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dimensione, richiede la presenza di una leadership in grado di gestire il processo decisionale con

efficacia. ​

Anche in un’epoca caratterizzata da partiti di massa​

, ogni tentativo di contrallarne

l’organizzazione da parte delle masse non può che risultare velleitario. Le esigenze di ordine tecnico

finiscono così per sottomettere un partito nato con idealità democratiche al controllo di una

leadership professionale che centralizza l’autorità, sostituisce i fini ultimi (realizzazione della

società socialista) con fini strumentali (fine a se stessi), e procede alla scelta di nuovi leader

attraverso cooptazione piuttosto che procedure democratiche.

L’​

organizzazione è all’origine del predominio degli eletti sugli elettori. Mentre però in

Mosca l’organizzazione è uno strumento per la formazione e il consolidamento della minoranza

governante, in Michels il gruppo oligarchico è una conseguenza delle stesse dinamiche

organizzative. Michels formula la cosiddetta legge ferrea dell’organizzazione​

, secondo la quale

‘​

chi dice democrazia dice organizzazione; chi dice organizzazione dice oligarchia; chi dice

democrazia dice oligarchia

’. Michels riscontra questa legge analzizando precisamente quelle

organizzazioni, come i partiti di impostazione socialista e socialdemocratica, la cui ragion d’essere

potrebbe sembreare la più chiara confutazione empirica di questa legge.

Ciò nonostante Michels riconosce che ‘il fatto che l’oligarchia sia inevitabile non esime i

democratici dalla necessità di combatterla. La democrazia viene concepita in termini di

competizione fra oligarchie.

​ ​ ​

L’austriaco Joseph A. Schumpeter (1883- 1950), in Capitalism, Socialism and Democracy

(1942) riprende le tesi degli elitisti allo scopo di difendere una concezione puramente procedurale

della democrazia. La definizione di Schumpeter è la seguente: la democrazia è quell’accorgimento

istituzionale per arrivare a decisioni politiche nel quale alcune persone acquistano il potere di

deciderre mediante una lotta competitiva per il voto popolare.

Per Schumpeter non esisterebbe alcuna volontà generale, e quindi nemmeno la possibilità

di pensare il popolo quale depositario della suprema volontà politica.

Il marxismo: 1900­1920

Si assiste, all’inizio del XX secolo, a una profonda trasformazione del quadro teorico

tradizionale del marxismo della Seconda Internazionale, che vede sempre più sfidato il proprio

assunto di fondo, cioè la sua fiducia nel fatto che la rivoluzione fosse un esito ‘necessario’ e

‘inevitabile’ della collocazione del proletariato nella moderna società capitalista. Infatti, la

rivoluzione​

, in molti pensatori marxisti del primo ‘900 assume piuttosto il significato di

un’azione politica volontaria.

Lenin (1870­1924)

Nell’ottobre del 1917 scoppia in Russia la rivoluzione marxista; ma il paese è un impero

autocratico, privo di istituzioni parlamentari e di libertà politiche e civili, e poco evoluto dal punto

di vista dell’economia capitastistica, e non certo una delle società più sviluppate dell’Europa

occidentale. Dunque, siamo davanti alla radicale smentita storico-politica del progressismo

gradualista di impronta socialdemocratica. Di tale progressismo era allora espressione il partito

menscevico​

, per il quel il socialismo si sarebbe potuto affermare unicamente in un paese

economicamente e socialmente maturo. La Russia, essendo un paese ancora arretrato, avrebbe

dovuto così svilupparsi economicamente prima di poter essere trasformata in senso socialista. Per i

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bolscevichi si trattava invece di puntare alla <<dittatura democratico-rivoluzionaria del

proletariato e dei contadini>> attraverso la presa immediata del potere da parte di un potere

dittatoriale diretto dal vertice del partito in funzione della rivoluzione socialista.

Per Lenin la politica proletaria ha come prospettiva la scomparsa della politica

istituzionalizzata e statualizzata, cui va sostituita la diretta partecipazione delle masse

all’organizzazione democratica di tutto lo Stato attraverso i soviet​

, termine che in russo significa

consiglio

.

È tuttavia necessario passare attraverso un momento di mediazione politica, ossia

attraverso la macchina del partito​

. Quest’ultimo è sempre un’​

avanguardia centralizzata​

, che

orienta e dà forma al movimento spontaneo della classe operaia.

In Che fare? (1902) Lenin esprime la sua concezione dei compiti del partito operaio in

Russia. Il compito prioritario del partito è di lottare contro lo spontaneismo, ossia contro forme di

rivendicazionismo puramente sindacale, in modo tale da imprimere alle sue lotte economiche una

direzione disciplinata dall’organizzazione politica, affidata a rivoluzionari di professione. ​

Con Lenin subentra una prospettiva che attribuisce al partito il ruolo essenziale di motore

della rivoluzione. Oltre a manifestare una profonda sfiducia nella capacità rivoluzionaria autonoma

delle masse, che vanno politicamente guidate, questa concezione risponde a quel primato della

decisione sulla mediazione, della dittatura sulla discussione, della rivoluzione sul progresso, che è il

tratto più caratteristico del pensiero leniniano. Il partito è visto come organizzazione separata dalle

masse e distinta dai sindacati, però vi è sovrapposizione del partito, inteso come figura autonoma

della coscienza di classe, e la classe operaia, concepita come materiale da plasmare e dirigere.

In un opuscolo del 1905, Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione

democratica

, Lenin afferma che la borghesia russa non era in grado né di promuovere né di

dirigere un processo rivoluzionario in senso democratico-borghese. Quindi, la rivoluzione borghese

avrebbe dovuto essere opera non della borghesia, ma del proletariato contro la borghesia stessa. La

repubblica democratica avrebbe dovuto assumere il profilo di una dittatura degli operai e dei

contadini. La dittatura del proletariato​

si traformerà di fatto nella dittatura del partito.

La libertà, aveva affermato Marx, avrebbe potuto trovare effettiva attuazione solo oltre la

democrazia borghese, quando lo Stato fosse stato trasformato da organo sovrapposto alla società

in organo a essa subordinato.

In Stato e rivoluzione (1917) Lenin riprende proprio l’apologia marxiana della Comune per

giustificare i soviet quali autentica attuazione di una democrazia rivoluzionaria e proletaria​

.

Lenin stabilisce un diretto collegamento tra i soviet e l’esperienza comunara e inizia a considerarli

non solo un’organizzazione di lotta, ma un principio di forma politica, opponendoli alla democrazia

di forma parlamentare. La Comune viene considerata come un’anticipazione di quell’esperienza di

vita autonoma delle masse e di partecipazione diretta all’organizzazione democratica. I soviet

infatti trasferiscono la democrazia direttamente nei luoghi di produzione. È decisivo notare che la

partecipazione delle masse lavoratrici alla vita dello Stato viene prevista in funzione della

estinzione di questo. Alla fine del 1920 Lenin riconoscerà esplicitamente l’impossibilità di una

dittatura democratica e dell’istituto della democrazia diretta. Il Partito comunista di governo sarà

così retto del principio del centralismo democratico

, ossia dalla formula organizzativa interna la

partito teorizzata da Lenin, democratico nelle discussioni e centralistico nelle decisioni. Il concetto

di dittatura del proletariato si trasforma così in dittatura del partito politico​

.

In Imperialismo, fase suprema del capitalismo (1917), Lenin definisce l’imperialismo come

lo stadio monopolistico del capitalismo e lo caratterizza in base a cinque elementi:

1. concetrazione della produzione e del capitale (monopoli)

2. fusione del capitale bancario e industriale e creazione del capitale finanziario

3. il ruolo svolto dall’esportazione del capitali

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4. il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti

5. la spartizione del mondo in zone di dominio coloniale da parte delle maggiori potenze

capitalistiche.

Il nazionalismo ​

L’ideologia che contende al marxismo il primato politico è il nazionalismo​

.

Quando, alla fine del secolo, gli equilibri fra Stato, società e individuo si spezzano per effetto delle

pressioni esercitate dalla democrazia di massa, in Italia e in Germania gli effetti sono ancora più

dirompenti che nel resto d’Europa. Tanto in Italia quanto in Germania, infatti, la situazione è

caratterizzata sia da un difetto di politica, cioè dalla fragilità della istituzioni politiche, sia da un

eccesso di politica, cioè dalla particolare violenza delle contraddizioni che percorrono il corpo

sociale. La delusione per le angustie del liberalismo e della democrazia parlamentare genera oscure

e generiche volontà di ribellione. Ma anche in francia il nazionalismo è fortissimo, qui però è

piuttosto il veicolo dell’opposizione controrivoluzionaria agli ideali del 1789. ​

Il nazionalismo si radica dapprima in correnti di pensiero che, come accadeva in Mazzini,

collegano il concetto di nazione a quello di umanità. I movimenti nazionalistici di fine ‘800,

​ ​

nell’epoca del protezionismo e dell’​

imperailismo​

, portano alla sua trasformazione, da teoria

potenzialmente progressiva in ideologia reazionaria, che propugna la divisione ‘naturale’ del genere

umano in nazioni sempre più simili a ‘razze’.

Nonostante le sue pretese di scientificità positivistica, questa versione di nazionalismo si

colloca nell’orizzonte del pensiero irrazionalistico del XIX secolo, in quanto aderisce a quel

complesso di reazioni al razionalismo illuministico. ​

Per i nazionalisti la verità è il prodotto dell’azione politica, che diventa quindi mito​

, ossia

un costrutto.

Il nazionalismo acquista un ruolo politico all’epoca della seconda rivoluzione industriale e

della società di massa nel momento in cui sorge il problema dell’integrazione delle masse,

precedentemente escluse dall’area della cittadinanza politica. A esse viene proposta, in funzione

antisocialista, un’identificazione con il destino della nazione, che interpreta la vocazione autoritaria

e bellicistica dello Stato nazionale al tempo dell’imperialismo e del protezionismo.

Il nazionalismo diviene una sorta di religione secolarizzata, uno strumento per realizzare

l’integrazione e l’unità del popolo al di là delle divisioni di classe. L’occasione storica per attuare

questo progetto sarà la prima guerra mondiale - il vero punto di svolta carastrofica del XX secolo -

che realizzerà, nel segno della morte e della tecnica, la piena nazionalizzazione delle masse e il

primo grande passo verso la crisi della moderna forma-Stato. È proprio in questa occasione che lo

Stato liberale, con le sue istituzioni, collassa, mentre il nazionalismo, incontrando il nichilismo,

genera una miscela esplosiva chde detonerà poi nel totalitarismo di destra.

La Germania

A partire da Herder, da Fichte e dal romanticismo l’identità tedesca è spesso ricercata (con

eccezioni ad es. Hegel e Marx) nelle origini germaniche e nel retaggio che in esse si manifesta, della

grecità classica oltre che nel mondo barbarico germanico e nel Medioevo.

Nel popolo-nazione si esprime in sintesi si aun radicamento ad un destino, sia un diritto di

sangue e cultura, sia un dovere: realizzare l’unità politica del popolo tedesco. Questo intreccio di

natura e storia era poi fortemente polemico verso la Francia e verso l’Inghilterra. Rispetto a questi

modelli ‘occidentali’ di razionalismo moderno la Germania intende esprimere la propria specificità

nazionale, e mostrare di essere capace di superarli sia politicamente che economicamente e

culturalmente, grazie allo spirito nazionale e popolare.

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È questo il contenuto essenziale del pensiero nazionalistico tedesco dalla metà dell’800 agli

​ ​ ​

inizi del ‘900, quale si configura in Friedrich R​

aztel

, Wilhelm Heinrich Riehl e soprattutto Paul de

Lagarde. Nelle opere di questi autori si rende evidente che nel corso dei decenni il nazionalismo

tedesco assume sempre più il carattere di un’ideologia antisocialista e in parte antiborghese, oltre

che sempre più irrazionalistica e decadentistica. Il nazionalismo finisce quindi per essere

apertamente antimoderno. Si tratta insomma di trovare il modo di essere moderni nella pratica,

ma antimoderni nello spirito. E la soluzione è spesso il razzismo, ossia l’attribuzione degli aspetti

dissolutori tipici della modernità alla razza ebraica, che ha pervaso la cultura occidentale con

ideologie moderne.

Il nazionalismo tedesco permea di sé gran parte della cultura media universitaria e anche di

personaggi di eccellenza scientifica riconosciuta. Ciò si verifica con ancora maggiore intensità allo

scoppio della prima guerra mondiale, quando Johann Plenge formula la contrapposizione fra

cultua nazionale tedesca e cultura moderna, elevando il 1914 ad anno emblematico del risveglio

tedesco, e antitetico al 1789 e ai suoi valori universalistici e razionalistici. Werner Sombart

, in cui

l’eroismo tedesco viene contrapposto allo spirito economistico occidentale, e Max Scheler.

Spengler

Spengler fa una riflessione di grande respiro e porta in realtà il nazionalismo a diventare

strumento di critica dell’intera civiltà umana.

Punto di partenza del pensiero di Spengler è che le civiltà per lui sono come organismi

​ ​

​ ​

viventi, per esse si può parlare di morfologia. Ne Il tramonto dell’Occidente (1923), trova

espressione teorica l’idea che l’incivilimento della vita indivisuale e sociale costituisca un limite alla

capacità creativa di una civiltà. La forma fondamentale della storia universale viene dunque

individuata nella cultura​

, concepita quale organismo fornito di un proprio ciclo vitale. Ogni

cultura nasce a partire dalla umanità primitiva. Popoli e nazioni rappresentano il presupposto

dell’organizzazione politica propria di ogni cultura. Ma il suo fondamento vero e proprio viene

​ ​

individuato da Spengler nella razza​

. La civilizzazione è l’inevitabile destino di una cultura. Le

civilizzazioni costituiscono una fine irrevocabile. Il mondo della civiltà è al tempo stesso mondo

della decadenza.

Proprio il socialismo è, per Spengler, la più rilevante manifestazione di questa crisi

etico-religiosa, che deriva tra l’altro dal rovesciamento del rapporto naturale tra politica ed

economia. Il regime che riflette questa situazione è la democrazia.

Il pensiero di Spengler fu un punto di riferimento della cosiddetta ‘rivoluzione

conservatrice’, cioè del pensiero di destra nella Germania della repubblica di Weimar, ma non

portò Spengler ad aderire al nazismo, che, pure, avrebbe desiderato annoverarlo tra i suoi ispiratori

ideologici.

La Francia

Dal punto di vista intellettuale il nazionalismo in Francia esprime la reazione contro gli

ideali del 1789, contro il suo universalismo. L’esasperazione dello spirito nazionale nasce tuttavia

dall’ansia di rivincita contro la Germania, a causa dell’esito negativo della guerra del 1870. È questo

contesto di frustrazione e di orgoglio ferito a spiegare la particolare coloritura nazionalistica della

cultura francese di fine secolo. L’estrema virulenza del nazionalismo anche in Francia divenne ben

presto vero e proprio razzismo antisemitico. ​

Dal culto dell’energia vitale proviene il nazionalismo di Maurice Barrès (1862-1923) che

mescola la ripulsa nazionalistica nei confronti degli stranieri con temi socialisti e appelli alla

sovranità popolare. 10

Metre il nazionalismo di Barrès non è pregiudizialmente ostile alle conquiste della

rivoluzione francese, per Charles Maurras (1868-1952), teorico e leader del movimento di estrema

destra francese Action francaise

, la rivoluzione rappresenta invece uno scostamento catastrofico

dei valori della tradizione. Maurras attrbuisce alla monarchia un’insostituibile funzione unitaria.

Egli riprende gli ideali tipici dell’​

Ancien régime per respingere l’eredità della rivoluzione in nome

di una dimensione aristocratica della nazione che vede nella nobiltà l’unica custode delle antiche

tradizioni artigiana e corporative.

L’Italia

Nella specificità della situazione italiana, caratterizzata da arretratezza economica e sociale,

il nazionalismo si fece carico della necessità di completare il processo di unificazione dando

simultaneamente avvio a una politica di espansione coloniale, considerata essenziale per risolvere i

problemi dell’emigrazione e del Mezzogiorno.

Mentre Alfredo Oriani (1852-1909) dà inizio al processo di revisione storiografica del

Risorgimento per denunciare la decadenza della vita politica italiana negli anni successivi

all’unificazione, e mentre Gabriele D’Annunzio dà del nazionalismo un’interpretazione

individualistica, eroica e spettacolare, Enrico Corradini (1865-1931), il più coerente teorico del

nazionalismo italiano, elabora unaprospettiva improntata a una sorta di lotta darwiniana tra le

nazioni. Per Corradini, all’Italia, nazione proletaria, spetta il compito di guadagnarsi il proprio

spazio vitale e di sviluppare quella missione di civiltà che è radicata nella sua storia, così da

contrastare quel processo di corruzione nazionale attuato sia dal regime liberale borghese sia dal

socialismo. Il nazionalismo deve quindi muovere dal fatto che l’Italia è materialmente e

moralmente una nazione proletaria. Conseguentemente, Corradini è fautore di uno Stato forte,

capace di organizzare politicamente e moralmente i cittadini.

Alfredo Rocco (1875-1935) fu il più significativo legislatore del fascismo. Nelle sue opere si

ispira alla concezioni del diritto tedesco nell’accentuare il ruolo fondante dell’autorità dello Stato,

in polemica contro ogni concezione individualistica della libertà. La libertà del cittadino non deriva

dal diritto naturale, ma dall’autolimitazione dello Stato.

Lo statalismo di Rocco emerge nella relazione sul disegno di legge relativo alle attribuzioni

dek capo del governo tenuta al Senato nel 1925, in cui si anticipavano le linee delle cosiddette leggi

fascistissime mediante le quali veniva profondamnete alterata la struttura istituzionale dello Stato

basata sullo Stauto albertino.

Trasformate in organi dello Stato destinati ad unire lavoratori e datori di lavoro di uno

stesso settore produttivo, le corporazioni devono, secondo lui, affermare una solidarietà nazionale

che sovrasta le ragioni di contrasto e capace di subordinare le forze produttive ai superiori interessi

della nazione. ​

Anche se il corporativismo teorizzato da Rocco presenta alcuni aspetti strutturali simili al

corporativismo cattolico, i suoi obiettivi sono molto diversi. Il corporativismo nazionalista

trasferisce l’idea dellla collaborazione delle classi in un progetto di sviluppo industriale e di una

politica di potenza, è autoritasio, inquadrato e disciplinato dallo Stato.

Sarà il fascismo ad ereditare, insieme a molte altre, l’idea corporativa del nazionalismo, allo

scopo di presentarla come una forma di organizzazione giuridico-economica alternativa tanto al

capitalismo quanto al socialismo.

Il cattolicesimo democratico 11

Nella sua variegata complessità, il pensiero politico cattolico presenta la caratteristica di

essere sia una proposta ideologica sia una critica più o meno radicale della modernità.

Nel XIX secolo l’atteggiamento della Chiesa cattolica in materia politico-sociale ha impedito

per lungo tempo ogni possibilità di accordo. L’espressione più significativa di questo atteggiamento

è stata l’enciclica Quanta cura (emanata da Pio IX nel 1864), questa favorisce la tendenza volta a

opporre alle ideologie e alle istituzioni moderne la visione di un cattolicesimo autosufficiente.

È necessario attendere la fine dell’800 per assistere a una prima inversione di tendenza

rispetto a questa posizione intransigente, che coincide con il pontificato di Leone XIII. Il nucleo

dottrinale della sua enciclica Rerum novarum (1891) è orientato in modo da distanziarsi dagli

aspetti più retrivi della cultura controrivoluzionaria della restaurazione. Il neotomismo mira a

recuperare quella distinzione tra titolarità ed esercizio del potere che permette alla Chiesa di

distinguersi dal legittimismo e di accostarsi in maniera non più ostile alla causa della democrazia.

Il nucleo centrale della Rerum novarum è tuttavia quello che si riferisce alla ‘questione sociale’.

L’enciclica insiste sulla necessità di pervenire a una conciliazione fra il diritto alla proprietà privata,

esplicitamente riconosciuto dalla Chiesa, e le ragioni della ‘solidarietà sociale’, che impongono un

intervento a favore degli strati sociali più poveri.

L’Italia

Alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX, alcuni pensatori cattolici riprendono

dall’insegnamento di Leone XIII. Il principale esponente di questa tendenza è Giuseppe Toniolo

(1845-1918). Alla base della sua concezione economica si trova il principio della dipendenza

dell’economia da elementi di natura spirituale, religiosa e morale. Toniolo si ispira alla tradizione

neoguelfa, egli affida al cattolicesimo sociale il compito di ripristinare una visione organicistica e

corporativa della società.

Romolo Murri (1870-1944) si ispira all’ideale gerarchico della Chiesa del suo tempo. Egli

innesta nuovi elementi, fra questi, la prospettiva di un’alleanza tra la Chiesa e il proletariato.

Riconosce lo Stato come forma storicamente necessaria di una mediazione del conflitto sociale.

Il modernismo è una corrente di pensiero che, all’inizio del ‘900, esprime l’esigenza di

riavvicinare la cultura ecclesiastica ufficiale agli sviluppi del pensiero moderno, liberando la Chiesa

dal suo arroccamento in visioni ormai superate della cultura e della politica, rimpiazzando il

tomismo con la filosofia moderna. Condannato da Pio X, la manifestazione più significativa del

modernismo trova espressione in Italia nelle opere giovanili di E

rnesto Bonaiuti

.

Lo sforzo di conciliae il cattolicesimo con l’evoluzione della politica moderna caratterizza

​ ​

anche il liberalcattolicesimo di Luigi Sturzo (1871-1959). Sturzo ritiene che il movimento politico

dei cattolici debba operare nel quadro degli istituti democratici, allo scopo di difendere l’autonomia

della personalità individuale, la priorità dell’individuo rispetto alle istituzioni e la sua libertà di

coscienza.

A partire dagli anni ‘20 il pensiero cattolico si vede costretto a fare i conti con le ideologie

nazionalistiche e con i regimi che da esse traggono ispirazione.

La Francia

La cultura cattolica francese è la più sensibile alla denuncia del capitalismo e della ricchezza

-intesi come ostacoli a un progetto radicale di riforma sociale- e dei limiti della democrazia liberale;

e la sua espressione più significativa è il personalismo sociale o comunitario. ​

Il personalismo era un movimento sorto in Francia verso il 1930 intorno alla rivista “Esprit”

e sotto la guida di Emmanuel Mounier (1905-1950), per affermare il valore assoluto della

persona di fronte all’​

oppressione delle strutture

. Il movimento mira a superare i limiti

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dell’individualismo, che nega la socialità della persona; del collettivismo, che la riduce a pura unità

numerica, e anche del capitalismo, che sottomette gli uomini al dominio del profitto.

Mounier afferma che la principale colpa storica del liberalismo va individuata nel fatto che

questo riduce la persona a oggetto. L’antimarxismo di Mourier è derivato dal suo stesso

antiliberalismo. Al capitalismo e al marxismo egli oppone, sul piano sociale, il riconoscimento dei

diritti dell’uomo e della donna a prescindere dall’appartenenza di razza e la socializzazione di quei

settori produttivi che perpetuano l’alienazione del proletariato, mentre, sul piano politico, propone

una teoria personalistica del potere

. Secondo lui, è necessaria una limitazione costituzionale dei

poteri dello Stato, un potere centrale equilibrato dalle autonomie locali, l’indipendenza del potere

giudiziario e la limitazione dei poteri di polizia. La sola sovranità puramente democratica è per lui

la sovranità del diritto

. Nel secondo dopoguerra Mourier sembra in parte modificare il proprio

orientamento. Egli non affida nessun ruolo direttamente politico alla cristianità.

Jacques Maritain​

, invece, voleva istituire una nuova cristianità

, fondata sulla centralità

della persona, in grado di superare la ‘​

democrazia anarchica

’ dell’individualismo liberale. Ai mali

dell’epoca moderna, Maritain oppone nuovamente la filosofia tomista in vista di quell’​

umanesimo

integrale che costituisce il cuore del suo pensiero.

​ ​

Nonostante le analogie, tra il personalismo tomista di Maritain e il personalismo

comunitario di Mounier vi è una differenza di fondo. Maritain riconosce all’individuo un proprio

statuto di legittimità, mentre invece per Mounier l’individuo è piuttosto la dissoluzione della

persona nella materia

. Di conseguenza, la dottrina tomista di Maritain vede una distinzione

gerarchica tra persona e individuo, alla vita politica viene così riconosciuto uno spazio di piena

legittimità. Così, per Maritain, l’azione profetica non è sostitutiva, come per Mounier, dell’azione

politica, ma ne è una dimensione organica e strutturale.

Liberali e democratici

L’Inghilterra ​

Cià che distingue il pluralismo da altre ideologie antistataliste è il fatto di non opporre

allo Stato-Tutto l’individuo-singolo. Il pluralismo sostituisce pertanto al dualismo Stato-individuo

una relazione triadica, in cui all’individuo e allo Stato si affiancano le strutture che rappresentano

settori economicamente e culturalmente omogenei della società. Le fonti storiche del pluralismo

moderno sono diverse: dalla teoria degli ordini intermedi di Montesquieu, dalle pagine di

Toqueville sulla vita associativa presente nella democrazia americana, agli scritti di Proudhon (che

oppone alla società organizzata dallo Stato quella molteplicità di associazioni umane volontarie cui

viene affidato il compito di promuovere l’emancipazione umana). ​

Differenti sono anche le sue varianti moderne, che vanno dal pluralismo cristiano-sociale

,

per il quale le varie aggregazioni sociali sono disposte secondo un ordine gerarchico con ruolo e

importanza a seconda della funzione cui assolvono; al pluralismo democratico

, per il quale una

molteplicità di centri di poterecontribuisce a ridimensionare l’autorità dello Stato.

​ ​

Del pluralismo socialista-democratico l’esponente più noto è Harold Laski​

. Laski

affronta il tema giuridico-politico della sovranità per sottoporre a una critica sociale il principio

monistico dello Stato moderno. Lo Stato è soltanto una delle diverse unità collettive in cui trova

attenzione l’impulso associativo degli uomini ed è illegittima la sua pretesa di assumere il profilo di

una sfera politica in sé conclusa, sulla base di un organicismo monistico. La dialettica tra l’autorità

sovrana e le forme organizzate di legame volontario, è di tipo conflittuale e antagonistico piuttosto

che di tipo integrativo. Lo Stato non ha pertanto il compito di imporre unità alla società, ma di

articolare i diversi interessi che si manifestano nei corpi collettivi a formazione volontaria. Alla

destrutturazione della statualità deve accompagnarsi una costituzione federale, Laski pensa a un

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decentramento funzionale

. La pluralità delle forme della rappresentanza costituisce la necessaria

adeguazione alla molteplici esigenze della convivenza, anche perché la moltiplicazione delle fonti di

autorità incrementa la partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica. ​

La proposta di Laski presenta accostamenti a quella del movimento inglese delle industrial

guildes

, che rivendica alle gilde il compito di creare le condizioni per l’istituzione di una assemblea

legislativa da affiancare al Parlamento. Il Guild movement proponeva l’autogestione industriale.

Nella riflessione laskiana degli anni Venti, l’obiettivo socialista dell’​

autogoverno dei

produttori non può prescindere dall’intervento mediatore dello Stato. Intorno al 1930 Laski va poi

incontro a una revisione, in questa fase del suo pensiero Stato e individuo si configurano come poli

oppositivi della dialettica politica. In un opera del 1933 afferma che solo l’esperienza del

comunismo appare in grado di rimpiazzare con rapporti di solidarietà e di integrazione gli attuali

rapporti tra gli uomini. Tuttavia, il quadro del parliamentary government resta, per lui, l’esito

ineludibile dello sviluppo costituzionale.

Gli Stati Uniti

Il pensiero liberale e democratico degli Stati Uniti non deve confrontarsi con la crisi della

ragione politica, con la decadenza, con l’irrazionalismo che invece domina in Europa.

In questo contesto, che sotto il profilo della politica pratica produrrà il New Deal, si assiste

anche ad una grande elaborazione intellettuale del liberalismo, che si orienta verso la democrazia,

ad opera del filosofo John Dewey​

, che del New Deal è stato per certi versi il precursore e

l’interprete più seignificativo.

Dewey aveva una visione critica della società capitalista. Per lui, le coercizioni alla libertà

provenivano da rapporti sociali che perpetuavano sperequazioni di reddito, mediante la gestione

privata di una economia ormai collettiva, e dunque dal conflitto tra forze produttive e rapporti di

produzione. La libertà individuale può realizzarsi solo attraverso il riordinamento pianificato

dell’economia. Dewey valuta positivamente le politiche roosveltiane. Il liberalismo, per lui, può

superare la propria crisi solo compiendo un salto qualitativo e conferendo all’autorità pubblica un

compito permanente di regolazione di tutte le fasi del ciclo economico nel quadro di uno sviluppo

pianificato a fini sociali. Il nuovo liberalismo​

, auspicato da Dewey, mira a neutralizzare le

minacce illiberali che nascono dai grandi potentati economici. Nell’autore ci sono importanti

oscillazioni: talvolta l’organizzazione pianificata dell’economia viene affidata a capitani d’industria

e promossa quindi con mezzi capitalistici, mantenendo la proprietà privata dei mezzi di

produzione; mentre, altre volte, l’organizzione della pianificazione economica viene vista in

analogia con quella della Russia sovietica, dunque attraverso l’integrale socializzazione delle forze

produttive. ​

Esiste per Dewey un fine indiscutibile, questo fine è la crescita

. Il fine della crescita è tanto

un criterio del bene universale quanto una concezione evolutiva dell’uomo e della società. Dewey

suggerisce una concezione concezione pluralistica della società. Ma, anche se il pluralismo

rappresenta il nucleo della sua teoria politica, Dewey cerca di trascendere la concezione di uno

Stato inteso semplicemente come arbitro e di individuare il contributo positivo che esso può offrire

al processo di crescita. Il criterio di legittimità con il quale valutare l’intervento dello Stato sarà il

benessere pubblico

. ​

Un tema fondamentale di studio per Du Bois era il razzismo negli Stati Uniti, egli era

convinto che un meticoloso studio scientifico dei problemi dei neri potersse dare un contributo alla

loro soluzione, attraverso politiche sociali orientate proprio alla scienza. Il pregiudizio di colore gli

sembrava dominare la società statunitense. Du Bois poneva enfasi nella rivendicazione dei pieni

diritti di cittadinanza da parte dei neri statunitensi, contro l’attitudine di Washington che puntava

sulla formazione professionale degli afro-americani per integrarli. Du Bois pubblico Souls

, e giocò

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un ruolo importante nella fondazione del 1909 National Association for the Advancement of

Colored People Naacp. Souls è celebre anche per due immagini utilizzate dall’autore: quella della

linea del colore e quella della doppia coscienza

. Il problema del ventesimo secolo, scriveva, è il

problema della linea del colore: la relazione tra le razze più chiare e quelle più scure, il problema

veniva così inquadrato in una prospettiva globale e interpretato come declinazione statunitense del

problema decisivo per il futuro. Du Bois si sarebbe impegnato a fondo nella costruzione del

movimento pan-africano. La doppia coscienza derivava dal fatto di essere un americano e un nero,

due entità che lottano senza possibilità di riconciliazione, creando tensione tra le due polarità

dell’integrazione e della separazione. Il pensiero politico di Du Bois negli anni ‘10 e ‘20 si pone con

decisione all’interno di una prospettiva di radicalizzazione della democrazia affine a quella

progmatista di Dewey. I problemi di razza e razzismo hanno per Du Bois una duplice veste: da una

parte illuminano i limiti e le contraddizioni della democrazia americana, dall’altra lo conducono a

considerare il suo stesso sviluppo storico, ma a partire dal ruolo svolto dai movimenti e dalle lotte

di soggetti, cioè, in primo luogo, gli afro-americani. A partire dalla metà degli anni ‘20 egli diviene

assai pessimista sulle possibilità espansive della democrazia americana. Egli guardò con

scetticismo il New Deal al suo avvio, solo nel 1940 avrebbe sostenuto la candidatura di Roosvelt.

All’inizio degli anni ‘30 Du Bois sottopose a una rigorosa autocritica le posizioni fin lì sostenute da

lui e dalla dirigenza Naacp, sostenendo la necessità di puntare sul consolidamento delle basi

autonome di potere delle comunità nere.

L’Italia

Ferrero fu un liberaldemocratico vicino al radicalismo, ebbe una vita di lotta contro Crispi

e poi contro Mussolini. L’assenza di misura che caratterizza l’uomo e la sua società, dice Ferrero,

proietta sulla condizione umana l’ombra della paura: paura di fronte alla natura, agli altri, al futuro

ecc. Insomma l’uomo vive al centro di un sistema di terrori, in parte naturali e in parte non, veri e

fittizzi. La civiltà e le sue forme sono l’esito dello sforzo di annullare la paura.

Lo strumento di questo sforzo è il potere

. Il paradosso del potere è che questo è costretto ad

avvalersi di mezzi coattivi, affidandosi nuovamente proprio alla paura, la cui rimozione è il fine

della politica. Si ha paura del potere stesso. La risposta a questo paradosso viene individuata da

Ferrero nella convergenza tra potere e società. Secondo l’autore non è solo la coercizione che

garantisce l’ordine sociale, anzi, p necessario anche in consenso. Anche se il potere viene dall’alto,

la legittimità viene dal basso. Soltanto la legittimità può liberare il potere dalla paura. I principi di

legittimità si alternano da un’età all’altra, dal principio monarchico ereditario al principio

democratico elettivo. la crisi di legittimità è il momento in cui la conflittualità del diversi interessi

sociali mette in discussione l’ordine politico stabilito. La democrazia è legittima soltanto se il potere

riconosce alle minoranze sia il diritto di opposizione sia il diritto a diventare maggioranza. Il

pluralismo, dunque, per Ferrero, non è solo sociale, ma deve anche essere politico.

Il problema della legittimità del potere democratico si presenta anche in due altri pensatori

​ ​

politici italiani, Piero Gobetti (1901-1926) e Carlo Rosselli (1899-1937). Questi uomini erano

preoccupati in prio luogo di resistere moralmente e intellettualmente, oltre che politicamente, al

fascismo. Entrambi cercano di ri-legittimare il liberalismo. Entrambi, inoltre, si trovano ad

affrontare la risposta fascista che i ceti politici tradizionali hanno dato alla crisi politica e sociale del

primo dopoguerra; e nel fascismo -che li mise a morte entrambi- hanno visto la conferma della

secolare debolezza civile della borghesia italiana.

Il concetto di rivoluzione liberale teorizzato da Gobetti sulle pagine dell’omonima rivista,

matura dall’incrocio di due diverse tradizioni teorico politiche: il liberalismo di Salvemini e

criticamente l’approccio alla democrazia di massa teorizzato da Gramsci. La rivoluzione liberale

avrebbe dovuto affidarsi, per Gobetti, alla capacità di iniziativa politica della classe operaia, guidata

15

da una élite intellettuale ispirata agli ideali del liberalismo. Egli interpreta il Risorgimento come

una rivoluzione fallita, caratterizzata dall’assenza delle classi popolari dai processi di costruzione

dello Stato.

Secondo Carlo Rosselli, il socialismo può riprendersi dalla sconfitta a opera del fascismo

solo liberandosi dall’eredità marxista. Protagonista della rinascita della civiltà liberale non è più la

borghesia, ormai arresasi al fascismo, né i partiti politici, ma la classe operaia.

Politica ed economia

Negli anni compresi tra le due guerre mondiali emerge anche una serie di risposte pratiche

alla questione della democrazia, che riguardano la modificazione del rapporto moderno tra politica

e economia.

L’ampliamento del suffragio e la nascita dei partiti politici di massa trasformano i processi

di decisione politica e promuovono, a partire dalla Germania di Bismark, l’affermazione di una

legislazione sociale. Comincia a delinearsi lo Stato interventista. Dal punto di vista della politiche

economiche, è lo Stato stesso che assume un ruolo diretto nell’economia. La prima guerra mondiale

accentua ulteriormente questa tendenza, in quanto tutto il mondo della produzione viene

mobilitato a scopi bellici. Nel dopoguerra un ritorno al laissez faire si dimostra di fatto impossibile.

Lo Stato conosce anzi un processo di economizzazione e socializzazione

, che sarà molto

diversificata: dal bolscevismo, che incorpora direttamente nello Stato i mezzi di produzione, al

fascismo, al nazismo. La svolta decisiva si verifica con la crisi del 1929. Le dimensioni gigantesche

dell’ondata recesiva impongono un intervento ancor più massiccio dello Stato. In questo momento

si comincia a pensare alla pianificazione

, all’itervento strutturale dello Stato sull’economia.

Mentre nel caso dei fascismi l’intervento dello Stato nella materia economica assume

l’aspetto del corporativimo fascista e della debole pianificazione nazista, nella Russia bolscevica si

verifica la statalizzazione forzata dell’economia sotto il dominio di una dittatura di partito. Il piano

quinquennale, in teoria, è uno strumento di governo dell’economia destinato a dimostrare la

superiorità del socialismo nei confronti dell’irrazionalità capitalista. In pratica, la funzione dei piani

è invece, fin dall’inzio, più politica che strettamente economica.

Il New Deal​

, il programma di riforme socioeconomiche di Roosvelt, varato nel 1933,

rientra per molti aspetti nell’ambito delle trasformazioni del rapporto tra politica ed economia. Il

New Deal corregge il vecchio automatismo di mercato, attribuendo allo Stato compiti inediti.

L’estensione del settore pubblico non comporta infatti interventi radicali sulle scelte di sviluppo né

sulla forma di pianificazione centralizzata, quanto piuttosto una fase di controllo congiunturale del

ciclo economico. Il New Deal si regge sull’idea che il rilancio dell’economia sia possibile rilanciando

la domanda interna mediante un piano di interventi sociali destinato a dare inizio a una sorta di

circolo virtuoso. ​

Il sostenitore più significativo del New Deal è l’economista inglese John Maynard

Keynes (1883-1946), la cui opera fondamentale è la Teoria generale dell’occupazione,

dell’interesse e della moneta (1936). Il presupposto da cui muove Keynes è che le crisi di

sovrapproduzione sono parte integrante del sistema economico capitalistico, la sottoutilizzazione

delle risorse genera una crisi di disoccupazione e innesca una spirale depressiva. Si tratta allora di

sostenere la domanda aggregata per rendere il mercato in grado di assorbire l’offerta produttiva. Il

contenuto della spesa dello Stato è di per sé indifferente: ciò che conta è creare domanda

addizionale. Per questo è necessario far ricorso al debito pubblico come a una forma normale di

intervento in fase di recessione in modo da modificare il volume dell’attività economica

complessiva. La sola via che può permettere al sistema capitalistico di realizzare tutte le sua

potenzialità consiste in una sorta di socializzazione degli investimenti

, ossia nel sostegno della

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domanda globale mediante politiche di spesa pubblica. Keynes non abbandona il terreno del

liberalismo politico, cui riconosce il merito di coniugare efficienza economica, giustizia sociale e

libertà individuale. Mentre il socialismo può solamente portare la giustizia sociale.

I totalitarimi

Col fascismo e col comunismo a partire dagli anni Venti, con il nazismo tedesco a partire

dagli anni ‘30 e quindi con la fascistizzazione di quasi tutta l’Europa -a esclusione di Francia e

Inghilterra- il periodo tra le due guerra si caratterizza per una serie di esperimenti politici che si

definirono, e vennero definiti, ‘totalitari’.

Il termine ‘totalitario’ circola già negli anni ‘20 ta gli oppositori del regime fascista. È lo

stesso Mussolini ad appropiarsene per caratterizzare in senso positivo la volontà del regime di

portare l’intera società all’interno dello Stato. Si tende a identificare i totalitarismi veri e propri col

nazismo e con il comunismo stalinista. Nazismo e comunismo, da parte loro, non gradivano il

termine ‘totalitario’, ma perché il primo preferiva connotare la propria politica e il proprio regime

in senso razziale e ‘popolare’, mentre il secondo si proponeva come ‘rivoluzionario’, sovietico

(​

soviet

) e ‘socialista’.

La categoria teorica e analitica di ‘totalitarismo’ viene poi compiutamente elaborata a

​ ​

partire dagli anni ‘50 con l’opera di Hannah Arendt su Le origini del totalitarismo (1951).

Attraverso una vasta letteratura (compreso Aron

) si sono poi venute determiando alcune

caratteristiche oggi comunemente ritenute indispensabili perché si possa parlare di totalitarismo:

a. una ideologia totalizzante​

, che si propone di ‘rifare’ l’uomo e il mondo a partire da un

obiettivo che è sempre spostato nel futuro

b. un partito unico​

, detentore del monopolio della violenza

c. la presenza attiva di un capo carismatico

​ ​

d. uso discrezionale e non legale del potere politico, e soprattutto uso terroristico del

potere dello Stato e del partito contro la società

​ ​ ​

e. il pieno controllo su comunicazioni ed economia​

.

Per quanto riguarda l’origine e il significato politico del totalitarismo, va evidenziato che il

totalitarismo è una risposta alla crisi dello Stato e alla parallela crisi del soggetto.

Rispetto allo Stato, soprattutto, i regimi totalitari risultano in pratica l’opposto: la politica

‘formale’ e istituzionalizzata, tipica dello Stato moderno, è negata dalla tensione del totalitarismo al

Valore ultimo

; lo spazio politico dello Stato, che ha il proprio senso -a partire da Hobbes- nel

contendere gli spazi multipli della privacy individuale e della vita sociale, è ridotto, nel

totalitarismo, a un unico spazio ‘totale’, anche profondamente disordinato. ​

​ ​

Il nemico interno è istituzionalizzato dai totalitarismi in varie forme. Come nemico reale

,

che è oppositore dichiarato, l’avversario politico; come nemico potenziale

, ossia colui che può

sempre diventare, in ragione della sua appartenenza a un gruppo sociale, un oppositore al regime; e

come nemico oggettivo

, di volta in volta individuato in base alle esigenze del momento. La

posizione degli ebrei nel regime nazista è ancora diversa: si tratta qui di un nemico biologico il cui

sterminio è la ragione stessa dell’esistenza del regime nazista.

Il comunismo sovietico

A Lenin si deve la costruzione del potere abnorme e illimitato del partito comunista, che

divenne propriamente totalitario quando, verso la fine degli anni ‘20, cadde nelle mani del suo

successore, Stalin, eletto segretario generale del partito nel 1922.

17

Negli anni della sua introduzione e del suo consolidamento, il sistema staliniano aveva

incontrato l’opposizione di alcune delle figure di maggiore rilievo della rivoluzione d’Ottobre, tra

​ ​

cui Bucharin e Trockij​

. Alla critica del capitalismo occidentale, Bucharin affianca, soprattutto

dopo la morte di Lenin, l’analisi dell’esperienza sovietica, tentando di contrastare una logica di

industrializzazione forzata che avrebbe finito, secondo lui, per riprodurre proprio il meccanismo

dell’accumulazione capitalistica. Egli fu uno degli ispiratori della Nep, la Nuova politica economica,

che prevedeva la parziale liberalizzazione del mercato e lo sviluppo della piccola industria e del

commercio privato.

Alla Nep invece si era opposto Trockij che, sconfitto nel ‘25 da Stalin, elabora negli anni

successivi una critica dello stalinismo che però non si spingerà mai a negare il carattere

fondaentalmente socialista dell’Unione Sovietica. Per contrastare questa forma di degenerazione

burocratica e di vero e proprio ‘totalitarismo’, e in modo coerente con la sua opposizione alla

dottrina del socialismo in un solo paese

, Trockij ritiene che sia necessario porre l’accento sulla

dimensione internazionale. Esiliato dall’URSS nel 1929, viene assassinato per ordine di Stalin a

Città del Messico.

Il regime staliniano in Unione Sovietica impone una visione radicale e utopistica della

storia, ispirata all’avvento di una nuova era. Questo obiettivo è però realizzabile al prezzo di una di

una pratica sistematica di terrore e repressione di massa. La trasformazione politica più importante

avviene all’inizio degli anni ‘30, il partito non soltanto diviene la suprema autorità in materia di

decisioni economiche, ma si trasforma in uno strumento di mobilitazione delle masse allo scopo di

applicare quelle decisioni. Nel contesto rurale, l’elemento distruttivo del regime ricade sui

contadini più ricchi, i kulaki

, la cui eliminazione fisica come classe, nel periodo pressappoco del

primo piano quinquennale (1928-32), risponde al disegno di esercitare un completo controllo sui

contadini e la totale integrazione dell’agricoltura del sistema della pianificazione centrale.

La pratica del terrore sistematico trova ulteriore espressione nel sistema dei campi di lavoro

forzato o gulag

. L’altro mezzo utilizzato per difondere nel paese un’atmosfera di terrore

generalizzato è costituito dalla grandi purghe

, avviate nella seconda metà degli anni Trenta e

gestite dalla sempre più potente polizia politica.

Nonostante la nuova Costituzione del 1936 riaffermasse i diritti universali degli individui,

desse ai contadini l’eguaglianza di voto e istituisse lo scrutinio segreto (mantenendo però la lista

unica), questi diritti vengono resi del tutto inefficaci da un potere politico personale privo di

qualsiasi controllo. Con la mitologia del ‘nemici del popolo’ condannati con i processi-farsa si

individuavano i protagonisti soggettivi del male ‘oggettivo’. ​

A Stalin (1879-1953) si deve anche l’elaborazione del materialismo dialettico

, una forma di

irrigidimento dogmatico del marxismo, trasformato da teoria del socialismo a concezione del

mondo valida per ogni ambito della conoscenza, dotata di una scientificità pari a quella delle

scienze naturali. Dopo la morte di Stalin il sistema sovietico perse nel corso del tempo alcuni dei

caratteri più marcatamente terroristici e totalitari, per evolvere in un regime pesantemente

autoritario e illiberale.

Il fascismo

Tanto il fascismo quanto il nazismo non derivano le proprie motivazioni da organiche

premesse dottrinali: in quanto movimenti che proclamano l’inadeguatezza della ragione e la

superiorità dell’istinto e della volontà, essi evitano esplicitamente di vincolarsi a programmi

ideologici e circostanziati. In generale, quella fascista è un’ideologia strutturalmente

contraddittoria, che può quindi accogliere elementi tra loto incompatibili: una tendenza

repubblicana ed eversiva e una monarchica e conservatrice, l’aspirazione a un socialismo nazionale

e un nazionalismo privo di contenuti sociali. 18


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche, economiche, sociali e dell'amministrazione
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