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Storia dell'arte contemporanea

Periodizzazione

  • Neoclassicismo: Metà del XVIII sec fino al 1830
  • Romanticismo
  • Realismo – I macchiaioli
  • Impressionismo
  • Postimpressionismo
  • Simbolismo
  • Le avanguardie storiche
    • I fauves
    • Espressionismo tedesco
    • Cubismo
    • Futurismo
    • Dadaismo
    • Costruttivismo
    • Suprematismo
    • Neoplasticismo e De Stijl
    • Metafisica
    • Surrealismo
  • Il ritorno all’ordine (dopo primo conflitto mondiale)
  • Realismo magico
    • Realismo in Germania
    • Realismo classicheggiante in Francia
  • Espressionismo astratto americano (dopo secondo conflitto mondiale)
    • Action painting
    • Scuola del Pacifico
  • Informale in Europa (dopo secondo conflitto mondiale)
    • Informale segnico
    • Informale materico

Constant Troyon

Un altro paesaggista della Scuola di Barbizon è Constant Troyon, noto per il quadro "I Boscaioli" del 1839 (198 x 142 cm), che raffigura un tema prediletto da quei pittori: un angolo di bosco, probabilmente della foresta di Fontainebleau, in cui alberi giganteschi, dipinti con bella franchezza, sottolineano per contrasto la fragilità delle figure umane, i boscaioli al lavoro.

I Boscaioli, 1839, olio su tela, 198x142 cm, La Rochelle, Musée des Beaux-Arts.

È rappresentata una natura dai tratti essenzialmente realistici, con tronchi degli alberi disposti in modo disordinato. Si ha utilizzo di colori vivaci, come il bruno e l’ocra, tipici del realismo e della Scuola di Barbizon. L’elemento umano è di dimensioni microscopiche e vengono usati colori della terra: bruno, marrone, beige e ocra per conferire maggiore veridicità.

Si nota un andamento caotico del tronco, maestosi alberi e diverse cromie delle fronde degli alberi, con un grande realismo nel ritrarre il cielo, che diventa il protagonista del quadro.

Jean-François Millet (1814-1875)

Vicino alla Scuola dei Barbizon, Jean-François Millet coltivò sempre una pittura di paesaggio ispirata soprattutto alla Normandia, talvolta secondo modalità molto liriche come si può vedere nel quadro "La primavera" (1868-1873), una tela della serie delle quattro stagioni, rimasta incompiuta. Nel dipinto sono evidenti gli influssi della pittura di paesaggio inglese alla Constable e ancora di più di quella olandese di Van Ruysdael, soprattutto per i suggestivi effetti di luce e per la dinamicità delle forme.

Il pittore ebbe notorietà in particolare per i quadri di soggetto agreste, che cominciò a dipingere già dagli anni Quaranta, esaltando il lavoro dei contadini e trasferendone la fatica su un piano rituale e quasi religioso. Jean-François Millet proviene dalla Normandia ed è meno interessato agli aspetti politico-sociali. Rappresenta spesso un mondo veritiero e contadino, parlando di un’antropologia contadina, cercando di evidenziare aspetti quasi esteticamente appaganti del mondo contadino: una cultura saggia e millenaria che ha creato un sistema di vita e valori, come la religiosità ed una certa rassegnazione della vita legata alla natura.

Le spigolatrici, 1848, olio su tela, 54 x 66 cm, Parigi, Museo del Louvre

È un’opera significativa riguardante il lavoro dei contadini e la loro fatica. Ci sono tre donne chine nel lavoro, rese in termini quasi scultorei, viste come nell’atto di un rituale lento e nobile. Può destare perplessità una rappresentazione della fatica secondo modalità addolcite, variamente edulcorate. Tuttavia, pur mancando in tali immagini qualunque asprezza, è proprio seguendo queste tracce che faticosamente si fece strada un’esigenza di realismo sociale che trovò interpreti più agguerriti e polemicamente intenzionati in Courbet e Daumier.

Il quadro è la rappresentazione di un duro momento del lavoro di tre contadine, chine sulla schiena, piegate, di cui non si riconosce il volto, intente a portare a termine il loro lavoro. Hanno un abbigliamento tipico del luogo, si vede nel grembiule, raccolgono fasce di spighe; è importante la gestualità, la ritualità. Si ha un uso di toni gialli, ocra e bruni con accentuazione cromatica di contrasti, come con il cappello azzurro che contrasta con la veste marrone o il grembiule ocra.

Dal punto di vista figurativo, le donne, più che rappresentare delle esigenze pittoriche, sembrano rappresentare delle sculture: sono tre figure monumentali. Diventano delle eroine: impressionante fascia scultorea.

Il suo linguaggio era più distante dalla cruda evidenza di Courbet, per questa ragione la sua opera fu facilmente accettata dal pubblico e dalla critica. Sullo sfondo si intravedono i covoni ed il carro col fieno, indizi del ricco raccolto della terra. I suoi contadini sono contadini eroi che compiono quotidianamente antichi riti rurali e in loro si rivela tutta l’importanza e la dignità di questo ceto. Le forme sono solide, semplificate, realizzate con colori dai toni dorati, molto vicini al colore della terra e del grano.

Nel 1849 l’artista si era trasferito a Barbizon, dove dipingeva per lo più la vita quotidiana dei contadini, in mezzo ai quali viveva. Riuscì in questo modo, con la sua arte semplice ed espressiva, a stringere rapporti con un pittore della scuola di Barbizon come Théodore Rousseau ed ad ottenere rispetto della giovane generazione impressionista. Qui creò una sua produzione meno conosciuta, come l’opera "Inverno dei covi" (1862, Vienna, Kunsthistorische Museum) e la "Chiesa di Gréville" (Parigi, Musée d’Orsay).

Millet fu autore di una serie di opere di soggetto rurale, tutte basate sull’idea della superiorità dell’uomo rispetto al paesaggio. Si tratta di dipinti come "Il vagliatore", "Il Seminatore" o "Contadino che innesta un albero", in cui campeggiano figure di lavoratori visti come protagonisti della storia, al punto che più d’uno ha associato il nome di Millet a quello di Courbet e dei realisti. È vero però che lui non professò mai idee socialiste, e il suo mondo non prevede rivolgimenti sociali. Anzi, è ben ancorato al concetto cristiano ed evangelico, con anche riferimenti classici. Siamo in un periodo in cui, del resto, si verifica una forte migrazione dalla campagna alla città, per cui la crescente richiesta di opere in cui sono rappresentati contadini, ricalca la nostalgia di alcuni collezionisti per il mondo da cui provenivano.

L’Angelus, 1858-1859, olio su tela, 55 x 66 cm, Parigi, Museo del Louvre

Anche qui si ha realismo sociale. La moralità della terra viene espressa senza equivoco. L’ispirazione cristiana si coglie in questo quadro, che raffigura due contadini che interrompono il lavoro dei campi per la preghiera. Il pittore si sofferma anche sui campi lavorati e nel fondo si intravvede il campanile i cui tocchi hanno richiamato questo momento di pausa.

Sulla campagna e su i suoi particolari prevalgono nettamente i due protagonisti, resi con accenti quasi monumentali, eroi di una fatica quotidiana a cui è impossibile sottrarsi, ma che del resto viene accolta con spirito di accettazione cristiana. Millet si preoccupa di rendere la particolare atmosfera dell’ora, con la luce che proviene dall’orizzonte. Una luce che illumina vividamente il terreno e, di spalle, i due personaggi, i quali rimangono così più in ombra, anche se il pittore voleva evidenziare il loro raccoglimento e l’intensità del loro sentimento.

"L’Angelus", i cui temi di fondo sono dunque la religione e la celebrazione dell’unione tra l’uomo e la natura, divenne un’opera immediatamente popolare, una vera e propria icona, dileggiata da alcuni, come Cézanne, ma apprezzata dai più. Il dipinto ebbe notorietà anche in Italia, dove influenzò numerosi artisti.

I soggetti sono ben delineati, ma non è interessato a parlare del mondo contadino per rivendicare le condizioni dei lavoratori (in quel momento ci sono rivolte sociali in Francia). In lontananza vediamo un villaggio, un campanile che scandisce le ore. Una bella luce in profondità, con questo cielo dorato, ci dà l’idea di profondità e di un’atmosfera più religiosa.

I due contadini sono vestiti con abbigliamento dell’epoca e ne evidenzia la gestualità, con l’uomo che si toglie il cappello in segno di rispetto a valori religiosi e lavorativi. Non è rappresentato un mondo ideale, ma reale, un mondo bucolico reale, della maggioranza della popolazione francese dell’epoca. Le figure assumono forme di busti scultorei.

Coubert

Le vagliatrici di grano, 1854, olio su tela, 131 x 167 cm, Nantes, Musée des Beaux-Arts

Fece numerosi nudi femminili, in cui la rappresentazione convive con le intenzioni simboliche, per cui la donna è l’origine del mondo, simbolo di vita, emanazione di un fenomeno naturale.

Lo studio dell’artista, 1854-1855, olio su tela, 359 x 598 cm, Parigi, Musée d’Orsay

Courbet intendeva il realismo non come una piatta riproduzione del reale, ma come interpretazione e messaggio. Fatto che emerge in questa altra grande sua opera, in cui il pittore volle simboleggiare i suoi ideali, le sue amicizie, i suoi gusti come artista: capace di essere ritrattista, paesaggista, pittore animalista e di natura morta.

Si possono infatti riconoscere Proudhon, Baudelaire. Questo quadro quindi è un quadro manifesto, che spiega il nuovo modo di intendere il pittore ed il suo ruolo nella società. Al centro c’è l’artista che sta dipingendo un paesaggio osservato da una modella nuda (allusione alla nuda verità) e da un bimbo, allusivo a valori come la purezza e l’ingenuità. A destra compaiono gli amici (Baudelaire attento alla lettura), i collaboratori, i collezionisti. A sinistra si vedono invece personaggi che rappresentano le varie categorie sociali, come una donna che allatta il suo bimbo e un bracconiere in prima piano con ai piedi i suoi cani: il pittore si fa mediatore tra varie istanze.

Questo dipinto e il funerale avrebbero dovuto essere esposti all’Esposizione Universale del 1855, ma la giuria li respinse e così Coubert fece costruire, nei pressi del Salon, un Padiglione del Realismo in cui espose altri 40 dipinti.

I Macchiaioli

In Italia, gli ideali del Realismo che si erano già variamente manifestati come nel resto d’Europa nel primo dell’Ottocento, ebbero un deciso impulso verso la metà del secolo in ambito toscano e soprattutto fiorentino. La Toscana, ed in particolare Firenze, rivestiranno un ruolo decisivo per l’affermazione delle tendenze realistiche. Grazie anche al clima tollerante instaurato dal governo granducale, a partire dalla metà del secolo giunsero qui artisti da varie regioni italiane, trovando molte occasioni di incontro e dibattito.

A Firenze il Caffè Michelangelo fu il preferito degli artisti, che ne fecero la sede delle loro interminabili discussioni, in un’atmosfera insieme patriottica e antiaccademica. Lì convenivano Vito d'Ancona, Odoardo Borrani, Giovanni Fattori, Telemaco Signorini, Vincenzo Cabianca, Stefano Ussi e numerosi altri, stimolati spesso da un giovane scrittore e critico, Diego Martelli, che avrebbe assunto un ruolo importante nella storia del movimento e che continuamente riportava quanto andava accadendo, sul piano delle arti, a Parigi.

Alcuni di questi pittori arrivarono a Parigi nel 1855, per ammirare Corot e i paesisti della Scuola di Barbizon, cosa che comunque era possibile anche a Firenze grazie alla collezione (oggi ormai persa) del principe Anatolio Demidoff, aperta al pubblico nel 1856, e comprendente opere di Barbizon, Delacroix e di Ingres.

Dal 1858 al 1860, soggiornò a Firenze Edgar Degas, che indirizzò i toscani al realismo. Una spinta in direzione realistica arrivò anche dallo sviluppo della fotografia, visto che già nel 1854 Leopoldo Alinari aveva fondato a Firenze un laboratorio destinato a grande notorietà.

Le ricerche sul vero furono favorite da un soggiorno in città di Nino Costa, un artista romano che già dai primi anni 50 si era dedicato alla pittura all’aria aperta nella campagna romana. Così tanti stimoli non tardarono a dare i loro frutti e un quadro di Cabianca del 1855, "Maiale nero su fondo bianco" (già si coglie la distanza abissale con la pittura romantica) può essere considerato, per la determinazione con cui traduce in immagine i programmi tante volte discussi dagli artisti, il manifesto del gruppo.

La sperimentazione linguistica

Il linguaggio macchiaiolo si affermò poi con una certa lentezza, come dimostra il fatto che i pittori più noti, Fattori e Lega, aderirono a questa pittura alquanto tardi, lasciandosi alle spalle carriere consolidate dal punto di vista tradizionale. Comunque sin dalla metà degli anni '50 numerosi pittori, da Signorini a Cabianca, da Banti a Borrani a Sernesi, avevano sperimentato la pittura di macchia.

Quando poi nel 1861 si aprì a Firenze la prima Esposizione Nazionale d’Arte della nuova Italia, il Realismo ebbe la sua consacrazione. È vero che la maggior parte delle opere esposte era ancora di soggetto storico, ma si registrava un aumento dei temi contemporanei, tratti soprattutto dalle vicende risorgimentali. Accanto alle opere di orientamento storico, all’esposizione fiorentina erano però presenti quadri indirizzati verso il vero antiaccademico come "Il Mattino" (1853) di Cabianca, "Donne sulla spiaggia di Anzio" (1852) di Costa, "In avanscoperta" (1861) di Fattori, "Quiete" (1861) di Fontanesi.

All’inizio degli anni Sessanta dunque il rinnovamento del linguaggio poteva dirsi avvenuto e nacque allora il termine corrispondente: un giornalista della Gazzetta del Popolo propose per questi autori il titolo ironico e sprezzante di “Macchiaioli”, accolto e divulgato da Signorini.

I gruppi di Castiglioncello e Piagentina

La fase di espansione del movimento si svolse negli anni Sessanta del secolo, a Firenze e in altre località della Toscana. I Macchiaioli non vivevano isolati, ma diedero vita a piccoli gruppi formatisi spontaneamente per affinità di temperamento e di ricerche, che si riunivano soprattutto a Castiglioncello e a Piagentina.

A Castiglioncello, località sulla costa tirrenica, c’era la villa di Diego Martelli, e lì soggiornarono più o meno lungamente artisti come Fattori, Borrani, Abbati e Sernesi, sperimentando il vero luminoso del paesaggio.

A Piagentina, sobborgo della periferia meridionale di Firenze, si formò il sodalizio di Lega, Signorini, Borrani, Abbati e Sernesi, dando vita alla cosiddetta Scuola di Piagentina: forse anche per le suggestioni di un paesaggio più raccolto, impossibilitato, diversamente da Castiglioncello, a ricevere gli effetti della luce marina, in questo caso i pittori elaborarono un linguaggio più assorto e mentale, sensibile agli interni e portato alla rievocazione di un mondo di affetti gentili, di borghese tranquillità.

I Macchiaioli e il realismo

I Macchiaioli sono la risposta italiana al Realismo, che arriva più tardi nella seconda metà del 1800. Ci sono diverse scuole nell’ambito verista, anche in letteratura, ma il gruppo più emergente è in pittura. Per esempio, in Piemonte, abbiamo la Scuola di Vivara, o in Liguria la Scuola Grigia, o la Scuola di Posillipo a Napoli: il Realismo in Italia è interpretato con diverse scuole e con accenti diversi, a seconda delle culture italiane e dei luoghi stessi.

Il gruppo più emergente è quello dei Macchiaioli, quello con la risonanza maggiore, anche se come abbiamo visto non è l’unico. In Toscana, negli anni '50 del 1800, i primi incontri si rintracciano nel 1856 presso il Caffè Michelangelo, dove si riunivano e dove si sviluppò un tipo di ente coerente, anche se ognuno di loro aveva una formazione differente.

Questo era possibile grazie alla liberalità culturale del Granducato di Toscana, che permetteva la libertà espressiva degli artisti. A volte comunque i macchiaioli erano artisti non compresi per la loro innovazione, per il loro linguaggio e quindi incontravano notevoli contrasti con l’opinione pubblica. Nel 1861 si ha la consacrazione ufficiale con l’Esposizione Internazionale della Nuova Italia.

La connotazione geografica è sicuramente importante: la maggior parte di essi aveva una forte formazione accademica, che li permetteva di capire dove si poteva cambiare le cose. Il realismo mostra che l’artista può usare la libertà, non è più obbligato a stare nei dettami accademici, tra come disegnare o cosa disegnare, ma ha la libertà di dipingere, cercando e trovando le sensazioni che ha (atto di coraggio da parte degli artisti): siamo sulla base delle avanguardie, ponendosi contro i dettami accademici e rompendo gli schemi.

  • Soggetti: paesaggio: riprendono Constable, i realisti francesi e poi diventa il soggetto privilegiato in tutti gli ambiti della pittura realista e anche dei macchiaioli. Ebbero due centri dove si riunivano: Castiglioncello, centro di mare luogo piacevole dove lavorare e studiare l’espressione vera della natura, sulla costa tirrenica e centro tutt’ora di arte contemporanea, e Piagentina, a sud di Firenze, dove riprendere le scene familiari, l’atmosfera soffusa di vita della campagna.
  • La storia, soggetti storici
  • I ritratti, che sono ritratti caratterizzanti, che diventa determinante per la conoscenza di una persona (se prima si enfatizzava, ora si vuole narrare una persona)
  • La vita contadina, uno dei motivi che ha causato una mancanza d’appoggio dell’opinione pubblica
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/03 Storia dell'arte contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher vale.zilio58 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'arte contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Ciotta Anna.
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