Storia delle dottrine politiche
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23/02
ricostruzione sul come, dove e perché nascono e si applicano le idee politiche (problemi e dibattiti
nel corso della storia).
Politica: dal greco poleis (città-stato) → politicon (aggettivo) = tutto quello che ha a che vedere con
la polis (introdotto da Aristotele) → riguardano concetti come Stato, governo ecc.
1576 Bodin il primo a dare una distinzione tra Stato e governo.
- Stato naturale (concezione greca, romana): stato dell'uomo come animale politico
- Stato artificiale (diversi autori Sant'Agostino, Machiavelli ecc.): qualcosa in più che impone
un'ordine politico (sovranità) che può essere legittimato dal popolo (es: la democrazia della
Grecia → diretta) → nel mondo romano invece si parla di repubblica quindi rappresentativa
La sovranità può avere come fonte anche Dio con il Cristianesimo.
Nel mondo romano, alla base della concezione politica, sta il diritto universale contrapposto al
diritto personale (cioè di un popolo, gruppo es: i barbari).
Col cristianesimo si parla di dimensione religiosa della politica (Dio come esterno alla storia e
quindi eterno) → giustizia perfetta.
Nella Roma repubblicana la sovranità sta nel popolo che può delegarla a chi vuole (era Augusto) →
con Caligola e Vespasiano si introduce la finzione giuridica (tutto ciò che è emanato dall'imperatore
viene considerato come emanato dal popolo).
III sec. d.C. Ulpiano → tutto ciò che il principe decide è legge → diventa fonte del diritto.
3 forme di governo (Aristotele): Monarchia (Uno), Oligarchia (Pochi), Democrazia (Molti)
Per Platone nell'oligarchia dovevano esserci i filosofi → platonismo = uso strumentale del pensiero
di Platone con matrice spirituale/religiosa → quindi non più filosofi ma i migliori, i più ricchi, i più
forti.
Elitismo: il potere in mano ai migliori (elitè) in grado di gestirlo.
Polibio II sec. a.C. Governo misto = aspetto migliore dei 3 → realtà incanalata nella Venezia del
15° sec.
S. Paolo ''Lettera ai Romani'' (rottura con il Cristianesimo) → Dio come fonte di potere, sovranità,
politica, autorità → chi si oppone all'autorità si oppone a Dio.
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Agostino D’Ipponia - “De Civitate Dei”
(Tagaste, 354 - Ippona,430)
Biografia e contesto storico:
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Agostino d'Ippona (Tagaste, Numidia 354 - Ippona 430), è conosciuto semplicemente come
Sant’Agostino. Fu filosofo e santo, uno dei più eminenti dottori della Chiesa. Figlio di padre pagano
e di madre cristiana, di famiglia umile, Agostino studiò retorica con eccellenti risultati, disciplina
che insegnò inizialmente a Cartagine, dove visse insieme a una donna da cui ebbe un figlio,
Adeodato ("dono di Dio”).
S. Agostino in ''De civitate Dei'': negò la predestinazione. Chi non faceva parte della città dei santi
veniva tenuto a freno con la forza (potere non naturale, esteriore). In questo senso con Agostino
abbiamo una concezione artificiale dello Stato. Egli criticò Cicerone, la giustizia che è nelle mani di
Dio e si applica a chi è nella città di Dio.
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Il pensiero politico di Agostino:
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Il De civitate Dei: genesi e contenuto dell’opera
Nell’anno 410 la città di Roma cade nelle mani di Alarico e dei Visigoti, che la saccheggiano per tre
giorni. Gli abitanti ne attribuiscono la colpa ai Cristiani, affermando che l’adozione del
cristianesimo a religione ufficiale dello stato ne ha offeso le antiche divinità (la dea Fortuna, la dea
Vittoria), le quali hanno così cessato di proteggerlo dai nemici.
Per replicare a quest’accusa, sant’Agostino pone mano (nel 413) alla stesura di un’opera intitolata
De civitate Dei (in italiano: La città di Dio). Il De civitate Dei sarà completato tredici anni dopo, nel
426; è un’opera ponderosa, composta di ventidue libri. Di questi, i primi dieci sono dedicati a
mostrare l’inutilità e la falsità della pretesa di ottenere la fortuna e la felicità tramite il ritorno al
culto delle antiche divinità pagane. Nei libri successivi, l’autore svolge la dottrina delle ‘due città’:
quella celeste e quella terrena, quella degli uomini e quella di Dio. (Va qui detto che ‘città’ non deve
essere intesa in senso materiale, bensì in senso mistico: significa ‘società’). La città terrena ha avuto
origine dall’ "amore di sé fino al disprezzo di Dio"; la città celeste ha avuto origine dall’ "amore di
Dio fino al disprezzo di sé" (De civitate Dei, XIV, 28). La città terrena cerca e vuole la propria
gloria, la città celeste cerca e vuole la gloria di Dio. Le due città sono dunque diametralmente
opposte, sia per quanto ne riguarda l’origine sia per quanto ne riguarda il fine.
Questa concezione dualistica è tipica non solo del pensiero cristiano, ma anche della dottrina
religiosa chiamata ‘manicheismo’ ̶ dal nome del suo fondatore, il principe persiano Mani, vissuto
nel terzo secolo ̶ alla quale sant’Agostino aveva aderito prima della sua conversione al cristianesimo
(avvenuta negli anni 386-387 e da lui raccontata nelle Confessioni); fondamentale, nel
‘manicheismo’, è la contrapposizione tra bene e male, tra luce e materia.
! Origine e fine dello stato
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La città terrena e la città celeste saranno separate nel giorno del giudizio universale; fino ad allora le
due città "sono aggrovigliate e mescolate" (De civitate Dei, I, 35).
Pertanto i Cristiani, che appartengono alla città di Cristo, durante la loro esistenza terrena
appartengono anche alla città terrena: ubbidiscono alle leggi (purché si tratti di leggi ‘giuste’),
pagano le tasse, assolvono gli obblighi militari. Questi doveri costituiscono per loro non solo un
obbligo politico, ma anche un obbligo religioso, che li vincola in coscienza, perché l’autorità
politica è stata voluta da Dio stesso.
Dio aveva creato gli uomini uguali; voleva che l’uomo dominasse sugli animali, non sui propri
simili. Ma il peccato originale ha corrotto una volta per sempre la natura umana e ha sconvolto
l’ordine naturale. Il peccato esige una punizione. E la natura corrotta ha bisogno di un rimedio, che
con la disciplina e le sanzioni la trattenga dall’agire male.
Il potere politico è, per sant’Agostino, proprio questo: punizione e rimedio al peccato.
In conseguenza del peccato, Dio ha stabilito che certi uomini abbiano potere e dominio sugli altri.
Per questo, l’obbedienza ai governanti è dovere di ogni cristiano. Il fatto che a volte i governanti
siano ingiusti e crudeli non esime dal dovere di obbedienza, perché anch’essi derivano il loro potere
dalla provvidenza divina, che nel suo insondabile volere assegna regni e imperi ai buoni come agli
empi: ad Augusto come a Nerone, a Costantino come a Giuliano l’Apostata.
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Con sant’Agostino ha inizio una concezione riduttiva e pessimistica dello stato, considerato niente
di più e niente di meno che un male necessario a mantenere l’ordine tra gli uomini.
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Nei suoi scritti non si trova alcuna classificazione delle forme di stato in buone e cattive, né
l’indicazione di quale sia la forma di stato migliore; nei confronti di questo tema (che aveva
appassionato gli autori della classicità greco-romana) sant’Agostino non prova alcun interesse,
perché egli ritiene che lo stato sia comunque qualcosa di provvisorio, destinato a scomparire
all’avvento del Regno di Dio: "Nei confini di questa vita mortale, trascorsa e compiuta in pochi
giorni, cosa importa sotto quale autorità viva l’uomo, ben presto morto, se chi la detiene non lo
costringe ad azioni empie e ingiuste?" (De civitate Dei, V, 17).
! Lo stato e la giustizia
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La concezione negativa dello stato e l’indifferenza nei confronti della sua forma ottima, non esclude
che sant’Agostino si ponga il problema del rapporto tra stato e giustizia.
Egli afferma che, anche nessuno stato può realizzare la giustizia vera e completa perché questa "non
si trova se non nella Repubblica fondata e governata da Cristo" (De civitate Dei, II, 21), le leggi
dello stato – il che equivale a dire: le leggi positive – devono corrispondere alle leggi divine. In
un’opera di commento ai salmi biblici, stabilisce l’identità del ‘diritto’ con il ‘giusto’: "Il diritto è
ciò che è giusto. Infatti, non tutto ciò che è detto ‘diritto’ lo è davvero. Che dire, se qualcuno
istituisce un diritto iniquo? Non può essere chiamato ‘diritto’, se è ingiusto. Dunque, vero diritto è
quello che è anche giusto" (Enarrationes in Psalmos, 125, 15). Un’affermazione molto simile si
trova nel De civitate Dei: "le istituzioni umane ingiuste non si possono definire o ritenere istituzioni
di diritto" (De civitate Dei, XIX, 21). Nella stessa opera, in un brano molto noto, scrive che lo stato,
se si elimina la giustizia, non è diverso da una banda di briganti, se non per il fatto di essere più
grande.
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Dal rispetto che lo stato mostra nei confronti delle leggi divine, dipende il dovere dei cittadini di
obbedire alle sue leggi. L’obbedienza all’autorità politica è preciso dovere del cristiano.
Ma l’obbedienza ha fine allorché chi esercita l’autorità politica ordina una cosa contraria alla legge
di Dio. Tra le autorità esistono infatti dei rapporti gerarchici, e così come, per quanto riguarda le
autorità terrene, non si obbedisce al comando di un’autorità inferiore se questo contrasta con il
comando impartito da un’autorità superiore (ad esempio, non si obbedisce a quanto ordinato da un
proconsole, se ciò contrasta con quanto ordinato dall’imperatore), allo stesso modo l’obbedienza
alla suprema autorità terrena non può essere spinta fino alla violazione di un comando che provenga
dall’autorità, preminente su tutte quelle terrene, di Dio.
! La guerra
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Tra gli obblighi comportati dall’appartenenza allo stato, vi sono anche quelli di carattere militare: in
diversi scritti, Sant’Agostino affronta la questione della liceità o meno, per il cristiano, di
imbracciare le armi per uccidere un proprio simile.
A sant’Agostino si deve anche il primo abbozzo di elaborazione di una dottrina cristiana sulla
guerra ‘giusta’. Perché la guerra possa essere considerata ‘giusta’ occorrono – per sant’Agostino –
tre requisiti: che sia dichiarata dall’autorità legittima, che abbia una giusta motivazione, che sia
condotta con retta intenzione. Il primo requisito viene esposto in un passo del Contra Faustum:
"l’ordine naturale, che mira alla pace tra gli uomini, richiede che l’autorità e la decisione di
intraprendere la guerra spetti a coloro che governano" (Contra Faustum Manicheum).
La giusta motivazione – secondo requisito – viene illustrata in un passo delle Quaestiones in
Heptateucum: " Si suole definire giuste quelle guerre in cui si vendicano le ingiurie, cioè quando è
ingiustizie fatte dai
necessario castigare un popolo o uno stato che si è rifiutato di riparare alle
suoi sudditi, oppure di restituire il mal tolto" (Quaestiones in Heptateucum, VI, 10).
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Il terzo requisito, esposto sia nella già citata lettera al comandante Bonifacio che nel De civitate
Dei, consiste nella intenzione di condurre la guerra non per sete di conquiste o per dimostrare il
proprio valore militare, ma per imporre le leggi della pace.
Anche Aristotele, nel libro VII della Politica, aveva affermato che la guerra dev’essere fatta in
vista della pace. I tre requisiti che secondo sant’Agostino rendono ‘giusta’ una guerra, saranno 4
accolti nella trattazione svolta in materia da san Tommaso d’Aquino, nella seconda parte della
Summa Theologiae.
! Lo stato e la lotta contro le eresie
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L’attenzione di sant’Agostino alla tutela dell’ortodossia della dottrina cristiana, si spiega con il
ricordare come, nel periodo in cui egli vive, la Chiesa si trovi a dover fronteggiare la diffusione
di dottrine contrarie. Si è già accennato al ‘manicheismo’, nel quale il principio della continua
lotta tra ‘bene’ e ‘male’ è interpretato in base a elementi propri non del solo Cristianesimo, ma
anche di dottrine orientali. Altra dottrina diffusa è quella denominata ‘arianesimo’ (così
chiamata dal nome del suo fondatore, il prete alessandrino Ario): essa nega l’uguaglianza di
natura tra Gesù e Dio Padre, affermando che Gesù ha natura solo umana e non divina.
Vi è poi la dottrina del ‘donatismo’ (che prende il nome dal suo fondatore, il vescovo africano
Donato) che sostiene che la Chiesa è formata solo dai santi, e perciò nega la validità dei
sacramenti impartiti da chi ha commesso un peccato grave.
Nei suoi scritti, sant’Agostino prende posizione contro queste dottrine, dichiarate dalla Chiesa
di Roma ‘eretiche’ (l’’eresia’ è la negazione di una verità rivelata da Dio e proposta dalla
Chiesa; il termine deriva dalla parola greca airesis , che significa ‘scelta’ ma anche ‘setta’).
L’autore afferma che solo chi segue la dottrina ‘ortodossa’ (cioè: retta, secondo i dogmi ufficiali
della Chiesa; è la dottrina proclamata nei Concili) può giungere alla salvezza eterna, e che per il
loro bene tutti gli uomini devono seguire questa dottrina e metterne in pratica i principi.
E quindi, agli eretici non può essere riconosciuto il diritto di professare e praticare il loro credo,
ma si deve imporre il ritorno alla ‘casa di Dio’, al ‘banchetto istituito da Dio’, anche contro la
loro volontà. La fonte biblica è additata da sant’Agostino in un episodio narrato nel Vangelo di
Luca ( Lc, XIV, 15-24): la parabola degli invitati che non accettano il banchetto, onde il padrone
dice al suo servitore: "Esci per le strade e lungo le siepi, spingili a entrare, perché la mia casa
si riempia". L’uso della coercizione ("spingili a entrare") è motivato dall’intento di evitare agli
esclusi il destino della perdizione, della morte spirituale. Il ricorso alla costrizione, all’uso della
forza e delle sanzioni nei confronti degli inadempienti, necessita dell’appoggio del potere dello
stato. Lo stato deve rendersi strumento di aiuto alla Chiesa nella lotta contro le eresie.
Queste asserzioni vengono fatte da sant’Agostino in una lettera indirizzata al vescovo Donato, e
nell’opera intitolata Contra Gaudentium (Gaudenzio era un vescovodonatista).
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Agostinismo politico:
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Termine coniato negli anni Trenta del Novecento dallo studioso francese Henri Xavier Arquillière.
Con esso si intende la concezione per cui lo Stato è al servizio della Chiesa e le autorità politiche
sono soggette all'obbedienza alle autorità della Chiesa. Si chiama "agostinismo" perché il suo punto
di riferimento è la dottrina del "compelle intrare”(spingerli ad entrare) elaborata da
sant'Agostino. Ma in realtà è una forzatura del pensiero autentico di sant'Agostino, perché giunge a
conseguenze politiche che non corrispondono al pensiero del santo circa i rapporti fra le "due città”.
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Contesto storico successivo ad Agostino:
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Dopo l'anno 1000 scontro fra Enrico IV e il Papa (assenza del diritto universale romano e struttura
piramidale). Il re è subordinato quindi deve chiedere scusa al Papa dopo la scomunica.
Nacque l'impero che ripropone il diritto romano → la risposta della Chiesa fu il diritto canonico.
L'imperatore vuole essere sovrano di tutta la cristianità, invece il re è sovrano solo di un certo
territorio. Perciò si arrivò allo scontro fra Papa e sovrani (episodio del re di Francia che fa arrestare
un vescovo a cui succede la scomunica del papa. Il re convoca gli stati generale: bellatores, oratore,
laboratores).
Il re dichiarò che il suo potere derivava direttamente da Dio (fine dell'agostinismo politico) → in
seguito alla scomunica il messaggero del re schiaffeggia il papa (che morirà poco dopo) →
prossimo papa sarà francese con sede papale ad Avignone.
Guerra esterna ed interna alla Chiesa fino al 15° sec.
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24/02 S. Tommaso d’Aquino (Roccasecca,1225 - Fossanova,1274)
e fine dell'Agostinismo politico
Biografia e contesto storico:
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Tommaso, (Aquino 1225-Fossanova 1274) fu il massimo rappresentante della scolastica
medievale che compì i suoi studi dapprima a Montecassino, quindi a Napoli, dove Federico II aveva
fondato l'Università. All'età di 18 anni entrò nell'ordine domenicano e, dopo un soggiorno nel suo
castello di Roccasecca, dove si dedicò allo studio delle Sentenze e dei testi aristotelici.
Lasciò l'Italia nel 1246. Nel 1252, dopo anni di insegnamento a Colonia, giunse a Parigi per iniziare
l'insegnamento di teologia all’Università. Nel 1272 fu richiamato in Italia per organizzare gli studi
generali di Napoli e di Orvieto e far rifiorire l'Università napoletana. Invitato da Gregorio X al
Concilio di Lione, si mise in viaggio, ma a le condizioni della sua salute si aggravarono e morì.
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Insegnò all'universit&
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