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la prassi finì per esaltare il ruolo dei in danno di quelli

comitia centuriata curiata,

considerando l’assemblea centuriata.

comitiatus maximus

La fine del regnum.

La fine del si fa risalire alla fine del VI sec (intorno al 509 a.c.) per effetto di

regnum

una sollevazione interna maturata contro Tarquinio il Superbo mentre egli si

trovava impegnato nell’assedio di Ardea. Si ritiene che la congiura fu ordita ed

eseguita per iniziativa dell’antica aristocrazia patrizia che volle così reagire al

progressivo crescere dell’indipendenza da essa del potere regio;si tentò pertanto di

restaurare l’antico potere senatorio.

Un ruolo importante ebbe l’esercito, non solo perché la tradizione assegna ai

comandanti dei due reparti in cui esso è diviso il ruolo di immediati successori del

ma anche perché ad essi la comunità si affida nell’impossibilità di procedere a

rex,

regolari elezioni.

In ogni caso, abolito il regnum mutò solo la configurazione costituzionale della

suprema carica. Tutto il resto invece resto immutato.

LA LIBERA RES PUBLICA.

L’immediata conseguenza del mutamento istituzionale fu l’accendersi del conflitto

patrizio-plebeo che segnò tutto il V sec e l’inizio del IV sec (alla fine della quale

Roma raggiunse l’assetto costituzionale che ne accompagnò l’inerrestabile ascesa

politica nella penisola e nel mediterraneo).

Sebbene, infatti, i protagonisti del rivolgimento istituzionale avevano cercato di

coinvolgere in esso i plebei attraverso provvedimenti a loro graditi, così il

riconoscimento del diritto di per qualunque cittadino che avesse subito la

provocare

magistratuale (lex del 509); l’intervenuta riconduzione a 300 del

coercitio Valeria

numero dei senatori attraverso un reclutamento tra i plebei dei nuovi ammessi, che

si aggiungevano come agli antichi l’affidamento ai

conscripti patres; comitia centuriata

della competenza ad eleggere i consoli. 14

Alla cacciata di Tarquinio era seguito il tentativo suo e dei suoi figli di riconquistare

la città con l’aiuto di alleati; le continue aggressioni militari che ne seguirono e

l’instabilità politica fiaccarono i più deboli, e in particolare i piccoli proprietari

terrieri i cui lotti, esposti alle devastazioni nemiche, potevano essere conservati solo

attraverso un crescente indebitamento.

L’esasperazione si cominciò a manifestare già nel 498 quando i plebei avrebbero

condizionato la loro risposta alla leva ad un provvedimento di remissione dei

debiti; il patriziato però, preoccupati dell’imminente aggressione del Latini, rinviò

la questione a guerra conclusa ottenendo che si facesse fronte all’emergenza bellica

con una nuova magistratura straordinaria.

La situazione precipitò quando, a guerra conclusa, i plebei constatarono

l’indisponibilità del senato ad un intervento moderatore sulla questione dei debiti.

Fu l’occasione per la rivolta e i plebei abbandonarono la città confluendo sul monte

Sacro o, forse, sull’Aventino.

La secessione ebbe i suoi frutti importanti. Fu confermato il rilievo politico

dell’adunanza plebea e il riconoscimento esplicito del diritto dei capi plebei

(tribuni) di intervenire con la propria contro le decisioni consolari, nonché

intercessio

il riconoscimento del valore vincolante per i plebei delle decisioni che,

accompagnate da giuramento, avevano assunto nell’occasione (leges così

sacrate):

l’impegno di protezione che i plebei avevano giurato contro ogni attentato alle

persone e alle prerogative dei tribuni li sottraeva dal rischio di persecuzioni in caso

di attuazione della protezione, assicurando così efficacia all’attività dei tribuni.

Dalla secessione in avanti l’organizzazione plebea acquista stabilità. Il numero dei

tribuni diventa di 10, ma il non ha e non è e non ha

tribunus imperium magistratus

non può convocare né i né il Al tribunus spetta solo

auspicia, comitia senatus.

l’auxlium dei plebei che esercita attraverso il veto con cui può paralizzare

qualunque atto di governo e dei pubblici poteri in genere. 15

La nascita dei tribuni confina l’attività degli al rango di ausiliari dei primi;

aediles

questi difendono dalle pretese di prestazioni abusive di promuovono

munera;

processi multaticii.

e vengono eletti nel la cui convocazione e presidenza spetta

Tribuni aediles concilium

ai Esso si riunisce per eleggere i propri capi e per discutere e deliberare su

tribuni.

ogni argomento ritenuto di interesse. La pronuncia del costituisce

concilium

essa non ha valore impegnativo per la ma è uno strumento di

plebiscitum; civitas,

pressione politica in quanto manifesta il punto di vista della maggioranza della

popolazione.

Il decemvirato e le leggi Valerie Orazie.

Intorno alla metà del V sec e precisamente nel 451 e 450 a.c. il movimento plebeo

iniziò a promuovere il superamento delle antiche discriminazioni costituzionali.

Già nel 462 il tribuno Terentilio Arsa aveva avanzato la proposta di eleggere un

collegio di 5 magistrati con lo scopo di definire con leggi scritte i confini dei poteri

consolari, proposta che non ebbe però successo. Soltanto nel 451, sospesi le

magistrature e il tribunato plebeo, fu eletto un collegio di con poteri

decemviri,

illimitati e con il compito di redigere un corpo di leggi scritte. Il dal

decemvirato,

quale i plebei avrebbero accettato di restare esclusi in cambio di alcune

assicurazioni, tenne il governo della città in luogo dei consoli e fu autore di 10

tavole di leggi che sarebbero state poi sottoposte all’approvazione dei comizi

centuriati. Un secondo decemvirato, questa volta di composizione mista, fu

costituito per l’anno successivo; esso fu autore di altre 2 tavole di leggi ma avrebbe

imperversato con arbitri e violenze provocando così una sollevazione che pose fine

all’esperimento decemvirale e fu ripristinata la precedente costituzione.

Le XII tavole redatte dai decemviri sono state pubblicate dai nuovi consoli del 449

Valerio Potito e Orazio Barbato, e fatti approvare dai comizi mediante un insieme

di provvedimenti, Sarebbe stato così attribuito valore

leges Valeriae Horatiae.

vincolante generale ai (ossia le pronunce del è stato introdotto il

plebiscita concilium); 16

divieto di costituzione di magistrature che non fossero esposte a è stata

provocatio;

disposta la esclusione dalla protezione cittadina di chiunque avesse recato offesa ai

capi della plebe e, in particolare, ai tribuni e edili.

In seguito al plebiscito Canuleio del 445, i plebei riuscirono ad ottenere la caduta

del divieto di con i patrizi; per cui ne conseguiva che unioni miste

connubium

attribuissero ai discendenti da un patrizio e una plebea condizione patrizia, e

conseguentemente era divenuto insensato il divieto per i plebei si sumere auspicia

(dato che da unioni miste potevano nascere la condizione di plebeo non

patricii

costituiva più un ostacolo alla purezza dei riti cui eventualmente partecipassero)

dal cui divieto i patrizi facevano discendere l’incapacità dei plebei di rivestire il

consolato.

Da qui, nel 444 si fece frequente la decisione di non procedere all’elezione di consoli

ma di affidare il governo della città a ossia a capi

tribuni militum consolari protestate,

militari investiti di poteri consolari senza tuttavia essere consoli, con la conseguente

possibilità di includere tra di essi anche elementi plebei. Tuttavia non si arrivò mai

ad una gestione paritaria della res pubblica, ma i tribuni erano sempre in numero

inferiore rispetto a quello dei patrizi.

L’aspirazione plebea al consolato si realizzò solo nel 367 quando si pervenne

all’approvazione della proposta dei tribuni Licinio Stolone e Sestio Laterano (leges

ammettere un plebeo alla suprema magistratura, ma ciò nel

liciniae sextiae)di

quadro di un compromesso politico che prevedeva, tra l’altro, l’introduzione di un

nella dell’ager nonchè la riserva al patriziato della funzione

modus possessio publicus

giurisdizionale affidata ad un praetor.

Tuttavia ciò non comportò la scomparsa della distinzione degli ordini, ma caddero

soltanto le più gravi discriminazioni di ordine politico–costituzionale. 17

Quanto ai sacerdozi, furono aperti ai plebei nel 300, in seguito ad un plebiscito

Ogulnio, i collegi degli auguri e dei pontefici (in tale momento era in pieno

svolgimento il conflitto con i Sanniti).

Cessata poi la discriminazione per le magistrature, i plebei si videro, infatti,

riconosciuta la possibilità di accedere anche alla dittatura e alla censura, venne

meno l’impossibilità per i plebei di essere accolti in senato sui posti che si

rendevano vacanti e riservati agli ex-magistrati.

I senatori plebei, tuttavia, conservarono a lungo, come una posizione che

conscripti,

li rendeva esclusi da alcune funzioni come l’auctoritas e l’interregnum.

Venuta meno la discriminazione politica dei plebei anche l’assemblea plebea finì

con il vedersi riconoscere rango di assemblea costituzionale e le sue delibere

finirono con l’essere riconosciute vincolanti per tutti i Si ritiene infatti che ai

cives.

in passato fosse riconosciuta efficacia vincolante per la ma ciò

plebiscita civitas

attraverso apposite successive deliberazioni costituzionali. La stessa lex Valeria

del 449 potrebbe avere avuto il valore di provvedimento attributivo

Horatia ex post

di valore vincolante generale alle precedenti deliberazioni plebee.

In ogni caso nel 287 una dispose la piena efficacia per tutti i delle

lex Hortensia cives

delibere che da quel momento in poi sarebbero state assunte dal concilio plebeo (la

fu votata a cavallo tra la fine delle guerre sannitiche e l’inizio del conflitto con

lex

Taranto).

ISTITUZIONI POLITICHE TRA IL V E IL II SEC.

I due secoli che intercorrono tra la fine del regnum e il superamento del conflitto

patrizio-plebeo, sono caratterizzati dal succedersi di guerre e conflitti tra Roma e i

suoi vicini. Tutto il V sec vede Roma impegnata contro Equi e Volsci. Il IV sec si

apre con l’invasione gallica e la ripresa delle ostilità contro Roma da parte dei

Volsci e dal tentativo degli alleati Latini di sottrarsi alla egemonia di Roma.

Nel 326 si apre il conflitto con i Sanniti che si chiuderà solo nel 290, e nel 280 Roma

è impegnata nella guerra con Taranto. 18

Con le guerre Roma moltiplica il proprio territorio e conquista anche il controllo di

mercati sempre più vasti.

Alla fine del processo espansivo il territorio di Roma è passato dai poco più di 800

Kmq ai circa 5300 kmq e la popolazione è cresciuta dai 30/50 mila unità

complessive ai circa 150 mila cittadini maschi adulti.

Le guerre vittoriose erano inoltre state accompagnate dalla fondazione di numerose

(si tratta di comunità fondate a scopo militare), oltre che da una rete di

coloniae

trattati che avevano legato a Roma numerose città italiane.

Dal punto di vista giuridico istituzionale Roma conservò la distinzione tra l’urbs e

ma mentre l’urbs mantenne inalterata la propria fisionomia

l’ager Romanus;

istituzionale, l’ager subì una riorganizzazione.

romanus

Il numero delle si fissò nel 241 in quello di 35. L’ager espandendosi

tribus romanus,

non fu più luogo di residenza di e di ma il luogo in cui erano allogate

gentes familiae,

intere comunità di tipo cittadino che o avevano perduto l’autonomia politica ed

erano state incorporate nel territorio romano (municipia) o erano state

appositamente fondate a scopo militare (coloniae).

La condizione degli abitanti si differenziava a secondo che fossero liberi o schiavi,

o altra condizione. Tra i (che fossero tali per nascita o per liberazione

cives cives

negli opportuni modi dalla schiavitù) rilevava l’essere patrizi o plebei; ingenui (nati

liberi) o liberti, solo ai primi era consentito rivestire magistrature e sacerdozi;

uomini o donne, in quanto le seconde erano escluse da ogni attività pubblica.

A tutti spettava in ogni caso la protezione sul piano criminale. 19

Il senato.

Il senato, dopo la fine del regnum, viene ad assumere un ruolo cardine del sistema.

È composto da 300 membri e vi appartengono sia esponenti del patriziato, ai quali

solo spetta la denominazione di sia soggetti di estrazione plebea. La loro

patres,

è operata dai censori a seguito del plebiscito

lectio Ovinium.

Il senato, convocato da chi ne aveva facoltà, doveva riunirsi in un luogo inauguratus

(templum) a porte aperte.

I lavori erano presieduti dal magistrato convocante cui spettava di avanzare e

illustrare proposte; dovevano finire al tramonto e il loro mancato esaurimento entro

tale tempo determinava aggiornamento della seduta. Per i senatori parteciparvi era

un dovere sanzionato dalla facoltà per il convocante di multare gli assenti

ingiustificati. Esaurita la discussione si procedeva alla votazione che avveniva per

(favorevoli e contrari si disponevano ai lati del presidente che stava al

discessionem

centro dell’aula).

Al senato spetta l’alta direzione della che esercita soprattutto tramite lo

res publica

strumento del che rilascia su ogni questione della quale venga investito.

consultum

Il inizialmente espresso oralmente, è un parere rilasciato al magistrato, il

consultum,

quale, almeno in linea di principio, conservava una autonomia di azione; tuttavia,

l’indiscussa autorevolezza del senato rendeva praticamente impossibile che il

magistrato non vi si conformasse. A mezzo di esso, dunque, il senato ispirava

l’azione politica, interna e internazionale, della res publica.

Al senato spetta poi l’auctoritas e l’interregnum. L’auctoritas continuò ad essere

l’approvazione che il senato dava alle decisioni comiziali, ma si trasformò poi in

una autorizzazione a presentare ai comizi le proposte, su cui essi

rogationes,

dovevano esprimersi.

L’interregnum era lo strumento costituzionale con il quale si provvedeva, in caso di

vacanza della suprema carica, la convocazione dei elettorali; si faceva

comitia

tuttavia ricorso a tale strumento solo in caso di contestuale venir meno di tutti i

magistrati supremi. 20

La carica senatoriale era vitalizia e comportava il diritto ad alcuni segni distintivi,

ossia una tunica attraversata da una larga lista verticale di porpora, una particolare

calzatura rossa e l’anello d’oro.

Le magistrature.

I poteri che erano stati del furono trasferiti, con l’instaurazione del nuovo

rex

regime, a capi temporanei che si denominarono come la funzione da

magistratus,

essi svolta, ossia la magistratura.

Alla magistratura suprema si aggiunsero nuove magistrature cui fu attribuita una

specifica competenza costituzionale. La prima ad affiancarsi al consolato fu la

questura cui seguirono la censura, pretura ed edilità curule. Ad esse si aggiunsero

poi figure minori come i tresviri capitales, i decemviri stlitibus iudicandis, i

praefecti Capuam Cumas. A queste magistrature, che la dottrina chiama ordinarie

perché elette annualmente, si aggiunsero magistrature straordinarie cui si faceva

ricorso senza alcuna regolarità.

Erano magistrati ordinari:

I che hanno il compito dell’indirizzo politico della che

consules, res publica,

esercitavano attraverso l’iniziativa legislativa e la provocazione dei senatus consulta.

Ad essi spettano in via esclusiva tutte le competenze che non siano state

specificamente attribuite ad altri magistrati, nonché, in concorso con gli altri titolari,

tutte le altre competenze magistratuali. Le loro competenze sono praticamente

illimitate.

I cui era affidata la cura e la sorveglianza della cassa dello stato. Essi,

quaestores,

dapprima in numero di 2 divennero poi 4 con il compito di assistere i consoli nelle

funzioni militari. Ulteriori 4 questori, c.d. vennero poi istituiti e preposti alla

classici 21

vigilanza sulle coste e all’allestimento della flotta. Più avanti il numero aumento

ancora fino a divenire di 20 .

Ai eletti ogni 5 anni, spettavano le operazioni di censimento; il controllo

censores,

dei costumi dei cittadini, che potevano sfociare in una nota di riprovazione e in

eventuali provvedimenti sfavorevoli, quali l’esclusione dal senato; il regolamento

delle entrate e delle spese pubbliche, delle quali provvedevano all’appalto.

Le attività dei censori si concludevano con la cerimonia del ossia quel rito

lustrum,

religioso con valore purificatorio dal quale derivava la di tutta la loro

confirmatio

attività.

Al spettava poteri militari e la ossia il compito di sovrintendere

praetor iurisdictio,

all’amministrazione della giustizia.

Agli altri che lo affiancarono nel corso degli anni, furono affidati la

praetors, il governatorato dei territori extra-italici.

iurisdictio inter peregrinos;

L’edilità curule fu una magistratura con funzioni di polizia urbana, sovrintendenza

all’approvvigionamento e polizia dei mercati, organizzazione delle feste pubbliche.

Ad essi spettava inoltre poteri di e la relativamente alle liti che

coercitivo iurisdictio

insorgevano tra privati nelle materie di loro competenza.

I caratteri delle magistrature ordinarie erano:

- elettività: competenti a votarne i titolari erano i comitia che si esprimevano per

centurie sotto la presidenza di un console, quando si dovevano eleggere i

magistrati maggiori, ovvero sotto la presidenza di un pretore quando si dovevano

eleggere magistrati minori.

- temporaneità : le singole magistrature erano temporanee; la norma era l’annualità;

per i censori eletti ogni 5 anni valeva un principio diverso: restavano in carica per il

tempo necessario ad espletare le loro funzioni, in ogni caso non oltre i 18 mesi. 22

- onorarietà: tutte le magistrature erano per cui non comportavano

Honorariae,

compensi per i titolari;

- pluralità di titolari: in alcuni casi si esigeva il principio della collegialità, nel senso

che ciascuno era considerato come unico titolare che pertanto poteva compiere

qualunque atto di esercizio e chiunque poteva opporsi a tale atto mediante

l’intercessio.

Competenti a votare i titolari delle magistrature erano i che si esprimevano

comitia,

per centurie, sotto la presidenza di un console quando si dovevano eleggere

magistrati c.d. maggiori e, per tribù, sotto la presidenza di un pretore quando si

dovevano eleggere magistrati c.d. minori.

I poteri delle magistrature ordinarie.

Il principio generale è che nessun magistrato ordinario possa operare fuori dal

controllo degli altri magistrati; ciò può comportare un conflitto per dirimere il

quale l’ordinamento prevede una serie di criteri:

- Tutti i magistrati curuli (consoli, pretori, censori, edili) hanno ossia la

ius edicendi,

facoltà di fare comunicazioni ai aventi valore di ordinanza ed efficaci solo per

cives

la durata della carica magistratuale. Nella tarda repubblica la facoltà di edicere

venne riconosciuta anche ai governatori delle province.

- Ad alcuni magistrati, consoli, pretori, edili, questori, competono poteri di coercitio,

di infliggere cioè sanzioni a tutti coloro che si sottraggono ai loro ordini, ne

impediscano l’esercizio delle funzioni ovvero trasgrediscano disposizioni sulla cui

vigenza debbano vigilare in ragione della loro competenza.

Nei confronti della magistratuale diretta ad una sanzione capitale, alla

coercitio

o a una multa superiore ad un certo ammontare, spetta ai la

verberatio, cives

ossia la facoltà di chiedere che si proceda alla istruzione di

provocatio ad populum,

un regolare processo comiziale. 23

- Fra i magistrati ordinari, solo ai consoli e pretori è riconosciuta la facoltà di

convocare e presiedere il senato e i comitia.

Consoli e Pretori hanno pari facoltà di avanzare e di chiedere che i

rogationes

comitia deliberino nel modo che essi ritengono sollecitare.

Spetta ai consoli la convocazione dei per l’elezione dei magistrati

comitia centuriata

c.d. maggiori e ai pretori la convocazione dei per l’elezione degli altri

comitia tributa

magistrati.

In età repubblicana avanzata venne riconosciuto ai tribuni un ius senatus habendi,

ossia la facoltà di chiamare il senato a pronunciarsi su una loro richiesta.

Ai consoli e pretori è riconosciuto l’imperium, ossia la facoltà di rivolgere ordini,

principalmente in campo militare, ai quali non è consentito in alcun modo sottrarsi.

Magistrature straordinarie, poiché erano istituite solo per esigenze particolari,

furono istituite molte magistrature fra le quali la che rimase in vita fino

dictatura

alle guerre annibaliche. Il durava in carica per il tempo necessario a

dictator

provvedere alle esigenze che ne avevano suggerito la creazione, e in ogni caso per

non più di 6 mesi. Il suo era in suscettibile di tribunizia ed si

imperium intercessio

imponeva a quello di tutti gli altri magistrati.

Ogni magistrato si trovava nella condizione di essere ossia in posizione di

potis,

preminenza rispetto a chiunque; la sua trovava soltanto un limite nella

potestas

degli altri magistrati che potevano trovarsi in una posizione di superiorità,

potestas

parità o subordinazione.

Così i consoli hanno reciproca e rispetto agli altri

par potestas maior potestas

magistrati; i pretori avevano rispetto ai consoli, ma

minor potestas maior potestas

rispetto agli altri magistrati, in relazione all’ordo che prevedeva una

magistratuum

gerarchia che culminava nel consolato. Ciò comportava che lo stesso potere

attribuito a diversi magistrati avrà un’intensità corrispondente alla potestas del

magistrato. 24

Una posizione a parte hanno il cui spetta una posizione di preminenza

dictator,

assoluta che lo pone anche al di sopra dei consoli e, tra i magistrati ordinari, i

censori, che si considerano investiti di parallela e in nessun modo

potestas maxima

interferente a quella dei consoli.

Connessa con la è la materia degli

potestas auspicia.

Solo ai magistrati patrizi spetta la facoltà di interrogare le divinità e trarne

indicazioni di comportamento, di gli

sumere auspicia.

Gli auspicia non valevano solo per le attività che dovesse compiere il magistrato ma

per qualunque attività; per cui ogni magistrato poteva ossia fare

obnuntiare,

opposizione ad altro magistrato in forza di eventuali sfavorevoli impeditivi

signa

dell’attività che questi stava per intraprendere. Si poteva configurare così un

contrasto che poteva essere superato avendo riguardo al grado di dei

potestas

magistrati; prevalevano gli di chi avesse

auspicia maior potestas.

L’attività politica di un magistrato poteva allora essere impedita dall’eventuale

intercessio di un collega, ma anche da una obnuntiatio rivoltagli da chi fosse capace

di auspicia maiora rispetto ai suoi.

Ai magistrati plebei possono presentarsi solo auspicia spontanei (oblativa).

Gli auspicia si distinsero in:

- ex coelo;

- ex tripudis;

- ex quadrupedibus;

- ex diris.

Una serie di principi vennero poi fissati nel tempo.

Innanzitutto fu vietato il cumulo nella stessa persona di più magistrature. Era

possibile rivestire la carica solo dopo un intervallo decennale, salvo per la censura

e, poi, per il consolato per le quali fu previsto un divieto assoluto di iterazione. Un

25

intervallo di due anni nella copertura di diverse magistrature fu fissato dalla lex

del 180.

Villia

Alla stessa si debbono un insieme di disposizioni per effetto delle quali si

lex Villia

definì una gerarchia fra le magistrature (ordo e un collegato

magistratuum) cursus

ossia le tappe che dovevano essere osservate da chi percorreva la carriera

honorum,

pubblica.

Speciali onori discendevano dalle varie magistrature. Si andava dall’eponimia per i

consoli, che consisteva nel dare il proprio nome all’anno, al diritto dei censori di

essere sepolti nel manto di porpora; al posto da occupare in teatro.

I magistrati potevano affidare speciali funzioni a propri delegati. Così il console

poteva nominare un il pretore nominare a sua volta

praefectus urbi; praefecti iure

cui affidare l’esercizio della sua fuori Roma.

dicundo iurisdictio

Particolarmente importante fu il di giureconsulti, che assisteva il

consilium praetor

nell’esercizio della sua

urbanus iurisdictio.

Al fine di evitare di interrompere l’attività di comandanti militari impegnati in

campagne di guerra che presentavano andamento favorevole, si instaurò la prassi

di prolungare il loro imperium per il tempo necessario alla conclusione delle

imprese belliche in corso. Tale prassi venne estesa anche alle altre figure di

magistrati; tali soggetti erano investiti di analoghi poteri senza tuttavia essere

magistrati, bensì pro-magistrati; ciò in forza di una che si

prorogatio imperii

realizzava con un senatoconsulto fatto seguire da un plebiscitum.

I magistrati e pro-magistrati godevano dell’immunità; essi non potevano essere

chiamati a rispondere del loro operato fino a quando fossero in carica e godevano

anche di una più generale immunità che ne rendeva inammissibile qualunque

convocazione in giudizio, anche per cause private. 26

Con la repubblica i collegi sacerdotali divennero autonomi; ruolo importante

continuarono a volgere il collegio dei pontifices e quello degli augures.

Il collegio dei tuttavia perse il monopolio dell’interpretatio e fu dedita

pontifices iuris

alla materia del e dell’ius

fas divinum.

I che avevano ereditato dal il compito di definire il calendario,

pontifices, Rex

coordinavano anche l’attività di una serie di altri sacerdoti che da essi

dipendevano.

Il collegio degli era il custode della delicatissima materia degli e

augures auguria

degli auspicia.

Le cariche sacerdotali erano vitalizie.

Con l’avvento della repubblica crebbe il ruolo costituzionale dei viene,

comitia;

infatti, intensificata la pratica di sottoporre all’approvazione popolare le decisioni

più importanti.

Ad esse spetta eleggere i magistrati, approvarne le proposte che divengono leges

pronunciarsi sui che prevedono l’applicazione delle

publicae populi Romani, crimina

sanzioni più gravi.

Il viene inizialmente chiamato a pronunciarsi per poi anche per

populum curiae

centurie e, infine, si introdusse la possibilità di un voto espresso per tribù, così ai

comitia curiata e centuriata si affiancano i comitia tributa.

Mentre i comitia curiata furono confinati a poche e residuali competenze, quelli

tributa ebbero una crescente importanza, cui di norma si ricorreva quando non vi

fosse l’obbligo costituzionale di convocare il comitiatus maximus, costituito dai

comitia centuriata.

Il concilio plebeo costituì un’assemblea costituzionale le cui deliberazioni furono

denominate leges, ed ebbero efficacia generale. 27

- Alle appartengono i discendenti delle tre dei e

curiae antiquae tribus Ramnes, Tities

che continuano ad avare propria sede e un proprio capo.

luceres

Ad essi tuttavia continua a spettare la con cui si autorizzavano i

lex de imperio

magistrati all’esercizio dell’imperium militare, e l’adrogatio, con la quale si

autorizzavano mutamenti nella composizione dei gruppi agnatizi (mutamento

della condizione patrizia in plebea e viceversa).

- La distribuzione in centurie riguarda invece tutta la popolazione romana idonea

alle armi.

Si distinguevano 18 di 170 di e 5 di

centuriae equites, centuriae pedites centuriae

inermi. Le centurie di pedites si distinguevano in centurie di iunores, di età

compresa fra i 17 e i 45 anni dai quali si prelevavano i combattenti, e centurie di

seniores, di età compresa fra i 46 e i 60 anni che costituivano i riservisti.

L’appartenenza alle centuriae si fondava sulla consistenza patrimoniale del gruppo

familiare. Tra gli equites venivano censiti i senatori e quanti avessero un

patrimonio definito maximus.

La classe dei pedites rifletteva una scala di ricchezza.

Sono di competenza dei la quando doveva

comitia centuriata lex de bello indicendo,

indirsi guerra contro comunità già alleate, la elezione dei magistrati capaci di

(consoli, pretori e censori), le deliberazioni (ossia i

auspicia maiora de capite civis

giudizi che potevano comportare la pena capitale, che non veniva però eseguita

lasciando al reo la possibilità dell’exilium seguito dalla esclusione dalla comunità).

- A ciascuna delle tribù territoriali risultavano appartenenti tutti coloro che in essa

avessero sede, intendendo per tali solo gli assegnatari di un anche se alla

fundus,

fine del IV sec si trovarono iscritti alle anche i non possessori fondiari,

tribus

concentrati nelle 4 tribù dell’urbs.

Assegnati alle tribù furono poi anche gli abitanti delle comunità minori, e

municipia

cui fosse stata riconosciuta la cittadinanza romana.

coloniae,

Ai spettavano tutte le deliberazioni, sia legislative, elettive e

comitia tributa

giudiziarie, che non spettassero agli altri comitia. 28

Accanto ai continuano ad avere luogo i ossia riunioni del

comitia comitia calata,

formalmente convocato in alla presenza del collegio dei pontefici,

populum comitio

per assistere al compimento di alcuni atti.

I comitia si riuniscono e deliberano secondo procedure definite e costanti.

Il magistrato che intendeva convocare i comitia emanava un Nel giorno

edictum.

fissato, risultati favorevoli gli auspicia, il magistrato invitava il popolo a riunirsi per

deliberare nel luogo e nelle forme dovute.

La riunione dei comitia centuriata si svolgeva extra-pomerium nel Campo Marzio o

in altro luogo prossimo alla città; quella dei comitia tributa sia nel Campo Marzio

che nell’area Capitolini o nel foro; la riunione dei comitia curiata si svolgeva invece

nell’apposito spazio di riunione previsto accanto al foro.

Il voto veniva espresso, inizialmente, oralmente e raccolto da appositi poi

rogatores,

alla fine del IV sec. veniva espresso in deposte in (urne di raccolta).

tabellae cistae

Concluse le operazioni di voto si procedeva allo spoglio, il diribitio.

Nei comizi elettorali si scriveva nella tabella il nome del prescelto; in quelli

legislativi “uti per approvare, “antiquo” per respingere; in quelli giudiziari

rogas”

“A”, cioè o “C”

absolvo, condemno.

Se l’assemblea era elettorale, il presidente operava la ossia accoglieva il

renuntiatio,

risultato, e procedeva alla dell’eletto, che veniva alla carica.

creatio designatus

Se l’assemblea era legislativa il testo della rogatio approvata diveniva lex publica e

veniva preceduto da una che conteneva gli elementi per la sua

praescriptio,

identificazione e collocazione nel tempo, e seguito da una che definiva il

sanctio,

rapporto con il contesto normativo precedente.

La riunione dei comitia veniva preceduta da riunioni informali, c.d. nelle

contiones,

quali si discutevano le proposte e si svolgevano i pareri a favore o contro. Per tale

motivo le legislative dovevano essere promulgate, ossia affisse nel foro

rogationes

dal giorno dell’edictum di indizione dei comitia a quello della loro riunione. 29

Nei comitia centuriata si votava in un ordine che rifletteva il privilegio che stava

alla base della loro organizzazione. La votazione si interrompeva non appena si

raggiungeva il quorum, di maggioranza (97 voti).

Nei comitia curiata e tributa si votava secondo un ordine sorteggiato e si

arrestavano non appena si fosse formata la maggioranza dei voti.

L’organizzazione centuriata costituiva la base per la leva dell’exercitus che rimase

per molto tempo legato alla struttura che ne aveva voluto Servio Tullio. Esso era

pertanto costituito da due legioni di linea di 3000 fanti ciascuna sostenuta da 1200

soldati di seconda linea (velites); i primi combattevano con armatura pesante

(offensiva con la lancia d’urto; difensiva con scudo, corazza, elmo e schinieri), i

secondi aveva un’armatura leggera, ossia solo armi da getto.

Ad ogni legione poi erano aggregati 300 cavalieri. La leva di questo esercito

avveniva prelevando gli effettivi delle legioni di linea dalle prime tre classi dei

pedites e quelli dei dalle centurie della quarta e quinta classe.

velites

Il comando delle legioni spettava ai magistrati supremi e più tardi anche ai pretori.

Ogni esercito consolare era amministrato da un quaestor. Il generale era circondato

da un consilium e da una cohors praetori.

Le legioni degli alleati erano comandate ciascuna da sei praefecti romani nominati

dal generale.

Vi era un limite alla leva costituito dal numero di campagne sostenute, ma speciali

esigenze potevano giustificare il tumultus, ossia la leva di massa.

L’armamento fu inizialmente a carico dei soldati fino a quando non si distinsero gli

equites equo publico, cui spettava il mantenimento dell’armatura, dagli equites

equo privato, che dovevano provvedere da se.

La funzione dell’exercitus (bellum) era disciplinata da norme di diritto

internazionale delle quali era custode il collegio sacerdotale dei fetiales.

Il bellum era iustum se dichiarato nelle forme dovute e in quanto tale produceva gli

effetti della schiavitù dei prigionieri e la legittimità della praeda. A tal proposito era

30

stata elaborata la dottrina del postliminium secondo cui persone o cose che fossero

tornate, dopo la cattura, in territorio romano o alleato riacquistavano la condizione

giuridica originaria.

Il territorio.

Il rapporto tra la (organizzazione politica dei e il territorio era regolato

civitas cives)

dalle norme del diritto augurale che distinguevano il territorio in 5 categorie : la

prima era costituita dall’ager la seconda dall’ager la terza dall’ager

romanus, Gabinus,

e dall’ager e da quello

peregrinus hosticus incertus.

Tuttavia ai fini dell’organizzazione giuridico-amministrativa però è solo rilevante

l’organizzazione dell’ager e dell’ager

Romanus peregrinus.

L’ager sottoposto alla piena sovranità di Roma, in un primo momento si

Romanus,

sviluppò con la destinazione del territorio sottratto alle comunità vinte, agli

impieghi che potevano farsene come ossia assegnandolo in proprietà

ager publicus,

ai in piccoli lotti, e in parte lasciandolo alla occupabilità privata di chi ne

cives

avesse titolo.

In un secondo momento il territorio incamerato venne invece organizzato mediante

la fondazione di nuove comunità cittadine, o l’istituzione di

coloniae, municipia,

ossia comunità cittadine assorbite in seguito al loro assoggettamento militare.

Le prime furono insediamenti a scopo militare di un piccolo numero di

coloniae

cittadini ma nel tempo se ne sarebbero allargati dimensioni e funzioni.

Le avevano propri magistrati, senato e assemblee, attraverso i quali si

coloniae

amministravano, ma i che le abitavano avevano diritto, in quanto iscritti nelle

cives

tribù, di esprimere il loro voto nei comitia.

erano insediamenti cittadini ai quali Roma, assorbendoli nel loro

I municipia

territorio, tolse l’autonomia politica per ridurli a elementi della propria

organizzazione cittadina.

Ad alcune comunità venne riconosciuta la condizione di cittadinanza ma escludeva

i loro appartenenti dal voto e dalla possibilità di ambire alle magistrature, mentre

31

ad altre una cittadinanza piena; ad alcune veniva mantenuta l’organizzazione

interna mentre ad altre ne veniva imposta una nuova. Si vennero allora a formare

statuti municipali diversi tra loro.

A partire dallo scioglimento della lega latina, Roma sviluppa, in con i

primis

territori più prossimi all’ager e nel quale vivevano popoli in pace con Roma

romanus

(l’ager una politica di rapporti molteplici fondati sulle alleanze imposte

peregrinus),

con il successo delle armi, che stabilivano ineguali obblighi. Ne consegue il

diffondersi di una miriade di rapporti di diverso contenuto e unificati dal constante

riconoscimento della supremazia di Roma. In seguito alla sottomissione di Sicilia e

Sardegna, per cui anche il territorio delle due isole diveniva Roma si

ager peregrinus,

limitò a garantirsene il controllo militare affidando a pretori appositamente istituiti

una competenza che si definiva dal suo ambito territoriale. Provincia del praetor

fu la Sardegna e di quello fu la Sicilia. Roma controllava in

Sardiniensis Siciliensis

questo modo l’ager mantenendo la preesistente struttura politica e

peregrinus

dichiarandolo di un magistrato fornito di

provincia imperium.

Lo statuto di ogni provincia è quello fissato nella solitamente dettata

lex provinciae,

dallo stesso generale cui si doveva la conquista.

Alla fine del III Sec si distinguevano:

- cives romani che si distinguevano in cives optimo iure, con pienezza di

condizione che ne assicurava il diritto a tutte le manifestazione che ne

conseguivano sotto il profilo del ius publicus e del ius privatum; e cives con

una condizione più attenuata;

- latini, che si distinguevano in prisci o veteres ai quali spettavano nel campo

del diritto pubblico il diritto di partecipare alla divisione dell’ager publicus e

della preda bellica, facoltà di votare in Roma in una tribù a sorte, il ius

migrandi, ossia la facoltà di spostare il proprio domicilio in Roma, e, nel

campo del diritto privato, connubium e commercium anche con i cives

32

romani; e in coloniari, ai quali era riconosciuta una condizione di

cittadinanza attenuata, non avevano ad esempio il ius connubi;

- Peregrini, suddistinti in ragione della loro specifica condizione e fra i quali

rientravano tutti coloro i quali non fossero cives o latini.

Gli statuti della cittadinanza erano pertanto molteplici e investivano:

- coloro che abitavano in senso stretto a Roma;

- le colonie

- i municipia

- le alleate

- le province

Fino all’inizio del IV sec. le esigenze di spesa per Roma furono assai modeste. Alle

spese la res publica provvedeva mediante il suo aerarium alimentato dal bottino di

guerra e dalle contribuzioni imposte ai nemici sconfitti.

Se ciò risultava insufficiente, si deliberava con un senatoconsulto il tributum, in

virtù del quale ciascuno era chiamato a contribuire alle spese di guerra in una

misura che oscillava tra lo 0,1 e lo 0,3 per cento del proprio patrimonio accertato

nell’ultimo censimento. Tale tributum veniva spesso restituito a guerra conclusa se

il tesoro dello stato lo consentiva per l’entità del bottino conseguito.

Tra le altre voci di entrata ricordiamo: i proventi derivante dalle locazioni di ager

publicus; la (una tassa del 5% sul valore degli schiavi

vicesima manumissionum

manomessi). 33

Le fonti del diritto.

Nei primi due secoli della repubblica, le regole che governano la vita della

comunità, iura populi romani, derivano dalle leges, ossia le statuizioni degli organi

costituzionalmente legittimati, e dai mores, ossia i comportamenti che si erano

consolidati nel tempo per la loro sperimentata efficacia.

Le leges si presentano come enunciati formali relativi a casi specifici che si

distinguono dai mores per la minore elasticità.

Le regole che dalle e dai si traggono, riguardano solo il caso concreto che

leges mores

le ha occasionate, per cui possono valere per il futuro solo come precedenti ai quali

ispirare la soluzione di nuovi casi.

Leges e mores sono pertanto il fondamento degli iura populi romani, poiché

costituiscono i criteri di orientamento cui i prudentes si ispirano per la interpretatio

iuris.

L’interpretatio ossia il compito di svelare ai profani la regola di

iuris,

comportamento da osservare, è affidata ai che sono i componenti dei

prudentes,

collegi sacerdotali (pontifices, e i che si ritengono gli esclusivi

gli augures fetiales)

depositari di questa scientia

Ogni soggetto che non è in grado di conoscere la regola che egli debba seguire può

rivolgersi al collegio dei sacerdoti competente per la materia chiedendo un

La tecnica del responsum esulava dal dovere di motivare; esso, infatti,

responsum.

costituiva la risposta secca al quesito rivolto. Ciò tuttavia non significava che

l’interpretatio fosse un’attività libera.

In ogni caso, infatti, l’interpretatio è condizionata dai precedenti, ossia dai

iuris

che erano stati dati, sulla base dei ai casi per i quali fosse stata già

responsa mores,

avanzata una richiesta, e dalle leges.

Soltanto tra la fine del IV e l’inizio del III secolo viene meno il monopolio patrizio

della giurisprudenza. I plebei non sono più esclusi dall’interpretatio né questa

iuris,

è riservata ai sacerdoti. Ciò determinava l’accesso libero alla da parte di

interpretatio

chiunque volesse dedicarvisi. 34

Tuttavia, ora che l’interpretatio poteva venire da chiunque, risulta più esteso

l’ambito entro il quale doveva formarsi il consenso che potesse munire ogni singola

dell’auctoritas adeguata a renderla produttiva di Ciò porta ad

interpretatio ius.

accentuare la fattualità dell’ordinamento, aperto ad una che

interpretatio

incessantemente lo modifica e lo trasforma; la natura controversiale dello stesso,

ogni soluzione normativa può essere contrastata da una diversa; e una lentezza del

processo di consolidamento degli iura.

Ciò porta a rallentare la produzione di nuovo diritto da parte dei giureconsulti.

Nel corso del III secolo assume rilevanza l’attività normativa collegata alla

iurisdictio magistratuale.

Si tratta del diritto che veniva (quindi

ab honore magistratuum ius honorarium)

espresso con gli che essi pubblicavano e imposto in forza del loro imperium,

edicta

capace di imporsi con immediatezza.

Tale strumento consente di emanare un diritto capace di rispondere alle esigenze di

una società economicamente dinamica.

Il diritto di produzione magistratuale non vigeva oltre la carica del suo autore,

anche se, chi gli subentrava generalmente vi si conformava, adottando così edicta

che si dicevano ossia mutuati dai predecessori; ed inoltre esso veniva

translaticia,

dalla giurisprudenza elaborato e finiva per stabilizzarsi, trasformandolo nel tempo

ius civile.

Ius gentium.

A partire dal III secolo cresce la necessità di proteggere le attività commerciali di

stranieri data l’incapacità di questi di essere destinatari delle norme considerate ius

proprium dei cives romani.

Dalla metà del III secolo opera come magistrato giusdicente speciale un praetor

davanti al quale si trattano le liti tra o tra e

peregrinus, peregrini peregrini romani. 35

Le norme, che costituiscono il sono norme che egli rinviene nella

ius gentium

esperienza della società romana, che raccoglie dai suggerimenti che gli vengono

dalla storia delle relazioni commerciali, o che gli vengono indicate dagli specialisti

che si raccolgono nel suo concilium. Anch’esse poi derivano dalle e dai

leges mores

romani.

Con l’espansione in senso mercantile dell’economia romana cresce l’importanza del

con un’attenzione particolare ai suoi principi fino ad operare un

ius gentium

rinnovamento dell’intero ius civile.

L’ordinamento, dunque, evolvette quanto ai suoi contenuti normativi in particolar

modo nel campo del diritto privato , sia sotto il profilo sostanziale che quello

processuale.

Dal punto di vista del privato sostanziale il testamento è divenuto un atto privato e

i limiti alla libertà testamentaria non sono più costituiti dall’impossibilità di

designare un estraneo ma solo da quella di disperdere il patrimonio in legati.

In ambito patrimoniale compaiono nuove forme di diritto reale, quale la servitù, si

moltiplicano i casi di il cui inadempimento non comporta più conseguenze

obligatio,

sulla persona ma solo sui beni del debitore.

Il ius comportò anche il superamento dell’antica procedura giudiziale. Il

gentium

processo privato si svolgeva, infatti, ossia ogni pretesa doveva

per legis actiones,

avere non solo il suo fondamento in una ma doveva conseguentemente

lex,

esprimersi all’interno di schemi verbali predeterminati e da osservare

rigorosamente.

Questa procedura era però applicata solo nelle liti tra Era inapplicabile nei

cives.

rapporti tra i peregrini cui invece si applicava una procedura formulare; tale

procedura prevedeva un’impostazione libera delle rispettive pretese che venivano

consacrate in un documento scritto (formula) che costituiva la base della successiva

pronuncia giudiziale. Ciò dava alla lite un’impostazione meno vincolata e più

flessibile. 36

Così alla fine del II secolo una consentì l’utilizzazione della procedura

lex Aebutia

formulare anche nel tribunale del pretore urbano.

Per quanto riguarda il diritto criminale, non vi sono novità sotto il profilo delle

fattispecie incriminatici, ciò per il carattere privato che continua ad assegnarsi alla

repressione di molti comportamenti contro il patrimonio, ai quali appunto si fanno

conseguire pene pecuniarie ottenibili nelle forme del processo privato, ma anche

per la mancanza di un principio di legalità. I casi nei quali è consentito al

magistrato intervenire con i suoi poteri di non sono fissate da norme

coercitio

cogenti, ma rimessi al suo prudente apprezzamento.

Più rilevanti sono le novità nella procedura.

Con la del 509 si introduce la ossia la facoltà per il

lex Valeria provocatio ad populum,

accusato di un che giustificasse la pena capitale o esposto a un atto di

cives crimen

che giustificasse una superiore a 30 buoi e 2 pecore, di chiedere un

coercitio multa

processo dinanzi ai che le XII tavole indicano essere quelli centuriata.

comitia,

E una (449) fisserà poi il principio secondo il quale nessuna

leges Valeriae Horatiae

nuova magistratura può essere istituita senza il limite della Le

provocatio. leges

della prima metà del II secolo infine dispone che il potesse provocare

Porciae civis

anche se residente in provincia o impegnato nel servizio militare, e che la pena di

morte a lui irrogata non potesse essere preceduta da verberatio.

Una lex Valeria del 300 considererà il comportamento del magistrato

improbe factum

che avesse fatto eseguire una condanna capitale senza consentire provocatio.

I iudicia si svolgono in tre adunanze destinate rispettivamente ad esporre le

populi

ragioni dell’accusa, ad ascoltare la difesa e ad escutere i testi. Conclusa tale fase

spetta al magistrato formulare l’accusa e richiedere la condanna. Decorso un

ha luogo una quarta udienza nella quale il popolo si pronuncia.

trinundinum, 37

Prima che intervenga l’ultimo voto necessario alla condanna, è consentito al di

reus

scegliere l’exilium cui segue la pronuncia di che lo priva della

interdictio aqua et igni

cittadinanza e dei beni e gli fa divieto di tornare in territorio urbano, pena la morte.

Dai primi decenni del II secolo si introduce la prassi senatoria di costituire extra

giurie presiedute da consoli o dal pretore con speciali poteri procedurali e

ordinem

repressivi. Da tali precedenti si svilupperà la nuova procedura delle quaestiones

che soppianterà quella dei iudicia

perpetuae populi. 38

LA CRISI DELLA LIBERA RES PUBLICA.

Con la distruzione nel 146 a.c. di Cartagine e di Corinto, Roma pervenne al

definitivo e incontrastato primato politico-militare del Mediterraneo.

Tale primato però portò una irreversibile crisi istituzionale dell’ordinamento

politico-costituzionale della che poi culminerà con l’avvento del

libera res publica,

principato.

La causa prima di tale crisi fu proprio l’inidoneità funzionale delle strutture

organizzative della città-stato rispetto ai bisogni della realtà cosmopolita.

La temporaneità e la molteplicità delle magistrature, la triplice funzione legislativa,

elettorale e giudiziaria delle assemblee cittadine rispondevano alle esigenze di un

organismo politico di contenute proporzioni.

La classe dirigente romana poi approntò solo minimi correttivi che comunque

lasciarono inalterate le strutture organizzative della città-stato. Correttivi che

consistono, con riferimento all’espansione in Italia, nell’adozione del sistema

dell’incorporazione diretta (tribù territoriali, municipi e colonie) e del sistema

federativo, mentre con riferimento all’espansione nel mediterraneo, nella

costituzione degli ordinamenti provinciali.

Tali correttivi ebbero però un risultato inverso, in quanto comportarono una

progressiva e inarrestabile involuzione del sistema, e l’incidenza di concause

accelerò il processo degenerativo del sistema costituzionale.

Alla causa prima se ne aggiunsero altre riguardanti svariati settori:

-cause economico-sociali

-cause militari e finanziarie

-cause etico-spirituali-culturali

- cause politiche

Le prime concause furono di ordine economico-sociale. L’aumento della schiavitù,

l’accrescimento notevole dell’ager la disponibilità crescente di capitale

publicus,

commerciale determinarono una trasformazione della struttura economica. 39

Queste determinano una trasformazione delle tecniche di conduzione agraria;

l’affermazione di una cospicua rete di banche ed imprese finanziarie, che alimentò

il ceto dell’ordo una sorta di aristocrazia degli affari e della finanza;

equestre,

l’esplosione e generalizzazione del sistema degli appalti pubblici di vectigalia

(entrate pubbliche) ed (uscite pubbliche: fornitura di servizi,

ultro tributa

costruzione di opere pubbliche) aggiudicati dai censori a potenti compagnie

appaltatrici. Determinarono inoltre l’emersione di ceti diversi in rapporto di

reciproca conflittualità. In primo luogo si ha l’incidenza demografica degli schiavi,

che pur non costituendo una classe sociale erano ritenuti un secondo genere di

uomini. La nascita poi dell’esercito professionale determinò la formazione di un

ceto di militari di professione, legati al proprio generale più che alla res publica.

L’espansione di Roma comportò inoltre conseguenze di ordine militare e

finanziario. Impose in primo luogo la sostituzione dell’esercito professionale al

tradizionale esercito cittadino, in considerazione della dissolvenza del ceto medio e

della riluttanza delle classi superiori di adempiere al servizio militare. La riforma fu

attuata da Caio Mario nel 107 a.C. che introdusse l’arruolamento volontario, in

forza del quale vennero inseriti nei quadri dell’esercito non solo i ma anche i

cives

appartenenti all’ordo

capite censi, proletariorum.

In campo finanziario le conquiste ebbero riflessi sia sulle entrate che sulle uscite. Su

quest’ultime in quanto si alimentò la prassi delle frumentationes, ossia

distribuzioni gratuite o a prezzo politico inferiore a quello di mercato, di grano ai

proletari. Sulle entrante in quanto favorirono l’esportazione della fiscalità da Roma

ai popoli vinti; nel senso che il bottino di guerra e l’imposta fondiaria sulle province

resero possibile la rinuncia al Si creò in tal modo una grave

tributum ex censu.

sperequazione tributaria fra e provinciali.

cives

Per ciò che concerne le cause di natura etico-spirituale-culturale subentrò una

nuova morale di tipo individualistico che esaltava la coscienza, la capacità e

l’iniziativa dell’individuo; una nuova ricerca del lusso e delle raffinatezze. 40

L’attività comiziale venne liberata dai limiti di natura auspicale sulla base di una

triplice disposizione che prevedeva :

-la possibilità di convocare validamente i comizi in tutti i giorni fasti

-l’abrogazione esplicita della obnuntiatio(veto augurale)

-il divieto di magistrati di durante i

servare de coelo dies comitiales

Sul piano politico vi fu la progressiva erosione dell’originaria concezione

corporalistica della comunità politica, intesa come (ossia

res communis ominium

come bene comune) e la contestuale affermazione di raggruppamenti politici. I

gruppi che di volta in volta detenevano il potere, consideravano le forze che ne

erano escluse non come parti costitutive della ma come forze

res publica,

antigiuridiche da combattere ed eliminare. Da qui nascono due strumenti di lotta

politica, quali la dichiarazione di hostis rei publicae , nemico della patria

pronunziata a carico dei cittadini romani che venivano privati della guarentigia

della nonché le liste di proscrizioni, consistenti nell’affissione in pubblico

provocatio;

di elenchi di avversari politici, a carico dei quali venivano disposte gravi misure

repressive, quali esecuzione sommaria in caso di cattura, esilio in caso di fuga.

I problemi posti dalla causa prima e dalle concause furono essenzialmente tre.

La questione agraria.

Le grandi conquiste mediterranee incisero profondamente sulla utilizzabilità di

altre parti dell’ager ossia gli concessi dai censori a privati,

publicus, agri vectigales,

normalmente per un quinquennio, ma anche in perpetuo, con l’obbligo da parte del

concessionario della corresponsione di un canone all’aerarium canone

populi romani,

che naturalmente non costituiva un problema per gli esponenti dell’aristocrazia

terriera, i quali poterono aggregare ai propri lotti quelli prima dati in concessione a

piccoli coltivatori. Ciò ripropose fra e l’antico conflitto patrizio-

nobiles populares,

plebeo, con l’aggravante questa volta del dissolvimento della piccola proprietà

rurale. 41

Da qui ebbe origine la lunga crisi della libera res publica; ciò fu avvertito da Tiberio

Sempronio Gracco, un aristocratico illuminato, che nel 133 a.C. propose ai concilia

in qualità di tribuno, una la Sempronia Agraria, diretta alla

plebis tributa, rogatio,

ricostruzione del ceto medio romano-italico; con essa ripropose il limite massimo di

500 iugeri all’occupazione dell’ager per ogni la facoltà di

publicus pater familias;

ciascun figlio di occupare altri 250 iugeri; distribuzione e attribuzione in piena

proprietà delle terre recuperate ai contadini poveri, con il vincolo della

inalienabilità; costituzione di una commissione di tre membri con il compito di

misurare, recuperare, assegnare e distribuire i lotti di e di decidere su

ager publicus

eventuali controversie in modo inappellabile.

I lavori della commissione furono però paralizzati da un senatoconsulto ispirato da

Scipione Emiliano, che sottrasse ai triumviri ogni potere decisionale.

La normativa di Tiberio Gracco fu riproposta dal fratello Caio nel 123 a. C. ma fu

del tutto vanificata nell’arco di un decennio dalla morte di Caio.

Di questo periodo vanno ricordati tre plebisciti; uno rimosse il limite della

inalienabilità facilitando la rapida ricostruzione dei latifondi; uno pose fine alla

distribuzione di ager publicus prescrivendo che gli occupanti pagassero il canone e

che il ricavato fosse distribuito tra i poveri; l’ultimo abolì tale canone.

Della riforma graccano sopravvisse pertanto solo la trasformazione di gran parte

dell’ager publicus in proprietà privata.

La questione della cittadinanza.

Il sistema federativo, o dell’incorporazione diretta, costituì la questione della

cittadinanza che culminerà in una durissima guerra tra Roma e gli alleati italici

degli anni 91/89.

Il rilievo politico della questione della cittadinanza con quella agraria fu percepito

da Caio Gracco, il quale, ritenendo pericoloso mantenere in condizione di

sudditanza politica gli alleati italici, nel 122 a.C. propose la concessione della piena

42

cittadinanza ai latini e del ossi del diritto di voto in una tribù estratta a

ius suffragii,

sorte, a tutti gli italici.

Tale proposta suscitò la reazione di tutti i cives e il tribuno Livio Druso oppose

l’intercessio alla di Caio surrogandola con una serie di provvedimenti a

rogatio

favore di populares e latini.

Il problema poteva essere risolto solo in modo organico e a ciò mirò nel 91 a.C. il

tribuno Livio Druso figlio, il quale con un provvedimento di legge, cercò di

risolvere il problema in via legislativa cercando di mediare posizioni aristocratiche

e graccane. Egli però venne ucciso, nel corso di un complotto da chi temeva la fine

dei privilegi romani, prima che la fosse sottoposta a votazione. La sua

rogatio

uccisione diede l’avvio alla guerra italica, bellum sociale.

Gli alleati costituirono una confederazione di con capitale negli

civitates, Corfinium,

Abruzzi, che assunse il nome di Italica.

La guerra si concluse nell’89 quando Roma fu costretta a comporre il conflitto, non

solo in via militare, ma anche con concessioni politiche. Nel 90 una lex Iulia

concesse la cittadinanza romana a tutti i latini ed Italici rimasti fedeli a Roma;

mentre la attribuì la cittadinanza a tutti i socii che ne avessero

lex Plautia Papiria

fatto richiesta entro 60 gg.

Roma divenne così di tutte le popolazioni italiche.

communis patria

Tuttavia rimase il problema della distribuzione dei nuovi cittadini nelle tribù

territoriali; problema oggetto di dispute tra ottimati che volevano distribuire i novi

in poche tribù, e popolari che miravano a distribuirli in tutte le tribù, in

cives

conformità ad un progetto proposto nell’88 dal tribuno Publio Sulpicio Rufo. Le

linee essenziali della furono fatte definitivamente approvare nell’87, fra

lex sulpicia

violentissimi contrasti dal console Cornelio Cinna. Da tale momento l’effettiva

partecipazione dei ai lavori delle assemblee popolari fu virtualmente ristretta

cives

alle masse urbane di Roma. 43

Questione dell’exercitus.

Prima della riforma di Caio Mario, l’esercito serviano poggiava su due criteri

organizzativi; una simmetria fra il ruolo militare del ed il suo ruolo politico nel

civis

comizio; e il conferimento del supremo comando militare al magistratus populi

romani investito anche del comando civile.

La riforma mariana incise su entrambi i principi, da un lato estendendo il servizio

militare ai dietro promessa di ricompensa in terreni e denaro, e dall’altro

capite censi

lato gettando le basi di una scissione tra ed

imperium domi imperium militiae,

culminata nella distinzione tra potere giurisdizionale e civile di pretori e consoli a

Roma e in Italia, e potere militare dei pro-pretori e proconsoli nelle province.

Le conseguenze che ne derivarono furono, da un lato il superamento della regola

che precludeva al centurione ed ai militari dei ranghi l’accesso ai ruoli

dell’ufficialità, dall’altro l’affermazione dell’esercito professionale consentì a quanti

avessero conseguito, grazie alla milizia, il censo equestre, di adire le magistrature e

di aspirare a far parte del senato e delle corti giudicanti.

L’arruolamento dei spezzò poi la simmetria istituzionale fra il ruolo di

capite censi

capo civile ed il ruolo militare del comandante dell’esercito. Ciò comportò il

primato del potere militare su quello civile contro cui lottò Cicerone sostenendo

l’opposto principio del primato del potere civile ; la diffusa accettazione del

principio secondo cui si doveva osservare in tempo di pace le consuetudini e

obbedire in tempo di guerra alla necessità; formazione di una rilevante clientela

militare che affianca e a volte surroga la clientela civile nel corso delle lotte politiche

e delle guerre civili.

Da tutto ciò scaturirono determinate conseguenze che riguardavano il conferimento

per lunghi periodi del proconsolato; il cumulo del consolato con il proconsolato e il

conferimento del comando militare a semplici privati. 44

Nell’arco dell’età della crisi, dal 133 a.C. al 29 a.C., si susseguono una serie di

vicende politico-istituzionali:

- il movimento graccano e il tentativo di razionalizzazione del sistema

costituzionale in senso democratico

- la reazione sillana e il tentativo di razionalizzazione del sistema in senso

aristocratico

- la dissoluzione della costituzione sillana

- la dittatura cesariana e il tentativo di razionalizzazione in senso monarchico

- il triumvirato costituente e la fine della libera res publica.

Durante tale periodo si cerca, cioè di operare una dello

commutatio status rei

al fine di adeguarlo alla mutata realtà, e i vari personaggi politici

publicae,

operarono con la ferma convinzione che fosse possibile restituire funzionalità allo

della ma non coscienti dell’irreparabile sproporzione tra il

status libera res publica,

modello istituzionale della città-stato e le esigenze del complesso impero romano.

Per ciò che conserne la storia costituzionale occorre analizzare due aspetti:

-a) gli aspetti giuridici del conflitto tra Tiberio da un lato e Ottavio ed il senato

dall’altro che segna l’inizio formale della crisi politico-istituzionale

-b) il tentativo di Caio Gracco di razionalizzare la della in

constitutio libera res publica

senso democratico.

a)Il conflitto costituzionale fra Tiberio ed Ottavio scaturisce dall’intercessio opposta

da quest’ultimo alla di Tiberio che, quindi, comportava

rogatio agraria

l’impossibilità di sottoporre la al voto popolare. Tiberio, per aggirare

rogatio

l’ostacolo, fece ricorso ad una proposta di destituzione del collega dalla carica

(abrogatio presentando ai una regolarmente

magistratus), concilia plebis tributa rogatio,

approvata da quest’ultimi, senza che alcuni dei tribuni opponesse

l’intercessio,motivandola con il rilievo che se il tribuno si volta contro la plebe

impedendogli di votare, egli si priva da sé della carica perché non la usa ai fini per

45

cui l’ottenne; motivazione che mirava ad affermare il principio della preminenza

dell’assemblea popolare sul magistrato, principio riaffermata da Tiberio poco dopo.

Il senato, convocato dal console Publio Mucio Scevola, approvò su iniziativa di

Scipione Nasica un con cui si affidava al

senatus consultum de re publica defendenda,

console il compito di difendere con le armi la Scipione Nasica, al rifiuto

res publica.

del console di fare ricorso alla violenza contro romani, affrontò, assieme ad

cives

altri senatori e clienti, i Graccano. Ne seguì un violentissimo scontro nel quale perse

la vita lo stesso Tiberio. L’abrogatio Octavii e il senatus consultum de re publica

defendenda costituirono importanti punti di riferimento nella prassi politica .

Nella prassi successiva, l’assemblea senatoria provvide a perfezionale il senatus

integrandolo con il (proclamazione dello stato

consultum ultimum decretum tumultus

di emergenza) e la dichiarazione esplicita di a carico di cittadini

hostes rei publicae

romani. Con ciò si invitavano le magistrature ordinarie ad affrontare, con tutti i

mezzi possibili e con l’esenzione del limite della lo stato di pericolo,

provocatio,

ripristinando l’ordine pubblico turbato.

b)La concezione politica di Tiberio, incentrata sul principio della sovranità

popolare, fu ripresa ed attuata dal fratello Caio Gracco nel corso del suo tribunato

con una serie di rogazioni volte a razionalizzare la constitutio rei publicae in senso

democratico, limitando i poteri del senato a vantaggio delle assemblee popolari.

Così - una privava i magistrati destituiti dal popolo del

lex Sempronia de abactis ius

ossia dell’elettorato passivo;

honorarium,

-la stabiliva che le centurie fossero chiamate al

lex Sempronia de comitiis centuriatis

voto per sorteggio e non più in base all’ordine delle classi;

-la vietò di istituire tribunali straordinari chiamati ad

lex Sempronia de capite civis

irrogare condanne capitali per condotte riconducibili ad ipotesi di alto tradimento;

-la sottrasse il ossia il potere di giudicare

lex Sempronia iudiciaria munus iudiciarium,

in seno ai tribunali stabili o straordinari, ai senatori, attribuendolo ai cavalieri. 46

L’altra vicenda politico-costituzionale si svolse tra l’88 e il 79 a.C. caratterizzato

dalla personalità di Cornelio Silla che riuscì a tradurre in concrete e coerenti

riforme la reazione della al programma politico realizzato dal movimento

nobilitas

graccano.

L’opera di razionalizzazione dello fu attuato da Silla in due

status rei publicae

distinti momenti, nell’anno del suo consolato, nell’88 a.C., con una lectio

straordinaria del senato e con due leges (corneliae) e negli anni della sua dittatura

costituente (82/79) mediante un complesso di (corneliae).

leges

Nel primo periodo, Silla fu impegnato nel conflitto con Mario, prima guerra civile.

Causa del conflitto fu la che aveva disposto il conferimento a Mario del

lex Sulpicia

comando della guerra mitridatica, già assegnato al console Silla. Ciò comportò la

reazione di Silla che, violato il ed assunti i pieni poteri, procedette alla

ius pomerii

sistematica repressione dei (con l’uccisione di Sulpicio, mentre Mario

populares

riuscì a fuggire), all’abrogazione delle leggi Sulpicie e ad un riordino dell’assetto

costituzionale.

I guidati da Cornelio Cinna, durante l’assenza di Silla, impegnato nella

populares,

guerra orientale, riconquistarono il potere e abrogarono le leggi Cornelie.

Silla, dopo essere tornato a Roma e avere definitivamente sconfitto i seguaci di

Mario e Cinna, venne nominato dittatore, con il compito di promulgare le leggi e

ricostituire il sistema costituzionale, dall’interrex Valerio Flacco sulla base di una

apposita lex Valeria.

Silla, sulla base dei poteri conferitigli, razionalizzò l’assetto costituzionale sulla base

di alcune direttive:

- ridimensionamento dei poteri e delle funzioni del tribunato, mediante la lex

ridusse, infatti, il tribunato a mera parvenza

Cornelia de tribunicia potestate

istituzionale limitando i poteri del tribuno, privando i tribuni del potere di veto (ius

e del potere di proporre leggi.

intercessionis)

- Abrogazione della lex Sempronia de Comitiis e compressione delle competenze

delle assemblee popolari. Venne attuata con la che

lex Cornelia de comitiis centuriatis 47

abolì il metodo di votazione del sorteggio e ripristinò quello originario. Con la lex

abolì la disposizione della lex Domitia sul coinvolgimento dei

Cornelia de sacerdotiis

nel procedimento di investitura dei pontefici e degli auguri.

comitia tributa

- Riordinamento e ridimensionamento del ruolo politico delle magistrature attuato

mediante un gruppo di leggi Cornelie. La sottrasse il

lex de provinciis ordinandis

comando militare a consoli e a pretori, ai quali fu consentito, durante l’anno di

carica, l’esercizio delle solo potere civile e giurisdizionale, ma con l’onere di

assumere, alla scadenza della carica, in qualità di promagistrati, l’imperium militae

nelle province loro assegnate dal senato.

- potenziamento delle attribuzioni e della direzione politica del senato è il prodotto

di una serie di interventi del dittatore sulla composizione dell’assemblea senatoria.

Silla elevò il numero di senatori a un massimo di 600 procedendo alla nomina di

nuovi 300 senatori; limitò i poteri dei tribuni, magistrati e comizi, e provocò il

potenziamento dei poteri del senato, che si arricchirono della legibus solutio, ossia

della potestà di liberare dall’osservanza delle leggi.

La costituzione sillana venne smantellata del tutto negli anni immediatamente

successivi all’abdicazione del suo autore.

Di essa sopravvissero solo pochi punti, quali l’abrogazione del metodo di votazione

per sorteggio nei comizi centuriati, e la netta separazione fra e

imperium domi

che favorì la formazione di potenti alleanze politiche, fondate

imperium militiae,

sulla forza militare ed economica dei componenti, come il primo triumvirato fra

Pompeo, Cesare e Crasso sfociato nella guerra fra Cesare e Pompeo.

Falliti i tentativi di trovare un’intesa politica con Pompeo ed il senato, Giulio Cesare

varcò, nel gennaio del 49 a.C. il Rubicone, che segnava il confine della città-stato,

dando inizio a una guerra civile. In forza della dittatura conferitagli, fermamente

convinto di operare una significativa dello tentò di

commutatio status rei publicae,

razionalizzare il sistema consociativo della libera res publica attribuendone la

suprema direzione politica al quale magistrato unico e annuale. Cesare

dictator,

volle perseguire un duplice obiettivo politico: 48

- conferire rapidità ed efficacia alla direzione politica di Roma e dei territori

assoggettati, liberando il popolo dalle continue lotte fra opposte fazioni;

- neutralizzare la prevedibile opposizione politica con il reiterato rifiuto della forma

(titolo) e della sostanza (atemporaneità) del potere regio.

I punti fondamentali della ordinatio cesariana furono:

- attribuzione al dittatore di controlli primari e secondari su senato, magistratura e

comizi;

- integrazione dell’apparato tradizionale con praefecti urbi pro praetore, familiares

che costituiscono il precedente storico dei nova officia imperiali del principato

-costituzione di una segreteria di stato

-accentramento delle strutture organizzative dell’impero configurando Roma come

capitale dell’Impero;

- accentramento delle fonti del diritto al fine di conferire certezza al ius civitatis.

Conferita a Cesare nel 44 a.C. la dittatura a vita, fece venir meno il carattere della

dictatoris dictio, ossia la temporaneità del conferimento del potere; questi divenne

un monarca.

Ma la radicale svolta istituzionale provocò la reazione di quanti erano avversi alla

sostanza politica del che sfociò nell’uccisione di Cesare. In tal senso i

regnum,

congiurati si illusero di far risorgere la res publica, ma non fu così perché la

cesariana rispondeva a reali esigenze di ordine e sicurezza, e come tale

commutatio

era stata recepita ed assimilata da larghi strati dell’opinione publica, cosicché gli

unici risultati ottenuti dai congiurati furono costituiti dall’impunità, tuttavia

temporanea, e dalla formale abolizione per della dittatura. Con

senatusconsultum,

ciò non si volle cancellare l’opera politica di Cesare ma la potenzialità degenerativa

della carica da lui rivestita.

L’impunità, infatti, fu vanificata da una proposta dal console Pedio che

lex Pedia

istituì un’apposita straordinaria per la persecuzione dei cesaricidi,

quaestio

configurando l’uccisione di Cesare come e punendo i colpevoli con

perduellio

l’interdictio aqua et igni. 49

L’evento decisivo che comportò la completa liquidazione del regime della libera res

si verificò nel 43 con l’accordo fra tre potenti capi cesariani, Ottaviano,

publica

Antonio e Lepido, accordo sancito da una lex Titia del novembre del 43 che istituì,

su del tribuno della plebe Tizio, il triumvirato costituente.

rogatio

La attribuì ai triumviri poteri illimitati, sostitutivi sostanzialmente delle

lex Titia

attribuzioni delle magistrature ordinarie per un periodo di 5 anni.

I Triumviri divinizzarono la memoria di Cesare e con tale termine non si denotò

più la persona ma il ruolo politico del capo carismatico.

La fine della libera res publica si ebbe con la battaglia di Filippi in Macedonia che

culminò nel suicidio di Bruto e Cassio nel 42.

L’accordo fra i triumviri, sfociò nella guerra fra Antonio e Ottaviano, guerra

imputabile in parte a gravi errori politici di Antonio che, cedendo alle lusinghe di

Cleopatra, regina d’Egitto, aveva programmato l’assegnazione delle province

orientali alla stessa Cleopatra ed ai figli avuti da lei; Ottaviano e i suoi consiglieri,

prospettarono il conflitto non come guerra interna contro Antonio, ma come guerra

esterna contro Cleopatra per il recupero delle province orientali.

Sconfitti Antonio e Cleopatra ad Azio ed aggregato nel 30, l’Egitto all’impero

romano, gli eserciti e le popolazioni civili giurarono fedeltà ad Adriano e questi,

proclamato Augusto nel 27, affermò nel suo testamento politico “res Gestae” che

egli conseguì il supremo potere politico per consenso universale. Ottaviano diviene

padrone incontrastato dell’occidente e dell’oriente; si apre così una nuova fase della

civiltà romana, il Saeculum Augustum.

La crisi della libera ebbe riflessi anche sull’ordinamento giuridico.

res publica

Bisogna innanzitutto distinguere:

- ius civitatis, che attiene all’assetto della comunità romana, equivalente al ius

publicus;

- ius civile, che attiene all’insieme delle regole delle quali i privati in civitate

utuntur, ossia di cui si servono i privatri in seno all’organizzazione cittadina.

50

Ius Civile è sia ius proprium civium romanorum, sia ius che i privati possono

tra loro usare in civitate. Comprende leges, senatusconsulta, interpretatio

prudentium, edicta magistrauum e corrisponde alla nozione ulpianea di ius

privatum.

Tale periodo è caratterizzato dalla crescente incidenza delle sia nel

leges publicae

campo del diritto pubblico che in quello del diritto privato.

La lex publica costituì uno strumento di lotta politica, che comportò il frequente e

caotico succedersi di rogazioni ed abrogazioni, che indusse, prima Pompeo e poi

Cesare, a predisporre progetti di riorganizzazione e razionalizzazione delle fonti

del diritto, entrambi però non realizzati, con i quali, il primo mirava a realizzare a

una raccolta organica delle leggi preesistenti, mentre il progetto di Cesare

riguardava non solo il ius legitimum ma anche il proprium ius civile.

Nell’ambito del sistema delle fonti, acquistano rilevanza gli ossia i

edicta perpetua,

principi di diritto enunciati non per la soluzione di un caso concreto, ma per una

tipologia di casi; già con la del 67 a.C. proposta dal Tribuno

lex Cornelia de edictis

Publio Cornelio, si imponeva ai pretori l’obbligo di pubblicarli per iscritto e di non

modificarli sino al termine della carica.

Sono poi da annoverare i per mezzo dei quali il senato, tenuto

senatus consulta,

conto della difficoltà di convocare i ed i in

concilia plebis tributa comitia populi

conseguenza della concessione della cittadinanza a romana a tutti gli italici, si

sostituì alla normale attività deliberativa delle assemblee popolari.

I riflessi della crisi sulla possono essere valutati sotto un duplice

iuris prudentia

aspetto :

- con riguardo all’estrazione sociale dei giuristi

- con riguardo alle forme di attività e alla tecnica interpretativa.

Sotto il primo aspetto, in un primo momento la costituì una

iuris prudentia

professione eminentemente aristocratica; l’ultimo esponente di questa tradizionale

51

è Quinto Mucio Scevola, il quale, unitamente all’esercizio delle

iurisprudentia

funzioni di magistrato e di pontefice massimo, espletò le attività tecnico-giuridiche

del ossia dare pareri a quesiti posti da privati, magistrati, giudici,

respondere,

dell’agere, ossia suggerire schemi processuali, del ossia formulare schemi

cavere,

negoziali.

Dopo la sua morte la situazione muta perchè i giuristi non provengono più dalla

bensì dall’ordo e da strati solciali meno elevati. Il sapere giuridico si

nobilitas equestre

afferma adesso come sapere specialistico e tende a rivendicare la propria

autonomia dal potere politico.

Ai munera (compiti) tradizionali, del dell’agere e del si affiancano

respondere, cavere,

anche compiti di natura didattica, che si sostanziano nell’attività dell’instituere

(insegnamento elementare) e dell’instruere (insegnamento approfondito volto a

comunicare la tecnica del e di natura scientifico-letteraria.

responsum)

Da una tradizione giurisprudenziale prevalentemente orale si passa ora ad una

tradizione consacrata interamente in scritti del sapere giuridico; scritti di ius civile;

scritti problematici, costituiti da raccolte organiche di casi; commenti all’editto del

pretore.

Sulla scia di Pomponio possiamo distinguere una prima fase “fondativa” e una

seconda “sistematrice”.

La prima fase ricade nella seconda metà del II sec ed è rappresentata dai 3 giuristi

Giunio Bruto, Manio Manilio e Publio Mucio Scevola, i cui scritti segnano il

definitivo tramonto della tradizione orale e la contestuale fondazione letteraria del

ius constitutum a prudentibus, ossia del diritto che consiste nella sola

interpretazione dei giuristi (ius constitutum a prudentibus).

La seconda fase è rappresentata dagli scritti di Quinto Muzio Scevola, Servio

Sulpicio Rufo e dei rispettivi auditores.

Muzio pervenne alla costruzione di un primo sistema civilistico definito muciano,

nell’ambito del quale i rapporti giuridici erano trattati secondo un ordine:

- rapporti di successione; 52

- rapporti di famiglia;

- rapporti reali;

- rapporti di obbligazione.

Per quanto attiene infine alla tecnica interpretativa, i giuristi del I sec. a.C.

procedono alla ricostruzione del significato e del valore di atti normativi sulla base

di due fondamentali canoni ermeneutici, la volontà del legislatore e delle parti; e

l’equità, per evitare che l’applicazione rigorosa e formalistica del diritto possa

produrre somma ingiustizia.

Per quanto riguarda la anch’essa presenta un duplice aspetto:

prudentia iuris publici,

- uno pratico che si estrinseca nella predisposizione di formule e regolamenti di atti

e procedimenti interni ed internazionali, nonché nella formulazione di pareri

tecnici (responsa);

- un aspetto scientifico-letterario che si estrinseca nella raccolta di formule e

e in scritti di carattere specialistico.

responsa,

Anche in quest’ambito della iuris peritia si distinguono una fase “fondativi” da una

fase “sistematrice”. La prima è rappresentata dai Libri Magistratuum di Sempronio

Tuditano e dai Libri de Potestatibus di Congo Graccano.

La seconda fase è caratterizzata dalla fioritura di opere sistematiche sui diversi

aspetti dell’organizzazione politico-costituzionale della civitas romana.

Per quanto riguarda i riflessi della crisi sul diritto privato sostanziale, furono tre i

settori che più ne risentirono, l’illecito civile, il possesso e il credito.

Con riguardo all’illecito privato e al possesso, un gruppo di editti pretori mirarono

a realizzare un’efficace tutela privatistica contro manifestazioni di violenza privata.

In particolare una del 78 istituì un’azione penale privata contro i

formula octaviana

responsabili di violenza morale o materiale, in forza della quale i seguaci di Silla

furono costretti a restituire quanto avevano predato durante la dittatura con la

violenza e le minacce. 53

Nel 76 a.C. il pretore peregrino Terenzio Lucullo istituì con proprio editto,

un’azione penale contro chi avesse danneggiato o sottratto violentemente, con

l’impiego di bande armate, cose altrui.

Allo stesso periodo risale l’introduzione dell’interdictum volto al

de vi armata,

recupero del possesso di cui taluno fosse stato violentemente spogliato con

l’impiego di bande armate.

Gli editti e prevedevano un’azione penale contro armatori,

de furto de damno

albergatori e stallieri per il furto o per il danno arrecato ai clienti dagli stessi o dai

loro dipendenti.

Con riferimento al settore del credito, esso fu caratterizzato dall’introduzione delle

dovute al fatto che il credito era entrato in crisi e i debiti non

Tabulae Novae,

venivano più pagati. Si passa così dal progetto di Catilina che prevedeva la

cancellazione pura e semplice di tutti i debiti, alla di

lex Iulia de pecuniis mutuis

Giulio Cesare, legge con la quale si dispose la remissione degli interessi arretrati di

2 anni e consentì ai debitori di pagare anche in fondi, in base al loro valore

commerciale prima della guerra.

Per quanto riguarda il processo privato, si arrivò alla definitiva surrogazione

dell’esecuzione patrimoniale a quella personale, grazie a due rimedi che

conferirono efficacia alla bonorum venditio

- l’actio che consentì all’acquirente il recupero dei crediti dell’esecutato,

Rutiliana,

purchè vivente;

- l’actio esperibile nel caso in cui l’esecutato fosse già morto.

Serviana,

Gli effetti della crisi sul diritto e sul processo criminale conseguono all’istituzione

per legge di tribunali stabili (quaestiones perpetuae).

Sul piano sostanziale determinò un notevole ampliamento del numero degli illeciti

pubblici, mediante la configurazione di nuove figure criminose caratterizzate dal

fatto che la condotta imputabile o l’evento lesivo erano definiti dalla stessa legge

istitutiva della rispettiva In ogni caso ciò non comportò la recezione del

quaestio. 54

principio di legalità, dato che il magistrato poteva reprimere, in forza del suo

imperium, condotte ritenute meritevoli di punizione, anche se non previste dalle

leggi istitutive delle Dunque, il principio deve

quaestiones. nullum crimen sine lege

essere inteso nel senso che una poteva essere presentata da qualsiasi

delatio nominis

privato cittadino al presidente di una soltanto per fatti e comportamenti

quaestio,

previsti dalla legge istitutiva della stessa.

Sul piano processuale, l’aumento del numero delle condusse

quaestiones perpetuae,

alla configurazione di un nuovo tipo di processo criminale, che surrogò di fatto il

precedente di tipo comiziale (iudicia Subentrò così il sistema dei

populi). iudicia

incentrati su nove tribunali stabili, cinque competenti per crimini di

publica legitima,

carattere politico e quattro per crimini comuni.

Caratteristiche del nuovo rito.

- ha natura accusatoria sia perché l’iniziativa processuale era affidata ad un quivis

de populo (qualunque cittadino privato), quale rappresentante dell’interesse

pubblico, sia perché l’organo giudicante, ossia la giuria popolare, si trovava in

posizione di assoluta terzietà fra l’accusatore e l’accusato, a differenza dei sistemi

processuali di tipo inquisitorio dove accusatore e giudice coincidono.

Cicerone nelle Verrine afferma che la giustiz<ia criminale per essere tale richiede il

concorso di 3 indispensabili presupposti:

- l’accusa pubblica;

- pina libertà di difesa dell’accusato;

- rimessione del verdetto ad una giuria popolare.

- Il rito si articolava in tre fasi: formalità introduttive, dibattimento e giudizio.

La fase introduttiva si apriva con un’istanza di autorizzazione (postulatio), con la

quale il denunciante chiedeva al presidente della giuria il riconoscimento della sua

legittimazione all’accusa, e si chiudeva con la iscrizione dell’accusato nel ruolo dei

55

sottoposti a giudizio. Il presidente, accertata la legittimazione del denunciante,

autorizzava la che si trasformava in formale accusa. Procedeva allora

postulatio

all’accettazione dell’accusa, alla sua iscrizione a ruolo ed alla fissazione del giorno

dell’udienza dibattimentale.

Il rito delle quaestores poteva istaurarsi solo fra un accusatore e un accusato, e per

la sola fattispecie criminosa prevista dalla legge istitutiva, era escluso sia il concorso

di persone che il concorso di reati.

In presenza di più postulanti, era allora necessario istituire un procedimento

incidentale volto a scegliere quello più affidabile. I postulanti esclusi potevano però

aderire, in qualità di alla proposta dall’accusatore, il

subscriptores, delatio nominis

quale soltanto assumeva il ruolo di parte processuale e si impegnava a fornire le

prove della colpevolezza dell’accusato. L’accusatore tuttavia poteva anche

avvalersi dell’apporto dei ma anche di eventuali intendendo

subscriptores, indices,

per tali coloro che avessero partecipato alla ideazione o alla realizzazione di reati

associativi e contribuissero a svelarne le trame eversive dietro promessa

d’impunità.

Sopraggiunto il giorno dell’udienza, si procedeva prima alla costituzione della

giuria e a tal fine i pretori urbani compilavano anno per anno una lista di giudici tra

cui venivano sorteggiati un numero di nomi pari al doppio dei membri della

poi ridotti della metà con le alternative ricusazioni dell’accusatore e

quaestio,

dell’accusato.

Si procedeva poi al dibattimento che verteva sulla prove addotte dall’accusatore e

dall’accusato. La rilevanza e l’efficacia dei mezzi probatori dipendeva dalla

capacità di ciascuna parte di interpretarli e utilizzarli in funzione della

dimostrazione delle proprie asserzioni.

Il dibattimento si chiudeva con le arringhe conclusionali delle parti o dei loro

avvocati.

Il Presidente allora chiedeva alla giuria se riteneva esaustiva l’altercatio, e nel caso in

cui più di un terzo affermava di non avere maturato un proprio convincimento, il

56

dibattimento veniva rinnovato (ampliatio), altrimenti si procedeva alla votazione

con la quale ciascun giudice esprimeva il proprio convincimento circa la

colpevolezza o l’innocenza dell’accusato, esprimendo il proprio parere scrivendo su

una tavoletta la lettera C (condemno) o la lettera A (absolvo).

Il presidente non partecipava alla votazione, ma proclamava il risultato di

assoluzione o di condanna.

In caso di condanna si applicava la pena prevista dalla legge istitutiva della

quaestio, mentre in caso di assoluzione non comportava alcuna sanzione a carico

dell’accusatore in buona fede. Soltanto in caso di accusa dolosa, l’accusatore

sarebbe stato chiamato a risponderne dinanzi alla stessa quaestio.

Per quanto riguarda invece le figure criminose, si distinguono :

- crimini perseguibili dinanzi a quaestiones diverse (calumnia) o fuori dal sistema

delle quaestiones (plagium);

- crimini afferenti alla competenza di una specifica e tra essi si distinguono

quaestio,

crimini politici e crimini comuni.

Hanno natura politica :

a) ossia la lesa maestà. In tale ambito sono ricompresi l’abuso

Crimen maiestatis,

del potere magistratuale, l’attività diretta a istigare i a rivoltarsi

socii italici

contro Roma, tutti i comportamenti diretti a sovvertire le istituzioni

pubbliche, l’alto tradimento dello Stato attraverso la collusione con i nemici;

alla fine della libera res publica il crimen maiestatis comprendeva ogni offesa

ed ogni attentato alla sovranità ed alla sicurezza del popolo romano;

b) denota il broglio elettorale, nel quale rientrano le fattispecie

Crimen ambitus,

del comperare i voti, la promessa di favori e vantaggi in cambio di voti,

l’organizzazione di feste e banchetti al fine di procacciare i voti, l’accordo

elettorale di due candidati a danno degli altri. La dell’81

lex Cornelia

comminò l’interdizione decennale dalle magistrtature. 57

c) La fattispecie di consisteva nell’impiego della violenza

Crimen vis. vis publica

fisica al fine di impedire il libero e normale svolgimento di pubbliche

funzioni, ma anche nell’esercizio arbitrario di poteri pubblici. La fattispecie

di consisteva nel compimento di azioni violente a danno della

vis privata

libertà e del patrimonio dei privati.

d) Riguarda l’illecita sottrazione o estorsione di denaro o

Crimen repetundarum.

altri beni da parte di governatori provinciali, ma anche da magistrati, a

comunità o a singoli individui sottoposti al loro potere. Tale condotta venne

inizialmente punita con la pena del doppio del maltolto e poi ridotta da Silla

alla pena pecuniaria del alla quale Cesare aggiunse gravi pene

simplum

accessorie, quali rimozione dalla carica, ineleggibilità ad altre cariche,

incapacità a testimoniare e assumere l’ufficio di giudice.

e) Si tratta di furto qualificato per la natura pubblica delle cose

Crimen peculatus.

sottratte o utilizzate. Erano previste tre ipotesi di furto qualificato: il peculato

in senso stretto, ossia sottrazione o uso indebito di cose pubbliche da parte di

funzionari o semplici privati; il consistente nella sottrazione o uso

sacrilegium

indebito di cose sacre o religiose; il consistente nella

crimen de residuis,

ritenzione indebita di denaro o altri beni ricevuti dall’erario per

l’espletamento di un pubblico ufficio e non utilizzati per il fine cui erano

destinati.

Per le prime due ipotesi la pena era l’aqua et igni interdictio; per la terza

ipotesi la pena era un ammenda pari al valore delle cose detenute aumentate

di un terzo.

Costituivano invece crimini comuni:

a) L’omicidio inteso come uccisione volontaria di un uomo

Crimen homicidii.

libero e altre ipotesi di attentato all’integrità fisica dei cittadini, incendio

doloso, magia, castrazione.

b) Si tratta dell’uccisione dei prossimi congiunti.

Crimen parricidi. 58

c) Consisteva nella falsificazione materiale di documenti ed oggetti

Crimen falsi.

di notevole importanza.

d) Comprendeva ipotesi gravi di ossia la violazione di

Crimen inuriae. iniuria,

domicilio, percosse, frustate. L’istaurazione del processo era però

subordinata all’iniziativa dell’offesa.

e) Consisteva nella presentazione di un’accusa dolosa al

Crimen calumniae.

presidente di una intendendo sia l’accusa intentata contro un

quaestio,

soggetto con la consapevolezza della sua innocenza, quanto l’accusa diretta a

prevenire eventuali accusatori in buona fede, al fine di favorire l’assoluzione

del colpevole.

Nel 61 d.c. un senatusconsultum con la lex remnia sanzionò la sleale

condotta dell’accusatore configurando accanto alla calunnia due fattispecie

criminose:

- la praevaricatio, ossia l’accusa dolosa volta a prevenire un’accusa in buona

fede

- la tergiversatio consistente nell’abbandono dell’accusa nel corso del processo.

La scorretta condotta dell’accusatore fu sanzionata con l’inibizione dal

munus delationis.

f) Consisteva nell’asservimento al proprio volere di una persona

Crimen plagii.

libera e nell’esercizio arbitrario della su schiavi altrui. Fu

dominica potestas

perseguito con azione popolare fuori del sistema delle quaestiones. 59

PRINCIPATO.

La fondazione del principato è legata ai fatti istituzionali che si verificarono nel 27 e

nel 23 a.C. che determinarono l’affermazione di un novus status rei publicae.

Gli eventi del 27 a.C., che si ritrovano in un brano del testamento politico di

Ottaviano Augusto, scritto pochi mesi prima della sua morte, sono costituiti in

primo luogo dal gesto politico, etichettato come con il quale

translatio rei publicae,

Ottaviano volle conferire una base ideologica al nascente regime politico,

additando nel potere decisionale del senato e del popolo la fonte di legittimazione

del potere imperiale, cioè egli trasferisce la al potere decisionale del

res publica

senato e del popolo romano.

La rinunzia al supremo potere si tradusse nel conferimento ad Ottaviano del titolo

di e nella attribuzione allo stesso di un decennale su tutte le

Augustus imperium

province non ancora pacificate.

Egli, in quanto augustus fu superiore a tutti per Tale termine, al pari

auctoritas.

dell’appellativo augustus, deriva da “augere”, cioè accrescere, per cui ciò s’intende

che egli era titolare di un potere ordinante, destinato a potenziare, integrare e

coordinare i singoli poteri costituzionali.

L’evento del 23 a.C. consistette nella definitiva consacrazione del potere ordinante

svolto da Augusto con l’attribuzione di 2 poteri che costituiranno i pilastri

istituzionali del nuovo regime:

- la (imperium domi) a vita

tribunicia potestas

- l’imperium (imperium militiae).

proconsulare maius et infinitum

Il primo conferì ad Augusto il potere di coordinare le funzioni del senato, delle

magistrature e del tribunato della plebe, al fine di superare e comporre il dualismo

fra potere aristocratico e potere tribunizio.

Il secondo gli conferì il potere di coordinare le prerogative e le funzioni dei

governatori provinciali con le attribuzioni degli organi centrali della civitas Romana,

al fine di ovviare alla frattura fra ordinamento cittadino e ordinamenti provinciali.

60

In forza di tali fatti si delinea un novus status rei publicae che si distingue

- dal modello consociativo della per l’innesto di uno stabile

libera res publica

organo individuale, il principe, in funzione di coordinamento costituzionale,

tanto nei rapporti interni all’ordinamento cittadino quanto nei rapporti fra

poteri centrali e poteri locali.

- dal modello cesariano poiché il a differenza del non è

princeps, dictator,

titolare di un potere decisionale, ma egli, in forza dell’auctoritas può soltanto

legittimamente integrare ma non surrogare gli altri poteri costituzionali.

Il non può essere considerato come una mera restaurazione

novus status rei publicae

della precedente forma di governo, esso è etichettabile solo come Principato, che si

caratterizza per l’innesto di un nuovo organo permanente, il Principe, che ha il

compito di comporre eventuali conflitti costituzionali indirizzando i poteri verso

verso l’utilitas communis omnium. Il principato è, quindi, uno status rei publicae

incentrato sulla figura e sul ruolo del principe, il quale agisca come tutore e

curatore degli affari pubblici.

Dopo la morte di Augusto, nel 14 d.C. il senato e i comizi conferirono continuità

alla carica di legittimando l’esercizio dei poteri imperiali da parte dei

princeps,

successori di Augusto con un atto complesso d’investitura, denominato lex de

un senatoconsulto seguito da approvazione popolare.

imperio,

La in quanto atto d’investitura non implicava un connesso

lex de imperio,

regolamento della successione nella carica di ma la successione si

princeps,

realizzava in base a criteri fra loro assai diversi, quali l’adozione e l’associazione al

potere da parte del principe in carica, la designazione da parte dei pretoriani o

l’acclamazione da parte degli eserciti. 61

L’assunzione della carica di da parte di Adriano determinò una svolta

princeps

costituzionale, tanto da essere considerato il fondatore del secondo principato. Nel

corso del periodo che va dall’assunzione della carica di Adriano fino alla morte di

Commodo, l’auctoritas si trasforma in autonomo potere di decisione e la

principis

struttura organizzativa del si caratterizza per la completa

novus status

istituzionalizzazione della burocrazia imperiale (i con la quale i principi

nova officia)

provvidero, prima, ad integrare e, poi a surrogare l’apparato tradizionale.

Specificamente le riforme adrianee possono essere sintetizzate:

- completa istituzionalizzazione di tutti i nova officia imperiali, realizzata con

l’eliminazione di ogni residuo privatistico, tanto nell’assunzione degli

ausiliari del princeps, quanto nella configurazione e nell’affidamento delle

funzioni imperiali. Gli officiales del princeps furono trasformati in pubblici

funzionari e inquadrati nella camera equestre sulla base di 4 classi

stipendiarie. Al vertice stavano i che costituivano una sorta di alta

praefecti

dirigenza.

- Riorganizzazione della cancelleria imperiale attraverso l’integrazione degli

(sezioni) e la distinzione tra magistrati (impiegati di concetto) e

scrinia (impiegati subalterni);

auditores

- Istituzionalizzazione del consilium principis, concepito come un cosiglio di

Stato composto da alti funzionari e eminenti giuristi la cui nomina era

sottoposta ad approvazione del senato;

- Centralizzazione della produzione del diritto e della politica giudiziaria; la

produzione del diritto venne centralizzata con la codificazione dell’editto

perpetuo, con la virtuale surrogazione dei rescritti ai responsi e con la prassi

delle orationes in senatu habitae. La politica giudiziaria venne centralizzata

con la ristrutturazione dello scrinium a cognitionibus della cancelleria

imperiale, sia con la costituzione di una sezione giurisdizionale del consilium

principis. 62


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Storia del diritto romano per il corso della professoressa Masi Doria. Gli argomenti trattati sono i seguenti: la storia giuridica romana, gli abitanti di Roma si distinguevano ab origine in patricii e plebei, l’interregnum, l’auctoritas, la figura del rex, le sue funzioni religiose.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher melody_gio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli Federico II - Unina o del prof Masi Doria Carla.

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