: questi oggetti realizzati in bronzo potevano avere varie dimensioni (10cm-130cm) ed erano sepolte nel terreno. Prive di batacchio non venivano suonate, ma probabilmente avevano la funzione di proteggere i raccolti. Vengono fatti due stampi in cui viene versato il bronzo fuso. Per via del foro superiore, si ipotizza che forse venissero appese durante il rito propiziatorio. La decorazione è suddivisa in maniera geometrica, all’interno dei rettangoli in maniera stilizzata sono rappresentate delle scene di caccia o stilizzazioni geometriche.

Il periodo Kofun (IV sec. d.C. – VI sec. d.C.)

Il periodo Kofun prende avvio attorno al 250/300 d.C. e si protrae sino a circa la metà del VI secolo. Nel corso di questo periodo il clan Yamato consolidò la propria supremazia, con un conseguente sviluppo dell’area del Kansai. Proprio in questa zona iniziarono a sorgere enormi tumuli funerari, detti appunto kofun, a testimonianza di una maggiore stratificazione sociale.

Queste tombe, a forma di buco di serratura e circondate da un fossato, erano spesso corredate da sculture di terracotta, dette haniwa, che inizialmente avevano la forma di case, destinate a ospitare l'anima del defunto, ma che successivamente iniziarono a riprodurre animali, oggetti militari e figure umane, andando a costituire una sorta di corteo funebre. Negli spazi interni era disposto il corpo del defunto, attorno al quale venivano posti i vari oggetti, spesso anche di provenienza continentale; ciò denota un aumento dei contatti d’oltremare.

Sono stati ritrovati anche moltissimi specchi risalenti al periodo Kofun. Lo specchio era molto importante nel mondo giapponese antico, in quanto era uno degli oggetti sacri, insieme al gioiello ricurvo (magatama) e alla spada, legati alla dea del sole Amaterasu e simboli del potere imperiale. Realizzati sempre in bronzo, presentano il retro decorato principalmente in tre modi: la prima delle tre decorazioni a rilievo, chiamata anche chokkomon, è caratterizzata da tre fasce concentriche, la prima con delle decorazioni geometriche triangolari, la seconda con una divisione a spicchi e l’ultima che riprende il primo motivo; la seconda, più elaborata e sempre in tre fasce, presenta delle piccole virgolette simili a dei vermetti, mentre la terza rilievi a triangolo esterni e all’interno verso rappresentazioni simili a visi umani e animali.

Il santuario di Ise e l’architettura shintoista

Il santuario di Ise, uno dei più importanti santuari shintoisti, è consacrato alla dea Amaterasu Ōmikami e viene smantellato e ricostruito nella medesima località ogni 20 anni per svolgere i riti di purificazione. Gli edifici attuali, costruiti nel 2013, sono la 62esima ricostruzione. Il santuario, circondato da un recinto e dalla vegetazione, è conosciuto anche con il nome di Jingu, perché connesso alla famiglia imperiale e alla dea del sole e si dice che sia in possesso del famoso specchio di Amaterasu Ōmikami. Esso è costituito da due zone principali: il geku, il santuario esterno che si trova a 6km di distanza, e il naiku, il santuario interno, la parte centrale. Come tutti i santuari shintoisti, anche Ise è costruito in legno di cipresso. A ordinarne la costruzione fu probabilmente l’imperatore Tenmu nel 690 e la prima ricostruzione fu realizzata da sua moglie. Siccome il santuario viene citato sia nel Kojiki (712) sia nel Nihon Shoki (720) doveva per forza esistere già allora. Durante la ricostruzione solo l’oiya, la costruzione che racchiude il pilastro centrale, rimane inalterato e indica il punto da cui verrà ricostruito.

Sul lato del santuario che si affaccia sull’oceano ci sono due scogli legati con una corda, le rocce marito e moglie (Meoto no iwa), che rappresentano l’accesso “acquatico” alla zona sacra e l’unione fra uomo e donna.

Elementi del santuario shintoista

  • Torii: è il cancello di accesso al santuario e segna l’ingresso in una zona sacra. Ci sono santuari che hanno più torii come il Fushimi Inari Taisha e, in questo caso, il primo che è il più importante e viene chiamato ichi no torii. Il torii è formato da due pilastri verticali (hashira) sormontati da una trave orizzontale (kasagi), con un’altra trave di sostegno incastrata poco più in basso. È probabile che la sua struttura derivi dalla quella dei torana indiani.
  • Scalinata di pietra: porta al sandō.
  • Sandō: il sentiero di avvicinamento al santuario, che aiuta a calarsi in un’atmosfera sacra.
  • Temizuya: la fontana di abluzione a lato del sentiero dove vengono purificate le mani e la bocca. L’acqua lava ciò che è fuoriuscito e il corpo torna puro perché riproduce di nuovo la sua compattezza.
  • Tōrō: le lanterne decorative fisse realizzate in pietra ai lati del sentiero, accese in occasioni di feste.
  • Kaguraden: è un edificio dedicato alle rappresentazioni del teatro Nō e delle danze sacre (danza kagura).
  • Shamusho: l’ufficio amministrativo del santuario.
  • Ema: coperte da un piccolo tetto si trovano le tavolette di legno su cui vengono scritti preghiere e desideri.
  • Sessha/Massha: piccoli santuari ausiliari.
  • Komainu: i cani leoni tutelari che si trovano di fronte all’haiden. Letteralmente significa “leone coreano” e sono sempre in coppia, spesso realizzati in pietra, ma si possono trovare anche in bronzo o in legno. Generalmente uno è maschio e l’altro femmina, uno con la bocca aperta e uno con la bocca chiusa a simboleggiare l’inizio e la fine. Il leone con la bocca aperta viene chiamato shishi, mentre quello con la bocca chiusa komainu.
  • Haiden e Honden: l’haiden è la sala oratoria principale in cui si recitano le preghiere ed è seguita dall’honden, la parte dove si trova il ricettacolo che contiene il kami durante i riti.
  • Tamagaki: recinto che circonda l’honden, all’inizio non costruito in legno, ma con della semplice vegetazione.

Le porte dell’honden sono spesso chiuse e vengono aperte da alcuni monaci o dall’Imperatore in determinate occasioni, rimanendo comunque chiuse al pubblico. La struttura di questo edificio, costruito completamente ad incastro, deriva da quella del granaio, visibile anche su alcune campane dotaku: è rialzato e il tetto è sempre spiovente realizzato in corteccia sulla cui cima ci sono delle travature orizzontali (rotonde, quadrate o a diamante) decorate (katsuogi) disposte parallelamente lungo la sua lunghezza con alle estremità delle decorazioni a forchetta (chigi). Sempre sul tetto, in alcuni casi, si può trovare un chintāmani, un gioiello sacro di derivazione indiana che si dice esaudisca tutti i desideri. Questa precisa struttura è specifica del santuario di Ise e non può essere riprodotta in altri santuari non connessi alla famiglia imperiale: quella di Izumo Taisha, per esempio, presenta una diversa disposizione dei katsuogi.

Un'altra struttura di santuario shintoista è visibile, per esempio, nel santuario di Kasuga Taisha. Situato a Nara e risalente al VIII secolo d.C., è il santuario della famiglia Fujiwara ed è caratterizzato dal lunghissimo viale di accesso e dai suoi portici rossi sotto cui vengono poste moltissime lanterne in metallo.

Periodo Asuka (552-645)

La data di inizio del periodo Asuka coincide (anche se molti studiosi collocano questo episodio attorno al 538) con l’invio da parte del sovrano coreano di Paekche, minacciato da Silla, a Kinmei, il capo della confederazione Yamato, di una richiesta di aiuto, accompagnata da una statua del Buddha e da alcuni sūtra. Dopo la vittoria dei Soga, il Buddhismo diventò la religione ufficiale del Giappone, iniziando ad avere molti templi dedicati e svariati fedeli.

Asukadera

Iniziato nel 588 ed entrato in funzione nel 596, l’Asukadera è il tempio buddhista più antico; all’interno della sala d’oro, nel 606, viene posta l’immagine di Shaka, ossia del Buddha storico. Riprende lievemente la struttura di templi coreani, ossia con tre grandi sale d’oro attorno ad una pagoda centrale, circondate da un corridoio coperto e un’entrata principale a sud. La struttura dell’asakadera non si vedrà più in epoche successive: entrata a sud, pagoda centrale circondata da due o più Kondo (sala d’oro) alla spalle della quale si trova il Koodo che è la sala di lettura, ossia dove si recitano le funzioni, il tutto circondato da corridoi coperti. Col tempo la città si è sviluppata attorno a questo complesso, non erano situati in luoghi lontani dai centri abitati.

Horyuji

Hōryūji è uno dei complessi templari buddhisti giapponesi più antichi, costruito nel 607 d.C. sotto l’imperatrice Suiko e il principe Shōtoku, di cui all’interno del tempio si sviluppa un culto autonomo. L’edificio, come testimoniato da una iscrizione in una delle strutture che riporta la data di costruzione, è probabilmente il più antico complesso ligneo esistente al mondo. I modelli che hanno influenzato la sua struttura sono quelli cinesi, filtrati dalla Corea: gli edifici, infatti, sono quelli caratteristici del monastero cinese, ma sono disposti in maniera assolutamente originale. Nel 670 un grave incendio (oltre altri minori) distrusse gran parte delle strutture originali e sostanzialmente...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-OR/22 Lingue e letterature del giappone e della corea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher antaresvega.saiyan4ever di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'arte giapponese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Ca' Foscari di Venezia o del prof Vesco Silvia.
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