Storia del pensiero politico contemporaneo
La crisi dell’ordine politico moderno
Alla fine del XIX secolo e nella prima metà del XX in tuta l’Europa l’egemonia borghese va
in contro a gravi difficoltà. La politica liberale viene infatti sfidata sia dall’avanzata della
democrazia di massa, sia dall’approfondirsi delle contraddizioni di classe, che, insieme, mettono in
crisi l’omogeneità della società che è prerequisito fondamentale della teoria e della pratica del
liberalismo.
Si apre una via ad una serie di tentativi di rifondazione della politica attraverso le ideologie.
Sotto il profilo politico, l’irruzione nella politica delle masse organizzate in partiti segna il
tramonto del nesso ottocentesco tra Stato e individuo, e della moderna rappresentanza politica in
generale: il cuore delle dinamiche politiche è descrivibile dalla ‘crisi dello Stato’.
Diversi sono gli esiti di questa trasformazione della politica: i più evidenti sono quelli del nuovo
rapporto tra economia e politica, che vede la prima assumere, con lo sviluppo del capitalismo di
fine Ottocento, un rilievo mai avuto prima e la seconda cercare di tenerla ancora sotto controllo.
Dal punto di vista istituzionale viene segnata la fine dell’egemonia del legislativo e il
prevalere dell’esecutivo, ossia la crisi della moderna giuridificazione della politica.
Nietzsche (18441900)
Con Nietzsche il nichilismo diventa la chiave interpretativa del moderno. La storia della
Volontà di potenza
, questa ‘falsa’ opera che, sebbene progettata, in realtà non fu scritta, ha
costituito la prima eredità di Nietzsche del Novecento. Fu la sorella Elisabeth a costruirla,
aggregando gli appunti del fratello.
Per Nietzsche il nichilismo è la condizione di mancanza, anzi di nullità, che si fa strada
quando le risposte tradizionali al ‘perchè’ della vita perdono il loro senso.
Ciò si verifica nel corso di un processo storico segnato dalla progressiva perdita di significato dei
valori tradizionali (Dio, la Verità, il Bene). Questo processo di svalutazione dei valori segna tutta la
storia del pensiero europeo, che coincide pertanto con la storia della decadenza.
Nietzsche aveva tematizzato la polarità tra il dionisiaco e l’
apollineo
: questa coppia di
opposti rappresenta la sua chiave interpretativa dello spirito greco. Fintanto che ci fu un equilibrio
tra “ebrezza” (dionisiaco) e “sogno” (apollineo), la civiltà greca fu vitale, anche se tragica. La
tragedia greca muore “suicida” quando con Euripide Socrate e Platone, la filosofia impone i propri
valori sull’orrore, ma anche sulla creatività, dello spirito tragico: la filosofia quindi oppone
strutture e valori stabili al caos della vita. Quindi è con la grande filosofia razionalistica greca che
inizia quella decadenza che Nietzsche trova completamente realizzata nella contemporaneità.
L’uomo d’oggi non potendo più fare riferimento su “valori supremi”, finisce per avvertire,
davanti alla realtà, il senso spaesante del “vuoto” e del “nulla”.
La metafisica, Dio e lo Stato sono le costruzioni che, secondo Nietzsche, oggi giungono a
rivelarsi come “nulla”. La metafisica è stata la prima a cadere.
L’origine della religione è analoga a quella della metafisica: anch’essa è un’espressione de paura
davanti alla tragica conflittualità dell’essere e della vita. è il cristianesimo a configurarsi come una
religione del risentimento dei deboli verso i forti, che si traduce in un tentativo di sottomettere i
forti mediante una tavola di valori esattamente opposti a quelli vitali. L’evidenza della “morte di
Dio” e cioè della fine del Valore supremo che giustificava i valori anti-vitali dei deboli viene
descritta nella Gaia Scienza e poi nello Zarathustra.
Ma il nichilismo del suo tempo è per Nietzsche un nichilismo incompleto, ancora dominato
da un ‘bisogno di verità’ che si traduce nella credenza di nuove verità ideali, tramontate quelle
tradizionali. In ambito politico queste nuove verità sono il nazionalismo, la democrazia, il
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socialismo, l’anarchismo. Per Nietzsche la democrazia è sinonimo di mediocrità, di conformismo di
massa e di spirito di risentimento: essa consiste nel dominio delle forme di vita più basse. Inoltre,
fra la democrazia liberali borghese e socialismo non ci sono differenze rilevanti.
Il nichilismo imcompleto è dunque l’emergere della crisi finale della ragione occidentale,
dell’evidenza del suo essere “nulla”. Questa evidenza può essere vissuta o come disperazione e
decadenza oppure, all’opposto, come potenza
, cioè come un disincantato dire sì alla radicale
assenza di senso della vita. è questo il nichilismo estremo.
Il nichilismo può essere indice di debolezza o di forza. Nel primo caso, il nichilismo è
passivo. Nel secondo caso, come segnale della cresciuta potenza dello spirito che si manifesta nel
fatto di promuovere il processo di distruzione, si ha nichilismo attivo, che liquida ogni residua
credenza in verità metafisiche.
In questo nichilismo comincia ad affermarsi il riconoscimento della volontà di potenza. Il
nichilismo attivo trapassa infatti da una dimensione distruttiva a una costruttiva.
L’eterno ritorno
L’idea di eterno ritorno dell’identico (o dell’uguale), che Nietzsche considerava come l’idea
guida della propria filosofia, trova formulazione in Così parlò Zarathustra. La dottrina dell’eterno
ritorno cerca di fornire una sistemazione del nichilismo attraverso il recupero de una concezione
arcaica del tempo ciclico, di contro alla rappresentazione cristiana di no sviluppo lineare del tempo.
Ma il significato prevalente dell’idea di eterno ritorno è legato alla sua dimensione di scelta
:
decidere l’eterno ritorno significa che merita di ripetersi soltanto ciò che risulta dotato di
sufficiente potenza affermativa.
Il superuomo e la volontà di potenza
Ma chi è in grado di dire sì alla vita accettando la dimensione tragica dell’esistenza e
facendo propria la prospettiva dell’eterno ritorno, di reggere la morte di Dio e lo smarrimento delle
certezze assolute e di procedere oltre il nichilismo? è il s
uperuomo.
è un uomo di tipo nuovo, che ha superato l’uomo tradizionale in quanto ne ha abbandonato
gli atteggiamenti, le credenze e i valori. Questo non riguarda l’umanità nel suo insieme, ma soltanto
una élite di uomini superiori, che si pone sopra delle masse in quanto ‘razza dominatrice’.
Le interpretazioni
Per lungo tempo il nome di Nietzsche è stato associato alla cultura nazifascita.
Anche l’atto teorico e pratico di oltrepassare se stessi include una dimensione antidemocratica e
antiegualitaria, che esprime un tratto indubbiamente elitario del pensiero nietzscheano, legato alla
sua tendenza all’individualismo radicale. Quindi, anche l’idea di un antisemitismo di Nietzsche è
una vera e propria falsificazione.
Comunque sia, la deformazione a cui è stato sottoposto Nietzsche in epoca nazista,
mediante il suo arruolamento nell’apparato ideologico del regime, era in effetti già stata contestata
negli anni Trenta.
Nietzsche offre nel complesso un’analisi impolitica della politica: ciò che egli rifiuta è infatti
il valore stesso della politica, come rifiuta il valore della religione e della metafisica.
Decisionismo e pensiero dell’impolitico, potenza e libertà, critica della modernità e della ragione
strumentale, critica dell’individualismo e delle masse, sono tutte posizioni anticipate dalla sua
straordinaria potenza intelletuale.
Tönnies (18551936) 2
Il comunismo e il nichilismo sono presenti anche nella riflessione di quegli intellettuali che
diedero vita alla grande stagione della cosiddetta sociologia classica tedesca.
è l’uguaglianza il terreno in cui Tönnies incontrò l’opera di Hobbes a cui dedicò
fondamentali studi durante l’arco della sua esistenza. Il confronto con Hobbes si rivela di strategica
importanza per comprendere l’intenzione politica di fondo della sociologia di Tönnies: proprio la
questione sociale, il persistere di rapporti di dominio illegittimi (tracce dello ‘stato di natura’)
all’interno della società moderna.
Il ruolo assegnato da Tönnies alla scienza sociale consisteva nel porre le condizioni per
un’ulteriore espansione dell’hobbesiano ‘dominio della ragione’. La democrazia, che di tale
espansione costituiva l’esito ultimo, non poteva che incontrare il movimento operaio come uno dei
suoi soggetti fondamentali.
La fama di Tönnies è in larga parte legata alla sua prima opera, Comunità e società
. Da una
parte, la comunità sarebbe caratterizzata da un’unità reale e organica e la sua struttura psicologica
consisterebbe in una ‘volontà essenziale’. Dall’altra parte la società, strutturata dal predominio
della ‘volontà arbitraria’, sarebbe una formazione ideale e meccanica.
Tönnies era convinto che ogni formazione sociale fosse fondata su un atto di adesione collettiva
degli aderenti.
Nella società di età moderna, la volontà generale è formata da volontà individuali
essenzialmente uguali, le sue caratteristiche sono l’artificialità e la meccanicità. Invece l’immediata
coincidenza di volontà individuale e volontà collettiva, propria della comunità, individuata in una
relazione sociale come la famiglia o il vicinato, era si per sè estranea alla modernità.
Centrale è il concetto di diritto razional, questo rappresenta lo standard razionale a cui devono
essere condotte le forme di relazione non razionali.
La modernità si presenta agli occhi di Tönnies come strutturata da una tensione al futuro.
Essa è anche l’epoca della razionalizzazione, e la sociologia è la scienza che ne sonsente la
comprensione e il governo.
Attraverso la rappresentanza lo Stato democratico diventa capace di rappresentare i
movimenti della società e di gestire, attraverso la legislazione sociale, le tensioni generate dalla
‘questione sociale’.
Max Weber
(18641920)
Max Weber maturò la propria personalità scientifica e politica a stretto contatto con i temi e
con i protagonisti del ‘liberalismo nazionale’ tedesco degli anni successivi alla fondazione del
secondo Reich.
Capitalismo e scienza sociale
Studiando le trasformazioni dell’agricoltura prussiana, Weber ebbe modo di constatare
come il tradizionale ceto nobiliare degli Junker si fosse ormai definitivamente trasformato in una
moderna classe di imprenditori capitalistici, che avevano sostituito, come motivazione del loro
agire, il mantenimento del proprio status con la ricerca del profitto. Nelle campagne orientali della
Prussi Weber ‘scoprì’ insomma il capitalismo
. Ed esso gli si presentò fin dal principio come una
potenza sovversiva e nichilista, nel segno di Marx e Nietzsche.
Sovversivo e nichilistico, infatti, il capitalismo è altresì per Weber una potenza oggettiva
,
destinata a dominare il presente e il futuro con modalità ai cui condizionamenti non è possibile
sottrarsi.
L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904-5).
La dottrina della predestinazione, divulgata dal protestantesimo, avrebbe originato nel credente il
bisogno psicologico di trovare conferme nella propria elezione. Ciò avrebbe posto le basi per la
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diffusione di una condotta di vita metodica e razionale (l’
ascesi intramondana
), funzionale
all’affermarsi del tipo d’uomo capitalistico.
La religiosità protestante sposta il baricentro dell’agire del credente dall’oggettività delle
opere delle opere e dei sacramenti alla soggettività della coscienza, nella quale sia operante la
Grazia. Questo schema interpretativo delle origini del capitalismo viene precisato e inserito in un
grandioso affresco della storia dell’Occidente come processo di ‘
razionalizzazione
’ e di
‘
disincantamento del mondo
’.
Due figure caratteristiche della soggettività moderna -l’imprenditore e l’uomo politico-
appaiono al sociologo tedesco sempre più marginalizzate da sviluppi che assegnano un rilievo
crescente a strutture burocratiche che fnzionano come ‘macchine’, rispondendo a imperativi e a
norme totalmente oggettivi.
Il pensiero politico
Un momento decisivo nell’evoluzione del pensiero politico di Weber è rappresentato dalla
Grande guerra. La democratizzazione appare altrettanto ineluttabile della burocratizzazione
universale
, e quasi un suo aspetto.
La centralità della politica del Parlamento, come viene presentato da Weber, non sta tanto
nel fatto che esso produce la rappresentanza politica quanto piuttosto nel costituire l’areba in cui i
capi-partito si confrontano in una lotta per la conquista della leadership. È nel Parlamento,
insomma, che avviene la selezione dei capi, dei ‘politici di professione’.
La politica p connotata, quindi, da un’atra caratteristica, cioè dall’essere lotta
, conflitto tra
diverse e irriducibili posizioni ideali.
Nei saggi poi confluiti in Economia e società, egli distingue tre ‘tipi puri’ di potere legittimo,
in base alle diverse motivazioni dell’obbedienza dei soggetti: il potere tradizionale
, chi lo
esercita deriva la propria autorità dal ‘carattere sacro delle tradizioni valide de sempre’.; il potere
razionale
, la cui legittimità deriva dalla ‘credenza nella legalità di ordinamenti statuiti’ e di
procedure; e il potere carismatico
, la cui legittimità consiste nel riconoscimento del carattere
straordinario di un capo, che può essere profeta come moderno capo-partito. È il secondo tipo ad
affermarsi come prevalente nella concreta vicenda storica dello Stato moderno.
Lo Stato moderno è definito da Weber come quella comunità politica che all’interno di un
determinato territorio conquista al culmine di un lungo processo storico e ‘pretende per sé il
monopolio legittimo della forza fisica’.
In La politica come professione
, il termine Beruf recupera il doppio significato luterano di
professione e vocazione, prefigurando un carattere capace di coniugare passione e sobrietà, ‘
etica
della convinzione
’ ed ‘
etica della responsabilità
’.
Il nichilismo politico moderno, quindi, appare a Weber come non superabile ma
governabile attraverso un mix di competenza razionale, disincantata responsabilità verso lo Stato,
pathos rivoluzionazio e potere carismatico.
Gli elitisti
Sono i teorici delle élite a cogliere per primi il ruolo centrale dell’ideologia, facendone
l’espressione di un’esigenza di legittimazione connaturata ai reali meccanismi di funzionamento
della politica.
La teoria delle élite si propone, infatti, di spiegare su base scientifica il fatto che in tutte
le organizzazioni sociali una frazione numericamente ristretta di persone finisce inevitabilmente
per concentrare nella proprie mani la maggior parte delle risorse potestative.
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Gaetano Mosca
Secondo Mosca, ogni aggregato politico è retto dalla sua classe politica. Il potere è cioè
espressione del volere e e degli interessi di una minoranza omogenea organizzata - la classe
politica - che si impone a una maggioranza divisa e frammentata. Vengono in questo modo a
cadere le classificazioni tradizionali della forme fi governo: sia quella aristotelica, sia quella di
Montesquieu (monarchia, repubblica, dispotismo).
Secondo la ‘legge’ moschiana, tutti i governi consistono in una minoranza omogenea e
solidale che si impone su di una maggioranza divisa e frammentata
.
Si deve distinguere tra la classe politica in senso stretto, ossia la classe delle persone che
svolgono le funzioni politiche vere e proprie, e la sfera più ampia di classe dirigente
, ossia
quell’inseme di persone che rivestono le posizioni più dominanti nei diversi ambiti della vita
sociale. Mosca ritiene che la classe politica sia differenziabile in un primo strato, molto ristretto
(coloro che coprono le cariche più importanti) e in un secondo strato molto più numeroso.
Mosca evidenzia una regolarità storica: la storia politica dell’umanità è come uno scontro
tra due opposte tendenze, quella democratica e quella aristocratica. Quando prevale la tendenza
democratica, la classe politica esistente viene rinnovata attraverso la cooptazione di individui
collocati originariamente ai gradi inferiori della piramide sociale; quando invece prevale la
tendenza aristocratica si giunge inevitabilmente a uno scontro vero e proprio tra la classe al potere
e quella che ne è esclusa.
L’organizzazione della classe politica verso l’esterno può essere ricompresa in due tipoogie
fondamentali. Il principio che governa la prima forma di organizzazione, in cui il potere viene
trasmesso dai governanti ai governati, viene definito ‘
autocratico
’; il principio o
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