Panoramica sul cristianesimo
Il cristianesimo viene visto come un fenomeno storico. La storia del cristianesimo studia la realtà di quest’ultimo e si sviluppa in Antiochia tra il 40-50 d.C. Non è una disciplina né teologica né ideologica, ma questo non vuol dire che non si interessi alle idee, poiché esse viaggiavano tra i legami che venivano a crearsi tra gli uomini e le donne. Esso parte da un’idea preconcetta che comanda poi un intero sviluppo. Il cristianesimo è caratterizzato da un forte egocentrismo.
Conosciamo Gesù di Nazareth perché un certo numero di persone che lo frequentarono furono convinte che attraverso di lui il Dio d’Israele fosse intervenuto in maniera unica e decisiva. Perciò trasmisero i ricordi a lui legati, che divennero poi frammenti di memoria. Poiché la morte di un inviato divino scandalizzava, la si raccontava in modo tale da coincidere con le profezie contenute nelle scritture e quindi per volontà di Dio.
Si incominciò così a scrivere narrazioni della sua attività. La più antica a noi è il libro composto verso il 70 che si presenta come opera di Marco, collaboratore dell’apostolo Pietro. Tale libro comincia con la frase “inizio del vangelo di Gesù Cristo” dove la parola “vangelo” significa appunto “l’annunzio di Gesù”.
I vangeli e altri testi dei primi cristiani costituiscono le principali fonti per la conoscenza di Gesù, nato durante il regno giudaico di Erode (morto nel 4 d.C.) e scomparso sotto Ponzio Pilato. La data di morte di Gesù va riportata intorno al 30. Nel corso del XVIII secolo si è cercato di distinguere il “Gesù della storia” dal “Cristo della dogmatica”; inizialmente le linee nella ricerca erano dettate dalla teologia che condizionava l’esegesi delle fonti; progressivamente la ricerca storica si è svincolata dalle idee dogmatiche.
Storia del cristianesimo
Come si è sviluppata una storia del cristianesimo e della chiesa nell’arco di più di 1500 anni? Alcuni pongono l’effettivo inizio del cristianesimo all’indomani della resurrezione, quindi intorno al 30, mentre altri lo pongono nel II secolo, quando inizia a delinearsi un profilo chiaramente distinto e contrapposto rispetto alle altre manifestazioni di “giudaismo comune”.
Le più antiche rappresentazioni conservatesi di Gesù crocifisso indicano che chi stava fuori dalla comunità tendeva a considerarla polemicamente come semplice espressione della tradizione religiosa e culturale giudaica. Una significativa testimonianza è offerta da un graffito degli inizi del III secolo, esso raffigura un crocifisso con testa di animale, con accanto una persona in piedi: “Alessameno adora dio”, spiega una scritta sotto la croce. Lo sconosciuto Alessameno è preso in giro perché adora un uomo crocifisso rappresentato con una testa d’asino; con la sua derisione blasfema, chi ha eseguito il graffito riporta polemicamente Gesù entro l’orizzonte giudaico: secondo una leggenda, i giudei adoravano un asino, pregiudizio probabilmente sorto in Egitto.
Il primo a scrivere una storia della chiesa fu Eusebio di Cesarea nel III secolo. Potrebbe essere identificato come il primo storico moderno, poiché prima la storia faceva parte della retorica. Eusebio ha l’idea di citare i documenti ed è qui che si cela la sua modernità, componendo la “storia ecclesiastica” aveva avuto un effetto così dirompente da interrompere per un certo periodo (tra IV e VI secolo) il predominio cronografico (Giulio Africano - le cronografie -). L’innovazione rispetto alla storiografia classica, di inserire brani tratti dalle fonti nel corso della narrazione, costituisce di per sé un pregio inestimabile dell’opera Eusebiana.
Eusebio è il primo ad aver scritto la vita di Costantino, dunque ha vissuto nel periodo in cui il cristianesimo passa da religione perseguitata a religione accettata. È moderno da questo punto di vista ma non da altri, poiché la sua è una storia teologica, confessionale. Egli vuole dimostrare che nella storia si sta realizzando un disegno provvidenziale che è quello di Dio.
Fino al XII secolo la storia vede un decadimento progressivo dovuto all’emergenza del papato, dal punto di vista morale e dei principi autentici di Gesù, dunque di una chiesa che seguisse l’umiltà e la povertà di Cristo. Da questa struttura ideologica deriva la prima opera di interpretazione storica complessiva della storia del cristianesimo e della chiesa fino alla riforma: “Le centurie di Magdeburgo” di Flacio Illirico pubblicate dal 1557 al 1575. Era un’opera in 13 libri che ad oggi considereremmo una raccolta di documenti, che dimostrano che la storia della chiesa è stata una storia di decadenza morale e di allontanamento dai principi morali di Cristo.
In risposta, i cristiani contrattaccano con gli “Annales ecclesiastici” di Baronio dal 1588 al 1605, per difendere l’antichità delle tradizioni. Queste furono imprese collettive sia per quanto riguarda le centurie sia per gli Annales. A questi secoli appartiene un’altra grande impresa: “l’Acta Sanctorum” di Jean De Bollant. Dietro il lavoro dei bollantisti, un’aggregazione dei gesuiti contro il culto dei santi; Bollant vuole dimostrare che la maggior parte dei santi ha dei documenti affidabili, parte così dal calendario raccogliendo i documenti. Molti bollantisti vennero messi al bando da parte del papato, la congregazione si è fermata ai propilei di novembre nella redazione dell’opera.
Un’altra tappa fondamentale fu l’illuminismo. Gli illuministi, che erano contro la chiesa ma non contro la religione, proponevano l’idea di religione naturale, ossia che ogni persona dotata di ragione sarebbe in grado di arrivare alla conoscenza dell’esistenza di un Dio buono, ordinatore del tutto e dell’immortalità dell’anima.
La storia del dogma, così come si sviluppa nel corso del 800-900, il deposito delle dottrine della chiesa, sono frutto di un’evoluzione storica, l’incontro tra i testi sacri e la filosofia greca. Arrivando a tempi più recenti, le più grandi sfide sono soprattutto l’allargamento delle fonti, bisogna utilizzare tutti i documenti, anche i testi apocrifi, leggere i testi sotto la luce dell’antropologia sociale. Non si può più fare una storia del cristianesimo solo leggendo i documenti prettamente della chiesa.
Documenti: problema delle fonti
La ricerca sulla vita di Gesù come figura storica rappresenta un ambito disciplinare autonomo rispetto alla storia del cristianesimo. Partiamo dal problema delle fonti: Gesù non ha scritto nulla, di lui parlano diversi documenti: il vangelo di Matteo, il vangelo di Marco, di Luca e di Giovanni. Almeno uno, siamo certi, che sia stato composto intorno all’anno 100 ed è il vangelo di Tommaso, un vangelo non narrativo ma di detti, esso riassume e riporta alcuni detti di Gesù, alcuni suoi insegnamenti.
Se qualcuno volesse costruire la storia di Gesù, non dovrebbe basarsi solo sui vangeli ma su tutti i documenti, ovviamente in ordine cronologico. I documenti più antichi non sono i vangeli ma le lettere di Paolo, un fariseo che si era convertito al cristianesimo. Egli pochissimo ci dice della figura storica di Gesù poiché ha una visione più teologica; nella lettera ai Galati parla della nascita di Gesù “nato da una donna sotto la legge”.
Su questi documenti si è sviluppata una storia appassionante e plurisecolare, perché ad un certo punto ci si è avvicinati a questi documenti come documenti storici. La ricerca in ambito ebraico parte dal XVI secolo con le ricerche di Isaac Abraham. Gli ebrei, per confrontarsi con i cristiani, hanno iniziato a leggere il vangelo in modo critico, loro non credono nel cristianesimo.
Un problema fondamentale dello storico è capire la provenienza dei diversi testi. Dei quattro vangeli, tre vengono chiamati sinottici, dal greco “synoptikòs” che vuol dire “sguardo d’insieme”.
Definizione dei vangeli sinottici
Esposto in forma di sinossi, secondo un criterio schematico che consente una rapida visione e acquisizione mnemonica dei problemi, degli aspetti e dei dati fondamentali di una data materia, confrontabili tra di loro anche mediante una agevole collocazione in colonne parallele. I vangeli di Matteo, Marco e Luca rivelano un notevole parallelismo e una stretta affinità e concordanza tanto da poter essere pubblicati in sinossi a colonne affiancate. Il vangelo di Giovanni, ad esempio, si differenzia da questi tre.
Teoria delle due fonti
Una volta sottratto il materiale proveniente da Marco, rimane una cospicua materia comune a Matteo e Luca, costituita quasi esclusivamente da detti di Gesù, per cui si suppone che entrambi abbiano usato una seconda fonte scritta. È la cosiddetta teoria delle “due fonti”, secondo cui il vangelo di Matteo e il vangelo di Luca dipendono dal vangelo di Marco e da un’altra fonte definita “fonte Q”. Si pensa che abbia preso forma negli anni 50 e abbia circolato in recensioni parzialmente diverse.
Si dimostrò che i vangeli erano frutto di una raccolta di tradizioni orali diverse, l’evangelista ha poi riunito tutti questi dati. Quello che emerge con nettezza da tutti questi studi è che i vangeli non intendono essere una testimonianza storica di Gesù, ma hanno l’intento teologico di rappresentare la figura di Gesù e dei suoi insegnamenti. Il vangelo di Marco, che è il più antico, è stato scritto nell’80 d.C, dunque 50 anni dopo la morte di Gesù, questo perché probabilmente la scrittura era meno importante della tradizione orale.
Questi vangeli sono testi sì sinottici, ma anche molto diversi. Pensiamo a Marco che inizia con il periodo più recente di Gesù, poiché non sapeva quasi nulla riguardo alla sua nascita; nella fase più antica il testo di Marco si interrompeva quando le donne si recarono al sepolcro e lo scoprirono vuoto. Il vangelo di Marco era un vangelo incompleto agli occhi di uno storico; Matteo, Luca e Giovanni, ad esempio, dicono cose molto diverse rispetto a Marco, dunque sono testi in un certo senso simili ma al contempo molto diversi.
Albert Schweitzer diceva che un profilo sulla figura storica di Gesù è impossibile da definire perché i testi non lo permettono.
Lezione 3
- Un primo criterio è quello dell’attestazione multipla. Quando un evento o un detto viene ripreso da tutti e tre i vangeli, ha una probabilità più alta di essere attendibile alla vita di Gesù.
- Il secondo criterio è la dissomiglianza che riguarda l’ambiente storico in cui si trovava Gesù. Sono delle affermazioni culturali, però per quanto questo ambito di studi venga coltivato noi non siamo certi dell’ambiente in cui si trovava Gesù, sono presenti delle faglie cioè delle discontinuità.
- Il terzo criterio è quello dell’imbarazzo. Quando ci troviamo davanti a delle affermazioni che noi sappiamo discordanti agli sviluppi teologici successivi dei primi gruppi cristiani, pensiamo che questi siano legati a Gesù stesso. Ad esempio, un caso tipico è quello del battesimo di Gesù.
All’inizio c’è la testimonianza di Marco che diciamo entra in Medias-res, quindi senza raccontare la vita di Gesù prima del battesimo. Il racconto si apre con una profezia di Isaia, si racconta che Gesù accetta di farsi battezzare per il perdono dei peccati, si tratta di un battesimo di conversione. Marco vede in questa figura sempre più tratti divini e questa faccenda che Gesù si battezzasse per il perdono dei peccati comunicava vergogna, lo fa sembrare una figura in cui l’elemento umano prevalga su quello divino e quindi soggetta a peccati.
Un altro esempio è il battesimo raccontato nel vangelo di Matteo, che prepara il fatto del battesimo di Gesù con un’esaltazione della figura di Gesù stesso, messa in bocca a Giovanni Battista, partendo poi con il racconto. Matteo non cancella il fatto che Gesù arriva dalla Galilea e si faccia battezzare da Giovanni Battista per togliere i peccati, però costruisce tutta una premessa del pensiero di Gesù.
Nel vangelo di Luca, il battesimo di Gesù rimane in secondo piano in quanto si costruisce una cornice che intende comunicare al lettore che Giovanni è più grande di Gesù e battezza il messia (dalla profezia di Isaia) e accetta di battezzarsi per il perdono dei peccati. Nel vangelo di Giovanni questo episodio è stato cancellato.
Agli occhi di uno storico la cosa davvero importante è che ci sia stato un battesimo e che Gesù si sia fatto battezzare per il perdono dei peccati, si tratta di un’attestazione multipla secondo il criterio di imbarazzo.
Nascita e infanzia
Le prime domande che si fa uno storico sono: quando sono accaduti i fatti e quando sono stati raccontati. Sulla nascita di Gesù non sappiamo quasi nulla. Paolo afferma solo che era “nato da donna, nato sotto la legge”, dunque era un uomo ebreo.
Sicuramente nacque sotto il regno dell’imperatore Augusto (37 a.C-14a.C) e sia Luca sia Matteo convergono nel situarne la nascita sotto Erode il Grande; l’altro elemento di datazione in Luca è invece incompatibile con il regno di Erode, perché avvenne dieci anni dopo la morte del re databile agli inizi del 4 a.C. Luca usa un censimento per trasferire Gesù da Nazareth a Betlemme senza rendersi conto dell’incongruenza.
Se si tiene conto della datazione sotto Erode, la nascita di Gesù potrebbe collocarsi poco prima del 4 a.C. La nascita a Betlemme, che Matteo e Luca giustificano in modi completamente diversi, fu presumibilmente inventata sulla base della convinzione che in quel villaggio, patria del re Davide, dovesse nascere il messia (discendenza di Gesù da Davide affermata nei racconti di nascita).
La stranezza del fatto dipende dall’errore commesso dal monaco sciita Dionigi il piccolo, morto verso il 540, nei suoi calcoli cronologici che vennero adottati per fissare l’inizio dell’era Cristiana.
Gesù apparteneva ad una famiglia piuttosto numerosa (secondo i nostri standard). Nel vangelo di Marco vengono citati quattro fratelli e due sorelle. Sempre nel suo vangelo si parla di Gesù come “tekton” che indica chi realizza lavori in pietra e in legno, dunque un carpentiere o un falegname; una provenienza molto modesta ma non misera, in quanto possedeva un mestiere.
Gesù il Galileo
Marco afferma che “da Nazareth di Galilea” Gesù andò a farsi battezzare da Giovanni nel Giordano; Matteo e Luca connettono il termine con Nazareth come luogo dal quale Gesù ha cominciato (Mc presuppone che vi sia nato, così come Gv). Dopo il distacco di Gesù dalla famiglia, la tradizione sinottica registra una sola visita a Nazareth, in occasione della quale gli abitanti riversano un atteggiamento critico nei suoi confronti: “egli non poteva compiere nessun prodigio”. È plausibile che Nazareth abbia conservato una certa diffidenza nei suoi confronti per via dell’allontanamento.
Verso la fine del I secolo, lo storico Flavio Giuseppe descriveva la Galilea come un territorio fertile e densamente popolato. Gli studiosi, fino a qualche decennio fa, consideravano la Galilea come una regione a popolazione mista, poco preoccupata dell’identità ebraica.
Per quanto riguarda la situazione politica, l’aspetto più pesante era sicuramente il dominio romano. Quello di Gesù era un periodo caratterizzato da un grande scontento. Si trattava di una società agraria avanzata; la terra apparteneva largamente ai latifondisti. I braccianti, i coltivatori in debito con i proprietari, presenti nelle parabole di Gesù, erano familiari ai suoi ascoltatori, così come i mendicanti, gli infermi, gli affamati, i poveri cui non veniva resa giustizia e gli “indemoniati” che saranno state spesso persone segnate psichicamente da condizioni di vita laceranti.
Giovanni il Battista
Diverse fonti (reciprocamente indipendenti) connettono l’inizio dell’attività di Gesù con Giovanni detto il Battista. Le fonti concordano sul rito di un battesimo, cioè di un’immersione in acqua, cui egli esortava il popolo a farsi sottomettere da lui soltanto una volta, come segno di un cambiamento di vita e richiesta del perdono dei peccati.
Giovanni ha annunziato la venuta imminente del giudizio di Dio su Israele, affermando che Israele non disponesse di nessun privilegio rispetto ai gentili (non ebrei) e nonostante tutto Dio gli offriva con il battesimo di Giovanni, un’ultima possibilità di sottrarsi alla condanna; che questo personaggio fosse Gesù è ovviamente un’interpretazione dei suoi seguaci. Infatti, perché i discepoli di Gesù, convinti che il loro maestro non avesse peccati, avrebbero dovuto inventare che si era sottoposto ad un rito di espiazione? I testi mostrano vari tentativi di spiegare perché Gesù si fosse fatto battezzare. Il suo battesimo servì anche a mostrare che egli si identificava con i peccatori, di conseguenza il suo battesimo è un dato autentico.
Giovanni e Gesù condividono il punto di partenza: l’intervento finale di Dio è imminente, Israele è soggetto alla collera del giudizio ma Dio prende l’iniziativa di offrire quest’ultima possibilità. È sul carattere di questa iniziativa che le loro strade si dividono, ma Gesù ha sempre riconosciuto al Battista un ruolo voluto da Dio.
Per Giovanni, la purificazione da ciò che è maligno e impuro dipendeva da una somma di elementi: vita ascetica e rigorosa, comportamenti retti, pratica del battesimo. Quest’ultimo, compiuto nell’acqua corrente del fiume, segnava la conclusione di un percorso purificatorio compiuto al di fuori di ogni ritualità sacerdotale.
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