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Monteleone - storia della radio e della televisione in Italia

L'invasione dell'immagine

Intorno alla metà degli anni cinquanta, quando la rapida espansione del nuovo mezzo si impose agli occhi di tutti, la crisi della radio italiana si manifestò in tutta la sua evidenza. Obbligata a riconsiderare il proprio ruolo sociale, la radio sente di dover modificare la sua organizzazione e i suoi programmi, riconvertire il suo rapporto con il pubblico adeguandosi alle nuove condizioni di ascolto trasformate dalla televisione.

La maggior parte degli italiani, fra il 1945 e il 1955, si guadagnava da vivere ancora nei settori tradizionali: piccole aziende arretrate e con uno sfruttamento intensivo, negozi e piccoli siti commerciali. Il tenore di vita era basso e l'agricoltura continuava ad essere il più vasto settore di occupazione. Ma in poco meno di un decennio il paesaggio rurale e urbano, così come le dimore dei suoi abitanti e i loro modi di vita, cambiarono radicalmente e l'Italia diviene una delle nazioni più industrializzate dell'Occidente.

A travolgere quel modello di comunicazione di massa offerto dalla radio non fu tuttavia soltanto l'avvento della televisione, quanto i profondi mutamenti prodotti nella società e nella struttura del paese. Il pubblico radiofonico si restringe progressivamente. Dopo un periodo di equilibrio, durato appena qualche anno, il rapporto quantitativo degli ascolti comincia a pendere decisamente a favore della televisione e la radio diventa "rumore di fondo" trovandosi bruscamente a confrontarsi con la sottrazione di spazi, di forme espressive, di peculiarità che le erano proprie.

Ma paradossalmente la televisione va tuttavia storicamente considerata una derivazione diretta della radio; è dalla radio che si plasma infatti il mezzo televisivo, sia dal punto di vista tecnico, sia dal punto di vista dei linguaggi e delle forme discorsive.

L'apparato forma il suo pubblico

Il 10 aprile del 1954 la Rai, pur mantenendo la stessa sigla, cambia ufficialmente denominazione: radio televisione italiana al posto di radio audizioni Italia. Con l'avvento della televisione la situazione economica e le strutture d'impresa della Rai si modificano radicalmente. Fino a quel momento l'azienda era rimasta una realtà economica collegata, in un certo senso subordinata, alla grande industria monopolistica elettrica e radioelettrica.

Con l'inizio dell'esercizio televisivo la Rai non solo diventa una colossale fabbrica di merce di consumo ma anche una potente finanziaria in grado di determinare una considerevole influenza su ampi settori di interessi economici. La nascita della televisione avviene in un momento di forte espansione economica. È in questa dinamica economica che occorre osservare la nascita del consumo televisivo di massa.

Il capitalismo italiano trova in effetti nel nuovo medium una singolare ipotesi di sviluppo, tanto da abbandonare altri settori dell'industria culturale per spostarsi decisamente sulla televisione che, dopo il primo anno di assestamento, vede aumentare i propri ascolti con indici di incremento rapidi ed elevati. Proprio laddove maggiore fu il suo consumo, cioè nelle zone sottosviluppate del sud, fu subito evidente che lo spettacolo televisivo avrebbe cambiato i modi di vita e le abitudini delle masse molto più di quanto non avesse fatto la radio negli anni 30.

Nasce così, con caratteristiche originali, l'apparato televisivo, un mezzo con un orientamento politico-culturale dell'industria del tempo libero radicalmente nuovo: il tentativo di creare un pubblico unificato, al quale proporre modelli di informazione e di comportamento standardizzati. L'apparato della televisione nasce con connotati del tutto nuovi per l'Italia. Innanzitutto, è separata dagli altri apparati del tempo libero e funziona secondo una logica di un'impresa orientata a produrre su scala industriale; in secondo luogo, essa produce beni di consumo in condizioni di monopolio, quindi con un enorme vantaggio rispetto ad altri produttori; in terzo luogo, l'apparato televisivo avrà una sua tradizionale logica capitalistica, secondo la quale è il mercato che condiziona la produzione, programmando contemporaneamente sia produzione che consumo: l'apparato forma cioè, il suo pubblico.

Lo schema orario giornaliero e settimanale è costruito su appuntamenti fissi, tuttavia un vero e proprio palinsesto concepito come progetto, come strategia dell'offerta manca nella televisione degli inizi. Le prime preoccupazioni relative all'organizzazione dei programmi sono soprattutto di opportunità politica; da un lato è indispensabile presentare un'offerta ordinata e puntuale, dall'altra bisogna abituare il pubblico a un ascolto non casuale, evitando cioè di interferire troppo bruscamente con la quotidiana organizzazione di studio, di lavoro e di riposo degli italiani, in tutte le diverse fasce di età.

Vecchi e nuovi consumi culturali

Gli anni del decollo televisivo sono anche quelli che assistono a un'esplosione delle dinamiche dei comportamenti di consumo privato è individuabile, dagli elettrodomestici all'automobile. È un periodo di facile entusiasmo, anche se fortemente popolare. Ma è nel tempo libero e nei consumi culturali degli italiani che si notano maggiori elementi di novità. Il cinema vive una stagione felice, sono in aumento le tirature di giornali settimanali, si diffonde il consumo musicale di massa. Era inevitabile che la televisione finisse per comprimere lo spazio degli altri settori dell'industria culturale. Il primo a risentire della crisi è il teatro.

Ma l'impatto più significativo della televisione si determina con l'unico vero altro apparato che nell'Italia degli anni cinquanta produce e diffonde cultura di massa: l'industria cinematografica. Volendo cercare di schematizzare, secondo un ordine di priorità, le cause che in Italia hanno determinato un impatto così squilibrato tra i vecchi apparati dell'industria cinematografica e il nuovo apparato nascente della televisione, a tutto vantaggio di quest'ultimo, è possibile indicare sostanzialmente tre fattori di crisi: la polarizzazione produttiva dell'industria cinematografica, la saturazione della domanda, il rapporto con le nuove tecniche di ripresa e di proiezione. L'apparato televisivo nasce quindi, e si consolida, nel momento di maggiore debolezza dell'apparato cinematografico.

Ma al di là delle cifre quantitative, il dato interessante è che la televisione tende modificare il "vissuto" dei suoi consumatori. Il possesso del televisore modifica immediatamente, e in misura massiccia, l'uso del tempo libero. Esso tende a organizzarsi in maniera sempre più ampia all'interno dello spazio domestico, ed è questo spazio che si pone come sbocco naturale del consumo televisivo, a discapito del consumo cinematografico. Di fronte a questa situazione, ad ogni modo, gli esercenti cercarono di parare il danno ricorrendo a un accordo diretto con la televisione. In un primo tempo, ad esempio, ottennero lo spostamento di "lascia o raddoppia?" dal sabato al giovedì, per far fronte alla concentrazione degli incassi al fine settimana, generalmente i più alti per l'esercizio cinematografico.

Pulpito e cattedra

Ai mezzi di comunicazione di massa, dalla radio al cinema, alla stampa per ragazzi, e infine alla televisione, veniva riconosciuta una indiscussa funzione educativa e di orientamento, una generale capacità di interpretare le aspirazioni e la domanda culturale della massa. La televisione, per la forza stessa della sua attrattiva, apparve subito come lo strumento fondamentale di intervento sociale ed un'occasione irripetibile di modernizzazione della cultura in senso antilaicista. Su altri centri di produzione culturale l'influenza dei cattolici-democristiani si era fortemente ridotta. In quella che possiamo definire storicamente una prima ipotesi di lottizzazione, la televisione fu dominata dall'area politica che, nel campo dell'industria culturale, non aveva che pochi strumenti di intervento.

Un nuovo rapporto con il pubblico, ovvero la suddivisione della distribuzione dei generi in relazione alle fasce orarie e alla composizione qualitativamente differenziata dell'audience, indica che il gruppo dirigente al quale è stato affidato il compito di espandere, con grande rapidità ed efficacia, il servizio di televisione in tutto il paese sta lavorando nel segno di un progetto culturale di notevole maturità. L'attenzione agli aspetti morali della comunicazione per l'immagine, pur se dettata da preoccupazioni eminentemente religiose, denota già una complessa e articolata concezione del mezzo.

Il magico occhio luminoso

Moderno e antimoderno

La battaglia contro la televisione, che si scatenò allora, e che tiene banco per quasi un ventennio, non era frutto di una sola parte politica: essa faceva parte della strategia di quell'ampio fronte antimoderno che vedrà saldarsi, con sotterranee alleanze, una parte del mondo cattolico, il partito comunista e frange dell'aristocrazia laica e del grande capitale. Il rifiuto di questo complesso ceto politico-intellettuale verso la televisione può essere schematicamente descritto, a grandi linee, in questo modo: innanzitutto una totale incapacità di comprendere quanto l'offerta culturale di massa della televisione elevasse comunque il grado di democraticità del paese; in secondo luogo una ferrata volontà di demonizzare il mezzo, non osservandolo per quello che è ma attribuendogli un’improbabile connotato di classe; infine il rifiuto di considerare la cultura di massa e la comunicazione di massa come un sistema di apparati che richiedono, per la loro complessità, l'individuazione di meccanismi e di strutture di funzionamento.

Gli italiani sentono per la prima volta di avere un punto di riferimento nazionale collettivo alle loro azioni private, al loro vissuto quotidiano. La tv allarga l'orizzonte della comunità domestica, ma nello stesso tempo rende i membri di quella comunità consapevoli di una comune appartenenza. La televisione incontrò la maggior popolarità tra quelle categorie sociali e in quelle regioni che si sentivano maggiormente escluse dalla vita moderna.

Per buona parte degli anni cinquanta fu generalmente considerata come cinema dei poveri, e non senza ragione: la semplicità e l'immediatezza delle immagini televisive sembravano conformarsi perfettamente alle qualità tradizionali di gran parte della cultura popolare del paese. Il mondo popolare subalterno, per la prima volta nella storia d'Italia, veniva strappato dalle sue tradizioni e dal contesto, spesso millenario, delle sue esperienze primarie e veniva spinto a integrarsi con la grande platea collettiva.

La struttura dell'ascolto favoriva questa integrazione. Le ore di trasmissione erano divise in due grandi fasce, quella pomeridiana dedicata ai ragazzi e quella serale dedicata agli adulti. La domenica le trasmissioni proseguivano di mattina con i consueti appuntamenti religiosi e la sera veniva mandato il telegiornale, che divenne realmente quotidiano solo nel 1956.

Colpendo la televisione si volevano colpire modelli del capitalismo consumistico, il mito del profitto, i simboli di una società in evoluzione. Per gli intellettuali, soprattutto per quelli schierati e "ingaggiati" nei partiti della sinistra sociale comunista, la televisione minacciava l'egemonia di un magistero esercitato in quasi tutti i settori tradizionali della cultura. Purtroppo gli intellettuali saranno gli ultimi a capire quello che stava accadendo; la resistenza al cambiamento è segno del timore di perdere uno status che i primi dieci anni di democrazia avevano loro garantito.

Il "miracolo" e il suo schermo

Il manager che aveva tenuto a battesimo il fenomeno televisivo italiano, Filiberto Guala, fu costretto a dimettersi il 27 giugno del 1956. Pochi anni dopo entra a far parte dell'ordine dei frati trappisti. Che cosa era accaduto? Semplicemente che la matrice religiosa non bastava più; essa era servita a "lanciare il prodotto", ma adesso l'azienda di radiotelevisione andava gestita con criteri diversi, più rispondenti al quadro politico attuale. Con la ristrutturazione operata da Rodinò la Rai assunse quella fisionomia aziendale tecnica e culturale che la distingueva per tutti gli anni sessanta. I primi anni di questo manager sono quelli della grande espansione della pubblicità, della nascita della televisione scolastica e della televisione per ragazzi.

Alla rottura dell'orizzonte domestico entro il quale ogni sera il piccolo schermo portava l’immagine di un mondo sconosciuto (consumistico) corrispose un'analoga rottura delle abitudini di vita e delle barriere linguistiche. Individui e famiglie si trovarono di fronte a una gamma di scelte enormemente allargate e la comunicazione linguistica vi si adeguò. Anche se in virtù di una pesante omologazione culturale, tendente alla banalizzazione diffusa, la televisione accrebbe la diffusione delle conoscenze e del sapere, accelerando la circolazione delle informazioni, favorendo l'acquisizione di nuovi risorse linguistiche da parte di una popolazione molto differenziata che, in numerose aree geografiche, usava ancora solo il dialetto.

Gli anni del "saccheggio"

Una televisione costruita attraverso il semplice assemblaggio del materiale trasmesso; un’utenza culturalmente ancora disarticolata. In questa situazione il primo grande obiettivo non poteva non essere lo sviluppo di un pubblico omogeneo, unificato, di massa. Non a caso, al suo apparire, la televisione è uno strumento di intrattenimento comunitario: la si guarda al bar, in parrocchia, nelle sezioni di partito. Si consuma la televisione insieme ad altre persone, prevalentemente al di fuori del nucleo familiare, con le quali si condivide una visione del mondo. In questo periodo saranno forti il sentimento di gruppo, la discussione, la "conversazione" in un paese che conosce poco questo strumento fondamentale della convivenza.

La televisione delle origini manca di identità mediologica, è ancora scarsamente consapevole delle proprie autonome potenzialità, ed è lontana dall'aver scoperto le opportunità di un "palinsesto" nel quale si razionalizzi del tutto l'offerta dei programmi. La tv è essenzialmente concentrata su due preoccupazioni: da un lato costruire una sequenza cronometrica delle trasmissioni, dall'altro orientare il pubblico, con intento chiaramente pedagogico, ad un ascolto "corretto", evitando che diventi dirompente rispetto agli intenti di studio dei ragazzi.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/06 Cinema, fotografia e televisione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cecilialll di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dei media e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Teramo o del prof Crainz Guido.
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