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sessanta e 70.

Dopo una lunga fase di avvio dell'esercizio la Rai comincia ad affrontare con maggior

consapevolezza anche la questione dell'ampliamento delle proprie fasce d'utenza. Il pubblico dei più

giovani è ancora considerato con rispettosa cautela così la tv si preoccupò di integrare nella sua

offerta tutti i possibili segmenti generazionali, arricchendo la propria gamma di prodotti

congiuntamente con l'estensione degli abbonati.

Ai programmi destinati ai giovani fu data una denominazione precisa, la "tivù dei ragazzi"e

l’espressione più riuscita di questa tendenza fu "lo zecchino d'oro". Con la consulenza del ministero

della pubblica istruzione viene organizzato, nel 1958, il primo corso completo d'istruzione

secondaria per l'avviamento professionale, le trasmissioni si rivolgevano ai ceti più poveri e

disagiati, ragazzi domiciliati in piccoli paesi di montagna, in località mal collegate e non fornite di

scuole secondarie. Nasce così "Tele scuola", un esperimento di educazione a distanza che prosegue

fino a 1966.

4. Mentre cresce la televisione, la radio...

Contemporaneamente al primo vagito dell'esercizio televisivo, la radio italiana compiva il suo

trentesimo anno. La sua salute, dal punto di vista dell'apparato, degli impianti e dei programmi non

era poi tanto cagionevole. La diffusione del servizio televisivo lungo la penisola è infatti abbastanza

graduale e non arresta la tendenza del consumatore italiano a possedere almeno un apparecchio

radio per famiglia.

Cosa può contrapporre la radio alla novità e all'impatto spettacolare della televisione? Anzitutto

l'abitudine all'ascolto.

Se la frequenza d'ascolto della radio diminuisce con l'inizio del trasmissioni televisive, essa e

tuttavia legata a una consolidata abitudine all'ascolto quotidiano, che tende a stabilizzarsi nelle ore

diurne. Nel confronto continuo fra i due mezzi, assume rilievo la tendenza della radio a ritornare ad

un uso più ampio delle trasmissioni "dal vivo": dal 1945 la diffusione di strumenti di registrazione

aveva consentito una migliore qualità dei programmi e nuove possibilità di linguaggio. Dalla

seconda metà degli anni cinquanta ritorna la diretta, soprattutto per i varietà e per la musica leggera,

dando il senso di un recupero della tradizionale efficacia spettacolare della radio come "teatrino

domestico". In generale, per quanto riguarda il decennio successivo l'inizio del trasmissioni

televisive, la prima reazione della radio sembra quella di "giocare in difesa", puntando sul prestigio

della propria tradizione e sfruttando anche qualche effetto di rimbalzo dei programmi televisivi.

L'offerta di prosa si fa imponente. Si arriva a programmare una commedia al giorno, presentando

anche sul Radiocorriere un vero e proprio cartellone teatrale, nel quale vengono messe in rilievo le

novità assolute, le novità per l'Italia e le prime esecuzioni radiofoniche.

5. Ritorno a casa

Surclassando la radio, l'esperienza "leggera" della televisione di questi anni stabilisce

prepotentemente l'egemonia del mezzo, che sconvolge le abitudini degli italiani, che corrisponde

alla domanda assai viva del "fantasticare". Autori ed interpreti vengono ripresi direttamente dal

grande serbatoio del teatro e dal varietà, ma è l'incrocio fra i quiz e lo spettacolo leggero che agisce

come straordinario moltiplicatore produttivo, contribuendo in maniera decisiva all'aumento del

genere nel palinsesto della televisione tradizionale.

Appena tre anni dopo l'inizio di "Lascia o raddoppia?" Nascono due programmi che saranno un

definitivo lancio di questo settore: "1,2 e 3" presentato da Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello, e il

"Musichiere", condotto da Mario Riva.

Non solo il pubblico è in costante sviluppo ma televisione è sempre più utilizzata come mezzo

privilegiato per l'impiego del tempo libero in ambito privato. “Ritorno a casa” viene denominata

infatti la fascia preserale.

Nessuno dei media in quegli anni ha la capacità di raccordare la propria proposta culturale con il

messaggio pubblicitario, il "Carosello", indiscusso protagonista della società dei consumi. Carosello

stabilisce il collegamento fra la tradizione di un costume familiare, che scandisce i suoi tempi lenti

nell'universo ancora fondamentalmente provinciale della realtà italiana, e la proposta innovativa

dello spettacolo televisivo che irrompe nel nuovo sistema di riferimento nazionale-comunitario.

I controlli sulle sceneggiature erano attenti severi. Molte non venivano ritenute adatte alla

realizzazione e ogni regista ricorda piccoli e grandi problemi di censura. C'erano regole fisse per le

durate dei messaggi pubblicitari e per il loro inserimento, che obbligavano a scelte precise di

struttura nelle storie; ma c'erano anche indicazioni rigorose per tutto quanto riguardava ciò che non

poteva essere mostrato in televisione: sesso, adulterio, l'uso eccessivo, oggetti superflui. A

"Carosello" non comparivano mai a ambienti, pur confortevoli e allettanti, che fossero troppo

lontani da quelli conosciuti da una piccola borghesia impiegatizia. La pubblicità non doveva creare

troppi desideri né suscitare odio di classe.

Associare il consumo di beni a uno stile di vita attraente non era un'invenzione italiana; italiano fu

solo il suo adattamento a una realtà molto più semplice e povera di quanto non fosse quella del

paese che aveva scoperto la pubblicità televisiva.

6. Good morning America!

Il fenomeno era iniziato già con l'industria cinematografica, proseguito con la diffusione degli

elettrodomestici, dei rotocalchi, della coca cola, delle calze di nylon ecc. La penetrazione di modelli

culturali e abitudini di consumo americani fu favorita non solo da una politica imperialista, ma

anche dall’assenza di una forte cultura nazionale che potesse far da filtro all’invasione americana.

Comunque, anche se l'ispirazione da cui prendevano spunto, fu spesso indubbiamente americana le

trasmissioni mostravano un impronta inconfondibilmente "casalinga" e tradivano l'influenza di altre

fonti diverse: la rivista di varietà, come abbiamo visto, il teatro, ma soprattutto la radio, che già

aveva sperimentato con ottimi risultati il ricorso all'uso del quiz.

C'erano casi, come d'esempio il programma "Telematch" che riuscivano ad unire persone dei luoghi

più diversi, sfruttando l'impianto della rivista di varietà, ma anche la ricchezza di dialetti e culture

diverse presenti nel nostro paese.

Lo show system americano, benché fonte primaria d'ispirazione per i programmatori della

televisione italiana, era quindi trasformato e alimentato a tal punto che finiva per non essere più

riconoscibile, e poco a poco l'America andò progressivamente allontanandosi per fare posto a stile

linguaggi, strutture di programmi inconfondibilmente italiani.

"L'amico del Giaguaro" del 1961, ad esempio, porta alle estreme conseguenze l'abitudine ormai

invalsa di costruire intorno ai quiz e un vero proprio spettacolo di varietà, che vive per suo conto

snaturando l'immediatezza e la concisione dei game shows americani cui si ispirava.

In realtà, durante la fase del lancio televisivo, in Italia furono praticamente battute tutte le strade

dell'intrattenimento americano: programmi brevi di ritmo radiofonico, e rivista comica,

superspettacolo. Ed ecco che la musica, la grande orchestra, la popolarità dei direttori diventano gli

ingredienti di una formula che resterà praticamente immutata per alcuni decenni: "Canzonissima"

tiene a battesimo quella formula e, collegandosi al morbo nazionale della lotteria, terrà banco per

diciotto edizioni: un record!

7. Per ora il monopolio è salvo

Per quanto uniformi e inespressivi, furono i notiziari del telegiornale a consacrare il successo

definitivo del nuovo mezzo di comunicazione. Per molti italiani, che continuavano a non leggere il

giornale, quei pochi minuti di diretta ogni sera erano squarci di realtà, folgoranti spezzoni di vita.

Le trasmissioni del telegiornale si moltiplicano rapidamente.

Strana contraddizione: da un lato, una spinta modernizzatrice che rimescola abitudini, linguaggi,

convinzioni; dall'altro lato, un rigido controllo su qualsiasi notizia non gradita al governo e alla

democrazia cristiana, che impedisce per molto tempo ai telespettatori di partecipare

consapevolmente a tutto ciò che avviene nella sfera pubblica, dove permane al contrario una pesante

ipoteca repressiva.

Di fronte a una situazione così ben descritta, forze di opposizione e quelle laiche e cominciarono

una dura requisitoria contro la televisione, così come era caduto anni prima con la radio; ma se

nell’aggressività parlamentare delle sinistre non vi erano reali proposte né concrete indicazioni per

il cambiamento, nello schieramento laico, al contrario, cominciarono a farsi avanti alcune ipotesi di

trasformazione dell'assetto giuridico della concessionaria. La storia della Rai, d'ora in poi, vedrà

strettamente intrecciati i percorsi della programmazione, del rapporto con il pubblico, della crescita

e dello sviluppo aziendale, con le distanze politico-sociali che tendevano a cambiare le regole del

gioco e a rompere il monopolio. 11. Ribalta accesa

1. Una fabbrica di consenso

Il paese era cresciuto in virtù di una profonda trasformazione strutturale; la società italiana era

diventata mediamente più ricca; nuovi processi culturali ne avevano modificato fisionomia e

comportamenti. I mezzi di informazione sono centro di queste crisi di rinnovamento e ne registrano

tutti i passaggi. Proprio nel luglio di quell'anno, il 1960, la sentenza della corte costituzionale, come

abbiamo visto, aveva sollecitato il governo ad aprire le porte della Rai "a chi era interessato ad

avvalersene per la diffusione del pensiero nei diversi modi del suo manifestarsi". La questione del

pluralismo, nell'uso del più importante mezzo di informazione, è ormai al centro del dibattito

politico e lo resterà per sempre. Cominciavano ad essere presentate le prime mozioni e interpellanze

in parlamento, a cui il governo rispondeva ancora con malcelato imbarazzo.

2. Nuovi fattori di cambiamento

I mutamenti intervenuti nella struttura e nella composizione sociale e politica del paese

richiedevano che il partito di maggioranza relativa rinunciasse a un rapporto di semplice possesso

nel campo del mezzo di informazione di massa più potente. Nel decennio appena iniziato le

strategie si orientano quindi verso modelli di organizzazione aziendale della Rai, di formazione del

prodotto, di distribuzione dell'offerta, capaci di porsi non come semplici strumenti di amplificazione

della politica della democrazia cristiana, ma come momenti attivi per la costruzione di un modello

sociale più moderno è maturo.

Il cambiamento delle condizioni materiali di vita indotto dal miracolo economico stava anche

cambiando la testa degli italiani.

Con una platea che ormai varia fra i dieci e i 15 milioni di spettatori, la televisione si sta

caratterizzando soprattutto per la sua capacità di organizzare l'intero corpo sociale. La dimensione

privata del suo consumo ne rappresenta la nota dominante.

Dal punto di vista massmediologico tre furono i principali fattori di cambiamento di quest'epoca:

1) la modificazione del consumo e la differenziazione del pubblico; 2) la ristrutturazione dell'offerta

mediante una più avanzata concezione del palinsesto; 3) la decisa influenza delle tecnologie sul

linguaggio televisivo.

Dai primi anni sessanta, poco a poco scompare il consumo comunitario della televisione, tipico

dell'esordio. È certo però che proprio la televisione riesce a creare le principali occasioni di unità

familiare. La famiglia è un nucleo ormai più coeso, più consapevole, più informato, sul quale

occorre agire con strumenti più sofisticati e meno grezzi. Non a caso, nel pieno dei gli anni sessanta,

si abbandona il codice di autoregolamentazione, migliora il telegiornale, si moltiplicano le rubriche

di informazione e, nel campo dello spettacolo, si adottano modelli di maggiore originalità. La Rai

diventa sempre più consapevole della propria identità di apparato e vuole soprattutto guidare e

orientare il suo pubblico attraverso una più raffinata strategia di consumo. L'offerta televisiva non è

più vissuta come fruizione occasionale di un singolo programma, ma tende a trasformarsi in

abitudine di ascolto.

Il campo nel quale il potere di controllo venne invece esercitato con conseguenze immediate sul

linguaggio televisivo e sullo stile della programmazione è quello tecnologico. Le trasmissioni

informative sempre più spettacolarizzate modificano profondamente il sistema del giornalismo

televisivo; la nascita di nuovi generi crea nuovi stili e nuovi divi, che si impongono esclusivamente

attraverso la televisione. Il montaggio elettronico favorisce l'abitudine dello spettatore al ritmo

cinematografico del racconto, determinando un duplice effetto positivo: da un lato, l'inizio di una

programmazione cinematografica di alto livello filmico culturale, e, dall'altro, una autonoma

produzione di cinema per il piccolo schermo che porterà a lavorare per la Rai i più grandi autori

italiani. Anche romanzo sceneggiato subisce questo contagio.

4. I programmi che hanno fatto la tivù

Nel decennio 1960-70 la Rai si dedica alla creazione di un pubblico popolare il più possibile

omogeneo. Un progetto favorito dalla dimensione sempre più familiare dell'ascolto e perseguito

attraverso l'estensione della programmazione intorno a tre grandi aree tematiche: lo spettacolo

leggero e di varietà, che negli anni sessanta raggiunge forme di spettacolo totale, una volta

affrancatosi dei modelli americani; la musica leggera, soprattutto quella direttamente prodotta nelle

grandi esibizioni sonore; i programmi culturali e di informazione, ormai giunti ad un livello

notevole di qualità divulgativa. In tutte queste aree s'inaugura un massiccio utilizzo di quella

politica dei generi che, partendo dall'obiettivo di determinare una profonda riqualificazione del

pubblico, doveva interessare tutti i vari livelli del consumo: dal fantastico all'informazione.

Questa politica dei generi si coglie molto bene, in tutta la storia della televisione, nel rapporto solido

e costante che si stabilisce, nel corso degli anni, tra informazione televisiva e avvenimenti sportivi.

La varietà delle forme con cui questi ultimi sono stati sempre proposti sul piccolo schermo, dal

notiziario alla rubrica, dalla ripresa di rete integrale alle sintesi dimostra la duttilità del linguaggio

televisivo nel riuscire a spettacolarizzare lo sport.

Nel gennaio del 1961 il decennio televisivo si apre sullo spettacolo delle gambe, senza calzamaglia,

delle gemelle Kessler nello show “Studio Uno“. Queste propongono un erotismo "freddo", che non

emoziona e non turba, quindi lecito. Nasce il divismo popolare italiano sull’onda di personaggi

come Pippo Baudo e Raffaella Carrà.

Affidata per molti decenni soprattutto alla divulgazione radiofonica, la canzone è diventata

nell'epoca della televisione di massa uno dei capisaldi della programmazione leggera e il Festival di

Sanremo diventa un appuntamento immancabile.

Con la nascita del secondo programma, anche la cultura e l’informazione vengono depurate da un

eccesso di pedagogismo e riproposte sottoforma di rubrica culturale, indagine sociale, ricostruzione

storica. Modelli che verranno usati per stabilire forme di compromesso con le sinistre e

corrispondere ai nuovi bisogni del pubblico. Rivolta a spettatori di livello culturale elevato si

espande sempre di più la programmazione scientifica come il famoso “Orizzonti della scienza e

della tecnica” di Giulio Macchi e nasce “Sapere”, un programma che tentava di mettere a

disposizione del pubblico uno strumento di conoscenza che svariasse in diversi campi.

5. Lo spettacolo riprodotto

i generi organizzati sul modello dello spettacolo riprodotto affollavano il palinsesto televisivo

soprattutto per ragioni, come dire, istituzionali. Il compromesso che nei primi quindici anni si

stabilisce fra le televisione, da un lato, e i teatri cinema, dall'altro, obbedisce a un primo tempo a

criteri di saccheggio, ma successivamente si ispira a criteri di doverosa documentazione di

linguaggi espressivi narrativi, che la televisione cattura cercando di facilitarne le sovrapposizione ed

evitare danni reciproci. Se un'intera generazione di italiani ha potuto assistere a una quantità

notevole di rappresentazione teatrale lo si deve alla televisione.

Fatta eccezione per le riprese "esterne" precedenti l'avvento della video registrazione, un vero

proprio rapporto produttivo fa televisione e teatro comincia solo nel momento in cui il mezzo

elettronico si metta servizio della realtà scenica, "traducendo" è "adattando" i linguaggi di

quest'ultima.

Superata ben presto la fase "radiofonica" della supremazia del testo, il testo televisivo si avvale

degli elementi propri del linguaggio elettronico realizzando vere e propria messinscena d'autore.

Dopo la seconda metà degli anni sessanta, il modello linguistico della tv-teatro comincia a

trascurare testi di stretta origine teatrale, attuando ipotesi di contaminazione alquanto suggestive.

Nel 1963 esce in tv “Mastro Don Gesualdo”, primo film a puntate prodotto dalla tv italiana. A

partire da questa data le strade dello sceneggiato si biforcano: il teleromanzo da studio continuerà ad

ispirarsi alla letteratura ottocentesca, gli sceneggiati filmati cominciano ad adottare gli schemi e i

modelli produttivi del cinema italiano ed europeo, la diffidenza verso la cinematografia finisce.

Nel palinsesto settimanale, la programmazione cinematografica si articola ora in cicli d'autore,

rassegne, edizioni critiche presentate e commentate in studio. Sembra di assistere a un grande

cineclub popolare. Dal 1964 nelle preferenze del pubblico il film popolare e il film d‘autore

occupano il primo posto, scavalcando il telefilm americano.

Alla base di questa svolta c'è la consapevolezza che il mezzo si trova in un passaggio delicato della

sua funzione sociale e che per mantenere la propria egemonia occorre procedere a robuste

innovazioni anche strutturali; ma non va trascurata l'aspirazione del gruppo dirigente cattolico di

vedere colmare un vuoto ideologico e stabilire una concorrenza politica e non solo culturale con il

grande apparato commerciale cinematografico ancora influenzato dallo schieramento di sinistra.

6. Quel piccolo, quasi intimo strumento...

Col suo "chiacchiericcio da pensionati", la radio sembrava aver perduto molte delle sue qualità.

Poche le novità nei primi anni sessanta. La radio è il banco di prova di trasmissioni e personaggi

che, più tardi, troveranno il grande successo popolare sul piccolo schermo.

Con l'avvento del transistor e la radio accentua la propria peculiarità di mezzo di comunicazione

individuale. Così anche l’apparato radiofonico si sposta verso forme e qualità dei messaggi che

privilegiano il riferimento al singolo, e spesso, solitario ascoltatore. Questa innovazione tecnologica

coincide con il formarsi di una cultura marcatamente giovanile, che rintraccia nella musica rock più

che nel cinema i propri miti e modelli di comportamento.

Con la riforma del 1966 i tre canali assumono una funzione complementare, con palinsesti

diversificati e attenti ai generi, offrendo così al pubblico un’offerta continua per tutto l’arco della

giornata e mettendo in atto strategie di ascolto di massa in quegli spazi dove minore risulta

l’incombenza televisiva-

Particolare attenzione viene dedicata al pubblico giovanile che decreta infatti lo straordinario

successo di "Bandiera gialla". Grazie a questo appuntamento del sabato pomeriggio la radio assume

con naturalezza un ruolo privilegiato nei gusti della nuova classe generazionale che si va formando,

e svolge anche un accurato compito critico e informativo nella omonima rubrica di corrispondenza

sul "radio corriere".

Per quanto riguarda l'informazione, le edizioni del giornale radio erano passate da 26 a 32 e

continuavano a mantenere il primato di ascolto soprattutto nel primo mattino e nelle ore centrali

della giornata.

Tutte queste iniziative non sembravano però sufficienti a rispondere adeguatamente nuovo bisogno

di comunicazione della società italiana che cominciava a manifestarsi in modi del tutto inediti.

Già nell'ultimo scorcio degli anni sessanta, in pieno rivolgimento studentesco, la voglia di

"chiacchiera" e liberamente divagatoria appare anche nei canali della Rai. Il 1969 si inaugura con

un vero e proprio programma-manifesto del "nuovo corso" dell'etere, "chiamate Roma3131", tre ore

di trasmissione quotidiana in diretta telefonica con gli ascoltatori, invitati a raccontare le proprie

storie, i problemi personali, a chiedere consiglio e aiuto agli speacker che facevano da tramite con

gli esperti dei settori più svariati e anche con i personaggi dello spettacolo. questo programma

intendeva con questa iniziativa dare nuovo smalto al compito di servizio pubblico dell'apparato; ma

altresì anticipava quell'idea della radio fatta dagli ascoltatori che sarà poi alla base della produzione

delle emittenti "libere" nella seconda metà degli anni settanta.

In questo periodo, più che l'autore tradizionale di radiodrammi, si afferma la figura del regista

autore, chiamato ad inventare nuove modalità di montaggio su una suggestiva partitura di voci,

musica e suoni. L'originalità del montaggio consentiva di rendere spettacolare anche una rubrica di

informazione sul teatro.

Su queste premesse nascerà nel 1973 alla serie delle "Interviste impossibili", che restano nella storia

della radio un esperimento unico, per valore artistico e presa spettacolare, nei rapporti spesso

scontrosi e diffidenti tra gli intellettuali italiani e la radio e televisione pubblica. Scrittori famosi

accettarono con entusiasmo di inventare dialoghi fantasiosi con grandi personaggi del passato,

sperimentando la formula letteraria dell’intervista.

7. La centralità della Rai

Il pubblico era diventato più maturo l’informazione della carta stampata aveva aperto nuovi spazi

alle problematiche sociali che in televisione non passavano tanto facilmente. Il 68 esplode ma la

televisione e la grande stampa, quando si occupano degli studenti lo fanno con un pregiudizio a

volte malizioso: l’anarchismo, la mancanza di rispetto, l’intolleranza sono gli aspetti messi

maggiormente in evidenza dai mass media.

Il 25 giugno 1967, per la prima volta, un miliardo di telespettatori era stato raggiunto

simultaneamente da suoni e da immagini attraverso la "mondo visione". La Rai partecipava, in rete

Eurovisione e intervisione, al primo collegamento diretto televisivo con cinque continenti,

realizzato con l’impiego di cinque satelliti.

La tv inaugura nel 68 una nuova fascia oraria con una nuova edizione del telegiornale,che aveva una

preminenza politica sugli altri generi tanto da diventare sempre più importante e di carattere

istituzionale. Un telegiornale e dei giornalisti eccessivamente ossequiosi nei confronti del potere

politico.

Con la protesta sociale si fa sempre più pesante il dibattito sulla riforma della Rai, che viene attuata

solo nel 1975. 12. Anni di piombo

1. Un monopolio pubblico e riformato

Il 68 non solo aveva mandato in frantumi il "miracolo economico" ma aveva messo in crisi tutto

l'assetto e ruolo del sistema di comunicazione di massa, aveva fatto saltare le sue rigidità, aveva

liberato nuove forze ed espresso nuove domande sociali e politiche. Negli anni immediatamente

successivi, il sistema appare quindi improvvisamente arretrato e inadeguato rispetto i livelli di

conoscenza sociale che si vanno producendo.

Anche se un po' semplicisticamente, si può affermare che la storia della radio televisione, per un

periodo limitato che va dal 1970 al 1975, può essere vista come una continua oscillazione tra

fermenti rivoluzionari e istanze di ristrutturazione capitalistica. Nel compromesso che si stabilì tra

l'una e l'altra di queste opzioni finirà per vincere una terza strada, quella di un mercato da

capitalismo selvaggio che culminerà con l’avvento del duopolio.

A cavallo dei due decenni le forze che si muovevano, interessate a un cambiamento della Rai erano

tre:

- Maggiori forze politiche, primo fra tutti il partito socialista

- sindacati, uomini di cultura, costituzionalisti, movimento francofortese

- lo stesso management della rai

L'esperimento "garantista" non aveva funzionato e nel primo biennio degli anni settanta il dibattito

sulla riforma si amplia e si estende a tutti i soggetti sociali. Ciò avviene alla vigilia del rinnovo della

convenzione ventennale fra lo Stato e la Rai che scadeva nel 1972. In quello stesso periodo

cominciano a comparire le prime televisioni locali private via cavo. Il fronte di contestazione del

monopolio è tanto ampio quanto composito, ma due sono le linee di fondo sulle quali esso si

articola: la linea della riforma interna dell'azienda e la linea dell'apertura alla privatizzazione.

In questo clima così vario e indefinito prende corpo l'ipotesi di privatizzazione.

2. Fermenti nell'etere

A partire dal 1973 a grande crisi investe tutti i paesi capitalistici tra cui l'Italia con pesanti

ripercussioni sulla sua politica economica e sociale, che durano per tutto il corso dei gli anni

settanta. Diventata una delle nazioni più industrializzata del mondo, l'Italia si trova esposto a una

forte ondata di recessione.

La crisi non determina tuttavia stagnazione ma accentua il dinamismo, che ha nuove forme di

aggregazione, nuove mode, e contemporaneamente distrugge vecchi valori e vecchie mentalità.

Il processo di privatizzazione dell'attività radiotelevisiva assume due direzioni. Da un lato

l'aggressiva concentrazione di grandi gruppi editoriali; dall'altro la frammentazione e la

polarizzazione delle iniziative ad opera di piccole imprese sparse su tutto il territorio nazionale.

Tra il 1973 e 1974 le mini reti via cavo sorgono un po' dappertutto in Italia. Dopo aver cominciato a

trasmettere regolarmente, Telebiella viene fatta tacere nel gennaio del 1973. Solo un


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
Università: Teramo - Unite
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cecilialll di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dei media e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Teramo - Unite o del prof Crainz Guido.

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