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ESTRATTO DOCUMENTO

Negli anni tra il 1430 e il 1440 tornò il problema della rinascita della minaccia mongola.

Nel 1439 un nuovo capotribù, Esen, si pose a capo degli Oirati, e iniziò la sua ascesa con la

conquista di Hami, spingendosi fino alla Corea.

Alla fine del 1449 Esen schierò il suo esercito lungo il confine, rifiutò di sottoporsi a qualsiasi

forma di tributo e si avvicinò allo Shanxi settentrionale.

L’imperatore Ming era dominato dal capo degli eunuchi, Wang Zhen, che lo indusse a prendere le

armi contro Esen e andare nello Shanxi.

Esen distrusse le forze cinesi e fece prigioniero l’imperatore, ma attese due mesi prima di invadere

Pechino; nel frattempo il ministro della guerra ed altri avevano predisposto dei cannoni a difesa

della città e avevano nominato un nuovo imperatore. tornò in Mongolia, e l’anno

Dopo aver indugiato per molti giorni sotto le mura della città, Esen

dopo rimandò in Cina l’ormai inutile imperatore, e ristabilì i vecchi rapporti di tributo.

CONFLITTI CON IL GIAPPONE

Le spese per il mantenimento e il trasporto di centinaia di funzionari e mercanti che arrivavano a

Pechino non erano compensate dalle merci che essi portavano nella capitale.

Così la corte impose restrizioni al numero di navi autorizzate a entrare nei porti cinesi e di persone

che potevano entrare nella capitale.

Le missioni provenienti dall’Asia sudorientale diminuirono, e solo le isole Ryukyu mantennero dei

rapporti tributari con frequenza biennale.

In questo clima di disordini, i primi europei che raggiunsero la Cina per motivi commerciali nel

1514 furono i portoghesi, i quali sbarcarono nuovamente sulle coste cinesi nel 1520-1521, e

successivamente i Ming si rifiutarono di continuare ogni contatto ufficiale.

Il declino del potere centrale e il diffondersi dell’anarchia in Giappone avevano lasciato campo

libero agli avventurieri giapponesi, che potevano scegliere se praticare il commercio o la pirateria.

La risposta dei Ming di fronte ai disordini sulle coste cinesi, fu la proibizione del commercio

marittimo, che costrinse gli equipaggi delle navi a praticare necessariamente la pirateria per

sopravvivere, aggravando così il problema invece di risolverlo.

Le scorrerie dei pirati si intensificarono, e dopo il 1550 si trasformarono in vere e proprie invasioni,

stabilendo la propria base sull’isola di Chusan e attaccando il Zhejiang e Hangzhou, per poi

spingersi verso Nanchino.

I Ming riuscirono ad attirare i rinnegati più pericolosi con la promessa di perdono e ricompense, poi

attaccarono il rifugio dei pirati a Chusan, ma ciò fece solo aumentare gli atti di pirateria.

Le incursioni dei pirati giapponesi diminuirono solo con la riunificazione politica del Giappone nel

tardo 16mo secolo sotto Nobunaga e Hideyoshi.

LE CAMPAGNE COREANE

I Ming vennero a conoscenza dell’intenzione dei giapponesi di invadere la Cina attraverso la Corea.

Nel 1592, quando l’attacco iniziò, la corte fu in dubbio se inviare una flotta per invadere il

Giappone oppure schierare un esercito sul confine coreano per negoziare la pace.

Alla fine Pechino decise di rispettare la signoria coreana, ma era troppo tardi, dal momento che le

forze cinesi attraversarono lo Yalu quando ormai l’intera penisola era in mano ai giapponesi.

Un esercito cinese attaccò Pyongyang subendo una disastrosa sconfitta, e per guadagnare tempo

Pechino intavolò delle trattative con il generale giapponese Konishi Yukinaga.

Nel 1593 un generale cinese condusse un esercito oltre lo Yalu e colse di sorpresa i giapponesi,

costringendoli ad abbandonare Pyongyang.

si spinsero fino alla capitale Seoul, dove però caddero in un’imboscata e furono sconfitti.

I cinesi

Negli anni seguenti ci furono molti scontri violenti e negoziati di pace, finché i giapponesi si

ritirarono nel 1598 dopo la morte di Hideyoshi.

L’amministrazione Ming era vicina alla bancarotta, e le guerre in Corea non fecero altro che

peggiorare la situazione, dando il via alla diffusione del banditismo e alla penetrazione dei barbari

dall’esterno. LA RIFORMA DELL’UNICA SFERZA

Dal 14mo secolo all’inizio del 19mo secolo, l’economia cinese fu in costante espansione in tutti i

settori.

Tuttavia, la maggiore preoccupazione della corte era il trasporto dei cereali versati come pagamento

delle imposte (Tassa di riso), dalle risaie del basso Yangzi a Pechino, ostacolati dai pirati

giapponesi.

Yongle fece quindi riaprire il “Canale di collegamento”, fatto costruire da Qubilai Khan come parte

del secondo tronco del Grande Canale.

Il trasporto dei cereali fino ai depositi di raccolta situati lungo il canale era ancora parte del lavoro

che i contadini dovevano fornire, e l’obbligo divenne quindi per loro assai gravoso.

I successori di Yongle decisero quindi di affidare l’incarico del trasporto ad alcuni reparti militari

delle guarnigioni locali.

Nel corso del 16mo secolo, le imposte sulla terra e sul lavoro furono riformate e trasformate in

pagamenti in denaro, e vennero introdotte semplificazioni inglobando molte piccole voci di

pagamento nella “Riforma dell’unica sferza”.

I difetti che affliggevano il sistema Ming di imposta sulla terra e il lavoro iniziarono con la

falsificazione dei registri locali.

La responsabilità del funzionamento locale del sistema gravava sulle famiglie più ricche, tuttavia,

tale sistema dava loro l’opportunità di sottrarsi all’onere fiscale con la falsificazione dei registri,

grazie alla corruzione dei piccoli funzionari, facendo ricadere le tasse sulle spalle delle famiglie

povere.

La riforma dell’unica sferza venne effettuata nel disperato tentativo di mantenere una struttura

fiscale sistematica e delle riscossioni regolari.

Essa ridusse le varie voci fiscali a una sola o a poche, e il pagamento delle tasse era in argento.

IL CROLLO DEL GOVERNO MING

Zhang Zhuzheng, uno dei grandi ministri di questo periodo, ebbe buoni rapporti con la corte esterna

e una grande influenza sul giovane imperatore Wanli.

Tentò di aumentare il gettito sull’imposta fondiaria, sopprimendo alcune esenzioni fiscali e

riducendo i profitti e i privilegi dei funzionari e della famiglia imperiale.

Ma per realizzare i suoi obiettivi dovette aumentare le entrate della corte e non riuscì a fermare la

bramosia dell’imperatore.

Dopo la morte di Zhang nel 1582, l’imperatore Wanli, che regnò fino al 1620, non si curò più del

governo, lasciando dilagare la corruzione e inasprire la pressione fiscale.

e lasciò che l’eunuco Wei

Il suo successore che salì al trono nel 1620 era debole di mente Jiongxian

si impadronisse del governo. colpì i suoi nemici nei vari gradi dell’amministrazione, gravò di

Wei reclutò i peggiori opportunisti,

tasse le province e destituì generali patrioti che cercavano di difendere la Manciuria dagli attacchi

dei mancesi. LOTTA TRA LE FAZIONI: IL PARTITO DONGLIN

La resistenza confuciana a questa serie di calamità fu condotta da un gruppo di letterati, noti col

nome di Partito Donglin, che significa “Foresta Orientale”, che era il nome di un’accademia fondata

durante il periodo Song.

Nel 1604 essa fu ricostruita da ex funzionari che tenevano conferenze presso le accademie locali,

aumentando la loro influenza tra i letterati e i funzionari di altre zone.

Lo scopo dell’Accademia Donglin era di ristabilire i principi tradizionali confuciani e applicarli alla

vita politica. accusati di costituire una cricca organizzata che voleva sovvertire l’autorità

Nel 1610 vennero

dell’imperatore e dell’ordine burocratico.

Tuttavia essi riuscirono ad acquisire una posizione di predominio poco prima che Wei Jongxian si

impadronisse del governo.

capo Donglin, Yang Lian, accuso Wei Jiongxian di 24 crimini, e Wei reagì all’accusa

Nel 1624 un

con un massacro generale.

Furono compilate liste di proscrizione dei seguaci del Partito Donglin, e molti personaggi furono

arrestati o uccisi.

Yang Lian e altre cinque persone vennero chiamate in seguito i Sei Eroi.

Nel 1627, quando il potere di Wei crollò, il Partito Donglin era ormai completamente distrutto.

LA RIBELLIONE DI LI ZICHENG

La dinastia Ming venne distrutta dalla ribellione del cinese Li Zicheng prima di essere sopraffatta

dagli invasori mancesi.

Egli pose le sue basi nello Shanxi, dove capeggiò un gruppo di banditi.

Nel 1631 egli si unì allo zio, facendosi chiamare Generale Impetuoso, e stabilì la sua base ai limiti

della Grande Pianura, da dove diresse le sue offensive verso lo Henan e il Sichuan, aumentando i

suoi seguaci.

Dopo la siccità che colpì lo Henan, si unirono a lui due letterati che gli consigliarono alcuni metodi

per ottenere il favore del popolo, e con il loro aiuto Li distribuì cibo agli affamati, nominò

funzionari, iniziò a coniare monete e fondò la dinastia Shun.

Nel 1643 stabilì la sua capitale a Xiangyang, e nel 1644 si impadronì di Pechino, mentre l’ultimo

imperatore Ming si impiccava su una collina a nord della Città Proibita.

Nel frattempo il suo principale rivale, Zhang Xianjiong, acquistò grande forza e reputazione,

devastò la Cina del nord e conquistò il Sichuan.

Formò un governo con sei ministri e una Grande Segreteria, bandì esami e coniò monete.

Nel 1647 Zhang fu ucciso dai Manciù, che adottarono e mantennero le vecchie istituzioni Ming.

CAPITOLO NOVE

I QING

La nazione in armi dei Manciù, che dominò per due secoli l’Asia Orientale, discendeva dalle tribù

jurchen dello stesso gruppo tunguso che formò la dinastia Jin. e dell’amministrazione

I manciù costruirono la loro potenza in una zona ai margini della cultura

cinese, e fu quindi loro possibile accogliere l’influenza cinese senza esserne soggiogati.

Inoltre furono in grado di apprendere le tecniche di governo nel periodo in cui il sistema

amministrativo dei Ming era in declino.

La parte più meridionale della Manciuria, il Liaodong, era stata parte integrante della Cina antica

amministrata dagli Han, e fungeva da punto di contatto tra la Cina del nord e la Corea.

Il Liaodong, tuttavia, trovandosi in una posizione strategica vulnerabile, non era facilmente

difendibile.

Sia i Ming che i Qing eressero mura o palizzate attraverso la Manciuria meridionale, ma queste

opere servirono solo a indicare il confine tra il territorio cinese e le zone delle tribù del nord.

Pertanto cinesi e barbari convivevano, e il pericolo era rappresentato dal fatto che se i barbari

fossero riusciti a impadronirsi di questa zona, avrebbero controllato una buona parte dell’impero

cinese.

L’organizzazione difensiva dei Ming si basò sull’avvio di rapporti con i barbari, al fine di estendere

l’egemonia cinese soggiogando le tribù.

Sotto Yongle le tribù della Manciuria nordoccidentale vennero organizzate in tre comandi.

La sua politica fu di estendere l’influenza cinese in questa zona, eclissando quella della nascente

dinastia coreana Yi.

LA COSTITUZIONE DI UNO STATO MANCIU’ SEMISINIZZATO

Nurhaci, il fondatore dello stato manciù, seguì l’esempio di Gengis Khan, aprendosi la strada al

potere col pretesto di vendicare il padre e il nonno, rimasti uccisi in uno scontro a cui presero parte

il comandante cinese del Liaodong e un capo jurchen suo alleato.

Nurhaci fortificò i territori in suo possesso, sposò la figlia e la nipote dei due capi e soppresse il

banditismo, accettò il vassallaggio dei capi tribali minori, e nel 1595 presentò un tributo a Pechino.

La corte Ming gli conferì il titolo di Generale Drago-Tigre.

Gli furono necessari 30 anni di trattative e compromessi per unificare le quattro tribù jurchen del

nord e per gettare le basi amministrative ed economiche del suo dominio.

Mentre consolidava il suo potere, Nurhaci evitò ogni conflitto con i Ming e le tribù mongole,

impegnandosi a unificare il suo popolo.

Dopo il 1601 ideò il sistema delle bandiere, raggruppando le compagnie di 300 uomini sotto quattro

bandiere colorate, e in seguito ne aggiunse altre quattro, creando così un sistema burocratico, dal

momento che le popolazione veniva registrata nelle varie unità formate dalle bandiere, e sottoposta

a tassazione e controllo.

Con l’adesione di elementi non manciù, furono create anche 8 bandiere cinesi e 8 bandiere mongole.

Quanto al sistema di scrittura, egli si era sempre servito della scrittura mongola, ma nel 1599

modificò l’alfabeto mongolo e fece tradurre le opere cinesi in mancese.

Nel 1616 Nurhaci si proclamò imperatore della dinastia Jin Posteriore, e nel 1635 il suo successore

stabilì che venisse usato il termine “manciù” per indicare le tribù jurchen.

Nel 1618 attaccò i Ming occupando una parte del Liaodong e fece prigioniero il diplomatico cinese

Fan Wencheng.

Nel 1625 spostò la sua capitale a Mukden, o Shenyang, e dopo la sua morte nel 1626 ricevette

l’appellativo postumo di Taizu.

I suoi successori furono Abahai, che avviò la conquista della Cina del nord, e Dorgon, che portò a

termine la conquista del nord e fece da reggente per il figlio di Abahai, ma in realtà dopo

l’occupazione di Pechino nel 1644 fu di fatto padrone del governo.

Nel 1644, poiché il ribelle Li Zicheng si avvicinava a Pechino, l’imperatore Ming chiese aiuto al

Sangui, ma la capitale cadde prima che Wu arrivasse, e quest’ultimo preferì arrendersi

generale Wu

a Dorgon.

Unendo le forze, Wu e Dorgon sconfissero Li Zicheng e lo costrinsero ad abbandonare Pechino.

collaborò all’insediamento della dinastia manciù, ed ebbe in

Nei tre decenni successivi, Wu Sangui

cambio un grande potere personale.

All’invasione Qing, i principi Ming opposero soltanto una resistenza individuale e priva di

coordinamento, tanto che furono sconfitti in pochi anni.

Quando nel 1673 Wu Sangui si ribellò ai Qing, il suo esempio fu seguito da altri due satrapi, dando

vita alla “Rivolta dei tre feudatari”, soppressa nel 1681.

LA CONQUISTA DI TAIWAN

L’ultimo territorio cinese a cadere nelle mani della dinastia fu l’isola di Taiwan.

Sebbene fosse frequentata da mercanti e pirati, e fosse stata colonizzata dai cinesi del Fujian,

Taiwan non era stata sottoposta all’amministrazione Ming.

L’ultima resistenza antimancese fu mantenuta viva a Taiwan da Zheng Chenggong, che divenne

uno dei favoriti della corte rifugiata a Nanchino, da cui ricevette il cognome imperiale di Chu, e da

cui deriva l’appellativo Guo Xingye, che gli olandesi storpiarono in Coxinga.

Egli controllò la costa del Fujian dalla sua base nella regione di Amoy.

I Qing sottoposero a restrizioni il commercio estero nel tentativo di tagliare i rifornimenti dei lealisti

Ming.

Coxinga reagì nel 1659 attaccando Nanchino, ma venne sconfitto, e assalì Taiwan nel 1661,

cacciando gli olandesi.

Alla sua morte gli successe uno dei figli.

I Qing costrinsero la popolazione della costa ad evacuare le isole e spostarsi verso l’interno,

formando così una fascia di terra disabitata e separata dal resto del paese da una linea di pattuglie,

per impedire agli abitanti di Taiwan l’accesso ai rifornimenti.

Il regime di Taiwan, colpito solo in parte dalle iniziative dei Qing, fu infine coinvolto nella Rivolta

dei tre feudatari, che cercò di appoggiare.

Soppressa la rivolta, le forze Qing riuscirono a occupare l’isola nel 1683 con l’aiuto degli olandesi.

L’IMPERO QING NELL’ASIA CENTRALE

I Qing fecero propria la tesi che per dominare la Cina era necessario controllare l’Asia Centrale.

Nel 1644 i manciù sconfissero i mongoli interni, arruolandoli nelle bandiere, dapprima come

vassalli e poi come alleati.

Ai mongoli di talento fu data la possibilità di entrare nell’esercito e di partecipare

all’amministrazione della Cina.

I Qing assegnarono a ogni tribù una determinata zona geografica, confermarono la successione di

nuovi capi, conferirono titoli e onori e permisero un commercio regolamentato in determinati luoghi

di mercato.

Inoltre conservarono al Figlio del Cielo il ruolo tradizionale dell’autorità legittima.

I manciù, per impedire l’accumulo di potere nelle mani di un solo capo, crearono a Mukden la

Sovrintendenza Mongola, che ebbe competenze simili a quelle dei Sei Ministeri e il compito di

intrattenere relazioni con il Tibet, il Turkestan cinese, la Russia e la Mongolia.

Alla fine del 17mo secolo Galdan, un capo della tribù dei Dzungar (mongoli occidentali), salì al

potere a nord del Turkestan cinese, raccolse delle truppe e sottomise le popolazioni musulmane del

Turkestan cinese fino ad Hami, poi avanzò fino alla Mongolia Esterna.

Quando sembrò che volesse marciare su Pechino, l’imperatore Kangxi guidò personalmente le sue

truppe, riuscendo a sconfiggere Galdan a sud di Urga.

La Mongolia Esterna e Hami tornarono sotto il controllo di Pechino, ma i Dzungar continuarono a

costituire una minaccia nelle regioni del nordovest.

Qing, comandate dal generale mancese Zhao Hui, occuparono la regione dell’Ili

Così le forze dei

per tre volte, annientando i Dzungar, e la regione fu posta sotto il comando di un governatore

militare. L’INCORPORAZIONE DEL TIBET NELL’IMPERO

Tra il 7mo e il 9no secolo il Tibet costituì una piccola ma potente forza militare in grado di

compiere incursioni in Cina e in India.

Nel primo periodo Ming vennero registrate a Pechino regolari relazioni tributarie con il Tibet.

Un Lama che non accettò l’invito di Yongle e non si recò in Cina fu Tsong-kha-pa, grande

riformatore religioso e fondatore di una nuova setta del lamaismo.

Lo scopo delle sue riforme era quello di restaurare la disciplina monastica del Buddhismo tibetano,

così rafforzò il celibato, impose l’uso di tuniche gialle e introdusse regole come la confessione e i

riti.

Questo movimento riformatore si chiamò “Setta Virtuosa”, ed è generalmente noto come la Setta

del Cappello Giallo o Setta Gialla, per distinguerla dalla più antica Setta Rossa.

Nell’ultimo periodo Ming la Setta Gialla si diffuse in Mongolia, e i mongoli furono coinvolti nella

lotta che nel Tibet oppose la Setta Gialla alla Setta Rossa.

Il terzo successore di Tsong-kha-pa nel 1580 si recò in Mongolia, dove morì otto anni dopo.

Fu dal suo ospite, il principe mongolo Altan Khan, che questo capo della Setta Gialla ricevette il

titolo di Dalai Lama.

Sotto il quarto Dalai Lama le dottrine della Setta Gialla continuarono a diffondersi, ma solo

temporale, usando l’appoggio dei

lentamente il Dalai Lama riuscì a istituire in Tibet un potere

mongoli e dei manciù.

Nel 1641 una tribù di mongoli occidentali, penetrata nel Tibet del nord, intervenne a favore della

Setta Gialla, disperse i seguaci della Setta Rossa, unificò il paese sotto il controllo mongolo e mise

sul trono spirituale di Lhasa il quinto Dalai Lama.

Questi inviò emissari a Mukden e in seguito a Pechino, finché non si recò personalmente alla corte

dei Qing a offrire il tributo. IL SISTEMA DI GOVERNO QING

I Qing mantennero quasi inalterata la struttura politica dei Ming, modificandola solo per inserire il

potere e il controllo dinastico dei manciù nell’ordine dello Stato.

I tre elementi fondamentali del governo Qing furono:

1. La fondamentale forza militare mantenuta di riserva

2. Il potere politico esercitato sul Figlio del Cielo

Il controllo che stabilirono sull’amministrazione cinese

3.

L’amministrazione centrale si trasformò, dopo il 1644, in un sistema diarchico sino-manciù.

I due popoli vennero rappresentati in uguali proporzioni negli uffici della capitale e nelle

amministrazioni provinciali, e ciò servì soprattutto a lasciare i funzionari cinesi negli alti incarichi

senza lasciare a loro il completo controllo degli affari.

Un unico governatore cinese fu messo a capo di ogni provincia, mentre un governatore generale

venne preposto a due province, ed entrambi dovevano fornire all’imperatore le questioni importanti

di ogni provincia. KANGXI

L’imperatore Kangxi regnò per 61 anni, dal 1654 al 1722.

Represse la Rivolta dei tre feudatari nel 1681, guidò personalmente eserciti in Mongolia e mantenne

tra i manciù la posizione tradizionale del guerriero-cacciatore, stabilendo la sua capitale estiva a

Jehol.

Prestò attenzione a contenere le inondazioni del Fiume Giallo per assicurare il trasporto dei cereali

lungo i canali fino a Pechino.

Nel 1679 Kangxi bandì un esame speciale per scegliere i compilatori della Storia dei Ming.

Sotto il suo patrocinio, furono scritte opere importanti, come il Dizionario di Kangxi, una Raccolta

di Locuzioni, una Geografia Amministrativa dell’Impero, le opere complete di Zhu Xi e un Grande

Compendio di Scrittura e Calligrafia.

Inoltre promosse la compilazione di una grande enciclopedia, ossia la Sintesi dei libri e delle

illustrazioni dei tempi antichi e moderni, stampata nel 1728.

YONGZHENG

Quando Kangxi morì nel 1722, il figlio Yongzheng riuscì a impadronirsi del trono grazie

all’appoggio militare di cui disponeva a Pechino.

Il suo temperamento sospettoso e le rivalità con i fratelli pretendenti al trono lo spinsero ad adottare

misure drastiche.

Fece imprigionare cinque suoi fratelli, sottrasse ai principi imperiali il controllo delle bandiere,

dall’imperatore

proibì che venisse nominato un erede, stabilendo che esso doveva essere deciso

prima di morire, si avvalse di spie trattando segretamente le questioni amministrative, e falsificò gli

archivi imperiali per dar credito alla sua versione sul periodo precedente alla sua ascesa al trono.

Istituì il Grande Consiglio, che prese il posto della Grande Segreteria come centro superiore delle

decisioni politiche, mentre la Grande Segreteria continuò a occuparsi degli affari correnti.

Mentre durante i Tang gli editti imperiali dovevano recare anche il sigillo del primo ministro, sotto i

Qing le decisioni legislative, esecutive e giudiziarie venivano prese dall’imperatore stesso.

L’INIZIO DEL DECLINO

L’urto con l’occidente, avvenuto nel 19mo secolo, ebbe effetti disastrosi sulla dinastia Qing.

si manifestarono intorno al 1800 e furono l’inefficienza militare

I primi sintomi di questa decadenza

delle bandiere, la corruzione dell’alta burocrazia e le difficoltà incontrate dalla popolazione

aumentata per assicurarsi i mezzi di sussistenza.

LA CORRUZIONE DELLA BUROCRAZIA

L’ascesa di He Shen fu un sintomo di invecchiamento dell’imperatore, che pose la struttura

imperiale nelle mani di un uomo privo di capacità di giudizio.

All’età di 65 anni, l’imperatore Qianlong lo aveva preso come favorito, ed egli divenne primo

ministro e dilapidò le finanze dello Stato, si impadronì dei principali di comando, ossia coloro che

permettevano il controllo delle finanze e del personale, combinò il matrimonio del figlio con la

figlia minore dell’imperatore, e assunse circa 20 cariche diverse.

Formò una cricca corrotta che controllò tutto l’impero e diede inizio a una depredazione sistematica

della classe dei funzionari.

La corruzione dell’amministrazione civile andò di pari passo con quella militare: le bandiere furono

scarsamente rifornite e addestrate, perdendo ogni capacità bellica.

Quando nel 1795 scoppiò la Ribellione del Loto Bianco, le bandiere furono incapaci di domarla.

Dopo che Qianlong abdicò formalmente nel 1796, continuò di fatto a governare tramite He Shen,

fino alla sua morte nel 1799.

Allora il suo successore, Jiaqing, si liberò di He Shen e rinvigorì l’esercito e l’amministrazione, e la

Ribellione del Loto Bianco fu infine domata nel 1804.

QIANLONG

Qianlong fu il quinto imperatore della dinastia.

Regnò ufficialmente dal 1735 al 1796, quando abdicò a favore del figlio.

Il suo vero nome era Hongli, da adolescente era abile nelle arti marziali e possedeva un grande

talento letterario.

Dopo la successione di suo padre, divenne principe Bao, ed entrò in conflitto col fratellastro

Hongshi.

L’imperatore Yongzheng per molti anni non concesse la posizione di Principe della Corona a

nessuno dei suoi figli, ma molti ipotizzavano che favorisse Hongli.

Yongzheng fece porre il nome del suo successore in una scatola sigillata posta dietro la targa del

trono.

Il nome nella scatola doveva essere rivelato solo alla morte dell’imperatore, e quando Yongzheng

morì nel 1735 Hongli divenne imperatore della Cina, e prese il nome di Qianlong (Era della forte

prosperità). GUERRE DI FRONTIERA

Qianlong fu un vittorioso capo militare, coordinando quelle che passarono alla storia come le Dieci

Grandi Campagne.

Il Turkestan cinese venne incorporato nell’impero Qing con il nome di Xinjiang, mentre ad ovest

l’Ili fu conquistato e fornito di guarnigioni.

I Qing dominarono anche la Mongolia Esterna dopo aver sconfitto i mongoli occidentali, e durante

questo periodo vi furono continue scorribande mongole in Tibet e il lamaismo tibetano si diffuse in

Mongolia.

Qianlong inviò un esercito in Tibet e stabilì il Dalai Lama come governatore.

I fondi del Tesoro Imperiale furono esauriti a causa delle spese militari, e questa potrebbe essere

stata una causa del successivo declino della dinastia, quando l’esercito fu incapace di reagire di

fronte a una minaccia occidentale.

Anche se le guerre nel complesso ebbero successo, le vittorie non furono schiaccianti.

L’esercito era notevolmente indebolito e in seguito ebbe problemi con parecchi nemici.

La battaglia contro i mongoli Dzungar registrò molte perdite da entrambi i fronti.

Alla fine delle guerre di frontiera, l’esercito stava iniziando a indebolirsi, poiché dal momento che

la maggior parte delle guerre erano finite, essi non sentirono l’esigenza di addestrare nuove truppe,

determinando come conseguenza un rapido declino delle forze militari.

SUCCESSI ARTISTICI

Qianlong patrocinò la pubblicazione di un catalogo di tutte le più importanti opere della cultura

cinese, la Raccolta dei Quattro Tesori (Classici, storia, filosofia, calligrafia).

Allo stesso tempo vennero soppressi tutti i testi antimancesi e che esprimevano odio verso i barbari,

perché ritenuti offensivi dai governanti mancesi.

AMBASCIATA DI MACARTNEY

pressioni dall’occidente al fine di

Durante la metà del 18mo secolo, Qianlong iniziò a subire forti

aumentare il commercio estero.

Il lungo isolamento della Cina e l’assenza di un Ministero degli Affari Esteri avevano sviluppato la

credenza che la Cina fosse superiore a qualsiasi altra nazione.

di questa concezione sinocentrica, l’ambasciatore commerciale

Nel 1793, come conseguenza

britannico dell’epoca, George Macartney, fu pesantemente umiliato quando, essendogli stata

concessa un’udienza dall’imperatore, trovò ad accoglierlo soltanto un editto imperiale posto sul

trono del Drago.

L’editto gli annunciava che l’impero Qing non aveva bisogno dei beni e servizi britannici, e che essi

dovevano anzi riconoscere la supremazia della Cina.

I britannici allora si rifiutarono di rispettare il kotou, e dichiararono che si sarebbero solo

inginocchiati su una gamba davanti al Trono del Drago, come facevano con il loro monarca, e così

vennero espulsi dalla Cina.

Quest’episodio causò una frattura insanabile tra i Qing e la Gran Bretagna, che poi avrebbe

condotto alle guerre dell’oppio e alla fine della supremazia della Cina in Asia.

ABDICAZIONE

Nel 1795 Qianlong annunciò che nella primavera dell’anno successivo avrebbe abdicato al trono in

favore del figlio.

Lo fece perché aveva promesso che non avrebbe regnato più a lungo di suo nonno Kangxi.

Ma di fatto egli continuò a governare, mentre il figlio Jiaqing fu tenuto ancora per alcuni anni ai

margini del potere. CAPITOLO UNDICI

LA CULTURA JOMON

La prima grande cultura del Giappone si diffuse verso il III millennio a.C., viene chiamata col nome

di Jomon ed è classificata come mesolitica, poiché i popoli jomon modellavano il vasellame ma non

l’agricoltura.

praticavano

Essi vivevano in profonde fosse e si nutrivano dei prodotti della caccia, radici, noci e crostacei.

Il termine jomon deriva dal “disegno a corda” con cui venivano decorati i vasi di questa cultura.

LA CULTURA YAYOI

Nel III o II secolo a.C., nel Giappone occidentale si sviluppò una nuova cultura che si diffuse

rapidamente dal Kyushu alla pianura del Kanto.

Chiamata Yayoi, dal nome di uno dei siti archeologici a Tokyo, essa si caratterizza per il vasellame

modellato al tornio, più armonioso di quello precedente, ma privo dei disegni decorativi che

caratterizzano i vasi jomon.

Questa cultura è importante soprattutto per la pratica dell’agricoltura e per la conoscenza del bronzo

e del ferro.

L’agricoltura del periodo yayoi, caratterizzata dalla coltivazione di riso in campi irrigati, ha origini

cinesi, così come l’introduzione dei metalli.

In questo periodo iniziò una produzione di specchi, lance, spade, alabarde e campane chiamate

dotaku, alte circa quattro o cinque piedi e ornate, con disegni geometrici, scene e figure.

LA CULTURA DELLE TOMBE

Una nuova cultura si sovrappose a quella Yayoi intorno al III o II secolo a.C.

Si tratta della cultura delle tombe, così chiamata per i grossi tumuli e le grandi celle funerarie che la

caratterizzano.

Queste tombe ricordano molto da vicino l’antica Corea e il suo entroterra: l’Asia nordorientale.

Sicuramente la cultura delle tombe è l’espressione di nuove influenze culturali provenienti dalla

Corea, se non necessariamente un’ondata di nuovi conquistatori provenienti dal continente.

Come in Corea, le tombe sono espressione di una società aristocratica, e infatti i personaggi sepolti

al loro interno ebbero molti uomini al loro comando.

Su molti tumuli vi cono cerchi concentrici formati da vasellame di forma cilindrica, chiamati

haniwa.

Questi oggetti sono la testimonianza di una cultura sempre più influenzata da elementi continentali.

Gli aristocratici erano guerrieri a cavallo, che indossavano elmi e armature, spade e armi di ferro.

Le punte di ferro degli aratri e degli attrezzi agricoli possono darci un’idea della diffusione del ferro.

nelle corone d’oro

I magatama, o gioielli ricurvi, trovati nelle tombe sono identici a quelli ritrovati

del regno coreano di Silla, forse importate dal Giappone.

LA FORMAZIONE DELLO STATO GIAPPONESE

La più importante testimonianza cinese sull’organizzazione politica e sociale del Giappone antico è

il Weizhi, ossia la parte che tratta la dinastia Wei negli Annali dei Tre Regni, in cui tra le sezioni

sulle popolazioni periferiche vi è un saggio dettagliato sugli abitanti delle isole giapponesi, che i

Cinesi chiamavano Wa (Nani).

Il Weizhi attribuisce ai Wa un notevole grado di organizzazione politica.

Si dice che essi in origine erano divisi in cento tribù, formate da un numero di gruppi familiari che

variava da mille a settantamila, alcune governate da re ereditari, altri da regine, il che indica forse

una fase di transizione dal matriarcato al patriarcato.

Sembra che i paesi occidentali del Giappone siano stati amministrati da una regina di nome Himiko

che governava nello Yamatai, mentre i paesi più lontani, oltre lo Yamatai, erano indipendenti.

dell’antica capitale degli

Il nome Yamatai sembra essere una variazione di Yamato, il distretto

imperatori giapponesi, e Himiko significa “Principessa del sole”, e sarebbe appartenuta a una stirpe

di sovrani che sostenevano di discendere da una Dea del Sole.

IL KOJIKI E IL NIHONSHOKI

I più importanti documenti sulle origini del Giappone e sulla formazione dello stato giapponese

sono il Kojiki (Memorie degli avvenimenti dell’antichità), compilato nel 712, e il Nihonshoki

(Storia del Giappone), risalente al 720.

Gli autori di queste opere hanno rielaborato la mitologia e le tradizioni storiche giapponesi per

esaltare il prestigio e il potere della famiglia regnante e per divulgare la falsa immagine di un lungo

governo centralizzato e di un’antica tradizione degna di quella cinese.

Entrambe le opere sono però in contraddizione tra loro e spesso il Nihonshoki offre varianti diverse

di uno stesso mito.

Si narra che in origine c’erano due divinità primarie, Inazagi e Izanami, fratello e sorella, le quali

crearono numerose altre divinità e le isole dell’arcipelago giapponese.

Izanami però morì dando alla luce il dio del fuoco, e Izanagi la seguì nel regno degli inferi per

riportarla indietro.

Tuttavia venne cacciato via dalla sorella, che non voleva che egli vedesse il suo corpo in

decomposizione.

Tornato dagli inferi, Izanagi si purificò in un fiume strappandosi i vestiti, e altre divinità nacquero

dai suoi vestiti e dalle parti del corpo che egli si lavò per purificarsi. divinità di

Tra queste divinità ci furono la Dea del Sole Amaterasu, il Dio della Luna e un’altra

nome Susanoo, che rappresenta le forze distruttrici della natura.

Saliti sulla Pianura dell’Alto generarono un’altra serie di divinità.

Cielo, Amaterasu e Susanoo

Quando però Susanoo rovinò le risaie della sorella Amaterasu e ne insudiciò di escrementi la

dimora, lei si chiuse in una grotta lasciando il mondo nelle tenebre.

Alla fine gli altri dèi la attirarono fuori dalla grotta grazie agli scoppi di allegria dovuti alla danza

erotica di una dea.

Questo è probabilmente il mito di un’eclisse di sole.

Gli dèi riuniti cacciarono quindi Susanoo sulla terra, in cui egli divenne il progenitore dei sovrani di

Izumo, sulla costa settentrionale dell’Honshu occidentale.

La leggenda dice che Susanoo andò in Corea dove trovò una spada nella coda di un drago,

alludendo forse all’introduzione di armi di ferro nell’Honshu, di fronte alle coste coreane.

LA DISCENDENZA DEL SOLE E LA FONDAZIONE DEL GIAPPONE

La discendenza del Sole venne fondata da Ninigi, nipote della Dea del Sole, disceso dal cielo nel

Kyushu.

Egli portò sulla terra le tre insegne che ancora oggi costituiscono in Giappone i simboli dell’autorità

dell’imperatore, ossia uno specchio di bronzo, la spada di Susanoo e un magatama.

Il pronipote di Ninigi mosse con grandi forze dal Kyushu, oltre il Mar Interno fino al Kinki, dove

sottomise le divinità locali e fondò nel 660 a.C. lo stato giapponese nella regione di Yamato.

Il pronipote di Ninigi e gli imperatori che gli succedettero sono ricordati nelle cronache con lunghi

nomi giapponesi, ma sono meglio conosciuti con i nomi postumi di tipo cinese che gli furono

conferiti.

Il titolo attribuito al leggendario fondatore della dinastia imperiale è quello di Jimmu (Divino

Guerriero).

La genealogia imperiale che risale senza interruzioni fino a Jimmu sembra avere una certa validità

storica, ma le date relative ai primi sovrani giapponesi sono del tutto inventate.

Sembra che la data del 660 a.C. sia stata arbitrariamente fissata intorno al 601 d.C.

Secondo la tradizione, i regni dei primi diciassette sovrani abbracciano complessivamente un

periodo di 1060 anni.

Per contrasto, i regni dei successivi diciassette sovrani, molti dei quali sono storici, abbracciano un

periodo totale di 126 anni.

L’ESPANSIONE DELLO STATO DI YAMATO

La storia delle conquiste di Jimmu a oriente può essere identificata con il movimento di vari popoli

conquistatori dal Kyushu verso il Mar Interno, confermato dalle testimonianze archeologiche.

Le leggende di conquiste esterne da parte di Yamato sembrano avere maggiore validità storica:

molti racconti parlano della sottomissione dei barbari del Kyushu.

Le leggende più interessanti su questa conquista sono quelle sul principe Yamato-Takeru, che dopo

aver sottomesso i barbari del Kyushu intorno al 100 d.C., sottomise anche quelli della pianura del

Kanto.

I discendenti della Dea del Sole, dediti al culto solare, dedicarono alla loro antenata un grande

tempio, eretto a Ise su un promontorio che guarda verso il mare a oriente dello Yamato.

Il Grande Tempio di Ise è tuttora il più importante del Giappone, secondo la tradizione lo specchio

sacro venne rimosso dalla corte e portato a Ise nel 5 a.C., sotto il controllo di una principessa

nominata grande sacerdotessa.

Comunque se la Himiko del Weizhi fu effettivamente una antica sovrana di Yamato, come sembra

essere, la separazione delle funzioni religiose dalla dinastia regnante sembra essere avvenuta in un

periodo successivo.

testimonianze giapponesi parlano di un’imperatrice di nome Jingo, reggente dal 200 al 269 d.C.,

Le

ma non possiamo identificarla con Himiko, poiché non sappiamo con certezza se Himiko è stata

realmente una sovrana di Yamato.

La leggenda secondo cui Jingo avrebbe conquistato la Corea durante il suo primo anno di reggenza

sembra riferirsi a fatti storici.

Le cronache coreane dicono che nel IV secolo i giapponesi ebbero una base nella zona di Kaya sulla

costa meridionale, inoltre la stele di Koguryo del 414 può essere considerata una prova della loro

attività nella Corea meridionale.

Probabilmente la popolazione di Kaya aveva dei legami con i gruppi dominanti giapponesi, che

avevano raggiunto il Giappone dalla Corea non molto tempo prima.

avrebbe dunque riconosciuto la signoria giapponese per ottenere l’appoggio

La popolazione di Kaya

dei loro consanguinei nei conflitti contro i tre grandi stati che stavano allora emergendo nella

penisola.

La base giapponese di Kaya, ridotta dalle rivolte e dalle incursioni degli stati vicini tra la fine del V

secolo e l’inizio del VI secolo, venne completamente distrutta da Silla nel 562.

I giapponesi tentarono più volte di ristabilirla, ma furono sconfitti nel 663 dalle truppe dei Tang in

Corea e la penisola venne unificata da Silla dopo il 668.

IL SISTEMA DEGLI UJI

Sebbene i sovrani di Yamato avessero una certa influenza dalla pianura del Kanto alla Corea del

Sud, è sbagliato affermare che governassero su uno stato centralizzato.

A quel tempo il Giappone era composto da una serie di unità semiautonome chiamate uji, una sorta

di clan scaturiti dalle sottounità che comprendevano gli antichi paesi tribali descritti nel Weizhi.

I membri di ciascun uji ritenevano di avere una discendenza comune, e sotto la guida di un capo,

il culto della divinità dell’uji, considerata l’antenato originario.

praticavano

Sviluppandosi in estensione e complessità, negli uji si crearono delle unità sussidiarie, paragonabili

alle corporazioni della Roma degli ultimi secoli, per lo svolgimento di specifiche funzioni

economiche o di altri servizi.

Questi gruppi, chiamati be, erano anche ereditari e organizzati con capi propri.

Nel rango più basso della società uji vi era un esiguo numero di schiavi, la cui importanza

economica era assai scarsa rispetto a quella delle corporazioni.

I sovrani di Yamato erano semplicemente i capi dell’uji di Yamato, che aveva esteso il suo

controllo sugli altri con la conquista.

Se Himiko fu veramente una sovrana di Yamato, allora il processo di conquista era già cominciato

nel III secolo.

Secondo il Song shu, nel V secolo i sovrani di Yamato rivendicavano la signoria su 121 unità.

L’estensione della potenza di Yamato è da ricondurre all’incorporazione di molti uji minori e alla

creazione di molte corporazioni sussidiarie.

Col tempo il sistema degli uji divenne ancora più complesso e confuso.

I titoli tradizionali usati dai capi degli uji e delle corporazioni finirono per indicare i vari ranghi di

nobiltà che il sovrano poteva conferire o togliere.

Questi titoli avevano il nome di kabane, parola che presenta qualche affinità con i “ranghi di ossa”

coreani.

Nel processo di formazione della nobiltà gli uji di Yamato ebbero il sopravvento su tutti gli altri in

quanto più vicini alla sede del potere politico.

Tra la sottounità di Yamato, quelle che potevano presentarsi come rami della famiglia imperiale

portavano il titolo di Omi, mentre le sottounità più importanti, che si erano formate in modo

indipendente e vantavano una discendenza divina, avevano il titolo di Muraji.

Nel V secolo il sistema era divenuto così complesso che in ogni regno i più importanti tra gli Omi e

i Muraji ricevettero i titoli di Grande Omi e Grande Muraji.

I capi degli uji militari degli Otomo e dei Mononobe monopolizzarono la carica di Grande Muraji,

mentre la famiglia Soga monopolizzò quella di Grande Omi.

Questi potenti uji misero in ombra la famiglia imperiale e con le loro rivalità finirono per dominare

la corte. IL PRIMITIVO SHINTO

Dalle cronache giapponesi appare chiaro che i primi imperatori come Himiko svolgevano la duplice

funzione di grandi sacerdoti e sovrani secolari.

In realtà la distinzione delle funzioni religiose, rituali e politiche del capo dell’uji non era molto ben

definita.

Anche se in alcuni periodi dell’oscuro passato giapponese il sovrano di Yamato condivise con la

grande sacerdotessa di Ise le attribuzioni religiose, egli conservò la funzione di grande sacerdote del

culto dell’uji, che si sviluppò fino a diventare culto nazionale.

L’antica religione giapponese era inizialmente senza nome, e in seguito venne chiamata Shinto per

distinguerla dal Buddhismo e dalle credenze religiose cinesi.

Il nome Shinto è di origine cinese e significa “Via degli dèi”, e appare nelle più antiche

testimonianze giapponesi come un insieme di culti locali abilmente integrati dalla mitologia

ufficiale per stabilire la supremazia del culto della Dea del Sole di Yamato e la subordinazione dei

culti degli altri uji.

L’organizzazione di questi numerosi culti locali si era estesa a tal punto nell’VIII secolo che circa

un quarto dei tremila e più templi locali venivano mantenuti a spese del governo.

Ma sotto la superficie, rappresentata da questa serie organizzata di culti locali, esisteva una corrente

religiosa più vasta e profonda.

Lo Shinto era sostanzialmente un semplice culto della natura, e i giapponesi attribuirono un

carattere divino a tutte le sue manifestazioni.

Le divinità Shinto venivano chiamate kami, rappresentati raramente in forma umana e simboleggiati

qualora l’oggetto originario del culto, come un albero o una cascata,

da specchi, spade o magatama

non fosse presente.

Inoltre la mitologia identificava molti kami con gli antenati degli uji, e col tempo si aggiunsero altre

figure mitologiche e storiche, tra cui gli stessi imperatori.

Lo Shinto non aveva però una filosofia sistematica né un preciso codice morale e poneva l’accento

più sulla purezza rituale che sulle virtù etiche.

L’impurità rituale, determinata dalla sporcizia fisica, dai rapporti sessuali, dal ciclo mestruale, dalle

ferite, dalle nascite e dalle morti, doveva essere sanata con gli esorcismi, le cerimonie purificatrici e

l’astensione rituale.

L’amore dei giapponesi per la pulizia sembra risalire a queste concezioni primitive di purezza

rituale.

Lo Shinto è una religione gioiosa e ottimistica, che non conosce il peccato e il senso di colpa, e a

differenza dei coreani, attratti dagli aspetti più minacciosi della natura, i giapponesi ne mettono in

evidenza la bellezza e la generosità.

Di fronte a tutti i templi shintoisti si innalzano i torii, una specie di porta formata da due colonne

verticali e da una o due colonne trasversali.

L’ADOZIONE DEL MODELLO CINESE

Come testimoniato dagli specchi di bronzo e dalle monete del periodo Yayoi, la cultura cinese

iniziò a influenzare il Giappone già in epoca preistorica.

Le storie cinesi provano l’esistenza di un contatto tra la Cina e il Giappone fin dal I secolo d.C.,

mentre il continuo flusso migratorio che coinvolse la Corea, permeata dall’influenza cinese, fu

per la diffusione dell’alta civiltà continentale.

determinante

Il sistema di scrittura cinese era noto ai giapponesi già dal V secolo, e la formazione dello stato di

Yamato sembra essere ispirata all’impero centralizzato cinese.

Pare che il livello culturale raggiunto dai giapponesi in quel periodo fosse tale da rendere più facile

l’assorbimento della civiltà cinese, e il sistema degli uji era ormai disarticolato e confuso.

IL BUDDHISMO

Il primo elemento della civiltà cinese consapevolmente adottato dai giapponesi fu il Buddhismo,

poiché essi accettavano il suo potere magico, considerato superiore a quello dei culti indigeni.

Comunque la statua di bronzo dorato e i sutra che il regno coreano di Paekche inviò in dono nel

tentativo di stringere un’alleanza contro Silla, generò dibattiti alla corte di Yamato sulla decisione

di accettare o meno questa religione straniera.

I Nakatomi, appartenenti a un uji di sacerdoti shintoisti, si opposero al Buddhismo.

I Mononobe, uji di guerrieri, assunsero la stessa posizione, ma i Soga, rivali dei Mononobe per

questioni politiche, appoggiarono la nuova religione.

Ai Soga fu concesso di venerare in privato la statua buddhista, che però in seguito venne gettata in

un canale perché ritenuta la causa dello scoppio di un’epidemia.

si ripeté nel 585, quando il Grande Omi Soga no Umako tentò di nuovo di

Quest’episodio

diffondere la nuova religione con l’aiuto di suore e monaci di origine coreana, ma anche questa

volta le statue finirono nel canale.

Nonostante questo duplice insuccesso, il Buddhismo venne adottato dalla corte: l’imperatore, nipote

di Umako, si convertì poco prima di morire, nel 587.

Nelle guerre che seguirono, i Soga, aiutati dall’uji militare degli Otomo, sconfissero i Nakatomi e i

Mononobe.

La vittoria venne attribuita alla superiorità del Buddhismo, così il nuovo culto divenne incontrastato,

anche se i giapponesi non abbandonarono mai del tutto i loro culti indigeni.

I SOGA E IL PRINCIPE SHOTOKU

La vittoria del 587 sancì il predominio dei Soga.

Nei cinquant’anni successivi essi dominarono il governo centrale del Giappone e fecero in modo

che sul trono della famiglia imperiale sedessero imperatori nati da donne dei Soga.

Umako mise sul trono uno dei suoi nipoti, col quale in seguito ebbe dei contrasti che portarono

all’assassinio dell’imperatore fantoccio nel 592.

Lo stesso Umako mise allora sul trono una nipote col titolo di principessa Suiko.

Un nipote di Suiko, il principe Shotoku, che era per metà di sangue Soga e aveva sposato una donna

di questo uji, fece da reggente e finì per esercitare un’autorità superiore a quella di Umako.

Il trionfo del Buddhismo avvenne proprio sotto la guida di Shotoku, che non era solo un uomo abile,

ma anche un devoto buddhista e profondo conoscitore di questa filosofia.

Inoltre era favorevole ad altri aspetti della cultura cinese e fece in modo di introdurre in Giappone il

sistema politico della Cina.

Nel 604 il principe Shotoku emanò la “Costituzione dei diciassette articoli”, ossia una serie di

regole destinate alla classe dominante, che comprendeva anche concezioni rivoluzionarie per la

storia del Giappone.

Al sistema degli uji vennero contrapposti i concetti etici confuciani e le istituzioni politiche

centralizzate cinesi.

Uno degli articoli della Costituzione raccomanda il rispetto per i tre tesori del Buddhismo: il

Buddha, la “legge” e le comunità monastiche.

Gli altri articoli ricordano gli scritti confuciani, l’imperatore ha i pieni poteri e i capi locali non

possono introdurre imposte ed esigere corvè.

Nel 604 Shotoku adottò anche il calendario cinese, e venne scelto l’anno 660 d.C. come data di

fondazione dello stato giapponese.

Nel 603 venne istituita una gerarchia in dodici gradi per i funzionari di corte, designati col nome

delle virtù confuciane e distinti da cappelli a vari colori.

Il sistema dei gradi di corte fu il principale strumento burocratico di tipo cinese che i giapponesi

svilupparono nel corso del secolo successivo.

numerati, a loro volta suddivisi in classi di “anziani” e

I funzionari erano divisi in otto gradi

“giovani”; le classi inferiori al quarto grado erano suddivise in “superiori” e “inferiori”.

Vi era anche un ordine di gradi imperiali per i membri della famiglia regnante.

La precedenza dei gradi di corte sui vecchi titoli kabane ereditari fu assicurata nel 684 con

l’adozione di un nuovo sistema di titoli conferiti dalla corte, nel quale gli Omi e i Muraji, che in

precedenza erano i titoli più alti, occupavano tra le otto classi il sesto e il settimo posto.

LE RIFORME DEL TAIKA

Durante il suo regno, Shotoku riuscì a delineare un governo centralizzato di tipo cinese, ma dopo la

sua morte nel 622, i Soga non presero più iniziative di rilievo.

Soga no Emishi, che succedette al padre come Grande Omi nel 626, divenne onnipotente a corte, e

assieme al figlio Iruka, iniziò ad assumere prerogative imperiali, smascherando così coloro che

ambivano al trono.

Nel 643 Iruka eliminò l’erede di Shotoku, che costituiva una minaccia per le sue ambizioni.

Queste iniziative suscitarono opposizioni ai Soga, capeggiate da Nakatomi no Kamatari e da un

principe che poi regnò come imperatore Tenchi.

Nel 645 essi eliminarono Iruka ed Emishi con un colpo di stato e assunsero il controllo del governo.

Come ricompensa per i suoi servigi, Kamatari ricevette il cognome di Fujiwara, divenendo il

progenitore di una famiglia nobiliare che in seguito dominerà la corte.

Kamatari e Tenchi ripresero la politica di adozione delle strutture di modello cinese, avviando una

serie di importanti riforme note col nome di “Riforme del Taika”, dal nome del periodo annuo di

tipo cinese che significa “Grande Mutamento”.

Nel 646 essi emanarono un editto che aboliva tutti i grandi possedimenti privati, e introduceva i vari

elementi del sistema di governo e di possesso della terra del periodo Tang.

Le amministrazioni provinciali furono poste sotto il governo di funzionari statali, le terre vennero

assegnate ai contadini in base ad accurati registri della popolazione, fu creato un sistema nazionale

di strade statali con stazioni di posta e controlli alle barriere, e fu delineato un sistema fiscale

uniforme. IL GOVERNO NEL PERIODO DI NARA

Non ci sono note le varie fasi di realizzazione delle riforme del Taika.

Solo all’inizio dell’VIII secolo prese definitivamente forma il governo di tipo cinese che era il fine

delle riforme stesse.

Nel secolo successivo le nuove istituzioni raggiunsero il loro più alto livello di efficienza, e per

questo il cosiddetto periodo di Nara (710-784), quando la capitale era situata nella stessa zona

dell’attuale città di Nara, è considerato nella storia giapponese come l’apice del processo di

sinizzazione. LE CAPITALI NARA E HEIAN

Lo stabilimento della capitale a Nara, chiamata anche Heijo, rappresentò un grande passo avanti

verso la creazione del nuovo modello statale.

Fino a quel momento l’economia e l’amministrazione dello stato erano state così semplici da non

richiedere una vera e propria capitale.

I principi imperiali vivevano nei loro possedimenti, e quando uno di questi veniva nominato

imperatore, spostava la capitale nella propria residenza.

Lo stabilimento della capitale a Nara è considerato il simbolo dell’adozione del governo

centralizzato di tipo cinese.

La città si estendeva al limite settentrionale della pianura di Nara secondo una pianta a scacchiera,

con il palazzo imperiale situato all’estremità settentrionale, che imitava fedelmente la città di

Chang’an, capitale dei Tang.

Nel 784 Kammu, che fu in questi secoli, l’imperatore più potente, decise di lasciare la città per

sfuggire all’oppressiva influenza dei grandi templi e monasteri buddhisti che circondavano la città.

Egli spostò la capitale a Nagaoka, poche miglia a nord nella pianura di Kyoto.

il funzionario incaricato di presiedere all’edificazione della nuova capitale, e

Nel 785 fu assassinato

ciò ebbe come conseguenza l’esilio del fratello di Kammu, il principe ereditario, e la sua successiva

morte per fame.

Poiché si ritenne che lo spirito vendicativo del principe avesse gettato una maledizione su Nagaoka,

fu scelta la città di Heian, nella parte settentrionale della pianura di Kyoto, e nel 794 Kammu si

stabilì nella nuova capitale.

L’area sulla quale sorse Heian era molto più vasta di quella di Heijo, e anche questa era modellata

secondo la pianta a scacchiera cinese. I CODICI

È possibile esaminare gli aspetti del sistema amministrativo che i giapponesi adottarono dalla Cina

sulla base dei codici compilati secondo i modelli cinesi.

Vennero redatti codici dettagliati, divisi come i modelli Tang in quattro categorie: leggi penali

(ritsu), leggi amministrative (ryo) e regolamenti supplementari (kyaku e shiki).

Il più famoso è il codice Taiho del 701.

IL GOVERNO LOCALE E IL SISTEMA FISCALE

Il principale obiettivo delle riforme del Taika era quello di stabilire un controllo saldo e uniforme su

tutti i territori del Giappone e sulla loro produzione agricola.

Le isole furono divise in “paesi” (kuni), termine tradotto solitamente con “provincia”.

I kuni furono a loro volta suddivisi in distretti, e i distretti in unità di villaggio, ciascuna delle quali

formata da circa tre villaggi naturali.

I contadini vennero organizzati in unità di cinque famiglie, reciprocamente responsabili della buona

condotta e del pagamento delle tasse.

Le province erano raggruppate in circondari, e in ciascun circondario venivano nominati dei

sovrintendenti ufficiali.

I governatori delle province erano funzionari del governo centrale generalmente appartenenti ai

gradi intermedi. IL GOVERNO CENTRALE

Nel complesso i riformatori ebbero maggior successo nella creazione degli organi centrali del

sistema politico cinese che non nelle amministrazioni locali.

La capitale fu infatti il simbolo del successo dei riformatori, poiché qui tutte le istituzioni

governative, dall’imperatore ai gradi più bassi, erano rimodellate sull’esempio cinese.

I riformatori adottarono la concezione cinese dell’imperatore onnipotente, chiamato Tenno

(Imperatore Celeste), che regnava in modo uniforme su tutto il paese.

Tuttavia essi continuarono a considerare il sovrano come capo supremo del culto, di origine divina,

facendo acquisire al trono giapponese la duplice attribuzione che ha conservato in seguito.

Nonostante l’adozione cinese del concetto di sovranità, gli imperatori non godettero mai di grande

potere personale.

Molti di loro furono manovrati dalle grandi famiglie di corte, e le pesanti funzioni cerimoniali

dell’imperatore, dovute alla natura politica e religiosa del suo ruolo, rese frequente la pratica

dell’abdicazione, fatta ogni volta che l’imperatore raggiungeva l’età necessaria per assumere i

doveri imperiali.

L’adozione dei modelli cinesi fece anche in modo che i giapponesi escludessero dalla successione le

donne.

Tra il 592 e il 770 metà dei sovrani furono donne, ma nei periodi successivi ce ne furono due

soltanto.

Questo brusco mutamento è da attribuire anche agli avvenimenti nefasti che avvennero durante il

regno dell’imperatrice morta nel 770.

Essa salì due volte sul trono, con il nome di Koken prima e di Shotoku dopo, e regnò per mezzo di

un prete buddhista, Dokyo, che era stato il suo amante e aveva aspirato al trono.

Dokyo riuscì a sopravvivere a una rivolta organizzata nel 764 dal suo rivale a corte, il pronipote di

Kamatari, ma perse il potere con la morte della sua imperiale protettrice.

I funzionari allora si preoccuparono di evitare il ripetersi di una tale minaccia al trono.

Al di sotto dell’imperatore vi era un Grande Consiglio di Stato, formato da un Grande Ministro di

Stato, da ministri della Sinistra e della Destra, e da altri grandi funzionari.

Il ministro della Sinistra, o quello della Destra se lo sostituiva, era il principale responsabile

dell’amministrazione, e corrispondeva a un moderno capo di Stato, mentre il Grande Ministro di

Stato era solo un precettore morale dell’imperatore, e dunque la carica era spesso vacante.

Al Grande Consiglio di Stato erano sottoposti otto ministeri e diversi funzionari minori.

I riti e le cerimonie di governo furono rigidamente osservati, e la musica orchestrale che li

accompagnava fu importata dalla Cina ed era nota con il nome di gagaku.

Rilevante fu anche l’allontanamento dal modello cinese, dovuto alla natura sacerdotale del governo

giapponese, che si concretizzò nella creazione di un Ufficio delle divinità, che si occupava dei riti

shintoisti a corte. MODIFICHE DEL SISTEMA CINESE

Nel complesso il governo giapponese riprodusse molto fedelmente il sistema Tang, ma applicò

anche delle modifiche.

Oltre all’Ufficio delle divinità, un’altra importante modifica fu la mancanza di una burocrazia

capace di far funzionare il sistema amministrativo.

I giapponesi non accettarono il sistema degli esami, poiché la loro concezione dell’autorità

ereditaria era così radicata che non volevano creare un sistema in cui gli individui salivano al potere

per le loro doti letterarie e amministrative e non per la nascita.

L’università centrale, che aveva il compito di preparare gli aristocratici alle capacità tecniche

necessarie per amministrare lo Stato, non divenne la via di accesso alla direzione politica.

Al contrario, gli alti incarichi e i posti di governo erano riservati alle persone di alto lignaggio.

Solo raramente uomini di eccellente abilità arrivarono a occupare alte cariche non destinate a loro

dalla nascita.

Uno di questi fu Kibi no Mabi, che accompagnò un’ambasceria in Cina come studioso, fu un grande

propagatore della cultura cinese, prestò servizio come vice ambasciatore in Cina e infine raggiunse

la carica di ministro della Destra. LA SETTA SHINGON

La setta Shingon venne fondata dal monaco giapponese Kukai, che si recò in Cina nell’804, dove

apprese le tecniche della scuola Vajrayana.

Al suo ritorno in Giappone, elaborò una propria sintesi delle pratiche e dottrine esoteriche , basate

sul culto del Buddha cosmico Vairocana.

La dottrina Shingon si basava su due testi fondamentali: il Kongocho Yugakyo (Sutra della punta

del vaira, fulmine), e il Dainichi Kyo (Sutra della bodhi di Mahavairocana)

Il Buddhismo Vajrayana si basava sui rituali e le pratiche meditative volte al raggiungimento

dell’illuminazione.

Secondo lo Shingon l’illuminazione non è una realtà distante, che richiede numerose reincarnazioni,

ma un obiettivo raggiungibile nella vita attuale, coltivando il potenziale naturale innato in ogni

essere umano.

Allenandosi a controllare il corpo, le parole e la mente, è possibile liberare questo potenziale per il

beneficio proprio e altrui. LA SETTA TENDAI

venne fondata tra l’804 e l’806 da Saicho, un monaco giapponese che aveva

La setta Tendai

compiuto un pellegrinaggio in Cina, da dove aveva riportato le dottrine della scuola Tiantai, fondata

da Zhiyi nel sesto secolo. del Loto, sulla dottrina dell’Enyu Santai,

Questa scuola fondava i suoi insegnamenti sul Sutra

sull’Ichinen Sanzen e sulle dottrine esoteriche (taimitsu).

Lo studio delle dottrine va sempre accompagnato alla pratica meditativa, chiamata Shikan.

Le sette Shingon e Tendai vennero osteggiate dalle scuole più antiche, e in un primo tempo

riuscirono a conquistare il favore della corte.

Solo con il terzo abate Ennin, la setta Tendai riuscì a catturare l’interesse della corte.

IL PERIODO FUJIWARA

Mentre erano in atto questi grandi mutamenti del sistema politico, la famiglia Fujiwara, discendente

di Kamatari, assunse un grande potere e prestigio un tempo appartenuti solo agli imperatori.

Il figlio di Kamatari, Fuhito, era stato un importante uomo di Stato e il nonno dell’imperatore

Shomu, ma le fortune della famiglia si arrestarono nel 737, con la morte dei quattro figli di Fuhito

per vaiolo.

Comunque i loro figli e nipoti ebbero la meglio nelle lotte per il potere a corte.

Nel IX secolo i Fujiwara si erano assicurati una parte delle alte cariche e avevano acquisito una

notevole influenza sulla famiglia imperiale concedendo le loro figlie come imperatrici o concubine.

LA SUPREMAZIA DELLA FAMIGLIA FUJIWARA

Verso la metà del nono secolo il ramo settentrionale della famiglia Fujiwara aveva avuto la meglio

sugli altri stabilendo la propria supremazia a corte.

Nell’857 il capo di questo ramo, Yoshifusa, discendente di Kamatari, divenne Gran Ministro di

Stato, il primo ministro nominato dopo il monaco Dokyo.

L’anno seguente si proclamò reggente per conto del nipote di nove anni che egli stesso aveva posto

sul trono.

Fu questo il primo caso di un imperatore bambino e di un reggente non appartenente alla famiglia

imperiale.

Nell’872 a Yoshifusa succedette alla testa della famiglia il nipote e figlio adottivo Mototsune, che a

sua volta divenne reggente di un altro minore nell’876.

Due adulti successivamente ascesero al trono nell’884 e nell’887, ma Mototsune continuò ad agire

di fatto come reggente.

In seguito alla carica di reggente per conto di un imperatore adulto si attribuì il nome di kampaku.

Dopo che Yoshifusa ebbe stabilito la supremazia dei Fujiwara, i membri di questa famiglia

monopolizzano quasi tutte le più alte cariche di governo, fornirono pressoché tutte le imperatrici e

gran parte delle concubine imperiali, ponendo i figli di queste sul trono.

Di fatto, il loro controllo del governo centrale fu così completo che i tre secoli compresi tra l’857

circa il 1160 vengono comunemente indicati come il periodo Fujiwara.

Questa famiglia dominò infatti la corte di Kyoto quasi ininterrottamente dal IX al XII secolo.

Nel XIII secolo i membri di questa famiglia erano diventati così numerosi che incominciarono ad

essere indicati con nomi diversi, a seconda dei rami ai quali appartenevano.

Essi però non cercarono mai di usurpare il trono, perché le concezioni dell’autorità ereditaria e della

particolare atmosfera religiosa che circondava la famiglia imperiale erano troppo sentite per poter

essere ignorate anche da questa onnipotente famiglia.

L’imperatore Uda, che non era nato da una Fujiwara, sfidò la supremazia dell’onnipotente famiglia

durante il suo regno, e in seguito come imperatore abdicatario.

Dopo la morte di Mototsune nell’891, egli si rifiutò di nominare un reggente e cercò di spezzare il

monopolio stabilito dai Fujiwara sulle alte cariche governative.

Nell’899 fece eleggere ministro della Destra Sugawara no Michizane, piccolo aristocratico e

letterato di grande fama, tuttavia Tokihira, capo della famiglia Fujiwara, riuscì a far esiliare il suo

rivale nominandolo governatore provvisorio di Daizafu, nel Kyushu, dove Michizane morì poco

dopo.

Il fratello minore di Tokihira, Tadahira, ripristinò le cariche di reggente e di kampaku.

gloria dei Fujiwara raggiunsero l’apice sotto il pronipote di Tadahira, Michinaga, che

Il potere e la

dominò la corte dal 995 fino alla sua morte, avvenuta nel 1027.

IL DECLINO DEI FUJIWARA E L’ASCESA DEGLI IMPERATORI

ABDICATARI

Il figlio e successore di Michinaga, Yorimichi, che ricoprì le cariche di reggente e di kampaku,

mantenne la supremazia della famiglia, ma nei suoi ultimi anni il potere dei Fujiwara iniziò a

declinare.

Una delle cause di questa graduale decadenza fu forse la minore efficienza del governo centrale.

La scomparsa di un effettivo controllo sulle province provocò un’ondata di disordini e di illegalità,

e Kyoto fu infestata da briganti e fuorilegge.

Per proteggersi, i grandi monasteri situati nell’area della capitale avevano costituito proprie forze

armate.

Il governo, pressoché privo di risorse finanziarie, aveva incominciato a lasciar cadere in rovina il

palazzo e gli edifici pubblici.

Un’atmosfera di oppressione e di oscuri presagi gravava sulla capitale un tempo così brillante e sui

che l’abitavano.

cortigiani raffinati

Il declino dei Fujiwara fu dovuto anche alle violente rivalità tra i vari rami in cui la famiglia si era

ulteriormente divisa, che permisero agli imperatori di ritornare sulla scena politica.

Quando i Fujiwara allentarono il loro controllo sul governo, alcuni imperatori affermarono la

propria autorità ripristinando molti poteri che restavano al governo centrale.

L’imperatore Go-Sanjo, che non era nato da una Fujiwara, fu il primo che cercò di ristabilire il

controllo imperiale sul paese, creò un Archivio di Stato e ordinò la confisca dei grandi domini

terrieri.

L’ex kampaku Yorimichi rese però vano questo tentativo semplicemente ignorandolo.

seguì l’esempio del padre riaffermando la propria

Il figlio e successore di Go-Sanjo, Shirakawa,

autorità nella capitale.

Dopo aver abdicato, fece del suo quartier generale il vero centro del potere.

Poiché governava dai suoi “appartamenti interni” di imperatore abdicatario, la sua amministrazione

venne indicata col nome di insei, ossia “governo degli appartamenti interni”.

Per controbilanciare il potere dei Fujiwara, Shirakawa impiegò nell’insei letterati appartenenti alla

piccola nobiltà ed esponenti minori dell’aristocrazia di corte che si erano arricchiti ricoprendo

cariche provinciali.

Dopo la morte di Shirakawa nel 1129, altri imperatori abdicatari mantennero questa forma di

governo, ma mentre a Kyoto continuava la lotta tra gli imperatori e i Fujiwara, la posizione della

corte imperiale decadeva sempre di più fino a perdere gli ultimi resti di potere effettivo.

LA NATURALIZZAZIONE DEL BUDDHISMO E DELL’ARTE

Il periodo Fujiwara, a causa del declino del potere del governo centrale, viene si solito considerata

un’epoca di declino, ma ciò è applicabile solo alla situazione politica, perché in altri settori ci fu una

grande crescita.

Lo sviluppo del sistema feudale portò ad un aumenti delle terre coltivate, e l’alta cultura, prima

confinata alla corte, iniziò a diffondersi in tutto il paese e tra le classi inferiori.

La cultura fu il frutto della combinazione di elementi cinesi con elementi indigeni, e diede vita a

nuovi orientamenti nelle arti e nella letteratura, nonché a un modello di vita tipicamente giapponese.

L’ALLONTANAMENTO DAI MODELLI CINESI

Una delle principali differenze tra il periodo Fujiwara e quello precedente è la decadenza delle

istituzioni di tipo cinese, che pur essendo state largamente accolte, avevano subito modifiche così

radicali da differenziarsi del tutto.

Un’altra prova del nuovo atteggiamento fu la fine delle ambascerie ufficiali in Cina, infatti dopo la

spedizione dell’838 non vi furono più iniziative di tal genere per oltre cinquant’anni.

L’ULTERIORE ASSIMILAZIONE DEL BUDDHISMO

Un altro modo in cui il Giappone si allontanò dal modello cinese fu lo sviluppo del Buddhismo, che

invece in Cina era diventato un elemento secondario in seguito alla rinascita delle filosofie indigene.

Poiché il governo di tipo cinese si stava disgregando, la filosofia confuciana non rappresentò un

grande ostacolo per il Buddhismo, e ad esso non si oppose nemmeno lo Shinto.

Il Buddhismo si sviluppò maggiormente proprio nel periodo Fujiwara, e tutte le concezioni finora

importate dall’estero iniziarono a naturalizzarsi. rituali e alle opere d’arte,

Ad esempio i giapponesi attribuirono la priorità alle preghiere magiche, ai

piuttosto che all’approfondimento dei contenuti religiosi e filosofici.

Un altro aspetto dell’assimilazione del Buddhismo fu l’identificazione dei kami shintoisti con le

divinità buddhiste.

Ad esempio di riteneva che la Dea del Sole non fosse altro che una manifestazione locale del

Buddha Vairocana, e molti templi shintoisti e buddhisti furono amministrati congiuntamente.

nel “duplice

Questa fusione tra le due religioni fu sistematizzata dai preti della setta Shingon

shinto”.

Solo nel XIX secolo lo Shinto si separò dal Buddhismo tornando ad essere autonomo.

Importante fu anche la diffusione del Buddhismo in tutta la società giapponese, dunque anche alle

classi inferiori.

Un seguace di queste nuove tendenze fu il monaco Kuja, che percorreva le strade danzando e

predicando la dottrina della salvezza attraverso la fede.

Il maggiore esponente del nuovo Buddhismo fu però il monaco Genshin, autore dell’opera

“Fondamenti della salvezza”, dove esaltava il concetto di mappo, ossia “l’ultimo periodo della

legge”, quando dottrine e metodi di salvezza più semplici avrebbero sostituito gli austeri

insegnamenti del Buddhismo originario.

L’idea della salvezza facile affermava che la rinascita nella Pura Terra di Amida, il Paradiso

Occidentale, era possibile non solo con le proprie forze, ma anche con quelle altrui, soprattutto

invocando il nome del Buddha Amida, che aveva fatto voto di salvare tutte le creature.

LE DIVISIONI SETTARIE

andarono di pari passo con l’irrigidirsi delle varie famiglie aristocratiche.

Le scissioni tra le sette

Le relazioni tra templi e monasteri si conformarono a rigidi schemi gerarchici, e le grandi sette si

scissero in famiglie sacerdotali.

Le divisioni settarie provocarono aspre lotte intestine e con il potere centrale, sia per il possesso

delle terre che per la definizione di diritti e doveri del clero.

Alla fine del X secolo le sette iniziarono a combattersi in scontri armati, eserciti di religiosi

marciarono più volte su Kyoto, portando armi e simboli sacri dello Shinto, per costringere la corte

ad accordargli le concessioni da loro desiderate o pronunciare giudizi a loro favore.

GLI ALFABETI SILLABICI KANA

Durante il processo di naturalizzazione della cultura cinese, i giapponesi svilupparono nuovi sistemi

di scrittura e nuovi generi letterari.

Il maggior sviluppo della scrittura fu la comparsa di segni puramente fonetici per la scrittura del

giapponese.

In precedenza venivano usati alcuni caratteri cinesi con valore fonetico per rappresentare singole

sillabe in giapponese.

Nel corso del IX secolo vennero sviluppati due sistemi di scrittura puramente fonetici detti kana,

attribuiti dalla tradizione a Kobo Daishi.

Il complesso dei caratteri cinesi scritti in corsivo e in forma abbreviata venne chiamato hiragana,

mentre gli elementi scelti tra i caratteri per rappresentare i valori fonetici diedero origine al

katakana. LA LETTERATURA, IL KOKINSHU E LA STORIA DI GENJI

Lo sviluppo degli alfabeti sillabici facilitò la composizione delle poesie in giapponese e la fioritura

della letteratura in prosa.

La poesia continuò ad avere una grande importanza a corte anche nel periodo Fujiwara, come

dimostra la compilazione nel 905 per ordine imperiale di un’antologia di circa 1100 poesie, quasi

tutte tanka (poesie brevi).

L’opera, intitolata Kokinshu (Raccolta antica e moderna), divenne il modello per altre venti

antologie poetiche imperiali.

Nel campo della prosa, già nel IX secolo erano apparsi racconti scritti in giapponese, e ad essi

seguirono, nel X secolo, opere più ambiziose come Ise Monogatari (Storie di Ise).

Al tempo di Michinaga, un gruppo di dame di corte si dedicarono alla letteratura, scrivendo diari e

romanzi che illustravano la vita di corte che loro conoscevano bene.

Una delle opere più importanti di questo periodo è il Makura no soshi (Il libro del guanciale), un

insieme di annotazioni e commenti, spesso caustici, scritti da una dama di nome Sei Shonagon.

Il ruolo predominante delle dame di corte nella letteratura in prosa era dovuto alla libertà di cui

godevano le donne nell’alta società Fujiwara e alla preferenza degli uomini per la scrittura in Cinese.

L’opera letteraria più importante dell’XI secolo, considerata anche il capolavoro della letteratura

giapponese, è il Genji Monogatari (Storia di Genji), scritta da una dama di corte di nome Murasaki

Shikibu.

L’opera narra le avventure dell’impareggiabile principe Genji, ed ha tutto l’incanto, l’umorismo, la

finezza psicologica e la sensibilità estetica che in seguito caratterizzeranno il meglio della

produzione letteraria giapponese. CAPITOLO DODICI

LA FORMAZIONE DI UNA SOCIETA’ SEMIFEUDALE

Nonostante lo splendore culturale, la società del periodo Fujiwara non fu l’ascendente diretto della

società giapponese dei periodi successivi.

A partire dal XII secolo l’attenzione si concentra non più su Kyoto, ma sulla società provinciale,

meno raffinata ma più dinamica.

Questo cambio di direzione è causato dall’aumento dell’importanza delle zone periferiche, verso il

1100 il divario culturale tra la capitale e il resto del paese era diminuito in seguito al declino della

corte e alla crescita della ricchezza del Giappone rurale.

Il totale delle aree coltivate si era esteso con il sistema delle grandi tenute, l’esigenza di trasportare

le merci agricole dalle province al distretto della capitale, dove vivevano i proprietari, richiese la

costruzione di una rete stradale e corsi d’acqua.

Di conseguenza il movimento di persone attraverso il paese nel XII secolo fu maggiore rispetto

all’ VIII secolo.

In alcune località si formarono anche delle industrie per la produzione di carta, ferro e vasellame.

Notevole fu anche il commercio con l’estero, che interessò tutto il paese.

IL SISTEMA DELLE GRANDI TENUTE

La vita nelle province, pur essendo caratterizzata dalle distinzioni di classe e dai diritti ereditari,

presentava dei tratti peculiari, perché si incentrava sulle tenute agricole private o feudi.

Le tenute giapponesi erano formate da risaie che potevano essere molto sparpagliate, inoltre le

tenute appartenenti ad una singola famiglia erano comunemente situate in regioni diverse del paese.

La suddivisione del Giappone in grandi tenute ricordava l’antica divisione in uji, ma la differenza

era notevole: le tenute non erano possedute da gruppi familiari coesi, ma il reddito di una singola

tenuta poteva essere ripartito tra molti gruppi privi di legami di sangue.

Le persone legate alle tenute erano divise in tre o quattro categorie sociali distinte in base alla

funzione che esse svolgevano nella tenuta stessa.

c’erano coloro

Nella categoria più bassa che lavoravano la terra, a loro volta divisi in sottocategorie,

e la più bassa era quella dei braccianti.

Il grado superiore a quello dei coltivatori era composto dagli amministratori della tenuta,

rappresentanti dei proprietari spesso assenti, e percepivano un reddito in natura, ossia il frutto di

determinati appezzamenti.

Alla categoria più alta c’erano i proprietari, ossia potenti famiglie locali, aristocratici di corte e

istituzioni religiose influenti.

Tutti questi gruppi godevano di diritti legali propri a ciascuna categoria, detti shiki, che li

autorizzavano a ricevere una percentuale fissa dei prodotti della tenuta oppure i frutti di determinati

appezzamenti della tenuta stessa.

IL POTERE LOCALE: I MINAMOTO E I TAIRA

Nella società provinciale il gruppo più importante risultò non quello dei coltivatori né dei

proprietari assenti, ma quello degli amministratori e dei proprietari residenti nelle province.

Questi capi locali discendevano dai vecchi aristocratici degli uji, che erano stati trasformati in

funzionari locali.

I più forti tra questi discendenti erano diventati proprietari, mentre gli altri erano diventati

amministratori nelle tenute altrui.

Un altro importante elemento del potere provinciale era costituito dai rami collaterali

dell’aristocrazia della capitale: membri minori dei Fujiwara e di altre famiglie nobili di Kyoto

avevano spesso cercato di ricoprire cariche provinciali per costituirsi un patrimonio, accumulando

grosse ricchezze e preferendo quindi stabilirsi a vivere nelle tenute.

I membri della famiglia imperiale che si trasferivano nelle province cessavano di essere considerati

dei principi e diventavano capi di famiglie locali indipendenti.

Con l’estensione della dinastia imperiale e l’esaurirsi delle finanze governative, fu necessario

separare i rami collaterali con l’attribuzione di cognomi loro propri.

Minamoto e Taira furono i cognomi imposti ai figli e ai nipoti separati della famiglia imperiale.

I Minamoto sono conosciuti anche con la pronuncia sinizzata di Genji, mentre i Taira con quella di

Heike.

Il nome di Minamoto fu attribuito per la prima volta nell’814 dall’imperatore Saga ad alcuni suoi

figli e fratelli, mentre quello di Taira venne dato a un nipote dell’imperatore Kammu.

faceva risalire le proprie origini all’imperatore

La più famosa delle numerose famiglie Minamoto

Seiwa, e fu quindi nota come la Seiwa Genji.

LO SVILUPPO DI UN’ARISTOCRAZIA MILITARE RURALE

Con il declino del governo centrale, i capi locali si impadronirono dell’effettivo controllo delle loro

rispettive regioni.

Nell’ XI secolo i capi locali si erano trasformati in un’aristocrazia guerriera.

Quando le istituzioni militari di tipo cinese cessarono di funzionare, l’aristocrazia rurale riprese il

suo vecchio ruolo militare.

L’esercito di leva venne completamente abbandonato e fu sostituito da piccoli corpi di milizie

volontarie reclutati tra l’aristocrazia provinciale.

LE CRICCHE DI GUERRIERI: GLI INIZI DEL FEUDALESIMO

Anche se sul piano militare c’erano molte somiglianze con il vecchio aristocratico degli uji, il tipo

di società in cui viveva il cavaliere medievale era diverso.

In quanto proprietario o amministratore di una tenuta, egli veniva spesso a contatto con gruppi ai

quali non era legato da vincoli di parentela.

Una volta costituito, il rapporto tra un capo e i suoi dipendenti o Samurai, che letteralmente

significa “servitore”, poteva durare per generazioni.

Il capo ricompensava i suoi seguaci con terre o cariche onorifiche; dal canto loro i seguaci

dovevano servirlo con assoluta lealtà.

In origine si trattò di un vincolo di reciproca utilità, ma in seguito venne idealizzato come un

rapporto etico.

IL TRIONFO DELLA CLASSE MILITARE PROVINCIALE

Sullo sviluppo dei gruppi di difesa locali, formati da guerrieri aristocratici delle province chiamati

Bushi, abbiamo notizie frammentarie.

Data l’importanza del prestigio ereditario, sembra che le cricche più numerose ed efficienti si siano

raggruppate intorno ai rami provinciali della famiglia imperiale e della nobiltà di corte.

Questi gruppi iniziarono a farsi guerre private tra di loro, e così le più forti bande di guerrieri

acquisirono prestigio in tutto il paese e aumentarono il loro seguito.

Queste guerre ebbero comunque scarse ripercussioni a corte.

I gruppi militari provinciali cominciarono comunque a fare la loro comparsa nella capitale: alcuni

guerrieri svolgevano già la funzione di commissari di polizia, ma nell’XI secolo gruppi organizzati

di aristocratici provinciali vennero chiamati a Kyoto per mettere la loro forza armata al servizio

delle autorità civili locali.

LA RIVALITA’ TRA I TAIRA E I MINAMOTO

Alcune famiglie di corte e alcune cricche militari strinsero tra di loro una stretta associazione,

Michinaga si appoggiò alla Seiwa Genji, che si guadagnò l’appellativo di “denti e artigli” dei

Fujiwara.

I suoi successori e gli imperatori abdicatari si appoggiarono ai gruppi militari delle province per

difenderle dai loro nemici e dai monaci armati del monte Hiei e di altri monasteri.

Verso la metà del XII secolo le bande di guerrieri operanti nella capitale entrarono in conflitto per

appoggiare gli intrighi dei loro signori imperiali e dei Fujiwara.

che discendeva dall’imperatore Kammu,

Uno dei gruppi era guidato da un ramo della famiglia Taira

ma che essendosi in seguito stabilito nella provincia di Ise, era noto col nome di Ise Heike.

Questa famiglia aveva acquisito la supremazia a Kyoto poiché il suo capo Masamori aveva

eliminato nel 1108 un membro della Seiwa Genji, Yoshichika, le cui guerre avevano turbato per

alcuni anni il Giappone occidentale.

Dopo questa vittoria i membri della Ise Heike posero sotto il loro controllo la zona del Mar Interno,

e sotto il figlio e il nipote di Masamori, Tadamori e Kiyomori, diventarono la principale forza

militare al servizio degli imperatori abdicatari nella capitale.

L’altro gruppo era guidato da Minamoto no Tameyoshi, figlio di Yoshichika, che divenne il capo

della Seiwa Genji, ormai stabilitasi nella regione del Kanto, ma le sue ambizioni andarono deluse

perché non riuscì ad ottenere importanti cariche a corte.

Quando l’imperatore abdicatario Toba morì nel 1156, tra due dei suoi figli, l’imperatore abdicatario

Sutoku e l’imperatore regnante Go-Shirakawa, scoppiò un conflitto per il controllo della corte.

Il kampaku, che era il capo diretto della famiglia Fujiwara, appoggiò Go-Shirakawa, ma il fratello

minore geloso prese le difese di Sutoku.

Il gruppo di Sutoku decise di mettere in atto in colpo di Stato raggruppando tutte le forze militari

possibili, e ottenne l’appoggio di un gruppo misto di guerrieri dei Minamoto e dei Taira, capeggiati

da Minamoto no Tameyoshi, ma il figlio ed erede di Tameyoshi, Yoshitomo, si aggregò al gruppo

rivale capeggiato da Taira no Kiyomori.

Kiyomori vinse il successivo conflitto, le forze di Tameyoshi vennero annientate ed agli venne

giustiziato.

L’imperatore abdicatario Sutoku venne mandato in esilio e Go-Shirakawa, che abdicò nel 1158, si

impadronì dell’insei e dominò fino alla morte nel 1192.

Comunque i guerrieri della parte vittoriosa vennero presto rovesciati.

Yoshitomo, il capo Minamoto di questa parte, si infuriò perché erano stati attribuiti maggiori onori

al capo Taira Kiyomori.

Entrambi furono appoggiati dai membri Fujiwara dei rami collaterali minori.

Alla fine Yoshitomo si impadronì del potere con un colpo di Stato mentre Kiyomori si trovava in

pellegrinaggio lontano da Kyoto, ma quest’ultimo tornò rapidamente, sconfisse i rivali, li inseguì e

li sterminò.

Dal periodo annuo in cui avvennero, queste lotte sono note coi nomi di guerra di Heiji e guerra di

Hogen. IL GOVERNO DEI TAIRA

Queste due piccole guerre, che si conclusero con l’eliminazione di tutti i rivali militari di Kiyomori,

gli diedero l’assoluto predominio militare a Kyoto e ciò che restava del governo centrale.

Durante i due decenni successivi egli dominò la corte dal suo palazzo di Rokuhara, o dalla sua

tenuta di Fukuhara, dove trasferì la capitale per breve tempo.

In quanto discendente della famiglia imperiale e abituato ad avere una posizione di primo piano nel

governo centrale, Kiyomori si adattò facilmente alla pratica di dominare i superiori senza deporli.

I membri dei Fujiwara non cessarono di rivendicare i loro diritti al potere, ma Kiyomori esercitò

sempre la massima autorità, anche se lasciò quasi tutte le cariche più importanti ai Fujiwara.

Assunse personalmente il titolo di Gran Ministro di Stato per qualche mese nel 1167 e fu per breve

tempo Ministro Interno, carica che venne ricoperta anche dal figlio Shigemori.

Kiyomori seguì l’esempio dei Fujiwara facendo sposare le figlie con i membri della famiglia

imperiale e con reggenti Fujiwara.

IL TRIONFO DEI MINAMOTO

Nel 1177 fu represso un complotto a Kyoto contro i Taira, ma tre anni dopo un anziano membro dei

Minamoto, che era sopravvissuto passando dalla parte dei Taira, convinse un principe imperiale

insoddisfatto a chiamare alle armi gli ultimi Minamoto del Giappone orientale.

I cospiratori furono annientati, ma alcuni monasteri della capitale e molti guerrieri della regione

orientale risposero al loro appello.

Il terzo figlio di Yoshitomo, Yoritomo, risparmiato nel 1160 per la sua giovane età, era stato esiliato

nella penisola di Izu.

Diventato adulto, si rivoltò contro i Taira nel 1180, ottenendo l’appoggio di molte famiglie del

Giappone orientale.

Yoritomo si impadronì di gran parte del Kanto, sconfiggendo sia i rivali locali che le forze inviate

contro di lui da Kyoto.

Anche uno dei suoi cugini, Yoshinaka, si ribellò nella provincia di Shinano e riuscì a impadronirsi

di vaste zone lungo la costa occidentale dell’Honshu, per poi entrare a Kyoto.

I capi Taira abbandonarono la capitale con l’imperatore bambino Antoku e si stabilirono a Yashima,

sulla costa settentrionale dello Shikoku, che era stata per tanto tempo la base del loro potere.

Yoritomo, che nel frattempo aveva rafforzato il suo controllo sul Kanto, non vide di buon occhio i

successi più spettacolari riportati da Yoshinaka e inviò un esercito ad affrontarlo.

I capi di questa spedizione furono i due fratelli minori di Yoritomo, Noriyori e Yoshitsune,

quest’ultimo era ancora bambino all’epoca della disfatta del padre.

Nonostante la sua giovane età, sconfisse nel 1184 il veterano Yoshinaka.

Yoshitsune mosse quindi contro i Taira, che nel frattempo avevano riaffermato il loro controllo sul

Giappone occidentale e avevano sconfitto le truppe dei Minamoto inviate ad affrontarli.

Yoshitsune mise in rotta i Taira in una gola a picco nei pressi di Ichi-no-tani, e ovest della moderna

città di Kobe, attraversò quindi lo Shikoku, distrusse la loro base di Yashima, li inseguì fino al Mar

Interno e infine li annientò in una grande battaglia navale nel 1185.

all’estremità orientale del piccolo stretto che

Questa famosa battaglia ebbe luogo a Dan-no-ura,

separa il Kyushu dall’Honshu.

L’imperatore Antoku fu travolto dalla corrente e la sua spada, una delle tre insegne imperiali,

scomparve tra i flutti. IL PRIMO SISTEMA FEUDALE

Le guerre che si erano susseguite avevano posto sotto il controllo delle cricche della classe militare

provinciale prima la capitale e poi l’intero paese.

Nel 1160, Kiyomori era diventato il padrone militare di Kyoto e della sua base nella zona del Mar

Interno.

Nel 1185 il successo di Yoritomo ebbe ripercussioni più vaste.

I combattimenti che avevano sconvolto il Giappone avevano anche stabilito il predominio della

banda di guerrieri seguaci di Yoritomo in gran parte del paese.

La vittoria del 1185 fu quindi un passo avanti verso il feudalesimo molto più decisivo di quello

segnato dal successo di Kiyomori nel 1160.

Il sistema di governo istituito da Yoritomo si basava su una cricca militare ereditaria la cui coesione

era assicurata dalla lealtà dei vassalli verso il signore.

I guerrieri che conquistarono il Giappone centrale e occidentale si consideravano dipendenti di

Yoritomo, suoi gokenin o “uomini della onorevole casa”.

Così, dopo la disfatta dei Taira, egli si trovò ad essere il capo dei guerrieri provinciali e il sistema

che sviluppò per controllarli divenne presto il vero governo.

IL SISTEMA DEGLI INTENDENTI E DEI PROTETTORI

La vittoria sui Taira permise a Yoritomo di insediare suoi dipendenti in tutto il Giappone centrale e

occidentale.

Infatti le terre confiscate ai Taira furono assegnate ai suoi luogotenenti e gli amministratori furono

sostituiti con uomini del suo seguito.

Yoritomo nominò come intendente in ogni latifondo un uomo di fiducia.

L’intendente, che traeva i mezzi di sussistenza dal proprio shiki, ossia dalla quota che gli spettava

dei prodotti della tenuta che controllava, aveva il compito di sovrintendere all’equa ripartizione dei

redditi del fondo tra il proprietario e i vari aventi diritto.

Inoltre doveva mantenere l’ordine e la pace nel fondo stesso, fungendo da giudice e svolgendo le

funzioni del governo locale.

Riscuoteva una tassa chiamata “riso dell’intendenza”, che fungeva da riconoscimento del nuovo

governo che si era stabilito nel quadro delle vecchie strutture.

intendenti, essendo economicamente autosufficienti, fornivano a Yoritomo un’amministrazione

Gli

locale e una forza militare che non costava nulla.

Essendo gli effettivi controllori dei fondi, governavano di fatto la maggior parte della popolazione,

così l’amministrazione militare e provinciale del governo di Yoritomo.

costituendo

Per integrare il sistema degli intendenti, estremamente decentralizzato, Yoritomo nominò in ogni

provincia un suo dipendente con funzioni di sorveglianza, chiamato shugo o protettore.

Lo shugo era responsabile della nomina dei dipendenti per il servizio di guardia e incaricato di

mantenere l’ordine e la pace, e doveva inoltre servire come comandante dei dipendenti locali in

caso di guerra.

Yoritomo creò un sistema uniforme e permanente, e la carica di protettore divenne presto ereditaria.

GLI ORGANI DI GOVERNO DI KAMAKURA

All’inizio della ribellione Yoritomo aveva stabilito la sua base a Kamakura, nel Kanto.

Anche dopo la presa di Kyoto egli rimase a Kamakura, evitando così che la sua cricca venisse

assorbita dall’aristocrazia di Kyoto, come era accaduto ai Taira.

Un consiglio amministrativo fungeva da organo esecutivo centrale, il consiglio dei dipendenti

regolava questioni relative ai dipendenti stessi, assegnando compiti militari e decidento le pene e le

ricompense.

Il consiglio di inchiesta era un tribunale che amministrava il diritto della famiglia che si era

sviluppato tra i Minamoto.

Alla fine la loro legge venne incorporata in un codice redatto dal consiglio amministrativo e

chiamato Codice Joei, dal nome del periodo annuo durante il quale venne compilato, e divenne il

sistema legislativo vigente in tutto il Giappone.

IL TITOLO DI SHOGUN

Il governo di Yoritomo fu per lo più un governo privato.

Tale governo venne riconosciuto ufficialmente quando la corte lo nominò Seiji-tai-shogun, ovvero

“generalissimo vincitore di barbari”.

Il titolo di Shogun divenne tradizionale per i dittatori militari ereditari che avrebbero controllato il

Giappone per i sette secoli successivi; la loro amministrazione militare, o shogunato, venne

ossia “governo della tenda”.

chiamata, in contrasto col governo civile di Kyoto, Bakufu,

Quello di Yoritomo viene indicata di solito con il nome di Shogunato di Kamakura, dalla città in cui

risiedeva. LA FINE DEI MINAMOTO E L’ASCESA DEGLI HOJO

fu l’estinzione prematura

Il primo grave problema che lo shogunato di Kamakura dovette affrontare

della famiglia shogunale, su cui si accentrava il sistema dei vincoli di lealtà personali.

Tuttavia lo shogunato riuscì a sopravvivere a questo disastro, e ciò è una prova dell’abilità di

Yoritomo di costruire il suo governo.

Lo shogunato Minamoto sopravvisse all’estinzione della famiglia perché il potere era già passato in

altre mani.

Lo stesso Yoritomo contribuì sia al trionfo della sua famiglia che alla sua fine.

Egli era particolarmente geloso dei successi militari del fratello Yoshitsune.

Quando quest’ultimo si recò a Kamakura per riferire della vittoria sui Taira, Yoritomo si rifiutò di

riceverlo.

Yoshutsune fu spinto alla ribellione e infine fuggì nell’Honshu settentrionale, mettendosi sotto la

protezione della famiglia Fujiwara che aveva costruito il Chusonji a Hiraizumi.

Nel 1189 venne ucciso dal nuovo capo di questa casata, timoroso della collera di Yoritomo.

Il tradimento però non salvò Hiraizumi.

Yoritomo marciò verso nord e annientò i Fujiwara di Hiraizumi, portando tutto il Giappone sotto il

controllo di un unico capo militare.

Nel frattempo, egli aveva eliminato lo zio Yukiie, che aveva avuto un ruolo importante nelle guerre

contro i Taira, e successivamente fece uccidere il suo ultimo fratello, Noriyori.

Di conseguenza, quando Yoritomo morì nel 1199, i soli membri del ramo principale dei Minamoto

che gli sopravvissero furono i suoi due figli.

L’amministrazione di Kamakura venne mantenuta dal principale seguace di Yoritomo, ma a costo

di molti conflitti con i due eredi di Yoritomo e i tre figli del maggiore dei essi.

Infine uno dei gruppi rivali ebbe la meglio, i vincitori furono i membri della famiglia Hojo,

discendente dei Taira, a cui apparteneva la moglie di Yoritomo.

nonché il figlio di quest’ultimo, Yasutoki, furono i

Tokimasa, la figlia Masako, il figlio Yoshitoki,

principali consolidatori del governo di Kamakura e della continuità del sistema di Yoritomo.

LA GUERRA DELLO SHOKYU

Lo shogunato di Kamakura dovette affrontare il problema della ribellione di alcuni gruppi scontenti.

Go Toba, messo sul trono da Yoshinaka e divenuto capo dell’insei, si costituì una forza armata di

uomini delle tenute imperiali ed estese il suo potere nella zona della capitale durante la lotta tra gli

Hojo e i loro rivali di Kamakura.

La fine dei Minamoto e il trionfo di Yoshitoki rivelarono la natura dei rapporti tra il reggente

shogunato e l’imperatore abdicatario.

Nel 1221, Go Toba dichiarò Yoshitoki ribelle, e quest’ultimo inviò allora delle forze al comando di

che soffocarono la ribellione dell’imperatore abdicatario.

Tokifusa e Yasutoki,

Quest’episodio, noto come guerra dello Shokyu, dal nome del periodo annuo in cui avvenne, ebbe

sull’effettivo

un forte vantaggio per lo shogunato, perché da quel momento non vi furono più dubbi

detentore del potere.

Dopo la guerra dello Shokyu gli Hojo governarono il Giappone per più di un secolo.

Yasutoki, succedendo al padre, occupò la carica di reggente shogunale dal 1224 al 1242.

Istituì un Consiglio di Stato che fu il principale organo amministrativo e consultivo.

LE INVASIONI DEI MONGOLI

Nel periodo successivo alla guerra dello Shokyu la maggiore minaccia che gli Hojo dovettero

affrontare provenne dall’esterno.

A partire dal 1226 Qubilai, il conquistatore mongolo dei Song Meridionali, inviò delle ambascerie

per costringere i giapponesi ad entrare in rapporti tributari con la Cina, e Tokimune, reggente

shogunale di quel periodo, rifiutò di piegarsi ai mongoli.

Nel 1274 l’imperatore Yuan inviò dalla Corea un grosso contingente di mongoli e coreani.

Dopo aver distrutto le difese delle isole di Tsushima e Iki, l’esercito mongolo sbarcò nella baia di

Hakata nel Kyushu settentrionale.

Il governo di Kamakura inviò dei rinforzi e i suoi dipendenti del Kyushu attaccarono gli invasori.

Il primo scontro tuttavia non finì con una vittoria mongola, perché durante la notte gli invasori

ripresero il mare e fecero ritorno in Corea con gravi perdite causate sia dalla tempesta che dalle

spade giapponesi.

Dopo questa sconfitta, Qubilai chiese nuovamente ai giapponesi di accettare la signoria mongola,

ma Tokimune fece uccidere tutti gli inviati mongoli.

Il governo schierò nuovamente le truppe e per cinque anni i dipendenti del Kyushu lavorarono per

costruire una muraglia difensiva attorno alla baia di Hakata.

Nell’estate del 1281 i mongoli inviarono un secondo contingente composto da cinesi, mongoli e

coreani.

Anche se gli invasori si impadronirono di molte località del Kyushu settentrionale, la muraglia

attorno alla baia di Hakata fermò la loro cavalleria in una stretta testa di ponte.

I mongoli rimasero bloccati nella baia per quasi due mesi, e nel frattempo le imbarcazioni

giapponesi fecero strage delle giunche degli invasori nelle acque della baia.

Inoltre un tifone distrusse gran parte della flotta mongola, e meno della metà delle navi riuscirono a

tornare in patria.

Il governo mantenne le difese per i due decenni successivi, ma i mongoli non tornarono più.

IL CROLLO DEL SISTEMA DI KAMAKURA

Il sistema politico creato da Yoritomo diede al Giappone una direzione efficiente e una forza

militare superiore.

La produzione agricola era aumentata, le vie di comunicazione migliorate e il commercio e le

manifatture erano in espansione.

Una rapida crescita politica, culturale ed economica caratterizzò inoltre le fasi successive di questo

periodo feudale. IL DECLINO DELLO SHOGUNATO

Anche se il sistema di Kamakura reagì meglio dei suoi predecessori ai mutamenti storici, esso si

trovò in difficoltà già un secolo dopo la sua fondazione.

L’energia e la coesione dei fondatori si indebolirono nel corso delle generazioni successive, la

giustizia venne amministrata con lentezza e all’interno della famiglia Hojo avvennero molti

contrasti.

L’importanza attribuita alla semplicità dei costumi e alla frugalità da parte dei guerrieri scomparve,

a causa dei frequenti contatti con il lusso della corte di Kyoto.

Comunque, le principali ragioni del crollo dello shogunato di Kamakura sono due: la crescita del

regime e l’usura del tempo.

La lealtà dei vassalli iniziò a scemare con il passare delle generazioni, poiché la devozione che

avevano per Yoritomo non poteva essere uguale a quella dei suoi insignificanti successori.

Un altro grave problema era l’impoverimento dei dipendenti.

Durante il secolo di pace interna che seguì la guerra dello Shokyu, la classe guerriera era cresciuta

molto più del suo reddito.

Poiché il sistema feudale non aveva adottato il principio di primogenitura, i feudi venivano

suddivisi tra numerosi figli, ciascuno dei quali ereditava anche le prestazioni militari del padre.

Gli shiki di intendente, che bastavano ad arricchire un singolo dipendente di Yoritomo, adesso non

bastavano se erano divisi tra molti discendenti, e spesso molti di loro si indebitavano ed erano

costretti a impegnare i loro diritti sui latifondi.

promulgò il Tokusei o “amministrazione virtuosa”, un decreto

Nel 1297 il governo di Kamakura

che prevedeva la remissione dei debiti e il riscatto dei diritti impegnati dai dipendenti presso coloro

che non erano membri della cricca.

Il decreto si rivelò tuttavia inefficace perché impediva ai militari impoveriti di ottenere nuovi

prestiti, così fu revocato l’anno dopo.

Alcuni guerrieri locali acquisirono una posizione di preminenza, mentre la vecchia cricca di

Kamakura iniziò a disgregarsi in unità locali.

Alcuni dei nuovi capi erano in origine semplici intendenti, i quali, col diminuirsi del controllo

centrale, rafforzarono la loro posizione e diedero vita a una nuova classe di signori feudali a metà

tra lo shogun e i dipendenti: i Daimyo.

IL TENTATIVO DI RESTAURAZIONE IMPERIALE DI GO DAIGO

La guerra che causò la fine dello shogunato si presentò come una sfida della vacchia corte imperiale

al governo feudale.

salito al trono nel 1318, pensò di seguire l’esempio dei suoi predecessori Sanjo e

Go Daigo, ripristinare il controllo del governo nelle mani dell’imperatore.

Shirakawa e

La situazione si complicò in seguito a una lotta per la successione tra due rami della famiglia

imperiale.

Due fratelli, Fukakusa e Kameyama, entrarono in conflitto per stabilire quale dei rami dovesse

essere considerato il principale.

Go Daigo, nipote di Kameyama, era deciso a mantenere la successione nell’ambito del proprio ramo

e controllare la corte come imperatore regnante.

Le sue ambizioni lo coinvolsero in una serie di complotti contro Kamakura, e nel 1331, quando lo

shogunato tentò di costringerlo ad abdicare a favore di un membro del ramo rivale, egli scatenò una

rivolta, detta guerra del Genko.

La rivolta diede vita a una serie di guerre che avrebbero distrutto parte della ricchezza e del

prestigio della corte, rendendo impossibile una restaurazione imperiale.

Go Daigo, comunque, ebbe all’inizio successo.

I grandi monasteri della capitale lo appoggiarono contro lo shogunato, e anche alcuni guerrieri

locali si schierarono con lui, dando i primi sintomi di disgregazione della cricca di Yoritomo.

Le forze inviate dal Kanto a sopprimere la rivolta riuscirono a catturare Go Daigo, che fu esiliato

nell’isola di Oki, ma ciò non fermò del tutto la rivolta.

Nel 1333 Go Daigo fuggì da Oki, e il generale di Kamakura, inviato a catturarlo, passò dalla sua

parte conquistando Kyoto in nome dell’imperatore.

Questo generale, Ashikaga Takauji, discendente collaterale del ramo Seiwa dei Minamoto, sperava

di eliminare gli Hojo e di impadronirsi della carica di shogun.

Quasi nello stesso tempo scoppiò una rivolta anche nel Kanto, capeggiata da Nitta Yoshisada,

discendente dei primi capi Minamoto, che marciò su Kamakura distruggendo gli Hojo e il loro

governo.

Negli anni seguenti Go Daigo cercò di ristabilire il potere imperiale sul Giappone, ma quando

Ashikaga Takauji e Nitta Yoshisada entrarono in conflitto nel Kanto, la corte si schierò con

Yoshisada.

Takauji si volse contro Go Daigo, eliminò Yoshisada e nel 1336 si impadronì di Kyoto, mettendo

sul trono un nuovo imperatore del ramo rivale e facendo imprigionare Go Daigo sul monte Hiei.

Egli riuscì comunque a fuggire mettendosi sotto la protezione dei suoi partigiani, che stabilirono la

loro capitale a Yoshino, sulle montagne a sud di Nara.

LO SHOGUNATO ASHIKAGA

Il Giappone aveva ora due corti imperiali rivali, una a Kyoto e una a Yoshino.

Takauji tentò di riunificare il paese secondo lo schema feudale, ossia ripristinando lo shogunato.

Tuttavia lo shogunato Ashikaga fu così diverso da quello di Yoritomo che rappresentò una seconda

grande fase nello sviluppo del feudalesimo giapponese.

Una delle differenze con lo shogunato di Kamakura fu che gli Ashikaga non esercitarono mai un

controllo effettivo su tutto il Giappone.

In secondo luogo, la massa di guerrieri non era più considerata come un gruppo di dipendenti

personali dello shogun, ma come una vera e propria classe sociale di signori e vassalli.

GLI ORGANI DI GOVERNO

Takauji prese la carica di shogun, ma trasferì la capitale da Kamakura a Kyoto.

Un amministratore, il kanrei, divise il potere con lo shogun a Kyoto, e la carica finì per essere

ricoperta da membri di tre famiglie discendenti dei Minamoto, che erano state alleate di Takauji.

Esse erano gli Shiba, gli Hatakeyama e gli Hosokawa.

Nel 1336 Takauji emanò un complesso di leggi che completarono il Codice Joei di Kamakura,

chiamato Codice Kemmu, che stabiliva la nuova sede del governo e ne definiva gli organi

amministrativi. LO SHOGUN E I SUOI VASSALLI

Lo shogun riprese il sistema, adottato dal governo di Kamakura, di nominare protettori provinciali,

ma molte d queste nomine si ridussero a poco più di un riconoscimento dell’effettivo controllo che i

signori esercitavano nelle rispettive zone.

Nel tentativo di ottenere il pieno appoggio dei suoi vassalli, Takauji decretò che metà delle rendite

dei grandi proprietari terrieri andasse alla classe militare.

Quest’aumento della vecchia tassa del “riso dell’intendenza” fu un duro colpo per i proprietari, ma

non accrebbe il potere e le finanze dello shogunato, poiché la maggior parte delle nuove entrate finì

in mano ai signori locali.

Durante il periodo Ashikaga, le figure chiave non furono gli shogun, ma i signori locali detti

Daimyo.

Diminuendo l’efficienza del governo centrale, l’autorità locale iniziò a ridursi sempre più a un puro

rapporto di forza.

Di conseguenza ad avvicendamenti continui nei legami di fedeltà, e spesso alcuni vassalli si

innalzarono fino a prendere il posto dei loro antichi signori.

Date le circostanze, la solidarietà familiare diventava un imperativo, e una famiglia di guerrieri non

poteva più permettersi di dividere il patrimonio, né tollerare che le donne sottraessero la loro parte.

Così la donna venne esclusa dai diritti ereditari e venne istituito il diritto di primogenitura.

I PERIODI DI YOSHINO E DI MUROMACHI

La debolezza dello shogunato Ashikaga e il rapporto instabile tra signori e vassalli fecero di questi

anni un periodo di guerre.

Molti conflitti furono provocati dalla rivalità dei due rami imperiali di Yoshino e Kyoto , pertanto si

parla del periodo di Yoshino come il periodo delle “dinastie meridionali e settentrionali” o

Nambokucho.

La maggior parte di coloro che parteciparono a queste guerre non erano spinti dalla devozione per

una delle due casate, ma per l’opportunità di perseguire interessi personali con la forza delle armi,

apparentemente a favore di uno degli schieramenti.

L’unica eccezione fu rappresentata da Kitabake Chikafusa, che diede a Go Daigo il suo leale

appoggio militare e scrisse un’opera storica per provare che il ramo dei Go Daigo doveva essere

riconosciuto come il solo legittimo.

Go Daigo morì nel 1339, ma la lotta continuò ancora per mezzo secolo.

Takauji, che visse fino al 1358, non riuscì mai a stabilizzare la situazione nemmeno nella zona della

capitale.

Il suo stesso fratello prese infine le armi contro di lui, riuscendo a impadronirsi per breve tempo di

Kyoto, e il figlio successore di Takauji, Yoshiakira, non ebbe maggior successo del padre nel

sottomettere i propri nemici.

Infine la speranza di una restaurazione del governo imperiale svanì, e le due fazioni si esaurirono

nella lotta.

Il terzo shogun, Yoshimitsu, stabilì il suo controllo su una buona parte del paese, e convinse il ramo

“meridionale” a rientrare a Kyoto, accettando il ripristino della politica di alternanza al trono dei

due rami imperiali.

Ma gli Ashikaga non rispettarono il compromesso, il ramo di Go Daigo non occupò più il trono e

scomparve dalla scena.

Il governo Ashikaga viene di solito chiamato Shogunato di Muromachi, dal nome della zona di

Kyoto in cui risedettero gli shogun.

LA CRESCITA ECONOMICA DEL GIAPPONE FEUDALE

Sul piano economico, a differenza della situazione politica precaria, il periodo Ashikaga fu un

periodo di grande crescita. settore dell’artigianato e dell’agricoltura.

Si ebbero importanti innovazioni nel

I signori locali in ascesa aumentarono le dimensioni delle unità economiche locali, incoraggiando

un più vasto scambio di merci.

I mercati si svilupparono sotto il patrocinio di questi signori, contribuendo alla nascita di una nuova

classe sociale di commercianti.

La prova più evidente di questo sviluppo economico fu il passaggio dal baratto alla moneta.

IL SISTEMA DEGLI ZA

Le autorità feudali cercarono di tassare il commercio che attraversava i loro domini.

I mercanti, per potersi tutelare, formarono delle associazioni, dette Za, specializzate nella

produzione e nel trasporto di merci o in alcune attività e professioni, ottenendo così i diritti di

e l’esercizio delle professioni, dietro il

monopolio locale per la produzione e il trasporto delle merci

pagamento di una certa somma.

Ciò conferì stabilità e uno status sociale migliore ai membri delle corporazioni.

LO SVILUPPO DELLE CITTA’

Il progresso economico portò allo sviluppo di molte città, alcune divennero centri commerciali, e

crebbero nei pressi di porti, stazioni di posta, luoghi di mercato o templi.

Nel 16mo secolo la città-porto più importante era Sakai.

Un altro tipo di città che si sviluppò era la città-castello, che si sviluppò intorno alle mura dei

castelli e divenne il centro economico nelle zone di dominio militare.

IL COMMERCIO D’OLTREMARE E LA PIRATERIA

Un altro indice dello sviluppo economico fu l’aumento del commercio con l’estero: nell’11mo

secolo le navi giapponesi iniziarono ad approdare in Corea, e nel 12mo secolo anche in Cina.

Nel 13mo secolo le attività all’estero si intensificarono, spesso favorite dai monaci buddhisti.

Se le autorità cinesi e coreane non autorizzavano il commercio, le spedizioni d’oltremare sfociavano

spesso in atti di pirateria, e nel 14mo secolo le razzie dei mercanti-pirati avevano raggiunto livelli

altissimi.

Una flotta coreana venne mandata a sconfigger i pirati, ma fallì.

Tuttavia, dopo il 1443 le attività dei pirati si ridussero grazie alla firma di un trattato tra la Corea, il

rappresentante del Kyushu e i signori di Tsushima, i So, che prevedeva l’approdo di cinquanta navi

mercantili all’anno.

IL COMMERCIO CON LA CINA MEDIANTE IL SISTEMA DEI

CONTRASSEGNI

Nel 1404, sotto Yoshimitsu, venne stabilito un accordo secondo il quale i giapponesi avrebbero

inviato in Cina un’ambasceria di due navi ogni dieci anni.

I cinesi videro quest’accordo come un pretesto per aver riconosciuta la loro signoria e come un

modo per eliminare la pirateria tramite il commercio controllato, più che per aver contatti con il

Giappone.

Tuttavia, tra il 1404 e il 1414 i giapponesi inviarono sei ambascerie, ma i cinesi non fecero

obiezioni per non creare conflitti.

Nel 1411 il figlio di Yoshimitsu, Yoshimochi, denunciò l’accordo come non gradito agli dèi del

Giappone.

In seguito i Ming permisero l’invio di tre navi ogni dieci anni, ma Yoshinori, il sesto shogun, a

causa del declino economico degli Ashikaga, riprese a inviare missioni commerciali.

Con il declino degli Ashikaga, la pirateria dilagò.

Nel 1496 la famiglia Ouchi si impadronì dei contrassegni e monopolizzò il commercio degli anni

seguenti, fino alla loro caduta nel 1557, che pose fine alle relazioni con i Ming.

IL TARDO PERIODO ASHIKAGA

LA GUERRA DELL’ONIN E LE SUE RIPERCUSSIONI

Nel 1467, una disputa sorta a proposito dell’erede scelto dall’ottavo shogun, Yoshimasa, e una

lunga serie di lotte per la successione tra gli Shiba e gli Hatakeyama, le due famiglie tra i cui

membri veniva scelto l’amministratore dello shogun, fornirono il pretesto a due rivali militari per il

definitivo regolamento dei conti.

Essi erano Hosokawa Katsumoto e Yamana Mochitoyo.

Da ogni parte del Giappone i signori feudali si gettarono nella mischia per cercare di trarre vantaggi

personali a danno dei propri rivali.

Entrambi i capi delle fazioni morirono nel 1473 e la guerra si concluse senza esito nel 1477, ma la

zona della capitale era stata completamente devastata e lo shogunato aveva perso definitivamente la

sua forza politica.

dell’Onin, dal nome del periodo annuo, fu soltanto l’inizio di una lunga serie di guerre

La guerra

che scoppiarono nel periodo successivo.

Con la scomparsa del potere centralizzato divamparono le guerre locali, molte non avevano niente a

che vedere con lo shogunato, ma altre avevano come obiettivo la successione al potere dopo gli

Ashikaga.

Questa ultima fase del periodo Ashikaga è stata definita periodo degli Stati Combattenti (Sengoku).

I DAIMYO E I LORO DOMINI

Il completo declino del potere shogunale nell’ultima fase del periodo Ashikaga favorì l’ascesa dei

signori locali, che da ora possono essere chiamati daimyo.

In questo periodo i daimyo più forti erano diventati i signori assoluti dei loro domini, che

amministravano in base alle “leggi della loro casa”, compilate per completare i vecchi codici

Kamakura e Ashikaga.

Si trattava di leggi estremamente severe: gli affari privati dei vassalli di un daimyo, come i

matrimoni e le adozioni, erano strettamente controllati, così come i contatti con gli altri domini.

Le pene erano barbare e applicate senza pietà.

LA CADUTA DELLE ANTICHE FAMIGLIE E L’ASCESA DELLE NUOVE

Mentre i domini dei daimyo si trasformavano in unità politicamente e militarmente definite, anche

l’ostilità che li divideva si fece più marcata.

La disfatta portava quasi sempre all’annientamento delle famiglie, pertanto le casate feudali si

elevarono e decaddero con estrema rapidità.

Gli Shiba e gli Hatakeyama, dopo la guerra dell’Onin, non riuscirono più a risollevarsi e

scomparvero.

Gli Yamana persero gran parte dei loro territori, il ramo principale degli Hosokawa scomparve, gli

Uesugi furono esautorati da un vassallo di un ramo degli Hojo.

Nel Giappone orientale, gli Ouchi, gli Otomo, gli Shoni, i Kikuchi e gli Shimazu avevano

rappresentato una potente forza locale.

Gli Ouchi erano i più potenti, ma furono annientati dai loro stessi vassalli e furono sostituiti dai

Mori, mentre gli Shoni, i Kikuchi e gli Otomo si estinsero.

Solo gli Shimazu sopravvissero, ed ebbero un ruolo importante sia nei tempi medievali che in quelli

moderni.

Alla caduta delle vecchie famiglie si contrappose l’ascesa delle nuove come gli Hojo e i Mori, e

infine la potenza di uno di essi permetterà di riunificare il paese e imporre un governo centralizzato.

CAPITOLO TREDICI

L’ARRIVO DEI MERCANTI E DEI MISSIONARI PORTOGHESI

La riunificazione del Giappone fu il risultato di un lungo processo di evoluzione interna, ma a ciò

contribuirono anche i mercanti e i missionari europei che arrivarono nel 16mo secolo.

Nel 1543 un gruppo di portoghesi, dopo aver circumnavigato l’Africa e raggiunto l’India, approdò

sull’isola di Tanegashima, nel Kyushu meridionale.

Nel 1549 il gesuita Francesco Saverio iniziò a predicare il Cristianesimo nel Giappone occidentale e

a Kyoto, e i giapponesi provarono molto rispetto verso i gesuiti per la loro cultura, e il

Cristianesimo venne inizialmente percepito come una variante del Buddhismo.

Sia i portoghesi che i giapponesi desideravano trarre profitti dal commercio, e i daimyo del Kyushu,

desiderosi di attirare il commercio portoghese, coprirono di favori i missionari e si convertirono al

Cristianesimo, obbligando i loro sudditi a fare altrettanto.

L’intolleranza religiosa dei missionari suscitò però opposizioni tra il clero buddhista, e indusse

spesso le autorità locali a espellere i nuovi arrivati e vietare la loro religione.

Molti di coloro che si erano convertiti per ragioni economiche, in seguito abbandonarono la fede.

Tuttavia, grazie al contatto con i portoghesi, vennero introdotte nuove colture, armi da fuoco,

tecniche di guerra e edili.

In questo modo i daimyo più ricchi, che potevano permettersi le nuove armi, consolidarono la loro

supremazia sui rivali più poveri, accelerando il processo di centralizzazione del potere.

NOBUNAGA E HIDEYOSHI RIUNIFICANO IL PAESE

Gli uomini che riuscirono a riunificare il Giappone furono tre daimyo della regione situata tra il

distretto della capitale e il Kanto.

Questi tre riunificatori dapprima si costruirono basi sicure nelle rispettive zone, poi dominarono il

distretto della capitale e infine estesero il loro controllo a tutto il paese.

L’ASCESA DI ODA NOBUNAGA

Il primo dei grandi unificatori fu Oda Nobunaga, erede di un daimyo minore dell’Owari, presso

l’odierna Nagoya.

Iniziò la sua ascesa nel 1560 sconfiggendo Imagawa, il maggiore daimyo della zona.

Dopo aver consolidato il potere sulle zone locali, marciò su Kyoto e la conquistò nel 1568 col

pretesto di sostenere la candidatura di un pretendente allo shogunato.

Riuscì a far riconoscere come shogun il suo protetto, ma il prestigio degli Ashikaga era caduto così

in basso che non appena lo shogun fantoccio risultò difficile da manovrare, Nobunaga lo allontanò

da Kyoto senza preoccuparsi di scegliere un successore, e così ebbe fine lo shogunato Ashikaga.

Nobunaga passò il resto della vita a consolidare il potere sulla zona della capitale, e gran parte dei

suoi sforzi furono rivolti all’eliminazione del potere militare della chiesa buddhista e dei grandi

monasteri delle antiche sette.

Egli non ebbe però tanto successo nel costringere i daimyo della zona a riconoscere la sua signoria,

e fu protetto dalla minaccia di questi da un fedele alleato, Tokugawa Ieyasu, un vassallo di Imagawa

che si era ribellato al suo signore dopo che questi era stato sconfitto da Nobunaga.

L’ASCESA DI HIDEYOSHI

Nel 1577 Nobunaga inviò il suo miglior generale, Hideyoshi, alla conquista dell’Honshu

occidentale, ed egli riportò lenti ma costanti progressi nella lotta contro la nuova e potente famiglia

Mori di questa regione.

Hideyoshi era di umili origini, e grazie alla sua abilità era riuscito a diventare generale e vassallo di

Nobunaga, e non avendo un cognome illustre, decise di adottare quello di Toyotomi.

Nel 1582, mentre Hideyoshi era impegnato nelle campagne contro i Mori, Nobunaga venne

assassinato a tradimento da uno dei suoi vassalli.

Tornato immediatamente dell’ovest, Hideyoshi sconfisse il traditore, mentre quattro grandi vassalli

di Nobunaga si proclamarono tutori del bambino di questi, che avrebbe dovuto succedergli; ma

Hideyoshi sconfisse il suo principale rivale di questo gruppo e stabilì il suo controllo sul Giappone

centrale.

Anche gli ultimi membri della famiglia Oda furono costretti a riconoscere la sua signoria, e

sopravvissero come vassalli minori.

Hideyoshi procedette quindi a completare l’opera di riunificazione del paese iniziata da Nobunaga.

Sconfisse gli eserciti dei grandi monasteri sud della capitale e costrinse i daimyo dello Shikoku a

sottomettersi.

In seguito anche Tokugawa Ieyasu si riconobbe suo vassallo, assieme ai Mori e agli Uesugi.

Una volta impadronitosi del Giappone centrale, Hideyoshi si mosse alla conquista delle regioni più

lontane, sconfiggendo gli Shimazu del Kyushu e gli Hojo del Kanto.

Dopo due secoli e mezzo di disgregazione politica, adesso l’intero Giappone era stato riunificato

sotto il controllo di una sola persona.

IL GOVERNO DI HIDEYOSHI

Come Nobunaga prima di lui, neanche Hideyoshi assunse il titolo di shogun, ma si limitò ad

aumentare il suo prestigio e a legittimare il suo potere tramite una stretta associazione con la corte

imperiale.

Occupò la carica di Kampaku nel 1585, in seguito rinunciò a favore del figlio adottivo Hidetsugu e

assunse il titolo di taiko, ossia ex kampaku.

Per quanto egli fungesse da primo ministro dell’imperatore, non cercò di ripristinare i vecchi organi

dell’amministrazione civile, ma controllò il Giappone col vecchio sistema del vassallaggio.

Pur permettendo ai suoi ex rivali di conservare il rango di daimyo, ridusse e trasferì i loro feudi a

suo piacimento.

Nel 1590 assegnò gran parte del Kanto a Tokugawa Ieyasu, che aveva dimostrato la sua lealtà nella

guerra contro gli Hojo, ma la sua intenzione non era di ricompensarlo ma allontanare il più

pericoloso dei vassalli in una regione dove l’incerta fedeltà della popolazione ne avrebbe indebolito

il potere.

Fece coniare monete di rame, argento e oro, riordinò il sistema monetario, fissò nuove unità di

misura agrarie e aliquote fiscali, fece eseguire mappe catastali e controllò le relazioni con l’estero.

Istituì un gabinetto di 5 membri che lo assistevano nei vari rami dell’amministrazione.

Il sistema dei daimyo gli permise di riunificare il Giappone e ristabilire la pace in un periodo di

tempo più breve in cambio dell’autonomia teorica concessa ai daimyo.

Impedì che gli uomini di umili origini potessero avere un’ascesa come la sua, a danno dei suoi eredi,

tentò di mantenere separati i guerrieri dai contadini e i contadini dai cittadini, accentuando le

differenze funzionali che si erano attenuate.

Nel 1588 ordinò la consegna della spade dei contadini e decretò che esse potevano essere portate

solo dagli aristocratici e promulgò delle leggi che impedivano ai dipendenti militari di diventare

mercanti o agricoltori e viceversa.

LA PERSECUZIONE DEL CRISTIANESIMO

Nei confronti dei cristiani, Hideyoshi dapprima li trattò con benevolenza e si curò di mantenere il

commercio con i portoghesi.

Ma nel 1587 ordinò improvvisamente che tutti i missionari venissero banditi dal Giappone e

confiscò il loro sottofeudo di Nagasaki.

Proibì ai vassalli di aderire al cristianesimo senza il suo consenso e di spingere alla conversione le

popolazioni delle terre che controllavano.

Sembra che questo cambiamento di politica sia da attribuirsi al timore che il cristianesimo

diventasse un fattore di disturbo nella società e una minaccia politica.

I gesuiti avevano rivelato la loro intolleranza religiosa, e alcuni daimyo, come quello di Otomo,

erano fanatici persecutori del Buddhismo.

Ma soprattutto il cristianesimo era diventato un legame di intesa tra alcuni daimyo del Kyushu, e si

era diffusa la moda della conversione, infatti molti luogotenenti di Hideyoshi si fecero battezzare.

Era possibile che l’osservanza della religione straniera e l’obbedienza dei vassalli al capo della

chiesa avrebbero compromesso il potere supremo di Hideyoshi.

Era quindi necessario porre un freno a questa pericolosa religione.

L’INVASIONE DELLA COREA

L’invasione della Corea, intrapresa da Hideyoshi nel 1592, fu motivata dal desiderio di pace interna.

pensò che una spedizione all’estero sarebbe servita a

Dopo secoli di guerre civili, Hideyoshi

mantenere la pace all’interno.

E inoltre, per mantenere la fedeltà dei vassalli, era necessaria una distribuzione del bottino di guerra.

Ma soprattutto l’invasione fu dovuta all’ambizione di Hideyoshi di conquistare la Cina, passando

dalla Corea.


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Corso di laurea: Corso di laurea in lingue e culture orientali e africane (Facoltà di Lettere e Filosofia e di Studi Arabo-Islamici e del Mediterraneo)
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher DARIO9529 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia e civiltà dell'Estremo Oriente e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli L'Orientale - Unior o del prof Carioti Patrizia.

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