Storia del teatro nordamericano
Prof.ssa Francesca Bisutti
Università Ca’ Foscari Venezia
Anno Accademico 2016-2017
Esame scritto: 13 maggio
Lezione 1: 29/03/2017
Lo zoo di vetro è un dramma esistenzialista. Morte di un commesso viaggiatore invece è un dramma moderno ambientato a Brooklyn (da piccola cittadina che era è stata inglobata nell’area metropolitana di NY, fagocitata, snaturata dal contatto con la grande città). Qui si svolge la tragedia di uomo che vive proiettato in un passato che non può tornare. È un dramma di famiglia, padre, madre e due figli maschi. Uno dei temi portanti è il conflitto generazionale, difficoltà dei giovani di liberarsi dal guscio protettivo e limitante che è il guscio della famiglia.
Birdbath è ambientato a Manhattan nel cuore crudele della Grande Mela. Siamo nel 1965, esperienze off-Broadway, off-off, di teatro sperimentale sviluppatosi negli anni '60. L’autore è italo-americano.
Durante il corso si toccheranno i temi della geografia culturale, sociale, fisica, identitaria e mentale (per dare orientamento alle vite inquiete). Uno dei temi importanti è quello del confine. È giusto porsi dei confini e restare entro i suoi limiti o è bene sconfinare? I confini vanno fissati una volta per tutti o possono essere ridefiniti? Chi dobbiamo accogliere nel cerchio della nostra esistenza e chi dobbiamo lasciar fuori?
[Fences è un dramma scritto da un nero americano “some people build fences to keep people out, other people build fences to keep people in”]
Luigi Aversa, psicologo italiano, sulla leggenda sulle origini del mondo (“Il male e la coscienza”) mette in evidenza il conflitto antinomico tra la spinta alla conoscenza a travalicare i limiti (Lucifero) e l’altolà di San Michele che ci invita a tornare indietro. L’antinomia è una contraddizione, è il rapporto di contraddizione rilevato tra due proposizioni elaborate dal pensiero, entrambe ugualmente valide e dimostrabili. Noi uomini siamo nel mezzo tra il desiderio di conoscenza, apertura, libertà e la necessità di contenerci, rispettare un limite, siamo un po’ Lucifero e un po’ Michele. Lucifero è colui che porta la luce (illuminare le forme di vita create da Dio traendole dall’oscurità cosmica) e pensa di essere lui stesso Dio peccando di superbia. Si pose come principio del male sempre presente. San Michele invece si pose come coscienza del limite, la forza di non identificarsi con il tutto.
Antinomia Lucifero-Michele = intelligenza/conoscenza (Luce) - coscienza (imperativo morale - Spada): “il desiderio di superare il limite e la coscienza che fissa il limite necessario tra la parte e il tutto”.
Thornton Wilder (1897-1975)
Ha vissuto una vita lunga e molto ricca. Docente di letteratura, fu anche drammaturgo e romanziere. Ha avuto un’educazione religiosa molto rigida ma una vita cosmopolita. Il padre era un diplomatico per cui la famiglia l’ha seguito fino in Cina nei paesi dell’estremo oriente. La sua amicizia intellettuale più rilevante è quella con Gertrude Stein, scrittrice modernista americana.
Il francobollo commemorativo (vedi slide) ce lo mostra in un paesaggio montano e campestre con riferimento al suo dramma più noto che è “La piccola città”. Nella locandina c’è sempre l’immagine di una chiesa ma quasi sullo sfondo, dietro il municipio mentre in primo piano si notano negozi e abitazioni mentre in primissimo piano vi è la strada (Main Street) che è citata ben ventidue volte nel dramma. A far da cornice all’immagine vi è un grande albero a sinistra e delle fronde sulla destra. La presenza di fronde o tendaggi serve a costituire la cornice di un quadro e costituisce un invito ad entrare dentro il quadro che in questo caso è la cittadina. La Main Street rappresenta la possibile apertura verso l’esterno.
Una delle qualità più importanti dell’opera è la stilizzazione. Tutto è ridotto ai minimi termini, gesti, sentimenti, psicologia dei personaggi, tutto stilizzato senza apparente approfondimento. I personaggi stessi sembrano semplici silhouette, figurine, anche se poi scopriremo che queste figurine riescono a darci qualcosa di più profondo che si avvicina all’universalità. Nella copertina dell’edizione Penguin si ha una zona in ombra e una posta alla luce del sole che mostra il moderno che incombe, produce ombre e oscura il resto.
Gregory Boyd on directing Our Town at The Hartford Theatre
Il regista definisce Our Town come il grande dramma americano (“the great american play”) e rivela che è come se Wilder avesse inventato per il teatro americano un realismo magico in opposizione al naturalismo tragico di drammaturgi come Arthur Miller o Tennessee Williams. Ci dice anche che Wilder volesse spazzare via tutto ciò che c’era nei palcoscenici americani degli anni ‘30 ma lui ha preso ispirazione dal teatro europeo contemporaneo (ha passato un anno a Roma a guardare le commedie di Pirandello e i drammi futuristi di Marinetti), dal teatro dell’estremo oriente (il teatro Noh), dal teatro elisabettiano e da Lope de Vega. Guardava a questo tipo di drammaturgia perché queste potevano prendere un palcoscenico colto, nudo e chiamarlo mondo. Wilder prende un palcoscenico nudo e lo chiama come la cittadina del New Hampshire (Grover’s Corners) e lo fa anche universo. Il suo dramma ha riverberi che vanno al di là di qualsiasi invenzione e sofisticazione scenografica.
[Il New Hampshire è l’intera area del nord-est, la prima area colonizzata dagli USA, uno degli stati che formano il New England]
Our Town è teatro “stripped to the back world”. Il palcoscenico è denudato fino alla parete di fondo, non ci sono scenari ma quello che la platea vede è la fine del teatro. Non c’è sipario e non ci sono scene. Le soluzioni sceniche sono minimali ma finiscono per diventare, se gli attori sono abili, massimali, di grande impatto perché tutto ciò che accade su queste tavole spoglie assume una risonanza che non assumerebbe se avesse luogo in una cucina realistica ad esempio. La nudità fa sì che si creino delle risonanze che riescono a farci sentire la forza dell’universalità di quello che i personaggi rappresentano.
Atto primo
Veniamo informati del fatto che gli ultimi arrivati polacchi stiano oltre i binari della ferrovia, fuori dal perimetro vero e proprio della città come pure fuori stanno anche alcuni indiani Canuck (che legittimamente occupavano dei territori prima dell’arrivo dei padri puritani inglesi). La Chiesa cattolica, costruita dai polacchi, è dalla loro parte.
Il direttore di scena si presenta come un narratore e commentatore onniscente facendo un flashforward (sulle automobili) mentre nel teatro questo generalmente non avviene perché il tempo del teatro è l’hic et nunc. Tutte le cose che cita non ci sono in scena ma le crea indicandole con i gesti. Sarà il direttore di scena ad illustrare lo spettacolo e ad avviare, seguire e commentare le vicende. Descriverà il luogo dell’azione scandendo il tempo che trascorre, che va indietro e avanti. Pretenderà i vari personaggi e sarà lui stesso a dare loro la parola o a togliergliela. Appena ritiene che il dialogo tra due personaggi sia sufficiente toglie loro la parola.
“Piccola città è il dramma più semplice e più ambizioso che un americano abbia mai potuto scrivere” (Silvio d’Amico). Semplice perché vuole illustrare i gesti di tutti i giorni, quotidiani nel loro aspetto più consueto (nascita, scuola, lavoro, nozze, amore e morte) e ambizioso poiché l’obiettivo non è la rappresentazione di una normalità e quotidianità ma il tentativo di caricarla di valori assoluti. Ogni atto (3 in totale) è destinato a trattare un tema, un momento dell’esistenza umana. Il primo atto tratta della vita di tutti i giorni, il secondo dell’amore e del matrimonio e il terzo della morte. Tre atti e tre cerimoniali, ritualità. Nel primo atto la ritualità è quella del pasto consumato in comune. Nel secondo atto il cerimoniale è quello delle nozze e nel terzo atto il cerimoniale è quello del funerale.
Il critico Alan Donar ha detto che Wilder sappia trasformare il luogo comune isolandolo. I personaggi del dramma si muovono nel mondo, i ragazzi fanno colazione ma sul tavolo non c’è niente, il padre legge il giornale ma in mano non ha niente, tutte le azioni sono mimate. Il risultato di questa pochezza, isolamento è un realismo che non si disperde negli oggetti ma si concentra e rimanda a un senso ultimo. Noi sappiamo già tutto dell’uomo e della donna che l’autore ci presenta ma l’autore ce li ha privati di supporto e ce li mostra nitidi, precisi nei contorni come una silhouette.
La Main Street regola le vite di provincia. L’elemento che si oppone all’orizzontalità della Main Street si trova a pag. 21 (terza pag. dall’inizio). S’introduce una dimensione diversa dall’orizzontalità della strada, una dimensione verticale che siamo portati a pensare faccia da perno a tutto quello che avviene nel villaggio. La creazione del mondo fittizio si può considerare conclusa. Vi è un grande albero di noce che costituisce il necessario complemento verticale e metafisico all’asse orizzontale rappresentato dalla Main Street. Nella parola sacro c’è un duplice significato, dà l’idea di esaltazione e necessaria rivitalizzazione della nostra vita ma ci dà anche l’idea della fatalità, del terrore e anche l’idea di una possibile rinascita, riinizio. Può essere pensato come l’albero della vita.
Lezione 2: 31/03/2017
A teatro tutto è finto ma niente è falso. La Main Street è la direttrice lungo la quale ruotano le storie di paese, è l’asse primario di riferimento attorno al quale si organizza la geografia urbanistica e il sistema di valori sociali indicati dagli edifici rappresentati, chiesa, edifici, emporio, giardini profumati. “Nella nostra cittadina ci piace sapere tutto di tutti”. La Main Street è il luogo privilegiato del controllo sociale con finestre e vetrine che osservano chi cammina su e giù da solo o in compagnia, anelando, desiderando, ridendo o piangendo. Mario Maffi, un americanista dice “La piccola città con la sua Main Street resta nel profondo della cultura americana e ci resta con questo doppio volto, luogo di conformismo e oppressione e luogo familiare di crescita e affetti”, per cui come luogo da cui fuggire e luogo a cui tornare sempre.
My Hometown (Bruce Springsteen) è un omaggio al piccolo immaginario della città americana, sempre più isolata, allontanata dalle grandi metropoli che hanno preso il sopravvento su tutto, sempre più isolata dal vortice della vita contemporanea. Le piccole città sono malate di solitudine e abbandono e aggravate da frustrazione. Nel corso della canzone l’autore dice che la Main Street inizia ad avere tanti negozi coperti da compensato che devono chiudere i battenti perché i grandi centri commerciali sono arrivati ovunque, anche nelle campagne più sperdute e hanno depauperato le cittadine. Canta la Main Street come punto cardinale di incontro, cosa che ormai non esiste più.
L’impianto scenico minimale rarefatto, ridotto al minimo, unito alla recitazione piuttosto stilizzata degli attori attribuisce alla Main Street, e per estensione alla piccola città, una funzione in qualche modo sacralizzante. La strada presiede alla liturgia del quotidiano e scandisce il ritmo della realtà prosaica di tutti i giorni. Questa realtà viene trasformata, le pratiche ordinarie, comuni di tutti i giorni diventano pratiche simboliche e questo perché nel nitido disegno del dramma la strada, la città insieme all’albero della vita finiscono per apparire come specchio e riflesso di un mondo più ampio che trascende, comprendendoli, i confini del locale. La strada di Our Town tratteggia una piccola biografia dello spirito americano richiamandosi all’universalismo che dai trascendentalisti in poi ha caratterizzato una parte importante della cultura americana. I trascendentalisti sono un gruppo di “filosofi” tra cui Walt Whitman, Henry David Thoreau (autore di “La vita nei boschi”) e Ralph Waldo Emerson che ha scritto un saggio in onore della natura (“Nature”).
Vi sono molti profumi, profuma l’eliotropio, pianta molto umile con fiori poco appariscenti. Ci troviamo nella primavera del 1901 (7 maggio 1901) e la natura è al suo massimo splendore. Troviamo insieme un profumo naturale, musica d’organo e la luna. Questi tre elementi caratterizzano la parte finale del primo atto.
L’organista (Simon Stimson) rappresenta la presenza del dolore e della disgrazia, è trattato con molta delicatezza rispetto agli altri personaggi, non è un emarginato ma è parte del tessuto cittadino. È un alcolizzato che poi finirà suicida. I profumi servono a richiamare in superficie i profondi legami con i cicli della natura, i profondi legami che la modernità sembra aver negato ma che la fragranza gentile di eliotropio che viene dai giardini di questa immaginaria cittadina sembra riportare alla luce. Questo profumo non è solo una delicata allusione al mito della rinascita, nel chiarore cristallino della luna, quel profumo che tutti sentono è lo sfondo invisibile che avvolge l’intera piccola comunità e che la tiene insieme così come la tiene insieme la musica dell’inno “Sia benedetto il legame che unisce”. La celebrazione collettiva della gloriosa bellezza della sera è anche il contesto per la crescita individuale (momento in cui i due giovani si incontrano parlando dalle loro finestre anche se in scena ci sono solo due scalette). La ragazza parla della luna descrivendola come “terrible” e “wonderful”. La luna sembra a noi ingrandirsi e diminuirsi come sembra a noi ingrandirsi o diminuirsi il grembo materno. La luna simboleggia la femminilità. Emily Webb, stregata dalla luna e presa dalla magia della musica e del profumo, sente che la sua maturità di donna è pronta per sbocciare e ne prova piacere e insieme paura. È bello che questo momento magico avvenga proprio nell’incontro con l’altro, con George, con qualcuno che è dell’altro sesso. Emily sente sbocciare la sua femminilità e ne percepisce sia l’incanto che il turbamento.
Si sente poi la voce del padre di Emily che le chiede come mai non sia ancora a letto. Il profumo, in consonanza con la melodia del canto e il luccichio della luna, sublima un primo momento della giovinezza della ragazza. Il profumo e gli odori sono importanti in tutti i riti di passaggio, soprattutto nei riti di passaggio degli antichi.
Rosalia Cavalieri (antropologa)
I profumi e gli odori hanno una parte importante nei momenti di passaggio, soprattutto nel passaggio tra adolescenza e maturità. La luna, la musica e il profumo nel nostro caso fanno un effetto anche sulla sorella minore di George che viene presa dalla magia e viene indotta in pensieri più profondi. La luna e gli odori un effetto lo fanno anche sugli adulti, una coppia di genitori che passeggiano inebriati dal profumo e dal chiaro di luna. Con estrema essenzialità nei gesti e un linguaggio disarmante, che ha la forza della spontaneità, con parole semplici usate con tenerezza e pudore, con questi pochi ingredienti il dramma riesce a parlarci degli eterni motivi che vi sono nella vita degli uomini. Sono il narratore di scena e il direttore di scena che accompagnano gli spettatori da uno stadio all’altro della vita.
Il direttore di scena-narratore dice che nei due giardini delle famiglie ci sono più o meno le stesse cose ad eccezione del fatto che in uno ci sono dei girasoli che indicano come le cose che si ripetono sempre uguali abbiano in realtà infinitesimali differenze, si ripetono sempre uguali ma con moltissime differenze. Queste somiglianze sono quelle che legano noi ai nostri cari, amati, vicini, che ci legano anche ai nostri morti in una catena che esce dalla vita vissuta e raggiunge le vite di chi non c’è più. Nel profumo, nella musica e nella luna, Wilder riesce a trovare un’espressione simbolica molto felice. Forse è proprio il profumo che agisce in modo più forte come se fosse l’impalpabile correlativo oggettivo che correla e lega le cose della terra con quelle del cielo.
Jürgens Habermas > critico che sostiene che nella parte finale dell’atto Wilder riesca a creare un sentimento al quale il pubblico degli spettatori si abbandoni e sempre incapace di resistere. La stessa irresistibilità caratterizza l’intero dramma che riesce ad effondere una forza ineffabile difficile da descrivere ma che viene dalla luna. Una critica suggerisce di dare un’occhiata ad un saggio di Wilder “Alcuni pensieri sullo scrivere drammaturgie” in cui l’autore dice che il teatro sia un’arte rivolta ad una mente di gruppo, una mente che fa gruppo (riferimento al pubblico di spettatori). Questo impone al drammaturgo la necessità di trattare argomenti comprensibili ai grandi numeri e per poter prendere un pubblico vasto e composito bisogna che gli argomenti siano alla portata di tutti. La pittura, la scultura e la letteratura del libro sono certamente esperienze solitarie. Ma un dramma presuppone una folla. Le ragioni del bisogno di una folla vanno al di là della necessità economica di un sostegno finanziario per il dramma e il fatto che il temperamento degli attori sia dipendente dall’attenzione generale. Il motivo per cui a teatro la folla di spettatori è necessaria è che
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