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Storia Cina 2 Appunti scolastici Premium

Appunti di Storia della Cina 2 basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof.ssa De Giorgi dell’università degli Studi Ca' Foscari Venezia - Unive, Facoltà di Lingue e letterature straniere,Corso di laurea in lingua, cultura e società dell'Asia e dell'Africa meridionale. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Storia della Cina 2 docente Prof. L. De Giorgi

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ESTRATTO DOCUMENTO

Fu nel corso dell’ultimo decennio dell’Ottocento che il letterato Kang Youwei offrì al mondo

intellettuale cinese la propria interpretazione della nozione di progresso e, quindi, la ricetta

per avviare un mutamento istituzionale radicale. Kang Youwei era stato tra i principali attori

delle “Riforme dei Cento Giorni” del 1898, spezzate dall’azione dell’imperatrice vedova Ci

Xi: costretto a fuggire all’estero, aveva fondato la Società per la Protezione

dell’Imperatore, un’organizzazione che si era opposta con forza alle idee e alle iniziative

rivoluzionarie di Sun Yat-sen.

Le tesi di Kang riguardano la preservazione della Cina in quanto nazione. Egli afferma che

i veri insegnamenti confuciani vanno rintracciati nei testi (“Nuovi Testi”) che risalgono al

primo periodo Han. I “Nuovi Testi” richiamano l’idea di un confucianesimo orientato verso

istanze politiche e riformatrici. Kang offre un’immagine di Confucio in quanto “innovatore e

saggio lungimirante sovrano”, il cui esempio resta fondamentale per tutti coloro che

enfatizzano l’esigenza di grandi cambiamenti istituzionali utilizzando l’esperienza del

passato. La storia dell’umanità si articola lungo tre epoche assiali:

L’età del disordine il mondo è immerso

- L’età della pace possibile sarà possibile entrare presto se verranno adottate

- riforme adeguate

L’età della pace universale proiettata in un indefinito futuro

-

Le sue idee posero in discussione l’identità tradizionale cinese, proponendone una nuova.

La Cina necessitava ora di una monarchia “riformata” (costituzionale) al fine di affrontare

adeguatamente i profondi mutamenti in corso, promuovere l’unità della nazione e legare

più strettamente sovrano e popolo. Attraverso la creazione di nuove istituzioni, era

possibile garantire non solo una solida unità tra sovrano e popolo, ma altresì in seno al

popolo stesso.

Liang Qichao allievo di Kang, tra i protagonisti delle “Riforme dei Cento Giorni”, fu strenuo

oppositore delle tesi di Sun Yat-sen. I suoi scritti ebbero un impatto enorme.

Liang riteneva che ogni cambiamento dovesse muovere dall’esigenza di diffondere

l’alfabetizzazione, attraverso l’abolizione del tradizionale sistema degli esami imperiali e la

creazione di un moderno sistema scolastico nazionale basato sull’integrazione tra sapere

occidentale e tradizione cinese. Così, crescita intellettuale e coscienza politica sarebbero

stati parallelamente promossi.

L’èlite aveva esigenza di dare vita a forme associative varie con l’obbiettivo di studiare e

discutere i cambiamenti politici e sociali che sarebbe stato necessario avviare e, più in

generale, di mobilitare le energie della classe dirigente. Secondo Liang è necessario

estendere tale processo a livello di Stato-nazione, promuovendo su base volontaria

società di studio e altri tipi di associazione i cui membri siano soggetti politici attivi. Lo

Stato-nazione moderno doveva affondare le proprie radici in “uomini nuovi”, veri e propri

“cittadini”, educati ad assumersi le proprie responsabilità e ad agire con autonomia.

L’ “uomo nuovo” ideale si presenta come l’opposto del contadino cinese tradizionalista e

fatalista: è coraggioso, pieno di fervore, dotato di spirito di avventura e anche aggressivo,

in sintonia con i tempi moderni e con la moderna fede nel progresso ispirata

dall’Occidente.

È dunque vitale che la Cina sia in grado, attraverso le riforme, di trasformare l’impero

tradizionale in un moderno Stato-nazione.

L’appello alla coesione e alla partecipazione lanciato dall’èlite intellettuali trovò presto

adesioni in varie province. Le prime società di studi si formarono a Pechino e Shanghai,

ma vennero presto bandite. Gli ideali e i valori coltivati dalle èlite si diffusero rapidamente

grazie soprattutto alla pubblicazione di giornali, che divennero presto un veicolo

essenziale di propaganda del pensiero radicale e riformista.

Il confucianesimo, in quanto ideologia, era stato fortemente indebolito con la fine del

sistema degli esami imperiali, nel 1905. La sua influenza restava ancora solida nella

società e nella famiglia.

Al centro del “Movimento di Nuova Cultura” che si sviluppò a partire dal 1915 fu proprio il

rigetto dei valori culturali, sociali ed etnici tradizionali e lo sforzo per definire nuovi valori e

nuovi orientamenti. Componente essenziale del cambiamento radicale doveva essere la

riforma della lingua: la lingua classica o letteraria rappresentava un ostacolo

all’alfabetizzazione e alla creazione di quella opinione pubblica colta, indispensabile allo

Stato-nazione moderno. Il veicolo più influente per l’espressione della lotta contro il

“vecchio” e della speranza per un “nuovo” ordine culturale e sociale fu il periodico “Nuova

Gioventù”: a partire dal 1917 fu pubblicato in lingua vernacolare. Nel 1921 il Ministero per

l’Educazione annunciò che tutti i testi utilizzati nella scuola primaria sarebbero stati

pubblicati in lingua vernacolare.

L’attacco portato sulle pagine di “Nuova Gioventù” ai valori tradizionali quali la “pietà

filiale”, il rispetto verso il passato e le tradizioni e la posizione delle donne al fondo della

scala familiare e sociale fu radicale. Questa nuova visione pone i giovani al centro delle

speranze future.

Il fondatore di “Nuova Gioventù” fu Chen Duxiu.

La funzione essenziale dell’Università di Pechino, fondata nel 1898, era quella di formare

nuove leve destinate a ricoprire posizioni all’interno del sistema burocratico.

La rivoluzione linguistica e letteraria e la rivoluzione sociale e culturale anticonfuciana che

presero avvio a partire dal 1915 si saldarono presto dando vita ad una vera e prioria

rivoluzione intellettuale, ch epose le basi per il successivo “Movimento del Quattro

Maggio” del 1919, insieme di attività e di esperienze politiche e culturali che fiorirono

essenzialmente nelle aree urbane.

Il nuovo grande slancio intellettuale e culturale prese avvio a partire dal 1919 ed i suoi

riflessi sociali e politici si fecero sentire. Ci fu grande riflessione sulle strategie da adottare

e sugli strumenti da utilizzare, il dibattito e l’enfasi sui bisogni dell’individuo e

sull’individualismo toccarono il culmine grazie alla debolezza dell’apparato statale e al

senso di liberazione che si diffuse tra larga parte della gioventù urbana.

Nell’estate del 1920 sorsero varie società di studio che costituirono la base organizzativa

per la successiva formazione delle prime organizzazioni politiche.

Tra i primi furono Chen Duxiu, Li Dazhao e anche il giovane Mao Zedong, che dopo un

periodo di studio e lavoro presso l’Università di Pechino era ritornato nel nativo Hunan per

fondare la società di studio.

Il marxismo esercitò in quegli anni una forte attrazione teorica su numerosi intellettuali

cinesi. Esso offriva una visione rivoluzionaria del progresso sulla base del materialismo

storico, secondo cui lo sviluppo della società umana avveniva attraverso determinate

tappe e il passaggio da una tappa all’altra avveniva grazie al ruolo propulsivo della lotta tra

classi sociali per il controllo dei mezzi di produzione. La Cina è una delle tante vittime

dell’espansionismo imperialista dell’Occidente, che ha bisogno di sviluppare propri imperi

per appropriarsi delle materie prime e del lavoro a basso costo necessari a sostenere la

crescita del capitalismo in patria. La liberazione delle colonie e semicolonie dal giogo

occidentale avrebbe portato al declino dell’imperialismo e del capitalismo. Il marxismo era

in grado di spiegare “scientificamente” che la ragione principale dell’arretratezza della Cina

e delle umiliazioni da essa subite nel corso dei decenni stava nel suo ruolo di

subordinazione e di dipendenza all’interno del sistema capitalistico e imperialistico.

Il marxismo affascinava numerosi intellettuali, in quanto aveva dimostrato nella pratica la

propria efficacia, avendo costituito la base ideologia della straordinaria vittorie della

rivoluzione in Russia contro l’autoritarismo zarista. L’offerta avanzata dal nuovo governo

rivoluzionario russo nel 1919 – l’anno in cui la Cina si era sentita tradita dalle Potenze

occidentali per la restituzione della provincia dello Shandong – di rinunciare a tutti i

privilegi estorti in passato dal governo zarista, non fece che accrescere l’attenzione e la

simpatia di molti circoli intellettuali verso la Russia rivoluzionaria.

L’anarchismo rappresentò, nei primi due decenni del Novecento, una delle correnti più

influenti tra numerosi intellettuali, studenti, giovani e anche operai cinesi. L’anarchismo

aveva cominciato ad attrarre agli inizi del secolo l’attenzione di vari ambienti radicali nella

forma del nichilismo, diffusosi in Russia a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, il

quale propugnava lo strumento dell’azione politica diretta, inclusa l’organizzazione di

attentati terroristici. La violenza rivoluzionaria fu percepita in varie ambienti in Cina come

l’unica forma di “forza reattiva” realmente efficace contro l’oppressione e l’autocrazia.

La dinamica del progresso era determinata dalla “solidarietà” e dal “mutuo aiuto” piuttosto

che dalla competizione e dalla lotta per l’esistenza.

L’esperienza dell’anarchismo fornì, senza dubbio, una base importante per i futuri sviluppi

sociali e culturali, svolgendo un ruolo determinante ai fini della diffusione delle idee

socialiste in Cina a partire dagli anni Venti.

L’ORGANIZZAZIONE ECONOMICA E SOCIALE

Nella prima parte del Novecento la Cina era un paese fortemente popolato e largamente

arretrato e povero.

L’economia cinese durante la prima fase della Repubblica – soprattutto 1911-1949 – era in

modo predominante agraria: i due terzi circa del Pil avevano origine dall’agricoltura e

probabilmente i circa della forza lavoro derivavano la totalità o in gran parte del proprio

¾

reddito dall’attività agricola. Il settore moderno dell’economia che utilizzava nuove

tecnologie rappresentava, mediamente, non più del 10% del Pil, era largamente confinato

nei “porti aperti” e comprendeva porzioni dei settori manifatturiero, minerario, finanziario e

dei trasporti e delle comunicazioni, condividendoli con il settore non agricolo tradizionale.

Si trattava di un’economia relativamente commercializzata: poco meno del 50% della

produzione agricola era destinata al mercato interno.

Proprio tra la fine del XIX e la prima fase del XX secolo, la Cina si trasformò da economia

chiusa o semichiusa a economia relativamente aperta. La tecnologia occidentale era stata,

in effetti, introdotta in quantità significative e agli stranieri era stato riconosciuto il diritto di

fondare delle imprese senza il consenso governativo.

La crescita economica fu diseguale e differenziata a seconda delle aree geografiche.

Drammatica fu la forbice tra redditi urbani e rurali.

La prima guerra mondiale e il primo dopoguerra rappresentarono una fase particolarmente

prospera per l’industria moderna cinese. Tra il 1914 e il 1918 le principali risorse

dell’Occidente furono convogliate in Europa a sostegno dello sforzo bellico: le importazioni

dall’Occidente diminuirono drasticamente e le esportazioni cinesi conobbero una

consistente crescita, con effetti benefici sulla bilancia commerciale.

Vi fu una rapida crescita nel settore dell’industria leggera, di cui furono protagoniste le città

costiere e soprattutto Shanghai. La concorrenza cinese nei confronti del capitale straniero

crebbe anche nel settore del tabacco, dove le manifatture Nanyang si affermarono negli

anni della prima guerra mondiale sul mercato cinese, entrando presto in competizione con

la British-American Tobacco Company: adottando metodi produttivi avanzati sviluppati da

Americani e Giapponesi, esse furono in grado di incrementare in modo impressionante i

propri profitti.

Il sistema ferroviario si espanse ulteriormente : centinaia di chilometri di nuove linee

ferrate si aggiunsero. La crescita del sistema ferroviario fu importante per il progresso

dell’economia (industria – commercio) e dell’occupazione (decine di migliaia di ferrovieri).

Nell’ambito dello sviluppo del moderno sistema industriale in Cina, il capitale straniero

rappresentò in diversi casi un fattore determinante. È il caso del sistema ferroviario, in cui i

prestiti delle banche straniere svolsero un ruolo fondamentale. In non poche imprese

cinesi il capitale straniero (o influenza) svolsero un ruolo non indifferente.

Lo sviluppo di moderne attività industriali commerciali e finanziarie cinesi, la consistente

presenza e influenza straniera, il dualismo città-campagna contribuirono a formare e a

trasformare in vari modi la società cinese, soprattutto urbana.

Compradores Cinesi che erano impiegati presso attività straniere e che svolgevano il

compito di intermediari tra queste e i canali di distribuzione cinesi.

La crescente influenza economica, sociale e politica di commercianti e imprenditori si

diffuse presto aldilà dei “porti aperti”, interessando centri provinciali e distrettuali con la

creazione di fabbriche tessili, cartiere, compagnie elettriche e telegrafiche. La “borghesia”

svolse un significativo ruolo sociale e politico in alcune fasi del periodo repubblicano, per

esempio con il boicottaggio delle merci americane e di quelle giapponesi.

Origini geografiche, formazione scolastica e professionale e genere definivano spesso i

confini tra gruppi e settori diversi della classe operaia, la cui frammentazione non sembra

aver impedito l’emergere parziale di una coscienza di classe di una certa “politicizzazione”.

LA CINA, LE POTENZE E LA PRIMA GUERRA MONDIALE

II.

Alla vigilia del primo conflitto mondiale gran parte dell’Asia orientale e meridionale era

stata posta sotto l’influenza e il controllo multiformi delle maggiori potenze. Negli ultimi

decenni del XIX e nei primi del XX secolo la rivalità tra Inghilterra e Russia aveva

fortemente segnato le relazioni internazionali. Un ulteriore fronte per Londra si era aperto

con l’insediamento della Germania nella provincia cinese dello Shandong. Parallelamente,

la Russia si trovava a fronteggiare nelle regioni estremorientali, lungo gli estesi confini con

la Cina, la recente quanto aggressiva concorrenza nipponica.

Gli Stati Uniti erano intervenuti in modo piuttosto marginale nel processo di insediamento

in Asia. Nel 1899 gli USA avevano avanzato la proposta di una politica della “porta aperta”

verso la Cina, chiedendo che tutte le Potenze godessero di condizioni paritarie

nell’accesso alle risorse cinesi.

SHIMONOSEKI, PORTSMOUTH, VERSAILLES

Shimonoseki, Portsmouth e Versailles segnano simbolicamente i momenti più rilevanti nel

processo di umiliazione nazionale e di emarginazione internazionale che la Cina conobbe

nel periodo tra gli ultimi anni dell’Impero e il primo periodo repubblicano.

Il Trattato di Shimonoseki del 1895 sancì la disfatta cinese contro il Giappone i Qing

dovettero concedere l’isola di Taiwan e la penisola del Liaodong nella Manciuria

meridionale e furono costretti a versare un’ingente indennità di guerra a Tokyo, con

pesanti ripercussioni sulla già precaria situazione finanziaria dei Qing, i quali dovettero

ricorrere a nuovi prestiti esteri garantiti dal controllo straniero sulle dogane cinesi.

Il Trattato di Portsmouth del 1905 poso fine alla guerra tra Russia e Giappone per la

supremazia militare in Estremo Oriente la vittoria assicurò a Tokyo un saldo controllo sulla

Manciuria meridionale e segnò l’affermazione del Giappone quale potenza mondiale.

Il Trattato di pace di Versailles pose fine alla prima guerra mondiale portò l’assegnazione

della provincia dello Shandong al Giappone e l’esclusione della questione dell’abrogazione

dei “trattati ineguali” dall’agenda della Conferenza di Versailles.

La crisi del 1911 e la conseguente fondazione della Repubblica offrirono alle Potenze

l’opportunità di sfruttare la situazione di caos e di divisioni interne al fine di rafforzare

ulteriormente la propria presenza e influenza. Il controllo straniero sulle dogane marittime

cinesi divenne più stretto: gli stranieri gestivano direttamente la raccolta delle entrate e

depositavamo successivamente l’ammontare in banche straniere, prima di versarlo al

governo cinese dopo avere detratto le quote relative ai prestiti da questo contratti in

passato, interessi inclusi.

Russia e Giappone stavano cercando di spartirsi la Cina, e i trattati firmati nel corso degli

anni precedenti da Tokyo con alcune potenze europee miravano a dare al Giappone la

sicurezza di poter perseguire in piena tranquillità le proprie ambizioni territoriali.

L’obbiettivo russo è di annettersi Mongolia e Manciuria settentrionale e di estendere

rapidamente il proprio controllo sul Xinjiang al fine di potenziare la propria strategia

aggressiva verso l’Asia.

Sun Yat-sen e numerosi radicali e rivoluzionari avevano trovato rifugio e ospitalità proprio

in Giappone dopo il 1905 e ancora dopo il 1913, e intensi e profondi contatti erano stati

stabiliti tra lo stesso Sun e settori dell’establishment politico, militare, economico e

culturale nipponico.

In esilio a Tokyo dopo la fuga dalla Cina, Sun trovò un clima politico assai meno

favorevole: egli non era più l’unico interlocutore privilegiato tra coloro che congiuravano

per rovesciare Yuan Shikai, ma uno tra i tanti. [1915 – “Ventun Domande”]

Più che la minaccia espansionistica, fosse esse russa o giapponese, era la debolezza

cinese a sollecitare l’attenzione e la preoccupazione di molti.

Nel 1913 Yuan Shikai era stato costretto dalla pressione britannica ad accettare

l’autonomia del Tibet.

Numerosi intellettuali cinesi furono spinti a guardare, con sempre maggiore attenzione e

speranza, agli Stati Uniti quale fonte di un possibile aiuto e sostegno alla causa nazionale.

Woodrow Wilson procedette dapprima a ritirare la partecipazione statunitense dal

Consorzio finanziario internazionale che doveva garantire un sostanzioso prestito a Yuan

Shikai, criticandone le condizioni fortemente penalizzanti per la Cina, e successivamente

avviò il processo di riconoscimento diplomatico, suscitando l’ira e l’imbarazzo della

diplomazia europea.

Si nutrivano forti speranze nei confronti degli Usa, in termini di concreto sostegno

diplomatico, di investimenti e anche di freno nei confronti delle ambizioni russe e

giapponesi. Si enfatizzava il fatto che Cina e Usa erano entrambe delle “giovani

repubbliche”, legate quindi da indubbie affinità nel sistema politico.

LA PRIMA GUERRA MONDIALE

La prima guerra mondiale del 1914-1918 fu il frutto dell’aggravamento e della

radicalizzazione di crisi diverse:

I difficili rapporti tra le Potenze

- La corsa agli armamenti e le spinte belliciste all’interno dei singoli paesi

- La messa in discussione da parte dei paesi emergenti (Germania – Usa)

- dell’egemonia britannica

La “questione balcanica” con i pericolosi vuoti di potere creati dalla decadenza

- dell’Impero ottomano

Si formarono due grandi coalizioni:

Triplice Intesa basata sull’alleanza di Gran Bretagna, Francia e Russia, che

- sarebbe risultata vincitrice del conflitto.

Triplice Alleanza formata da Germania, Austria-Ungheria e Italia.

-

[Applicazione intensiva e sistematica delle nuove tecnologie belliche]

La guerra ebbe certamente in Europa il suo teatro principale; il conflitto si estese presto

anche agli imperi coloniali e battaglie anche significative furono combattute in Medio

Oriente, Africa e Oceania.

Nell’agosto del 1914 il Giappone, richiamandosi al patto firmato con la Gran Bretagna,

dichiarò guerra alla Germania entrando di fatto nel conflitto a fianco della Triplice Intesa e

attaccò i possedimenti tedeschi, tra cui lo Shandong, portando la guerra in Asia. Nel 1917

il confronto politico e militare si estese con l’ingresso in campo degli USA a fianco

dell’Intesa.

La Cina dichiarò la propria neutralità, fatto che non impedì al Giappone di invadere lo

Shandong. Nel gennaio del 1915 il Giappone cercò di rafforzare il proprio controllo sulla

Cina presentando a Yuan Shikai le “Ventun Domande”: elenco di richieste che mirava ad

allargare i diritti e i privilegi economici nipponici in varie regioni e che, soprattutto,

prevedeva l’inserimento di consiglieri giapponesi nei settori politico, militare e finanziario,

aprendo di fatto la strada alla trasformazione della Cina in un protettorato. L’ondata di

indignazione e di proteste che percorse il parse costrinse Tokyo a recedere da

quest’ultimo punto; allo stesso tempo venne inviato un ultimatum a Yuan Shikai che

dovette piegarsi e accettare le richieste restanti. La data dell’accettazione, il 7 maggio,

sarebbe stata ricordata negli anni a venire come il Giorno dell’Umiliazione Nazionale.

Pressioni vennero esercitate sul governo cinese, in particolare dopo la morte di Shikai,

affinché si schierasse a fianco di questo o quel gruppo di potenze. Duan Qirui fu sollecitato

fortemente dal Giappone e dagli Usa, che si stavano preparando a entrare in guerra

contro la Germania, a schierarsi a fianco della Triplice Intesa. Duan sperava di riacquistare

la sovranità sullo Shandong. La dichiarazione formale di guerra contro la Germania si

ebbe nell’aprile 1917, grazie anche a un sostanzioso prestito giapponese al governo

cinese.

Sun Yat-sen e i suoi seguaci avevano sostenuto con forza l’esigenza che la Cina

mantenesse una posizione neutrale. Sun affermava che in realtà non era la Germania, ma

la Russia il pericolo maggiore per la Cina e asseriva che la Cina avrebbe potuto trarre più

vantaggi da una vittoria tedesca e della Triplice Alleanze che non dal successo dell’Intesa.

In luglio Sun si era insediato a Canton al fine di preparare il rovesciamento militare del

governo di Pechino con il sostegno dei comandanti militari del Sud e Sud-ovest: la

dichiarazione di guerra di Pechino e la pressione dei generali che sostenevano il governo

di Canton, lo spinsero alla fine ad approvare, nel 1917, la dichiarazione di guerra di

Canton alla Germania.

La Cina ben poco poteva offrire alle potenze europee in termini di sostegno militare: ciò

che Londra e Parigi richiedevano era nuova manodopera, che riempisse i drammatici vuoti

nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro creati dall’invio al fronte di centinaia di migliaia di

adulti. Progetti per il reclutamento dei Cinesi e per il loro trasferimento in Europa furono

definiti in accordo tra governo cinese e governi europei: decine di migliaia di volontari,

allettati da salati “strabilianti” e dalla speranza di sfuggire alla miseria, si riversarono nei

centri di reclutamento e andarono in Europa a lavorare come scaricatori nei porti o come

scavatori nelle trincee.

Alcuni tuttavia non arrivarono mai a realizzare il loro sogno e perirono di malattia lungo il

viaggio oppure annegati nella acque oceaniche quando le navi che li trasportarono

vennero affondate; altri non sopravvissero alle nuove realtà: malattie, difficoltà di adattarsi

al cibo e al clima, incidenti di lavoro e in trincea. Molti ritornarono in Cina dopo la fine della

guerra, ricchi delle esperienze acquisite negli anni europei, nonché dei risparmi accumulati

con fatica e sacrificio.

La Conferenza di pace, iniziata nel gennaio del 1919 a Parigi, si riunì alla presenza dei

leader delle maggiori potenze con l’obbiettivo di sancire il nuovo ordine internazionale che

si era andato delineando nel corso del conflitto. Furono poste le basi per la nascita della

Società delle Nazioni, il cui compito sarebbe stato quello di definire e attivare gli strumenti

più adeguati per prevenire i futuri conflitti o risolverli pacificamente.

La delegazione cinese a Versailles era guidata da capaci diplomatici, tra cui Lu

Zhengxiang, uno dei migliori e più esperti diplomatici, già ministro degli Affari esteri nei

primi anni della Repubblica. Al suo arrivo, la delegazione fu accolta dall’inquietante notizia

che il Giappone aveva firmato in segreto, durante la guerra, un accordo con le maggiori

potenze circa l’assegnazione a Tokyo dello Shandong al termine del conflitto; non solo, ma

un analogo trattato era stato firmato dai Giapponesi con Pechino nel 1918.

La Cina puntava alla restituzione diretta dei possedimenti tedeschi e all’abolizione di tutti i

privilegi ferroviari e minerari, tedeschi e austriaci, nella provincia. Gli accordi segreti

consentivano a Tokyo di presentarsi al tavolo della conferenza con solide possibilità che le

proprie posizioni venissero accolte, mentre la delegazione cinese, colta alla sprovvista,

puntava ora sul sostegno americano.

La posizione cinese uscì dalla conferenza sconfitta: in particolare, la restituzione indiretta

affossò le speranze di una vittoria diplomatica importante ai fini del rinvigorimento

dell’orgoglio nazionale e allo stesso tempo pose la Cina nell’imbarazzante e umiliante

situazione di dover riacquisire i diritti sugli ex possedimenti tedeschi direttamente dal

Giappone.

IL PRIMO DOPOGUERRA E LA CONFERENZA DI WASHINGTON

Il Giappone, oltre alla provincia dello Shandong, ottenne mandati internazionali sulle isole

del Pacifico già appartenenti alla Germania e più in generale, attraverso il controllo e

l’influenza sulla Corea e sulla Manciuria, fu in grado di allargare la propria presenza anche

nella Siberia orientale nel quadro delle azioni intraprese contro la giovane Russia

rivoluzionaria.

Russia nel febbraio 1917 scoppiò la rivoluzione; ottobre dello stesso anno si ha la

Rivoluzione d’Ottobre che portò la presa di potere del Partito bolscevico guidato da Lenin

e Trockij, portando al ritiro russo dalla guerra e all’affermazione delle classi lavoratrici più

che sulle intese fra governi.

A Washington tra il novembre 1921 e il febbraio 1922 si tenne la conferenza

internazionale: il principale tema che portò nove potenze e paesi a riunirsi, fu il disarmo

navale. Le potenze occidentali miravano a limitare il riarmo navale e le fortificazioni

territoriali da parte del Giappone nel Pacifico e nell’Asia orientale e sudorientale. Uno dei

tre trattati approvati prevedeva il riconoscimento a Usa e Gran Bretagna del diritto di

armamenti navali di eguali proporzioni e in ogni caso superiori a quelli del Giappone, il

quale otteneva il riconoscimento di una chiara superiorità nel Pacifico, visto che gli

armamenti navali britannici e americani si sarebbero concentrati nell’Oceano Atlantico,

Indiano e nel Mediterraneo.

Il “Trattato delle Nove Potenze” richiamava al rispetto dell’integrità territoriale e

dell’indipendenza politica della Cina. La Cina riacquistò i diritti sullo Shandong. Al governo

cinese fu concesso di elevare dal 3.5% al 5% il valore delle tariffe doganali sulle merci, e

impegni pur generici furono presi affinché si procedesse in futuro all’abolizione

dell’extraterritorialità e al ripristino della piena sovranità tariffaria cinese.

Benché assente dalla Conferenza di Washington, l’Unione Sovietica avrebbe deciso, solo

due anni dopo, di rinunciare unilateralmente ai diritti di extraterritorialità e al pagamento

delle quote relative all’indennità dei Boxer, che risaliva agli inizi del Novecento.

CINA E ITALIA

Fu nel 1866 che venne firmato tra l’Impero cinese e il Regno d’Italia il primo trattato

commerciale tra i due paesi in epoca moderna. Successivamente, l’Italia inviò un

contingente militare a partecipare alla repressione dell’insurrezione dei Boxer: il Protocollo

finale che poneva fine al conflitto, firmato nel 1901, assegnava all’Italia una quota

dell’indennità che la Cina era tenuta a versare in seguito alla sconfitta in guerra (“indennità

dei Boxer”) e la concessione di un’area a Tianjin finalizzata all’edificazione di una

concessione.

L’interscambio commerciale si manteneva in limiti modesti.

Nei primi anni della Repubblica vi erano in Cina alcune centinaia di Italiani impegnati in

gran parte in attività missionarie nonché alcune decine di ditte.

L’EGEMONIA NAZIONALISTA: DA CANTON A NANCHINO

III.

Il termine “nazionalisti” verrà utilizzato per indicare quelle forze e quelle personalità che si

richiamavano alla tradizione rivoluzionaria cinese pre-comunista, che erano state alla base

della riorganizzazione politica del 1919 dalla quale avevano preso forma il Partito

nazionalista cinese (Pnc) e che avevano in Sun Yat-sen il loro punto di rifermento.

UNITÀ E DIVISIONE (1923-26)

Sun Yat-sen aveva sempre strettamente legato l’obbiettivo di creare una Cina forte

prospera e autorevole all’esigenza di dotarsi di uno strumento organizzativo adeguato.

[1911 rivoluzione Repubblica – 1912Yuan Shikai diventa presidente della Repubblica]

In Giappone, dove si trovava in esilio, Sun Yat-sen aveva fondato (1° settembre 1914) il

Partito rivoluzionario cinese.

La nascita del partito fu il segno della crisi di fiducia che Sun Yat-sen stava vivendo nei

confronti dell’efficacia delle istituzioni parlamentari occidentali. Il modello politico e

organizzativo proposto fu quello tradizionale: un partito rivoluzionario centralizzato e

disciplinato che si reggeva sulla lealtà e fedeltà al capo (Sun), sull’esempio di quanto

avveniva nelle società segrete. Tutto ciò durò pochi anni.

Nell’ottobre del 1919 (il 10) Sun Yat-sen prese atto della realtà, fondando il Partito

nazionalista cinese. Si rifaceva al Partito nazionalista del 1912, allontanandosi

dall’orientamento settario e cospirativo tipico del Partito rivoluzionario.

Nel manifesto della Lega giurata del 1905 erano stati delineati per la prima volta i “Tre

Principi del Popolo”:

Nazionalismo

- Democrazia

- Benessere del popolo

-

Il concetto di “nazionalismo” configurava l’esigenza di un’unità politica trascendente i

particolarismi di clan e provinciali e di una coscienza nazionale. Mera opposizione alla

dinastia mancese.

Il concetto di “democrazia” era visto come lo strumento più efficace ai fini della

ricostruzione nazionale e trovava le sue radici nella costante ricerca, da parte di Sun e dei

rivoluzionari della Lega giurata, di antecedenti democratici nel passato della Cina sui quali

poggiare le proprie tesi di una Repubblica democratica. [Movimento del 4 maggio – 1919]

Sun ripropose la necessità di prevedere una transizione articolata in 3 tappe: periodo

militare – periodo di tutela – fase conclusiva del governo costituzionale.

Il concetto di “benessere del popolo” venne presentato come sinonimo di “socialismo”,

faceva riferimento alle prescrizioni in campo fondiario e fiscale che Sun aveva largamente

adottato dal riformatore americano Henry George. Per Henry l’accesso ineguale alla

proprietà privata delle terra costituiva una grande fonte d’ingiustizia nella distribuzione

delle ricchezze.

Sun completò la sua visione integrandola con altre due nozioni:

Socialismo di stato controllo del capitale e nazionalizzazione dei mezzi di trasporto

- e di comunicazione

Modernizzazione economica

-

Solo nel 1924, quando i suoi rapporti con i Sovietici si erano consolidati, il principio del

“benessere del popolo” trovò una sua sistemazione definitiva, secondo una visione in cui

esso venne equiparato al “comunismo”, inteso in senso vago e assimilato all’ideale

confuciano della “Grande Armonia”.

Il Movimento del Quattro Maggio del 1919 nacque dalla protesta di centinaia di studenti e

giovani contro le decisioni adottate nel corso della Conferenza di Versailles. Il Movimento

è divenuto nella storia della Cina moderna il simbolo della partecipazione e della

democrazia studentesca e popolare.

Nella primavera del 1924 Chiang Kai-shek venne nominato comandante militare e Liao

Zhongkai comandante politico dell’Accademia.

Le operazioni militari del 1924-1925 confermarono la bontà del nuovo esercito e del ruolo

essenziale svolto dai consiglieri militari sovietici, ponendo le basi per la “spedizione al

Nord”.

Nel tardo autunno del 1924 il “signore di Pechino”, Wu Peifu, venne spodestato dalle

truppe di Feng Yuxiang.

Il 12 marzo 1925 Sun Yat-sen morì a Pechino. La sua morte privò della massima autorità

politica e ideale il movimento rivoluzionario e nazionalista. La morte di Sun Yat-sen aprì

una nuova fase nei rapporti politici all’interno del “fronte unito”. La crescente difficoltà di

trovare nuove forme di mediazione e di sintesi tra le varie “anime” ideali, politiche e sociali

del “fronte unito” fu aggravata dal processo di radicalizzazione che investì diversi settori

della società cinese.

Le divisioni all’interno del Pnc erano così formate: da una parte si collocavano coloro che,

con accenti diversi, ritenevano eccessivi i poteri di cui godevano i consiglieri sovietici e

criticavano l’inserimento di comunisti nelle fila e negli organismi direttivi del partito –

dall’altra vi erano coloro che, pur condividendo certe preoccupazioni circa l’eccessivo

potere dei consiglieri sovietici, erano portatori di posizioni politiche, economiche e sociali

per certi aspetti affini a quelle dei comunisti cinesi.

La prima potenziale “sfida” alla compattezza del “fronte unito” venne dalle manifestazioni

operaie e popolari della primavera del 1925, note come “Movimento del 30 maggio del

1925”. Una manifestazione operaia e popolare a Shanghai venne organizzata al fine di

protestare contro l’uccisione di un operaio cinese in un cotonificio giapponese.

La seconda minaccia alla stabilità politica dell’alleanza tra nazionalisti, comunisti e

sovietici giunse in agosto, con l’assassinio di uno dei maggiori sostenitori di tale alleanza,

Liao Zhongkai, del quale furono incolpati settori politici conservatori.

Nella primavera del 1926 si diffuse la convinzione che i comunisti cinesi, sostenuti dai

consiglieri sovietici, stessero preparando un’azione improvvisa contro Chiang Kai-shek e i

vertici nazionalisti dell’Accademia militare. Ciò portò dapprima all’arresto di numerosi

consiglieri sovietici e all’instaurazione della legge marziale.

Si stavano diffondendo dubbi e sospetti reciproci e un clima di malessere nelle relazione

tra le varie componenti del “fronte unito”.

LA “SPEDIZIONE AL NORD” (1926-28)

Il 1° luglio 1926 venne dato l’ordine di mobilitazione generale che segnava l’avvio della

“spedizione al Nord”, alla cui guida venne nominato Chiang Kai-shek. Era ormai giunto il

momento di muoversi verso la piene e definitiva unificazione del paese e si indicava in Wu

Peifu il nemico principale della rivoluzione. Mentre la spedizione muoveva i suoi primi

passi, Wu Peifu aveva stretto un’alleanza con il vecchio rivale Zhang Zhoulin: il primo

controllava la Cina centrale e il secondo il Nord e la capitale Pechino.

Da una parte i consiglieri sovietici, i comunisti cinesi e i sostenitori del “fronte unito”, che

avevano posto il loro quartiere generale provvisorio nella città di Wuhan, premevano per

un attacco al Nord collegandosi con le truppe di Feng Yuxiang, ostile a Wu Peifu e Zhang

Zuolin. Dall’altra Chiang Kai-shek e coloro che da tempo avevano denunciato l’eccessiva

influenza sovietica e comunista, i quali puntavano sull’immediata conquista di Shanghai,

attraverso una manovra a tenaglia che avrebbe consentito di porre sotto controllo la

grande metropoli e le province del Jiangsu e del Zhenjiang, cuore di una delle aree più

sviluppate.

Gli scioperi e le insurrezioni operaie e popolari che si susseguirono tra le fine del 1926 e i

primi mesi del 1927 indebolirono fortemente il controllo di Sun Chuanfang sulla città.

Il profondo lavoro politico avviato nelle città e nelle campagne cinesi si dall’autunno del

1926 aveva dato frutti impressionanti: decine di migliaia di contadini aderirono alle varie

leghe e associazioni sorte in quei mesi, grazie all’opera organizzativa e di propaganda da

parte di centinaia di attivisti, formatisi nell’Istituto per la formazione del movimento

contadino creato a Canton sin dall’estate del 1924 e di cui Mao Zedong fu responsabile tra

il maggio e l’ottobre del 1926.

La mobilitazione di massa non preoccupava solo gli elementi conservatori, ma anche certi

settori moderati e progressisti all’interno del Partito nazionalista cinese. Essa allarmava

anche la dirigenza sovietica.

Dopo il suo arrivo a Shanghai, Chiang Kai-shek avviò rapidamente una serie di incontri

con gli ambienti industriali e finanziari, con personalità conservatrici del mondo politico,

sociale e intellettuale, e con la Banda Verde e più in generale il mondo delle società

segrete e della malavita organizzata shanghaiese. I consoli stranieri vennero rassicurati e

si impegnarono alla neutralità delle Potenze.

Nella notte tra l’11 e il 12 aprile 1927 le sedi dei sindacati furono attaccate da elementi

della Banda Verde e da forze fedeli a Chiang Kai-shek. La repressione si estese

successivamente a numerose province e città della Cina centrale e meridionale e toccò

infine i territori controllati dalle autorità di Wuhan.

Dopo meno di quattro anni il “fronte unito” non esisteva più. Contatti tra Wang Jingwei e

Chiang Kai-shek, e tra ognuno di questi e i più importanti warlords si intensificarono tra la

primavera e l’estate del 1927, mentre i dirigenti e militanti comunisti sopravvissuti alla

repressione si rifugiavano nella clandestinità.

Per i vincitori il compito prioritario consisteva ora nella prosecuzione e nel completamento

della “spedizione al Nord”. Nel gennaio del 1928 Chiang fu riconfermato quale

comandante della spedizione.

In estate le truppe dell’Esercito nazionale rivoluzionario e dei suoi alleati raggiunsero la

capitale.

IL GOVERNO DI NANCHINO: NASCITA E SVILUPPI

Il governo nazionale di Nanchino fu fondato ufficialmente il 10 ottobre 1928. Le basi

politiche e la struttura organizzativa del nuovo governo traevano ispirazione dalle idee di

Sun Yat-sen. Le questioni di rilievo erano: la divisione di poteri all’interno del governo

centrale, la distribuzione equilibrata dei rapporti tra centro e periferia e la durata del

periodo di “tutela politica”, il quale trovava la sua sanzione in sostituzione della fase del

“governo militare”.

Tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta furono promulgate una Costituzione e una

serie di leggi organiche e venne creata una struttura di governo articolata sui “cinque

yuan” (poteri):

Lo yuan esecutivo composto dai vari ministri e sovrintendeva alla burocrazia

- Lo yuan legislativo aveva il compito di legiferare, ma di fatto assunse un ruolo di

- mera approvazione di decisioni assunte da altri organismi

Lo yuan giudiziario il massimo organo del potere giudiziario

- Lo yuan d’esame sovrintendeva al sistema degli esami per il reclutamento dei

- funzionari di Stato, ma il cui ruolo fu in diversi casi ridotto a seguito dello strapotere

dei vari ministeri

Lo yuan di controllo godeva di forti poteri di censura e di sanzione politica e morale

- nei confronti dei pubblici dirigenti e funzionari.

Ognuno dei 5 yuan era guidato da un presidente.

A capo di questo sistema fortemente centralizzato e gerarchizzato stava Chiang Kai-shek,

che cumulò sostanzialmente nel corso dei quegli anni le massime cariche, controllando in

tal modo il partito, l’esercito e infine lo Stato, che forniva legittimità a rappresentare la Cina

nell’ambito delle relazioni internazionali.

In modo non dissimile da Yuan Shikai, Chiang Kai-shek riteneva che poteri locali dotati di

eccessiva autonomia e influenza rappresentavano oggettivamente un ostacolo ai fini di

un’ulteriore frammentazione politica e sociale. Da qui, il progetto di Nanchino di radicare la

propria presenza e controllo sociali ancor più a fondo di quanto era stato in generale

durante il periodo imperiale.

Il sistema venne ulteriormente rafforzato a partire dal 1932 introducendo nuovamente il

tradizionale sistema di mutua sorveglianza del baojia, in cui la popolazione era divisa in

gruppi di 1000 famiglie (bao), a loro volta articolati in 10 gruppi (jia) composti ciascuno da

100 nuclei familiari.

Fu solo a partire dal 1932 che il sistema poté essere finalmente avviato.

Vari gruppi e fazioni operavano all’interno del Partito nazionalista cinese e più in generale

del sistema politico, istituzionale e militare.

LE CAMPAGNE MILITARE CONTRO “IL COMUNISMO E IL BANDITISMO” E CONTRO I

“NUOVI WARLORDS”

Nei primi mesi del 1929 venne convocata una “Conferenza per la smobilitazione e la

riorganizzazione militare” al fine di creare una solida stabilità politica al centro, un

rafforzamento delle capacità di governo e di controllo da parte di Chiang Kai-shen della

variegata realtà provinciale e l’urgenza di una riduzione del peso delle spese militari.

Il fallimento della conferenza portò all’avvio, a partire dalla primavera del 1929, di una

serie di nuovi confronti militari tra Nanchino e vari comandanti militari provinciali.

Tra la fine del 1930 e gli ultimi mesi del 1934 nanchino organizzò cinque “campagne di

sterminio e annientamento” delle basi rurali comuniste nella Cina meridionale: le prime

(dicembre 1930 – maggio/giugno 1931) due fallirono, mentre la terza (luglio/ottobre 1931)

fu interrotta in seguito all’inizio dell’aggressione giapponese.

La quarta campagna (gennaio-marzo 1933) si concluse ancora con un fallimento, dovuto

anche alla crescente abilità tattica e strategica comunista pur in presenza di una grande

inferiorità di uomini e mezzi, mentre la quinta (ottobre 1933 – ottobre 1934) conseguì un

grande successo costringendo i comunisti ad abbandonare sostanzialmente il Sud e ad

attestarsi dopo la storica “Lunga Marcia” nel Nord-ovest.

LA POLITICA ECONOMICA E IL NODO DELLA QUESTIONE AGRARIA

Uno dei punti di forza di Chiang Kai-shek era stata la straordinaria capacità di reperire

fondi sufficienti a finanziare i propri piani e progetti, grazie ai consistenti legami stabiliti con

diversi settori dell’establishment economico e finanziario cinese. Tali legami non sempre

risultarono sufficienti. Il compito della ricostruzione economica dopo anni di guerra e dello

sviluppo su larga scala dei settori industriale, minerario e dei pubblici servizi appariva

sicuramente titanico.

L’enfasi fu posta sui settori delle comunicazioni, dei trasporti e della produzioni

manifatturiera, in quanto lo sviluppo di tai aree avrebbe dovuto produrre la base per

ulteriori progetti di modernizzazione.

Le ragione che furono alla base del largo insuccesso nella politica economica e di sviluppo

sono diverse: soprattutto la costante instabilità e incertezza politica e militare e la

mancanza di un effettiva e certa base fiscale.

Si decise quindi di procedere alla formulazione di una nuova legge di riforma agraria:

approvata nel 1930, limitava al 37.5% del raccolto la rendita da pagare e prevedeva la

possibilità per l’affittuario di acquistare il terreno da un proprietario assenteista nel caso in

cui lo avesse coltivato per un periodo di dieci anni. La legge fu largamente disattesa in

numerose province e le autorità centrali spesso non vollero spingere oltre determinati limiti

la pressione sulle élite locali.

Settore rurale nelle campagne viveva oltre l’80% della popolazione e qui l’arretratezza e

la miseria erano largamente diffuse: il tasso di mortalità era frutto della grande povertà,

della denutrizione, delle carestie, delle malattie e infezioni. La natura rappresentava la

grande incognita: siccità, inondazioni e malattie colpivano periodicamente i raccolti. Anche

quando il raccolto era ricco una parte consistente andava al proprietario terriero e

all’affittuario restava spesso non più del 40% dello stesso.

Il governo avviò programmi finalizzati a incrementare la produzione agricola. Venne

migliorata e rinnovata la rete infrastrutturale e promossi progetti di ricostruzione rurale.

Furono create cooperative rurali. Spesso furono iniziative locali e private a dare l’avvio a

numerosi esperimenti. Tuttavia, il boom si ha negli anni Trenta, dopo l’intervento massiccio

da parte governativa. Nonostante ciò, il nodo della questione agraria rimase largamente

irrisolto.

SHANGHAI E LA QUESTIONE URBANA

Shanghai, durante la prima metà del Novecento, era una grande metropoli nel campo

finanziario e commerciale, dell’editoria e del giornalismo, grazie soprattutto ad una

popolazione in costante crescita e fortemente diversificata quanto a redditi, consumi,

interessi e stili di vita.

Shanghai iniziò a imporsi quale importante centro portuale, finanziario e industriale dalla

fine del XIX secolo. La penetrazione straniera e gli sviluppi successivi portarono a

configurare una realtà urbana divisa in tre zone:

La città cinese

- La zona della Concessione internazionale

- La zona della Concessione francese

-

Il governo centrale promulgò alcune leggi organiche che stabilivano una distinzione tra

municipalità ordinarie e speciali.

L’amministrazione di Shanghai era affidata a un governo municipale guidato da un sindaco

nominato direttamente dal presidente dello Yuan esecutivo.

Il governo cittadino era affiancato da un Consiglio municipale eletto a suffragio universale.

La Concessione internazionale era governata dal Consiglio municipale di Shanghai, un

organismo eletto dai soli residenti stranieri che versavano una certa somma in imposte;

quella francese era posta sotto il controllo di una Commissione municipale amministrativa,

ma in realtà era nelle amni del console generale di Francia.

Con gli anni Trenta e l’intensificarsi della minaccia giapponese, i tre poteri municipali

raggiunsero un sostanziale compromesso in modo da regolare costruttivamente, in modo

più efficace rispetto al passato, le divergenze che li dividevano in particolare sui temi della

sovranità cittadina.

Shanghai ospitava uno straordinario tessuto di istituzioni educative moderne, di giornali.

Ma Shanghai era allo stesso tempo la città “del piacere e della violenza”.

DAL DOPOGUERRA ALLA GRANDE DEPRESSIONE

IV.

Crescita del movimento comunista – dal dopoguerra alla depressione economica degli

anni Trenta sino alla vigilia dello scoppio della guerra in Asia orientale nel 1937.

ANNI RUGGENTI, ANNI DI CRISI

Il decennio che seguì la fine della prima guerra mondiale è stato definito il periodo degli

“anni ruggenti”, a testimoniare un’epoca di profonda trasformazione nei costumi e di

spensieratezza in molte capitali europee e occidentali.

A Berlino si viveva il dramma della sconfitta, ma anche il fervore delle discussioni sul

futuro della Germania.

Il modello organizzativo, sociale e di consumo americano toccò e affascinò, pur in forme

diverse e con effetti meno evidenti, larghi strati della popolazione europea aldilà degli

stessi ceti abbienti e intellettuali.

In Cina incombeva costantemente lo spettro della guerra e i periodi di pace apparivano

segnati dalla dura realtà politica, economica e sociale. Non erano certo “anni ruggenti”

quelli che i Cinesi vissero in quella fase.

In campo internazionale fu l’Unione Sovietica a focalizzare parte dell’interesse da parte

cinese. La “dichiarazione Karakhan” del 25 luglio 1919 configurava la rinuncia da parte del

nuovo governo rivoluzionario, che aveva preso potere nel 1917, a tutti i privilegi accordati

agli Zar dai trattati del XIX secolo.

Il Giappone influenzò la Manciuria e il Nord.

La politica statunitense fu largamente attendista: Washington guardava con sospetto alla

crescente influenza di mosca in Cina. L’amministrazione statunitense rifiutò ogni ipotesi di

azione militare, sostenuta in ciò da una stampa che appariva contraria a ogni forma di

interventismo.

NANCHINO E LA GRANDE DEPRESSIONE

Con il termine Grande Depressione si indica la grave crisi economica mondiale che ebbe

inizio tra il 24 e il 29 ottobre del 1929 con il crollo della borsa di Wall Street a New York. La

crisi raggiunse il culmine nel 1932.

La Grande Depressione portò alla forte caduta della produzione mondiale e dei prezzi, e al

drammatico dilagare della disoccupazione che interessò circa 30 milione di persone tra

Stati Uniti e l’Europa.

Alla fine del 1932 Franklin D. Roosevelt venne eletto alla carica di presidente degli Stati

Uniti e inaugurò il “New Deal”. La proiezione politica del New Deal fu l’avvio di una pausa

isolazionista negli USA.

In Asia orientale, il Giappone godeva dalla fine degli anni Venti, a differenza della Cina, del

pieno controllo del commercio internazionale e della propria politica monetaria. La scelta

del 1930 del ritorno al “gold standard” risultò infelice e gli effetti di tale scelta produssero

significativi effetti depressivi sull’economia giapponese.

In Cina la recessione economica giunse più tardi rispetto al Giappone, ma si protrasse più

a lungo. Il sistema monetario cinese era basato sull’argento. La domanda di argento

crebbe temporaneamente, alimentata soprattutto dai Cinesi d’oltremare che acquistavano

argenti a prezzi più convenienti e lo trasferivano poi in Cina. L’afflusso di argento creò un

boom di breve durata atipico rispetto alla realtà di numerosi paesi segnati da una grave

deflazione.

L’AGGRESSIONE GIAPPONESE

La “lettura” giapponese della realtà cinese appariva distorta da molti punti di vista. L’enfasi

costante sul Nord aveva portato ad una solida influenza nipponica nell’area; essa aveva

condotto a trascurare sostanzialmente l’importanza strategia del Centro e del Sud,

evidenziando una scarsa flessibilità politica che rendeva molto difficile ogni eventuale

mutamento strategico. [tendenze aggressive e militaristiche]

Aprile 1928  Spedizione al Nord 2000 soldati nipponici furono inviati nell’area a

protezione delle vite dei residenti giapponesi.

Incidente di Jinan

18 settembre 11931  incidente di Mukden, in Manciuria

Dopo il 1912 Tokyo incoraggiò i Coreani, che erano diventati sudditi dell’impero, a

emigrare in Manciuria.

La nascita del governo di Nanchino, l’assassino di Zhang Zuolin e l’ascesa al potere del

figlio Zhang Xueliang modificarono profondamente la situazione in Manciuria, allarmando il

Giappone: nel dicembre del 1928 Zhang Xueliang issò a Mukden la bandiera del governo

nazionalista, nel giugno del 1929 i Giapponesi riconobbero formalmente il governo di

Nanchino.

La tensione fu peggiorata da periodici incidenti, tra Coreani e Cinesi. A loro volta, rivolte

contro i Cinesi scoppiarono sia in Giappone che in Corea, alimentate dalla propaganda dei

gruppi estremisti giapponesi.

Il 18 settembre 1931 un’esplosione lungo un tratto della linea della Compagnia ferroviaria

della Manciuria meridionale, controllata dai Giapponesi, dava l’avvio all’escalation militare.

L’occupazione dell’intera Manciuria, da parte delle truppe giapponesi, fu completata agli

inizi del 1932.

I giapponesi decisero poi di affrontare il problema della gestione e del controllo della

regione in modo diverso da quanto attuato in Corea e sostennero la creazione di quello

che fu chiamato “lo Stato fantoccio del Manzhouguo” (la terra dei Mancesi), sorto nel

1932. A capo fu messo il famoso “ultimo imperatore” (Pu Yi).

Il ruolo di Pu Yi fu irrilevante. Coniato il nome di “imperatore fantoccio”.

La “crisi manciuriana” fu vissuta in Cina con rabbia e sgomento, aggravati da quella che

molti consideravano come un’intollerabile debolezza e una mancanza di senso di

responsabilità nazionale da parte delle autorità cinesi. Ebbe ripercussioni sul piano

finanziario, in quanto la perdita della Manciuria sottrasse al controllo cinese il 15% circa

del totale degli introiti doganali.

A Shanghai vivevano varie decine di migliaia di giapponesi. Le navi da Guerra di Tokyo

decisero di “dare una lezione ai Cinesi” bombardano il quartiere di Zhabei e portando

successivamente un attacco su larga scala alla città. La XIX Armata cinese decise di

opporre una strenua resistenza.

Gli scontri si protrassero (gennaio-marzo 1932), fino a che, nel maggio dello stesso anno,

venne firmato un armistizio che stabilita la creazione di una “zona neutrale” attorno alla

città.

Il Giappone riprese con maggiore intensità la propria avanzata  1933 – 1935

Nel gennaio del 1933 venne conquistato Shanhaiguan – il passo tra i monti e il mare. La

caduta ebbe anche un valore simbolico, in quanto era stato attraverso Shuanhaiguan che

meno di tre secoli prima i Mancesi avevano cominciato la loro conquista dell’Impero

cinese. Tra febbraio e marzo fu occupata la provincia di Rehe (Jehol), nell’area della

Mongolia interna; in maggio, Nanchino fu costretta a firmare l’Armistizio di Tanggu.

Tra il 1934 e il 1935 furono firmati una serie di accordi tra cui quello Umezu-He che erose

sostanzialmente il potere di Nanchino nel Nord e quello Doihara-Qin che diede mano

libera al Giappone nel Chahar. Alla fine del 1935, dopo che Nanchino era riuscita a

respingere le pressioni di Tokyo per l’accettazione dell’autonomia delle cinque province

settentrionali del Chahar, venne dichiarata la nascita del Consiglio dello Hebei-Chahar,

che portò alla perdita del controllo cinese sulle importanti città di Pechino e Tianjin.

Tra il 1935 e il 1936 una serie di eventi portò all’inizio di un ripensamento nella strategia

nazionalista: il “Movimento del Nove Dicembre” del 1935 culminò con la nascita di

associazioni per la salvezza nazionale che chiedevano il ritiro delle truppe giapponesi e

dei regimi fantoccio in Manciuria e nella Cina settentrionale. L’ “incidente di Xi’an” della

fine del 1936 finì con il sequestro di Chiang Kai-shek da parte di alcuni importanti

comandati militari in funzione patriottica.

CINA E ITALIA: GLI “ANNI D’ORO”

I rapporti tra la Cina nazionalista e l’Italia fascista furono formalizzati alla fine del 1928 con

la firma di un trattato con il quale Roma riconosceva l’autonomia tariffaria cinese e

acconsentiva all’abolizione dei diritti di extraterritorialità.

I primi anni non fecero segnare mutamenti significativi; dall’inizio del decennio successivo

le relazioni tra Italia e Cina cominciarono a intensificasi e approfondirsi. Progressi furono

compiuti con le visite di alti responsabili politici ed economici cinesi nel 1933: Mussolini

sottolineò l’importanza dell’unificazione cinese e della formazione di un esercito moderno

e ben preparato.

A metà degli anni Trenta, i rapporti bilaterali furono rafforzati con l’elevamento delle

rispettive delegazioni diplomatiche al rango di ambasciata.

Contrasti e contraddizioni tra Italia e Cina cominciarono a manifestarsi con l’invasione

italiana dell’Etiopia nell’autunno del 1935.

L’adesione italiana al “Partito Anti-Cominter” (Giappone, Germania e Italia) nel novembre

del 1937 e il conseguente riconoscimento del Manzhouguo portarono alla definitiva rottura

delle relazioni tra Nanchino e Roma.

L’ALTERNATIVA COMUNISTA

V.

Affermazione dell’egemonia nazionalista.

LA FONDAZIONE DEL PARTITO E IL “FRONTE UNITO” (1921-27)

Il Partito comunista cinese (Pcc) fu ufficialmente fondato a Shanghai il 1° luglio del 1921.

In realtà, la nascita del partito risale all’ultima parte di luglio – inizi di agosto, quando 12

delegati si riunirono in occasione del I Congresso nazionale.

I 12 delegati erano: Mao Zedong, He Shuheng, Dong Biwu, Chen Tanqiu, Wang Jinmei, Li

Da, Li Hanjun, Zhang Guotao, Liu Renjing, Cheng Gongbo e Zhou Fohai. Un tredicesimo

delegato, Bao Huiseng, partecipoò in rappresentanza di Chen Duxiu. Diversi di costoro

avrebbero successivamente abbandonato il partito, aderendo alcuni al Partito nazionalista

cinese e altri al movimento trotzkista.

Il Congresso elesse un Ufficio esecutivo centrale provvisorio, composto da Chen Duxiu,

Zhang Guodao e Li Da.

Il programma politico approvato chiamava a “rovesciare le classi capitalistiche” e “stabilire

una dittatura del proletariato”.

La fondazione del Pcc fu il frutto di diversi fattori:

La Rivoluzione Culturale avviata dal 1915 e negli anni successivi alla prima guerra

- mondiale

La crescente dimensione di massa delle manifestazioni e delle proteste

- studentesche e popolari

L’influenza della vittoria della Rivoluzione russa del 1917

- La rinuncia del nuovo governo rivoluzionario ai privilegi russi in Cina

- Il lavoro politico e organizzativo del Comintern

-

Fattori interni e sostegno esterno si fusero nel dare vita al partito, anche se va riconosciuto

il ruolo fondamentale svolto dall’assistenza sovietica. Shanghai diventa sede del primo

nucleo comunista. Poi di lì si diffuse a Pechino, Changsha, Wuhan, Jinan e Canton.

Attorno a questi nuclei comunisti iniziali, crebbero e prosperarono in quegli anni società,

associazioni e gruppi vari dai quali negli anni successivi il Pcc avrebbe tratto nuovi adepti.

Gli sviluppi del movimento comunista in Cina ebbero i nuclei anche all’estero, in

particolare a Tokyo e Parigi: a Tokyo c’erano Zhou Fohai e Peng Pai, mentre a Parigi Cai

Hesen e Zhou Enlai.

Il II Congresso nazionale del Pcc si tenne s Shanghai nel luglio del 1922. Esso si svolse in

un contesto politico parzialmente mutato: Maring si pronunciò con forte pessimismo sul

Pcc e propose che individualmente membri del partito aderissero al Pnc formando un

“blocco interno”. Il congresso approvò l’adesione del Pcc al Comintern.

Il Comintern aveva un forte richiamo alla “disciplina comunista”.

Con la fine del 1923 e gli inizi del 1924, in seguito alla nascita del “fronte unito” e alla

creazione del governo rivoluzionari di Canton, il compito principale che il Pcc si trovò di

fronte era duplice:

Portare avanti ,in collaborazione con Sun Yat-sen e il sostegno sovietico, la

- rivoluzione nazionale e antimperialista

Rafforzare l’influenza del partito interno del “fronte unito” e stabilire solidi

- collegamenti con il movimento operaio e contadino.

La radicalizzazione politica e sociale e l’affermarsi di un movimento di massa, nonché la

scomparsa di Sun Yat-sen, portarono all’aggregarsi di forze vecchi e nuove che

intendevano combattere il processo di radicalizzazione e liberarsi della tutela sovietica.

In varie occasioni scoppiarono contrasti tra chi, come Chen Duxiu, tendeva a ripensare in

senso critico l’adesione alla forma del “blocco all’interno”, suggerendo la trasformazione

della collaborazione in un’alleanza paritaria Pcc-Pnc, e chi, a Canton, guardava alla

conquista “dall’interno” della leadership del Partito nazionalista cinese.

In soli due anni (1925-27) il Pcc passò dal ruolo politico e sociale crescente, acquisito

durante lo sviluppo del movimento operai e contadino nella Cina meridionale e attraverso

l’alleanza con le forze progressiste all’interno del Pnc, alla tragica sconfitta della primavera

e dell’estate del 1927, che ne decimò le fila e lo costrinse alla clandestinità.

L’ascesa e caduta della “parabola comunista” appare evidente se si esamina l’andamento

delle du assisi nazionali che si tennero nel biennio.

GLI ANNI DEL DUALISMO: CENTRALITÀ OPERAIA E SOVIET RURALI (1927-31)

Il 7 agosto del 1927 una Conferenza straordinaria del Comitato centrale del Pcc

(Conferenza del 7 agosto) si tenne a Hankou. All’ordine del giorno erano il bilancio delle

scelte compiute in passato, la definizione di una nuova strategia politica e l’elezione di un

nuovo gruppo dirigente.

Il fulcro della nuova strategia, secondo Qu Qiubai, stava nell’organizzazione di rivolte e di

sollevazioni armate e nel pieno sostegno della rivoluzione rurale. Inoltre egli ammonì a

non trascurare ogni residua possibilità di riattivare forme di cooperazione con gli elementi

progressisti del Partito nazionalista cinese.

Questa contraddizione nasceva da due fattori:

Dalla forte pressione da parte del Comintern affinchè non si abbandonasse del tutto

- la strada della collaborazione con i nazionalisti

I segni inequivocabili del fatto che all’interno del Pnc e di settori pur limitati delle

- forze armate nazionaliste singoli gruppi e personalità guardavano ancora con

fiducia e interesse a una possibile alleanza con i comunisti.

Sul piano organizzativo si apriva per il partito un nuova fase, clandestina.

La nuova strategia era imperniata sulle rivolte e sulle insurrezioni militari.

Nel settembre del 1927, il progetto fu portato avanti con l’obbiettivo di sollevazioni

congiunte nelle province del Guangdong, Jiangxi, Hunan e Hubei allo scopo di mobilitare i

contadini, introdurre le prime misure di una riforma agraria imperniate sulla confisca delle

terre ai grandi proprietari terrieri e alla loro distribuzione ai contadini stessi (“Insurrezione

del raccolto d’autunno”). Il progetto si risolse in un pieno fallimento, salvo nella parte

orientale dello Hunan: una parte delle forze si diresse verso i Monti Jinggang, al confine

tra Hunan e Jiangxi, da dove presto avrebbe preso vita il primo soviet comunista.

Il fallimento del progetto portò la leadership comunista a concentrarsi su un’area più

limitata, Canton e il Guangdong.

Era indispensabile un radicale cambiamento di strategia.

La nuova strategia che si venne delineando rappresentò un passaggio importante: prima,

la mobilitazione contadina era stata vista, fondamentalmente, come supporto alla

conquista dei grandi e medi centri urbani; ora, mentre si riaffermava l’obbiettivo di

conquistare le città, si sottolineava con maggior forza rispetto al passato che il partito

doveva impegnarsi maggiormente nel lavoro organizzativo nelle campagne e doveva

promuovere l’organizzazione della guerriglia armata contadina.

Una decisa innovazione strategica fu l’indicazione dei soviet. L’introduzione del concetto

dei soviet indicava, da un parte, la proposta ideale di una nuova forma di governo esteso a

tutto il paese e nel quale la democrazia di massa avrebbe dovuto essere centrale;

dall’altra, la creazione concreta di basi territoriali militari nella campagne dalle quali i

comunisti avrebbero potuto accerchiare le città e porre le premesse per la conquista del

potere.

Un nuovo Comitato centrale di 23 membri effettivi e 13 supplementi fu infine eletto. Il

nuovo leader del Pcc diventerà Li Lisan. Nel frattempo, Mao Zedong aveva formato, sui

monti Jinggang, il primo soviet naturale.

Di fatto, andava emergendo una nuova generazione di leader comunisti: una generazione

giovane.

A partire dall’ultima parte del 1928, il fenomeno delle basi sovietiche andò gradualmente,

ma decisamente, espandendosi. L’enfasi venne posta sulla costruzione dei soviet nei quali

poter organizzare e mobilitare i contadini, distribuire la terra e rafforzare il lavoro politico,

militare e sociale.

La grande esperienza e competenza di Zhu De (comandante comunista), fu posta al

servizio dell’Armata rossa, con il compito di espanderne gli effettivi e migliorarne

l’organizzazione. Era, quello “rosso”, un esercito di contadini illetterati.

Il Pcc si era andato largamente trasformando in un “partito contadino”. Tale trasformazione

era vista con soddisfazione da chi sosteneva la centralità del movimento contadino, ma

era vista con forte preoccupazione da chi guardava alla perdita del “carattere proletario”

del partito.

Nuova analisi della situazione politica in Cina secondo la quale si era ormai in presenza di

una “nuova ondata rivoluzionaria”: il compito del Pcc era quello di superare ogni esitazione

e assumere la guida della marea rivoluzionaria. La strategia delineata da Li Lisan puntò ad

assumere pienamente il controllo dell’apparato militare e di partito anche nei soviet,

ordinando l’abbandono della tattica della guerriglia e l’avvio di un raggruppamento delle

forze in quattro corpi d’armata.

La strategia si risolse in un ennesimo fallimento: nell’autunno del 1930. La “Risoluzione

politica” approvata nel settembre del 1930 esprimeva una critica moderata verso Li,

rimproverandogli una serie di errori tattici nella conduzione del processo rivoluzionario.

Solo quando il fallimento completo delle insurrezioni militari risultò nella sua pienezza, il

Comintern intervenenne, inviando il gruppo “degli studenti di ritorno” - “dei ventotto

bolscevichi”.

Tale gruppo era formato da studenti cinesi che avevano studiato in Unione Sovietica. Le

personalità più rappresentative del gruppo erano Wang Ming, Bo Gu e Zhang Wentian.

La quarta sessione plenaria del Comitato centrale, tenutasi nel gennaio 1931, sancì la

svolta politica: Li Lisan fu accusato di avere distorto le direttive del Comintern e di non

essere in grado di organizzare le masse. La “Risoluzione” finale indicava l’urgente

necessità di una svolta nel lavoro del partito; faceva appello alla ricostruzione

dell’organizzazione del partito e denunciava l’indebolimento dello spirito e della disciplina

interni che avevano consentito l’emergere del “fazionalismo trotskista”.

Wang Ming, Bo Gy e Zhang Wentian divennero i reali detentori del potere all’interno del

partito. Li Lisan venne estromesso dal gruppo dirigente.

Un oscuro episodio, i cui contorni sono tutt’oggi ancora mal definiti, si verificò nella fase

iniziale della gestione del potere da parte dei “ventotto bolscevichi”.

Il processo di rafforzamento e di consolidamento delle basi sovietiche era proceduto con

evidente successo: alla fine del 1930 si erano creati 3 forti nuclei territoriali. Il primo era

quello del Soviet centrale del Jiangxi, condotta da Mao Zedong.

Negli ultimi mesi del 1930 Nanchino aveva condotto la prima delle campagne di

annientamento contro il Soviet centrale, seguita in primavera dalla seconda: la vittoria

dell’Armata rossa confermò la validità della strategia delineata. Verso la fine del 1930 Mao

fu in grado di consolidare la propria posizione eliminando l’influenza di alcune forze

comuniste locali che gli si opponevano. La terza campagna di annientamento, avvita nel

luglio 1931 e interrotta in autunno in seguito all’inizio dell’aggressione giapponese, mise a

dura prova il Soviet centrale, ma consentì alle altre basi di conoscere una relativa

espansione.

Il secondo nucleo territoriale era costituito dal Soviet di E-Yu-Wan nel cui ambito era

emerso il ruolo di Zhang Guotao. La terza base era rappresentata dal Soviet di Xiang-Exi,

la cui direzione militare era affidata a He Long.

GLI ANNI DEL DUALISMO: RIVOLUZIONE URBANA O RIVOLUZIONE RURALE? (1931-

34)

I successi militari del 1930 e 1931 e l’espansione sostanziale delle basi posero il problema

di un salto di qualità nel coordinamento tra le varie e diverse esperienze sovietiche: nel

novembre del 1931 si tenne a Ruijin il I Congresso dei soviet. Venne fondata la

Repubblica Sovietica Cinese: la Costituzione approvata definiva la nuova Repubblica

come “dittatura democratica del proletariato e dei contadini” e affidava al proletariato la

funzione di “dirigere le masse verso il socialismo”.

Un aspetto fondamentale fu l’approvazione della legge agraria della Repubblica Sovietica.

la legge prevedeva la confisca senza compenso della terra di signori e proprietari terrieri

feudali, militaristi, membri dell’èlite locale e la sua ridistribuzione ai contadini “poveri e

medi”, nonché ai lavoratori agricoli.

L’applicazione della riforma agraria risultò non semplice. Quantomeno a Xunwu

l’applicazione della nuova legge avrebbe beneficiato oltre il 90% della popolazione del

distretto. Le procedure, però, risultarono molto più complicate: occorreva tenere conto

anche della qualità della terra da ridistribuire in modo che si giungesse a un sostanziale

equità.

Un ulteriore atto di grande rilevanza sociale fu l’annuncio, alla fine del 1931, della legge

sul matrimonio: essa mirava a garantire la piena emancipazione delle donne, ponendo

fuori legge i matrimoni combinati e il frutto di accordi di compravendite e rendendo più

agevole il divorzio.

Un serio problema politico si pose tra la giovine Repubblica Sovietica Cinese e il centro

del partito che si trovava ancora a Shanghai. I soviet e l’Armata rossa erano stati creati

sotto la guida del centro e quindi appariva normale che i quadri politici inviati

periodicamente da Shanghai intendessero affermare con decisione la loro autorità e quella

degli organismi centrali del partito. Essi però ignoravano totalmente la realtà locale e

ricorrevano a modelli astratti nel valutare strategie e dirigenti.

L’obbiettivo principale dei “28 bolscevichi” era quello di acquisire un controllo diretto e

assoluto sulle basi sovietiche. A tale scopo, alla fine del 1931, Zhou Enlai fu inviato a

Ruijin ad assumere la direzione politica dei soviet e la posizione di Mao si indebolì.

Per alcuni mesi Mao si trovò in una posizione di emarginazione politica, tanto che nella

prima fase della Repubblica Sovietica Cinese il controllo dell’esercito fu affidato a Zhu De

con l’aiuto di Peng Dehuai. Nel 1932 Mao fu nuovamente criticato e gli fu tolta ogni

responsabilità all’interno delle forze armate.

A partire dalla metà del 1932 Nanchino diede il via alla quarta campagna di annientamento

contro le basi sovietiche: Chiang Kai-shek attaccò le basi E-Yu-Wan e Xiang-Exi, con

l’obbiettivo di concentrare l’attacco finale su Jiangxi. A settembre E-Yu-Wan fu

abbandonata: si diressero quindi verso ovest e a fine anno giunsero nel Sichuan

settentrionale, dove fu fondata la base del Sichuan-Shenxi.

Anche la base di Xiang-Exi si trovò in grave difficoltà e a ottobre venne evacuata.

L’avanzata delle truppe di Nanchino proseguì successivamente verso il Jianxi, che fu

raggiunto agli inizi del 1933: dopo duri scontri che portarono all’annientamento di due

divisioni nazionaliste, in marzo si pose termine alla campagna militare.

La quinta e ultima campagna di annientamento ebbe inizio nell’ottobre del 1934.

Bisogna però ricordare alcuni fatti accaduti prima:

In primo luogo, negli ultimi mesi del 1933 si era consumata la fine del breve esperimento

del “governo rivoluzionario del Fujian”. In secondo luogo, il Pcc fu costretto ad affrontare il

“caso Luo Ming”: Luo Ming aveva accusato il centro di eccessivo meccanicismo

nell’applicare la propria strategia. La campagna contro Luo Ming e i suoi sostenitori fu

aspra e fu concepita come un esempio per tutti coloro che intendessero opporsi alle

direttive del centro.

In terzo luogo, tra il 1933-34 nel Soviet centrale il Pcc e l’Armata rossa furono impegnati

nel “Movimento d’inchiesta agraria”, il cui obbiettivo era di sviluppare altri legami tra partito

e contadini.

Infine, con il 1933 anche il centro si era trasferito da Shanghai a Ruijin. La contiguità tra

Bo Gu e l’apparato centrale del partito da una parte, e la leadership sovietica dall’altra, si

rivelò esplosiva. Avvicinandosi, tuttavia, una nuova campagna nazionalista contro le basi,

lo scontro politico fu parzialmente rinviato.

La quinta campagna di annientamento si svolse durante una complessa situazione in cui il

plenum confermò la supremazia di Bo Gu e Zhang Wentian all’interno del vertice del

partito e Mao fu rieletto presidente del governo socialista.

La strategia comunista si risolse in un completo fallimento.

Era così iniziata la famosa ed epica “Lunga Marcia” che avrebbe condotto, dopo un anno

circa, le residue truppe dal sud al nord attraverso migliaia di kilometri di marcia,

affrontando i continui attacchi nemici e la frequente ostilità da parte delle popolazioni

locali.

DAL SUD AL NORD: LA “LUNGA MARCIA” (1934-35)

Il primo compito da affrontare era quello di decidere la direzione di marcia delle truppe. La

forte pressione militare esercitata dal nemico ridusse le possibili opzioni ad una: dirigersi a

sudovest, dove la presenza militare nemica era molto più ridotta e sarebbe stato anche

possibile prevedere una sosta, vitale, per le truppe.

Agli inizi di gennaio 1935 l’Armata rossa occupò la prospera città di Zunyi, capoluogo del

Guizhou.

Fu nella prima parte del mese che si tenne una storica riunione allargata dell’Ufficio

politico del Comitato centrale, nota come “Conferenza di Zunyi”, convocata allo scopo di

trarre un bilancio della situazione e di delineare una nuova strategia.

Le decisioni finali della conferenza riflettevano il dibattito che seguì, ma anche il

compromesso politico che venne raggiunto. In particolare, venne approvata la linea

politica generale del partito. Zhang Wentian divenne segretario generale e coordinatore

della Segreteria che includeva Mao, Zhou Enlai, Chen Yun e Bo Gu; Zhou Enlai divenne il

responsabile della politica militare, affiancato da Mao.

L’importanza storica della “Conferenza di Zunyi” fu di sancire sia la fine del movimento

sovietico nella Cina centrale sia di segnare la crisi dell’egemonia del gruppo dei “28

bolscevichi” sulla strategia futura della rivoluzione cinese.

Verso la fine di gennaio-inizi di febbraio 1935, la I Armata del Fronte lasciò il Guizhou al

fine di attestarsi nel Sichuan meridionale. L’azione della I Armata fu presto bloccata dalle

truppe nazionaliste, che le inflissero significative perdite, mentre Zhang Guotao decise di

disattendere le direttive, confermando il proprio dissenso dalle decisioni che erano state

assunte a Zunyi.

Zhang ritornò verso sud e condusse la IV Armata più a ovest, nell’area Sichuan-Xikang,

dove stabilì in maggio, senza l’approvazione da parte del centro, il Comitato speciale del

Pcc per il Nord-ovest e il governo federale del Nord-ovest della Repubblica Sovietica

Cinese.

Fu in giugno, alla fine, che le due armate si riunirono. Differenze strategiche (Mao e altri

sostenevano che bisognasse portare le truppe verso nord, in modo da favorire la

creazione di una nuova base sovietica nel nordovest e svolgere un ruolo crescente contro

l’aggressione giapponese – Zhang riteneva che occorresse spostarsi verso est) si

incrociavano con rivalità politiche e di potere e con differenze di temperamento personale.

Alla fine, venne deciso di procedere verso nord, pur mantenendo degli effettivi nell’area,

come richiesto da Zhang Guotao.

Parte delle truppe raggiunse, nell’ultima parte del 1935, lo Shenxi settentrionale, dove

trovò altri combattenti che sin dai primi anni Trenta avevano formato un Soviet, con a capo

Gao Gang e Liu Zhidan. L’altra parte, guidata da Zhang Guotao, mosse nuovamente a

sud, dirigendosi dapprima verso le aree pianeggianti che circondano la città di Chengdu,

nel Sichuan, e successivamente a ovest lungo il confine Sichuan-Xikang.

La “Lunga Marcia” fu una tappa vittoriosa nella marcia del Pcc verso l’affermazione e la

conquista del potere.

Mentre la “Lunga Marcia” si concludeva e la crisi dei rapporti con Zhang Guotao

permaneva, nel Jiangxi attività sporadiche di guerriglia furono portate avanti dopo il 1934.

Le strategie adottate furono molto diverse tra loro: flessibilità e adattabilità divennero criteri

essenziali nel condurre la guerra, fare politica e sopravvivere agli stenti.

Riforma agraria e riduzione delle rendite fondiarie. Molti maschi erano partiti e quindi un

ruolo determinante fu spesso assunto dalle donne.

LO SHENXI E YAN’AN “LA ROSSA”: I PRIMI ANNI (1935-37)

Si lavorò molto per consolidare la nuova base. Fu verso la fine del 1936-inizi del 1937 che

Yan’an fu conquistata, trasformandosi presto da cittadina insignificante con forse meno di

10 000 abitanti a “capitale rossa” della base Shen-Gan-Ning e centro della rivoluzione

comunista cinese.

Contatti vennero avviati con le armate del nord-est e del nord-ovest dell’esercito

nazionalista: concordare quantomeno una tregua con Zhang e Hu era vitale per i

comunisti. Nell’aprile del 1936, un incontro segreto avvenne tra Zhou Enlai e Zhang

Xueliang: Zhou si fece portavoce della proposta comunista di un accordo che portasse alla

fine della guerra civile e all’unità contro l’aggressione giapponese. In giugno, il centro del

Pcc emanò un’importante direttiva interna, nella quale si stabilivano le linee guida

dell’atteggiamento da tenere nei confronti delle armate nazionaliste del nord-est e nord-

ovest.

Ciononostante, appariva chiaro che Zhang Xueliang, in quanto vicecomandante in capo

del governo di Nanchino per la lotta contro i comunisti, si trovava in una situazione

estremamente complessa e difficile. Così, tra la primavera e l’estate una serie di messaggi

furono inviati dai comunisti a Nanchino, nei quali si proponeva un cessate il fuoco e l’avvio

di negoziati finalizzati all’unità contro il Giappone: in settembre, l’Ufficio politico approvò

una risoluzione in cui si formalizzava la proposta di un accordo in funzione patriottica e di

salvezza nazionale con Chiang Kai-shek.

Dicembre 1936 “incidente di Xi’an”  Chiang Kai fu posto agli arresti dalle truppe di Zhang

Xueliang e Yang Hucheng.

L’urgenza di una svolta politica nel senso dell’unità nazionale era fortemente motivata

dall’aggravarsi della minaccia giapponese e dalla pressione studentesca e popolare

esercitata su comunisti e nazionalisti affinché ponessero fine alla guerra civile. Il 1° agosto

del 1935, mentre la “Lunga Marcia” si stava sviluppando, il VII Congresso del Comintern

aveva sancito la nascita della “politica del fronte unito”, chiamando tutte le nazioni e classi

a lottare insieme contro il fascismo.

I primi anni nel Nord furono dedicati ad affrontare e risolvere la “questione Zhang Guotao”.

Con l’ultima parte del 1936, dunque, l’Armata rossa si trovava sostanzialmente riunita

nella parte settentrionale della provincia dello Shenxi: agli inizi del 1937 il “caso Zhang

Guotao” fu portato al giudizio e in marzo l’Ufficio politico approvò una risoluzione di severa

condanna degli errori commessi da Zhang. Tuttavia Zhang collaborò in segreto con

Chiang Kai-shek.

Il biennio 1935-37 fu segnato dall’avvio del dibattito politico e storico sulla strategia

comunista dopo il 1927.

LA CINA, IL GIAPPONE E LA SECONDA GUERRA MONDIALE

VI.

A partire dal luglio 1937, lo scoppio della guerra sino-giapponese avviò profonde modifiche

nella situazione interna della Cina e in quella regionale. Nel settembre 1939, l’inizio della

guerra in Europa con l’attacco della Polonia da parte della Germania e la successiva

entrata in guerra di Francia e Gran Bretagna contro la Germania, diede avvio alla seconda

guerra mondiale. Nel dicembre del 1941, l’attacco giapponese agli Usa (Pearl Harbour)

condusse all’entrata in guerra da parte americana, avviò la “guerra del Pacifico” e fornì

una dimensione pienamente “mondiale” agli eventi politici e bellici. La seconda guerra

mondiale si concluse nel corso del 1945, culminando il 15 agosto con la resa del

Giappone, dopo che il 6 e il 9 dello stesso mese, micidiali bombe atomiche erano state

sganciate rispettivamente sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki.

XI’AN, NANCHINO, YAN’AN: LA NASCITA DEL SECONDO “FRONTE UNITO”

Il 7 luglio del 1937, a pochi kilometri da Pechino, colpi di arma da fuoco furono sparati

contro truppe giapponesi che stavano compiendo delle manovre notturne nell’area. L’

“incidente del Ponte di Marco Polo” diede avvio alla guerra sino-giapponese.

L’area sulla quale si ergeva il ponte aveva una grande importanza strategica, in quanto

attraverso il controllo della linea ferroviaria che la attraversava si poteva avere accesso a

zone chiave della Cina settentrionale, tra cui le città di Tianjin eTaiyuan.

Diversi fattori spingevano verso la fine di qualsiasi compromesso: l’ “insaziabile appetito”

giapponese, la crescente protesta patriottica, le nuove strategie internazionali e l’

“incidente di Xi’an” della fine del 1936.

Nell’ottobre del 1936, Chiang Kai-shek aveva ordinato a Zhang Xueliang di avviare i

preparativi per una campagna di annientamento contro la base sovietica nel nord dello

Shenxi. Chiang decise di rimuovere Zhang Xueliang dal comando e allo stesso tempo, il

12 dicembre ordinò che le truppe dessero il via alla campagna.

Alla vigilia dell’attacco, tuttavia, unità manciuriane sotto la guida di Zhang Xueliang e altre

truppe sotto il comando di Yang Hucheng attaccarono il quartier generale e alla fine

imprigionarono Chiang Kai-shek, sottoponendogli una serie di richieste.

La reazione di Nanchino non fu unanime. Quanto al Partito comunista cinese, inizialmente

sostenne la ribellione, indicando che l’eliminazione di Chiang Kaishek avrebbe avuto effetti

positivi. Pochi giorni dopo, però, la posizione del Pcc mutò: adesso si sottolineava

l’esigenza di non danneggiare l’ipotesi di formazione di un “fronte unito” in Cina e si

suggeriva il rilascio di Chiang.

La preoccupazione di Mosca era rafforzata dal fatto che l’eventuale fine di Chiang Kaishek

avrebbe comportato la necessità da parte nazionalista di trovare un nuovo leader.

Chiang Kaishek fu alla fine liberato il 25 dicembre, previa “assicurazione verbale” che

avrebbe sostenuto l’idea di un “fronte unito”. Poco dopo il suo ritorno a Nanchino, trattative

ebbero inizio tra nazionalisti e comunisti: lo scoppio della guerra in luglio costituì il fattore

finale e determinante che portò alla fine alla creazione del secondo “fronte unito”, a

distanza di 10 anni dal tragico fallimento del primo.

Zhang Xueliang fu costretto a seguire Chiang Kai-shek a Nanchino: giudicato dalla corte

marziale, fu condannato a dieci anni di carcere duro, poi commutati in arresti domiciliari.

Quando alla fine degli anni Quaranta Chiang e i nazionalisti furono costretti a lasciare la

Cina dopo la vittoria comunista e rifugiarsi a Taiwan, Zhang Xueliang fu tra coloro che

lasciarono il continente.

Le trattative per la formazione del “fronte unito” furono lunghe e complesse: due furono gli

ostacoli principali:

La richiesta di Nanchino che la giurisdizione dell’area sovietica fosse posta sotto

- l’autorità delle province competenti

La proposta nazionalista di una riduzione concordata degli effettivi militari che

- avrebbe penalizzato fortemente le forze comuniste

Dopo settimane di consultazioni e di trattative, fu raggiunto un primo accordo: sarebbe

stata creata una Alleanza rivoluzionaria nazionale, con Chiang Kai-shek quale presidente,

alla quale ognuna delle due parti avrebbe contribuito con eguale numero di rappresentanti;

al contrario, il nodo del controllo delle forze armate restava irrisolto.

Tra agosto e settembre, quando già l’invasione giapponese andava dilagando, l’accordo

militare fu raggiunto: l’Armata rossa sarebbe stata incorporata all’interno dell’Esercito

nazionale rivoluzionario con la denominazione di VIII Armata di campagna. Essa avrebbe

portato avanti negli anni a venire una strategia largamente autonoma. In novembre, le

forze della guerriglia comunista presenti nella Cina centrale e meridionale furono

rinominate Nuova IV Armata, costituendo una parte significativa della residenza militare

nel centro e nel Sud.

LA PRIMA FASE DELLA GUERRA SINO-GIAPPONESE E IL “MASSACRO DI

NANCHINO” (1937-39)

La guerra era iniziata al nord e si estese al luglio del 1937: a fine luglio, a distanza di pochi

giorni, caddero Pechino e Tianjin.

Tra l’estate del 1937 e l’autunno del 1938, gran parte delle battaglie più significative furono

combattute nell’area del fiume Yangzi.

Tra la fine di luglio e gli inizi di agosto, il Giappone cominciò ad ammassare unità navali e

truppe a Shanghai. Chiang Kai-shek decise di attaccare le posizioni giapponesi in modo

da bloccare ogni tentativo di sbarco delle truppe e prevenire la penetrazione nipponica

all’interno dello Yangzi e costringere le armate giapponesi a una lunga e dispendiosa

guerra d’attrito.

Nonostante ciò, il 13 settembre i Giapponesi diedero il via all’attacco. L’ultima fase

dell’offensiva si sviluppò tra metà ottobre e la prima parte di novembre: il giorno 8 i Cinesi

ordinarono la ritirata generale, che si svolse tuttavia in modo spesso confuso e disordinato

e diversamente da quanto previsto dai piani, tra bombardamenti aerei, disintegrazioni del

comando militare e diffusa demoralizzazione.

In quasi tre mesi di guerra e di scontri, Nanchino perse circa il 60% delle divisioni più

moderne e meglio equipaggiate.

A metà novembre, truppe nipponiche occuparono le linee difensive cinesi lungo il percorso

che collegava Shanghai e Nanchino: da qui ebbe inizio “la corsa sfrenata” dei comandanti

giapponesi verso Nanchino, città strategicamente poco significativa ai fini dell’andamento

della guerra.

Nanchino appariva difficilmente difendibile, soprattutto dopo la caduta di Shanghai.

Il 13 dicembre, alla fine, le truppe giapponesi furono in grado di entrare in città. [“Il

massacro di Nanchino”]

Una volta occupate Shanghai e Nanchino, il principale obbiettivo giapponese fu di

consolidare ed estendere il controllo della regione dello Yangzi con la conquista della città

di Wuhan.

A tal fine, appariva indispensabile impossessarsi preliminarmente di Xuzhou: situata più a

nord della regione dello Yangzi, Xuzhou era fondamentale per la sua posizione strategica:

era situata all’incrocio tra la linea ferroviaria Tianjin-Pukou, che da nord portava verso

Nanchino, e quella del Long-Hai, che correva da ovest (Xi’an) sino ad est (porto costiero di

Lianyun) e che si incrociava con la linea Pechino-Hankou, che portava direttamente a

Wuchan.

Prima dello scontro finale per il controllo di Xuzhou, nell’aprile 1938 a Tai’erzhuang, nella

provincia dello Shandong, il Giappone subì la sua prima sconfitta militare, dovuta in gran

parte all’abilità tattica da parte dei Cinesi e alla sottovalutazione da parte giapponese della

volontà di resistenza cinese. Questa però fu presto offuscata dalla caduta di Xuzhou verso

la metà di maggio.

La strada era ora aperta verso Wuchan: verso fine maggio, piano dettagliati furono

delineati da parte del comando nipponico per la conquista della città che doveva essere

accompagnata dalla conquista di Canton.

Dopo che le truppe giapponesi presero ad avanzare celermente, occupando Kaifeng e

minacciando Zhengzhou, il 9 giugno Chiang Kai-shek ordinò la distruzione delle dighe di

Huayuankou sul Fiume Giallo.

Wuchan fu infine occupata nel tardo ottobre del 1938.

Occorreva ora consolidare le posizioni e soprattutto sferrare un attacco decisivo a

Chongqing, dove il nuovo governo di Chiang Kai-shek si era andato insidiando.

Quanto ai comunisti, la prima fase della guerra li vide largamente impegnati in quella che

venne definita la strategia di “preservazione ed espansione” delle “aree di confine”.

Divisioni dell’VIII Armata di campagna furono inviate nella provincia dello Shanxi: tra

settembre e ottobre 1937 furono impegnate in circa 100 battaglie e sconfissero diversi

battaglioni giapponesi.

Tra la fine del 1938 e l’autunno del 1939, quando la guerra scoppiò anche in Europa,

l’avanzata giapponese sostanzialmente si arrestò e le grandi battaglie lasciarono il posto a

scontri diffusi e dispersi, fortemente differenziati tra area e area.

Il mutamento del corso della guerra fu dovuto a vari fattori: in particolare, il quartiere

generale giapponese riconosceva ora che la guerra non sarebbe stata di breve durata.

GUERRA SINO-GIAPPONESE E SECONDA GUERRA MONDIALE (1939-41)

Il 1° settembre del 1939 la Germania nazista invadeva la Polonia e pochi giorni dopo

Francia e Gran Bretagna dichiaravano guerra alla Germania: scoppiava la seconda guerra

mondiale. Di fronte, si trovavano le potenze dell’asse (Germania, Italia) e le potenze

democratiche (Gran Bretagna, Francia e più tardi USA) alleate con l’Unione Sovietica.

Nel corso della prima metà del 1941 l’Asse pose sotto controllo i Balcani e l’Europa

centrale, mentre la guerra coinvolgeva anche il continente africano.

Nel giugno 1941 la Germania attaccò l’Urss: nel dicembre 1941 il Giappone attaccò la

base navale statunitense di Pearl Harbour, portando all’ingresso gli USA nel conflitto.

Positivi legami tra Germania e Italia, da un parte, e Giappone dall’altra erano stati già

avviati negli anni precedenti, in particolare con la firma del “Patto anti-Comintern”,

funzionale alla lotta contro il comunismo e il potere sovietico; successivamente, settembre

1940, tali legami si consolidarono, in particolare attraverso il “Patto tripartito” tra Germania,

Italia e Giappone.

La guerra in generale ebbe profondi effetti sulla guerra in Cina.

In primo luogo, scosso dall’accordo sovietico-tedesco, il Giappone considerò che

l’occasione era opportuna per riprendere l’offensiva in Cina e dimostrare così al mondo

intero la propria forza. In secondo luogo, la Cina vide rapidamente svanire i presupposti di

un conflitto nippo-sovietico, che avrebbe severamente impegnato le forze giapponesi

indebolendone la presa sulla Cina, e si trovò altresì ad affrontare il problema della

riduzione dell’aiuto sovietico: tra il 1937 e il 1939, infatti, mentre i comunisti cinesi

ricevevano aiuti limitati da Mosca, questa sostenne in modo consistente Chiang Kai-shek

con l’invio di aerei da combattimento, carburante, armi e munizioni, consiglieri e prestiti a

basso interesse. A partire dalla fine del 1939 tale aiuto essenziale venne gradualmente

meno e cessò del tutto nella prima metà del 1941, quando la Germania attaccò l’Urss e

questa firmò il “Patto di neutralità” con il Giappone.

L’obbiettivo primo della nuova offensiva giapponese fu la città di Changsha, nella provincia

dello Hunan: la conquista della città e della provincia avrebbe consentito di porre sotto

controllo un’area importante sul piano della produzione agricola, di bloccare l’accesso alle

aree controllate dai nazionalisti e di assicurarsi il controllo dell’intera regione dello Yangzi

sino al confine con il Sichuan. La battaglia di Changsha ebbe inizio nel settembre del 1939

e terminò dopo un mese con una grande sconfitta giapponese.

Chongqing decise di avviare nell’inverno dello stesso anno una grande offensiva su scala

nazionale, anche se incontrò delle difficoltà per via di due motivi:

L’accordo tra i Giapponesi e Yan Xishan

- L’inattesa (per i nazionalisti) invasione della provincia del Guangxi da parte

- giapponese tra fine 1939 e inizi 1940, che costrinse Chongqing a impegnare sul

nuovo fronte parte dei propri effettivi.

Tra l’agosto e il dicembre del 1940, l’VIII Armata di campagna lanciò quella che può

essere considerata la più vasta offensiva contro le posizioni giapponesi, conosciuta come

“Offensiva dei 100 reggimenti” (dal numero presunto di reggimenti impegnati).

L’azione offensiva delle armate cinesi, nazionaliste e comuniste, fu severamente

danneggiata dal deciso peggioramento dei rapporti all’interno del “fronte unito”.

Durante la prima fase della guerra, i comunisti erano stati, infatti, in grado di espandersi in

varie arie della Cina settentrionale. Chiang Kai-shek reagì all’espansione comunista con la

ripresa del blocco militare ed economico delle basi, che provocò serie conseguenze a

Yan’an.

Contrasti e scontri scoppiarono tra la Nuova IV Armata e le forze nazionaliste nell’area.

Il contrasto politico e militare tra Chongqing e Yan’an che ne derivò avrebbe di fatto

segnato la fine del secondo fronte unito: ai primi di gennaio 1941, nel momento in cui le

unità della Nuova IV Armata stavano iniziando, pur in ritardo rispetto ai tempi richiesti da

Chiang Kai-shek, l’abbandono delle posizioni a sud dello Yangzi, esse vennero attaccate

da truppe nazionaliste e successivamente circondate e decimate e vari comandati arrestati

e anche uccisi.

L’ “incidente dell’Anhui meridionale” portò alla virtuale fine di ogni contatto tra Chongqing e

Yan’an e alla chiusura di numerosi centri di collegamento militari che i comunisti avevano

aperto in varie città cinesi dopo l’accordo che aveva portato alla nascita del fronte unito.

Il biennio 1939-1941 vide l’avvio di un’intensa attività aerea da parte giapponese contro la

città di Chongqing e le zone controllate dai nazionalisti.

DA PEARL HARBOUR ALLA FINE DELLA GUERRA (1941-45)

Nella seconda parte del 1941, l’attacco tedesco all’Urss e quello giapponese agli USA

portarono ad un’ulteriore svolta nel conflitto mondiale, trascinando attivamente l’Unione

Sovietica a fianco delle potenze che combattevano nell’Asse.

Questa fase della guerra, sino alla metà del 1942, vide la continuazione e l’intensificazione

dell’avanzata delle forze italo-tedesche e di quelle giapponesi, con la travolgente avanzata

delle prime in Urss e delle seconde nel Pacifico. 1942-43, si verificò un’inversione di

tendenza, con la vittoria americana nella battaglia delle Midway (giugno ’42), la sconfitta

dell’Asse nell’Africa settentrionale che consentì lo sbarco delle truppe anglo-americane

(ottobre-novembre 42) e la controffensiva sovietica culminata con la capitolazione tedesca

a Stalingrado (fine 42-inizi 43).

Tra il 1943 e il 1944, poi, lo sbarco anglo-americano nell’Italia meridionale (43) e quello

successivo in Normandia (44) che aprì le porte alla liberazione della Francia, si

congiunsero strettamente all’avanzata sovietica nella parte orientale dell’Europa e ai

crescenti successi americani nel Pacifico.

Nella primavera del ’45 la Germania crollò, anticipando di pochi mesi la resa giapponese.

Lo scoppio della “guerra del Pacifico” ebbe immediate conseguenze sulla guerra in Cina.

In primo luogo, il Giappone dovette estendere e allungare ulteriormente la dislocazione

delle proprie forze. In secondo luogo, gli USA e i loro alleati entrarono in guerra a fianco

della Cina, con benefici effetti soprattutto sul piano militare. Infine, Yan’an si fece

interprete, con la “Dichiarazione sulla guerra nel Pacifico” del dicembre del 1941, della

proposta di formare un grande fronte antifascista e antigiapponese che avrebbe incluso

tutti i governi e i popoli intenzionati a opporsi a Tokyo.

Il 1941 fu altresì l’anno in cui negli alti comandi giapponesi si pose il problema di un

attacco o meno all’Unione Sovietica, in modo da serare in una morsa fatale, da ovest

(Germania) e da est (Giappone), il “nemico comunista”.

Fu altresì nei primi anni Quaranta che iniziarono i primi attacchi su larga scala da parte

dell’aviazione americana sulle forze e sugli insediamenti giapponesi, partendo in genere

dalle basi situate in Cina. Tra l’aprile e il dicembre del 1944, l’ “offensiva Ichigo” portò alla

conquista da parte giapponese di molti centri sino a quel momento non ancora occupati e

alla distruzione sostanziale delle basi aeree.

La strada verso Chongqing sembrava ora aperta: l’avanzata nipponica si arrestò presto.

Gli ultimi anni del conflitto videro il susseguirsi di una crescente attività politica e

diplomatica che ebbe come protagoniste le maggiori Potenze finalizzate a tracciare il

percorso possibile della guerra e soprattutto delineare il futuro assetto mondiale:

Conferenza di Mosca (ottobre 1943), Conferenza del Cairo (novembre 1943), Conferenza

di Yalta (febbraio 1945) e Conferenza di Potsdam (luglio-agosto 1945).

La Conferenza del Cairo vide la partecipazione anche del leader cinese Chiang Kia-shek:

essa rappresentò il tentativo da parte del presidente americano, Roosevelt, di sancire in

qualche modo il ruolo di una quarta potenza, la Cina, a fianco della altre tre.

Il forte attivismo diplomatico di quegli anni sarebbe stato poi alla base della nascita

nell’aprile-giugno 1945 dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu).

CHONGQING, YAN’AN, SHANGHAI

In seguito alla perdita, con la fine del 1938, del controllo sulle aree industriali dell’est e del

sud, Chongqing si trovò privata delle fondamentali risorse che avevano rappresentato la

maggiore fonte di entrata nel periodo prebellico.

Uno degli strumenti principali della risposta da parte nazionalista a tale difficile situazione

fu di accrescere in modo consistente il ruolo dello Stato nell’economia attraverso una

sempre più ampia mobilitazione e controllo economici: vennero incrementate le tasse sui

consumi e sui redditi; venne reintrodotto il controllo diretto governativo abolito nel 1928,

sull’imposta sulla terra che veniva ora raccolta in natura; e vennero poste le basi per un

vero e proprio “capitalismo di stato” gestito da un’estesa burocrazia.

Imprese industriali, minerarie ed elettriche furono nazionalizzate, settori vitali nella

produzione di beni consumo essenziali furono posti sotto controllo diretto dello Stato e

regole inerenti la produzione, il prezzo e l’esportazione di specifici prodotti introdotte.

Riduzione dello spazio per l’iniziativa privata.

A partire dal 1941, l’espansione industriale largamente sostenuta dallo stato cominciò a

dare evidenti segni di difficoltà e con il 1945 le “aree bianche” controllate dai nazionalisti

erano immerse in una forte depressione industriale. Tra il 1943 e 1945 la produzione di

carbone, ferro, acciaio e di altri prodotti conobbe un consistente declino, e perfino la

produzione di armi e munizioni risentì della crisi.

A partire dalla fine del 1938 Chongqing si trovò sempre più isolata anche dal mondo

esterno.

Varie riunioni dell’Ufficio politico furono tenute nella prima parte del 1938, sinchè in

autunno, nel corso della sesta sessione planetaria del Comitato centrale, la posizione di

Mao emerse egemone.

L’espansione comunista nei primi anni di guerra e il conseguente blocco economico e

militare nazionalista contro la base Shenxi-Gansu-Ningxia portò ad un graduale ma

evidente peggioramento dei rapporti all’interno del fronte unito.

Aldilà degli aspetti puramente militari, tre furono le questioni affrontate propritariamente:

La politica economica, la cui revisione si rendeva necessaria alla luce del blocco

- nazionalista e più in generale dell’esperienza accumulata

La riduzione della burocrazia

- La riforma del partito

-

Peng Zhen illustrò l’esigenza di una politica economica più moderata e flessibile,

imperniata sul sostegno ai piccoli proprietari, agli artigiani e ai piccoli produttori privati e sul

ruolo marginale dello Stato, che doveva concentrarsi nella sola industria degli armamenti.

Mao parlò della necessità di sviluppare un’economia mista. Inoltre enfatizzò l’importanza

dell’autosufficienza: il modello proposto era quello della brigata 359 di Nanniwan.

Nella questione della riduzione dell’apparato burocratico e del miglioramento qualitativo

delle sue prestazioni 2 furono i principali problemi:

L’eccesso di personale e di organismi al vertice e le carenze alla base

- Il proliferare di strutture, organismi e funzioni, al quale si doveva rispondere

- attraverso un processo di semplificazione e di accorpamento.

Il tema dello sviluppo delle cooperative e dell’autosufficienza, l’affermazione del “modello

di Nanniwan” e la necessità di una semplificazione dell’apparato burocratico si sarebbero

rivelate esperienze essenziali nella definizione della politica comunista.

La riforma del partito appariva urgente alla luce del fatto che verso il 1940 gli iscritti erano

saliti da 40.000 a circa 800.000. inoltre, benché indebolita l’influenza di Wang Ming e dei

bolscevichi non era stata ancora del tutto sradicata.

Il tema del lavoro di massa divenne sempre più importante, con la nascita di numerose

associazioni di massa le quali avrebbero rappresentato una delle chiavi del successo

comunista nonché uno dei presupposti del nuovo regime dopo il 1949.

La mobilitazione di massa era imperniata soprattutto sulla “lotta di classe”, ossia sulla

mobilitazione contro i “nemici di classe” rappresentati da grandi proprietari terrieri,

burocrati e borghesi.

Il compito del partito consisteva nel sollecitare e incoraggiare la rabbia e l’indignazione

contadine orientandole verso precisi obbiettivi.

I discorsi di Mao del 1942 e più in generale la “campagna di rettifica”, sollevarono

questioni più ampie che coinvolsero il rapporto tra partito e intellettuali, in particolare quelle

centinaia di intellettuali che erano giunti a Yan’an nel corso degli ultimi anni.

Insegnanti, giornalisti, studenti, scrittori hanno portato nuovo vigore alla causa della

salvezza nazionale.

La nascita nel 1938 dell’Associazione nazionale degli scrittori e artisti cinesi spostò verso il

tema della “resistenza nazionale” lo sforzo di gran parte degli intellettuali.

La necessità di fare fronte comune contro l’aggressore divenne determinante.

[propaganda patriottica]

Shanghai fu interessata sin dal 1937 da un enorme deflusso di intellettuali e di

popolazione.

La storia dell’occupazione di Shanghai può essere divisa in due grandi periodi:

Dall’agosto del 1937 fino al dicembre 1941  tutta la città salvo la Concessione

- internazionale e la Concessione francese furono conquistate.

Dalla fine del 1941  anche le concessioni furono occupate, sino alla conclusione

- della guerra.

IL COLLABORAZIONISMO FILOGIAPPONESE

Fenomeno della collaborazione dell’occupato con l’occupante.

Nel contesto cinese lo studio del fenomeno del collaborazionismo evidenzia una gamma di

scelte, comportamenti e sentimenti estremamente complessi e articolati:

Il mero opportunismo e la difesa di interessi e ambizioni specifiche

- La scelta politica e ideologica vera e propria

- La convinzione che solo attraverso la collaborazione con il nemico la nazione e la

- patria potessero essere salvati e si potesse preservarne l’esistenza futura.

Vi furono coloro che lavorarono direttamente nelle istituzioni giapponesi in Cina, coloro

che operarono sotto il comando indiretto degli occupanti e coloro che prima collaborarono

e successivamente furono attivi nella resistenza. Vi fu inoltre chi militò nelle unità di polizia

militare o scelse di fare la spia per gli occupanti e chi decise che comunque la vita doveva

continuare e chi l’importante era sopravvivere.

In Cina vi furono diverse forme ed esperienze di collaborazione.

Nel dicembre 1937 venne creato a Pechino il governo provvisorio della Cina

settentrionale, diretto da Wang Kemin, che già dal 1935 aveva avviato una collaborazione

con i Giapponesi quale membro del consiglio che aveva l’incarico di vigilare sul rispetto

della zona smilitarizzata create successivamente all’Accordo di tregua di Tanggu del 1933.

Il governo provvisorio estendeva il proprio controllo sulle province settentrionali.

Nel marzo del 1938 fu fondato a Nanchino il governo riformato della Repubblica di Cina, la

cui figura chiave era Liang Hongzhi, un letterato con ricche esperienze di partecipazione a

vari governi costituiti nel Nord. Il governo riformato era costituito in larga parte da

politicanti che avevano in passato avuto un ruolo significativo in diversi governi sostenuti

dai signori della guerra ed esercitava la propria sovranità sulle aree più ricche e sviluppate

della Cina.

A Tokyo cresceva la consapevolezza della scarsa rappresentatività e credibilità dei due

governi e dei rispettivi leader: bisognava trovare qualcuno che godesse di tale prestigio e

autorità da poter efficacemente porsi in alternativa a Chiang Kai-shek.

Successivamente alla firma del Patto anti-Comintern e all’attacco giapponese alla Cina,

Wang Jingwei si era andato sempre più convincendo dell’ineluttabilità della guerra e della

superiorità dell’Asse Tokyo-Berlino-Roma.

Durante l’incontro del giugno 1939 a Tokyo tra Wang e alti membri del governo

giapponese, furono poste le basi per la firma dell’accordo che portò alla nascita il 30

marzo 1940 del governo nazionale riorganizzato della Repubblica di Cina: il 30 novembre

dello stesso anno, venne siglato un trattato tra il governo nazionale di Wang Jingwei e il

Giappone con il quale quest’ultimo riconosceva il primo quale legittimo governo nazionale

cinese.

La vita del governo nazionale riorganizzato fu costantemente caratterizzata dalla forte

sublimazione al Giappone.

Nel gennaio 1943 Nanchino entrò formalmente in guerra a fianco del Giappone contro gli

USA e Gran Bretagna, e nell’ottobre un nuovo trattato, che sostituiva quello del 1940, fu

siglato con il Giappone.

L’entrata in guerra di Nanchino accelerò tra l’altro il processo di estinzione del vecchio

sistema dei trattati ineguali imposti in Cina a partire dalla metà dell’Ottocento. Tokyo prima

e successivamente le maggiori potenze acconsentirono a porre fine ai vecchi trattati e a

sostituirli gradualmente con nuovi che fossero imperniati tendenzialmente su principi di

eguaglianza.

Quando la malattia ridusse sempre di più Wang, fu Chen Gongbo ad assumerne le

funzioni: con la morte di Wang nel novembre 1944, gran parte dell’estabilishment politico e

militare di Nanchino si dissolse e molte personalità si rifugiarono in varie province

cercando di ricavarvi spazi territoriali e di potere che sarebbero stati utili nella loro

trattativa disperata con Chongqing alla fine della guerra.

La morte politica del governo nazionale riorganizzato di Nanchino era stata sancita nel

1944, quando il suo ispiratore e organizzatore, Wang, era stato costretto a lasciare il

timone di una nave che da tempo navigava in acque perigliose.

CINA E ITALIA

L’adesione dell’Italia al “Patto anti-Comintern e il successivo conoscimento del

Mangzhouguo rappresentarono una svolta politica radicale.

Le relazioni tra Italia e Cina conobbero un deciso peggioramento, accompagnato dal

parallelo avvicinamento tra Italia e Giappone.

Mussolini consigliò i cinesi di avviare al più presto negoziati diretti con Tokyo e offrì a

questo fine la mediazione italo-tedesca.

La diplomazia italiana reiterò ai rappresentati di Chongqing le proprie perplessità circa la

convinzione cinese che il fattore tempo avrebbe giocato a sfavore del Giappone.

L’Italia aveva parallelamente cominciato a seguire con crescente attenzione le attività di

Wang Jingwei.

La decisione del governo fascista di riconoscere il regime di Wang avvenne solo nel luglio

1941.

Le reazioni tra Italia e il regime di Wang furono caratterizzate da non pochi problemi e

contraddizioni.

LA VITTORIA COMUNISTA, LA DISFATTA NAZIONALISTA

VII.

Fine della guerra 1945  equilibri mondiali mutarono  baricentro: USA e Urss  mondo

spartito in zone d’influenza delle due superpotenze.

Urss era stato il paese che durante la guerra aveva subito il maggior numero di perdite

umane e le distruzioni più gravi.

Si posero le basi per la nascita della guerra fredda, fino al 1991 (fine dell’Unione

Sovietica). le due superpotenze non si combatterono mai direttamente con le armi.

GUERRA O PACE? (1945-46)

Alla fine della guerra esistevano 19 basi comuniste sparse all’interno del territorio della

Cina settentrionale e alcune nella Cina centrale: la forza militare comunista era quasi

duplicata tra il 1937 e il 1945.

I nazionalisti potevano contare su un esercito 3 volte più numeroso e assai meglio armato

ed equipaggiato. Controllavano larga parte della Cina centrale e meridionale e godevano

del sostegno degli Usa.

Prima della resa giapponese, l’Urss aveva dichiarato guerra al Giappone: le truppe

sovietiche avanzarono verso la Manciuria anticipando l’intervento americano. La loro

azione rese particolarmente difficile lo sforzo nazionalista, sostenuto dagli Usa, di

occupare la Manciuria e le aree della Cina settentrionale originariamente controllate dalle

truppe giapponesi.

I Sovietici non fornirono durante quella fase ai comunisti cinesi sostanziale aiuto militare e

il 14 agosto firmarono un importante trattato con il governo nazionalista. In seguito Chiang

Kai-shek si rese conto che il ritiro sovietico avrebbe di fatto consegnato la regione alle

forze comuniste.

La strategia sovietica pose il Partito comunista cinese in seria difficoltà: ci si impegnò a

non ostacolare di fatto l’occupazione della Manciuria da parte nazionalista nel corso del

1946. Il Pcc riaffermò l’importanza strategica del Nord-est (Manciuria) e sottolineò la

priorità di concentrarsi sul controllo delle campagne e dei piccoli centri, invece che delle

medie e grandi città.

Washington era preoccupata per la situazione in Asia orientale: la situazione che si era

creata, infatti, avrebbe potenzialmente favorito l’Unione Sovietica.

Già nell’ultima fase della guerra, il presidente statunitense Roosevelt aveva deciso di

inviare a Yan’an un gruppo di osservatori.

Hurley condusse dei negoziati: tra agosto e ottobre 1945, Mao in persona si recò a

Chongqing per discutere con Chiang Kai-shek.

Un accordo fu raggiunto, imperniato sul riconoscimento comune della necessità della

democratizzazione, dell’unificazione militare, della legalizzazione di tutti i partiti politici.

Le ragioni del fallimento delle trattative tra nazionalisti e comunisti hanno diverse

interpretazioni:

Certi hanno sottolineato la scarsa volontà concreta delle due parti e la loro reale

- intenzione di guadagnare tempo per rafforzare il proprio apparato militare.

Altri hanno enfatizzato le deboli basi sulle quali poggiava l’ipotesi di accordo

- Altri hanno evidenziato come durante la mediazione di Marshall, gli USA avessero

- continuato a rifornire di armi e equipaggiamenti Chiang Kai-shek.

LA PRIMA FASE: L’AVANZATA NAZIONALISTA (1946-47)

Il primo anno di guerra fu pessimo per i comunisti. Nel marzo del 1947 Yan’an cadde sotto

il controllo nemico.

Prima di evacuare Yan’an, il Comitato centrale del Pcc decise di dividere la dirigenza in

due gruppi:

Guidato da Mao Zedong, Zhou Enlai e Ren Bishi, doveva restare nello Shanxi

1. settentrionale

Coordinato da Liu Shaoqi e Zhu De, doveva spostarsi verso la base Shanxi-

2. Chahar-Hebei e attestarsi nel villaggio di Xibaipo.

A partire da maggio, l’avanzata nazionalista cominciò a rallentare, soprattutto a causa

della crescente difficoltà di garantire i necessari rifornimenti e aiuti alle truppe impegnate

all’interno di un’area sempre più estesa.

Nel settembre del 1947, nella direttiva al Comitato centrale intitolata “Strategia per il

secondo anno di guerra”, Mao indicò che era giunto il momento di passare dalla fase

difensiva all’avvio di una controffensiva nazionale. Egli sottolineò l’importanza di portare

avanti la riforma in quanto requisito fondamentale per sostenere una guerra di lunga

durata e ottenere la vittoria in tutto il paese.

Mao delineò 3 diversi tipi di categorie di aree liberate, alle quale si sarebbero dovuto

applicare strategie diverse nel campo della riforma agraria:

Le vecchie aree liberate (prima della resa giapponese 1945), nelle quali la

- distribuzione della terra era stata completata;

Le aree liberate in una seconda fase (dalla resa giapponese al settembre 1947),

- nelle quali la riforma doveva essere ancora completata;

Le nuove aree liberate, nelle quali la riforma agraria doveva essere applicata in 2

- fasi.

LA SECONDA FASE: VERSO LA VITTORIA COMUNISTA (1947-49)

Il Partito comunista cinese tenne il suo VII Congresso nazionale (Yan’an, aprile-giugno

1945).

Il tema principale fu la proposta di un governo di coalizione, la quale sarebbe stata di fatto

respinta da Chiang Kai-shek. Mao indicò chiaramente che un governo di coalizione

avrebbe costituito la base per creare, nel dopoguerra, una Cina ricca e autorevole.

Mao fu eletto presidente del Comitato centrale con accanto un Ufficio politico composto di

13 membri.

L’assegnazione delle massime cariche politiche e militari rifletteva chiaramente l’ascesa di

coloro che erano stati nel corso degli anni precedenti al fianco di Mao e che avevano

avuto un ruolo determinante nella sua ascesa.

Tornando all’ultima fase della guerra, nel corso del 1948 l’avanzata comunista divenne

sempre più trionfale e inarrestabile.

Tre campagne risultarono determinanti in questa fase:

Tra il settembre e il novembre 1948, Lin Bao conseguì una vittoria definitiva sui

1. nazionalisti in Manciuria (campagna Liaoxi-Shenyang)

Portò alla conquista comunista della Cina settentrionale, con l’ingresso delle truppe

2. dell’Epl a Pechino il 31 gennaio (campagna Pechino-Tianjin, novembre 1948 –

gennaio 1949)

Venne aperta la strada verso lo Yangzi, con la conquista del caposaldo di Xuzhou

3. (campagna Huai-Hai, novembre 1948 – gennaio 1949)

In aprile cadde Nanchino, a maggio Shanghai e Wuhan, in agosto Xi’an, a ottobre Canton

e in novembre Chongqing.

Mentre il 1° ottobre 1949, a Pechino, dall’alto della Porta della Pace Celeste, Mao Zedong

proclamava trionfante la nascita della Repubblica Popolare Cinese. In dicembre, Chiang

Kai-shek e le massime autorità nazionaliste lasciarono la Cina continentale per rifugiarsi a

Taiwan.

Uno dei punti di forza comunisti era stata la capacità di meglio comprendere la grande

diversità delle condizioni tra provincia e provincia, distretto e distretto, località e località,

impiegando strategie e tattiche più corrette e flessibili.

IDENTITÀ COMUNI, IDENTITÀ DIVERSE: LA REPUBBLICA

POPOLARE CINESE, TAIWAN, HONG KONG E MACAO (1949-

2004)

Hong Kong e Macao restavano rispettivamente della Gran Bretagna e del Portogallo.

La prospettiva di una riunificazione completa a breve termine appariva difficile, soprattutto

nel caso di Taiwan: il determinante appoggio di Washington a Chiang Kai-shek nella difesa

dell’isola da una possibile invasione da parte dei comunisti rendeva infatti ardua qualsiasi

ipotesi militare.

Per Hong Kong e Macao, la strada che sembrava delinearsi era quella dell’accettazione di

fatto della realtà coloniale.

Per la nuova leadership comunista, si trattava di affrontare un nuovo grande compito

storico, quello di governare un paese immenso, profondamente segnato da decenni di

guerre.

La lotta contro l’arretratezza e per lo sviluppo si intrecciava con un’altra grande questione:

la capacità di comprendere e di utilizzare al meglio l’articolazione e la pluralità territoriale,

ideale e economico-sociale, fornendo soluzioni e risposte che coniugassero nel miglior

modo possibile difesa dell’integrità nazionale, stabilità e sviluppo economico-sociali e

capacità di rappresentare e non di reprimere simili risorse fisiche e spirituali.

RICOSTRUZIONE E “NUOVA DEMOCRAZIA”

VIII.

Temi: emergenza, sforzo dell’avvio della ricostruzione nazionale dopo decenni di guerra.

Grave deteriorarsi della situazione internazionale, con l’avvio e l’estendersi della guerra

fredda tra blocco capitalista e blocco socialista.

Dall’autunno 1954 l’obbiettivo prioritario divenne la definizione di un programma di

sviluppo economico e sociale – principio della nuova democrazia.

Formulazione del concetto di dittatura democratica popolare, nella quale il tema della

dittatura democratica da parte della classe operaia veniva esplicitamente rivendicato.

La politica della nuova democrazia rimase essenzialmente in vigore sino all’ultima parte

del 1957.

LA RISOLUZIONE DEL 1945 E IL RINNOVAMENTO DEL PARTITO

La conquista del potere del 1949 rappresentò una svolta fondamentale per il Partito

comunista cinese. Il partito, infatti, divenne il perno di un sistema di organizzazione a tre

facce (partito, governo-Stato, esercito).

Esso tuttavia era un partito elitario più che di massa.

Le basi ideologiche di tale svolta vanno ricercate negli ultimi mesi di guerra.

La visione e l’interpretazione da parte di Mao Zedong della storia del partito aveva già

guadagnato consensi sin dai primi anni Quaranta. La risoluzione del 1945 riguardò proprio

il primo periodo, rinviando a tempi successivi un’analisi sulla fase post-1935.

La stesura finale del testo della risoluzione durò quasi un anno per giungere alla sua

approvazione definitiva (dal maggio 1944 all’aprile 1945).

Nel maggio 1944 venne nominata una commissione speciale con l’incarico di preparare

una bozza della risoluzione.

La versione finale della risoluzione fu approvata, per l’appunto, il 20 aprile 1945, dopo una

quindicina di revisioni. Essa analizzava la storia del partito dal 1921 al 1935, concentrando

la propria critica sulle “tre linee erronee di sinistra”. Per la prima volta i nomi di Wang Ming

e Bo Gu venivano citati in un documento ufficiale quali responsabili ufficiali degli errori

politici commessi tra il 1931 e il 1935.

C’era l’esigenza di preservare il più possibile l’unità del partito in una fase particolarmente

difficile.

Nella risoluzione, gli errori politici, militari, ideologici e organizzativi commessi da Wang e

dai 28 bolscevichi vengono costantemente contrapposti alla linea corretta portata avanti

da Mao Zedong: sottovalutazione dell’importanza dei contadini e della guerra di guerriglia,

nonché settarismo e alienazione della masse del partito furono le principale accuse

mosse.

La funzione della risoluzione non si limitò a questa denuncia politica: essa servì soprattutto

a dimostrare la correttezza della linea e dei principi portati avanti da Mao rispetto ai suoi

avversari e oppositori. Essa cementò l’alleanza tra Mao Zedong e Liu Shaoqi: il secondo

veniva indicato quale modello per il lavoro portato avanti nelle aree bianche poste sotto il

controllo dei nazionalisti.

La risoluzione e il successivo VII Congresso nazionale posero le basi per la creazione di

una nuova leadership comunista unita e stabile, di un nuovo sistema di gestione politica e

militare che incoraggiasse l’iniziativa locale, e di un potere concentrato in una sola

persona, Mao.

La nuova dirigenza che aveva preso corpo attorno a Mao durante il 1945 fu

sostanzialmente quella che salutò la fondazione della Repubblica Popolare Cinese

nell’ottobre 1949 e sarebbe largamente rimasta la stessa sino alla metà degli anni

Sessanta.

Un mutamento rilevante tra il 1945 e il 1949 fu l’ascesa di Liu Shaoqi dal terzo al secondo

posto della gerarchia comunista.

Un caso altrettanto interessante è quello di Zhou Enlai. Mao e Zhou si erano trovati su

opposte posizioni tra il 1937 e 1938, quando il secondo aveva esplicitamente sostenuto le

posizioni di Wang Ming e dei bolscevichi. Il ruolo di Zhou fu gradualmente rivalutato negli

anni seguenti, anche alla luce della sua lunga militanza politica, dell’incontestabile talento

e dell’aperta autocritica che egli compì per gli errori commessi.

Tra il 1945 e il 1949 venne definendosi la struttura organizzativa del partito, secondo linee

generali che sarebbero rimaste per larga parte in vigore nei decenni a venire.

Al centro l’Ufficio politico e il suo Comitato permanente costituivano il cuore del potere

decisionale:

Comitato centrale svolgeva una funzione essenziale di sostegno e di ratifica delle

- decisioni assunte al vertice

Congresso nazionale rappresentava il momento fondamentale più alto nella vita

- del partito

L’organizzazione centrale del partito era completata da vari comitati e commissioni e

numerosi dipartimenti.

Nelle province e municipalità più importanti, nei distretti, centri urbani e villaggi la struttura

del partito rifletteva sostanzialmente il modello sopra esposto, sino all’unità organizzativa

più piccola rappresentata dalla cellula o sezione di partito.

EMERGENZA, “NUOVA DEMOCRAZIA” E “DITTATURA DEL POPOLO” (1950-54)

Il consolidamento e rinnovamento del partito e del suo gruppo dirigente costituirono la

premessa fondamentale per procedere alla difficile e complessa opera di risanamento e di

ricostruzione.

Tale opera, che si protrasse per gran parte del quinquennio 1949-54, si sviluppò in un

clima di costante tensione sociale e fervore rivoluzionario, acuito dall’intervento delle

truppe cinesi in Tibet, dal rapido peggioramento dei rapporti con gli Usa, l’intervento cinese

nella guerra di Corea, nonché dal parallelo avvio della cooperazione con l’Urss.

Al vertice del potere istituzionale stava il Consiglio centrale popolare. Era presieduto da

Mao Zedong.

La struttura formale dello Stato e del governo costituiva il secondo pilastro del nuovo

sistema di potere, accanto al partito e all’esercito (Esercito popolazione di liberazione,

Epl).

Il secondo e il terzo obbiettivo perseguiti riguardarono l’impegno per il risanamento

dell’economia, per la stabilizzazione sociale, il miglioramento dell’affidabilità e

dell’efficienza burocratica nonché l’avvio delle prime riforme di base.

Il debilitante ciclo inflazionistico venne spezzato e furono adottate rigorose misure di

austerità con il controllo dei prezzi, la riforma monetaria e il risanamento del bilancio

statale. Furono attuate politiche che non beneficiavano solo operai e contadini, ma anche

la piccola borghesia produttiva e gli stessi capitalisti che avevano sostenuto negli anni

precedenti i comunisti: a questi ultimi fu consentito di sviluppare le proprie industrie quale

premessa per lo sviluppo di una moderna struttura economica, dando così vita a

un’economia mista. Venne promossa la nascita di imprese a capitale misto.

La strategia di incentivare i privati a vendere i propri impianti raggiunse il suo apice nel

1954. Quanto alle proprietà straniere, esse furono in gran parte requisite e gli imprenditori

stranieri costretti a lasciare il paese dopo aver venduto a prezzi stracciati i loro beni.

La gradualità della politica economica diede ottimi risultati, tanto che già nel 1952 la

produzione industriale raggiunse i livelli più alti del periodo pre-1949.

Ci fu l’approvazione nel maggio 1950 della legge sul matrimonio e nel giugno 1950 della

legge di riforma agraria.

La prima aveva l’obbiettivo di migliorare la posizione delle donne nella società cinese

accordando loro eguaglianza e libertà nella scelta dello sposo. Uomini e donne vennero

posti sullo stesso piano legale nella richiesta di divorzio. La legge incontrò non poche

difficoltà di applicazione. C’era una generale impreparazione dei responsabili locali.

La seconda aveva come obbiettivo di liberare le forze produttive rurali dai vincoli imposti

dal sistema feudale della grande proprietà fondiaria, al fine di sviluppare la produzione

agricola e porre le basi per l’industrializzazione: il processo presupponeva la distruzione

del tradizionale sistema agricolo attraverso la lotta sociale (lotta di classe) e l’edificazione

di un nuovo sistema basato sulla produzione collettiva rurale.

La riforma agraria fu modellata sulle esperienze acquisite prima del 1949 nelle basi

comuniste, soprattutto nel Nord. Il problema principale era rappresentato dalle esorbitanti

tasse e dall’alto costo del denaro necessario per intraprendere attività di manutenzione e

innovazione.

Assai differenziata appariva la cultura politica e sociale delle diverse regioni: clan e

lignaggi dominanti in molte parti del Sud, mentre società segrete risultavano egemoni in

diverse parti del nord e dell’ovest.

Venne formulata dunque una suddivisione in 5 categorie della popolazione contadina.

I principali beneficiari furono i lavoratori e i contadini poveri. La terra dei proprietari terrieri

doveva essere ridistribuita, anche se specifica attenzione fu rivolta a coloro che avevano

in qualche modo sostenuto la rivoluzione.

L’impatto della riforma agricola fu di carattere sociale e politico.

Ogni iniziativa necessitava di un relativamente lungo e complesso processo di

preparazione, coltivando legami sociali all’interno della comunità.

Un secondo ostacolo alla partecipazione attiva da parte contadina era rappresentato dalla

“barriera socio psicologica”.

A partire dagli inizi del 1951 e sino alla metà del 1953, furono avviate diverse campagna di

massa. L’asprezza e la durezza del partito comunista furono determinanti per spezzare in

modo definitivo il potere dei controrivoluzionari e dei nemici di classe.

Nell’ultima parte del 1950 si sviluppò la campagna di resistenza all’America e di sostegno

alla Corea, che prese particolarmente di mira gli stranieri in Cina: tanto che quasi tutti gli

stranieri, alla fine del 1950, avevano lasciato la Cina. Campagna contro i

controrivoluzionari1951-53.

Alle due campagne suscitate se ne aggiunsero altre due:

La Campagna dei “tre contro” (1951-52)  contro la corruzione burocratica, la

- dissipazione delle risorse e i fenomeni di cattiva gestione

La Campagna dei “cinque contro” (1952)  contro l’evasione fiscale, la corruzione di

- pubblici ufficiali, la truffa contrattuale, l’appropriazione indebita e il furto dei beni

dello Stato e di informazioni sull’economia nazionale.

Le campagne e le organizzazioni di massa divennero in futuro preziosi ed efficaci per il

partito ai fini di mobilitare la popolazione e di convogliare verso la società le proprie

direttive. Forte senso di coesione.

Le campagne di massa videro il battesimo e l’inizio della sperimentazione del sistema

delle unità di lavoro e residenziali con il duplice obbiettivo di radicare la presenza

comunista e di rafforzare il controllo sociale, politico e ideologico sulla popolazione. Ogni

cinese faceva riferimento ad un’unità. L’unità controllava la distribuzione degli alloggi,

distribuiva i buoni per i beni razionati, sovrintendeva il programma di controllo delle nascite

e l’assistenza sanitaria, mediava sulle dispute interne e forniva la base essenziale per

un’efficace mobilitazione delle masse.

“dittatura democratica popolare”  la nuova dirigenza si incardinava in una visione più

generale, imperniata su una solida fede nel volontarismo. Tale visione si contrapponeva

radicalmente al pensiero sociale tradizionale cinese, che enfatizzava l’importanza

essenziale del fato nella vita di ognuno.

STATO SOCIALISTA E PIANIFICAZIONE ECONOMICA (1954-57)

Con il 1954, le principali esigenze apparivano largamente superate, mentre l’armistizio in

Corea portava un allentamento della tensione internazionale ai confini con la Cina e l’aiuto

sovietico sembrava offrire una solida sponda agli sforzi cinesi. Il tempo sembrava propizio

per avviare un programma di sviluppo economico e sociale di più ampio respiro, anche se

era stata superata la prima seria crisi all’interno del partito.

Nel febbraio del 1954 Gao Gang e Rao Sushi furono epurati dai loro incarichi. Essi furono

accusati di attività miranti a dividere il partito e a screditare alcuni alti dirigenti, nonché di

propagandare la teoria per cui esistevano in realtà due partiti.

Nel settembre 1954 si tenne la prima sessione dell’Assemblea nazionale popolare.

Il compito prioritario era di formulare la prima Costituzione della Repubblica Popolare

Cinese. Questa indicava che la RPC era uno Stato di democrazia popolare guidato dalla

classe operaia e basato sull’alleanza tra operai e contadini.

La nuova carta costituzionale prevedeva l’insediamento di un sistema giudiziario

teoricamente indipendente e riformulava il ruolo delle forze armate nell’ambito dello Stato

socialista. Furono abolite le 6 regioni amministrativo-militari e creato un apposito Ministero

della Difesa.

Lo sforzo delineato negli articoli della Costituzione, finalizzato a mantenere relazioni

positive con le minoranze pur nell’ambito della preservazione del controllo generale da

parte comunista, fu rafforzato con misure più pratiche nei confronti delle aree di confine:

Sviluppo di trasporti e comunicazioni

- Sforzi relativi per migliorare le condizioni economiche

- Educazione e propaganda enfatizzanti il fatto che tutte le minoranze erano in realtà

- parte comune della grande patria cinese

Invio di squadre in loco al fine di promuovere la causa dell’unità nazionale e aiutare

- le popolazioni locali [alcune tennero comportamenti erronei]

In numerosi casi la strategia comunista dette buoni frutti, apportando una leva di nuovi

iscritti al partito.

Nell’ottobre 1953 venne adottato dal governo il Primo Piano Quinquennale (1953-57).

Si ispirava al modello dell’Urss, che era stato sviluppato nel contesto di un’economia

industrialmente non avanzata e che prevedeva un ruolo vitale dello Stato socialista al fine

di accumulare il capitale da investire prioritariamente nel settore dell’industria pesante.

Al centro del piano quinquennale fu posto l’obbiettivo dell’industrializzazione, soprattutto

pesante; era prevista anche la costruzione di circa 700 grandi imprese industriali. Ciò

richiedeva un consistente aiuto finanziario e tecnico. Nel febbraio del 1950 fu firmato il

Trattato di amicizia, alleanza e mutua assistenza con l’Unione Sovietica.

Il tutto diede frutti positivi. La produzione superò largamente le previsioni. La crescita

economica si avvicinò all’8.9% su base annua e vi fu un evidente miglioramento nelle

condizioni di vita. I salari operai conobbero una certa crescita e i redditi dei contadini

beneficiarono del buon momento.

La crescita della produzione agricola non superò annualmente il 4.5%: sussistevano

comunque forti dubbi sul fatto se un simile aumento del tasso di crescita agricola sarebbe

stato in grado in prospettiva di sostenere l’ambizioso piano di sviluppo industriale e

urbano. Con il tempo l’economia cinese iniziò a evidenziare alcuni dei fenomeni negativi

che già si erano verificati all’interno dell’esperienza sovietica e in particolare:

Squilibrio nella crescita economica

- Enfasi sul raggiungimento di alti tassi di crescita quantitativa a discapito di quella

- qualitativa

Bassa produttività

- Entusiasmo declinante di lavoratori e manager in assenza di adeguati incentivi

- Forte compressione dei consumi dovendo le risorse essere largamente destinate

- agli investimenti nell’industria pesante

Occorreva trovare nuovi metodi per garantire la fuoriuscita dell’arretratezza economica.

Fu posta come priorità l’obbiettivo della collettivizzazione, imperniata sull’ampio utilizzo dei

tradizionali sistemi agricoli. Nel 1956 Mao delineò un Piano in 12 anni per l’agricoltura che

proponeva la socializzazione quale necessario premessa per una rapida crescita

produttiva.

Il piano avrebbe costituito la base della svolta radicale e collettivistica di fine 1957.

Ciò che era comunque necessario realizzare era superare l’estrema parcellizzazione della

terra. Occorreva creare unità produttive ampie nelle quali le risorse di molti contadini

venivano convogliate e che avrebbero reso possibile l’uso di macchinari.

Le premesse furono poste sin dal 192 con la creazione di “squadre di mutuo aiuto”.

L’avvio effettivo del processo di collettivizzazione risale al 1954-55. In quella fase sorsero

le “cooperative di livello inferiore dei produttori agricoli”: si trattava di associazioni

volontarie di famiglie (da trenta a cinquanta) che mettevano assieme non solo il lavoro ma

anche la terra, gli animali e gli strumenti agricoli.

Là dove si verificò una brusca accelerazione del processo di collettivizzazione in tempi

ristretti, la ragione principale fu dovuta alla pressione dei responsabili locali, che in molti

casi violarono di fatto il principio volontaristico dell’adesione alle cooperative.

La seconda fase della collettivizzazione fu portata avanti tra il 1956 e il 1957, con la

formazione delle cooperative di livello superiore dei produttori agricoli: erano unità formate

da un minimo di 100 e un massimo di 300 famiglie, attraverso le quali fu consolidata la

proprietà collettiva della terra e venne posto fine alla proprietà privata.

Il passaggio alla seconda fase pose le basi per la svolta radicale e collettivistica di fine

1957, invertendo la tradizionale strategia di pragmatismo e flessibilità.

SUCCESSI E CONTRADDIZIONI (1956-57)

Nel biennio 1956-57 Mao Zedong e il gruppo dirigente comunista si trovarono di fronte a

nuove questioni:

Rapporto tra partito e intellettuali

- Mutamenti in corso in Unione Sovietica e più in generale in campo internazionale

-

Tali questioni furono al centro dei lavori dell’VIII Congresso nazionale del Partito comunista

cinese che si svolse a Pechino nell’autunno 1956.

Due temi principali: politica ideale e culturale – questioni economico-sociali.

I rapporti tra partito e intellettuali erano stati proficui, ma contrastanti sin dagli anni di

Yan’an e Mao in particolare aveva evidenziato la sua diffidenza e sfiducia nei confronti

degli intellettuali. Per lui molti intellettuali mancavano del senso pratico diffuso tra il popolo,

ma erano sempre pronti a darsi delle arie e a guardare il popolo dall’alto in basso.

Nonostante i progressi nel campo dell’educazione, larga parte degli intellettuali continuava

a provenire da famiglie abbienti o che tali erano state: diversi avevano operato sino alla

vigilia del 1949 nelle istituzioni e nelle professioni urbane e dunque a contatto con i

nazionalisti, e molti si erano formati all’estero o erano stati influenzati dall’Occidente, che

in quegli anni era visto come un grande nemico.

Idee dissimili esistevano all’interno della leadership cinese.

Il movimento conobbe due fasi, tra il maggio del 1956 e il giugno del 1957,

caratterizzandosi durante la seconda per l’ampiezza dei temi toccati e anche per la

crescita di aspre critiche nei confronti del partito: esso si concluse nel giugno 1957 con la

brusca fine della campagna sancita da un duro editoriale del “Quotidiano del Popolo” nel

quale, oltre a riflettere indirettamente la profonda amarezza e disillusione di Mao per le

critiche sollevate, si accusavano apertamente coloro che avevano abusato della crescente

libertà per attaccare il partito e il socialismo.

Fu l’inizio della Campagna contro la Destra, nel corso della quale centinaia di migliaia di

intellettuali furono puniti con la perdita del lavoro e degli incarichi, con l’imprigionamento,

con l’invio nei campi di lavoro.

Il Secondo Piano Quinquennale accordava una bassa priorità all’agricoltura

nell’allocazione delle risorse, ma maggiore enfasi veniva posta sull’industria leggera al fine

di venire meglio incontro alla domanda di beni di consumo; erano previste parziali forme di

decentramento al fine di limitare l’enfasi centralizzatrice del piano, ma l’influenza del

modello sovietico risultava ancora forte.

Eventi recenti in Unione Sovietica  la nuova dirigenza comunista aveva denunciato

aspramente l’operato passato del leader sovietico Stalin.

Nel rapporto politico di Liu Shaoqi si indicava che con il sostanziale completamento della

trasformazione socialistica la contraddizione di classe tra proletariato e borghesia era

essenzialmente risolta e il secolare sistema di sfruttamento di classe era giunto al

capolinea. Le tesi di Liu riguardavano la centralità dello sforzo produttivo e la de-

enfatizzazione dell’importanza della lotta di classe.

Importanti riflessi del pensiero di Mao in quella fase ci vengono in particolare da due

discorsi:

Sui dieci grandi rapporti (aprile 1956)  delineò un metodo di direzione e di gestione

- politica basato sull’equilibrio nel rapporto tra centralismo e democrazia.

Sulla corretta risoluzione delle contraddizioni in seno al popolo (febbraio 1957) 

- enfatizzò l’importanza di distinguere tra due diversi tipi di contraddizioni in seno alla

società socialista: quella tra noi e il nemico, da risolvere attraverso i metodi della

coercizione e della dittatura, e quelle in seno al popolo, alle quali fornire adeguate

risposte attraverso metodi democratici e la persuasione.

In quella fase storica emerge un Mao fiducioso e speranzoso, che scrive poesie che

riflettono la soddisfazione per i grandi successi conseguiti.

La ricerca di rapporti più equilibrati tra partito e società fu alla base dell’avvio, nella

primavera 1956, del Movimento dei Cento Fiori nonché probabilmente dell’accettazione

sostanziale da parte di Mao delle tesi più moderate dell’VII Congresso.

L’VIII Congresso elesse il nuovo Comitato centrale composto di 97 membri. Venne eletto il

nuovo gruppo dirigente: il presidente del Comitato centrale (Mao Zedong), con accanto 4

vicepresidenti (Liu Shaoqi, Zhou Enlai, Zhu De e Chen Yun) e il segretario generale (Deng

Xiaoping). RADICALISMO E COLLETTIVISMO

IX.

Tra l’autunno 1957 e l’estate del 1960 i rapporti con Mosca conoscevano un costante

peggioramento che sarebbe culminato nel luglio 1960 con il ritiro dell’assistenza sovietica

in Cina.

Grande Balzo in Avanti – crisi politica al vertice del Partito comunista cinese del 1959 –

programma di risanamento.

IL GRANDE BALZO IN AVANTI: ORIGINI E SVILUPPI (1957-60)

I primi segnali di una radicazione nella strategia politica si erano avuti nel giugno 1957 con

l’avvio della Campagna contro la Destra: tra settembre e ottobre, tali segni furono rafforzati

dalle decisioni assunte nel corso della terza sessione plenaria del Comitato centrale eletto

all’VIII Congresso.

Venne adottata in via di principio la versione rivista dal Piano in 12 anni per l’agricoltura e

furono approvati una serie di rapporti sulla Campagna contro la Destra.

Venne rivista la formula adottata secondo cui la contraddizione principale in Cina era ora

l’arretratezza delle forze produttive e la lotta di classe era sostanzialmente terminata.

Mao obbiettò sulla critica mossa dal congresso alle sue tesi circa l’esigenza di uno

sviluppo accelerato dell’economia.

Agli inizi del 1958 ci furono una serie di incontri e di conferenze di lavoro tenute nelle città

di Nanning e Chengdu.

I discorsi di Mao posero, in positivo, il problema della ricerca di una via più autonoma nello

sviluppo del socialismo in Cina; portarono alla forte critica di numerosi dirigenti centrali

(Zhou Enlai e Chen Yun) e, in negativo, condussero a negare radicalmente i positivi

risultati conseguiti dopo il 1949 e a indebolire la gestione collegiale del partito rafforzando

oggettivamente, nel contempo, la centralità assoluta e incontestabile del ruolo di Mao.

Nel corso della seconda sessione dell’VIII Congresso venne ratificato l’avvio del Grande

Balzo in Avanti; la posizione di Mao venne fortemente rafforzata con l’ingresso nel

Comitato permanente dell’Ufficio politico di uno dei suoi più fedeli seguaci e alleati, Lin

Biao, nonché con l’entrata nell’Ufficio politico di Tan Zhenlin, Li Jingshi e Ke Qingshi.

Il Grande Balzo in Avanti rappresentò il deciso ritorno ad alcune delle tecniche principali di

mobilitazione e fu basato sulla premessa che l’entusiasmo delle masse poteva essere

sollecitato e utilizzato ai fini di promuovere la crescita economica e l’industrializzazione.

Tale strategia affondava le proprie radici nel concetto di “rivoluzione permanente”, nel

senso di fornire attraverso continui mutamenti qualitativi un’efficace risposta alle vecchie e

nuove contraddizioni prevenendo in particolare la burocratizzazione e istituzionalizzazione

della rivoluzione.

Mao contestò il valore effettivo della pianificazione modellata sull’esperienza politica

sovietica.

Parte integrale della strategia del Grande Balzo era la politica del “camminare sulle due

gambe”: si trattava di promuovere parallelamente e congiuntamente metodi di produzione

tradizionale su piccola scala e metodi moderni su larga scala. I frutti più noti furono le

“fornaci di cortile”.

Le comuni popolari erano unità collettive ancora più ampie delle precedenti cooperative di

livello superiore, a cui veniva affidato non solo il compito di organizzare e coordinare il

lavoro agricolo, ma anche la responsabilità di assumere compiti di amministrazione a

livello di villaggio e raccogliere le tasse, promuovere l’industria e il commercio, occuparsi

delle politiche sociali e sanitarie e dello sviluppo dell’educazione, presiedere alla gestione

della milizia popolare. [99% delle famiglie rurali]

Ogni forma anche minima di proprietà venne abolita.

La comune era articolata in 3 livelli di proprietà:

La comune stessa

- La brigata

- La squadra (coincide con la vecchia cooperativa di livello inferiore)

-

La terminologia prescelta indica l’enfasi sulla comunizzazione e su di una sorta di

militarizzazione insita in tale esperienza, secondo un orientamento che risultava rafforzato

dal ruolo importante assunto dalla milizia popolare.

Il Grande Balzo in Avanti non fu meramente quel misto di sfrenato volontarismo.

Il clima di confusione, incertezza, divisione e sospetto che era andato crescendo in seno

alla dirigenza comunista si era allargato dal centro alla periferia.

Dopo una prima fase espansiva e positiva, con i primi mesi del 1959 la produzione

cominciò a declinare in tutti i settori e forme di protesta e di resistenza si diffusero con

l’incompetenza degli amministratori, l’eccessiva ampiezza delle comuni, gli obblighi alla

vita comunitaria, intrecciandosi con una serie di disastri e calamità naturali.

Nell’agosto 1959 si tenne l’ottava sessione planetaria del Comitato centrale.

CRISI A LUSHAN E A LHASA

Lushan, nella provincia del Jangxi (Cina centro-meridionale), era da tempo stazione

climatica e luogo di ristoro per i dirigenti cinesi.

Una serie di importanti incontri e conferenze di lavoro erano state tenute in varie parti del

paese. In particolare due conferenze di lavoro furono tenute tra la fine del 1958 e gli inizi

del 1959 a Zhengzhou, mentre la 6° e 7° sessione plenaria del Comitato centrale si

svolsero rispettivamente nelle città di Wuchang e di Shanghai.

Il 14 luglio 1959 Peng Dehuai, membri dell’Ufficio politico e ministro della Difesa nonché

eroe della guerra di Corea, decise di scrivere una lettera a Mao, nella quale evidenziava le

proprie preoccupazioni per il permanere del “fanatismo piccolo-borghese” e della “idea di

poter arrivare al comunismo in un solo colpo”.

Nella risoluzione finale approvata dal Comitato centrale si condannavano gli errori della

“cricca anti-partito guidata da Peng Dehuai”.

Le decisioni assunte a Lushan ebbero rapide e importanti ripercussioni gerarchiche.

Esse posero le basi per il “secondo Grande Balzo in Avanti” che, avviato agli inizi del

1960, acuì maggiormente la grave situazione di crisi, con il tentativo di estendere

selettivamente l’esperienza delle comuni alle aree urbane.

Nei mesi precedenti l’inizio dei lavori a Lushan, ci fu un’ampia rivolta in Tibet che venne

ben presto schiacciata sanguinosamente dalle truppe cinesi, portando alla fuga del Dalai

Lama in India.

Con il crollo dell’Impero e la nascita della Repubblica, la posizione cinese alle frontiere si

era seriamente indebolita e nel 1913, grazie al sostegno britannico, il Dalai Lama fece

ritorno a Lhasa. Alla Conferenza di Simla, in India (1913-14), fu stabilito che il Tibet

sarebbe stato autonomo, ma allo stesso tempo venne riconosciuta la sovranità cinese.

L’interesse britannico, legato alla sua presenza in India, si intrecciò alla ferma convinzione

cinese che il Tibet era parte alienabile della Cina e alla forte rivendicazione da parte

tibetana della propria autonomia. Quando nel 1947 l’India divenne indipendente dalla Gran

Bretagna, il problema si ripropose nella sua complessità, acuita dal sostanziale

disimpegno britannico e anche americano.

Nel maggio 1951 fu firmato l’Accordo in 17 punti per la liberazione pacifica del Tibet. Con

esso il Tibet riconosceva di fatto la sovranità cinese in cambio del mantenimento del

proprio tradizionale sistema politico ed economico nonché del ruolo essenziale del Dalai

Lama.

Con gli ultimi anni Cinquanta la situazione andò decisamente cambiando, anche in seguito

al ruolo statunitense di crescente sostegno delle posizioni tibetane più radicali: si diffuse

una larga insoddisfazione tra molti tibetani che vivevano nelle province confinanti e

contigue al Tibet, in seguito all’accelerazione del processo di coltivazione. Nel 1959 tutta

questa situazione portò all’intervento dell’Esercito popolare di liberazione e al nuovo esilio

del Dalai Lama in India.

Con il 1959, si può affermare che la politica cinese verso il Tibet mutò radicalmente,

alimentata dal clima di radicalismo che pervadeva la società cinese.

IL RAGGIUSTAMENTO ECONOMICO E POLITICO (1961-62)

La caduta della produzione industriale nel corso del 1959 si trasformò in tracollo l’anno

successivo. Tra il 1958 e il 1962 il prodotto interno lordo diminuì del 35% circa. Le

ripercussioni più gravi si fecero sentire in agricoltura. Tra il 1959 e il 1960 la popolazione

totale diminuì di 10 milioni.

Il raggiustamento economico e politico ebbe inizio nel gennaio 1961, con la 9° sessione

plenaria del Comitato centrale, e si ampliò agli inizi del 1962 durante la cosiddetta

“Conferenza dei settemila”.

Il problema più urgente era la ripresa della produzione agricola. L’agricoltura divenne

l’obbiettivo prioritario seguito dall’industria leggera e da quella pesante, rigettando di fatto

la strategia complessiva del Grande Balzo in Avanti, ma allo stesso tempo respingendo

chiaramente ogni ipotesi di ritorno al modello sovietico di sviluppo. Le comuni popolari

furono riformate, i mercati rurali rivitalizzati.

Le nuove regole di organizzazione delle comuni furono approvate nell’autunno del 1962: la

loro dimensione venne ridotta, così come le funzioni socioeconomiche.

La crisi del 1958-60 portò a un crescente rigetto da parte contadina, delle comuni e più in

generale delle strutture collettive, in favore del ritorno a un sistema basato sulla centralità

dell’unità familiare nell’ambito del processo e dell’organizzazione produttivi. Secondo tale

sistema, la centralità della famiglia veniva equilibrata da un contratto tra questa e

l’amministrazione locale, garantendo in tal modo gli interessi fondamentali dello Stato.

Verso metà 1962 il 20% delle famiglie aveva adottato il sistema di responsabilità familiare.

Nel settore industriale, venne introdotta una politica di restrizione finanziaria. Il sistema di

controllo sociale e abitativo fu rafforzato al fine di evitare afflussi incontrollati dalla

campagna verso la città, come si era verificato durante il Grande Balzo in Avanti.

Il programma di raggiustamento conseguì un successo impressionante, con un incremento

medio del 15% annuo della crescita nella prima metà degli anni Sessanta.

Nel corso della “Conferenza dei settemila” del gennaio-febbraio 1962, il processo di

riflessione e revisione politica e ideologica fu portato a termine solo parzialmente:

Da una parte, vennero da tutti riconosciuti gli errori commessi e richiamato lo spirito

- tradizionale del partito di “cercare la verità dei fatti”

Dall’altra, venne riaffermata ulteriormente la centralità delle “Tre Bandiere Rosse”

- (la linea generale di edificazione socialista, il Grande Balzo in Avanti, le comuni

popolari) e fu avviato un ripensamento limitato a proposito del “caso Peng Dehuai”.

Certi interventi sottolinearono come il disastro intervenuto fosse in realtà il risultato di non

aver applicato pienamente e correttamente le indicazioni di Mao Zedong, oppure posero

l’accento prevalentemente sulle catastrofi naturali.

Il processo di riaggiustamento stava gradualmente producendo un incremento delle

differenze tra città e campagna e una parziale diversificazione nei redditi all’interno dei

diversi gruppi sociali, favorendo operai specializzati e tecnocrati.

Mao e coloro che ne sostenevano le posizioni ritenevano che non si dovesse

abbandonare totalmente tutte le esperienze politiche accumulate negli anni precedenti a

vantaggio di una nuova strategia che sembrava non offrire sufficienti garanzie circa gli

strumenti.

PENDERA DA UNA PARTE: L’ALLEANZA CON L’UNIONE SOVIETICA

X.

Nel decennio 1950-60 la politica estera della Repubblica Popolare Cinese si sviluppò nel

segno di una stretta alleanza con l’Unione Sovietica, benché già negli ultimi anni

Cinquanta tale alleanza aveva evidenziato crescenti problemi.

Origine + aspetti principali dell’alleanza sino-sovietica.

L’ALLEANZA CON L’URSS E LA GUERRA IN COREA (1950-53)

Alla fine del 1949 Mao lasciò il territorio cinese per recarsi all’estero, in Unione Sovietica.

Il viaggio avveniva in una fase in cui la “guerra fredda” tra Usa e Urss conosceva

un’ulteriore accelerazione, con il consolidamento dell’espansione sovietica in Europa

orientale. Nei primi anni del dopoguerra, il centro della contesa tra le due superpotenze fu

l’Europa e in particolare la Germania, ma presto la tensione e il confronto si trasferirono in

Asia orientale.

Con la nascita della Cina Popolare furono poste solide premesse per un deciso

miglioramento e un forte sviluppo nelle relazioni bilaterali.

Mao non aveva alcuna conoscenza diretta dell’Unione Sovietica.

Pochi mesi prima del viaggio a Mosca, Mao stesso aveva rigettato con forza le critiche che

erano state mosse all’orientamento internazionale del Partito comunista cinese.

Il viaggio a Mosca aveva il compito di sancire l’alleanza e le cooperazioni con l’Urss, di

riaffermare in concreto che la Cina aveva scelto la parte (socialismo) verso la quale

pendere.

Nel febbraio 1950 venne firmato il Trattato di amicizia, alleanza e mutua assistenza, che

prevedeva la formazione di un’alleanza difensiva contro eventuali attacchi esteri, un aiuto

finanziario (modesto) da parte sovietica rimborsabile in rate annuali e a basso interesse e

l’impegno di Mosca a evacuare le città cinesi di Dalian e Lushun. A sua volta, la Cina

accettò la costituzione di compagnie miste sino-sovietiche allo scopo di sfruttare le risorse

di petrolio e metalli non ferrosi nella regione cinese del Xinjiang e riconobbe la realtà

dell’esistenza ai confini settentrionali della Repubblica Popolare di Mongolia (Stato

indipendente fortemente condizionata dall’Urss).

Il trattato fu seguito dall’invio di migliaia di consiglieri economici, industriali e tecnici

sovietici in Cina per la ricostruzione e lo sviluppo.

L’alleanza definitiva sino-sovietica fu messa presto alla prova pochi mesi dopo la firma del

trattato. Nel giugno 1950 la Corea del Nord (Urss) attaccò la Corea del Sud (Usa). Dopo la

fine della seconda guerra mondiale le truppe sovietiche e statunitensi avevano occupato il

vuoto politico e militare lasciato dalla resa delle truppe giapponesi, occupando

rispettivamente la parte settentrionale e meridionale della penisola coreana. L’occupazione

aveva portato alla formazione e consolidamento nel Nord del regime filosovietico guidato

da Kim Il-sung e al Sud di quello filoamericano diretto da Sygman Rhee.

Ci fu un dibattito sulla crisi nella penisola coreana nell’ambito dell’Onu.

In ottobre 1950 si verificarono infiltrazioni di truppe cinesi nella Corea del Nord; a

novembre, l’offensiva divenne totale. Il comando delle operazioni cinesi venne affidato a

Peng Dehuai.

La prima fase si rivelò straordinariamente positiva per le truppe cinesi: a dicembre le

truppe nemiche furono respinte oltre il 38° parallelo e a fine gennaio 1951 esse vennero

costrette a indietreggiare ancor più a sud all’interno del territorio sudcoreano.

Alla fine, nel luglio 1953, venne firmato un armistizio che riaffermava la divisione delle due

Coree all’altezza del 38° parallelo.

Le perdite cinesi furono enormi, attorno al milione. Le perdite americane circa 160.000,

quelle sudcoreane 400.000 e nord-coreane 600.000.

L’impatto della guerra in Cina fu enorme, accentuato il fatto ch il paese era impegnato in

una dura e aspra opera di risanamento e di ricostruzione.

INIZIATIVA DIPLOMATICA E COESISTENZA PACIFICA (1953-56)

La fine della guerra di Corea e la morte del leader sovietico Stalin avviarono una fase più

distensiva nella politica estera cinese, favorita anche dal successo dell’opera di

ricostruzione. I rapporti con l’Urss furono per alcuni anni caratterizzati da uno spirito di

collaborazione più forte e dalla tendenza a ridurre, pur gradualmente, il forte squilibrio – a

favore di Mosca. La Cina fu in grado di svolgere un proprio ruolo attivo diplomatico su

varie questioni internazionali.

Le questioni del rafforzamento dell’assistenza economica e tecnica sovietica e più in

generale della cooperazione economica bilaterale furono al centro del rinnovato impegno

sino-sovietico.

Il sostegno sovietico fu importante ai fini della partecipazione cinese alla Conferenza di

Ginevra del 1954, convocata per trovare una soluzione alla guerra d’Indocina tra la

Francia e il movimento di liberazione vietnamita. La conferenza sancì l’uscita definitiva di

scena della Francia dalla regione indocinese.

Il ruolo dei comunisti cinesi risultò essenziale ai fini del buon esito delle trattative, grazie ai

solidi rapporti che Ho Chi Minh.

Di importanza politica maggiore fu il ruolo fondamentale svolto dai cinesi, sempre

attraverso Zhou Enlai, alla Conferenza di Bandung (Indonesia) del 1955.

La conferenza fu convocata al fine di affrontare i problemi della pace, dell’indipendenza e

dello sviluppo nell’area, in una fase in cui le vittorie militari vietnamite e le insurrezioni

antifrancesi contro le forze del colonialismo francese, nonché l’insorgere del nazionalismo

arabo e il parallelo declino dell’influenza britannica in Medio Oriente fornivano una forte

accelerazione al processo di decolonizzazione. Si ricercava una nuova realtà nei rapporti

internazionali basata sul neutralismo e sulla decolonizzazione, ponendo le basi del

movimento dei non allineati, inteso come non allineamento rispetto ai blocchi politico-

militari contrapposti guidati da Usa e Urss.

Una questione non centrale, ma importante fu quella dei milioni di cinesi che vivevano nei

paesi come l’Indonesia. Inoltre vi era da risolvere un’ulteriore problema: dopo il 1949

migliaia di truppe nazionaliste si erano rifugiate in Thailandia e Birmania, cercando di

creare dei regimi anticomunisti.

Alla fine, il governo cinese firmò nel 1955 un accordo bilaterale (con l’Indonesia) con cui si

riconosceva di fatto la possibilità ai cittadini cinesi in loco di scegliere nell’arco dei prossimi

due anni tra il mantenimento della propria nazionalità o la scelta di quella del paese

ospitante.

Gli Stati Uniti, alla fine del 1954, firmarono un trattato di mutua difesa con Taiwan,

suscitando le ire della Cina.

L’ALLEANZA SINO-SOVIETICA: SVILUPPI, CRISI E ROTTURA (1956-60)

A partire dal 1956 in Cina fu dato inizio a una riflessione circa l’applicazione del modello di

sviluppo economico sovietico; in parallelo, sollecitati dai mutamenti in Urss e dalla

denuncia di Chruščëv del culto della personalità staliniano, suscitando la crescente

preoccupazione da parte di Pechino.

Tali eventi portarono la dirigenza cinese a cercare nuovo vie, più autonome, per lo

sviluppo del socialismo. L’irrigidimento e la svolta radicale avviata a partire dall’estate

1957, successivamente al lancio della Campagna contro la Destra, si riflessero tuttavia

presto nell’approccio verso i rapporti con l’Unione Sovietica e più in generale i problemi di

politica estera.

Gli eventi del 1956 fecero sentire i propri effetti sui rapporti sino-sovietici con un certo

ritardo (dopo il 1958) per 3 motivi:

Il processo di ridefinizione della strategia cinese, che spingeva a privilegiare i

- problemi interni

Lo sviluppo in Urss della lotta per l’egemonia e il potere, che aveva visto l’emergere

- di Chruščëv, le cui posizioni apparivano ancora relativamente deboli

La preoccupazione comune per l’unità del campo socialista, scossa dagli eventi di

- Varsavia e Budapest.

Durante la visita di Mao a Mosca nell’ottobre 1957, venne firmato un accordo per un ampio

programma di aiuto militare di Mosca a Pechino. Su questa base, il Ministro della Difesa

Peng Dehuai sviluppò contatti e accordi con le controparti sovietiche al fine di accelerare

lo sviluppo di un armamento nucleare e di un programma missilistico.

A partire dal 1958, l’avvio del Grande Balzo in Avanti e delle comuni popolari insinuò

profonde divisioni tra i due paesi, accentuate dall’emergere di differenze sempre più

marcate sui grandi problemi della pace e della guerra, del socialismo e dell’imperialismo.

Mao aveva cominciato a rivalutare l’importanza del fatto che la liberazione e

l’indipendenza potevano essere conquistate e difese solo attraverso una piena

“rigenerazione basata sulle proprie forze”.

Tale concezione aveva riflessi anche in campo militare, spingendo a rivalutare la

tradizionale esperienza originale e autonoma cinese nel campo della guerra e della

strategia militare.

Quanto ai temi della guerra e della pace, Pechino sembrava ritenere, alla luce dei grandi

progressi nel campo della tecnologia militare e non sovietica, che fosse giunto il momento

di un confronto più deciso e avanzato con il capitalismo e l’imperialismo, sottolineando

anche l’inevitabilità della guerra. A sua volta, Mosca appariva più prudente: sembrava

impegnata ad allentare la tensione con gli Stati Uniti.

Nel novembre 1957 si tenne a Mosca la Conferenza mondiale dei partiti comunisti.

Nell’agosto 1958, dopo che gli Stati Uniti avevano annunciato l’intenzione di fornire a

Taiwan missili capaci di portare testate nucleari, l’Esercito popolare di liberazione lanciò un

massiccio bombardamento contro l’isoletta di Quemoy (Jinmen), avamposto nazionalista


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingua, cultura e società dell'Asia e dell'Africa meridionale
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ilaria.maestrini di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della Cina 2 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ca' Foscari Venezia - Unive o del prof De Giorgi Laura.

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