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Masolino, maestro di Masaccio, si fece

aiutare dall’allievo per la rappresentazione

della pala d’altare di S. Anna Metterza (1424-

25). Il dipinto rappresenta la Madonna in trono

con il Bambino e la santa alle spalle, circondati

da angeli. Si attribuisce a Masaccio la

Madonna con il Bambino e l’angelo a destra.

Infatti questi personaggi sono dotati di volume

proprio che occupa uno spazio reale. Masolino

cerca di imitarlo in S. Anna, ma qui il volume è

quasi assente a causa della prospettiva ancora

rudimentale.

La Maestà di Masaccio (1426) apparteneva al

Polittico di Pisa che poi è stato smembrato.

La Vergine è messa in risalto dal pesante panneggio chiaroscurale. Il volto è stanco e segnato

come se già presagisse il destino del figlio. Appare seduta su un possente trono ricco di particolari

architettonici rinascimentali. Il Bambino è colto nell’attimo in cui mangia un chicco d’uva (simbolo

della passione di Cristo), spontaneità che ne mette in risalto la natura umana. Il dipinto nell’insieme

è monumentale, le figure sono statuarie con gesti ed espressioni quotidiani, elementi che rivelano

l’influenza di Donatello. Troviamo una visione prospettica di scorcio dei liuti in mano agli angeli in

basso e dell’aureola ellissoidale di Gesù.

Ciclo di affreschi della Cappella Brancacci a Firenze, Masaccio e Masolino. Il tema è la vita di

S. Pietro al quale si aggiungono scene della genesi, alcune

scene: il Tributo, episodio nel quale viene descritto

l’ingresso di Cristo e dei suoi apostoli nel Tempio di

Gerusalemme e l’esattore pretende da loro un tributo. Gesù

incarica Pietro di pescare un pesce dal quale per miracolo

ne uscirà una moneta d’argento. Vengono rappresentate 3

scene diverse nella stessa tela: al centro il gabelliere di

spalle esige il tributo, in cui si nota lo stupore del volto degli

Apostoli, qui Cristo indica il mare e si presagisce la scena

successiva a sinistra, in cui Pietro è raffigurato solo sulla riva a pescare. A destra poi Pietro

ricompare nel momento in cui consegna il denaro all’esattore. Tutti i personaggi hanno un rilievo

quasi scultoreo in cui la luce proviene dal sole in alto a destra fuori dal dipinto. Paesaggio brullo

con montagne in successione cromatica danno senso di sfondamento prospettico. Anche le

architetture a destra contribuiscono a determinare lo spazio scenico.

Nel San Pietro che risana gli infermi con l’ombra, troviamo un forte

realismo. La line dell’orizzonte si colloca all’altezza degli occhi di Pietro,

ponendo l’osservatore nel pieno della scena. Le architetture di sfondo

alludono a Firenze: un palazzo bugnato, due sporti

medioevali, una colonna isolata con capitello

corinzio e la facciata rinascimentale di una chiesa

con il campanile. Masaccio vuole farci notare come

l’architettura di quei tempi sta cambiando. I

personaggi quasi scultorei prendono in prestito i volti

della realtà quotidiana.

Crocifissione, Masaccio (1426) facente parte del Polittico di Pisa, ora a Napoli. I quattro

personaggi si stagliano su uno sfondo oro che ne esalta i volumi. Sono composti in modo

geometrico rigoroso. Maria a sinistra piange di dolore, immobile e severa, avvolta nel pesante

mantello il cui chiaroscuro conferisce monumentalità. A destra San Giovanni ha un’espressione di

sconforto. Al centro Cristo in croce è rappresentato nell’immobilità della morte, la vista dal basso gli

toglie il collo e porta in avanti il petto innaturalmente. In basso di spalle, la Maddalena con le mani

disperatamente protese verso quelle del Cristo a creare un triangolo. Adorazione dei Magi,

Masaccio (1426)

proveniente dal Polittico di

Pisa, ora a Berlino. La

composizione è pacata, a

tratti morbida e sfumata. La

luce e la ricca cromia

unificano tutta la

rappresentazione. Dietro i re magi si trovano due personaggi non presi dall’iconografia

tradizionale, vestiti secondo la moda dell’epoca. Probabilmente

si tratta dei committenti.

Gentile da Fabriano fu un esponente del gotico internazionale,

artista itinerante, la sua pittura è poetica e fiabesca. Sena

rinunciare al proprio stile, a Firenze, iniziò una transizione tra il

decorativismo tardogotico e l’essenzialità rinascimentale.

L’adorazione dei Magi (1423), commissionatagli da Palla

Strozzi, è realizzato a tempera, argento e oro su tavola. Il dipinto

è incorniciato entro 3 archi a tutto sesto sormontati da 3 cuspidi

in legno dorato. I 3 Magi vengono rappresentati 4 volte, in

quanto rappresenta in un opera unitaria 4 viste parziali che si

trasformano in elaborati elementi decorativi. Dipinge i particolari

minuziosamente. La stessa attenzione è riservata anche al

paesaggio, il corteo non da senso di profondità. Questa minuzia

dei particolari finisce per generare astrazione e irrealtà.

Pisanello, allievo e collaboratore a Venezia di Gentile da Fabriano. La

sua pittura è colta, ogni tavola e ogni affresco è preceduto da disegni

preparatori studiati con attenzione. Ritratto di principessa (1435-40),

raffigura Ginevra d’Este che morì a soli 21 anni uccisa dal marito geloso.

Nell’opera ci sono infatti simboli di presagio di morte, segno che il

quadro fu realizzato in seguito. La protagonista è ritratta di profilo come

nelle medaglie celebrative che si ricollega

all’attività di medaglista del pittore, con la figura

allungata secondo le mode dell’epoca. Indossa

una veste pregiata dove nel mantello è presente

il simbolo della casata.

Statua di Marco Aurelio, in bronzo dorato (161-

180 d.C.) Campidoglio, Roma. L’imperatore è

rappresentato a grandezza reale, visto come un

dio e conquistatore, ma l’assenza di armi e armatura gli danno un senso di pace. Scultura

realistica e nel complesso statica.

Monumento al Gattamelata, di Donatello (1446-50) in bronzo, a Padova. È la prima opera

pubblica puramente celebrativa del capitano che al servizio di Venezia ne estese i confini fino alla

Lombardia, è realistica e imponente, d’ispirazione al Marco Aurelio. Il cavaliere cavalca con sella e

staffe, in modo moderno, non alla romana, diviene un tutt’uno con il cavallo. Il personaggio fiero,

tiene in mano il bastone del comando. A volto scoperto e concentrato, è uno dei

ritratti più naturali e psicologicamente profondi del Quattrocento, esprime la

determinazione dell’uomo razionale. Bassorilievo il Miracolo

della Mula, di Donatello

(1447-48) in bronzo dorato,

per l’altare maggiore della

Basilica del Santo a Padova.

Organizza lo spazio

prospettico entro 3 grandiose

volte a botte di ispirazione

classica. I personaggi si

accalcano intorno all’asina

che rifiuta il cibo, preferendo

rimanere in adorazione dell’ostia consacrata in mano a S. Antonio. Nei volti, tutti diversi,

espressioni di stupore e incredulità. Scena è caotica e ricca di dettagli, in un ambiente quotidiano.

Porta del Paradiso, di Ghiberti (1425-52) è la porta est del Battistero di San Giovanni a Firenze.

L’artista sceglie di realizzare alcune scene tratte dall’Antico

Testamento, con tema principale la salvezza e riduce il numero di

formelle a 10. Lungo i bordi realizza una fascia decorativa con

figure bibliche e testine di profeti e profetesse entro tondi. Utilizza

anche una nuova tecnica, detta stiacciato, messa a punto da

Donatello e consistente nel

rappresentare le figure e i

personaggi in lontananza con

pochissimo rilievo, consentendo

l’illusione di maggiore profondità

prospettica. I personaggi si

muovono con naturalezza, la

prospettiva fonde i vari episodi, ma

privilegia la chiarezza narrativa.

L’edificio rotondo nella scena di

Giuseppe, mostra la capacità di

rendere gli elementi architettonici

prospetticamente. C’è comunque

un gusto tardogotico nella definizione dei particolari.

Piero della Francesca, pittore e matematico rinascimentale, armonizza

valori spirituali e intellettuali. Utilizza sia la prospettiva di Brunelleschi che la

plasticità di Masaccio, oltre all’uso espressivo della luce. Battesimo di

Cristo (1448-50), l’opera da un senso di calma e serenità. Il dipinto è

composto secondo una costruzione geometrica, dove al centro troviamo Gesù e la colomba,

simbolo dello Spirito Santo, a destra Giovanni Battista e a sinistra 3 angeli assistono alla scena. Il

fiume che dovrebbe essere il Giordano alle sue spalle, in realtà è il Tevere che non specchia il

corpo del Cristo. La solidità del suo corpo è ripresa dal tronco dritto dell’albero. La luce morbida

non crea ombre violente, rendendo omogenea tutta la composizione. Il paesaggio è nitidissimo e in

lontananza le colline sono descritte nei minimi dettagli. Solo il cielo allontanandosi si schiarisce

leggermente.

E’ un ciclo di affreschi della Cappella Maggiore della Basilica di S. Francesco ad Arezzo di

Piero della Francesca. Sono unificati con paesaggi continui, punto di vista ribassato e luce

modulata su quella naturale della finestra centrale della cappella. Storie della Croce, è il

ritrovamento delle 3 croci e la verifica della croce reale come reliquia. Nella scena si ritrovano

personaggi doppi. Nel riquadro con la sconfitta e la decapitazione di Cosroe, una

lotta terribile è ingaggiata dalle truppe dell’imperatore d’oriente

Eraclio che si oppongono a quelle del re persiano Cosroe. Un

elevato numero di fanti e cavalieri si agitano, vibra colpi fatali,

cerca di difendersi con gli scudi. A destra il re persiano, vinto e

inginocchiato sta per ricevere il colpo di spada che lo decapiterà.

Coperto da un manto azzurro dai toni accesi è collocato ai piedi

del suo trono coperto da una leggera struttura a botte, che

contribuisce alla strutturazione spaziale del dipinto. In un unico

dipinto il pittore è riuscito ad unificare il fragore della battaglia al silenzio della scena di sconfitta.

Flagellazione di Cristo di Piero della

Francesca (1459) Urbino. Due scene distinte ma

tra loro connesse, si svolgono una all’aperto e

l’altra in un interno classico. In una strada con

edifici antichi e rinascimentali tre uomini

colloquiano, mentre in uno spazio perfettamente

misurato il Cristo è legato alla colonna e

flagellato. Applicazione magistrale della

prospettiva con un unico punto di fuga. Ha

utilizzato il rapporto aureo nel proporzionare le

due metà del dipinto. Protagonisti del dipinto sono

architettura e luce. Le persone sono immobili e

fermate in un attimo dell’azione, sospesi. I

fustigatori sono irrigiditi, Pilato seduto guarda dritto di fronte a sé, i tre personaggi sulla destra

sembrano congelati come la gestualità delle loro mani, probabili protagonisti dell’opera essendo in

primo piano. La flagellazione allora è un evocazione, cioè l’argomento trattato dai 3 personaggi

colloquianti.

Mantegna si formò a Padova nella bottega del Squarcione e imparò la prospettiva da Donatello. Si

distingue per la perfetta impaginazione spaziale, il gusto per il disegno delineato e per la forma

monumentale delle figure, fu il primo grande classicista

della pittura.

Decorazione ad affresco della Cappella Ovetari nella

Chiesa degli Eremitani a Padova di A. Mantegna, il cui


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea di Scenografia e architettura di scena
SSD:
A.A.: 2013-2014

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