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questo forse il momento in cui nasce, non tanto Roma quale vera e propria città, ma il

nomen di Roma come federazione dei populi partecipanti al rito del Septimontium.

- La riunione dell’assemblea curiata, già nell’ultimo quarto del VII s. a.C., avveniva in

uno spiazzo – nel Foro – detto Comitium. I Quirites (ovverossia gli uomini delle curiae) si

dividevano per curie, ciascuna diretta da un curio. L’intero comizio, quando non

provvedesse il re, era presieduto da un curio maximus o, in casi particolari, dal pontifex

maximus. Secondo la tradizione, ai comizi curiati sarebbe spettato approvare la

designazione del nuovo re (ma vd. supra), fatta dall’interrex. Essi avrebbero svolto anche

una funzione legislativa, votando le leges proposte dal re (leges regiae vd. infra). E’

presumibile che, in entrambe le circostanze, il ruolo del comizio curiato dovesse essere di

tipo sostanzialmente passivo: di adesione e di acclamazione.

- Gli antichi ricordavano anche un altro tipo di assemblea delle curie: i comitia calata.

Probabilmente il nome derivava dalla diversa forma di convocazione, che avveniva

attraverso un araldo, un calator, su disposizione dei pontefici. Erano cómpiti dei comitia

calata: l’inauguratio del rex e dei Flamines, il testamentum calatis comitiis e la detestatio

sacrorum. L’adrogatio sembrerebbe invece di competenza del comizio curiato. Più che a due

diversi comizi, bisogna pensare alla medesima assemblea curiata che, in specifiche

circostanze e per compiti ben determinati, assumeva una diversa denominazione (vd.

Mantovani § 9.15).

- Ramnes, Tities e Luceres erano i nomi delle tre tribus originarie, dette anche romulee,

per la loro antichità. E’ difficile metterne in dubbio il carattere precivico, che sembra

attestato dalla loro incidenza modesta nella storia successiva delle istituzioni cittadine e

dalla loro precaria sopravvivenza di fronte allo sviluppo della città. E’ possibile che le

tribus originarie avessero caratteri genetici e territoriali: si tratterebbe di autonome

aggregazioni di vici, dislocati in territori finitimi, i quali, persa l’originaria indipendenza

politica con la ‘fondazione’ della città, divennero suddivisioni territoriali per il

reclutamento della cavalleria (equitatus). Il significato delle parole Ramnes, Tities e Luceres,

su cui molto si è scritto, è, per ora, destinato a restare oscuro.

5. L

E GENTES E LA CLIENTELA

- La seconda fase della storia politica delle curie (per la prima vd. supra) è

sicuramente dominata dal rapporto con le gentes e dall’affermarsi, in Roma arcaica, del

potere gentilizio. Festo (180 L.) ci informa che sette antiche curie non potevano essere

evocatae nelle nuove e, conservandoci quattro di questi sette nomi, Foriensis, Rapta, Veliensis

e Velitia, ci svela la maggiore arcaicità delle curie con nome di luogo o di culto, rispetto a

quelle con nome gentilizio. La notizia ci rende edotti sul fatto che nella società si andava

affermando la irresistibile tendenza, da parte di taluni gruppi in seno alla comunità

primitiva, ad acquistare maggiore potere rispetto agli altri e a imporre il proprio nome alle

varie strutture della società, alle curie e ai sacerdozi ora, più tardi alle tribù serviane (da

non confondere con quelle romulee). (vd. anche infra).

- La seriorità dell’emergere del fenomeno gentilizio, rispetto alle prime

manifestazioni associative, trova, dunque, un riscontro nella creazione di curie con un

nome gentilizio, posteriori nel tempo a quelle caratterizzate da toponimi o da aggettivi

non gentilizi. Come ha sottolineato F. De Martino, la gens – preesista alla familia o in

origine si identifichi, come a me sembra più probabile, con questa – e s i s t e come entità

p o l i t i c a soltanto all’indomani della nascita della clientela, un’istituzione sociale che

cristallizzava un preciso rapporto di subordinazione tra distinti gruppi umani nel quadro

della medesima comunità. Tra gli elementi caratterizzanti la clientela vi è la facoltà di

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sfruttamento della terra, in termini ovviamente più ridotti rispetto ai membri veri e propri

della gens. Ai clientes, come dimostra il famoso episodio databile al 504, dopo la battaglia

di Aricia, di Atta Clausus, era concesso il pieno sfruttamento di porzioni ridotte di terra

(come è chiaro dal loro stato di cives), in cambio dei doveri connessi con il vincolo

sacrosanto della fides, primo fra tutti la partecipazione alle azioni politiche e militari della

gens in bella privata e in varie occasioni politiche. Le fonti illustrano l’ampia potestà del

patrono sul patrimonio dei clienti, la cui solidarietà con il princeps gentis si estendeva anche

in caso di delitto.

Addicti (l’espressione vuol indicare che la loro subordinazione al gruppo dominante

si ha uti singuli – in quanto individui – con l’addictio) o dediti (ciò vuol dire che, a differenza

del caso precedente, l’ingresso nel gruppo gentilizio dominante si identifica con la deditio

in fidem della comunità più debole), i clienti lavoravano le terre dei gentiles, non per

mercede, ma come dipendenti e, in quanto tali, erano tenuti, allo stesso tempo, a seguire i

loro patroni in guerra come aiutanti e ausiliari (i clienti dei Fabii al Cremera, per esempio).

Questi elementi coincidono perfettamente con il carattere economico della clientela arcaica

a Roma.

In conclusione possiamo delineare questo quadro riassuntivo. Le diseguaglianze

sociali, registrate già all’inizio dell’VIII secolo a C., e la consistenza numerica della

popolazione dei singoli abitati consentono di affermare che i rapporti di produzione non

erano più mediati esclusivamente da quelli di parentela, da quelli di una famiglia

ancorché allargata. La struttura capace di fronteggiare la situazione sociale di questa fase

non è più la sola familia, ma un gruppo non basato esclusivamente sulla consanguineità,

ovverossia la gens. E’ questo un gruppo rappresentato dalle fonti come un organismo di

tipo familiare, in cui convivono membri legati fra loro da consanguineità e membri di altra

origine cooptati nel gruppo, o di loro spontanea volontà o perché, in qualche modo,

costretti. Coloro i quali, pur non essendo consanguinei, entrano a far parte del gruppo,

sono detti clientes. La stessa etimologia del nome cliens, participio presente del verbo cluere,

«ascoltare», «prestare orecchio», «obbedire», illustra la condizione subordinata di costoro,

sottoposti al vincolo sacrosanctus (perché creato mediante un giuramento solenne

pronunciato innanzi alla divinità) giuridico-sacrale della fides, il vincolo di reciproca

.

fiducia tra loro e il princeps gentis, il capo della casata 6

Sin dagli inizi del VII secolo a.C. in latino, in etrusco e in altre lingue dell'Italia antica si riscontra l’esistenza

6

della cosiddetta formula onomastica bimembre. Essa si compone di un prenome e di un gentilizio: nel nome

latino Aulus Marcius o in quello etrusco Avle Marcena(s), Aulus e Avle hanno la funzione di prenome ossia

di designativo non trasmissibile di un individuo all'interno di un gruppo, e Marcius e Marcena(s) hanno la

funzione di gentilizio ossia di designativo trasmissibile di un gruppo all'interno di una comunità. Il

gentilizio [Marcius e Marcena(s)] è un aggettivo che rappresenta un antico patronimico: Marcius vuol dire

«figlio di Marcus», Marcena «figlio di Marce». (Il genitivo latino *ius ha lo stesso valore del suffisso *na in

etrusco). L'innovazione del latino, di altre lingue italiche e dell'etrusco, rispetto al greco, consiste nel fatto di

aver reso fisso e trasmissibile il patronimico, che in greco muta invece in ragione della genealogia: la

successione genealogica del tipo Cleante - Cleonimo - Cleandro darà in greco «Cleonimo figlio di Cleante» e

«Cleandro figlio di Cleonimo», laddove in latino la successione genealogica Marcus - Aulus - Titus darà

«Aulus Marcius» e «Titus Marcius». Il fenomeno è tutt'altro che trascurabile e costituisce un indizio prezioso

della realtà sociale etrusca e latina. I latini avevano ben precisa la nozione che in epoca molto antica i «nomi

erano semplici»: nella leggenda delle origini di Roma, la fase cronologica, corrispondente alla fondazione, è

caratterizzata da «nomi semplici», Romolo, Remo, Proca, Numitore, Amulio. Al contrario, già nella

generazione successiva, l'onomastica appare bimembre, come dimostra ad esempio il nome del secondo re,

Numa Pompilio. Quando e perché è avvenuta la «fissazione» del patronimico? La genesi del fenomeno è da

collocare nel corso dell'VIII secolo a.C. in concomitanza con la nascita stessa delle aristocrazie. L'onomastica

attesta il progressivo irrigidirsi della struttura sociale nella sua cellula fondamentale della famiglia, dove la

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6. I SACERDOTI

- Il rex era il supremo sacerdote della città. A lui faceva capo una complessa

organizzazione di sacerdozi, la cui origine, in non pochi casi, affondava in tempi ancora

più antichi.

- Indiscutibile è l’origine remota dei Fatres Arvales, dei Salii nonché dei Luperci

Quinctiani e Fabiani, testimoni evidenti di ancestrali culti gentilizi. La remota risalenza dei

Flamines, i tre maiores – Dialis (di Giove), Martialis (di Marte) e Quirinalis (di Quirino) – e i

dodici minores, è indiscutibile. Una serie di tabú del Flamen Dialis riconduce l’istituzione di

questo sacerdozio all’età del bronzo. E cosí anche i cómpiti delle vestali, le sacerdotesse di

Vesta, custodi del fuoco sacro.

- Maggiore importanza per la vita politica della città e per lo sviluppo del suo diritto

– pubblico e privato – avevano i tre collegi degli Augures, dei Fetiales, dei Pontifices.

- Gli Augures – tre in principio, poi cinque – erano antichissimi sacerdoti legittimati a

ricercare e interpretare il volere divino, attraverso il volo e il canto degli uccelli,

l’osservazione di altri animali o di fenomeni naturali. A differenza degli auspicia, che il re

era legittimato a prendere prima di qualsiasi atto di rilevanza politica, gli auguria potevano

riferirsi a situazioni più lontane nel tempo e più ampie di atti determinati. Non erano

peraltro semplici interpretazioni della volontà degli dèi, ma comportavano (cfr. il

significato del verbo augere) un accrescimento di potenza, attraverso il richiesto favore

degli dèi. Agli augures spettava naturalmente l’inauguratio del re.

- Il collegio dei Fetiales era composto da venti sacerdoti a vita e designati per

cooptazione. Non pare sia esistito un ordine gerarchico all’interno del collegio. I Fetiales –

da fides o da foedus, secondo gli antichi – non erano un’istituzione soltanto romana, perché

si ritrovano anche al di fuori del Lazio. Erano i custodi dei trattati con le altre città e gli

altri popoli, e celebravano i riti che rendevano inviolabili i giuramenti politici dinanzi a

Iuppiter, con la pronuncia di formule magiche, che minacciavano terribili sanzioni nei

confronti dei contravventori. Essi presiedevano alla stipulazione dei trattati di alleanza e

vigilavano sul loro mantenimento e sulla loro esatta applicazione, chiedevano

soddisfazione e presiedevano al rito della dichiarazione di guerra. Per ogni rituale

avevano regole precise che andarono a costituire il ius Fetiale. Essi pertanto controllavano

la correttezza formale di tutte le attività di Roma aventi rilevanza “internazionale”: erano i

garanti, come scriveranno gli antiquari di epoca imperiale, della fides publica inter populos.

Alcuni oggetti in uso nei rituali – il coltello di selce, con cui il pater patratus uccideva il

porco, nella cerimonia di stipulazione del foedus, e la lancia lignea, dalla punta indurita dal

fuoco e sanguinea, scagliata entro il confine del nemico, per la dichiarazione di guerra –

indicano la risalenza di quei riti e forse di quei sacerdoti all’epoca preistorica,

presumibilmente all’età neolitica.

- Il collegio sacerdotale più importante, soprattutto per chi privilegi la storia del

diritto e della giurisprudenza, era quello dei Pontifices, i massimi custodi della religione

romana, e, dunque, dei sacra della città. Iudex atque arbiter rerum divinarum humanarumque è

la definizione che Festo dava del pontefice massimo. Il loro nome derivava, a giudizio di

Q. Mucio Scevola pontefice massimo, da posse e facere. Secondo Varrone invece – e questa

figura del capostipite assume un valore ideologico determinante, con il culto domestico del genius e del Lar

genialis – espressione della capacità generativa e della riproduzione della cellula familiare nel suo complesso

– e con l'esaltazione degli antenati. Ma da questo irrigidimento si intravede anche l'immagine di una realtà

sociale parallela, che, muovendo dall'istituto della familia, tende a superarla, attraverso l'ingigantimento e la

ritualizzazione delle caratteristiche formali proprie della familia: la gens. 9

era l’etimologia accettata dai più in epoca antica – il nome aveva origine da pontem facere:

erano dunque costruttori di ponti. A queste loro conoscenze era infatti attribuita

l’erezione, al tempo di Anco Marcio, del primo ponte sul Tevere, il ponte Sublicio. I

pontefici erano tre nei tempi più antichi. Divennero cinque già in età monarchica.

Probabilmente, soltanto dopo la fine della monarchia, il loro capo fu chiamato pontifex

maximus. Cómpito del collegio era di esprimere il parere sulle varie cerimonie religiose e

assistere con il proprio sapere i magistrati a esse preposti. Essi redigevano il calendario,

precisando i giorni in cui fosse o meno concessa dalle divinità la trattazione dei pubblici

affari, e gli Annales maximi, nei quali riportavano gli avvenimenti più importanti di ogni

anno. Erano gli interpreti dei mores maiorum e assistevano il re nell’interpretatio iuris.

Depositari della scientia iuris davano anche responsa ai privati, ma segretamente in

penetralibus, solo ai singoli interroganti. A questa funzione specifica era, ogni anno,

delegato un pontefice. Il collegio pontificale era dunque il più importante depositario della

“memoria storica” collettiva della città (per gli sviluppi successivi vd. Mantovani § 9.9).

F

8. I US E AS

- Le origini del primitivo diritto romano, di cui i pontefici erano gli interpreti, vanno

individuate negli ordinamenti delle comunità preciviche. Probabilmente, per garantire

ordine e coesistenza, in principio fu sufficiente un certo numero di divieti religiosi (nefas),

colpiti dalla vendetta divina e dalla sanzione degli uomini. Ciò che non era nefas era, di

conseguenza, fas (lecito). Il ius è uno sviluppo del fas. Nel quadro di quanto era

considerato fas si formò il ius, ossia l’insieme delle consuetudini ataviche degli antenati (i

mores maiorum). Soltanto in epoca storica avanzata il binomio fas/nefas fece esclusivamente

riferimento alla sfera divina, mentre il ius si riservò quella umana. E’, però, difficile

contestare l’esistenza di un nesso originario.

- Il ius Quiritium è la più antica qualificazione romana del ius, derivante dai più

arcaici mores maiorum. Era l’insieme dei diritti comuni alle gentes, che avevano preso parte

alla fondazione della città. Non s’identificava del tutto con il ius né con gli ordinamenti

gentilizi, poiché non comprendeva i iura esclusivi delle singole gentes (iura gentilicia). A

causa delle caratteristiche origini preciviche del ius Quiritium, “soggetti” di diritto privato

rimasero, anche successivamente, soltanto i patres familiarum, a differenza di quanto

accadeva nel il diritto pubblico, per il quale tutti i cittadini maschi adulti erano “soggetti”

pienamente capaci.

III L :

A MONARCHIA ETRUSCA DAL BASILEUS AL TYRANNOS

1. I ’ R

CARATTERI DELL EGEMONIA ETRUSCA SU OMA

- L’egemonia etrusca su Roma non ebbe i caratteri di una conquista. Bande di

guerrieri e ‘giovani capi’ militarmente forti, provenienti dall’Etruria meridionale,

dovettero tentare ripetutamente di impadronirsi del potere con la violenza, anche se con

l’accordo di elementi dell’aristocrazia locale. A esemplificazione di queste vicende si può

ricordare la storia di Servio Tullio (il secondo re etrusco di Roma, successore di Tarquinio

Prisco). Secondo la leggenda romana sarebbero stati i figli di Anco Marcio a uccidere

Tarquinio Prisco. Servio Tullio, nato da una prigioniera, sarebbe stato figlio di un princeps

di Cornicolo, e avrebbe sposato una figlia di Tarquinio. L’imperatore Claudio, nel I secolo

d.C., volle però ricordare la versione etrusca di questa vicenda: Servio Tullio, con il nome

di Mastarna, sarebbe stato un vulcente, cacciato dalla sua città al seguito dei fratelli Celio e

Aulo Vibenna. A questa stessa versione degli avvenimenti alludono anche i dipinti del

sepolcro dei Saties – la c.d. tomba François – a Vulci, databile entro la metà del IV secolo

10

a.C. (340 a.C.). Vi si rappresenta Macstarna mentre libera i fratelli Caile e Avle Vipinas; nel

frattempo, altri eroi suoi alleati prevalgono su alcuni nemici: Marce Camitlnas, in

particolare, uccide Cneve Tarchunies Rumach. Avle Vipinas è realmente vissuto nella

prima metà del VI s. a.C., dal momento che un personaggio, con questo stesso nome, ha

donato, intorno al 580 a.C., un vaso di bucchero al Santuario di Portonaccio di Veio

(etrusco: mine mulvanece Aviile Vipiinnas – mi ha donato Aulo Vibennna).

- Verso la fine del VII secolo a.C. nacque la città costruita di case in muratura

durevole e con copertura di tegole fittili. L’intenso sviluppo urbanistico è uno dei segni

più evidenti della notevole crescita economica, determinata anche dalla nuova intensità

.

degli scambi commerciali 7

- La crescita urbana e sociale richiese l’ampliamento, a volte il raddoppio, di

importanti istituzioni civiche. Il Senato fu portato a trecento membri. Ai patres delle maiores

gentes vennero affiancati i conscripti delle minores. Si duplicarono le centurie dei celeres

(cavalleria). Il numero delle vestali salì da quattro a sei. Non si trattò però di un processo

indolore di trasformazione. La vicenda del conflitto tra Tarquinio Prisco e l’augure Atto

Navio attesta i tentativi di resistenza al nuovo da parte dell’antica aristocrazia.

2. I “ “

FONDAMENTI DELLA LEGITTIMITÀ DEL POTERE DEL RE IN EPOCA ETRUSCA

- Il re “etrusco”, pur conservando le funzioni di supremo sacerdote, era innanzitutto

il comandante di una rinnovata struttura militare di tipo oplitico (vd. infra). Il suo era un

potere di carattere militare, che richiedeva da tutti obbedienza assoluta: l’imperium. Il

carisma religioso del re “etrusco” non derivava soltanto dall’augurium e dall’auspicium, ma

. Etruschi

da rapporti privilegiati con la divinità, sulla base di influenze greche e orientali

8

erano i simboli del’imperium: la toga purpurea, la sella curulis, i fasces e i littori.

L’introduzione dei dodici fasces con le scuri, secondo Silio Italico, andava attribuita a

Vetulonia . Di origine etrusca era anche il triumphus.

9

3. T

ATTICA OPLITICA E ORDINAMENTO CENTURIATO

Roma partecipò al più generale processo di arricchimento delle città costiere etrusche, dovuto alla

7

vertiginosa espansione mercantile, che produsse, soprattutto con gli elementi provenienti dal Mediterraneo

orientale, assieme allo scambio di manufatti e materie prime, veicolazione di tecnologie e ideologie. In

relazione al diffondersi della moda culturale orientalizzante aumentarono anche i “consumi” opulenti degli

aristocratici.

La leggenda ricordava il rapporto fra Servio Tullio e la dea Fortuna, cui il re fece costruire un sontuoso

8

santuario presso la porta Carmentalis. Il re in tal modo è investito del carisma della ierogamia, le nozze divine

(unione sacra con una dea o con un dio). L'istituzione monarchica tradizionale era stata indebolita dai

conflitti politico-sociali collegati all'urbanizzazione: il re aveva, in questo nuovo contesto, bisogno di un

carisma divino che ne legittimasse il potere. Tale carisma gli deve giungere, oltre che dalle tradizioni patrie

della divinazione attraverso il volo degli uccelli, l'augurium e l'auspicium, anche dal lontano mondo orientale,

dall'Afrodite di Cipro (Inanna, Ishthar, Astarte), la più vecchia delle Parche, identificata con Fortuna, dea

della Fors, del fato e del caso. L’accoglimento del mito greco in area tirrenica vuole enfatizzare l’astuzia e la

virtù degli eroi con i quali intendono identificarsi i capi politici delle città etrusche e laziali. Tale

sottolineatura si presenta come una necessità nel momento in cui l’antico assetto gentilizio, che garantiva

perpetuamente e automaticamente la preminenza sociale dei relativi membri, è costretto a fare i conti con la

nuova realtà urbana che stimola nuove forze sociali e nuove forme culturali. In sostanza, il mito viene a

situarsi al centro del nuovo linguaggio del potere che, a seconda delle dinamiche operanti entro le diverse

realtà urbane, di volta in volta riprende, rielabora e trasforma un più antico linguaggio del potere che

celebrava la gloria della gens e dei suoi antenati. Ora, invece, i principes, che si assimilano agli eroi del mito,

introducono un elemento tendenzialmente in contrasto con l’antica etica gentilizia, in quanto mettono in

rilievo la propria virtù personale che deve giustificare e legittimare l’esercizio del potere. L’appartenenza a

una gens non è più sufficiente a giustificare un ruolo di preminenza sociale, che deve ora rifarsi ai modelli

degli eroi del mito e delle loro titaniche imprese.

La notizia ha trovato conferma suggestiva nel ritrovamento della ‘tomba del littore’ proprio a Vetulonia.

9 11

- Ogni tattica militare, in quanto espressione della struttura sociale, presuppone

l’esistenza di corrispondenti istituzioni politiche. La guerra, agli inizi dell’età del ferro, era

combattuta in “duelli eroici” attuati con armi di origine in gran parte centro-europea.

Nell’VIII secolo a.C., pur con importanti novità nell’armamento, le forme della guerra

presentavano una sostanziale continuità col passato. A partire dalla metà del VII secolo

a.C. le tattiche militari furono completamente rinnovate: è documentato, infatti, da

significative raffigurazioni, il costituirsi in Etruria, di falangi oplitiche. A Roma, come in

Etruria del resto, il nuovo tipo di organizzazione militare doveva confrontarsi e convivere

con le precedenti strutture gentilizie. L’affermarsi della tattica oplitica avviò sicuramente

un processo dissolutivo degli antichi eserciti gentilizi, fondati sul valore dei principes.

Tuttavia, ancora agli inizi del V secolo a.C. come dimostra la sconfitta dei Fabii al

Cremera, erano ben vive milizie gentilizie, in grado di condurre autonome operazioni

belliche. La classis oplitica può considerarsi uno dei prodotti più importanti della crescita

di ricchezza, con i connessi, fortissimi fenomeni migratori e di dinamica sociale, e della

pressione che gli emigrati più ricchi e armati esercitavano, in accordo con i re “etruschi”,

sulle strutture militari e politiche della comunità. Non sono dunque inattendibili gli storici

antichi quando attribuiscono a Servio Tullio l’ordinamento centuriato, che si affermò

prima come organizzazione militare del populus (vd. supra) (vd. Mantovani § 9.15, pp. 258

s.) per trasformarsi compiutamente, solo in età repubblicana, nel comizio centuriato.

- L’esercito ora doveva esser reclutato per classi di censo, non più, come in passato, in

base all’appartenenza alle tribù gentilizie. L’organizzazione centuriata, fondandosi sulla

ricchezza fondiaria, presentava uno spiccato carattere timocratico, allo stesso modo della

costituzione ateniese, introdotta da Solone agli inizi del VI secolo a.C., fondata su quattro

classi di censo e sistemata poi definitivamente da Clistene, alla fine dello stesso secolo, con

l’istituzione dei demi. Sui più ricchi incombevano maggiori doveri, compensati, però,

dall’esercizio del potere e dall’onore che a esso consegue (timocrazia da time, in greco

«onore»). Al censimento, cioè alla ripartizione del popolo in classi e centurie, doveva

molto probabilmente sovrintendere il re.

Un ulteriore confronto, per quanto sommario, con analoghe istituzioni del mondo

greco consente di comprendere meglio il significato di quelle corrispondenti romane.

era consapevole del fatto che l’ordinamento cittadino nacque, dopo

Anche Aristotele 10

l’era dei re, dall’ordinamento degli armati e che per ordinamento degli armati doveva

intendersi l’evoluzione della tattica oplitica e l’involuzione dell’importanza della

aristocratica cavalleria gentilizia. La causa di questa trasformazione, in Grecia come in

Italia, fu di ordine economico e tecnico: lo sviluppo della metallurgia e la conseguente

diffusione di arnesi e armi metalliche a un costo accessibile al combattente a piedi con

armatura pesante.

- Di certo funzionale alla nuova organizzazione dell’esercito fu la suddivisione del

territorio della città in tribù. Alle prime quattro tribù urbane (Suburana, Palatina, Collina,

Esquilina) si aggiunsero ben presto altre, relative al territorio extraurbano (le cosiddette

tribù rustiche). Con il costituirsi delle tribù rustiche cambiò il criterio d’appartenenza,

basato da allora non solo sul domicilio ma sulla proprietà fondiaria. Quanti ne fossero

Politica IV, 13, 1297b. 16 ss. «... così il primo ordinamento cittadino tra i Greci, che succedette alle

10

monarchie, risultò di combattenti e fu, all’inizio, di cavalieri (perché il nerbo e la superiorità di guerra

riposavano sui cavalieri e la fanteria pesante senza adeguato coordinamento è inutile e la pratica di queste

cose e la tattica non esistevano presso gli antichi, sicché il nerbo era nei cavalieri); ma cresciute le città e

aumentata la forza della fanteria, molto più persone entrarono a far parte dell’ordinamento cittadino». 12

privi, erano iscritti nelle quattro tribù urbane. Anche se non abitavano in Roma, i non

proprietari di beni fondiari erano iscritti nelle tribù urbane, con coloro che erano

proprietari di immobili in città. La monarchia “etrusca”, proprio per le caratteristiche fin

qui illustrate, di “tirannide” fondata sulla forza delle armi, sull’imperium e sul favore dei

gruppi sociali esclusi dalla aristocrazia delle gentes, ampliò le basi della cittadinanza

4. L

E LEGES REGIAE

- Gli storici antichi attribuivano ai re, fin da Romolo, un’importante attività

normativa, non consistente soltanto in dichiarazioni orali, ma anche in formulazioni

scritte. A conferma di questa tradizione si invoca l’attribuzione all’età dell’ultima

monarchia etrusca del famoso cippo rinvenuto, alla fine del XIX secolo, sotto il Lapis niger.

Su di esso è incisa una norma di carattere sacrale, putroppo ormai quasi illegibile, che

conteneva comunque la sanzione finale della sacertà, espressa nella formula sakros esed,

per quanti avessero violato le sue disposizioni. E’ la stessa clausola sanzionatoria che, nella

forma, propria del latino di epoca storica, sacer esto, la storiografia antica riferiva ad alcune

leggi attribuite ai re. L’homo sacer – “destinato agli dei” – poteva essere ucciso

impunemente da chiunque, in modo da inviarne l’anima alle divinità cui era consacrata.

- Molto incerta è la tradizione che attribuiva a un pontefice Papirio (Gaio, Sesto,

Publio?) la redazione e la pubblicazione, al tempo di Tarquinio il Superbo o subito dopo la

caduta della monarchia, delle leges regiae in un unico corpus. Gli scrittori precesariani,

benché citassero le norme emanate dai re, ignoravano il ius civile Papirianum, al quale,

però, nei decenni centrali del I secolo a.C., Granio Flacco dedicò un’opera di commento

(De iure Papiriano). Forse, nella sua redazione definitiva, ha avuto un ruolo Sextus Papirius,

auditor del pontefice massimo Q. Mucio Scevola (vd. Mantovani § 9.11, pp. 221-223): è

possibile che proprio quest’allievo del grande giureconsulto repubblicano abbia attribuito

il nucleo originario della raccolta da lui pubblicata a un suo lontanissimo omonimo e

antenato.

5. I CARATTERI DELLA PRIMITIVA REPRESSIONE CRIMINALE

- L’esistenza di un’attività normativa dei re appare credibile. Ciononostante è difficile

giudicare veritiere tutte le notizie pervenute sui suoi contenuti. A Numa Pompilio gli

antichi attribuivano le norme repressive dell’omicidio volontario e involontario. “Si qui

hominem liberum dolo sciens morti duit, paricidas esto” Chi avesse ucciso volontariamente,

avrebbe dovuto – secondo l’interpretazione più convincente della disposizione numaica –

essere messo a morte, in modo eguale all’assassinato, dai parenti di questo. In caso di

omicidio involontario si sarebbe imposta al responsabile l’offerta “pro capite occisi”, davanti

ai comizi curiati, di un ariete agli agnati dell’ucciso, perché fosse sacrificato al posto

dell’omicida.

Per tutto il periodo arcaico si può parlare solo molto approssimativamente di

- repressione criminale. Oggetto della sanzione non era il ‘reato’, ma l’offesa arrecata alla

divinità, l’atto sacrilego che attentava al rapporto armonico tra la comunità

politicamente organizzata e gli dèi. Naturalmente al re, sacerdote supremo e garante

dell’ordine religioso della città, spettava la persecuzione di tutti quegli atti che

potessero incrinarne la saldezza. Molti illeciti, proprio per questo, erano colpiti con la

pena della sacertà. La consacrazione agli dèi e il sacrificio del colpevole placavano

l’irritazione divina e purificavano la città. E’ possibile che esistesse qualche forma di

partecipazione popolare ai giudizi criminali. Varrone, in un passo di controversa

interpretazione, si riferiva all’esistenza di un’attività giurisdizionale in materia

13

criminale, esercitata, dal re nel Comizio, che, come attestano alcune testimonianze

archeologiche, nell’età della monarchia “etrusca”, aveva assunto notevole rilevanza.

L

IV. A REPUBBLICA PATRIZIA

I :

- L PROBLEMA DELLA MAGISTRATURA SUPREMA LA NASCITA DEL CONSOLATO

La crisi dell’influenza etrusca sul Lazio meridionale e la Campania favorì, anche se non

determinò, la caduta della monarchia dei Tarquini e il risorgere del potere delle gentes e

dei loro apparati di dominio. Il potere supremo finì per concentrarsi nel consiglio dei

patres (Senato). Dalle sue fila (il cosiddetto patriziato: vd. infra), furono nominati con

cadenza annuale i comandanti delle forze militari. La forma romana del potere – due

magistrati di pari grado, detentori del pieno imperium dei re – nacque, molto

probabilmente, assieme alla repubblica. L’obiettivo degli autori di questa eccezionale

soluzione costituzionale risulta chiaramente dal fatto che nel caso di dissenso tra consoli

aveva la meglio il principio della protesta: si cercava così di mettersi al sicuro dalla

possibilità di un abuso del suo enorme potere da parte del console. L’altro principale

mezzo di protezione fu naturalmente la limitazione del potere dei consoli a un anno. La

sola eccezione al principio della collegialità fu la dittatura. Il dittatore, detentore del

supremo potere, era nominato da uno dei consoli con un mandato che prevedeva un

incarico concreto che esigeva il possesso dell’imperium maximum. Dopo la nomina il

dittatore designava il suo magister equitum. Il dittatore poteva tenere la carica per sei mesi

al massimo, ma normalmente abdicava dopo aver compiuto il suo incarico (sul tema vd.

Mantovani § 9.13, pp. 234 s.).

Tuttavia, l’abolizione della monarchia espose la comunità all’immenso pericolo di perdere

la pax deorum, garantita dai re. In quanto detentori dell’imperium, i consoli ereditarono dai

re l’obbligo dell’adempimento delle funzioni religiose direttamente collegate alla vita della

comunità civica. A differenza dei re, tuttavia, essi non venivano inaugurati: la maggior

parte delle funzioni che i re avevano eseguito come sacerdoti fu, dunque, assunta dal rex

sacrorum di nuova creazione. Quanto il nuovo regime temesse i re e al tempo stesso quanto

ne avesse bisogno è ben illustrato dal fatto che il rex sacrorum non poteva ricoprire nessuna

altra carica pubblica, nemmeno far parte del Senato, e che l’altro importantissimo impegno

religioso dei re, la cura del culto pubblico in generale, fu assunta da un altro sacerdote, il

pontifex maximus, il capo del collegio che vegliava sui sacra.

L’odio per la monarchia, del resto, fu sempre accompagnato dalla venerazione nei

confronti delle istituzioni d’origine monarchica. Coloro che avevano rovesciato i re

conservarono scrupolosamente le istituzioni create da quelli considerandole sacrosante. Ai

loro occhi, il fatto stesso che erano state create dai re garantiva automaticamente la loro

eccellenza e, soprattutto, la loro correttezza rituale.

2. P

ATRIZIATO E PLEBE

- Gli antichi facevano risalire la dicotomia “patrizi/plebei” a una divisione artificiale

operata da Romolo, nell’ambito del popolo. Ai patrizi, sostanzialmente identificabili con i

senatori, egli affidò il cómpito di attendere ai sacra, coadiuvandolo nella gestione politica

della città; ai plebei, invece, comandò di dedicarsi all’agricoltura, alla pastorizia e al

commercio.

- Gli storici moderni, soprattutto a partire dal XIX secolo, non hanno accolto la

semplicistica spiegazione fornita dalla storiografia antica. E’ ora inutile elencare le

innumerevoli teorie esplicative di questa dicotomia. Le scoperte archeologiche attestano

l’emersione, nell’VIII secolo a.C., di gruppi aristocratici: è possibile identificarli con i primi

patrizi, cui poi, nel corso del tempo, si aggiunsero altre gentes, via via cooptate

14

nell’aristocrazia. Tuttavia, soltanto agli inizi del V secolo il patriziato divenne un ordine

chiuso.

- Appartennero alla plebe quegli elementi non inseriti nell’aristocrazia, strutturata in

gentes (“vos solos gentem habere”). L’origine della plebe è dunque assolutamente composita,

ancor più di quella del patriziato, frutto di tutte le immissioni successive di popolazione,

esclusa dalla cooptazione nell’aristocrazia: fuggiaschi, che sfruttavano l’asylum istituito,

secondo la tradizione, da Romolo, artigiani, commercianti, ex clienti, nonché ex schiavi. La

plebe, già nell’età monarchica, aveva di sicuro, al suo interno, elementi poveri e ricchi. Da

essa Tarquinio Prisco trasse addirittura dei senatori e quindi dei patrizi (i patres delle

minores gentes). Soltanto la reazione patrizia, la trasformazione della struttura politica, da

monarchico-tirannica in aristocratico-oligarchica e, a partire dal secondo quarto del V

secolo a.C., una grave crisi economica provocarono il raggiungimento dell’identità, come

ordine sociale unitario, da parte dei plebei, che allora si costituirono in una comunità

alternativa al patriziato, dandosi una struttura politica, necessaria per condurre la lotta

nella città, e un’autonoma organizzazione sacrale.

V .C.

3. L

A CRISI DEL SECOLO A E IL CONFLITTO FRA GLI ORDINI

che, soltanto agli inizi del V secolo, il patriziato si trasformò in un

- E’ innegabile 11

ordine chiuso, con connotati che ricordano quelli di una casta. I patrizi godevano di

un’indiscutibile posizione di supremazia religiosa: essi soltanto potevano prendere gli

auspicia. Proprio il terrore del sacro era il più forte sostegno al potere patrizio, lo strumento

più formidabile e spaventoso della dominazione oligarchica.

- All’inizio del V secolo a C., le difficoltà economiche determinarono una crisi di

grandi proporzioni. Si concludeva in tal modo quel ciclo che aveva consentito l’opulenza

delle aristocrazie nei secoli anteriori. Si affermò un modello sociale ed economico, che

negava i “consumi opulenti” e imponeva una diffusa austerità. Roma del resto era una

città circondata da nemici e costretta alla difensiva. Questa condizione contribuiva ad

aggravare il malessere dei gruppi non aristocratici, che prima avevano potuto godere di

una prosperità relativamente diffusa. Ridimensionati drasticamente sul piano economico e

politico, ridotti a elementi residui di un’epoca trascorsa, marginalizzati ed esclusi dal

governo della città, essi erano anche tradizionalmente privati di ogni possibilità di accesso

alla possessio dell’ager publicus, riservata ai soli patrizi.

- Si può datare agli anni successivi alla caduta della monarchia la vera “nascita” della

plebe, se con questo termine si intende il raggiungimento di un’identità unitaria da parte

di gruppi sociali di diversa origine. Nel V secolo a.C. essi erano cittadini, ma in condizione

subordinata, non ammessi a prendere gli auspicia ed esclusi, dunque, da magistrature,

sacerdozi e Senato. Estranei all’organizzazione gentilizia, non dotati del connubium con i

patrizi, erano anche privi di poteri giudiziari, esposti alla prigionia per debiti e senza

cognizione sicura dei mores maiorum, la cui custodia e interpretazione esclusiva spettava al

collegio dei Pontefici, sempre patrizi (fino al plebiscito Ogulnio del 300 a.C.: vd.

Mantovani § 9.9, pp. 206 s.).

- All’interno della plebe era comunque di sicuro presente, fin dalle origini

un’articolazione fondamentale fra i benestanti, che aspiravano non solo a partecipare allo

sfruttamento dell’ager publicus, da cui i plebei erano esclusi, pur potendo essere proprietari

di fondi urbani e rustici, ma anche all’ammissione alle magistrature, all’ingresso in senato,

all’integrazione con i patrizi, attraverso le unioni matrimoniali.

Come dimostra l’episodio dell’accoglimento dei Claudii nel 504 a.C. (dopo la battaglia di Aricia).

11 15

- Ai componenti poveri della plebe interessava il miglioramento della precaria

condizione economica, con la possibilità di accedere anch’essi alla possessio dell’ager

publicus e di risolvere il drammatico problema dei debiti e il terribile istituto del nexum

(una sortà di servitù per debiti), che comportava l’assoggettamento personale del debitore

alla potesta (meglio dire mancipium) del creditore. La plebe poteva anche battersi per

realizzare obiettivi contingenti, come la ricerca di frumento in Sicilia nel 480 a.C., in

occasione di una grave carestia.

- Tutti i plebei avevano lo stesso avversario politico. Le loro possibilità di successo

risiedevano proprio nella capacità di coalizzarsi in modo non episodico, ma stabile e

organico. Il metodo più importante di lotta plebea fu la secessione o anche la semplice

minaccia di farne uso: essa, in momenti di particolare gravità, costituiva un fortissimo

strumento di pressione politica. Le secessioni, o il semplice minacciarle, non erano però

spontanee sollevazioni popolari ma presupponevano una forte coesione e sviluppate

strutture organizzative, di cui la plebe si dotò già agli inizi del V secolo a.C.

A favore delle proprie richieste, i plebei poterono far pesare una serie di circostanze di non

secondario rilievo: l’esistenza dell’exercitus centuriatus, allo stesso tempo popolo in armi e

assemblea politica (vd. Mantovani § 9.15). La partecipazione all’exercitus era regolata dal

censo, dalla ricchezza di ogni individuo quale membro di una famiglia. Si prescindeva

dunque dai rapporti e dalle relazioni di tipo gentilizio. L’affermarsi della tattica oplitica, il

combattimento in formazione serrata (falange), e il conseguente costituirsi dell’assemblea

centuriata, suddivisa in più classi di censo, avevano rappresentato l’”ingresso della

politica” nella vità della comunità. Quantomeno il nucleo centrale della classis,

dell’exercitus doveva essere equipaggiato con armi di attacco e di difesa in metallo (bronzo

e ferro). Qualsiasi defezione, per quanto limitata, avrebbe gravemente danneggiato le

capacità militari della principale unità tattica della città. Di qui la forza delle minacce

plebee di secessione. Durante il V secolo a.C., quando Roma fu ripetutamente attaccata da

popolazioni ostili e molto bellicose (Volsci, Equi), la minaccia dei plebei di abbandonare la

città e l’esercito e di lasciare ai soli patrizi e ai loro clienti il difficile cómpito di difendere il

territorio della Repubblica costituiva una potente arma di pressione politica.

4. L’ ORGANIZZAZIONE DELLA PLEBE

I templi di Diana e di Cerere sull’Aventino. La triade plebea: Cerere, Libero e Libera.

L’organizzazione della plebe, prima dell’inizio della lotta contro il patriziato, consisteva

soltanto nella pratica di culti e di feste comuni, collegati con divinità estranee alla città

patrizia e ai suoi sacerdozi. Divinità tipicamente plebee sono quelle della triade Cerere,

Libero e Libera, penetrate in Roma dal mondo ellenico , e alle quali, nel 493, fu edificato

12

un tempio sull’Aventino, il colle plebeo per eccellenza. Un’attendibile supposizione

riconosce nel re il naturale protettore di tutti quegli stranieri stabilmente installatisi in

Roma, durante l’intenso periodo di crescita economica del VI secolo a.C. Nella protezione

regia si può identificare uno dei centri d’unificazione dell’amorfa massa degli immigrati. I

culti della plebe e, di conseguenza, le forme originarie della loro organizzazione

rappresentano il retaggio storico della cultura emporica greco-orientale affermatasi al

tempo della “grande Roma dei Tarquini”.

I tribuni della plebe e le leges sacratae: l’inviolabilità (la c.d. sacrosanctitas) dei tribuni

della plebe. L’ordinamento politico della plebe porta impresso il segno della sua origine

rivoluzionaria. Nella prima secessione sul Monte Sacro la plebe armata si sarebbe data dei

Il culto, infatti, era celebrato Graeco ritu, mentre le sacerdotesse erano reclutate nelle città magnogreche di

12

Napoli e di Elea. 16

capi, vincolandosi con un giuramento collettivo a rispettarne e a farne rispettare

l’inviolabilità. Il potere dei capi (tribuni) non deriva da un mistico legame di carattere

religioso, quale è l’auspicium, ma immediatamente dall’impegno della massa di rispettare

all’interno e di far rispettare all’esterno la volontà dell’investito del potere. La massa non

interviene, in questo caso, a riconoscere un’investitura ricevuta dall’alto, ma giura

solennemente di far rispettare il potere del capo nell’atto stesso in cui glielo conferisce. Le

più antiche deliberazioni dell’assemblea plebea sono le leges sacratae. La parola lex designa,

secondo Th. Mommsen, il legame d’un soggetto di diritto verso un altro (vd. Mantovani §

9.7) Applicando questa nozione all’espressione lex sacrata, questa ci si rivela come un

legame costituito mediante sacramentum, dove esplicitamente il sacramentum (ossia

l’invocazione della divinità a testimonianza del legame costituito, perché punisca chi

tradisce l’impegno assunto) costituisce la garanzia della forza vincolante della lex.

L’organizzazione giuridica della plebe è fondata sopra leges sacratae: prima in ordine di

tempo e di importanza è quella che ha fondato la potestà dei capi dell’ordinamento

plebeo, colpendo chiunque menomasse la loro potestà con la caratteristica sanzione della

sacertas, consistente nel considerare il colpevole sacer e abbandonarlo, di conseguenza, alla

vendetta della divinità invocata nel sacramentum. Per tale sanzione chiunque ne sia colpito

perde la tutela che gli compete in quanto membro di una collettività: ognuno è libero di

uccidere l’homo sacer, senza che da tale atto derivi una qualche responsabilità penale.

Le attribuzioni dei tribuni: l’auxilium plebis; l’intercessio; il ius prensionis; il ius agendi

cum plebe. Le attribuzioni dei tribuni della plebe sono il risultato di un’evoluzione storica,

che muove da una funzione meramente negativa di assistenza dei plebei contro le

vessazioni patrizie, e, in particolare, dei magistrati patrizi (auxilium plebis) per raggiungere

un potere capace di paralizzare, per mezzo della intercessio, l’azione dei consoli o di altri

magistrati patrizi, e infine di poter irrogare delle multe pecuniarie e procedere all’arresto

personale di questi ultimi (ius prensionis) e instaurare eventualmente contro di essi giudizi

penali innanzi all’assemblea plebea. A queste attribuzioni si aggiunge naturalmente il

potere di convocare l’assemblea della plebe (ius agendi cum plebe), dal quale non deve

essere disgiunto anche un potere di decidere come arbitri nelle controversie fra plebei. Il

potere di intercessio dei tribuni non è dunque, come nei rapporti tra consoli, una

conseguenza del principio di collegialità. Esso è un potere di intervento dall’esterno, un

diritto di veto, che funzionalmente e non strutturalmente, si atteggia come l’intercessio

derivante dalla collegialità. Pertanto è legittimo supporre che anche i limiti di esercizio di

questo potere siano andati sempre più allargandosi. Nel corso del III secolo a C., quando i

tribuni furono equiparati ai veri e propri magistrati del popolo romano, devono aver

acquistato il diritto d’entrare in Senato e di trattare col Senato. Dapprima i tribuni ne erano

esclusi, e stavano davanti alla porta per esaminarne i decreti e decidere sulla opportunità

d’apporvi il loro veto. In seguito, però, già durante il IV secolo, essi devono aver

conseguito il diritto di parlare in Senato, e, infine, attorno alla metà del III, il diritto di

convocare e di presiedere l’assemblea senatoria (ius agendi cum patribus) (vd. Mantovani §

9.13, pp. 235 e 244 ss.).

Gli aediles plebei e il tempio (aedes) di Cerere, Libero e Libera. Oltre ai tribuni si

ricordano anche altri magistrati plebei. Dei cosiddetti iudices decemviri nulla ci è noto

all’infuori del nome. Il nome degli edili è da collegare con il tempio (aedes) Cerere, Libero e

Libera, la triade plebea. La sua custodia ha rappresentato certamente il primo compito di

questi magistrati. 17

Le competenze degli edili. Gli edili della plebe, in numero di due, hanno in età storica la

funzione di archivisti e di cassieri della plebe e di amministratori della cassa del tempio, a

beneficio della quale erano confiscati i beni dei violatori della persona dei magistrati

plebei. Essi hanno inoltre funzioni di sorveglianza dei quartieri plebei. Sovrintendono

anche al leale adempimento dei contratti nei pubblici mercati, all’esattezza di pesi e

misure, al rifornimento del mercato granario (sugli edili plebei e curuli vd. Mantovani §

9.13, p. 243).

5. I L DECEMVIRATO LEGISLATIVO

- La tradizione antica presenta la richiesta di una legislazione complessiva scritta,

come una rivendicazione plebea, tendente a rendere le leggi egualmente fruibili per tutti i

cittadini. L’eguaglianza di fronte al diritto costituisce dunque una delle principali

rivendicazioni plebee, accanto alle richieste di poter accedere alla magistratura suprema e

di poter partecipare alla distribuzione dell’ager publicus.

- La storiografia più recente ha ormai fugato ogni dubbio sull’attendibilità del nucleo

essenziale di questo racconto tradizionale, oggetto in passato di critiche distruttive, giunte

addirittura a negare la stessa realtà storica della “codificazione“ decemvirale. Ciò non

significa ovviamente salvare tutti gli aspetti di quel racconto, non di rado apertamente

.

contraddittorio

13

- La richiesta plebea di una legislazione scritta e l’invio di una delegazione, se non in

Grecia, almeno nelle città della Magna Grecia, appaiono notizie sostanzialmente

Fin dal 461 a.C., il tribuno della plebe Terentilio Arsa avrebbe chiesto la nomina di magistrati straordinari,

13

che provvedessero a scrivere leggi sull’imperium dei consoli. Bloccata questa proposta, per l’opposizione dei

patres, essa, rinnovata per cinque anni da altri tribuni, fu al centro di duri scontri, fino alla decisione dei

tribuni plebei, ottenuto l’aumento a dieci del loro numero, di non insistervi ulteriormente. Nel 456 a.C. essi,

con la lex Icilia de Aventino publicando, avrebbero anche ottenuto l’attribuzione alla plebe povera del suolo

dell’Aventino. Nel 454 a.C., sorta una questione relativa al potere legislativo della plebe e dei suoi tribuni,

questi avrebbero avanzato al senato la proposta di creare una commissione, formata da membri di entrambi

gli ordini, «con il compito di proporre leggi utili a entrambe le parti e tali da rendere eguale la libertà di

tutti». La proposta sarebbe stata accolta, purché però i legislatori fossero soltanto patrizi. Si sarebbero inviati

ambasciatori ad Atene, per studiare le leggi di Solone, e nelle altre città greche nonché, almeno secondo una

fonte antica, in quelle della Magna Grecia. Al ritorno degli ambasciatori, i tribuni della plebe avrebbero

premuto perché non si frapponessero indugi alla redazione delle leggi scritte. Sarebbe stato quindi eletto, nel

451 a.C., un collegio di decemviri legibus scribundis, formato da soli patrizi, che in precedenza avevano

ricoperto la suprema magistratura, e dotato di imperium, non sottoposto al limite della provocatio. Le

magistrature ordinarie, patrizie (consolato) e plebee (tribunato), furono sospese. Un ruolo guida, nel collegio,

avrebbe assunto Appio Claudio. I decemviri, gestendo il loro potere con impegno e moderazione e

amministrando con imparzialità la giustizia, lasciarono discutere dal popolo ogni punto delle leggi da

scrivere e accettarono i suggerimenti considerati opportuni. Infine, le dieci tavole di leggi, così redatte,

furono sottoposte all’approvazione dei comizi centuriati. Lasciata correre la voce che l’opera legislativa non

fosse però ancora terminata, avrebbero fatto eleggere per il 450 a.C., un nuovo collegio decemvirale, in cui

sarebbero rimasti alcuni membri del precedente, ma ammessi tre plebei o forse addirittura cinque. Il secondo

decemvirato si sarebbe comportato in modo assai diverso dal primo. Non avrebbe discusso con il popolo le

due nuove tavole di leggi – le cosiddette tabulae iniquae, in quanto contenenti il divieto di connubium tra

patrizi e plebei – né le avrebbe sottoposte al voto dei comizi centuriati. I decemviri, in particolare Appio

Claudio, avrebbero mostrato di non essere disposti ad abbandonare il potere alla scadenza dell’anno,

assumendo anche atteggiamenti di tipo tirannico. L’assassinio di L. Siccio e il caso di Virginia, rivendicata in

schiavitù da un cliente di Appio Claudio, per porla a disposizione del patrono, ma uccisa dal padre per

salvarne l’onore, avrebbero scatenato la reazione popolare e soprattutto una secessione plebea. Caduto il

decemvirato ed esiliati quanti si fossero maggiormente compromessi, sarebbero state ripristinate le

magistrature cittadine e plebee, nonché la provocatio. Prima di partire per combattere contro Equi e Sabini, i

consoli eletti, per il 449 a.C., L. Valerio Potito e M. Orazio Barbato, avrebbero esposto al pubblico le leggi

decemvirali, incise su dodici tavole di bronzo. 18

fededegne. Al contrario tutto il racconto relativo al secondo decemvirato dipende da

tradizioni annalistiche orientate in senso politicamente disomogeneo. A parte alcuni

episodi chiaramente mitici (l’assassinio di Siccio e la morte di Virginia), appare singolare il

dato che proprio il secondo decemvirato, con una componente plebea, abbia inserito nelle

due tabulae il divieto di connubium, fra patriziato e plebe, mentre i gruppi più abbienti di

essa desideravano fosse definitivamente abolito. Ed è altrettanto singolare che i consoli

Valerio e Orazio, acclamati anche dalla plebe come restauratori della libertà, abbiano

pubblicato le due cosiddette tabulae iniquae. La stessa rappresentazione di Appio Claudio

decemviro non è priva di contraddizioni: uomo giusto, nel primo decemvirato patrizio, si

sarebbe trasformato, con il secondo, in un pericoloso elemento mirante al dispotismo.

- Forse, nel secondo decemvirato, piuttosto che un tentativo di mutamento delle

strutture oligarchiche del potere, è possibile identificare un tentativo abortito di

restaurazione ‘tirannica’, appoggiata, non a caso, anche da elementi della plebe. Questa

uscì comunque rafforzata dal biennio decemvirale: innanzitutto per l’introduzione della

legislazione “complessiva” scritta, ma anche per il riconoscimento ufficiale, da parte dei

patrizi, delle cariche plebee.

Le XII tavole costituiscono, senza dubbio alcuno, l’episodio più significativo successivo

alla caduta dei re. L’esempio greco ha esercitato una forte suggestione sui romani, non

tanto per le significative somiglianze che pure si riscontrano con questa o con quella

legislazione ellenica (le leggi soloniche e le leggi della città cretese di Gortina), quanto

piuttosto per il nuovo modello complessivo che si propone: quello della norma

individuale che passa attraverso la forma della legge. Dopo la caduta della monarchia si

stabilisce un’altra forte discontinuità rispetto al passato. E’ la città nel suo insieme che

pone ora se stessa a garanzia del comportamento dei propri cittadini, senza più rinviare

soltanto a remote tradizioni affidate alla memoria esclusiva dei sapienti (i pontefici). Il

ricorso alla scrittura accentua ancor di più la portata della rottura. La radicalità di questa

svolta è spia abbastanza evidente della profondità dei contrasti che accompagnarono,

come abbiamo visto, la stesura del testo legislativo. Le XII Tavole sono sicuramente anche

il primo frutto del rafforzamento delle strutture politiche della città (sulla legislazione

decemvirale vd. Mantovani § 9.6).

V L : ’

A MEDIA E TARDA REPUBBLICA L ETÀ DELLA RIVOLUZIONE ROMANA

P

REMESSA

- La nozione di nobilitas. Dopo la composizione del conflitto patrizio-plebeo (367 a.C.), il

Senato cominciò, a poco a poco, a perdere i suoi connotati di organo dell’esclusivismo

patrizio. La caratteristica principale di questa fase storica è proprio il costituirsi d’una

nuova classe politica: la nobilitas patrizio-plebea. Questo processo di integrazione

soggiaceva a un duplice controllo, quello del popolo attraverso le elezioni, e dei censori,

dopo la lex Ovinia, mediante la lectio senatus (vd. Mantovani § 9.14, pp. 248 s.). Ciò permise

la progressiva integrazione, nel ceto dirigente, non solo di homines novi ma anche di

famiglie insigni appartenti alle comunità che caddero sotto il dominio diRoma nel corso

della sua espansione in Italia. Già alla metà del IV secolo a.C. nelle liste consolari si

incontrano uomini di provenienza latina, sabina, campana ed etrusca. Della nobilitas

facevan parte, dopo il compromesso del 367 a.C. (leggi cosiddette Licinie-Sestie), quanti

avessero ricoperto magistrature curuli (ma, a partire dalla metà del II secolo a.C., il solo

consolato) e i loro discendenti, fino ai nipoti. La nobilitas comprendeva, dunque, i membri

dell’antico patriziato e delle famiglie plebee, ascese ai vertici del potere politico e ormai

19

molto spesso legate da stretti vincoli di parentela ai patrizi. A questi erano ormai rimasti

soltanto residui dell’originaria posizione di predominio: in Senato l’auctoritas patrum e

l’interregnum; nell’organizzazione sacrale, alcuni sacerdozi antichissimi come il rex

sacrorum, i flamines (tra i quali il flamen Dialis aveva il diritto alla sella curulis, a un littore e a

sententiam dicere in Senato) le vestali.

1.L’ A :

EREDITÀ DI NNIBALE LA CRISI SOCIALE

Non è possibile seguire fasi e momenti dell’ascesa di Roma a potenza mondiale. Essa fu in

gran parte conseguenza dell’acquisito dominio sull’Italia. Nella vittoria della guerra

annibalica (seconda guerra punica) fu decisivo il potenziale demografico della repubblica.

furono

Le enormi perdite inflitte dal grande generale punico alle forze armate romane 14

sempre colmate, anche se con difficoltà crescenti, mentre i Cartaginesi esaurirono ben

presto, una volta perso il controllo della Spagna, le loro riserve. Nel 225, sette anni prima

dell’inizio della guerra contro Annibale, i Romani, accingendosi a respingere un’invasione

di Galli cisalpini, chiesero agli alleati di indicare le loro riserve umane. Le cifre,

tramandate non senza qualche errore da Fabio Pittore, ci sono note grazie a Polibio (2.24).

Ne risulta che il numero dei Romani e dei Latini ammontava rispettivamente a 273.000 e

85.000 maschi adulti; gli alleati (i socii Italici) probabilmente si aggiravano intorno alla

somma di queste due cifre. La repubblica, dunque, poteva disporre di circa 750.000 uomini

arruolabili (tra 17 e 46 anni). Il potenziale demografico di Roma e dell’Italia dipendeva in

gran parte dall’esistenza di piccoli e medi proprietari agricoli, in grado di sostentare,

generazione dopo generazione, un numero sufficiente di figli. La vittoria contro Annibale

e la successiva repentina affermazione dell’egemonia romana sull’intero Mediterraneo

modificarono profondamente questo quadro. Le grandi guerre avevano attirato in Italia

denaro e schiavi: grazie a questi mezzi e alla conseguente disponibilità d’enormi capitali,

la concentrazione in atto della proprietà terriera, soprattutto nel centro e nel sud della

penisola, agevolò la nascita di coltivazioni specializzate (arboricoltura: vite e olivo) e il

contestuale affermarsi (in particolare nel profondo sud dell’Italia e in Sicilia) della

pastorizia transumante, attività economiche organizzate in maniera tale da produrre

eccedenze per il mercato (vino, olio, lane, pelli etc.). Tutti questi presupposti favorirono il

formarsi del latifondo e il concentrarsi in poche mani dello stesso ager publicus (terra

appartenente al populus Romanus). In questi sviluppi non era ancora insita alcuna minaccia

all’economia contadina di sussistenza: i piccoli contadini non pativano la concorrenza dei

latifondisti perché non producevano per il mercato. A ciò si aggiunga il fatto che, dopo la

guerra annibalica, con la fondazione di colonie soprattutto nell’Italia settentrionale e con

l’assegnazione di terreni ai veterani, venne creato ancora una volta un numero sufficiente

di nuovi poderi. Questo programma d’assegnazioni tuttavia si concluse intorno al 170 a.C.

La terra non era un bene automaticamente incrementabile e poiché, per i limiti tecnici

dell’agricoltura antica, un singolo contadino non era in grado di coltivare molto terreno in

più di quello necessario al sostentamento di una famiglia, i suoi figli, con la consueta

suddivisione dell’eredità, rischiavano di non raggiungere la base minima per la

sussistenza. La richiesta di forza lavoro stagionale per i fondi specializzati delle grandi

proprietà poteva portare, in questo quadro, un guadagno complementare al ceto dei

piccoli contadini; ma ciò tuttavia non impedì che parte dei suoi membri dovesse essere

cancellata dalle liste di reclutamento (si ricordi che di norma nell’esercito, a quel tempo,

servivano soltanto gli adsidui) a causa della diminuzione della loro proprietà terriera.

Probabilmente nella sola disastrosa sconfitta di Canne – 216 a.C. – persero la vita quasi settantamila

14

uomini tra cittadini e alleati italici. 20

Dopo che, nei decenni immediatamente seguenti la guerra annibalica, il numero degli

idonei al servizio militare era aumentato, a partire dal 163 calò leggermente, per poi

crollare nel 135. Questo processo provocò forte apprensione nella classe dirigente.

L’impegno militare su scala mondiale rappresentava ormai un peso intollerabile,

quantitativamente e qualitativamente, per l’esercito tradizionale. Più volte, nel II secolo

a.C., si mobilitarono grandi armate, in occasione dei conflitti, di durata limitata, contro i

regni ellenistici e contro Cartagine (terza guerra punica). Ancor più gravosa, però, si rivelò

la necessità di mantenere truppe per lunghi periodi in Spagna. Specialmente la lunga e

sanguinosa guerra, scoppiata nel 154 a.C. e conclusasi solo nel 133 a.C., contro le

popolazioni celtibere gettò l’esercito romano in una crisi profonda. La prospettiva d’un

servizio pluriennale, la forte incidenza delle perdite e la mancanza di incentivi materiali – i

soldati non avevano né la speranza di impadronirsi di bottino né la prospettiva di ottenere

un podere in Italia – producevano effetti demoralizzanti. Si ridestò un’opposizione alla

leva, davanti alla quale il ceto al governo (l’élite senatoria) oscillò tra l’intervento drastico e

l’inclinazione a venire incontro alle lamentele degli interessati. Le nostre fonti sottolineano

inoltre che un altro motivo di forte preoccupazione fu la grande rivolta servile in Sicilia

(136 – 132 a.C.), che rese tutti consapevoli del pericolo costituito dai latifondi, con le loro

folle di schiavi fuori controllo e nemiche dell’ordine esistente. La rinascita del piccolo ceto

contadino e la sostituzione degli schiavi-pastori avrebbe permesso un miglior controllo del

territorio e la fine, specialmente nel Sud, del brigantaggio endemico. Da queste premesse

scaturirono i tentativi di riforma dei Gracchi e la profonda crisi che investì, con il loro

fallimento, il sistema politico.

T G

2. L

A RIFORMA AGRARIA DI IBERIO RACCO

Tiberio Sempronio Gracco, proveniente da una nobile famiglia plebea imparentata con i

Cornelii Scipioni e i Claudii, fu, nel 133, come tribuno della plebe, esponente d’un gruppo

d’aristocratici che fece proprio un progetto di riforma agraria, già presentato nel 140 da

una fazione senatoria rivale e poi ritirato. Il progetto prevedeva la restituzione dei terreni

dell’ager publicus occupati dopo il 180 a.C., qualora questi eccedessero il limite massimo di

500 iugeri (125 ettari ca.) o di 1000 iugeri di terra coltivabile. Quanto restituito doveva

essere distribuito a nuovi coloni scelti tra i cittadini più poveri. La giurisdizione sui casi

controversi era attribuita alla commissione incaricata delle distribuzioni, commissione

costituita, oltre che dai due fratelli Tiberio e Caio Gracco, dall’eminente consolare Appio

Claudio Pulcro (tresviri agris dandis adsignandis iudicandis). Un collega di Ti. Gracco, Caio

Ottavio, oppose il suo veto al disegno, facendolo, di fatto, fallire. Tiberio, tuttavia, non si

volle dare per vinto e, sebbene avesse verificato l’ostilità della maggioranza dei senatori al

suo progetto, fece deporre il proprio collega dall’assemblea della plebe (concilia plebis

tributa). L’iniziativa, la deposizione del tribuno, colpiva il sistema politico in un suo punto

nevralgico: la possibilità di porre il veto all’iniziativa d’un collega era un mezzo conforme

alla prassi costituzionale, sovente adoperato dal Senato per bloccare sgradite iniziative di

qualche magistrato. Il comportamento di Tiberio delineava la possibilità che un tribuno

della plebe, controllando l’assemblea popolare, governasse contro la volontà del Senato.

L’ordinamento stesso della repubblica aristocratica era così messo in discussione. Infine

Tiberio, una volta approvata la legge agraria, aggirando il parere contrario del Senato, fece

deliberare dall’assemblea della plebe la decisione di utilizzare l’eredità di re Attalo III (che

aveva lasciato al populus Romanus il proprio regno, il regno di Pergamo, riorganizzato, poi,

nella provincia d’Asia) per finanziare la riforma agraria e fornire, in tal modo, ai nuovi

coloni i capitali sufficienti per riconvertire i terreni assegnati loro a colture più proficue dal

21

punto di vista commerciale. Quando Tiberio, contro la consuetudine, sollecitò la propria

rielezione a tribuno della plebe, scattò violenta la reazione dei suoi avversari. Il giorno

delle elezioni, constatato il rifiuto del console Publio Mucio Scevola di dar corso allo stato

d’emergenza (senatus consultum cosiddetto ultimum: vd. Mantovani § 9.14, pp. 250 s.), gli

antigraccani, guidati dal pontifex maximus Cornelio Scipione Nasica, si gettarono su Tiberio

e i suoi sostenitori. Seguì la carneficina, nella quale perì Tiberio con trecento suoi

partigiani. La scarsa resistenza dei graccani, nei confronti dei colpi omicidi dei loro

avversari, dipende forse dallo strumento giuridico-sacrale impiegato dal pontefice

massimo Nasica: questi, avendo ritualmente maledetto Tiberio quale violatore della

sacrosanctitas tribunizia e presunto aspirante al potere regio, lo espose, come homo sacer,

alla distruzione per opera delle divinità infere (consecratio capitis). La riforma rimase in

vigore, ma la distribuzione delle terre, mediante l’uso di differenti artifici dilatori, arrivò

praticamente a un punto morto.

C G : . S

3. L

E RIFORME DI AIO RACCO EQUITES E SENATORI CONFITTA DEL MOVIMENTO

RIFORMATORE GRACCANO

La riforma agraria era naufragata ma i suoi sostenitori non vollero desistere dai loro

propositi. Dal momento che il fallimento era dipeso in larga misura anche dalla resistenza

dei socii italici, si doveva semplificare la struttura politica differenziata dell’Italia ed

elevare gli alleati allo stato di cittadini romani con diritto di voto. Una proposta in tal

senso, avanzata nel 125 dal console Fulvio Flacco, fu respinta. Nel 123 a.C. fu eletto tribuno

della plebe Caio Gracco, fratello minore di Tiberio, che riprese il progetto di riforma sulla

base di una visione politica più ampia. La necessità d’assicurarsi una solida base di

consensi, questa volta fu valutata con ponderazione. C. Gracco cercava l’alleanza con la

popolazione urbana, con il ceto benestante che, assieme ai senatori, formava le centurie dei

cavalieri nell’ordinamento per classi di censo, e anche con gli alleati italici. La proposta di

sovvenzionare l’approvvigionamento granario andava incontro agli interessi della plebe

urbana, quella di concedere ai latini il diritto di cittadinanza romana e agli altri socii il

diritto di voto nell’assemblea popolare andava incontro agli interessi degli alleati. I

cavalieri furono costituiti in un vero e proprio secondo ordine e fu concesso loro l’appalto

delle tasse nella provincia d’Asia; ma soprattutto le liste dei giudici furono formate con

membri dell’ordine equestre, mentre fino ad allora l’esercizio delle funzioni giudiziarie era

stato monopolio dei senatori. Il nuovo tribunale de repetundis così formato (vd. Mantovani

§ 9.16, p. 275 part.), al quale potevano essere presentate le accuse di concussione nelle

province contro i governatori di rango senatorio, doveva essere composto esclusivamente

di cavalieri. Per quanto riguarda la riforma agraria, la legge di Tiberio venne, se non

accantonata, posta in secondo piano dalla proposta di fondare nuove colonie in Italia e

soprattutto in Africa nei territori una volta appartenuti alla distrutta Cartagine. L’azione

del tribuno della plebe faceva dell’ordine equestre un polo che poteva contrapporsi al

Senato. In tal modo si poneva in gioco la questione stessa del potere, prefigurando, in

luogo della repubblica aristocratica, la nascita d’un ordinamento democratico fondato

sulla sovranità dell’assemblea popolare. La maggioranza senatoria seppe colpire C. Gracco

con gli strumenti della demagogia: al progetto di colonizzazione africana oppose il piano

d’una vasta deduzione di colonie nella stessa Italia; il piano non era solido, ma, come si

può ben comprendere, molto popolare. Infine, nella questione del diritto di voto ai socii, fu

facile fare appello ai sentimenti d’egoismo dei cittadini. L’opera riformatrice andò così

incontro al fallimento. L’assemblea popolare tolse il suo sostegno a C. Gracco e gli negò la

rielezione per il tribunato del 121. Nel giugno di questo stesso anno, il tentativo di

22

difendere la parte più significativa della riforma graccana (la deduzione di una colonia

romana a Cartagine) fu stroncato dal Senato con la proclamazione dello stato d’emergenza

(senatus consultum c.d. ultimum). Caio Gracco si tolse la vita, mentre tremila dei suoi

seguaci, asserragliati sull’Aventino, furono massacrati. A differenza del pur grave

episodio del 133, si trattò questa volta d’una provocazione architettata nei minimi

particolari, come dimostra la presenza in Roma d’un corpo d’arcieri cretesi, lo strumento

principale della repressione scatenata dal console L. Opimio.

: ’

4. L

A RIFORMA MARIANA DEL RECLUTAMENTO LA NASCITA DELL ESERCITO PROFESSIONALE

Nessuno dei problemi obiettivi, sollevati dall’azione riformatrice graccana, fu risolto.

Anzi, nel decennio successivo alla tragica morte di Caio, s’assistette al graduale

smantellamento della riforma agraria. I problemi ciononostante rimanevano tutti sul

tappeto: il confronto tra Senato e ordine equestre, le aspirazioni dei socii italici, la

necessaria ripresa della colonizzazione. L’inettitudine degli optimates, nelle guerre contro

Giugurta, re di Numidia (112 – 105 a.C.), e le popolazioni germaniche dei Cimbri e dei

Teutoni (113 – 101 a.C.), incrinò il loro potere, riaprendo una nuova stagione di scontro

politico. Il malcontento suscitato dall’incapacità o dalla corruzione dei nobili rese possibile

l’ascesa di Caio Mario, un homo novus (primo, cioè, della sua famiglia a rivestire una

magistratura curule e il consolato). Mario concluse vittoriosamente entrambe le guerre.

Egli aveva tratto le conseguenze della crisi del tradizionale esercito cittadino e aveva

chiamato alle armi, già in occasione della guerra contro Giugurta (nel 107 a.C.), proletarii

(capite censi)(nullatenenti) (vd. sul significato dell’espressione Mantovani § 9.6, p. 192, §

9.15, pp. 261 s.) in gran numero. I soldati, che provenivano dal proletariato rurale,

attendevano naturalmente, come ricompensa, al termine d’un servizio che poteva ora

prolungarsi anche per molti anni, un podere che potesse assicurare loro il sostentamento.

Un comandante vittorioso e potente, che volesse guadagnarsi il rispetto e la fedeltà di

clienti e sostenitori capaci di imporre anche con la violenza le sue ragioni, doveva

tutelarne, a ogni costo, gli interessi economici. La forza militare di Roma non poggiò più,

come in passato, su contadini piccoli e medi proprietari terrieri, compresi, per questo, del

loro dovere civico, ma su un esercito professionale disponibile quale strumento di lotta

politica tra le fazioni che si contendevano il dominio nella res publica.

5. I L PROBLEMA ITALICO E LA GUERRA SOCIALE

L’alleanza tra Caio Mario e tribuni della plebe di parte popolare si delineò, dunque, quasi

naturalmente. Una legge coloniaria del 103 assegnava ai veterani della guerra giugurtina

100 iugeri di terra a testa nella provincia d’Africa. Dopo la vittoria sui Cimbri e sui

Teutoni, nel 100 a.C., fu presentata un’altra legge che prevedeva la fondazione di colonie

in Sicilia, Grecia, Macedonia e anche nella provincia d’Asia. Il provvedimento autorizzava

Mario ad accogliere in ogni colonia un certo numero di socii veterani dell’esercito. Anche

questo tentativo, però, finì nel nulla: di fronte al continuo ripetersi di violenze e

sopraffazioni nella lotta politica interna, Mario provò timore del suo stesso potere e

sacrificò i suoi principali alleati. Il tribuno L. Appuleio Saturnino trovò così la morte, con i

suoi seguaci, durante la repressione ordinata dal Senato, mediante il consueto strumento

del senatus consultum c.d. ultimum, ma portata a termine da Mario quale console in carica.

- Verso la fine del decennio seguente, alcuni optimates, meno irragionevoli di altri,

pervennero alla conclusione che il puro e semplice rifiuto d’ogni riforma non poteva più

essere una risposta adeguata alle esigenze dei tempi. Fu M. Livio Druso, tribuno della

plebe del 91 a.C., a prospettare un adeguato piano di riforme. A tutti si doveva prendere

qualcosa per poi poterli altrimenti ricompensare. Le terre pubbliche, occupate dai socii,

23

dovevano essere restituite e distribuite ai cittadini più poveri, mentre i socii dovevano

ricevere il diritto di cittadinanza romana. Ai senatori fu promesso il ristabilimento del

monopolio sulle giurie; ai cavalieri più eminenti, invece, si fece balenare la possibilità di

entrare in Senato: una lectio, infatti, avrebbe dovuto raddoppiare il numero dei suoi

membri portandolo a seicento. Il piano naufragò e Druso stesso fu assassinato prima che

fosse presa una decisione nell’assemblea popolare. La resa dei conti interna con i

sostenitori della riforma si sovrappose alla sollevazione dei socii italici contro Roma (91 –

89 a.C.). La ribellione non poteva essere domata unicamente con l’uso della forza delle

armi: solo l’offerta del diritto di cittadinanza tolse forza alla volontà di rivolta. La

soluzione del problema dei socii ritornò all’ordine del giorno del dibattito politico quando

si trattò di distribuire i nuovi cittadini in solo 8 delle 35 tribù o in dieci tribù

sovrannumerarie, in modo da rendere il loro peso elettorale sostanzialmente ininfluente. A

questa miope soluzione s’oppose il tribuno della plebe C. Sulpicio Rufo, il quale nell’88

presentò una rogatio che prevedeva la distribuzione dei nuovi cittadini in tutte le 35 tribù.

6. L

A GUERRA CIVILE TRA MARIANI E SILLANI

Per impedire il fatto compiuto dell’iscrizione dei nuovi cittadini in dieci tribù aggiuntive,

Sulpicio Rufo dovette cercare l’alleanza di Mario. A tal fine, assieme alla rogatio sulla

distribuzione dei nuovi cittadini in tutte le 35 tribù, presentò altri due provvedimenti: il

comando della guerra contro Mitridate VI Eupatore, re del Ponto, già affidato dal Senato al

console in carica L. Cornelio Silla, era concesso, con un imperium straordinario, a C. Mario.

Non potendo ricorrere ad alcuna misura di intercessione contro la sacrosanta potestà

tribunizia, i consoli, Silla in particolare, per prendere tempo e difendersi, proclamarono il

iustitium, ossia la sospensione generale delle attività politiche. Silla, minacciato di morte, si

recò presso il suo esercito, a Nola, mentre le leggi di Sulpicio venivano votate contro il

iustitium, che avrebbe dovuto impedire l’attività legislativa. Facendosi forte delle illegalità

compiute da Sulpicio, Silla marciò alla testa delle sue legioni su Roma, violando così il

pomerio con un esercito in armi, fece bandire i suoi avversari – Sulpicio in questo

frangente restò ucciso – e cassare i loro provvedimenti. Con questo inasprimento del

conflitto, il confronto interno raggiunse una nuova dimensione: un comandante

mobilitava il suo esercito per imporre i suoi interessi e quelli dei suoi soldati. Né Silla né i

suoi legionari erano disposti a lasciarsi sottrarre le prospettive di fama, di bottino e di

assegnazione di terre. La riforma mariana rivelava per intero il suo terribile significato: la

lotta politica si radicalizzava, entrando in nuova fase, quella delle guerre civili. D’ora in

poi le lotte politiche si sarebbero vinte non con il voto, ma con le legioni. Mentre Silla

conduceva la guerra in Oriente, Mario e L. Cornelio Cinna si impadronirono del potere

assieme ai loro sostenitori. Silla fu bandito. Mario uscì rapidamente di scena di morte

naturale. Cinna, muovendosi con abilità tra le diverse ali della fazione mariana, riprese il

programma di riforma proposto da Sulpicio, distribuendo i nuovi cittadini nelle 35 tribù e

iniziando, allo stesso tempo, a includere nel Senato membri dell’aristocrazia municipale

equestre dell’Italia. Scomparso Cinna, ucciso dai propri soldati nell’84, le tensioni

sfociarono in una guerra civile devastante, quando Silla nell’83 a.C. sbarcò a Brindisi con il

suo esercito. La battaglia decisiva si combattè a Porta Collina, nel novembre dell’82: Silla

risultò vincitore e divenne padrone assoluto di Roma.

L C S . L V ’82 .C.

7. L

E RIFORME COSTITUZIONALI DI UCIO ORNELIO ILLA A LEX ALERIA DELL A E

: , C

LA DITTATURA COSTITUENTE LE QUAESTIONES PERPETUAE LA LEX ORNELIA DE

, C

LA LEX ORNELIA DE PROVINCIIS

TRIBUNICIA POTESTATE

L’imperio proconsolare, sul quale Silla fino a quel momento aveva fondato il suo potere,

risultava del tutto inadeguato per procedere alla necessaria opera di consolidazione delle

24

istituzioni repubblicane. E’ naturale, dunque, che egli abbia pensato alla dittatura, già

esistente come magistratura straordinaria, anche se non più praticata da almeno

centoventi anni (216 a.C. dictatura optimo iure; 202 dictatura imminuto iure). Constatata la

mancanza dei consoli, si sollecitò la nomina di un interrex, nella persona del princeps

senatus L. Valerio Flacco. L’interrex, seguendo le istruzioni impartitegli con una lettera di

Silla, propose ai comizi una legge (lex Valeria de Sylla dictatore creando et rei publicae

constituendae), la quale non solo prefigurava una dittatura a tempo non determinato, con

pienezza di potere coercitivo e normativo, ma indicava nominativamente in Silla il futuro

detentore di questa carica: occorse, dunque, per l’investitura una successiva dictio. Silla,

lungi dal far uso del proprio potere per una normazione autonoma, preferì passare, nella

generalità dei casi, attraverso la rogazione ai comizi. Non si deve occultare, tuttavia, il

ruolo giocato dalla lex Valeria: essa divenne il modello di tutte le successive leggi

d’investitura di poteri straordinari, fino alle leges de imperio dell’età del Principato. La lex

Valeria, come osservò Cicerone, equiparava, nei suoi effetti normativi, ogni atto di Silla a

una lex publica, ponendosi così, per età più lontane, a modello giustificativo dell’autocrazia

imperiale. Lo scopo di Silla era quello di rafforzare nuovamente l’egemonia del senato. Per

fare ciò non fu sufficiente eliminare gli avversari, premiare i suoi sostenitori e creare una

rete di roccaforti della propria fazione in Italia con la fondazione di colonie di veterani. Il

dominio del Senato doveva essere protetto con mezzi legislativi dalle minacce che lo

avevano turbato a partire dai Gracchi. Portando il Senato a seicento membri con la

cooptazione d’un numero di membri dell’ordine equestre pari a quello dei vecchi senatori,

e togliendo contestualmente ai cavalieri il diritto di sedere nelle giurie (lex Cornelia

iudiciaria), Silla realizzò un punto importante del progetto di Livio Druso. L’esautorazione

del tribunato della plebe, la magistratura dalla quale erano partite le minacce all’egemonia

politica del Senato, non trovava invece alcun confronto nel passato. Non era più

sufficiente, come egli aveva già fatto nell’88, subordinare le iniziative dei tribuni al

consenso preventivo del Senato. Si escluse invece ogni capacità propositiva dei tribuni. Si

consentì che si conservasse loro, come strettamente complementare all’auxilii latio, il potere

di intercessione. L’elezione al tribunato della plebe escludeva automaticamente il

detentore dalla possibilità di candidarsi per le cariche superiori. In tal modo, nei piani di

Silla, il tribunato non poteva più costituire una base di lancio verso una fortunata carriera

politica (lex Cornelia de tribunicia potestate). Si provvide con due leggi fondamentali a

disciplinare il governo magistratuale della città e delle province. La prima (lex Cornelia de

iure magistratuum) stabilì l’ordine delle magistrature, i limiti d’età e la non iterabilità della

stessa carica prima di dieci anni. L’altra (lex Cornelia de provinciis) operò una radicale

scissione – ma il contenuto normativo di questo provvedimento è molto controverso – tra

imperium domi e imperium militiae, per far sì che l’uno e l’altro venissero esercitati in ordine

di sequenza temporale e in spazi geografici nettamente distinti. I pretori (l’urbanus, il

peregrinus e gli altri che presiedevano le quaestiones) dovevano risiedere a Roma nell’anno

di carica, mentre nell’anno (o in un anno) successivo tutti avrebbero potuto essere

utilizzati in funzione magistratuale per il governo delle province. I consoli, una volta

allargato l’ager Romanus a tutta l’Italia, esclusa naturalmente la Gallia Cisalpina, non

avevano eserciti alle loro dipendenze. Tuttavia, in un anno successivo avrebbero esercitato

l’imperium, in una provincia, sotto forma di prorogazione, non più eventuale, come in

passato, ma ormai necessaria. Silla prestò cura anche a una compiuta riforma del processo

criminale, attraverso un’estensione del sistema delle giurie permanenti (vd. Mantovani §

9.16) e fu attento alla repressione della violenza politica a Roma. Alla persona di Silla

25

furono anche riconosciuti caratteri religiosi, che, in una certa misura, avvicinavano la sua

posizione a quella dei monarchi ellenistici. Dopo la celebrazione del trionfo (81 a.C.), Silla,

attribuendo le sue vittorie alla protezione della dea Fortuna, annunciò al popolo la sua

intenzione di assumere, assieme al titolo di dictator, il soprannome di Felix. Nella

denominazione greca, il tentativo di sacralizzare la sua persona appare ancora più

evidente. Non usò infatti Eutuches, precisa traduzione di Felix, ma Epaphroditos, ossia il

favorito di Afrodite. Il Senato (meglio sarebbe dire il ceto senatorio), con le riforme sillane,

ottenne il controllo sul processo di formazione delle leggi e, attraverso il monopolio sulle

giurie dei tribunali, esercitò anche il controllo sul mantenimento della pace interna e sulla

condotta dei governatori. Per il resto Silla fu abbastanza saggio da non rimettere in

questione la distribuzione dei nuovi cittadini in tutte le tribù. Il problema politico

strutturale dell’Italia era risolto: tutta la penisola fino al Po era territorio dei cittadini

romani. Silla non volle mai instaurare una monarchia. Egli depose la dittatura non appena

ebbe condotto a termine il suo programma di riforme (79 a.C.). La sua opera, tuttavia,

introdusse forti elementi di novità nella morfologia del potere. Per la prima volta nella

storia repubblicana – e ciò in aperta contraddizione con i progetti sillani di rafforzamento

della repubblica senatoria – l’eguaglianza aristocratica – il principio materiale sul quale

ogni regime oligarchico-aristocratico si fonda – fu rotta e, di fatto, negata. Il funerale di

Silla, morto dopo essersi ritirato dall’attività politica nel 78 a.C., non fu più celebrazione

delle virtù d’un grande aristocratico, ma esaltazione d’un eroe ai confini col divino, una

novità e un precedente assai importante per le successive apoteosi imperiali.

. C .

8. L

A CRISI DELLA COSTITUZIONE SILLANA I COMANDI STRAORDINARI ATTRIBUITI A N

P : G M

OMPEO LA LEX ABINIA E LA LEX ANILIA

La posizione del Senato non fu mai formalmente così forte come con l’ordinamento fissato

da Silla, e, tuttavia, nel giro di dieci anni subì un tracollo. Esso si può, in buona misura,

attribuire a molti degli stessi beneficiarii delle riforme costituzionali e delle proscrizioni,

che non si fecero scrupolo d’utilizzare, per fini personali, la diffusa ostilità al sistema

sillano. Lo sforzo maggiore dell’opposizione popolare si concentrò sul ripristino dei diritti

del tribunato plebeo. Durante il consolato (70 a.C.) di Cnaeus Pompeus e di M. Licinius

Crassus si eliminarono i pilastri istituzionali del sistema sillano: i diritti dei tribuni della

plebe furono ripristinati (lex Pompeia Licinia de tribunicia potestate) e i cavalieri vennero

riammessi nelle giurie dei tribunali (lex Aurelia iudiciaria). Capace organizzatore e stratega,

Pompeo strinse accordi con alcuni tribuni di parte popolare (67 a.C.) per ottenere il

comando delle operazioni che avrebbero dovuto mettere termine alla piaga della pirateria.

Il tribuno A. Gabinio, nel proporre, in stretto accordo con Pompeo, una rogatio (de uno

imperatore contra praedones constituendo) delineò un disegno strategico complesso e

impegnativo. A un consolare, da determinare con atto ulteriore, si doveva conferire, con

durata triennale, un imperium infinitum, esteso, cioè a tutto il Mediterraneo e per

quattrocento stadi entro la terraferma), aequum rispetto all’imperio dei proconsoli di rango

consolare, maius, invece, nei confronti dei governatori di rango pretorio. Oltre alla facoltà

di poter nominare ventiquattro legati pro praetore, al comandante in capo era anche

assicurata una ingente dotazione di truppe (20 legioni e 500 navi) e di mezzi finanziari. A

dispetto dell’acerrima opposizione senatoria, questo provvedimento fu approvato. In soli

tre mesi Pompeo risolse, in termini definitivi, l’annoso problema della pirateria cilicia. La

lex Gabinia, tuttavia, rappresentò un pericoloso precedente per la sostanza monarchica del

comando creato. Il suo schema fondamentale, la possibilità di esercitare un imperium

infinitum attraverso la collaborazione di legati propraetore, non a caso fu ripreso da

26

Ottaviano Augusto, nel 27 a.C., per costruire uno dei pilastri fondamentali del nuovo

regime imperiale. La fortissima organizzazione militare, creata dalla lex Gabinia, non

poteva limitarsi alla campagna, assai breve in verità, contro i pirati, né in essa avrebbe

forse neppure trovata una sufficiente ragion d’essere. Un’altra legge di Gabinio sostituiva

nuovamente il Senato nelle sue attribuzioni e decideva di non prorogare il comando di

Lucullo nella guerra contro Mitridate VI Eupatore: l’anno successivo, 66 a.C., una nuova

legge del tribuno C. Manilio, attraverso contrasti e sopraffazioni, lo attribuiva a Pompeo,

assicurandogli ancora per qualche tempo la continuazione del suo potere. Anche l’impresa

contro Mitridate fu coronata dal successo: così, nel 63 a.C., l’intera area orientale fu

riorganizzata e sottomessa al dominio romano.

. . : P , C C

9. I L C D PRIMO TRIUMVIRATO OMPEO RASSO E ESARE E LA LOTTA POLITICA

TARDOREPUBBLICANA

A Roma tuttavia un difficile cómpito politico attendeva il generale vittorioso: egli doveva

far approvare la concessione di terre per il mantenimento dei suoi veterani e far ratificare

le misure da lui prese in Oriente. Si temeva che Pompeo, alla testa del suo esercito,

avrebbe spezzato con la violenza la prevedibile resistenza del Senato. Egli, al contrario,

una volta sbarcato a Brindisi, congedò i suoi uomini. Il Senato, scampato questo grave

pericolo, non volle desistere dalla sua politica ostruzionistica. Nella situazione di difficoltà

in cui si trovava, Pompeo strinse un’alleanza con M. Crasso e C. Giulio Cesare (60 a.C.).

Quest’ultimo, proveniente da una famiglia patrizia imparentata con Mario e altri capi

della fazione popolare, si candidò, giovandosi dell’appoggio dei suoi alleati politici, al

consolato per l’anno 59 a.C. Il patto privato tra i tre capi fazione prevedeva la concessione

di terre per il mantenimento dei veterani di Pompeo e la ratifica dei suoi provvedimenti in

Oriente. Essi si accordarono sul principio fondamentale che nessuno di loro potesse recare

danno agli interessi degli altri alleati. Questo patto tra l’uomo più potente, l’uomo più

ricco e quello più geniale dal punto di vista politico si rivelò davvero l’inizio della fine

della repubblica. Eletto console, Cesare portò a termine, ricorrendo ampiamente all’uso

della forza, il programma concordato con i suoi alleati. Una legge tribunizia assegnò a

Cesare un comando quinquennale straordinario sulla Gallia cisalpina e l’Illirico; a questi

territori, dal Senato piegato e rassegnato, fu aggiunta anche la Gallia Transalpina. Le

campagne galliche, durate per circa nove anni, dimostrarono le straordinarie capacità

militari di Cesare, che acquistò in tal modo enorme popolarità e immense ricchezze. Nella

primavera del 56, i tentativi di costringere Cesare a rendere conto del suo comportamento

nelle Gallie erano giunti a un punto tale che egli dovette temere lo scioglimento del

triumvirato. Cesare prese una contro iniziativa: a Lucca l’accordo venne rinnovato. Crasso

e Pompeo ottenevano il consolato, mentre leggi tribunizie assicuravano ai triumviri le più

importanti province dell’Impero. : C

10. L

A GUERRA CIVILE TRA CESARIANI E POMPEIANI LE RIFORME COSTITUZIONALI DI ESARE

La morte di Crasso, nel 53, durante la guerra da lui stesso iniziata contro i Parti (battaglia

di Carre), poneva, senza alcuna possibilità di mediazione, i due capi fazione superstiti

l’uno di fronte all’altro. Cesare progettava di farsi eleggere, al termine dell’intervallo

decennale, console per il 48 a.C., ma doveva evitare di presentare personalmente la

propria candidatura a Roma: non vi era alcun dubbio che i suoi nemici lo avrebbero

accusato, non appena egli, ritornato semplice privato, fosse stato perseguibile in giudizio.

Per questo motivo egli si era assicurato il privilegio, attraverso una legge tribunizia, di

poter presentare la propria candidatura in assenza. Il motivo scatenante del conflitto tra

Pompeiani e Cesariani fu appunto l’implicita abrogazione di questa norma: si impedì, in

ogni caso, la proposizione di candidature in absentia. All’inizio del 49 a.C., Cesare venne


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Moses

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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (AGRIGENTO, PALERMO, TRAPANI)
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto moderno e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof Romano Giuseppe.

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