Che materia stai cercando?

Storia del pensiero politico-dottrine politiche Appunti scolastici Premium

Appunti e riassunto delle lezioni del corso "storia del pensiero politico".
Riassunto dettagliato con esposizione dei principali temi, argomenti e autori del pensiero politico italiano e straniero da Agostino a Sen, Università degli Studi di Torino - Unito. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Storia del pensiero politico docente Prof. A. Baldini

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Qualora non offrisse questa immagine di sé, deve avere due paure: i sudditi e le potenze

straniere. Dalle congiure l'unico aiuto può venire dal popolo, in quanto non sempre i congiurati

rispecchiano il volere di tutti, invece per sconfiggere un nemico devi possedere un buon esercito.

Come al solito il Machiavelli fa molti esempi storici tra i quali uno riguardante una congiura

fallita: Messer Annibale Bentivoglio, principe di Bologna fu ucciso dai Canneschi. Subito dopo

l'omicidio, il popolo di Bologna uccise tutta la famiglia dei Canneschi e mise a capo di Bologna

un lontano parente del Bentivoglio, figlio di fabbro. In conclusione un principe deve stare attento

a non inasprire i nobili e a soddisfare il popolo in modo da non temere le congiure.

!

- Capitolo 21: Come un principe può farsi stimare

Il capitolo ventunesimo parla ancora di come un principe possa dare una buona immagine di sé,

un'immagine di uomo grande e di ingegno eccellente. In politica interna deve essere deciso, deve

premiare o castigare in maniera esemplare. In politica estera deve farsi ammirare e deve stupire i

sudditi con grandi imprese come Ferdinando d'Aragona, ma soprattutto deve sempre schierarsi a

favore di qualcuno e mai restar neutrale in modo che il tuo alleato si senta legato da un patto di

amicizia e di riconoscenza e non ti abbandoni mai. Per dare una buona immagine, il principe

deve anche istituire delle feste e partecipare ai raduni di quartiere sempre però con grande

maestà e dignità. Molto importante è anche la scelta dei ministri.

Si nota da questa selezione l'intelligenza di un signore; circondandosi di uomini stolti, il giudizio

su di lui non potrà essere mai buono. Questi ministri devono essere così devoti al loro signore da

pensare prima a lui che a loro stessi e se un principe ha la fortuna di trovarne uno così se lo deve

mantenere con doni e elogi.

!

- Capitolo 22: I ministri del principe

Riguardo a come il principe debba scegliere i collaboratori e come lavorarci.

!

- Capitolo 24: Perché i principi d'Italia persero il regno

Nel ventiquattresimo capitolo vi è come un rimprovero verso i principi italiani che persero il loro

Stato, come Federico d'Aragona, il re di Napoli e Ludovico il Moro, duca di Milano. Le

motivazioni sono varie, ma comuni: non possedevano un esercito proprio, erano detestati dal

popolo o dai nobili. Colpa loro quindi, non della fortuna.

!

- Capitolo 25: Il potere della fortuna nelle cose umane e il modo di resistere a esso

La fortuna è arbitra di metà delle azioni umane mentre l'altra metà resta nelle mani degli

uomini;la fortuna è paragonata ad un fiume rovinoso che allaga le pianure e distrugge gli alberi e

le case: gli uomini previdenti devono disporre per tempo gli argini.Tuttavia si possono vedere

principi salire al potere o rovinare senza che essi abbiano modificato il proprio comportamento,

Machiavelli ricorre alla mutevolezza continua delle circostanze storiche e della fortuna, non

ruina colui che riesce a mettersi in sintonia con la qualità dei tempi.

!

- Capitolo 26: Esortazione a prendere l'Italia e a liberarla dalle mani dei barbari

L'ultimo capitolo è un'esortazione rivolta al principe di Casa dei Medici affinché riunisca l'Italia

sanando le ferite, ponendo fine ai saccheggi e alle imposizioni fiscali che continuano a lacerarla.

Contando che gli eserciti svizzeri e spagnoli non sono così terribili come si dice, egli potrebbe

creare un terzo esercito che li vinca. Il Machiavelli conclude rassicurando che un nuovo regnante

sarebbe accolto da tutti a braccia aperte. Gli ultimi versi sono tratti da "Italia mia" del Petrarca.

Appare come un ulteriore incitamento rivolto al nuovo principe proprio dal Petrarca anche se

scritto circa duecento anni prima: La virtù affronterà la furia degli stranieri; il combattimento

sarà corto perché l'antico valore che fu del popolo romano nei cuori italici non è ancora morto.

17

10/03

Ne ''Il principe'', non c'è distinzione tra dominio del principe e dominio dello Stato e il buon

principe deve avere buone fondamenta.

- Principali fondamenti dello Stato: le buone leggi (leggi fondanti o costituzionali) e le buone

armi. Solo le buone armi garantiscono delle buone leggi che impediscono la tirannide e le

buone leggi evitano i colpi di Stato (non ci può essere una senza l’altra).

Le armi possono essere: proprie, mercenarie o ausiliarie oppure miste → quelle ausiliarie e

mercenarie sono pericolose (accanto a te in tempo di pace ma spariscono di fronte alla guerra) →

pessimismo antropologico

era quasi d'accordo con Savonarola (occupazione di Firenze a causa dei peccati) → ma secondo

!

Machiavelli i peccati erano di natura politica cioè errori dei principi.

- La ''reputazione del principe’’: apparire più che essere (qualità fondamentale del principe).

Egli volle dare una definizione realista e non immaginaria del principe (cosi com'è non come

si vorrebbe che fosse) → le virtù del principe: la liberalità e la parsimonia

!

- La liberalità: un principe che dà al popolo, agli aristocratici ecc. in modo virtuoso per avere

buoni risultati → se non lo fa si procurerà l'odio del popolo che è da evitare.

Meglio essere temuti per un principe che essere amati → la crudeltà di Cesare Borgia aveva

mantenuto in ordine la Romagna.

E’ inevitabile per i nuovi principi essere considerati crudeli, ma l'importante è non essere

odiati dal popolo.

Per Machiavelli l'uomo non è un'animale politico (Aristotele), ma un animale conflittuale, inoltre

non deve mantenere la ''fede'', cioè la parola data o il giuramento in modo da prevalere su quelli che

agiscono con lealtà. C’è la necessità di essere uomo e bestia allo stesso tempo affinché uno

compensi l’altro. (essere volpi e leoni → astuzia e forza insieme non separatamente).

Ma non è necessario avere tutte queste virtù per davvero, ma è necessario apparire con esse, non

allontanarsi dal bene, ma entrare nel male per conservare lo Stato (fine che giustifica i mezzi).

La miglior ''fortezza'' è il rapporto del principe con i sudditi.

Il Principe è dedicato ai principi italiani che hanno perso il regno e si appella a questi per

riconquistarlo.

!

Dopo Leone X ci fu un brevissimo periodo del papa Adriano di Utrecht poi un altro Medici come

papa Clemente V → ma con il sacco di Roma i Medici vengono cacciati di nuovo e viene restaurata

la repubblica → Machiavelli avrebbe voluto un ruolo politico ma morirà di li a poco e sarà sepolto a

Firenze.

!

! Guicciardini (Firenze,1483 - Arcetri,1540)

Il pensiero e il confronto con Machiavelli:

L'opera più importante di Guicciardini, sul piano storiografico, è la Storia d'Italia, in 20 volumi,

composta tra il '36 e il '39. E' il capolavoro di tutta la storiografia del '500. Tratta gli avvenimenti

che vanno dalla discesa di Carlo VIII alla morte di Clemente VII. E' l'unica ch'egli compose

espressamente per la pubblicazione. Guicciardini è il primo che raccoglie in un quadro le vicende di

tutta Italia, ed è anche il primo che pone a fondamento della narrazione documenti autentici e

originali: di qui la sua pretesa imparzialità. La differenza principale fra la sua storiografia e quella

del Machiavelli la si riscontra anche nel giudizio che dà della Repubblica fiorentina.

18

Mentre il Machiavelli aveva ricercato nelle passate vicende della città le prove della fragilità del

piccolo stato corporativo rispetto alle nazioni europee emergenti; il Guicciardini invece addebitava

il declino della città alle passioni e agli errori di singoli e famosi personaggi, vissuti negli ultimi 40

anni, oppure alle pretese delle classi più popolari o addirittura all'influsso negativo della fortuna.

!

- L’accusa che Guicciardini muove al Machiavelli è quella di essere un "utopista" invece che un

"realista".

Nonostante la comune visione laica, fondata sulla "realtà effettuale", mentre Machiavelli tende a

a stabilire regole universali, Guicciardini crede solo all'esperienza e alla necessità di giudicare

caso per caso, in quanto ogni evento o fenomeno storico è unico e irripetibile e non può quindi

essere analizzato a partire da categorie universali.

!

- Machiavelli, inoltre, crede nella storia come costruzione razionale e umana e trova nella virtù il

fondamento e la legittimazione della libertà dell'uomo a costruire e a modificare la storia

secondo i suoi fini e i suoi progetti. La meditazione del Guicciardini parte, invece, dal

riconoscimento dell'incapacità, da parte del singolo, di riuscire a modificare il corso degli eventi

e di ridurli in schemi razionali. Alla virtù del Machiavelli egli sostituisce pertanto la

"discrezione", che è la capacità di analizzare e comprendere i fatti singoli nelle loro infinite

sfumature. Si può in certo modo affermare che, nel suo pensiero, la Fortuna vinca la virtù.

!

- Anche il Guicciardini, come il Machiavelli, crede che l'uomo sia un fenomeno della natura

soggetto a leggi fisse ed immutabili, ma, a differenza del grande amico, ritiene che l'uomo sia

naturalmente portato più al bene che al male e se fa nella realtà più spesso il male che il bene, ciò

è dovuto al fatto che le tentazioni sono tante, ma ancora di più al fatto che proprio facendo il

male l'uomo riesce più facilmente a realizzare il proprio tornaconto. Questo tornaconto

personale, che il Guicciardini chiama "particulare", è in effetti la molla che fa scattare tutte le

azioni umane: esso il più delle volte corrisponde al benessere materiale, al potere, all'interesse

dello Stato, alla gloria, alla fama.

Per realizzare il "particulare", sia in senso politico che in senso domestico, non è possibile rifarsi

alla storia e trarre insegnamenti da fatti già accaduti per risolvere i fatti del presente, perché nella

storia i fatti non si ripetono mai: anche quando una circostanza presente sembra riflettere un

episodio della storia passata, in effetti la situazione attuale è ben diversa, diversi essendo gli

uomini che si trovano ad affrontarla.

!

- Egli condivide col Machiavelli la necessità di badare solo alla "verità effettuale", ma della

situazione italiana contemporanea dà una valutazione diversa: per luì non è possibile fare

dell'Italia di quel tempo uno stato unitario, e propende invece per una confederazione di piccoli

stati, possibilmente retti a repubblica ma governati comunque da "savi".

!

- Egli è contrario al potere temporale dei papi (anche se li servì per proprio tornaconto) e

condivide col Machiavelli il desiderio di vedere l'Italia liberata dagli stranieri. Non è un caso che

il Guicciardini - a differenza del Machiavelli - fece una notevole carriera politica.

!

- Guicciardini si oppone a Machiavelli: non accetta il richiamo costante agli antichi (perché

secondo lui il passato non può aiutarci a vivere il presente, non essendoci una concatenazione

logica dei fatti storici), né apprezza lo sforzo di trarre dalla storia delle leggi universali. I fatti

non possono essere ricondotti entro una visione unitaria, né si può risalire dal particolare al

generale: il futuro resta imprevedibile. 19

Di qui il forte pessimismo intellettuale del Guicciardini, che si manifesta anche nella concezione

dell'uomo: a suo giudizio, infatti, la natura umana è fondamentalmente incline al male, almeno

nel momento stesso in cui accetta di vivere in società. E questa inclinazione è immutabile.

! !

L’Umanesimo Cristiano:

Erasmo da Rotterdam (Rotterdam, 1466 - Basilea, 1536)

Biografia e contesto storico:

Erasmo nasce a Rotterdam, in Olanda, nel 1466. Orfano di padre e di madre, entrò nel convento

agostiniano di Steyn, dove acquistò una precoce erudizione classica e approfondì la conoscenza del

grande umanista Lorenzo Valla. Soggiornò in Francia, a Orléans e a Parigi, dove conseguì il

baccellierato di teologia. Poi si spostò in Inghilterra, dove conobbe Tommaso Moro.

Successivamente iniziò un viaggio in Italia che lo portò a Torino, dove conseguì la laurea in

teologia, poi a Venezia, a Padova, a Siena e a Verona. Tornato in Inghilterra, vi scrisse la sua opera

più famosa, l'Elogio della follia.

Stabilitosi a Basilea, Erasmo si dedicò all'edizione critica del Nuovo Testamento, ma rivolta

luterana lo colse nella quiete operosa della città svizzera.

Lutero lo invitò a prendere pubblicamente posizione in favore della Riforma, di cui Erasmo aveva

anticipato numerose idee, ma si vide opporre un rifiuto.

Il dissidio tra i due si approfondì con la controversia sul libero arbitrio: Lutero negava la libertà

dell'uomo di scegliere tra il bene e il male, mentre Erasmo la affermò con forza, attirandosi i feroci

attacchi del predicatore tedesco.

Erasmo rifiutò anche di schierarsi dalla parte della reazione cattolica, e rifiutò la carica di cardinale

offertagli da Paolo III. Solo e amareggiato, dopo varie peregrinazioni approdò nuovamente a

Basilea, dove morì nel 1536.

!

!

11/03

Le anticipazioni della Riforma:

Fu Erasmo, come riconobbe lo stesso Lutero, a definire i presupposti teorici della Riforma

sostenendo la necessità di un rinnovamento radicale della coscienza cristiana attraverso il ritorno

alle fonti del cristianesimo. Tutti, afferma Erasmo, devono poter leggere e intendere a modo loro la

Bibbia Nel 1504, Erasmo scoprì un manoscritto di Lorenzo Valla che lo indusse a confrontare

l'originale greco della Bibbia con la Vulgata, cioè la traduzione in latino fatta da Girolamo (4°-5°

secolo) e adottata dalla Chiesa come versione ufficiale delle Scritture. Cominciò così quella ricerca

che sfocerà nell'edizione critica del Nuovo Testamento, pubblicata a Basilea nel 1516.

Erasmo mette in luce le distorsioni introdotte dalla traduzione nella versione originale, sulle quali

però si basavano molte pratiche della Chiesa cattolica: per fare un esempio, Girolamo definisce

"sacramento" il matrimonio, mentre il testo greco parla di "mistero".

Ma è soprattutto nell'opera più celebre di Erasmo, l’”Elogio della follia”, che si ritrovano tutti i

temi della polemica protestante contro la Chiesa. In una immaginaria autodifesa la Follia, figlia di

Pluto, dio della ricchezza, allevata da Ebbrezza, figlia di Bacco, e dall'Ignoranza, figlia di Pan,

mette a nudo le menzogne con cui gli uomini nascondono le bruttezze e i dolori del mondo.

! 20

Qui Erasmo esprime una condanna della corruzione del clero e del papato, e di una religiosità

ridotta a vuoti formalismi rituali, altrettanto decisa quanto quella che pronuncerà Lutero: folle è chi

crede che certi segni esteriori di devozione siano sufficienti a conquistare il Paradiso, o che basti

gettare una monetina in un piatto per purificarsi di tutti i peccati.

!

Mentre stava per entrare in Italia come accompagnatore e guida dei due giovani figli del medico di

corte inglese Giovanni Battista Boerio (agosto 1506).

Nel 1509 Erasmo tornò in Inghilterra, (dove ad Enrico VII era stato succeduto Enrico VIII) perché

lo avvertono che il sovrano di corte era particolarmente esigente ed era prevista una remunerazione

adeguata per i letterati.

!

Scrive un poema: ‘’Carme Alpestre’’: Erasmo si dipinge e si dice vecchio di 40anni (l’età media

per gli uomini era di 28 anni) e scrive di aver fallito in ogni cosa.

Erasmo vive con una modalità autentica la sua religiosità, senza negare la sua critica alla religiosità

romana. Lo scopo di Erasmo era quello di ritornare all’idea pura di religione.

Erasmo critica il culto dei santi, denunciandone le fonti di guadagno.

Erasmo in seconda battuta attacca le indulgenze, le reliquie.

Se da una parte c’è la religione-esteriorità di coloro che si comportano in maniera tutt’altro che

vicina ai principi religiosi, dall’altro ci sono i monaci come espressione massima dell’ignoranza,

lontani anni luce dalla vera religiosità, sono secondo Erasmo sempre in giro quando invece

dovrebbero vivere come eremiti.

! Prima di compiere il suo viaggio in Italia Erasmo aveva scritto una serie di raccolte:

• 1. “l’istituzione di un principe cristiano’’: un trattato scritto nel 1516.

2. Erasmo occuperà dal 1515 un posto come consigliere del principe d'Olanda, cioè Carlo

d'Asburgo, che da li a poco diventerà Carlo I re di Spagna e per questo diventerà pericolo per

quei mercanti che avevano permesso ad Erasmo di avere questo posto nel consiglio privato

del principe. Allora per questo Erasmo scrive un'altra opera:

3. ’La querela della pace’’: Il lamento della pace, la pace calpestata da ogni male che si lamenta

di molte guerre.

4. “I dialoghi’’: sono scritti molto brevi, che Erasmo scrive per insegnare il latino ai suoi

studenti a cui da lezioni private.

5. Un enciclopedia di proverbi commentati che Erasmo intitola inizialmente con il termine

''Adagia'', diventeranno oltre 8 mila, uno di questi: ‘’Re o matti si nasce’’: i re sono tali

perché hanno il loro titolo per eredità così come i matti nascono già in quanto tali; “la guerra

è bella per chi non la mai provata’’: Erasmo è un teorico della pace.

! Erasmo si trasferirà a Basilea nel 1518 a casa del più grande editore di Basilea del tempo. Le

opere scritte e ristampate a Basilea: (territorio da poco svizzero), ebbero un ampio successo

nel territorio tedesco.

!

Erasmo auspica una Riforma della Chiesa Romana: basata sui principi teologici,

rappresenta una frattura teologica.

! 6. “L’educazione di un principe cristiano’’: parla dell’indole del principe; chi deve educare il

principe

?

Un umanista come Erasmo propose se stesso e la cerchia degli umanisti coloro che erano in

grado di aiutare il principe. 21

Ciò significa che l'educazione è in grado di fornire la norma di comportamento più importante

per il principe, significa sostanzialmente due cose:

-Ribadire il ruolo politico degli umanisti di professione.

-Ribadire quello che è chiamato intellettualismo etico, la conoscenza alla base di tutto e

quindi anche delle buone azioni.

(Erasmo dedica quest'opera ovviamente a Carlo)

!

Per Erasmo l’ereditarietà è un principio tipico dei barbari, la speranza di avere in futuro un buon

principe è un compito affidato agli umanisti: ‘’bisogna fin dalla culla riempirlo di saperi’’: il

principe va tolto da corte fin da bambino e va messo ‘’a lezione’’ noi diremmo, nelle mani di un

umorista che lo forgerà.

Il Tiranno: ci sono due tipi di tiranni:

-Il tiranno al quale mancano i titoli, il quale ha usurpato i titoli.

-Il tiranno si differenza dal Re non per il nome, ma per le sue azioni malvagie.

Aristotele distingue il tiranno in quanto pensa all’interesse proprio, mentre il principe pensa

all’interesse dei cittadini.

!

- La guerra e il nemico: Erasmo è disposto ad evitarle a meno che non fossero indispensabili,

tuttavia sempre cercando il maggior risparmio delle forze per i suoi e il minor spargimento di

sangue.

Non ci sono guerre di religione che possano essere considerate giuste.

!

Erasmo nota quanta differenza vi sia tra un uomo e un uomo cristiano e nota che si impara

attraverso la ragione e non attraverso l’esperienza.

Le differenze tra Erasmo e Lutero:

Anche se Erasmo e Lutero condividevano alcune delle idee fondamentali da cui prese avvio la

Riforma protestante, una profonda distanza separava l'intellettuale lucido e pacato, avverso a ogni

fanatismo e dogmatismo, pacifista convinto e fautore della tolleranza, dal predicatore intransigente

nella sua violenza rivoluzionaria. Sia Erasmo sia Lutero invocavano un ritorno al senso originario

delle Scritture, ma mentre Lutero tradusse la Bibbia in tedesco, Erasmo continuò a usare il latino,

convinto che fosse la lingua universale, rifiutando gli idiomi nazionali che ai suoi occhi separavano

anziché unire.

Ma qui il predicatore a contatto con le folle si dimostrò più lungimirante dell'aristocratico

intellettuale il quale ignorava, o voleva ignorare, che all'epoca la massa della popolazione, quando

sapeva leggere e scrivere, non usava il latino bensì le varie lingue nazionali: il tedesco, l'italiano, il

francese.

Il divario tra i due divenne insanabile con la disputa sul libero arbitrio, sulla libertà del volere

umano. Lutero lo negava con forza, sostenendo la totale dipendenza della volontà umana da Dio.

Per Erasmo negare il libero arbitrio significava negare la dignità e il valore dell'uomo, quei principi

fondamentali dell'Umanesimo che sono alla radice del suo pensiero.

! Viltà o coerenza?

Posto a scegliere tra Lutero e la Chiesa, Erasmo decise di restare neutrale. Questa 'non scelta' è

all'origine di un'immagine di Erasmo come uomo perennemente diviso e incerto sulla strada da

seguire, quando non addirittura pavido e ambiguo. Ma si tratta di un giudizio ingiusto: il rifiuto di

schierarsi da parte di Erasmo testimonia la coerenza di un pensatore che non volle mai tradire gli

ideali e i principi che erano alla base della sua filosofia: la libertà di giudizio, la pace e la tolleranza,

la dignità e il valore dell'uomo. 22

Come se prevedesse le sanguinose lotte di religione che avrebbero devastato l'Europa nei decenni

successivi, Erasmo contrappose sempre alla violenza e alla sopraffazione l'arma della "ragione

discorsiva", per usare un'espressione del filosofo contemporaneo Jürgen Habermas: cioè la

persuasione basata sul civile confronto delle idee e delle argomentazioni.

!

! Il pensiero utopico in età moderna

Utopia è una parola inventata dall’umanista Thomas More che venne utilizzata per indicare la sua

opera di maggior rilievo. Tuttavia col tempo, gli studiosi utilizzarono “utopia” come un nome

comune per indicare un intero genere letterario, filosofico e politico.

Il prefisso del termine utopia viene inteso sia come “outopia”, dando alla parola il significato di

“nessun-luogo”, sia come contrazione di “eutopia”, dando alla parola il significato di “ottimo

luogo”. Tuttavia, i due significati possono essere attribuiti alla parola non solo alternativamente, ma

anche congiuntamente. In tal caso la parola “utopia” assumerebbe un nuovo significato espresso

dalla proposizione “ottimo luogo (non è) in nessun luogo”.

Il pensiero politico utopico esprime il disagio di chi scrive rispetto all’ordine sociale in cui si trova

immerso e contiene la sua protesta contro di esso.

Disagio e protesta si sviluppano secondo il modulo seguente: dapprima l’utopista mette a nudo gli

pseudo-valori su cui l’ordine sociale che ha di mira si fonda, poi esplora gli effetti perversi che

ricadono sui consociati e infine egli oppone a quegli pseudo valori i valori ritenuti giusti.

!

Contraddire radicalmente un ordine sociale, significa intraprendere un percorso rivoluzionario a

seconda del momento storico dato e a seconda delle qualità complessive del piano elaborato, ma

non significa cedere in contraddizione. L’utopista invece cede in contraddizione, quando,

indipendentemente dall’ampiezza del divario che egli interpone tra pseudo valori e valori giusti e

indipendentemente dal grado d’inattualità della sua proposta, egli coltiva per sé e trasmette ai lettori

il convincimento fermo che il suo disegno realizzi l’ordine perfetto. Quando l’utopista promette

l’ordine perfetto, promette l’impossibile.

Le caratteristiche dell’Utopia:

Finzione narrativa: fitto dibattiti volto a confondere il lettore.

• Utopia: indica isolamento, quindi Autarchia ovvero totale indipendenza e nessun contatto.

!

Nel corso del tempo molti autori si celarono nella stesura di libri utopici e molti furono i luoghi

utopici e idilliaci rappresentati in varie opere. Tra di essi troviamo:

“L’Arcadia’’: regione storica della Grecia. Indica quella realtà dove tutto è perfetto, tuttavia essa

non rappresenta un mondo utopico perché si tratta di una regione esistente sulla terra. L’utopismo

prevedeva invece la presenza di una scelta: cioè si deve scegliere se vivere in questo mondo terreno

o in un mondo perfetto.

!

Uno degli autori di quel movimento utopico fu Marcuse che scrisse: ''Eros e Utopia'': i temi erano

tra i più diversi, tra questi vi era la protesta dei giovani che si opponevano contro il grande dramma

americano cioè il Vietnam, la protesta è una protesta di giovani che non ci stanno ad essere mandati

come ''carne al macello''...la protesta si augurava per se e per l'umanità un mondo migliore e vedeva

nella autorità in quanto tale, cioè nell'autorità politica, qualcosa di sempre più inaccettabile.

Ecco l'utopia come grande espressione di massa, come grande movimento sociale.

Con il termine fantasia al potere s’intende il periodo degli anni ’68 pervaso da un movimento

utopico. L’utopismo aprì nel corso della storia le porte al totalitarismo, in quanto così come

l’utopismo anche il totalitarismo voleva definire tutto, nei minimi particolari.

23

Distopia: utopia negativa. Orwell scrive la sua Distopia: dove tutto è controllato, espressioni

totalitarie: l’insegnarti i comportamenti e l’insegnarti che cosa devi credere. L'opera di Orwell 1984

è il rovesciamento di 1948, anno d'inizio della Guerra fredda.

!

Definizioni varie di Utopia:

Luigi Firpo: qualcosa come simili a un messaggio messo un una bottiglia e gettato ai

posteri,l’utopista guarda al domani, al futuro.

Trousson: narrazione che descrive una comunità organizzata secondo principi economici politici

ecc, secondo lui era un genere letterario se non c’era una narrazione non si poteva parlare di utopia

Davis: elaborazione di una serie di strategie, vi sono momenti di conflitto, esclude il paese di

cuccagna (paese dove tutto è a portata di mano ) viene escluso anche il “Millennio” ( dove tutti

sono santi ).

Bazko: Espressione di un immaginario sociale, non viene generata da una singola mente ma in certi

momenti e periodi trova un terreno molto fertile.

Bloch: “ il principio è speranza”.

!

! Thomas More (Londra,1478 - Londra,1535)

Contesto storico e biografia:

Moro fu grande amico di Erasmo da Rotterdam e fu impegnato nella difesa dell'ortodossia religiosa

cattolica, mentre Erasmo denunciò apertamente quelli che a lui apparivano come errori della

dottrina cattolica.

Come consigliere e segretario di Enrico VIII, Moro contribuì allo scontro contro Lutero e la dottrina

protestante e si pose in difesa dell'istituzione del Papato che fece guadagnare al sovrano il titolo di

Difensore della fede da parte di Papa Leone X. Moro fu un difensore strenuo ed eccezionalmente

coerente del primato del Papato e della Chiesa cattolica, sia dal punto di vista spirituale, sia

temporale (come per il primato della legge canonica sulla legge comune). Il suo cancellierato si

distinse anche per la sua costante caccia agli eretici e alle loro opere.

Enrico cercò di ottenere il divorzio dalla propria moglie Caterina, ma il cardinale di quel tempo non

riuscì a realizzare questa richiesta. Per tale motivo Moro venne nominato cancelliere al suo posto,

tuttavia anch’egli non realizzò le richieste di Enrico su tale questione. Moro infatti considerava

l'annullamento del sacramento del matrimonio come una questione propria del Papato, e la

posizione di Papa Clemente VII era chiaramente contro il divorzio.

La reazione di Enrico fu quella di mettersi a capo della Chiesa d’Inghilterra. Moro, in quanto laico,

piuttosto che servire il nuovo regime, ormai dichiaratamente anti-papale, si dimise da cancelliere.

Moro venne chiamato a prestare un giuramento che avrebbe riconosciuto la legittimità di ogni figlio

nato da Enrico e Anna Bolena nel 1535, ma a causa del suo rifiuto, egli venne imprigionato nella

Torre di Londra e processato nello stesso anno.

!

16/03

Pensiero politico:

Utopia è presentata da More come il resoconto di una lunga conversazione sviluppatasi tra l’autore

e il protagonista Raffaele Itlodeo, personaggio presentato come navigatore portoghese compagno di

viaggio di Amerigo Vespucci. 24

L’opera è divisa in due libri, il primo dei quali contiene una polemica contro gli ordinamenti politici

europei e contro quello inglese. In particolare viene condannata la pratica, diffusasi sotto il regno di

Enrico VIII, di sanzionare il furto con la morte.

La pena viene ritenuta ingiusta, in quanto sproporzionata alla gravità del danno; illegittima, in

quanto contraria al divieto divino di uccidere; assurda, in quanto incita il ladro ad uccidere il

derubato; inefficace in quanto non incide sulle cause che conducono al furto. Nell’analisi di Itlodeo,

furto, vagabondaggio e omicidio sono conseguenze delle enclosures (recinzione delle terre), che

espulsero dalla terra i contadini, riducendoli alla miseria. Più in generale, essi sono il frutto della

divisione tra ricchi e poveri e della stratificazione sociale che contrapponeva lavoratori ed oziosi.

Via via Itlodeo propone dei rimedi di carattere “riformatore” riguardo la pena: per esempio si può

intervenire nella politica economica dello Stato, riducendone l’impiego di risorse finanziarie

nell’espansionismo bellico. Tuttavia questa proposta non avrebbe eliminato il male.

La soluzione radicale del problema, ha infatti carattere rivoluzionario e consiste nella comunione di

beni. Questa soluzione è la sola che assicuri “un regime politico fondato sulla giustizia o sulla

prosperità”. Questo regime è in atto in Utopia.

Il libro II dell’opera contiene la descrizione di Utopia:

- L’isola comprende 54 città ciascuna delle quali è circondata da un territorio esteso almeno 12

miglia di raggio, dove case ben attrezzate per l’agricoltura accolgono famiglie rurali di 40 adulti

e di 2 schiavi.

- Tutta la produzione agricola confluisce in pubblici magazzini cittadini e la città rifornisce la

campagna di tutti i beni di cui ha bisogno.

- In città i mestieri sono pochi, poiché la produzione economica deve soddisfare le necessità della

vita: le donne si dedicano alla lavorazione della lana o del lino, gli uomini fanno o il mutatore, o

il fabbro, o il carpentiere. Tutti devono svolgere un lavoro manuale che non li impegni più di sei

ore al giorno.

- La generalizzazione dell’obbligo del lavoro consente, da un lato, la drastica riduzione

dell’impegno orario e dall’altro garantisce la disponibilità di una massa di beni abbondante.

- Ad Utopia si attua il comunismo: “in appositi edifici, ogni famiglia reca i suoi prodotti.

Ogni capo famiglia preleva da essi qualsiasi cosa di cui lui e i suoi famigliari hanno bisogno”.

- Nell’isola di Utopia, la natura dell’uomo sembra rimasta nello stato d’innocenza anteriore del

peccato originale e la società è organizzata politicamente.

- Gli Utopiani praticano un’etica epicurea, incentrata sulla ricerca della felicità attraverso il

soddisfacimento del piacere verso cui li spinge la stessa virtù dove per virtù s’intende il vivere

seconda natura.

- La società è disciplinata con molta efficacia attraverso un’educazione pervasiva e salda.

- Quando qualcuno viola le regole viene punito in modo adeguato. Provvede a ciò la famiglia

monogamica preposta, oltre che alla riproduzione della specie e alla produzione di beni

materiali, all’ordinato sviluppo della vita dei suoi membri. Nella famiglia monogamica vi

accedono la donna che ha compiuto 18 anni e il maschio che ha compiuto 22 anni, a condizione

che siano casti. La famiglia monogamica dura tutta la vita.

- Il divorzio è previsto in caso di adulterio o in caso di cattivo carattere, ma anche per mutuo

consenso, ovvero in caso di incompatibilità di carattere.

- L’adulterio è punito con la più dura forma di schiavitù (di solito lavori forzati a vita o condanna a

morte).

- La punizione delle colpe meni gravi spetta alla famiglia. Tocca ai mariti castigare le mogli e ai

mariti castigare i figli. 25

- Gli Utopiani sono quasi tutti educati a continuare l’arte paterna, verso la quale mostrano

inclinazione naturale. Il mestiere di ciascuno è dunque quello della famiglia (naturale o adottiva)

in cui si vive. In altre parole More vuole che il cittadino impari a crescere nell’ordine non solo

attraverso l’esercizio dell’obbedienza, ma anche attraverso la ripetizione quotidiana dei gesti che

tutti i membri della famiglia compiono lavorando.

- L’educazione alla disciplina continua in una sorta di grande famiglia che More denomina con

“Sifograntia”. Essa è l’insieme di 30 famiglie i cui membri si riuniscono in alcuni spaziosi

saloni per consumare pasti in comune. Qui gli anziani svolgono la funzione di pedagoghi dei

giovani.

- La formazione del cittadino si arricchisce attraverso l’istituzione scolastica, che in Utopia è

pubblica e generale.

- E’ assicurata la tolleranza religiosa, dapprima per decreto dello stesso fondatore Utopo e poi per

consolidato costume.

- L’ateismo è proibito dal re Utopo ed è trattato con grande diffidenza. L’ateo non è colpito da

alcuna sanzione pensale, ma è discreditato dalla società ed è escluso dalle cariche pubbliche

perché la sua mancanza di fede degrada la dignità della natura umana. L’ateo è un uomo dalla

ragione malata (l’ateismo è una follia che può essere guarita attraverso il dialogo con i sacerdoti)

ed è perciò moralmente e politicamente inaffidabile.

- I sacerdoti di Utopia sono 13 in ogni città, così come quante sono le Chiese. Essi vengono eletti

con voto popolare segreto e sono eleggibili anche le donne, ma solo di età matura.

- I sacerdoti regolano il culto divino, si occupano delle questioni religiose ed influiscono sulla

dimensione etico-sociale delle città in quanto intervengono come censori dei costumi.

- Ai sacerdoti è affidata l’educazione dei giovani che essi addestrano alla virtù attraverso la pratica

dei retti costumi. In questo senso in Utopia si parla di “religione civile”.

!

Il capitolo di Utopia dedicato all’organizzazione vera e propria è il più breve ed anche il più

approssimativo:

- Nelle città, così come anche nei distretti rurali, s’incontra una magistratura di primo livello.

Chi la ricopre con il titolo di “filarco” viene eletto annualmente da ogni gruppo di 30 famiglie e

ha il compito di assicurare diligenza nel lavoro dei componenti di queste.

- I filarchi riuniti tutti insieme designano un magistrato supremo a vita denominato “ademo” che

viene scelto tra 4 candidati nominati dal popolo.

- Ogni città invia annualmente nella capitale dello Stato “Amauroto”, 3 rappresentanti per

discutere gli affari che interessano tutta quanta l’isola.

- La legge non ha il compito di imporre ai cittadini nuovi obblighi, ma ha il compito di

rammentare a ciascuno il suo dovere. Dunque né la legge e né il legislatore comandano, ma

ricordano ai destinatari ciò che essi conoscono e che hanno appreso attraverso il processo

educativo iniziato fin dall’infanzia.

- Le leggi sono poche e chiare in modo che ciascuno possa interpretarle correttamente difendendo

le proprie ragioni davanti al giudice, senza il soccorso di avvocati.

!

Utopia è scritto in latino dotto con l’uso di combinazioni di termini greci per formare le singole

parole nel segno della negazione (utopia, ademo, amauroto etc).

More si spinge al punto da farlo dubitare non solo della realizzabilità del suo progetto, ma anche

alla perfezione di questo. Egli è dunque utopista, ma anche realista perché nel nome della giustizia e

dell’autonoma ragione, sente, da un lato il dovere di predisporre di un mondo migliore e dall’altro

riconosce l’immediata irreformabilità delle costituzioni politiche esistenti.

26

Johann Eberlin (1470-1533)

Trascorsi appena cinque anni dalla prima edizione di Utopia, comparve a Basilea un’opera anonima

composta di 15 opuscoli e nota con il titolo di Quindici Confederati. Ne è autore Johann Eberlin,

un frate francescano seguace di Lutero e predicatore efficace della nuova dottrina. Ammiratore di

Erasmo e conoscitore di More, Eberlin conserva nel suo scritto, una struttura letteraria che,

riecheggia quella di Utopia. Frutto dell’immaginazione di Eberlin è Wolfaria, paese “dove tutto va

bene” e “paese del benessere e della prosperità”. Il protagonista, non è più Itlodeo, ma è Psitacus,

un pappagallo dalla cui voce il X e il XI Confederato conobbero tutti gli Statuti che poi verranno

riferiti al pubblico dei fedeli cristiani.

Con gli Statuti di Wolfaria, l’utopia assunse davvero una forma espressiva diversa e nuova: quella

del codice della città ideale. La realizzabilità del suo progetto, varia a seconda che si tratti

dell’ordinamento ecclesiastico o di quello politico. Il primo viene infatti presentato come già in

vigore, il secondo viene presentato come un disegno di legge ancora in attesa della necessaria

approvazione popolare. Fin dalle origini del mondo moderno, il pensiero utopico dimostrò con

Eberlin di non essere legato ad un modello letterario immutabile e di non essere connesso ad

un’attitudine psicologica vincolante. Dimostrò, anzi, di saper variare abiti espressivi e mentali con

grande flessibilità.

!

L’ordinamento ecclesiastico di Wolfaria prevede:

- Un’organizzazione che fa perno sulle parrocchie, ciascuna delle quali comprende 500 abitanti.

Ad ogni parrocchia sono preposti un prete ed un cappellano, eletti dal popolo tra i nativi del

luogo che abbiano compiuto i 30 anni.

- Quando non scelgono la castità, i vescovi possono prendere in moglie una parrocchiana e, se lo

vogliono, possono ritornare allo stato laicale. Tuttavia non possono più ricoprire cariche

pubbliche.

- Il divorzio è consentito nel caso d’impotenza di uno se coniugi e in casi di grande disarmonia.

- L’ordinamento delinea una società agricola autarchica, in cui viene punito con severità l’ozio e

vengono banditi i mestieri inutili.

- E’ vietata l’attività finanziaria ed è ridotto il commercio.

- L’organizzazione politica è una sorta di aristodemocrazia a base contadina: il potere viene

affidato ai nobili che devono però vivere di agricoltura tramite elezione popolare.

- Wolfaria costituisce un regno, il quo paese si articola in una pluralità di circoscrizioni territoriali

di estensione crescente.

- L’insegnamento, pubblico e obbligatorio dai 3 agli 8 anni, abbraccia la legge evangelica, il

latino, il tedesco nonché elementi di greco ed ebraico.

- La proprietà privata è riconosciuta e di conseguenza il furto viene sanzionato con una pena.

- Lo stato di Wolfaria prevede assistenza ai bisognosi sia attraverso le offerte pubbliche raccolte in

chiesa nei giorni festivi, sia attraverso una moderata pressione fiscale.

- L’omicidio e l’adulterio sono colpiti dalla pena di morte e viene frustato chi si rifiuta di

soccorrere il bisognoso. Sono soggetti a grave pena coloro che rifiutano di portare la barba

lunga.

L’utopia protestante di Eberlin soddisfa il bisogno di disegnare gli scenari istituzionali che

completino il processo rivoluzionario già avviato.

L’autore intreccia fantasia e realtà e non utilizza un linguaggio aristocratico e colto perché il

soggetto della Riforma è il popolo cristiano che è composto dalla gran parte da contadini illetterati e

da umili artigiani. 27

Sulle orme di Lutero, Eberlin sa che per ottenere il consenso del popolo, bisogna rivolgersi a lui

nella sua lingua quotidiana. Perciò scrive in tedesco e sceglie l’opuscolo in quanto è riproducibile in

grande quantità.

!

!

17/03 Il Pensiero Politico della Riforma:

Lutero (Eisleben, 1483 - Eisleben, 1546)

Biografia e contesto storico:

Lutero, radicato nei valori medievali, fu guidato da singolari intuizioni innovatrici e seppe usare con

abilità la lingua volgare, che comportò la rapida diffusione delle sue dottrine in vasti strati della

popolazione tedesca. Tutto ciò fu possibile anche grazie all'utilizzo di opuscoli, prodotti per essere

gettati a migliaia di copie. Fu guidato dalla componente contadina, impulsiva e temeraria. Questa

“guerra del libelli” (cioè opuscoli) scoppiò con gli scritti di Lutero del 1520 e terminò con la

sconfitta dei contadini del 1525 (questa era la prima fase della Riforma). Nel 1520 fu formulata una

bolla papale di scomunica contro Lutero.

Le sue dottrine teologiche sulla grazia e sulla salvezza erano inconciliabili con i principi teologici

della chiesa. Secondo lui Do ci salva con la grazia, senza che ci sia bisogno di un'azione, un atto

“morale” da parte nostra. La salvezza dunque ci viene per grazia divina solo mediante la fede e le

opere non ci rendono meritevoli della grazia.

È la negazione più assoluta del fatto che l'uomo potesse raggiungere Dio con i propri sforzi,

con i propri meriti. Gli elementi comuni in Lutero, Zwingli, Calvino e altri riformatori sono: Sola

gratia, sola fide, sola scriptura e solus Christus.

La Riforma ha restituito al momento religioso un ruolo importante nella teoria politica proprio nel

momento in cui la laicizzazione della politica sembrava inarrestabile. Eppure la Riforma non si è

tradotta in una chiara riforma politica e nessun riformatore del 500 può essere considerato un

pensatore politico a pieno titolo. Erano teologi che trattavano di politica come conseguenza della

propria dottrina.

! Teologia e politica in Lutero:

Nel 1517 Lutero avrebbe affisso alla porta del castello di Wittemberg le sue 95 tesi, nelle quali

affrontava anche il problema delle indulgenze e delle reliquie, cioè il problema della remissione dei

peccati e della salvezza grazie alla possibilità di attingere ad una sorta di banca inesauribile

amministrata dalla Chiesa. Si scagliava dunque contro la vendita delle indulgenze da parte della

Chiesa di Roma.

Lutero era insegnante di teologia all'università di Wittemberg e decise di farsi frate. Era

ossessionato dal rapporto uomo-Dio e dalla possibilità di salvezza per l'uomo (era stato ispirato

dalla dottrina agostiniana del peccato originale). Rimase illuminato leggendo l'epistola di san Paolo

ai Romani, dalla quale concluse che la salvezza dell'uomo è frutto di un'azione unilaterale di Dio, ce

dona agli uomini la grazia e la fede. Dunque l'uomo da solo non può nulla. Da qui deriva l'orrore

per il modo in cui veniva “venduta” la salvezza eterna attraverso le lettere d'indulgenza l'offerta di

poter godere delle reliquie nel giorno d?Ognissanti.

Ma le accuse d Lutero non si fermarono al terreno teologico, né al rifiuto del primato papale, del

ruolo della chiesa romana e dell'infallibilità del concilio, ma investirono problematiche di ordine

sociale e politico. Fu allora costretto a comparire davanti alla dieta imperiale di Worms per abiurare

le dottrine condannate come eretiche. 28

Ma rimase fermo nelle sue posizioni e fu messo al bando dalla dieta imperiale, ma fu salvato dal

duca di Sassonia con un finto rapimento e fu nascosto per dieci mesi nella fortezza, dove compose

molti scritti, tra cui la traduzione in tedesco del Nuovo Testamento. I suoi grandi scritti diedero però

luogo a equivoci poiché si erano create le premesse perchè le sue concezioni teologiche fossero

ridotte a semplici proteste.

Lutero pensava ancora in termini medievali di partizione tra “ordine religioso” e “ordine secolare”,

il quale, oltre all'autorità, comprendeva l' “economica”, cioè la sfera della famiglia e delle

professioni. Visto che la chiesa e l' “ordine religioso” avevano mostrato di non sapersi riformare da

soli, spettava ai massimi responsabili dell' “ordine politico” il compito di riformarli, ed erano stati

chiamati a svolgere questo compito da Dio. Era la conseguenza della dottrina del sacerdozio

universale: tutti i cristiani diventano col battesimo sacerdoti, compresi i principi (come sacramenti

Lutero finirà per conservare il battesimo e l'eucarestia). Il potere temporale è una necessità imposta

dalla natura malvagia dell'uomo; ogni potere viene da Dio e ogni autorità risponde solo a lui, senza

mediazione della chiesa; le autorità devono essere sempre obbedite, tranne quando vanno contro la

parola di Dio; lo spirito di ribellione va estirpato come orribile peccato contro Dio e contro l'ordine

temporale. Questa sua riflessione politica è ricolma di riferimenti alla dottrina paolina dell'autorità

politica e a quella agostiniana. L'ordine vocazionale assegna a ciascuno il proprio compito e la

propria vocazione all'interno di una società rigidamente gerarchica (non c'è regno temporale senza

diseguaglianza); assegna quindi alle autorità il potere della spada (forza e costrizione) che deve

assicurare lo spazio entro cui possa diffondersi e applicarsi la parola di Dio. Quindi anche i guerrieri

possono essere degni della salvezza eterna. Questo è il risultato della dottrina dei due regni, che

rimanda a una struttura dualistica della società di impronta agostiniana.

Ma per Lutero i due regni non sono quello di Dio e quello del diavolo, ma sono entrambi di Dio:

quello spirituale e quello temporale. Sono due modi di governare da parte di Dio: col Vangelo

governa i cristiani e con la legge i non cristiani. L'autorità quindi deriva da Dio ed esiste a motivo

del peccato, che è connaturato nell'uomo. Questo comporta l'impossibilità di distinguere tra governi

legittimi e illegittimi, perchè l'autorità secolare è sempre di carattere divino e i governanti malvagi

possono essere uno strumento di Dio per punire i peccati dei sudditi, i quali non possono reagire.

Lutero non voleva teorizzare una nuova forma di teocrazia (anzi voleva combattere le tendenze

teocratiche della chiesa romana, che aveva trasformato la legge divina in un diritto temporale, sia

gli intollerabili comportamenti di principi e consigli cittadini, che non dovevano superare i loro

limiti intervenendo sulle coscienze: dovevano invece assicurare l'ordine pubblico permettendo la

predicazione del Vangelo). Con la sua dottrina Lutero si muoveva però contro coloro che negavano

l'autorità temporale: in ogni caso contro coloro che fraintendevano il ruolo del cristiano o la libertà

evangelica, concependola come liberazione da ogni legge e potere politico e militare, o contro chi

voleva governare il mondo solo col Vangelo. Lutero quindi voleva tenere ben distinte le due sfere.

La teoria de due regni era fondata proprio su quella della libertà del cristiano, che era solo interiore.

L'etica luterana è un'etica sociale: il credente vive infatti nel mondo come uomo esteriore e non può

certo restare ozioso nella comunità. Tuttavia il cristiano è al contempo peccatore e giusto; anche

egli sembra quindi aver bisogno del potere della spada. L'unità religiosa, come quella politica, è

indispensabile a ciascun dominio temporale e non può essere realizzata senza la forza.

L'autorità politica è quindi chiamata a partecipare all'opera di riforma della chiesa.

! Lutero contro “fanatici”, contadini in rivolta e tentativi di restaurazione cattolica:

La battaglia di Lutero scatenò aspettative che spesso si allontanavano dalle sue dottrine.

Un esempio sono i Quindici Confederati, 15 opuscoli pubblicati anonimi per propaganda, da Johan

Eberlin. 29

Erano frutto di un fraintendimento del messaggio luterano e fornivano un progetto di riforma sia

sociale e politica sia religiosa, sviluppato in carattere utopico, rispettivamente sul governo

ecclesiastico e temporale. Erano ricolmi di istanze popolari e “democratiche”,che avrebbero fatto

inorridire Lutero (che saranno poi disconosciute dallo stesso Eberlin dopo aver familiarizzato con la

dottrina di Lutero).

Nel 1521 Lutero si scagliò contro i disordini creati a Wittemberg da Carlostadio, un suo seguace

sempre più avviati verso il radicalismo. Lutero scrisse allora Un sincero ammonimento a tutti i

cristiani ad astenersi dall'insurrezione e dalla rivolta, in cui mostra la sua repulsione per la

sovversione della massa. La vera rivoluzione è invece quella spirituale, suscitata dalla parola di

Dio.

Si scagliò anche contro Muntzer in ambito politico, oltre che in ambito teologico. Muntzer arriverà

a dire che i principi, e non solo quelli empi, erano tiranni come tali andavano soppressi e che il

potere era dato da Dio al popolo. Ciò non ha nulla a che vedere con concezioni politiche

democratiche o rivoluzionarie, ma con la sua prospettiva mistica che negava ogni legittimità alla

dimensione temporale. Egli si spostò sempre più verso teorie estreme e l'azione eversiva. Cercò di

convincere i principi sassoni a schierarsi in suo favore conto Lutero ma l'insuccesso di questo

tentativo lo portò sempre più verso posizioni radicali. Nella sua prospettiva i contadini diventavano

il braccio armato di Dio e l'uso della violenza era uno strumento necessario per realizzare il nuovo

ordine politico. Lutero invece non ammetteva alcun controllo dal basso sull'autorità politica e non

accettava forme di misticismo. Gli studi recenti hanno mostrato l'inconsistenza dell'attribuzione a

Muntzer del ruolo di capo dei contadini in rivolta, anche se morì su un campo di battaglia in cui i

contadini furono violentemente sconfitti. Le istanze dei contadini erano infatti più complesse

rispetto alle sue.

Essi infatti, dovendo far fronte all'introduzione del diritto romano e alle varie forme del sistema

giuridico signorile, ricorsero al diritto divino, ancora più forte. Su di esso costruirono le loro

rivendicazioni religiose e temporali (che si basavano sia sulle istanze contadine del medioevo, sia

sulle dottrine luterane, sia in una malintesa concezione della libertà del cristiano, vissuta come

liberazione da opprimenti vincoli temporali). Questa rivendicazione suscitò immediati consensi, ma

Lutero era terrorizzato dalla violenza degli insorti e dal loro comportamento nei confronti del

potere. Invitò allora tutti i cristiani e i principi alla loro soppressione fisica senza esitazioni. Per lui

infatti non c'era niente di più pericoloso di un ribelle e il depositari dell'autorità politica, se non li

punisce, pecca perchè viene meno al proprio compito. Gli interventi repressivi furono dunque

estremamente violenti e feroci. Gli avvenimenti del 1525 segnarono la fine della prima fase della

Riforma: quella entusiastica e intrisa di spirito nazionalistico, affidata alle comunità. Iniziava ora

quella dell'assestamento istituzionale, sotto il pieno controllo delle autorità politiche.

Lutero accettò comunque, con notevoli difficoltà, la resistenza attiva nei confronti del potere

politico: fu costretto a farlo dal precipitare degli eventi e dal rischi che correva tutto il movimento o

che si richiamava alle sue dottrine. Carlo V, dopo aver sconfitto i contadini, reputò giunto il

momento di accogliere gli appelli del papa per affrontare le città imperiali e i principi schierati con

Lutero e per riportare la Germania in seno alla Chiesa di Roma. Restrizioni e intimidazioni furono

decise dalla dieta di Spira e successivamente dalla dieta di Augusta. Ma fu Filippo d'Assia a

rivendicare la legittimità della resistenza attiva nei confronti di un imperatore che violava i patti e

superava i limiti facendo violenza ai principi o perseguitando la fede. Lutero era contrario.

Minacciato dalla crescente aggressività imperiale, il fronte si spezzò anche per iniziativa del duca

Giovanni di Sassonia (il protettore di Lutero) il cui cancelliere elaborò una dottrina della legittimità

della resistenza attiva nei confronti del giudice ingiusto.

30

Anche Lutero riconobbe che la resistenza attiva nei confronti dell'imperatore fosse giusta, ma solo

se egli avesse attaccato i principi protestanti per motivi religiosi (escludendo però ogni prospettiva

rivoluzionaria). Su questa base venne costituita nel 1531 la Lega di Smalcalda, un'alleanza

difensiva politico-militare di principi protestanti. In seguito Lutero considerò lecita da parte del

magistrato cristiano la resistenza attiva nei confronti dell'autorità empia e tirannica. Pure Melantone

fornì una teoria analoga, partendo da una condanna del tiranno che aveva occupato illegittimamente

il potere. In realtà egli interpretava i “due regni” sottolineando l'autonomia della politica dalla

religione (Lutero invece ribadiva l'autonomia della religione dalla politica). Inoltre per Lutero non

vi era norma di convivenza umana diversa dalla legge divina, né esistevano principi della ragione

umana che avessero validità nella sfera politica: era quindi estraneo alle forme di giusnaturalismo

classico, al contrario di Melantone. La teoria melantoniana dei due regni e delle due giustizie ebbe

un ruolo fondamentale per l'etica protestante, conducendo al riconoscimento di funzioni e diritti

dell'autorità politica, tutti di origine divina, ma autonomi quanto a fini, modalità di attuazione e

criteri valutativi.

!

! I riformatori delle città imperiali e

Zwingli (Wildhaus,1484 - Kappel am Albis, 1531)

Melantone rappresenta un altro modello di incontro tra Riforma e Umanesimo, che in lui trovò

equilibrio nonostante la sua adesione alle dottrine di Lutero. La posizione dottrinale di Lutero era

invece lontana rispetto a quella umanistica e ben lo capì Erasmo da Rotterdam, un umanista che,

dopo aver simpatizzato inizialmente per gli attacchi di Lutero agli abusi della chiesa romana e alle

degenerazioni della vita religiosa, decise di scrivere il De libero arbitrio contro Lutero.

Lo attaccò sulla questione del libero arbitrio e della possibilità da parte del cristiano di contribuire

con azioni e meriti alla propria salvezza.

Lutero rispose con il De servo arbitrio: un dotto scritto teologico, quindi in latino come quello di

Erasmo, ma infarcito di attacchi violenti contro quest'ultimo. Finiscono le ambiguità tra Riforma e

Umanesimo, anche se questo non impedisce che assunti tipicamente umanistici continuassero a

sopravvivere e fruttificare all'interno della Riforma, anche se non in Lutero.

Erasmo si era trasferito a Basilea, dunque crebbe la presenza delle sue dottrine nel mondo tedesco.

Quindi molti dei letterati che abbracciano la causa luterana hanno una formazione erasmiana.

Gli umanisti tedeschi si divisero tra i due grandi schieramenti in conflitto, quello cattolico e quello

evangelico, e così molti finirono per prendere le distanze da Lutero.

Johan Eberlin ad esempio, dopo aver esaltato Erasmo come anticipatore e compagno di strada di

Lutero, finisce con l'ignorare il nome dell'umanista e la sua dottrina fino a quando pubblicherà il

suo scritto sull'educazione di un giovane principe, tornando quindi al modello erasmiano del

principe sapiente, la cui formazione doveva avvenire attraverso i testi e il metodo d'insegnamento di

Erasmo e Melantone, oltre che attraverso lo studio delle opere del mondo classico.

Era quindi convinto che solo grazie a governanti istruiti e saggi fosse possibile eliminare soprusi e

tensioni sociali, ma anche assicurare l'educazione al popolo che costituita la garanzia di ordine e di

realizzazione della riforma religiosa. Era la fine di una stagione della Riforma luterana.

Una marcata componente erasmiana era presente anche in Zwingli, riformatore di Zurigo.

Si formò in grandi centri umanistici e non studiò teologia all'università.

Studiò Platone, nel quale trovò una guida alla convivenza umana nella società.

Non operò inoltre in un principato territoriale come Lutero, ma in una comunità cittadina e rurale di

impronta repubblicana. In quanto svizzero dovette muoversi non solo contro Roma ma anche contro

l'Impero. Era un contadino e ciò influenzò il suo linguaggio schietto.

31

Pensava alla politica sia come strumento di ordine e di guida delle singole comunità, sia come

veicolo di alleanze e scelte strategiche proiettate sui grandi scenari europei.

Prendeva le distanze da Lutero e giunse a formulare la sua teologia con notevole indipendenza

rispetto a lui. Nemmeno in lui vi è un'organica teoria della politica. Le istituzioni politiche non

erano per lui un frutto del peccato, ma un dono dell'indulgenza divina volto a porre rimedio al

peccato; il peccato non era solo un'offesa a Dio, ma anche un fattore di disgregazione sociale.

Da qui la necessità dell'autorità politica, che ovviamente derivava da Dio e doveva quindi essere

cristiana. Per Zwingli, Cristo non era solo capo della chiesa ma anche fondamento dell'autorità e

delle istituzioni politiche e solo lui rendeva possibile la vita sociale.

Da qui la dottrina delle “due giustizie”. Proprio come i due regni di Lutero, le due giustizie non

rappresentavano due sfere istituzionali o due diverse autorità, ma due modi dell'unica signoria di

Dio sul mondo. Tra le due giustizie regnava un rapporto di reciprocità: la giustizia umana era in

grado di permettere la predicazione della giustizia divina. La vera giustizia era quella divina, ma

Dio sapeva che gli uomini non erano in grado di osservarne le leggi per cui aveva voluto concedere

la giustizia umana.

Entrambe le giustizia erano quindi espressione della bontà di Dio e le loro leggi non avrebbero mai

potuto essere in contraddizione. Così cadeva la separazione luterana tra legge e Vangelo e Zwingli

metteva il diritto in rapporto con Dio, fondandolo sulla Scrittura. L'autorità temporale doveva

amministrare la giustizia umana, ma anche vigilare sulla predicazione della parola di Di, ecco

perchè doveva essere cristiana. Doveva inoltre proteggere la chiesa e attuare i precetti di Dio e se

non lo avesse fatto, sarebbe stato lecito resisterle, pur senza sommosse. Tra le forme di governo

classiche egli optava per una repubblica aristocratica basata sulla consultazione popolare.

Quindi pure la guerra giusta divenne un male necessario.

!

Atteggiamenti tanto estremi gli erano però dettati anche dallo scontro con gli anabattisti, un

movimento radicale che guardava ad una chiesa di pochi eletti, trasformati nell'animo e quindi non

bisognosi dell'autorità politica, dal momento che credevano correttamente (al contrario di Zwingli

che faceva coincidere la sua chiesa con l'autorità politica e con un impegno sociale). Affermavano

quindi che il vero battesimo era quello degli adulti coscienti, e non dei bambini. Il loro biblicismo

radicale li portava a rifiutare la compenetrazione tra comunità religiosa e comunità civile e a negare

il ruolo della chiesa come istituzione. La vera chiesa era quella dei santi, degli eletti, e doveva

restare separata dalla società, considerata satanica. Studi recenti hanno smentito la teoria secondo

cui gli anabattisti esercitarono una forte influenza sulla rivolta dei contadini tedeschi.

Le loro piccole comunità furono sempre contrapposte alla società strutturata, anche quella nata dalla

Riforma. In linea di massima non misconoscevano l'autorità politica, ma pensavano di non averne

bisogno. Le autorità dunque si sentivano minacciate. Vi furono le prime espulsioni da Zurigo, che

comportarono la cancellazione del movimento nel cantone di Zurigo, ma la sua diffusione in gran

parte dell'Europa. Furono perseguitati sia da cattolici che da protestanti.

Una componente erasmiana era presente anche in quei riformatori cittadini che diedero vita alla

“teologia della Germania meridionale”, la cui azione riformatrice si allargò, oltre alla dottrina e al

culto, alla riorganizzazione della vita civile e all'attuazione dei principi del Vangelo, mostrando

attenzione per la realtà politica e sociale.

Butzer cercò di mediare tra Lutero e Zwingli. Anche lui vi era l'antitesi luterana Vangelo-legge,

mentre l'autorità politica ricopriva un ruolo centrale nel rinnovamento della vita ecclesiastica, ma

Stato e chiesa restavano ben distinti. Ribadì il ruolo attivo dei “magistrati inferiori” nei confronti

dei governanti empi e tirannici.

! 32

Giovanni Calvino (Noyon,1509 - Ginevra,1564)

Biografia e contesto storico:

In uno scenario radicalmente diverso si mosse Giovanni Calvino: infatti nacque e si formò in

Francia, la sua educazione fu marcatamente umanistica e giuridica, fu laico e soprattutto

apparteneva alla seconda generazione della Riforma e si trovò a vivere in una realtà politica e

religiosa completamente mutata. Con lui la Riforma riuscì a superare la crisi che seguì la morte di

Zwingli, le tensioni sorte nell'area tedesca e la sconfitta dei luterani della Lega di Smalcanda per

opera delle truppe di Carlo V. Con Bullinger (successore di Zwingli a Zurigo) fu l'esponente di

maggior rilievo della corrente “riformata” del protestantesimo, che si mosse talora su strade

divergenti rispetto al luteranesimo. Vi è una quasi totale assenza di riferimenti autobiografici nei

suoi scritti e diverse componenti convivevano in lui: quella dell'umanista riformatore, del filosofo

razionalista e del retore. Ricalcò sostanzialmente la dottrina luterana e zwingliana della grazia e

della salvezza, non si discostò dalle concezioni tradizionali di ordine sociale e politico. La sua

dottrina era però originale.

Nacque in Piccardia da una famiglia borghese, studiò a Parigi e frequentò in seguito la facoltà di

diritto. Tornato a Parigi, ma con interessi già teologici e con simpatie per le dottrine luterane,

frequentò circoli erasmiani inclini alla Riforma. La reazione del re all'affissione dei manifesti

violentemente polemici contro la messa determinò la sua fuga e il suo rifugio a Basilea, dove

pubblicò la prima edizione della Institutio christianae religionis. Dopo un primo tentativo di

consolidare la riforma a Ginevra, partecipò all'attività riformatrice a Strasburgo, entrando in

contatto con ambienti luterani e col mondo tedesco.

!

Impose la concezione collegiale (non episcopale) della chiesa che aveva visto realizzata proprio a

Strasburgo e lo fece con una severa disciplina ecclesiastica dei costumi e dell'insegnamento, basata

su quattro ministeri di uguale dignità: i pastori, ai quali competevano la predicazione del Vangelo e

la conduzione della comunità ecclesiale, i dottori, che dovevano insegnare la vera dottrina, gli

anziani, che dovevano far rispettare le regole morali, i diaconi, che dovevano curarsi dell'assistenza

pubblica. Questa volta seppe inserirsi nella difficile situazione della città, che aveva scelto la

predicazione del Vangelo e il distacco da Roma, ma che doveva fronteggiare la cattolica Savoia.

Ginevra subì mutamenti radicali in conseguenza della sua scelta in favore del movimento riformato,

che comportò l'affermarsi di una piccola borghesia che si schierò a fianco di Calvino.

Sotto la su guida Ginevra stava diventando una “città-chiesa”, anche per l'importante ruolo del

Concistoro che doveva essere il governo della città. Era composto dai rappresentanti delle autorità

politiche e della Venerabile Compagnia dei pastori e proprio per questo divenne il campo di

battaglia, che i governanti volevano sottoposto al loro potere esecutivo e che Calvino intese invece

come istituzione autonoma, civile e religiosa nel contempo. Anche in lui manca una teorizzazione

organica e sistematica della politica e dello Stato. Il titolo della sua opera richiamava Erasmo, un

richiamo classico-umanistico che avrebbe sconvolto i riformatori della prima generazione, in

particolare Lutero.

! Pensiero politico:

Il pensiero di Calvino può essere ricondotto a due principi fondanti: l'infinita potenza di Dio e

l'irrinunciabile indipendenza della chiesa. Entrambi sono tuttavia inseriti in un tessuto teorico

tradizionale che rimanda all'idea medievale di compenetrazione tra comunità religiosa e civile, e

all'identificazione tra società e cristianità, con l'aggiunta però di temi dell'aristotelismo come

“l'uomo è un animale sociale”. Calvino ribadiva che ogni cristiano doveva operare soprattutto per il

proprio tempo. 33

Ecco quindi la sua attenzione per il presente, per le leggi umane, per l'ordine sociale, per l'autorità e

il suo ruolo; la sua azione riformatrice in campo sociale, la centralità dell'educazione e la

convinzione che la vita comunitaria sia l'unica dimensione naturale per l'uomo.

Tutto questo doveva conservare l'ordine sociale e politico, che riposava sull'onnipotenza di Dio.

Anche Lutero aveva ribadito la potenza assoluta di Dio, ma di un Dio nascosto; Calvino invece

enfatizzava Dio come potenza assoluta, esaltava il suo impegno nel mondo, la sua volontà dalla

quale tutto dipendeva, compresa ogni autorità. La volontà di Dio era quindi fonte di ogni diritto e

giustizia. La sovranità di Dio non era astratta, ma si manifestava nella storia con la provvidenza e in

campo spirituale con la predestinazione. Se per Lutero ogni cristiano era investito di una vocazione

terrena, questa si trasformava per Calvino in una sorta di servizio attivo nel mondo; così chi era di

modeste condizioni si accontentava del suo stato, temendo di uscire dalla condizione in cui Dio lo

aveva posto. La vocazione veniva vista quindi come momento di stabilità sociale, di ordine, di

differenziazione e di subordinazione, ma anche di certezza e di apparente immobilismo.

Da essa derivava una nuova concezione del lavoro, l'esaltazione del suo ruolo e l'eliminazione di

ogni ambizione mondana sulla base del presupposto che tutte le vocazioni sono uguali davanti a

Dio. Ma al contrario di Lutero che considerò sempre l'agricoltura l'attività umana maggiormente

conforme ai dettami divini, Calvino esaltò molte altre professioni. Tutto questo era collegato

all'indipendenza della comunità religiosa, vista anche la sua concezione di chiesa non gerarchica e

fondata sull'assemblea dei fedeli. Se i compiti della comunità ecclesiastica erano spirituali, mentre

quelli della comunità civile erano di ordine naturale, la riforma della cristianità non deriva solo dai

pastori e dai dottori, ma anche dai magistrati, anche se la via doveva essere tracciata dai teologi.

Principi e magistrati erano ministri di Dio. È una barbarie rifiutare il governo civile.

Ma Calvino invita a non confondere la libertà cristiana e quella temporale, che esiste solo se

imposta da qualche autorità. Gli elementi del governo civile sono tre: il magistrato, la legislazione e

il popolo.

I governanti sono considerati da Dio, oltre che dei garanti dell'ordine sociale e politico, anche de

custodi della situazione della chiesa, anche se la delimitazione tra chiesa e potere politico va sempre

assicurata. Ma questo richiamo alla libertà della chiesa non significa affermazione della libertà

individuale di confessare la propria fede religiosa, poiché le dottrine eretiche venivano punite con la

morte di chi le teorizzava. Il concetto di libertà religiosa non appartiene alla Riforma “classica”, ma

si sviluppa all'interno della Riforma “radicale”, come le correnti anabattiste.

Per Calvino i magistrati civili, sinonimo di quiete e concordia, devono mantenere la pace comune,

ma sottostando sempre alle leggi. Tutte le forme classiche di governo sono per lui legittime, anche

se ha parole dure per i monarchi ed esprime una preferenza per la forma repubblicana (o meglio una

forma mista di aristocrazia e democrazia). La peggior tirannide è l'anarchia e le rivolte nei confronti

dei governanti non sono accettate. Introduce però alcune eccezioni: il dove di obbedienza cade

quando l'autorità vieta di servire e onorare Dio. Per il resto, i privati cittadini devono obbedire

anche al principe disumano. Ecco la teoria della resistenza attiva da parte dei magistrati intermedi,

che sarà chiaramente formulata dal successore Thèodore be Bèze. Calvino ricevette un prezioso

appoggio da Bullinger e dall'Accademia che fondò a Ginevra, che si elevò ad università del

pensiero riformato.

!

! !

!

!

!

34

Immanuel Kant (Konigsberg, 1724 - Konigsberg, 1804)

Viene considerato l’ultimo grande illuminista, conosce bene Rousseau, ma si distoglie dal suo

pensiero politico.

Muove una critica alle forme di conoscenza che lo hanno preceduto:

nella critica della ragion pura fa riferimento all’empirismo e al razionalismo.

Obiettivo primo di Kant: definire un ambito certo all’interno del quale si muove la conoscenza

umana. Egli definisce scientifica la conoscenza certa, ma come si distingue dalle altre?

La conoscenza può essere:

1. Assoluta: no limiti spazio e tempo

2. Necessaria: tale è e non può essere diversa

3. Positiva: legato all’esperienza, conoscenza contingente

4. Feconda: conoscere significa giudicare, attribuire un predicato a un soggetto.

!

A priori o a posteriori

1) indipendente dall’esperienza; 2) frutto dell’esperienza

sintetica o analitica

1) se opera una sintesi tra soggetto e predicato 2) predicato già contenuto nel soggetto, frutto di

una analisi

!

Questa ripartizione la deriva dalle altre forme di conoscenza già studiate.

A posteriori —> sintetico : non si danno esperienze uguali ma necessariamente diversi bisogna

metterle insieme. Caratteristico degli empiristi, è fecondo e positivo ma non scientifico ( non

assoluto e necessario)

A priori —> analitico: frutto di un analisi

!

Si chiede se c’è un’alta forma di giudizio, unisce il sintetico con l’analitico—> sostiene che ci sono

forme conoscitive uguali per tutti. Per lui la realtà così com’è non è conoscibile dagli uomini, i quali

possono conoscere ciò che la loro mente ha ordinato.

La realtà noumenica è la realtà in se, mentre la realtà fenomenica è la realtà come appare.

!

lo stato deve limitarmi non ci deve dire ciò che è bene e ciò che male, deve garantire le condizioni

formali perché io possa essere libero.

Stato minimo garante delle regole del gioco, fa una critica all’ancien regime condannando

l’ereditarietà del diritto nobiliare.

cittadini attivi: come gli artigiani, alienazione di un servizio

cittadini passivi: operaio

!

In Kant il popolo non può resistere all’autorità, l’unico regime anti dispotico è quello repubblicano

nella dimensione di Rousseau in cui perfetta separazione tra i due poteri.

Il potere sovrano per Kant è quello legislativo, predilige la monarchia rappresentativa, la

democrazia x lui è la peggiore forma di governo perché prende in considerazione la democrazia

della polis in cui legislativo e esecutivo sono nelle stesse mani.

I rappresentanti sono i migliori.

Liberare non è democratico, il primo tende ad allargare la sfera delle azioni non impedite quindi

allargare la sfera di libertà nei confronti di un potere superiore cioè lo stato.

35

La dimensione democratica è quella che tende ad accrescere le mediazioni attraverso

autoregolamentazioni, questo non funziona perché chi si autoregola è depositario sia di esecutivo

sia di legislativo.

!

Morale

La conflittualità interiore degli individui vede contrapposti la ragione alle passioni.

Questa conflittualità è superata dalla morale che si lega al principio del dovere con basi universali e

che deve seguire un imperativo categorico. L’imperativo consiste nel riconoscere il carattere di

soggettività degli altri individui; in modo da evitare rapporti di strumentalizzazione e quindi di

sostituire ai rapporti di forza rapporti razionali di rispetto.

!

Diritto

Kant definisce il diritto ricorrendo a tre elementi: - il diritto soggettivo, in quanto riguarda i rapporti

esterni degli individui; - riguarda la volontà degli individui; - prescinde i contenuti dei rapporti ma

regola solo la forma. Il carattere coattivo del diritto è fondamentale. Il diritto deve essere finalizzato

a tutelare il perseguimento delle libertà individuali.

Stato

Anche Kant, come Montesquieu, sostiene la necessità della divisione dei poteri legislativo,

esecutivo e giudiziario.

!

Rapporti internazionali

Se la conflittualità fra gli individui viene regolata dalle leggi dello stato, la conflittualità fra gli stati

viene regolata dallo stato di guerra in base, quindi, alla forza. Quindi l’unico modo per impedire la

guerra è costituire un organizzazione confederativa in grado di fare valere il diritto internazionale.

Senza di esso l’unica giustizia è quella del vincitore. L’unico modo per la pace perpetua, scrive

Kant, è la costituzione di uno stato che abbracci tutti i popoli.

!

Kant è un filosofo tedesco e uno dei fondatori del pensiero moderno.

L’etica di Kant: Secondo Kant, nel campo morale, la ragione ha una posizione di supremazia. Egli

riteneva che le azioni di qualunque tipo dovevano basarsi sulla ragione e che le azioni compiute per

convenienza o contro la legge, non potevano essere ritenute morali.

Kant descrisse due tipi di prescrizioni impartite dalla ragione:

- l’imperativo ipotetico: che impone un determinato corso dell’azione per raggiungere un

fine specifico

- l’imperativo categorico: che impone invece un corso di azioni che devono essere seguite.

Questi ideali di Kant sono alla base del suo credere nella libertà del’individuo che, se rimane

indimostrabile nel campo scientifico, trova la sua legittimità dal punto di vista anche morale.

!

L’illuminismo di Kant

Secondo Kant l’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità, ovvero l’incapacità di

servirsi del suo intelletto. Minoranza comunque imputabile a se stessi se non dipende da difetto di

intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi di essa, in quanto tutti gli

uomini hanno ricevuto dalla natura (Dio) disposizioni dirette all’uso della ragione.

Attraverso l’evolversi della società, la cultura si sviluppa sempre di più, utilizzando come strumento

l’antagonismo sociale, che contrappone e fa confrontare gli individui tra di loro portandoli così a

sviluppare i loro talenti credendo di perseguire i propri interessi soggettivi ma che portano poi alla

realizzazione della volontà della Natura e della Provvidenza (di Dio).

L’antagonismo, ovviamente, deve svilupparsi in un contesto che impedisce la sua degenerazione in

una vera e propria guerra . Si parla così di diritti e di leggi.

36

Diritto e cultura procedono quindi di pari passo. La prima tappa storica de processo di realizzazione

del diritto, è il passaggio dallo stato di natura, concepito da Kant come da Hobbes come stato di

guerra, alla società civile. La realizzazione vera del diritto comunque comporta anche una sua

estensione dall’ambito statale a quello internazionale. Nel progetto per la Pace perpetua infatti,

Kant aveva annunciato il suo desiderio della realizzazione di un federazione di Stati per la pace e il

rifiuto per la guerra come strumento per dirimere i conflitti.

Kant crede che in fondo i sovrani hanno sempre fatto le guerre perché non sapevano cosa fare e non

avevano nulla da perdere, diverso sarebbe invece se fosse il popolo, o comunque chi porterà le

conseguenze di una guerra, a decidere se farla o no.

Kant quindi rientra tra i pacifisti del 1700, l’età dei lumi della ragione, caratterizzata dall’idea e

dalla volontà di un assetto internazionale contro la guerra, che Kant definisce come una terribile

calamità che opprime l’umanità e che tiene lontana la pace e la felicità, e che distrugge più di

quanto crea.

!

L’insocievole socievolezza di Kant: è la tendenza dell’uomo a essere socievole, quindi ad unirsi col

prossimo, collegata alla contraria tendenza dalla divisione, all’ostilità, quindi all’insocievolezza, in

quanto il tutto è mosso dall’attrazione e dalla diffidenza.

L’elemento importante della socialità è l’antagonismo, indispensabile per il progresso dell’uomo e

della società, in quanto se non ci fosse prevarrebbe il volere delle autorità. Altra componente della

socialità è il pluralismo, opposto all’egoismo. Il pluralismo per Kant è quel modo di pensare basato

sul non condurre tutto il mondo a noi stessi, ma nel comportarci come cittadini del mondo, in

quanto nel pluralismo, l’uomo non è visto come soggetto a se stante, ma è visto come essere umano

solidale con gli altri in quanto legata dagli stessi valori e destini.

!

Il diritto per Kant: per Kant il diritto è l’insieme delle condizioni con le quali la volontà (l’arbitrio)

di uno si accorda con quella di un altro, secondo la legge della libertà. Le regole che lo

compongono devono essere corrette e devono essere basate sul principio di libertà, uguaglianza e

indipendenza.

Kant distingue due tipi si autorità:

- Il governo paterno: quando il governo vuole distribuire senza controlli, risorse e vantaggi

- Governo patriottico: dove gli individui si sentono membri di una stessa comunità e

trasformano il loro status politico da sudditi a quello di cittadini.

La patria per Kant è il luogo dove si sperimenta la libertà degli individui.

!

!

23/03 Lo Stato assoluto (Francia)

Contesto storico:

Francia: fu caratterizzata dalle guerre di religione che portarono la scoperta di una pluralità di

valori “detti assoluti” dei principi fondanti l’ordine etico e le leggi politiche.

!

In Francia dopo la morte del sovrano Enrico II (1559) e dell'erede Francesco II (1560) il potere

passò nelle mani della moglie Caterina de' Medici, reggente per il secondo figlio Carlo IX.

Durante la reggenza si formarono due partiti nobiliari antagonisti fra loro, quello dei cattolici

capeggiato dalla famiglia dei Guisa e quello ugonotto, che aveva tra i maggiori rappresentanti il

principe di Condé e de Coligny. Il Parlamento di Parigi, contrastando Caterina, che aveva tentato

una politica di conciliazione con gli ugonotti, dichiarò questi ultimi fuori legge provocando lo

scoppio della guerra civile. 37

L'Editto di Amboise (1563) concesse la libertà di coscienza a tutti i protestanti, ma di culto ai soli

nobili. Il conflitto tuttavia proseguì anche a causa del Editto di St. Germain (1570) che assegnò

agli ugonotti alcune piazzeforti non controllate dal re. La crescente influenza si Cologny spinse

Caterina a farlo uccidere per mano dei duchi di Guisa che organizzarono il massacro dei calvinisti

nella Notte di San Bartolomeo (24 ago. 1572) quando nella sola Parigi circa 2-3.000 ugonotti

furono passati a fil di spada. Morto anche Carlo IX (1574) l'influenza politica di Caterina non

diminuì sotto il regno del terzo figlio, Enrico III.

!

La lotta per il potere scatenò la “guerra dei tre Enrichi” nell’8ava guerra di religione (così detta

perché tutti i contendenti: il re Enrico III, il duca di Borbone, capo degli ugonotti, e quello di Guisa,

esponente dei cattolici, si chiamavano Enrico) che vide subito l'assassinio di Enrico di Guisa (1588)

ordinato dal re. Tuttavia a causa della morte di Enrico III (1589), rimase come erede al trono solo

Enrico di Borbone (marito di Margherita di Valois, sorella del re), già re di Navarra, ma egli non fu

riconosciuto come erede legittimo dai cattolici. Perciò ottenne il trono con la forza delle armi e la

conversione al Cattolicesimo (1594). L'Editto di Nantes, promulgato da Enrico IV nel 1598,

riconobbe a tutti i sudditi la libertà di coscienza e di culto, ponendo fine alle guerre di religione.

Le guerre di religione prevedevano l'eliminazione fisica dell'avversario senza mediazioni o

compromessi (poiché c'è la salvezza dell'anima in gioco). Le guerre di religione diventarono

naturalmente di natura politica (i Valois e i Borboni) in quanto si utilizzava la religione in modo

strumentale per il potere.

Durante le guerre di religione in Francia pubblicisti e scrittori politico-religiosi protestanti

(soprattutto calvinisti) teorizzarono i limiti dell'assolutismo regio e sostennero la legittimità di

deporre e anche uccidere i sovrani che si opponessero alla libertà religiosa del popolo. Furono per

questo definiti monarcomachi.

L’assolutismo:

L’espressione “assolutismo” è usata per indicare una forma di potere e un corpo di dottrine

accomunati dall’idea e dalla pratica della centralizzazione del potere politico, ed è posta

generalmente in connessione con i processi di formazione e di piena affermazione dello Stato

moderno. L’assolutismo caratterizzò tra 500-700 e implicò un mutamento radicale del rapporto fra

diritto e potere.

La politica accentratrice dell’assolutismo ha potuto essere considerata come un fattore di

unificazione e di razionalizzazione del sistema giuridico, precedentemente caratterizzato dalla

concorrenza di una pluralità di fonti.

!

I processi di semplificazione del diritto si svolgono dunque all’insegna di un fattore come

l’assolutismo, che attuò una politica di accentramento giuridico e una rottura della concezione

medievale dell’unità del mondo giuridico. In tal senso le origini dell’assolutismo vanno viste nella

rottura dell’equilibrio giuridico all’interno di ciascuno Stato territoriale a favore di un potere

centrale e supremo e a sfavore di tutte le altre istituzioni dell’universo giuridico medievale e

rinascimentali, come i ceti, le città etc. Tale rottura di equilibrio interno sarebbe stata teorizzata,

nella Francia delle guerre di religione, dal giurista Jean Bodin nei suoi “6 libri della Repubblica

(1576)”. Il termine “assolutismo” è del tutto ambiguo in quanto si tende a confondere

l’assolutismo con le forme politiche oppressive o dispotiche o comunque sia con le manifestazioni

tipiche delle monarchie europee di diritto divino nell’età dell’Antico Regime.

!

!

! 38

L’assolutismo deve dunque essere delimitato al periodo storico dell’età moderna e alla forma

istituzionale dello Stato moderno, sia per distinguerne l’esperienza da quella del dispostimo, sia per

differenziare la concezione e l’organizzazione “assolutistica” del potere dal precedente sistema

politico dell’età intermedia e dall’antica società per ceti.

La definizione dell’assolutismo “come quella forma di governo in cui il detentore del potere

esercita quest’ultimo senza dipendenze o controlli da parte di altre istanze, superiori o inferiori”

trovando la sua radice nella formula “princeps legibus solutus”, pone decisivo il problema dei

limiti del potere e distingue l’assolutismo dal dispotismo e dalla tirannide, come forme politiche in

cui l’autorità non ha limiti costituzionali e si esercita in modo oppressivo.

!

!

Il Pensiero politico dell’Assolutismo:

Jean Bodin (Angers 1530 - Laon 1596)

Biografia e contesto storico:

Fu magistrato, filosofo, economista francese, segretario del duca d'Angiò e coprì numerose cariche

pubbliche. Fra i suoi scritti ricordiamo “I sei libri della Repubblica(1576)”, considerati il suo

capolavoro. Sostenitore della monarchia assoluta e dello Stato di diritto, affermò ciononostante che

il sovrano non è padrone dei beni dei suoi sudditi e che non può stabilire imposte senza il consenso

degli Stati Generali: la sovranità, anche se assoluta, deve sempre rispettare i diritti di natura e le

leggi divine.

Dal dibattito teorico scaturito in Francia dalle guerre di religione emerse la figura di Bodin

esponente del partito dei politiques (i politiques erano monarchici e sostenevano che il re era colui

che doveva stabilire l’ordine nel proprio paese e i suoi poteri erano al di sopra della religione).

Il suo capolavoro “la repubblica”, pubblicato in volgare nel 1576, contiene la più grande

teorizzazione dello stato moderno accentrato e burocratico. In pratica ciò che Machiavelli aveva

solo pensato diviene in Bodin una vera e propria scienza delle istituzioni.

!

Il parlamento francese, a quel tempo, era una corte giudicante e Bodin ne avrà un ruolo all'interno

(avvocato). Bodin però, essendo un platonista eterodosso e si scontrerà con le decisioni dei regnanti.

Si scagliò subito contro gli autori che scrivevano di politica (come Machiavelli) e che non avevano

studiato nemmeno la filosofia. Secondo Bodin infatti, per poter scrivere di politica è necessario

conoscere il diritto pubblico.

Criticò totalmente Machiavelli perché egli non definì lo stato da un punto di vista istituzional-

giuridico, ma definì solo la peculiarità del potere.

Per Bodin bisogna dare una definizione di stato in modo da poter resistere anche dopo la caduta

della casa regnante.

! Pensiero politico:

In Bodin, autore che è all’origine della moderna concezione della norma civile intesa come

comando ed espressione di una volontà del principe, non soggetta ad alcun potere superiore, se non

a quello della legge di Dio e della natura, il tema dei limiti del potere assoluto del principe-

legislatore assume la natura di una tematica medievale portata alle sue estreme conseguenze.

Nel 1576, Bodin, dopo aver delineato una complessa teoria dell’officiale e del magistrato, dedicò

infatti una trattazione specifica al tema del controllo dell’attività normativa del principe nel capitolo

della Republique intitolato “Dell’obbedienza che il magistrato deve alle leggi e al principe

sovrano”.

! 39

L’accento è posto sull’obbedienza in quanto l’obbedienza è il primo e fondamentale dovere del

magistrato, la cui funzione si esaurisce tutta nell’obbedire al re e comandare ai sudditi. Nella

visione bodiniana, il magistrato, dal punto di vista dei rapporti verso l’alto, non possiede alcuna

funzione attiva.

L’interesse di Bodin è rivolto all’esperienza politico-istituzionale del regno di Francia, al rapporto

Parlamento-sovrano e, in particolare, alla valutazione del “potere di sospensione” degli atti

normativi del re che il magistrato considerava “contra ius”. La discussione implicava il problema

del controllo dell’attività normativa del principe e dunque una limitazione della sovranità nel senso

di una sua condivisione.

Recuperando la concezione giustinianea del principe “solus conditior ed solus interpres

legum” (solo autore e solo interprete delle leggi) ed escludendo le magistrature dall’attività

normativa, Bodin consiglia l’obbedienza alle leggi di Dio e alle leggi della natura ed esclude che il

magistrato possa giudicare le violazioni della legge civile e le leggi fondamentali dello stato.

Così, come il magistrato nulla può oltre i limiti fissati alla sua giurisdizione, anche il sovrano ha un

territorio invalicabile, ovvero il territorio che ha come confini “le leggi di Dio e le leggi della

natura”. Perciò bisogna eseguire gli ordini del principe anche se sono ingiusti.

!

L’impostazione generale della trattazione bodiniana, imperniata sulla distinzione fra legge naturale-

divina e legge civile, persegue una nuova definizione del potere assoluto:

“per sovranità s’intende quel potere assoluto e perpetuo che è proprio dello stato.

Per stato s'intende il governo giusto che si esercita, con potere sovrano, su diverse famiglie e su

tutto ciò che esse hanno in comune fra loro’’.

!

Il nucleo fondamentale dello Stato é dunque la famiglia, a capo della quale vi é il "pater familias".

La patria potestas detenuta da quest'ultimo é il modello dell'autorità politica che risiede nel capo

dello Stato. Ma l'elemento più importante della definizione dello Stato é il concetto di sovranità

definita secondo Bodin da due elementi fondamentali:

- E’perpetua: cioè non può essere limitata nel tempo e in secondo luogo.

- E’assoluta: cioè non sottoposta ad alcun potere superiore eccetto quello divino. Le sole leggi

che vincolano l'autorità del sovrano sono infatti quella divina e quella della natura. Per quanto

riguarda le leggi civili, il sovrano non é tenuto ad alcuna obbedienza verso di esse: può

disattenderle o modificarle sia nel caso che siano promulgate da lui stesso sia nel caso che

vengano ereditate dai suoi predecessori.

! La famiglia: non è intesa come unione dell'uomo e della donna da cui nascono eventuali figli,

• ma come il luogo della stessa identità dei singoli ed ha il proprio fondamento nel patrimonio

familiare.

! Lo stato giusto: uno stato è giusto quando rispetta le leggi della natura e l'ordine che Dio ha

• imposto all'uomo. In quest'ottica il sovrano deve rispettare la proprietà privata dei cittadini; la

monarchia infatti viene tripartita in monarchia regia, signorile e tirannica. Nella prima specie

di monarchia il re è obbediente alle leggi di natura; nel secondo caso il monarca, con la forza, ha

di fatto la possibilità di recare offesa ai cittadini; nel terzo il sovrano abusa deliberatamente delle

persone libere e dei loro beni privati. L'obiettivo dello stato non è garantire ai suoi membri la

felicità, ma l'attuazione di valori superiori morali ed intellettuali. A seconda di chi sia il detentore

della sovranità lo stato si differenzia nelle tre forme della monarchia (il potere nelle mani di uno

solo), dell'aristocrazia (la sovranità detenuta da un gruppo ristretto di cittadini), della

democrazia (il potere sovrano detenuto dal popolo o da una sua ampia parte).

40

Non possono esistere forme miste di stati; se la sovranità viene divisa, allora presto o tardi la

corruzione finirà con l'imperversare e lo stato precipiterà nella guerra civile.

Il governo giusto è dunque l'obiettivo dell'azione politica del sovrano.

In realtà, è la stessa cosa dire che “il potere del sovrano non si estende alle leggi di Dio e della

natura” e dire che “il sovrano deve tendere a realizzare un governo giusto”. Infatti l'uomo -

individualmente o collettivamente non vive al di fuori della natura: egli stesso è natura, la realtà

è natura, la sua azione è natura. E la natura - e con essa l'uomo - non solo ha per autore Dio, ma è

da Lui governata. Il potere sovrano è quindi esso stesso nel dominio della natura e di Dio.

L'uomo non è concepibile se non nel contesto del tutto, di cui è parte.

Qual è quindi il governo giusto? E' il governo che non solo rispetta passivamente le leggi di

Dio e della natura, ma le applica attivamente alla vita dello Stato. Per questo motivo è decisiva

la razionalità dell'operare politico. Infatti la libertà dell'uomo - condizione perché a lui Dio possa

affidare il potere sovrano su se stesso - è connessa con il fatto che l'uomo è creatura razionale: sa

identificare i fini buoni, sa definire i valori, sa riconoscere la giustizia.

!

!

24/03

! Il pensiero politico della Controriforma e la Ragion di Stato:

Giovanni Botero (Bene Vagienna, 1544 - Torino, 1617)

Biografia:

Si hanno poche informazioni sulla sua giovinezza e sulla sua vita in generale. Nato in una famiglia

di modeste condizioni economiche, entrò dapprima nel collegio dei Gesuiti di Palermo e poi entrò

in varie case dell'Italia centrale, fra cui nel Collegio Romano. Pur essendo stimato come poeta in

versi in latino, forse a causa di una sofferenza da bipolarismo e da una tendenza alla polemica

dovette interrompere gli studi a Roma e fu inviato come insegnante in località periferiche nel centro

Italia. Morì all’età nel 1617 e fu sepolto a Torino nella Chiesa dei gesuiti.

! Il Tacitismo e il pensiero politico di Botero:

Tacito aveva il pregio di descrivere obiettivamente le situazioni con un linguaggio sintetico e

tagliente.

Il successo della storiografia tacitiana come fonte di conoscenza della politica era una prova di

scetticismo sulla possibilita' di definire in modo univoco la sfera pubblica, ma anche il sintomo

dell'insoddisfazione per i metodi di riflessione sul potere fondati sulla teologia, sul diritto o sui

modelli classici di Aristotele e Platone.

Tacito consente di introdurre nell'analisi politica la psicologia individuale, il gioco degli interessi e

delle passioni.

Occorreva una forma di comunicazione rivolta ad un pubblico europeo, che tenesse conto dello

scenario europeo.

Tra gli intellettuali cattolici capaci di soddisfare ad una simile esigenza si stava formando, negli

anni ottanta il piemontese Giovanni Botero (1544-1617).

Nel 1583 pubblico' a Milano la sua prima opera politica, De regia sapientia.

41

Nella dedica a Carlo Emanuele I di Savoia spiegava di aver tratto motivo di scrivere da una

conversazione sulla recente rivolta delle Province Unite, in cui gli interlocutori si erano mostrati in

maggioranza del parere di Machiavelli.

Botero sosteneva la tesi opposta.

La Ragion di Stato apparve a Venezia nel 1589: era una rimeditazione dei temi del De regia

sapientia, ed era sempre ispirata dal proposito di combattere il machiavellismo e di ribadire la

stretta dipendenza di ogni potere politico dalla religione e dalla Chiesa.

La definizione dello Stato: <<Stato e' un dominio fermo sopra popoli>>

Il terzo proposito di Botero era quello di ricomprendere in un trattato quella parte della letteratura

politica che nel corso del Cinquecento aveva descritto la politica degli Stati, che si era mossa

realisticamente sul piano della pura arte politica, degli interessi e della <<ragion di Stato>>.

Botero definisce la ragion di Stato tutto cio' che serve a fondare, ampliare e conversare un dominio.

Il fine della politica e' infatti per Botero la conservazione dello Stato e la conservazione consiste

<<nella quiete e pace dei sudditi>>.

Le virtu' che conducono all'AMORE DEI SUDDITI si possono riassumere nella giustizia e nella

liberalita'. Quelle che arrecano la REPUTAZIONE si possono riassumono nella prudenza politica e

nel valore.

Principio fondamentale della teoria boteriana e' che la solidità degli Stati riposa sull'esercizio

aggiornato da parte del principe della <<prudenza politica>>.

E' stato osservato che Botero sposto' la ragion di stato sul terreno economico, aprendosi così su una

realta' più avanzata di quanto non fosse il principato machiavelliano. <<La regola generale alla

quale occorre attenersi nelle questioni di governo, soprattutto per quanto riguarda la politica

estera, e` che in politica l'interesse ha una decisa preponderanza su tutte le altre considerazioni>>.

Inoltre l'immagine del principato di Botero non e` una forma di teocrazia, ma si basa sulla divisione

delle funzioni: il governo della giustizia, dell'economia e della guerra spetta al principe; il controllo

sulla vita religiosa e morale dei sudditi spetta alla Chiesa.

Questa ragion di Stato andava intesa come <<buona>> o <<vera>>, perche` moderata

nell'impostazione e indirizzata al bene pubblico. Ad essa si contrappone una <<rea>> o <<falsa>>

ragion di Stato, da identificare con la nozione corrente del <<machiavellismo>>.

!

! Il Giusnaturalismo

E’ una corrente filosofico-giuridica fondata su due principi: l’esistenza di un diritto naturale

(conforme, cioè, alla natura dell’uomo e quindi intrinsecamente giusto) e la sua superiorità sul

diritto positivo (il diritto prodotto dagli uomini). Il giusnaturalismo durante l’antichità e il

Medioevo, era fondato sull’idea di una legge naturale, alla quale dovevano conformarsi le leggi

positive: tale idea era presente in Aristotele, venne sviluppata dagli stoici, fissata in modo classico

da Cicerone e ripresa da Tommaso. Nel mondo moderno il g. pone invece l’accento sull’aspetto

soggettivo del diritto naturale, ossia sui diritti innati degli individui.

42

Oltre ad alcuni giuristi-filosofi (Grozio), sono giusnaturalisti alcuni tra i massimi pensatori politici

dell’Età moderna: Hobbes, Locke, Rousseau, Kant. Costoro condividono un ‘modello’ fondato sui

seguenti elementi: stato di natura (la condizione prepolitica in cui vivono gli individui, liberi ed

eguali), il patto o contratto come strumento per far sorgere lo Stato e lo Stato civile o politico (nel

quale le leggi civili sostituiscono le leggi naturali). Ma ognuno di essi declina in modo differente

tale modello, a seconda della propria concezione antropologica e politica: Hobbes teorizza uno

Stato assoluto, Locke e Kant uno Stato liberale, Rousseau uno Stato democratico (ma non liberale).

L’idea centrale del g. moderno - l’esistenza di diritti individuali innati - trovò la propria

consacrazione nel documento più celebre della Rivoluzione francese, la Dichiarazione dei diritti

dell’uomo e del cittadino (1789).

!

! Huig Von Groot (Delft,1583 - Rostock,1645)

Il punto nodale nel passaggio dal giusnaturalismo classico a quello moderno è dato dalla riflessione

filosofica di Huig Von Groot, meglio conosciuto come Ugo Grozio.

Egli affermava l’esistenza di un ordine naturale, frutto della razionalità umana, valido ovunque,

indipendentemente dalla fede, dalla nazionalità e dalle idee di ogni individuo. Il diritto naturale

secondo Grozio non trova la sua giustificazione nella volontà di Dio o nell’ordine divino delle cose

ma esiste indipendentemente dall’esistenza di Dio.

L’opera principale di Grozio fu il De iure belli ac pacis (1625), in cui egli pose il fondamento di un

diritto internazionale.

Fu soprattutto nel diritto privato, tuttavia, che il pensiero di Grozio assunse importanza cospicua.

Secondo il giurista olandese il diritto naturale, fondato sulla ragione dell’uomo e sul suo

primordiale istinto sociale, preesisterebbe allo stato civile, ossia alle istituzioni politiche e sociali.

Partendo dall’assunto che il diritto naturale è razionale e universale, perché fondato sulla natura

razionale dell’uomo, Grozio ritiene di poter dedurre da tale presupposto una serie di regole

autoevidenti ed universalmente valide, da cui possa poi svilupparsi il diritto positivo di origine

consensuale.

!

Le principali regole da cui Grozio ritiene di potere dedurre un’intera serie di precetti giuridici

particolari sono tre:

— non appropriarsi indebitamente di beni altrui e restituire il maltolto;

— prestare fede ai patti conclusi (pacta sunt servanda: tale principio vincola sia i consociati tra loro

che i consociati al potere politico);

— risarcire il danno cagionato colpevolmente.

È da questi precetti di natura generale che possono poi trarsi infinite norme, via via più particolari,

per disciplinare compiutamente la vita della società. Nello stato di natura presociale dominerebbe la

pacifica convivenza, il rispetto reciproco dei patti e lo stato indiviso dei beni a disposizione.

La società civile avrebbe, dunque, origine quando lo stato di natura, già precario di per sé, diventa

impraticabile a causa dell’assottigliarsi delle ricchezze naturali a disposizione, del conseguente

aumento dei bisogni individuali e dell’accrescersi dell’egoismo dei singoli. Lo stato civile

nascerebbe, allora, quando gli uomini decidono di meglio tutelare la propria sfera d’interessi

delegando ad un sovrano mediante un contratto (patto sociale) il potere di garantire e di fare

rispettare coattivamente la propria situazione personale e patrimoniale.

Lo Stato e il suo potere fondano, così, la loro legittimazione su tale contratto, in cui vengono fissati

e limitati sia i diritti di ciascun consociato, sia i poteri del sovrano stesso.

! 43

Attraverso il ricorso all’idea di uno Stato fondato su una convenzione da parte dei singoli, con cui

questi ultimi rinunciano liberamente ad una parte delle loro libertà per assoggettarsi

spontaneamente al potere del sovrano e vedere così meglio garantita la propria situazione giuridica,

Grozio si guadagnò il favore dei sostenitori dell’assolutismo.

Come vi è un diritto naturale, così esiste una religione naturale, fondata anch’essa sulla sola

ragione. Questa religione è interamente vera, comune a tutte le età e si riduce a quattro princìpi: a)

Dio esiste ed è uno; b) Dio non si identifica con le cose visibili, ma è superiore ad esse; c) Dio

governa e giudica tutte le cose umane; d) Dio è l’artefice di tutte le cose naturali. A questi princìpi

fondamentali, le singole religioni positive aggiungono altre nozioni che non hanno lo stesso

fondamento razionale. Anche la religione cristiana, pertanto, non può essere creduta in base ad

argomenti naturali, ma solo sul fondamento storico della resurrezione e dei miracoli. Ne deriva che

non si può punire come delitto l’eresia religiosa. Bisogna tenere a mente che Grozio stesso era stato

condannato al carcere a vita, nell’Olanda calvinista, per essersi professato arminiano, ossia seguace

di Giacomo Arminio, un aspro critico della dottrina della predestinazione.

!

! Lo Stato Assoluto

Hobbes (Westport,1588 - Hardwick Hall,1679)

Biografia:

E’ stato un filosofo e matematico britannico, autore nel 1651 dell'opera di filosofia politica

Leviatano.

Hobbes oltre che della teoria politica si interessò e scrisse di storia, geometria euclidea, etica, ed

economia.

!

!

25/03

Pensiero politico:

Hobbes si impegna a ricercare le condizioni che rendono possibile un ordine politico stabile,

duraturo evitando così forme di anarchia o situazioni che potrebbero creare guerre civili. Il timore

della guerra civile è da considerarsi come molla del pensiero hobbesiano. Gli studiosi sono in

disaccordo quando si tratta di indicare il metodo con il quale operò Hobbes per fornire la sua

risposta al problema del disordine politico. Si possono individuare 3 linee interpretative:

!

La prima considera Hobbes come un polemista politico, la sua filosofia politica, la sua ossessione

dell’anarchia sarebbero fortemente influenzati dagli eventi della guerra civile inglese; durante la sua

lunga vita non ricoprì mai cariche politiche né fu consigliere di principi (solo dopop la restaurazione

1660 divenne suddito di Carlo II), i suoi viaggi furono per motivi di studio e il suo esilio in Francia

fu dovuto per il timore di essere perseguitato per aver sostenuto nella sua opera Elementi che la

miglior forma di governo sia la monarchia.

!

La seconda fa confluire Hobbes nel grande fiume del giusnaturalismo classico, si può ritrovare una

teoria dell’obbligazione fondata sul rispetto della legge di natura, intesa come comando divino con

il ruolo di accrescere la sicurezza degli individui nello stato.

!

La terza interpretazione considera Hobbes come un umanista che, giunge si a dare una nuova

fondazione alla politica moderna ma a partire dalla ridefinizione dei moventi dell’agire umano che

andrebbero individuati nella tensione dialettica fra paura della morte e desiderio e potere di

successo. 44

La guerra civile inglese e più in generale le guerre di religione costituiscono indubbiamente lo

spunto della riflessione politica di Hobbes, ma non esauriscono il significato storico che va piuttosto

ricercato nel tentativo di affermare l’unità e la piena sovranità dello stato nazionale moderno.

Tanto gli Elementi quanto il Leviatano dedicano una parte introduttiva ad esporre la logica, la

filosofia naturale e l’antropologia su cui Hobbes ritiene doversi finalmente fondare la scienza

politica. Hobbes afferma “la retorica usata dai filosofi morali e politici è servita ben poco alla

conoscenza della verità; la guerra con le armi o con la penna è continua, il sapere matematico-

geometrico è l’ottimo modello della vera logica, libero da controversie e dispute perché in queste

cose la verità e gli interessi degli uomini non si oppongono a vicenda”. Occorre far mentalmente

tabula rasa di tutte le istituzioni politiche esistenti ed immaginare uno stato di natura da cui ripartire

per costruire più solide fondamenta alla legittimità dello stato. La ragione è per Hobbes una facoltà

di calcolo capace, a partire da definizioni convenzionali chiare, di addizionare e sottrarre, “nella

geometria gli uomini cominciano con lo stabilire il significato dei vocaboli e chiamano questo

stabilire i significati “definizioni” e le pongono all’inizio del loro calcolo”. La politica è per

Hobbes come la geometria, una scienza costruttiva, artificiale che deve appunto costruire lo stato a

partire dai suoi elementi più semplici ovvero gli individui, così come la geometria costruisce le sue

figure a partire da punti e linee. Gli assiomi della politica vanno ricercati nell’esperienza

dell’umano, nei pensieri e nei propri sentimenti ossia nell’introspezione psicologica.

Per dar forma ad uno stato fremo e durevole Hobbes deve innanzitutto compiere due operazioni: da

un lato ipotizzare uno stato di natura, ovvero una condizione non politica, di assenza di relazioni

comando/obbedienza fra gli individui, di mancanza di diritto positivo, mancanza di stato insomma,

dall’altro intraprendere un’analisi della natura umana che sappia cogliere i tratti universali, comuni

a tutti gli uomini. Lo stato di natura è secondo Hobbes uno stato di guerra di tutti contro tutti, gli

uomini qui son tutti uguali e pretendono le medesime cose, ciò porta ad un conflitto. Dal momento

che vi è una situazione di conflitto e dal momento che tutti sono uguali, ciascun individuo puo’

arrecare all’altro il più grande dei mali, la morte, e dunque può tutto ciò che gli altri possono. Ciò

implica timore e diffidenza reciproca: ciascun uomo sa che il proprio simile è come lui alla continua

ricerca di quel maggior potere, sa quindi che l’altro è un potenziale aggressore.

Per questa ragione ogni uomo ha al pari degli altri, nello stato di natura, diritto di impossessarsi di

tutto quanto gli sembra utile alla sua conservazione e dunque di usare tutti i mezzi che ritiene

appropriati per raggiungere questo fine: così è definito nel DE CIVE il diritto naturale. Ma accade

che sebbene gli uomini desiderano la stessa cosa e tuttavia non possono entrambi goderla diventano

nemici, dando luogo ad un conflitto nel quale si sforzano di distruggersi o di sottomettersi l’un

l’altro. Nella natura umana troviamo tre cause principali di contesa: la competizione, la diffidenza,

la gloria. La prima fa si che gli uomini si aggrediscano per guadagno, la seconda per sicurezza, la

terza per reputazione.

L’ipotetico stato di natura universale dunque è la situazione ideale per studiare la psicologia

dell’uomo, unità elementare dello stato, e di conseguenza per scoprire le condizioni necessarie a

fondarlo su solide basi. Nella situazione in cui non vi è un potere centrale che tenga tutti gli uomini

in soggezione , essi si trovano in quella condizione che è chiamata guerra e tale guerra è quella di

ogni uomo contro ogni altro uomo.

“La causa del timore reciproco consiste parte nell’uguaglianza di natura fra gli uomini e parte nello

scambievole desiderio di nuocersi”, ciò implica però che Dio abbia creato l’uomo malvagio facendo

scorrere tra gli uomini non un sentimento di fiducia, viceversa solo sfiducia!

45

Quest’ultima è possibile osservarla nel comportamento stesso degli uomini, scrive Hobbes “basta

osservare come gli uomini anche nella società civile girino armati, chiudano la porta di casa o

addirittura all’interno delle mura domestiche gli armadi e i cassetti”. Le ragioni per cui gli uomini

cercano il loro simile sono dunque solo egoistiche. La frequentazione degli altri non è data dal

piacere della compagnia ma dalla soddisfazione della vanità che è la passione per eccellenza

dell’uomo.

Hobbes può allora aprire il DE CIVE scrivendo che l’uomo non è un animale sociale come aveva

sostenuto Aristotele, ma è insocievole infatti se vive accanto ai suoi simili è solo per bisogno o per

soddisfare la propria vanità, non per socialità naturale spontanea.

Il diritto naturale è come si è detto un diritto soggettivo che non si identifica con il concetto di

libertà. Quest’ultima si identifica per Hobbes come assenza di impedimenti esterni. Lo ius (il

diritto) si differenzia dalla libertas in quanto, pur essendo libertà di fare, si specifica come libertà di

fare ciò che è conforme con la retta ragione. La retta ragione è una legge che si può chiamare pure

‘naturale’; la legge naturale è un dettame della retta ragione riguardo a quel che si deve fare o

tralasciare per conservare la vita il più a lungo possibile.

La legge di natura, in quanto dettame della retta ragione, non è come la legge in quanto norma

emanata dalla volontà sovrana come comando rivolto ad un uomo obbligato ad obbedirgli, alla

legge naturale mancano proprio i caratteri di comando ed obbligo, si considerano leggi in quanto

considerate espressione della volontà di Dio. Le leggi di natura sono dunque regole prudenziali,

norme tecniche utili al fine di aumentare le possibilità di autoconservazione.

L’unica via d’uscita dallo stato di natura è quella dell’accordo e del consenso reciproco fra gli

uomini. L’unica via per costruire una relazione di comando/obbedienza è consensuale: occorre cioè

un accordo, un atto di volontà per costituire artificialmente lo stato in quanto istituzione dotata del

potere di tenere tutti in soggezione. Un accordo deve essere permanente fra un numero di individui

sufficientemente alto . Ma il punto fondamentale è che l’accordo non si limiti ad associare fra loro

individui che hanno obiettivi in comune, perché in tal modo si costituirebbe una società inadatta a

garantire quelle condizioni di sicurezza di cui lo stato di natura hobbesiano ha enfatizzato le

necessità. Per abbandonare quella condizione di massima insicurezza che è lo stato di natura,

l’unico modo è combinare in un solo patto, che Hobbes chiama patto di unione, il patto di società e

quello di sottomissione, ovvero la moltitudine di individui isolati in un popolo e l’obbligazione

all’obbedienza nei confronti del detentore del potere sovrano. Il sovrano hobbesiano riunisce nelle

sue mani il potere coattivo, quello economico e quello spirituale. Dal diritto del sovrano si possono

dedurre le cause che possono disgregare uno stato dall’interno: questo succede quando la sovranità

perde i suoi caratteri essenziali, si aprono le porte all’indebolimento e alla dissoluzione dello stato.

Al contrario il Grande Leviatano ben costruito potrà perire solo per mano di un suo simile, ovvero a

causa di un’aggressione vittoriosa da parte di un altro stato.

La regola del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto, dell’onesto e del disonesto sono le leggi

civili, detto altrimenti il giusto e l’ingiusto non esistevano prima che fosse istituita la sovranità.

Giusto è ciò che è comandato, perché non esistono azioni naturalmente buone o cattive e dunque chi

pretende di giudicare gli atti del sovrano altro non vuole che prendere il suo posto.

Esistono solo tre forme di governo, distinguibili in base al numero, monarchia, aristocrazia e

democrazia, mentre le rispettive degenerazioni altro non sono che le stesse forme cui però viene

attribuito un giudizio negativo da parte di alcuni sudditi

46

RICORDA:

Lo stato di natura: è quell'ipotetica condizione in cui gli uomini non sono ancora associati fra

• di loro e disciplinati da un apparato governativo e dalle relative leggi. Questa particolare

condizione dell'uomo è stata ipotizzata dai filosofi inglesi Hobbes e Locke e, in seguito, dallo

svizzero Rousseau Questo stato ipotetico assume caratteristiche diverse, anche opposte, nei vari

filosofi che lo postulano. Se per Hobbes lo stato di natura è una guerra di ogni uomo contro tutti

gli altri, per Rousseau gli uomini in questo stato vivono "liberi, sani, buoni, felici”.

Diritto positivo: il positivismo giuridico fonda il diritto esclusivamente sul sistema di norme

• imposte dallo Stato, escludendo che l'uomo possa agire spontaneamente secondo giustizia.

Secondo questa prospettiva l'uomo é incapace di vivere libero senza porsi in una guerra continua

con i propri simili e l'unica soluzione per porre fine a tale condizione é sottomettersi allo Stato e

alle sue leggi, trovando solo in esse il fondamento della giustizia.

Diritto naturale: l’esistenza di un diritto naturale viene sostenuta dai pensatori del

• giusnaturalismo (dai termini latini jus, "diritto", e natura). Secondo i giusnaturalisti esiste un

sistema di regole naturalmente percepite e condivise dagli esseri umani che, attraverso l'uso della

ragione, sono in grado di comprendere quali valori stanno alla base della convivenza civile.

Il diritto naturale é preesistente alle norme giuridiche prodotte dalle società ed é costituito dal

complesso delle regole di comportamento dettate dalla ragione umana.

Il giusnaturalismo riconosce il fondamento del diritto nelle leggi di natura e ha una visione

"ottimistica" dell'uomo che, attraverso la ragione, può scegliere di comportarsi secondo giustizia.

! !

Lo Stato Liberale

John Locke (Wrington,1631 - Oates, 1704)

Anche lui vive il trauma della guerra civile e dello scontro tra Parlamento e Re (1649 decapitazione

dei Carlo I).

Il tentativo di portare l'anglicanesimo in Scozia provocò la rivolta → bisogna avere un esercito

quindi tassare → si convoca il Parlamento con all'interno la gentry (ruolo fondamentale, esponenti

del mondo imprenditoriale).

Locke era figlio di un giudice di pace e ha combattuto per il Parlamento che lo ha sconvolto.

Studiò a Oxford teologia, ma poi cambiò entrando a medicina (che lo mette di fronte a problemi

empirici cioè sperimenti immediati).

Locke introduce l'empirismo: l'uomo quando nasce non ha idee innate, ma esse derivano

dall'esperienza sulla base di schemi logici.

Locke giovane era un hobbesiano, poiché spaventato dalle guerre civile.

Dalle sue opere giovanili inedite nascerà la sua visione di stato di natura (opposto ad Hobbes) →

liberalismo.

!

1660 ripristino della monarchia (Locke è favorevole) però il successore sarà Giacomo II, quindi la

camera dei lords si oppose → nascono i primi partiti: tories (conservatori) e whigs (progressisti).

'80 Giacomo II sposa una cattolica e inizia a diffondere il cattolicesimo anche se le figlie sono

calviniste → '86 Giacomo viene incoronato e avrà un erede maschio di educazione cattolica.

Il ''Trattato sulla tolleranza'' esprime l’intolleranza verso i cattolici (perché fedeli al papa) e gli

atei (fedeli a nessuno).

Guglielmo d'Orange approfittò del clima per proporsi a favore del Parlamento e del calvinismo

(amato dagli inglesi) → Gloriosa Rivoluzione → diventerà re con la moglie (figlia di Giacomo II)

''I 2 trattati sul governo'' 1690. 47

1° trattato polemico contro ''Il patriarca'' di Filmer

Il secondo inizia con la trattazione dello stato di natura: stato di perfetta libertà (libertà, proprietà,

vita) → nello stato civile sopravvive lo stato di natura.

La proprietà deriva dal lavoro, non si possono accumulare più beni di quanto se ne possono

consumare (no beni deperibili, no sprechi).

Un cambiamento radicale avvenne con l'introduzione della moneta → non ci sono limiti

all'accumulo quindi non si danneggia nessuno → proprietà compiuta con la moneta → nasce il

mercato.

Liberalismo individualista

Stato di natura di pace e libertà, ma esistenza di conflitti di potere e assenza di potere politico e

giudiziario → possono decidere (anche piccoli gruppi) di uscire dallo stato di natura e dar vita alla

società civile → separazione dell'esecutivo e del giudiziario → 3° potere federativo (cioè relazioni

internazionali).

La società civile diventà una difesa da altre realtà (stati) dove all'interno di questo ''corpo'' le

decisioni vengono a maggioranza e col consenso di questi (anche tacito).

Il potere può diventare tirannico quindi ci si può ribellare, ma solo in maggioranza (il singolo no).

!

!

30/03

Enrico IV di Navarra si converte al cattolicesimo. Egli voleva incamerare il Regno di Francia.

Riesce a rappacificare lo Stato dalle guerre di religione conferisce agli ugonotti la possibilità di

professare la propria religione pubblicamente, concedendo loro anche delle importanti piazze

cattoliche in cui farlo (con l' editto di Nantes).

Gli succede Luigi XIII, aiutato dal cardinale Richelieu, un personaggio molto importante di questo

periodo. In questo periodo la nobiltà rivendica la propria autonomia e i propri privilegi territoriali

con il movimento delle Fronde. Solo però con Luigi XIV (Re Sole), successore di Luigi XIII, vi

sarà un accentramento definitivo del potere politico e un annullamento delle autonomie regionali e

delle signorie locali attraverso la sostituzione dei nobili che avevano domini territoriali con i suoi

sovrintendenti. Ne è la dimostrazione la costruzione della reggia di Versailles, la "gabbia dorata" in

cui portò la nobiltà. Qui i nobili avevano degli incarichi attribuiti e dovevano aiutare il re in tutte le

sue azioni quotidiane.

La nobiltà di toga si distingue per gli abiti dalla nobiltà di sangue (o di spada), che è quasi sullo

stesso livello del sovrano.

Luigi XIV ebbe un lungo regno, ma morirono sia il figlio che il nipote (il grande Delfino e il

piccolo Delfino) prima di succedergli al trono. Fènelon denunciò tutto il suo dispotismo in una

lettera anonima, in cui rivendicava il ruolo importante della nobiltà: siamo ancora in un Ancien

Régime, una società in cui i ceti rivendicano un ruolo politico.

All'interno di questo contesto si colloca la corrente di pensiero dell'Illuminismo, che attraversa gli

ultimi anni del '600 e tutto il '700. Al centro vi è una ragione che vuole eliminare tutte le zone

d'ombra e tutti gli abusi compiuti in nome della ragione, i pregiudizi di ordine sociale ma anche di

ordine politico e, secondo gli illuministi, religioso. Si colloca nella dimensione religiosa di un

deismo molto vago,che trova nell'anticlericalismo uno dei suoi punti di forza.

! 48

Dal punto di vista economico l'Illuminismo si caratterizza come superamento del mercantilismo

(una struttura economica in cui viene ribadita l'autonomia economica del paese: gli scambi

mercantili non sono negati ma sono ridotti al minimo perchè la moneta deve circolare all'interno del

paese ma non deve uscire dal paese perché lo impoverirebbe). Questa concezione economica trova

alla sua base una concezione di autarchia economica (autosufficienza economica del Paese). Ma

tutto questo viene superato sulla base di una concezione chiamata fisiocrazia: una concezione

economica che mette alla base dell'economia la superiorità della terra, il vero elemento che genera

ricchezza con le sue fonti (il deismo e la tolleranza propri dell’Illuminismo trovano proprio nella

naturalezza della terra un elemento forte dal punto di vista economico).

L'Illuminismo non esprime un vero e proprio pensiero politico e non poteva nemmeno esprimerlo: i

suoi pensatori anzi non esitano ad avere commercio con Stati assolutisti, anche se erano teorici del

liberalismo e della tolleranza. Manca quindi un pensiero politico omogeneo e gli autori illuministi

che appoggiano questi monarchi e giustificano il loro appoggio, lo fanno sulla logica delle

monarchie illuminate, in cui vengono date concessioni dai sovrani (monarca illuminato, che non

erano despoti).

Kant, teorico dell'idealismo (che si colloca al di fuori dell'Illuminismo) si chiede fin dove la ragione

dia una conoscenza certa e vera, problema che gli illuministi non si erano posti.

Se con Hobbes si può parlare di una politica che guardava alla geometria, qui si parla di una fisica

sociale.

!

! Liberalismo politico moderno

Montesquieu (La Brede, 1689 - Parigi, 1755)

Biografia e contesto storico:

Viene definito come un "grande provinciale": non è un personaggio che vive la capitale, il centro

del dibattito culturale del tempo, ma è un nobile di una nobiltà di toga (acquistata dal nonno) che

vive in provincia. Dopo la morte dello zio eredita il titolo di Barone e la carica di presidente del

Parlamento di Bordeaux. Fa parte dell'Accademia scientifico-letteraria di Bordeaux, che frequenta

con assiduità e in cui tiene e scrive conferenze di carattere fisico-naturalistico (Sull'essenza delle

malattie, Sulla causa dell'eco, Sulla trasparenza dei corpi, Sulla pesantezza dei corpi). Gli studi di

carattere fisico sono importanti per capire il Montesquieu politico, che arriva relativamente tardi,

negli ultimi anni della sua vita con "Lo spirito delle leggi" e le "Lettere persiane" (1721).

Quest'ultima opera gli dà notorietà europea: è un romanzo sotto forma epistolare ed è un

rovesciamento di prospettiva che viene determinato dal fatto che la Persia (il mondo ottomano)

viene indicato come il luogo del dispotismo. Nel libro invece due persiani, che studiano in Francia,

scrivono a due amici in Persia parlando della Francia e si meravigliano dell'inconcludenza e dei

problemi che trovano in questo Paese e in Europa.

Quindi proprio loro, che dovrebbero essere il simbolo del dispotismo, trovano in Francia e in

Europa l'emblema del potere dispotico. Con quest'opera impone ai francesi di fare una riflessione su

se stessi e sul proprio tempo. L'opera esce anonima e viene condannata immediatamente,

nonostante a parlare nel libro siano due persiani. Rica e Usbek, i due personaggi dell'opera, se la

prendono in particolare con il re Luigi XIV e contro la reggenza, ovvero il pronipote che succede al

Re Sole, un personaggio particolarmente dispotico.

49

Ma è una critica anche nei confronti degli ordini religiosi e del Papa, che i principi non temono più.

Usbek, che dovrebbe essere conservatore perchè viene dall'oriente dispotico, è invece fautore del

divorzio e ostile al celibato dei preti e risulta essere più illuminato della realtà in cui si ritrova a

vivere. La sua religione è un deismo naturale (come per l'Illuminismo) e la giustizia è una sorta di

divinità, mentre il male risiede nell'intolleranza, soprattutto in quella che è propria della religione

dominante che pretende di farsi religione assoluta ed è quindi causa di guerre. La natura alla quale

si ispira è quella del giusnaturalismo, perché Montesquieu si colloca all'interno del giusnaturalismo,

ma senza dare risposte chiare come avevano fatto Hobbes e Locke.

Montesquieu vende la carica di presidente del Parlamento e incomincia un lungo periodo di viaggi

durante il quale visita vari Paesi europei, soprattutto l'Inghilterra, fermandosi a lungo a Londra. Qui

analizza il sistema politico inglese e si prepara a diventare un pensatore politico. Vuole riflettere in

termini scientifici sulla costruzione di una dimensione propriamente politica e sociale, cioè una

fisica sociale, basata su leggi che regolino in maniera fisica, cioè scientificamente ineccepibile e

necessaria, il rapporto tra i vari elementi e le varie realtà sociali che caratterizzano un determinato

paese. Frutto di questo viaggio europeo è l'opera "Le riflessioni sulla monarchia universale", in cui

vi è il rifiuto della superiorità della politica estera su quella interna (cioè il rifiuto della superiorità

delle relazioni internazionali che regolano il rapporto tra gli stati per analizzare invece fattori interni

allo Stato). Fa dunque un' analisi dei meccanismi sociali che regolano la vita di un Paese e una

riflessione: il Paese più grande per estensione coloniale (la Spagna) era decaduto proprio per un

eccesso di grandezza. Questa dimensione dell'eccesso di grandezza come frutto di crisi diventa un

elemento importante dell'opera "Le considerazioni sulle cause della grandezza e della decadenza dei

Romani" (l'Impero), che si allargò a dismisura e diventò incontrollabile, rendendo inevitabile la sua

decadenza. Per la prima volta troviamo l'affermazione dell'inutilità dell'insegnamento del mondo

classico: egli rivendica la superiorità dei moderni sugli antichi.

La sua opera più importante è "Lo spirito delle leggi", una riflessione sullo spirito che sta alla base

delle leggi, in particolare quelle fondamentali (per noi quelle costituzionali) che fondano uno Stato

e hanno delle caratteristiche di scientificità (possono essere dedotte scientificamente) e devono

avere dei rapporti al proprio interno di carattere fisico e scientifico. Queste leggi sono per

Montesquieu "rapporti necessari che derivano dalla natura delle cose". L'opera viene pubblicata a

Ginevra nel 1748 ma quasi subito proibita in Francia ed entrerà nell'indice dei libri proibiti.

Scrisse in seguito anche delle apologie per difendere la sua opera.

! Pensiero politico:

La sua dottrina si può dividere in 3 parti:

dottrina delle leggi in generale: non è il caso che guida gli uomini nè le loro fantasie, ma sono

alcuni principi peculiari dei singoli Stati, ai quali i comportamenti politici e le varie forme della

politica dei singoli Stati si adattano. Questo vale per tutte le nazioni. Ogni legge è legata alle altre.

La legge in generale è la ragione umana, in quanto governa tutti i popoli della terra, e le leggi civili

della nazione sono i casi particolari in cui questa ragione viene applicata, sono i "rapporti necessari

tra le cose".

Ogni costituzione è tipica di un Paese, di un popolo, ed è il risultato della sua storia, della sua

cultura, della sua religione, del suo clima, della sua geografia particolare (queste sono le cose) e il

rapporto necessario tra queste cose mi dà come risultato finale quella legge tipica di quel popolo e

di nessun altro. 50

Esse devono dunque corrispondere a tutte le caratteristiche di un popolo e del suo Paese, essere

conformi al grado di libertà che la costituzione concede e hanno rapporti reciproci con la loro

origine e con il fine del legislatore. Tutti questi rapporti costituiscono nel loro insieme quello che

viene chiamato "lo spirito delle leggi".

dottrina dei governi (totalmente nuova e originale): le forme di governo tradizionali sono 3

(monarchia, aristocrazia, democrazia). Montesquieu ha il problema del dispotismo, una delle 3

forme di governo. Le sue forme di governo hanno una natura (ciò che le caratterizza in quanto tali)

e un principio (la molla che le fa vivere, la forza che le mette in movimento). Le sue forme di

governo sono:

a)la forma repubblicana: può essere una repubblica democratica o una

repubblica aristocratica. Il governo repubblicano è quello in cui tutto il

popolo o solo una parte del popolo detiene il potere sovrano.

b)la forma monarchica: il governo monarchico è quello in cui governa uno

solo ma per mezzo di leggi fisse e stabilite

c)la forma dispotica: il governo dispotico è quello in cui uno solo senza

legge e senza regola governa tutto con la sua volontà e i suoi capricci

!

Quindi la natura di ogni governo è la caratteristica principale che lo distingue dagli altri (pochi o

molti per il governo repubblicano, uno solo che rispetta le leggi per il governo monarchico, uno

solo che non osserva le leggi per il governo dispotico).

Il principio della repubblica democratica è la virtù, come emblema di rispetto per gli altri ed

esclusione di privilegi particolari. Il principio del governo repubblicano aristocratico è la

moderazione (proprio perché in una realtà già tendenzialmente elitaria un comportamento moderato

mostra il voler farsi accettare e coinvolgere le persone, per non essere rifiutati). Il principio del

governo monarchico è l'onore, l'orgoglio dell'élite aristocratica che governa, che fa della propria

diversità l'emblema.

Nel governo dispotico è un principio negativo: la paura.

Dunque la natura è ciò che fa di un governo ciò che è, il principio è ciò che lo fa agire.

Nelle monarchie la politica fa operare le grandi cose col minimo di virtù possibile (riferimento

meccanicistico alla fisica).

dottrina della libertà politica o della separazione dei poteri: è quella che più lo rende noto.

I 3 poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) divisi completamente tra di loro, ma in realtà in

Montesquieu questa partizione così definita non c'è.

Qui tratta la divisione tra le tre forme di potere e la libertà politica, che è rappresentata dal modello

del "bel sistema" inglese, che incarna il liberalismo proprio della fine dell'età moderna e del primo

'800. La libertà politica non è far ciò che si vuole, ma poter fare ciò che si deve volere

(l'indipendenza e la libertà non sono la stessa cosa), è il "diritto di fare tutto ciò che le leggi

permettono": alla base di tutto ci sono le leggi, all'interno delle quali si consolida la libertà. Se un

cittadino potesse fare ciò che le leggi non permettono, non ci sarebbe più libertà.

In ogni Stato ci sono 3 generi di poteri: quello legislativo, quello esecutivo delle cose che

dipendono dal diritto delle genti e quello esecutivo delle cose che dipendono dal diritto civile (cioè

il potere giudiziario).

Mette a punto anche un modello tipicamente francese: una monarchia frenata da corpi intermedi,

cioè una monarchia che trova una serie di corpi intermedi (l'aristocrazia e poi anche il clero) che

frenano la tendenza del potere monarchico a cadere nel dispotismo.

51

Ogni potere se non viene frenato si spinge, fino a trovare un freno negli altri poteri.

Mentre il potere esecutivo ha una propria struttura sociale alle spalle (l'aristocrazia) e il potere

legislativo ha, pensando alla camera dei comuni inglese, la gentry o la borghesia che si è arricchita,

il potere giudiziario non ha ceti sociali alle spalle ma è un potere che, in diversi archi di tempo,

viene ricoperto da determinate persone che possono derivare da un ceto quindi per certi aspetti è il

più instabile dei poteri.

!

!

31/03 Lo Stato Democratico (non liberale)

Rousseau (Ginevra, 1712 - Ermenonville, 1778)

Biografia e contesto storico:

Nasce a Ginevra nel 1712, educato alla religione calvinista.

Quando ha 10 anni il padre a seguito di un litigio e' costretto ad abbandonare Ginevra, per questo

Rousseau verra' affidato ad un pastore.

Tuttavia Rousseau non vivra' bene tutto questo; e come ricorda nelle sue memorie che verranno

pubblicate dopo la sua morte, (dove Rousseau ripercorre la sua vita), dira' per l'appunto che: una

sera rientrando da una lunga passeggiata trovera' le porte della citta' di Ginevra chiuse e decidera' di

andarsene, e comincia a girovagare fino a quando una nobildonna piu' grande di Rousseau lo

prendera' sotto la sua protezione, costei lo manda a Torino dove Rousseau si converte al

Cattolicesimo, ma successivamente lui si riconvertira' al Calvinismo.

Nel 1742 restera' per poco tempo a Parigi, l'anno successivo lo troveremo a Venezia, dove

diventera' segretario dell'ambasciatore di Venezia, e sara' proprio a Venezia che nasce e si sviluppa

il Rousseau politico.

Gli unici studi piu' regolari sono stati quelli di musica, tanto e vero che rientrato da Venezia a Parigi

entra in contatto con l'encyclopedie : (enciclopedia che dovrebbe eliminare tutte le incrostazioni ed

i pregiudizi che lo hanno caratterizzato nel corso della storia) e gli verranno affidate voci musicali.

Rousseau scrivera': ''L'Emile'' scritto pedagogico; il sottotitolo: ''Sull'educazione''. L'educazione

che Rousseau vuole trasmettere all'Emilio e' un educazione privata, individuale, ma soprattutto e' un

educazione al fare e non al sapere soltanto, in questo caso l'educatore rimane piu' dietro le quinte.

L'educazione come facilitatore: un educazione che faccia uscire fuori le capacita' del ragazzo, che

sono gia' insite nella natura umana e che con l'educazione si cerca di tirar fuori.

Vincerà il premio dell'accademia di ligione con ''Il discorso sulle scienze e sulle arti'' (1749): ''Non

solo le scienze e le arti non hanno contribuito al processo di civilizzazione, ma hanno contribuito a

corromperlo, sono strumenti di corruzione a fronte di un quasi pieno equilibrio naturale''. In questo

modo Rousseau entrera' in collisione con l'illuminismo.

Sempre sotto l'influsso delle tematiche promosse dall'accademia di ligione, Rousseau scrivera'

anche riguardo le cause delle disuguaglianze tra gli uomini.

''Giulia o la nuova Eloisa'' pubblicato a Londra nel 1760

''Il contratto sociale'' pubblicato ad Amsterdam nel 1761

L'Emile e il contratto sociale saranno entrambi condannati.

Rousseau abbandonerà tutti i suoi 5 figli in orfanotrofio, quando lui stesso si definisce teorico

dell'educazione. Tutto ciò sarà evidenziato da uno scritto critico di Voltaire.

52

Nella meta' degli anni '60 del '700 Rousseau sara' ospite da Hume

Rousseau muore nel 1778.

L'opera che gli conferirà una fama europea all'indomani della sua morte sara' il ''Contratto sociale''

del (1761), il quale sara' anche al centro di parecchie critiche.

Rousseau avra' una fama enorme con la Rivoluzione Francese, in particolare all'interno del

movimento giacobino.

! Tematiche del pensiero di Rousseau:

Denuncia delle a priori dell'eta' moderna: considerate da lui causa di scissione esistenziale

dell'uomo, di fratture tra la sfera pubblica e la sfera privata

Elaborazione di una immagine di convivenza civile in cui ognuno sia se stesso: (uomo o cittadino,

privato o pubblico)

Ricerca di un sistema politico nel quale l'uomo sia libero in quanto cittadino all'interno del suo

Stato.

Corruzione dell'indole naturale dell'uomo sociale inserito nella società

!

Le coordinate culturali:

La natura

(Il contrattualismo moderno di ispirazione giusnaturalista sarà uno dei punti forti). Anche se per

certi aspetti Rousseau sarà uno dei critici del Contrattualismo così come sino a lui si era sviluppato

La tradizione repubblicana rinascimentale e in particolare modo Machiavelli e' uno dei

capisaldi.

Roussau riprenderà da lui la sua connotazione realista, di cui Machiavelli e' impregnato;

dall'altra l'esaltazione delle virtù civiche;

l'idea del primato della dimensione pubblica/politica rispetto a quelli che sono gli interessi

propriamente privati.

Alla base di tutto questo sta l'antitesi tra l'essere e l'apparire, artefice di tutti i mali dell'uomo.

''Il mito del buon selvaggio'' non c'e' in Rousseau. Il selvaggio e' una dimensione individualista:

sono i singoli uomini che vivono singolarmente in una condizione primigenia, che non danno

origine a nessuna comunità

La società come elemento di corruzione, a differenza della natura che e' buona. L'uomo non e' un

animale sociale. L'ingresso nella società civile e' inevitabile dovuta a delle componenti innate

nell'individuo, cioe' la sua perfettibilita'.

La perfettibilita' si collega ''all'amore di se`'' che contrasta con l'amor proprio, quindi l'amore

egoistico.

L'amore di se': distingue l'uomo dagli animali.

Si danno due possibilita':

Una cattiva uscita dallo stato di natura: (quella che ha caratterizzato sin da ora la storia dell'uomo

ed ha fatto si che la societa' sia diventata sempre in conseguenza di questa cattiva uscita un

elemento di corruzione, di depravazione)

Una buona uscita dallo stato di natura: (comporta una drastica correzione della storia, una

inversione della storia e si caratterizza con il patto sociale)

Definizione di patto sociale: '' Trovare una forma di associazione, che con tutta la forza comune

difenda e protegga le persone e i beni di ogni associato e mediante la quale ciascuno, unendosi a

tutti, obbedisca tuttavia soltanto a se stesso e resti non meno libero di prima di clausole del contratto

sociale: ''Alienazione totale di ogni associato con tutti i suoi diritti in favore della comunita` ''

''Chi si da' a tutti non si da' a nessuno, rimane pienamente libero e anzi rinsalda la propria libertà”.

53

La volontà generale: " Noi in quanto corpo politico riceviamo, ciascun membro come parte

indivisibile".

La volonta` generale e` l'esaltazione di queste singole volonta` particolari, che le rende pienamente

libere perche` questa volonta` generale vuole il bene comune, e vuole la pienezza di quanto puo`

essere l'obbiettivo della politica= (espressione di quanto di meglio si puo` desiderare, di

conseguenza ognuno si trova rinsaldato nella sua perfezione primigenia e nella sua somma

liberta`).

Il patto sociale consiste in ultima istanza in una alienazione totale dei propri diritti alla volonta`

generale, che altro non e` che un rinsaldarsi della volonta` di ognuno che entra a far parte del patto

e da origine ad un corpo sovrano che Rousseau chiama corpo morale e collettivo, una persona

pubblica, che altro non e` che la pienezza della sovranita`.

La sovranita` essendo l'esercizio della volonta` generale non puo` mai venire alienata,

indivisibile :(dato che la volonta` e` generale), infine e` infallibile. La volonta` generale e`

espressione del bene comune.

Riguardo all'infallibilita` Rousseau considera se stesso quasi come una divinita`, pone se stesso al di

fuori del processo di corruzione, e` in piena armonia con la natura.

Il contratto di conseguenza non e` uno strumento per uscire dallo stato di natura, ma e` uno

strumento per salvaguardarsi da una cattiva uscita dallo stato di natura, cioe` da una realta`

sociale corrotta.

Questa realta` nuova e` una persona pubblica, e` un corpo politico, un corpo sovrano che in quanto

tale e` pienamente libero. (Il corpo sociale si identifica con il singolo, di conseguenza il singolo

cede i propri diritti a se stesso).

Ogni Stato ha bisogno di un legislatore: " che prova tutte le passioni e non si lascia coinvolgere;

non abbia nessun rapporto con la natura umana eppure e` in grado di conoscerla pienamente; la cui

felicita` sia indipendente da noi e che tuttavia volesse davvero occuparsi della nostra felicita`; infine

preparandosi per una gloria futura con il passare del tempo potesse lavorare in un secolo e godere di

un'altro....ci vorrebbero degli Dei per dare delle leggi agli uomini". E` da notare che Rousseau non

parla di un assemblea, ma parla di un legislatore come un semi-dio, inoltre la volonta` generale

non puo` essere rappresentata da qualcuno.

La religione e` ben presente, ma e` una religione naturale, sociale. Ha alla propria base

quell'impegno civile che da origine al sentimento che ogni singolo uomo prova nei confronti

dell'umanita`.

Che cos'e` dunque il Governo: e` corpo intermedio istituito tra sudditi e il corpo sovrano,

incaricato dell'esecuzione delle leggi e del mantenimento della liberta`sia civile che politica.

I membri di questo corpo intermedio si chiamano magistrati o re, cioe` governatori. Quello che si da

tra il popolo e il re non e` un contratto, e` un semplice mandato: nel quale attraverso funzionari del

corpo sociale i capi esercitano in suo nome del popolo il potere.

Il Governo riceve dal corpo sovrano gli ordini, che a sua volta impartisce al popolo. I cittadini sono

o sovrani o sudditi a seconda della faccia che mostrano.

La forma piu` alta di governo e` la Democrazia , ma non la democrazia rappresentativa, per essere

piu` precisi Rousseau usa poco il termine democrazia, ma parla di Repubblica.

Nella Repubblica non viene mai delegato un potere, ma viene sempre esercitato

direttamente.

!

La democrazia e` cosi` perfetta che e` quasi irraggiungibile dagli uomini.

54

La forma legittima della Democrazia/ Repubblica e` la democrazia diretta, cioe` esercitata da tutti

coloro che fanno parte del corpo sovrano.

L'aristocrazia potra` essere caratteristica di uno stato piu` squilibrato e piu` ampio.

Il governo puo` degenerare attraverso due vie:

Quando esso si restringe: ( quando il Governo passa dalla maggioranza alla minoranza, cioe` dalla

democrazia alla aristocrazia e dalla aristocrazia alla monarchia)

Quando lo Stato si dissolve: ( quando un principe non amministra piu` lo Stato secondo le leggi e

osurpa il potere sovrano, in questo caso il grande Stato si dissolve e se ne forma un'altro dentro di

esso composto soltanto dai membri del governo, quando lo Stato si dissolve l'abuso del governo

prende la forma di anarchia).

!

!

08/04 Il Liberalismo: Benjamen Constant (Losanna,1767 - Parigi,1830)

!

Premessa:

Benjamin Constant è oggi considerato un autore di prima grandezza nella storia del pensiero

politico, in particolare nella corrente che si è soliti definire come “liberalismo classico”.

Il suo pensiero si basa sul periodo che va dalla Rivoluzione francese del 1789 alla Rivoluzione di

Luglio del 1830.

Tuttavia, Constant non ha sempre goduto di una reputazione così positiva. Anzi, per lungo tempo è

stato considerato un polemista minore, un semplice autore di scritti di circostanza, di pamphlets e

opuscoli polemici privi di un'effettiva base teorica, un personaggio peraltro troppo calato nella

mediocrità delle due età di cui fu protagonista, il Direttorio (1795-1799) e la Restaurazione

(1814-1830). La fortuna di Constant ha avuto inizio negli anni Ottanta e molto deve al mutamento

del clima culturale causato dalla crisi del marxismo. Inoltre, la scoperta nel corso degli anni

Sessanta e Settanta del Novecento dei trattati concepiti da Constant nel periodo consolare-imperiale

(1799-1814), ma rimasti inediti quali: i Principes de politiche applicables à tous les gorvernements

del 1806 e i Fragments d’un ouvrage abandonné sur la possibilité d’une constitution

républicaine dans un grand pays, dimostrano che Constant non è semplicemente un autore di

scritti di circostanza, ma anche un importante teorico del liberalismo,al punto da poter essere a

ragione considerato l'anello mancante tra Montesquieu da una parte e Tocqueville dall'altra.

! Biografia:

Nato nel 1767 a Losanna da una famiglia ugonotta fuggita dalla Francia all'epoca della revoca

dell'editto di Nantes (1683), Benjamin Constant rimane orfano di madre fin dalla nascita. Il padre,

un militare spesso lontano da casa, affida l'educazione del figlio a istitutori privati, prima di

mandarlo a studiare a Oxford, a Erlangen e a Edimburgo dove ha la possibilità di vivere l'ambiente

dell'illuminismo scozzese. Il giovane Benjamin nel suo peregrinare incontra un personaggio che

segnerà indelebilmente la sua esistenza: Madame de Staël, figlia di Necker, l'ultimo ministro

liberale di Luigi XVI. A Coppet, sul lago di Ginevra dove la donna raduna intellettuali, artisti e

amici, Constant conosce i maggiori interpreti della cultura letteraria e politica dell'epoca e ha modo

di discutere i grandi problemi politicocostituzionali aperti dalla Rivoluzione del 1789.

!

!

!

!

! 55

Pensiero politico e introduzione sulla Rivoluzione francese:

Dal 1789 al 1791: Fase Liberale della Rivoluzione con:

L'abbattimento delle istituzione dell'ancien Regime

Viene scritta la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino

Si tenta di dare un aspetto costituzionale alla monarchia: dominano la scena i cosidetti

monarchien: coloro che cercano di teorizzare la monarchia costituzionale, si rifanno alle idee di

Montesquie e quindi teorizzano l'equilibrio dei poteri.Queste idee sono quelle di un potere che

deriva dal basso cioe` risiede nel popolo, concepito come il consenso che il popolo deve dare alle

leggi, tuttavia il potere legislativo deve derivare dal Re come unico detentore, mentre secondo

alcuni autori il potere legislativo dovrebbe essere suddiviso tra il sovrano e il

Parlamento. L'obbiettivo di questi pensatori era quello di creare un sistema stabile.

1791-1792: Fase dei Girondini

Cade la monarchia e viene instaurata la Prima Repubblica

Nell'agosto dell'92 nasce la Convenzione Nazionale: (istituzione incaricata di dare nuove

istituzioni al paese)

La forza politica che domina la scena e` appunto quella dei girondini: (gruppo di intellettuali

politici che fanno parte dell'assemblea legislativa, ma provengono tutti dal dipartimento della

gironda)

Se la prima fase la possiamo definire una fase liberale la seconda fase la possiamo definire come

una fase più democratica. Infatti i girondini si rifanno all'idea di una costruzione dell'alto delle

istituzioni, cioe` secondo i girondini vanno costruite razionalmente. La legittimità` del potere

deriva dal popolo.

L'idea di repubblica la possiamo definire Rappresentativa, cioè sia in presenza di un sistema in cui

e` previsto un Parlamento, di cui fanno parte i rappresentanti del popolo, che vengono eletti da

coloro, che detengono i diritti politici. Quindi per i girondini il potere del popolo deve essere

incanalato, non puo` essere lasciato libero di agire senza controlli. Servono delle procedure in

particolari elettorali che fanno si che il potere del popolo sia ben indirizzato.

1792-1794: Fase del Terrore

Dominano la scena i Giacobini.

Viene definita fase del terrore perche` i giacobini tentano di instaurare un potere politico basato

sullla violenza e sull'eliminazione fisica degli oppositori politici

La concezione politica dei giacobini: si rifanno all'idea di una democrazia diretta e di una

democrazia basata sul modello degli antichi.

Il loro punto di riferimento e` Rousseau ed in particolare il "Contratto sociale" : idea di sovranita`

del popolo, l'eguaglianza come presupposto della libertà. Il concetto a cui si appellano i Giacobini

e` quella di Volontà` generale per giustificare anche la violenza e l'eliminazione degli avversari

politici.

Dal 1795: Fase dei Tempi d’oro

Fase più moderata della Rivoluzione, si cerca di instaurare sempre una Repubblica, ma una

repubblica rappresentativa.

Il governo cerca di instaurare una politica centrista: (in modo da arginare le forze estreme, cioè i

giacobini di sinistra ed i rivoluzionari di destra che vogliono tornare ad una situazione di Ancien

Regime). 56

Il potere legislativo viene affidato ad un parlamento bicamerale: composto da due camere: il

Consiglio dei cinquecento e il Consiglio degli anziani.

Il sistema esecutivo invece viene affidato ad un Direttorio composto da 5 membri, che vengono

nominati dal Consiglio degli anziani.

Constant approda a Parigi quando ha 28 anni e il regime del direttorio e` in piedi da pochissimo

Constant ha un passato travagliato, e tutto questo e` anche legato ad una donna: Madame Destal:

( che si rifanno ad idee che possiamo definire liberali: problemi relativi alla politica,

costituzionalismo ed a una definizione di liberta` che prende le distanze dal potere).

Constant quando arriva a Parigi e` passato meno di un anno dalla caduta di Robespierre e con la

caduta del regime del terrore e la nuova maggioranza parlamentare tenta di instaurare un sistema in

cui l'esecutivo sia piu` forte.

Il grande problema della Francia Rivoluzione e` il continuo scontro tra legislativo ed esecutivo,

infatti ci sono fasi in cui predomina il legislativo come la fase del terrore e fasi in cui invece domina

l'esecutivo, (questa e` appunto una di quelle).

Constant quando arriva a Parigi si schiera apertamente in favore del direttorio.

Constant scrive alcuni pamphet: e` molto importante perché troviamo per la prima volta un

interpretazione della Rivoluzione francese in senso liberale o come verra` interpretata da altri da un

interpretazione dualistica perche` vengono distinti due momenti della Rivoluzione: il primo dell'89

e il secondo quello del terrore. Per Constant la fase del terrore e la fase dell'89 sono due fasi

separate tra loro.

Il Periodo dittatoriale (1795-1799):

Constant giunge a Parigi nel 1795 quando la Rivoluzione sta vivendo uno dei suoi momenti più

difficili. Dopo che la congiura di Termidoro nel 1794 ha messo fine al regime del Terrore di

Robespierre, lentamente si sta tentando di salvare la Rivoluzione che rischia di cadere sotto i colpi

delle forze controrivoluzionarie. La nuova maggioranza parlamentare prova così a varare una nuova

costituzione che entra in vigore nell'ottobre del 1795 e che pone in essere un esecutivo più forte, il

cosiddetto Direttorio. L'obiettivo è di dare vita a un sistema politico repubblicano fondato sulla

legalità costituzionale e sui principi del governo rappresentativo. Il nuovo governo direttoriale deve

battersi contro due forze politiche: da una parte la sinistra giacobina, che vede nel sistema

termidoriano la fine della democrazia pura che il club dei giacobini aveva tentato di instaurare e

imporre attraverso il regime del Terrore; dall'altra la destra monarchica che mira a restaurare

l'assolutismo regio e a ritornare all'Ancien Régime. In questa situazione politica Constant si schiera

con il governo direttoriale, pubblicando tre scritti: La forza del governo attuale della Francia, Le

reazioni politiche, Gli effetti del Terrore.

Constant si oppone alla sinistra giacobina e alla destra monarchica, ponendo entrambe sullo stesso

piano come forze estremiste che producono instabilità politica e mettono in pericolo l'ispirazione

iniziale della Rivoluzione. Nel breve scritto La forza del governo attuale, Constant divide le forze

politiche in campo in due schieramenti:

quello della libertà e dell'ordine caratterizzato da una concezione limitata del potere, e quello

dell'anarchia e del dispotismo, ossia il concepire la sovranità come illimitata, sia essa esercitata dal

re o dal popolo.

In secondo luogo questi pamphlets direttoriali costituiscono la prima riflessione di Constant

sul fenomeno rivoluzionario e inaugurano quella lettura “liberale” della Rivoluzione francese che

molta fortuna avrà nella storiografia successiva. Constant sostiene che le rivoluzioni avvengono lì

dove si è rotto l'equilibrio tra le istituzioni di un popolo e le sue idee e le sue aspirazioni.

57

Le rivoluzioni sono così al tempo stesso il sintomo e la cura di tale squilibrio. Tuttavia se esse

vanno al di là dei loro obiettivi, si produce un nuovo e opposto squilibrio, una degenerazione

patologica (dérapage).

Il Terrore non è altro che una degenerazione patologica dell'impulso iniziale della Rivoluzione.

Constant quindi distingue – ed è questo un aspetto da tenere sempre ben presente per capire il suo

pensiero politico – la Rivoluzione dell'Ottantanove che è nata dal «bisogno tipicamente moderno di

indipendenza individuale, eguaglianza civile e libertà politica», dalla Rivoluzione del Novantatré

che affonda le sue radici «nell'aspirazione a un'eguaglianza forzata e livellatrice e a un modello

politico, quello roussoviano, anacronistico e liberticida»1. Tra le due Rivoluzioni non c'è alcuna

parentela.

Entrambe queste forze hanno una concezione illimitata della sovranita`, non importa a chi

appartenga legittimamente il potere (se appartenga al popolo o al re), ma cio` che conta e` fin dove

puo` arrivare il potere

!

L'età del Consolato e dell'Impero (1799-1813)

La battaglia di Constant però è destinata a fallire. La repubblica del Direttorio crolla il 18 brumaio

1799 a causa di un colpo di stato ideato da Sieyès, il quale decide per l'esautorazione del legislativo

e il rafforzamento delle funzioni esecutive affidate a una commissione composta, oltre che da sé

stesso, da Ducos e da Bonaparte, nominato Primo Console. Si tratta di una forma di governo

autoritaria, retta da un triumvirato, in cui il rischio liberticida è altissimo. Constant scrive a Sieyès

per metterlo in guardia sui pericoli che uno scioglimento del legislativo comporta.

Negli anni successivi, infatti, il regime si trasforma dapprima in una monarchia elettiva vitalizia,

poiché Bonaparte diviene Console a vita (1802), e, in seguito, in una monarchia ereditaria

sanzionata dai plebisciti popolari quando il Senato dichiara Napoleone “Imperatore dei

Francesi” (1804). Constant negli anni del Consolato trova posto al Tribunato, l'unico organo

istituzionale in cui rimane una parvenza di libertà, dove cioè è prevista la possibilità di discutere i

provvedimenti adottati dall'esecutivo. Si tratta però di un'istituzione puramente consultiva.

Nonostante ciò, l'opposizione di Constant è tale che nel 1802 Bonaparte lo estromette dal Tribunato,

costringendolo all'esilio. Inizia così un periodo, lungo 11 anni, in cui il liberale svizzero abbandona

la vita politica pratica, viaggia in Europa, frequenta il circolo di Coppet, incontra i grandi romantici

tedeschi, scrive alcune opere letterarie tra cui il famoso romanzo Adolphe e si dedica ai suoi studi

sulla religione.

Una Rivoluzione come quella dell'Ottantanove nata da esigenze di libertà, come ha potuto

degenerare nel Terrore giacobino prima e nel cesarismo napoleonico poi?

Sono queste, per Constant, forme di dispotismo ancora più pericolose di quelle dell’Ancien Régime

perché utilizzano strumentalmente il principio della sovranità popolare.

Si dedica così alla composizione di un grande trattato che prevede inizialmente una parte dedicata ai

principi di politica e una parte dedicata ai mezzi costituzionali. Lo termina nel 1803, ma non lo

pubblica, a causa della difficile situazione personale e politica. Tre anni più tardi, nel 1806, lo

riprende in mano e pensa di estrarne alcune parti per comporre un opuscolo polemico, perché è

apparso un pamphlet controrivoluzionario cui vuole replicare. Questo estratto, nell'arco di nove

mesi viene ampliato fino a diventare un trattato autonomo, articolato in 18 libri (capitoli). Si tratta

dei Principes de politique in cui Constant affronta dal punto di vista teorico le tematiche politiche

fondamentali: il problema della sovranità e del potere, il tema della libertà, quello dei diritti civili e

politici, le questioni economiche e fiscali e la fondamentale distinzione tra libertà degli Antichi e

libertà dei Moderni. 58

Nel 1806 questo trattato non viene pubblicato per motivi di opportunità e non verrà pubblicato

neppure dopo la caduta di Bonaparte nel 1814. Questo perché Constant non si sente un teorico

!

L'età della Restaurazione (1814-1830)

Subito dopo la battaglia di Lipsia del 1813 egli pubblica un acuto pamphlet anti-napoleonico, il De

l'esprit de conquête et de l’usurpation. Con la definitiva caduta di Napoleone e il ritorno dei

Borbone sul trono di Francia egli può così rientrare in Francia e partecipare attivamente alla vita

politica della prima Restaurazione (aprile 1814 – marzo 1815), battendosi per la difesa della nuova

costituzione concessa da Luigi XVIII. Pubblica un'opera importante come le Réflexions sur les

constitutions et les garanties in cui riformula la propria dottrina costituzionale adattandola al nuovo

sistema monarchico e approfondendone i meccanismi.

Al ritorno di Bonaparte dall'isola d'Elba durante i Cento Giorni (marzo – giugno 1815),

Constant viene chiamato a redigere una nuova costituzione liberale da dare al Paese redigendo

l'Acte Additionnel. Per giustificare il proprio operato scrive i Principes de politique del 1815.

Il regime di Napoleone, come si sa, fallisce miseramente nello spazio di poco più di tre mesi, con

l'epilogo della battaglia di Waterloo.

Con il secondo ritorno di Luigi XVIII e la nuova maggioranza parlamentare composta dagli

ultras (così vengono chiamati i controrivoluzionari, sostenitori del ritorno all'Ancien Régime),

Constant si trova in grave difficoltà per la sua collaborazione con Bonaparte e, temendo per la

propria vita, decide di partire per un esilio volontario che lo porterà per undici mesi a vivere fra

Belgio e Inghilterra (ottobre 1815 – settembre 1816).

Il 5 settembre 1816 Luigi XVIII, consapevole degli irreversibili cambiamenti sociali e politici

avvenuti dal 1789 in poi, scioglie la Camera dei deputati a maggioranza ultra per soffocare i diritti

individuali e tornare a una situazione pre-rivoluzionaria.

Il panorama politico della seconda Restaurazione è composto da tre grandi partiti. A sinistra si

collocano i cosiddetti Indipendenti (tra cui troviamo soprattutto liberali, ma anche repubblicani ed

ex bonapartisti) fautori della sovranità popolare, che, ispirati dai principi dell'Ottantanove, si

battono per i diritti individuali, per la libertà di stampa e per quella religiosa. Al centro si trovano i

“ministeriali” che appoggiano l'azione del governo e che costituiscono un partito eterogeneo i cui

esponenti maggiori sono i cosiddetti Dottrinari: un gruppo di intellettuali e politici che, schierati in

favore della monarchia costituzionale, rifiutano la sovranità popolare e si rifanno all'idea di una

sovranità della ragione (forza astratta capace di produrre diritto). A destra infine si collocano gli

ultras, i monarchici reazionari, sostenitori delle idee controrivoluzionarie.

Nella nuova situazione politica, certamente più sicura e aperta alle istanze liberali, Constant può

tornare in Francia (settembre 1816) per riprendere la propria azione politica e le proprie battaglie

politico-culturali e diviene gradualmente il capo riconosciuto degli Indipendenti.

!

Nel 1819, dopo aver pronunciato all'Athénée Royal il famoso Discorso sulla libertà degli Antichi e

dei moderni, viene eletto per la prima volta alla Camera dei deputati, cominciando così a battersi

per la libertà direttamente dai banchi parlamentari.

Se in una prima fase (1817-1820) Luigi XVIII è intenzionato ad accogliere varie istanze

liberali e di instaurare un vero governo rappresentativo, dopo l'attentato in cui viene ucciso un

esponente della famiglia reale per mano di un ex-giacobino (febbraio 1820), la reazione degli ultras

si fa via via più veemente. Con la salita al trono nel 1824 di Carlo X la

Restaurazione entra in una fase decisamente più vicina a una situazione d'Ancien Régime. È

l'ultimo ministero, quello guidato da Polignac nel 1830, a esasperare le forze liberali del Paese.

59


PAGINE

97

PESO

813.71 KB

AUTORE

piazzus

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e sociali
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher piazzus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del pensiero politico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Baldini Artemio Enzo.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Storia del pensiero politico

60 Risposte esame Storia del Pensiero Politico prof. Borgognone, voto 30
Appunto
Riassunto esame storia del pensiero politico, prof. Borgognone, libro consigliato Manuale: la politica e gli stati
Appunto
Tesi - Weber
Tesi
Riassunto esame di Sociologia, Prof Olagnero, libro consigliato Corso di Sociologia, il Mulino
Appunto