L'eredità della prima fase della colonizzazione
La mutata percezione dei valori
Negli ultimi decenni dell'800 anche l'Asia orientale fu spartita dai paesi occidentali, colonizzatori con convinzioni ideologiche (società capitalistica industrializzata di bianchi cristiani). Le culture e le conoscenze asiatiche erano viste come qualcosa di morto, magari bello ma assolutamente inutile, da distruggere anche con la forza per il dovere morale di rendere tutti partecipi del proprio progresso.
Nei due secoli precedenti gli scambi commerciali erano a senso unico, e i paesi asiatici come India e Cina avevano immagazzinato incredibili quantità di metalli preziosi europei, in cambio di merci pregiate; i paesi occidentali cercarono così di esportare modelli di vita che avrebbero richiesto merci europee ed escamotage per evitare il pagamento in valuta delle merci (con espropri).
Dal 1500 al 1700 la superiorità asiatica era netta: le pratiche tessili, le porcellane e i gioielli, le strutture istituzionali dell'impero Moghul, la burocrazia meritocratica cinese erano invidiate e conosciute attraverso i positivi commenti dei missionari gesuiti. Già dal 1600, ma soprattutto nel 1700, la situazione iniziò a cambiare: gli europei iniziarono ad appropriarsi delle merci a condizioni molto vantaggiose (non basate sul mercato ma da meccanismi politici e militari).
La nuova società europea, estesa all'America del Nord, giudica la storia come un continuo processo verso la felicità e il progresso e crea il modello di produzione basato sul consumo; l'Asia entra in crisi perdendo autonomia politica e vedendo rovesciarsi i rapporti economici: l'Europa inizia a giudicare arretrati gli asiatici.
L'origine del quadro dell'Asia a metà 800
Prime ma marginali: Spagna e Portogallo
Le prime ad arrivare in Asia furono le potenze iberiche, circumnavigando l'Africa, creando basi per l'attività mercantile in Cina, India e sud-est asiatico insulare. L'isola di Giava era in pratica libera da poteri superiori (ma era musulmana), e grazie a questo territorio il Portogallo rese Lisbona il più grande centro di spezie in Europa; le Filippine, invece, senza identità culturale, vennero indottrinate al cattolicesimo dagli spagnoli, che introdussero anche il sistema feudale. Gli spagnoli non assoggettarono mai tutte le isole, soprattutto quelle già sotto il controllo islamico, e anche nelle isole commercialmente controllate sopravvissero sulle montagne molti gruppi di nativi indipendenti; la zona delle Filippine fu comunque sempre poco considerata dagli spagnoli rispetto alle colonie in America Latina.
Il sistema commerciale olandese nell'Asia del 600
La presenza olandese nell'Asia insulare fu molto più organizzata: nel 1602 venne fondata la Compagnia Olandese delle Indie Orientali, che ottenne il predominio commerciale della zona senza imporre conversioni religiose. Nelle Molucche, ma non solo, gli olandesi lasciarono il potere ai sultani locali, stringendo però vantaggiosi accordi economici. Nel 1620 gli olandesi si assicurano il predominio a Giava fondando il porto di Jakarta, creando intensi rapporti commerciali con l'Asia continentale e con l'Europa, e nel '41 ottennero il controllo di quasi tutta l'Asia insulare, compreso Taiwan e una piccola zona di Nagasaki (durante il sakoku).
Dall'influenza commerciale al controllo politico
Verso la fine del 1600 l'Olanda si vide obbligata ad aumentare la pressione politica e militare sulle classi dominanti locali per consolidare il potere economico, creando isolate ribellioni; la Compagnia Olandese delle Indie Orientali entrò in deficit (le sole spezie non bastavano più) ed iniziò a coltivare caffè, zucchero ed altre piante per rimediare: venne comunque messa in ombra dall'ascesa inglese e smantellata dalla Francia rivoluzionaria insediatasi in Olanda nell'800.
La portata delle iniziative inglesi in India
L'esperienza indiana e l'Inghilterra moderna
L'esperienza inglese, attraverso la Compagnia delle Indie Orientali (fondata nel 1600), fu fondamentale per il suo sviluppo in patria: un gruppo di mercanti fondò un vero e proprio impero che finanziò l'ascesa inglese.
Produzione ed esportazione delle cotonate indiane
L'India, a differenza di altre zone asiatiche, era avanzata e ricca, e gli inglesi furono attirati dalle cotonate indiane. Essi crearono una rete di produzione ed esportazione molto vasta: vendevano le cotonate ai paesi asiatici e all'Europa. La forte richiesta di tessuti creò un'enorme massa di operai tessili. La forte domanda si bloccò con lo sviluppo in Inghilterra della tessitura meccanica durante la rivoluzione industriale dell'800, quando le città tessili indiane si ridussero a un terzo.
Le imposte agrarie e i loro effetti imprevisti
All'inizio dell'800 l'Inghilterra, infastidita dai metodi della Compagnia, istituì in India un equo sistema giuridico e fiscale. Come in ogni colonizzazione, i costi delle strutture necessarie alla colonizzazione venivano fatti pagare ai colonizzati tramite imposizioni fiscali (riscossione di prodotti agricoli). L'Impero Moghul, in crisi, affidò il sistema fiscale agli inglesi, che lo stravolsero secondo il sistema occidentale, diventando sfruttatori dei villaggi e risultando insostenibile per l'agricoltura indiana: l'introduzione della proprietà privata creò l'accentramento delle terre nelle mani di pochi latifondisti e vennero privilegiate colture destinate al commercio e poco utili al fabbisogno interno (ci furono carestie).
Il rilievo del potere sull'India nel mondo dell'800
Il potere britannico sull'India
All'inizio dell'800 la situazione cambiò: l'Inghilterra si stancò dell'avidità e della corruzione della Compagnia e mise l'India sotto diretto controllo.
Gli strumenti del potere e il loro uso
L'Inghilterra ebbe come strumento fondamentale l'Indian Civil Service, un apparato amministrativo di alti funzionari meritevoli, affidabili e molto retribuiti che gestivano subalterni indiani, e l'Indian Army, un esercito razzista formato da ufficiali inglesi e soldati indiani che l'Inghilterra sfruttò per tutte le guerre coloniali.
La collaborazione indispensabile degli indiani
Il Raj britannico sfruttò la collaborazione di varie caste della popolazione indiana (le minoranze evolute e poco tutelate) che grazie alla politica commerciale inglese ottennero dei vantaggi dalla nuova mobilità sociale. Gli inglesi stringevano patti con la classe principesca, che concedeva il potere agli inglesi in cambio di autonomia in determinate zone.
La formazione della classe colta anglicizzata
Gli inglesi optarono, dal 1835, per la diffusione della loro cultura ponendola come prerequisito per gli indiani che avrebbero voluto collaborare con i dominatori, traendone vantaggio. L'acculturamento degli indiani con i valori inglesi (anglicizzazione) iniziò a far nascere negli indiani desideri di potere e indipendenza (che verrà raggiunta nel 1947) e creando un paese con un'irripetibile cultura mixata.
La distruzione della Cina tradizionale
La società di modello cinese e la sfida all'Europa
Una società ancora ricca ma frustrata e condizionata
Il mondo confuciano (come Cina, Giappone, Corea e Vietnam) era molto coeso. I rapporti degli europei con la Cina erano già intensi. In Cina c'era una produttiva agricoltura basata sulla proprietà privata, ma tra il 1600 e il 1800 il paese era in crisi, con una presenza statale invasiva e severa che isolava i mercanti (che si stavano arricchendo) al margine della società.
Il rapporto con gli europei relegato al margine
Gli imperatori Qing puntavano ad avere fedeli subalterni più che intellettuali meritosi e diffondevano un confucianesimo rigido. L'attenzione era più per l'invasione russa in Siberia che per gli europei nel sud della Cina, impegnati a stringere rapporti commerciali (qui non poterono imporre condizioni, e pagavano le merci in argento) chiedendo agli imperatori di aprire i mercati all'Inghilterra: la Cina rifiutò con arroganza.
Le modalità dell'attacco straniero alla Cina
Il devastante contrabbando di oppio
L'East India Company escogitò un modo per ribaltare la bilancia commerciale a proprio favore: iniziò ad introdurre illegalmente oppio indiano in Cina (da 13 tonnellate nel 1729 fino a 6000 tonnellate nel 1870) mostrando la debolezza del controllo cinese sul territorio; nel sud, dove arrivavano le navi inglesi cariche di oppio, nacque la mafia cinese che sottrasse diversi territori al controllo statale. La bilancia commerciale cinese, prima positiva grazie alle esportazioni di porcellane, tè e seta, ora era in disavanzo per pagare l'oppio. Nel 1839 la Cina, in crisi economica e politica, sfidò l'Inghilterra bruciando un carico di oppio; gli inglesi reagirono con operazioni militari sterili fino al 1842, quando la Cina pose fine alla guerra firmando il trattato di Nanchino imposto dagli inglesi, con cui apriva i mercati con tariffe doganali favorevoli agli inglesi, pagava un rimborso per le spese militari e cedeva Hong Kong.
Il meccanismo di subordinazione agli stranieri
Il trattato era il primo passo verso la subordinazione agli occidentali, ma un trattato successivo del 1858 sancì moltissimi diritti per i cittadini di tutte le potenze occidentali e, due anni dopo, Inghilterra e Francia saccheggiarono la Cina, mentre la Russia ne approfittò per assorbire territori. La Cina vide distruggersi il patrimonio interno di argento e fu obbligata ad alzare le tasse, mentre gli stranieri potevano commerciare esenti da tasse e potevano acquisire proprietà private cinesi.
La fine del sistema di influenza cinese
Il processo di asservimento della Cina fu graduale: un altro duro colpo fu la conquista francese del Vietnam nel 1857, paese tributario della Cina che reagì in aiuto del Vietnam, perdendo però il conflitto nel 1885. Durante la guerra sino-francese il Giappone attaccò la Cina distruggendo la sua flotta e ottenendo, con il trattato del 1895, Taiwan e il controllo sulla Corea, oltre a 8000 tonnellate di argento e la possibilità di aprire fabbriche in Cina. La Cina, senza fondi, chiese prestiti enormi ai russi, mentre il Giappone iniziò a decollare. La Cina, negli anni seguenti, subì pressioni da molti paesi che volevano ottenere zone di influenza, in una vera “spartizione della Cina” regolata dagli USA che volevano garantire equilibrio tra le potenze.
Crisi del consenso, sclerosi del potere
I fattori interni alla crisi cinese
Oltre all'intervento straniero, la crisi cinese è dovuta anche a fattori interni: le uscite di argento per acquistare oppio, la corruzione della burocrazia, il forte aumento demografico, la concentrazione della ricchezza in mano a pochi e l'alta mortalità per ribellioni, carestie e malattie.
Il susseguirsi di ribellioni sociali ed etniche
L'assetto etnico fu scosso da ribellioni e scontri tra i musulmani del nord e le minoranze del sud; Xiuquan, cristiano eterodosso, fondò gli “adoratori del cielo” (Taiping) a cui aderirono molti contadini poveri guidati da strateghi militari che occuparono Nanchino nel 1853, installando la loro capitale sfidando il governo centrale e agendo violentemente contro proprietari terrieri e notabili. In pochi anni, però, crollarono a causa di incomprensioni interne e mancato appoggio da parte degli stranieri. Gli strati abbienti delle campagne cinesi si schierarono con il potere e, sotto la guida di abili funzionari, diverranno la forza portante dell'ultima fase del regime dinastico.
Il tentativo dell'“autorafforzamento”
Dopo la vittoria sulla ribellione Taiping, i funzionari cinesi cercarono di attuare una modernizzazione militare per affrontare gli stranieri, ma non crearono una borghesia dinamica, le imprese rimasero anzi nelle mani di pochi burocrati eminenti, più interessati al guadagno personale: la spinta di rinnovamento era quindi sempre in mano al potere politico. La rivolta dei Taiping aveva spinto i ricchi cinesi verso la relativa sicurezza dei porti del sud controllati dagli stranieri e le aree di potenziale sviluppo (in particolare Shangai). L'autorafforzamento fu sterile e ciò che venne prodotto in 20 anni fu distrutto dai giapponesi nel 1894.
L'inizio del dibattito politico e culturale
La Cina ha sempre avuto grande unità culturale e gli intellettuali, pochi repositari della cultura, si sentivano colpevoli del fallimento del paese. Essendo in contatto con gli stranieri erano gli unici portatori di idee nuove e iniziarono a spingere per un rinnovamento (che era difficile per la Cina tradizionalista). Kang in particolare, burocrate innovatore, raccolse i giovani della classe di governo e spinse per un rinnovamento. Nel 1898 ottennero dall'imperatore compiti di governo e rinnovarono rapidamente la PA, la scuola e l'economia, ma un colpo di stato depose il giovane imperatore e tolse loro ogni potere.
Rivolta antistraniera e repressione internazionale
La tensione nelle campagne risaliva a causa della povertà e della pressione fiscale. A nord la presenza straniera (tedesca, oltre che inglese) iniziò a fomentare rivolte. Ribelli conoscitori delle arti marziali ispirati alle società segrete formarono il movimento dei boxers nel 1900; essi attaccarono gli stranieri, i cinesi convertiti al cristianesimo, le ferrovie e le chiese. Le potenze formarono una difesa militare aggravando la situazione: l'ambasciatore tedesco venne ucciso e l'imperatrice Cixi dichiarò guerra alle potenze. Le potenze sconfissero facilmente la Cina (anche grazie alla disomogeneità: molti individui delle classe dirigenti erano pro-modernizzazione straniera), dando alla vittoria un sapore di superiorità culturale e razziale e imponendo condizioni di resa durissime che lasciarono la Cina sul lastrico, obbligata a pagare debiti rateizzati per anni.
La fondazione del Giappone moderno
Un problema storiografico decisivo per il mondo
Il Giappone fu l'unico paese che evitò la colonizzazione e fu il primo paese non occidentale a intraprendere uno sviluppo capitalistico.
Il feudalesimo centralizzato dei Tokugawa
Le strutture istituzionali e la lunga pace
Dal 1603 lo shogun nominato dall'imperatore fu Tokugawa; in quel periodo in Giappone fu un regime feudale centralizzato. La classe dirigente era costituita dall'aristocrazia guerriera dei bushi, divisi in gradi, e unici portatori di armi. Lo shogun controllava il potere militare in tutto il paese, diviso in 300 han, controllati da 300 daimyo che riscuotevano le tasse in riso dai villaggi (40% del prodotto) per poi pagare i vari samurai (guerrieri, 2 milioni, 1/20 della popolazione, che poi divennero intellettuali e burocrati). Il sistema Tokugawa garantì pace e unità culturale.
Rigide divisioni gerarchiche, ma realtà sociale mobile
In Giappone la società era molto più rigida che in Cina: la popolazione era divisa in classi ereditarie: samurai (che era fedele al signore e non allo stato come in Cina), contadini, artigiani (apprezzati in quanto produttori) e mercanti. In realtà però artigiani e mercanti acquisirono crediti verso i feudatari arricchendosi. Edo raggiunse 1 milione di abitanti e il paese arrivò a 16 milioni: uno sviluppo tecnologico dell'agricoltura (riso, soia, sakè) permise una grande crescita che però andò a vantaggio dei più ricchi; i contadini poveri si impoverirono a causa dell'impossibilità di acquistare le nuove tecnologie e organizzarono varie rivolte verso la fine dell'800.
Crisi e fermento intellettuale in un “paese chiuso”
Dal 1641 lo shogun ordinò il sakoku (eccezione per gli olandesi a Nagasaki) e sterminò i cristiani. Dal 1750 la società Tokugawa entrò in crisi: imponeva tasse ma era fortemente indebitata. I samurai intellettuali cercarono un riferimento alternativo al potere, aumentando la vivacità intellettuale formando scuole di pensiero.
L'attacco straniero e la relazione interna
L'intervento americano e la risposta agli stranieri
Le navi nere americane arrivarono nel 1853 guidate da Perry, e obbligarono il Giappone ad aprirsi al mondo: a fondare un'ambasciata americana, aprendo i porti commerciali, vietando ai tribunali di giudicare gli stranieri e abbassando i dazi. Il bakufu (governo dello shogun) accettò solo perché conscio della propria debolezza, ma all'interno del paese c'era molto risentimento. L'arrivo delle merci straniere danneggiò i mercati interni. Nacque il movimento dei sonno-joi (cacciare i barbari) formato da samurai di basso rango che volevano cacciare gli stranieri e, soprattutto, ripristinare il potere imperiale abolendo quello del bakufu (shogun). Molti samurai, però, si recarono in occidente per studiare.
L'articolata ribellione contro il bakufu
Negli han di Choosu e Satsuma i samurai reclutarono contadini e, sostenuti dagli stranieri, sconfissero il bakufu, per poi obbligare la corte imperiale ad abolire lo shogun e a dare il potere al giovane Mutsuhito nel 1868, confiscando i beni della famiglia Tokugawa che venne totalmente sconfitta dopo un anno.
Uomini e programmi per il “rinnovamento Meiji”
Un obbiettivo preciso e uomini dediti a porlo in atto
Il nuovo potere venne assunto anche dai rappresentanti di Choosu e Satsuma e dai samurai rivelatisi abili nel periodo precedente, che misero in atto una trasformazione politico-intellettuale per difendersi dalla colonizzazione e per riconfermare la sacralità dell'imperatore. Si decise di sfruttare le “conoscenze occidentali” per far fronte al nemico usando la sua stessa arma: creare un paese ricco, industrializzato e militarizzato. Vennero istituiti centri di rappresentanza popolare e venne emanata una Costituzione.
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