ARTE NEL TEMPO-BOMPIANI
DE VECCHI-CERCHIARI
TOMO 2: DALLA CRISI DELLA MANIERA AL ROCOCO’
VOLUME 2,
Manierismo e sua crisi
-A Roma, sott la guida di artisti come Parmigianino, Rosso Fiorentino, Giulio Romano o Polidoro
da Caravaggio, si sviluppa uno stile di nuove modulazioni formali rispetto ai grandi del
Cinquecento, sempre più orientato verso un estremo perfezionamento dello stile, della “maniera”,
attraverso l’elegante contaminazione di elementi classici, citazioni contemporanee e variazioni
personali.
In tal senso deve venire letto il “Manierismo”, termine che indica nel suo significato più ampio quei
fenomeni artistici che si collocano tra la morte di Raffaello, 1520, e l’inizio del barocco.
-Nella valutazione critica del passato, la produzione artistica successiva alla scomparsa dei
“grandi” è stata spesso considerata in modo riduttivo, come espressione di crisi e decadenza
rispetto alla perfezione di quei maestri; recentemente invece il Manierismo ha assunto
connotazione positiva perché interpretato come una reazione degli artisti che vennero dopo questi
maestri, reazione che consiste da un lato nell’assumere come punto di partenza lo stile di questi
grandi (maniera era infatti inizialmente interpretata nell’accezione di stile), dall’altro nel fondarsi su
una dinamica opposizione di “regola” e “licenza”, come afferma il Vasari, ossia l’artista deve
sapersi districare dalle costrizioni dei modelli, perseguendo la licenza in modo consapevole, mai
casuale.
-Lo stile che imita la “maniera moderna” (che si sviluppa da Leonardo in poi), secondo il Vasari, è
rivolto ad esiti eleganti, forme raffinate e aggraziate, non riscontrabili in natura, e che solo in tal
senso vanno contro le regole degli antichi, che invece si ponevano come scopo la mimesi del dato
naturale; eppure l’obiettivo non è sovvertire tali regole, ma partire da esse operando una licenza.
Un esempio concreto è la “forma serpentinata”, caratteristico uso di rappresentare il corpo umano
che consiste in un complicato contrapporsi delle membra: esso parte da semplice contrapposto
classico ma lo esaspera, e in questo consiste la licenza rispetto alla regola (Carità di Francesco
Salviati, Firenze; Mercurio di Giambologna, Firenze).
-Lo stile di “maniera” conosce inizialmente momenti di vivacità, per poi spegnersi gradualmente in
formule sempre più ripetute e stucchevoli, esaurendosi.
Clemente VII dopo il Sacco di Roma
-Vengono richiamati per partecipare all’opera di ricostruzione: Sebastiano del Piombo, che a
partire dal 1530 realizza molte versioni sul tema Andata di Cristo al Calvario, in cui spoglia la
composizione di elementi descrittivi, abbassa la gamma cromatica e approfondisce le ombre per
un risultato vero e dolente, in linea con il clima spirituale dell’ambiente romano dopo il Sacco;
Baldassarre Peruzzi diventa invece architetto pontificio e nel 1533 è incaricato ai lavori del palazzo
di Pietro Massimo; Michelangelo è incaricato di affrescare la Cappella Sistina con il Giudizio
Universale.
1)LA DIFFUSIONE DEL NUOVO LINGUAGGIO ARTISTICO PRIMA DEL SACCO: GENGA E
GIULIO ROMANO
Gerolamo Genga (1476-1551) nel 1521 è richiamato ad Urbino per ristrutturare la villa detta
l’Imperiale, a Pesaro; si occupa della decorazione ad affresco di otto stanze, seguendo la più
moderna inclinazione scenografica e optando per pareti “sfondate” su ariosi paesaggi e cieli dipinti,
valendosi dell’aiuto dei fratelli Dosso e Battista Dossi, e del Bronzino.
-Genga si occupa anche della pianificazione del giardino circostante.
-Il suo progetto rivela la conoscenza delle opere classiche ma anche contemporanee (Bramante
nel cortile del Belvedere, Raffaello in villa Madama).
-La caratteristica più appariscente è il gusto nel sorprendere il visitatore con soluzioni impreviste e
inconsuete. Ad esempio alcuni locali mostrano una ricercata corrispondenza tra pavimento e
soffitto, come nella stanza “chiocciola”.
Giulio Romano (1499-1546) è invece chiamato a Mantova, dove diventa prefetto generale delle
fabbriche del Gonzaga e i occupa di rinnovare il tessuto urbano “all’antica”; il Vasari commenterà i
suoi interventi a Mantova così: “non più Mantova era, ma nuova Roma”.
-Si occupa poi di altri progetti come il Palazzo del Tè, a cui inizia a lavorare dal 1526; l’edificio a
pianta quadrata è dotato di un grande giardino e presenta quattro facciate diverse, di cui una mai
realizzata, nelle quali egli sviluppa spunti classici su fondo rustico.
Il prospetto al centro si apre con tre archi affiancati.
Nella decorazione interna realizza un ciclo di significato politico, volto ad esaltare la potenza
dell’imperatore Carlo V, il quale nel soggiorno mantovano del 1530 aveva conferito a Federico II il
titolo di duca.
Gli affreschi segnano il definitivo superamento della razionale “misura” rinascimentale in vista della
variazione e della licenza.
Nella Sala dei Giganti si celebra per esempio il trionfo di Carlo V sui suoi nemici, schiacciati in un
turbine che sembra sconvolgere l’intero ambiente, coinvolgendo il visitatore.
La fantasia del pittore trova in queste sale piena espressione, valendosi di ogni mezzo, dalle
concitate e muscolose torsioni delle figure michelangiolesche alla negazione dell’inquadramento
prospettico.
-Allestisce in Palazzo Ducale nuovi appartamenti con decorazioni dedicate al ciclo troiano e scene
di caccia, in cui modula il linguaggio classico in nuove forme grazie alla sua vasta cultura figurativa
e sconfinata tecnica.
-La sua fama si eleva in modo tale che prima di morire gli è consentito ricostruire e usare una casa
di rappresentanza donatagli da duca, che sancisce così la sua nuova condizione di artista
intellettuale e cortigiano.
2)LA DIASPORA DEGLI ARTISTI DOPO IL SACCO: PARMIGIANINO, PERIN DEL VAGA,
POLIDORO DA CARAVAGGIO
Parmigianino (1503-1540) da Roma ripara a Bologna, dove dipinge per la chiesa di Santa
Margherita la Sacra Conversazione, 1529, oggi in Pinacoteca: qui l’atmosfera notturna si intreccia
a complesse corrispondenze di gesti e sguardi che riconducono al clima romano ai tempi di
Clemente VII.
-Anche la cosiddetta Madonna della rosa, Dresda, 1535-40, fornisce una versione talmente
intellettuale e sofisticata del tema sacro della Vergine con il Bambino da prestarsi ad essere
interpretata come un soggetto profano.
-Oltre alle opere sacre realizza un gran numero di ritratti nella tendenza a sublimare e idealizzare i
personaggi, come nell’Antea, Napoli, 1535-37
-Nel 1531 si trasferisce a Parma, in cui riceve l’incarico di affrescare la zona presbiteriale della
Chiesa della Madonna della Steccata, sospinto da un anelito di perfezione, grazia e bellezza.
La volta dell’arco è ricoperta da un’ornamentazione a cassettoni sulla quale rilucono colori antichi
(oro, rosso, blu), mentre ogni riquadro, con rosoni di rame sbalzato, viene separato dai circostanti
per mezzo di ricchissimi fregi; lungo le due linee di imposta della volta sono dipinte Vergini savie
e le Vergini folli, mentre nelle quattro nicchie a monocromo Adamo, Eva, Mosè e Aronne.
-La Madonna dal collo lungo, 1534-40, è probabilmente dipinta da Parmigianino durante il
periodo a Parma, ed è una testimonianza del passaggio tra la misurata razionalità del primo
Rinascimento e lo sperimentalismo formale, virtuosistico che contraddistingue la successiva fase
“manieristica”.
L’incompiutezza dell’opera, evidente sul lato destro, fa pensare che la morte del pittore ne abbia
interrotta l’elaborazione.
L’eleganza e la sinuosità delle figure, le cui proporzioni appaiono allungate in un chiaro
stravolgimento dei canoni rinascimentali; le colonne sprovviste di capitelli, oltre a costituire un
ulteriore deviazione alle regole classiche, accentuano l’andamento verticale della composizione; la
collocazione delle figure, che ne concentra cinque sul lato sinistro del dipinto, lasciando un vuoto a
destra, è un altro esempio di soluzione inconsueta.
L’identificazione dei personaggi sulla sinistra ha dato adito ad ambiguità: troppo terreni per essere
angeli.
Da un punto di vista grafico tutta la composizione appare imperniata sul fluire delle linee curve.
Il significativo scambio di sguardi tra i vari personaggi vivifica anima la scena.
L’immagine è allo stesso tempo esempio di ricercata eleganza ma anche fortemente sacrale: la
Vergine infatti regge il corpo del Figlio nella stessa posizione in cui solitamente nel Cinquecento si
rappresentava il corpo deposto del Cristo morto; inoltre il bimbo tiene gli occhi chiusi in un sonno
che allude la morte. Il gruppo si connota quindi con un doppio significato che ne conferisce un alto
valore simbolico sacrale.
Perin del Vaga (Pietro Bonaccorsi, 1501-47), allievo di Raffaello, da Roma va a Genova, dove
governava Andrea del Doria, nell’orbita di influenza spagnola, che lo incarica di ristrutturare la
residenza ufficiale di famiglia a Fassolo dal 1529 insieme ad un gruppo di altri artisti da lui
diretto.
I saloni vengono decorati con cicli di affreschi che celebrano le analogie tra Genova e Roma
antica.
Nella Sala dei Giganti in particolare, la Caduta dei Giganti associa Andrea Doria e Carlo V al
trionfo di Giove sui suoi nemici. I giganti di stampo michelangiolesco infatti sono abbigliati “alla
turca”, rimandando alle vittorie di Andrea Doria e l’imperatore sui Berberi. La composizione
ripresenta nella partizione in due zone, terrena e celeste, la struttura della Disputa sul Sacramento
di Raffaello, ma si legge anche l’intento di superare il classico equilibrio del modello nella ricerca di
più complesse tensioni e dinamismo plastico.
Polidoro da Caravaggio (1500-43) lascia invece Roma per Napoli, abbandonando così in parte
la sua propensione per la decorazione all’antica, derivata dalla nuova cultura artistica romana (alla
quale rimane tuttavia parzialmente legato) e accogliendo per contro influenze locali, che stimolano
lo sviluppo di una vena drammatica più forte, su impulso della religiosità meridionale.
-Dopo qualche anno si trasferisce in Sicilia dove realizza opere tra cui l’Andata al Calvario, 1534,
che presenta analogie tematiche e strutturali con il cosiddetto Spasimo di Sicilia di Raffaello del
1517, eppure perviene a risultati più coinvolgenti e drammatici. Accanto all’amore per i dettagli
naturalistici, qui Polidoro palesa la sua conoscenza delle stampe nordiche, nell’ambientazione
della valle e nella crudezza dei modellati, ma anche la sua familiarità con l’antico, soprattutto nello
scorcio di Gerusalemme sulla destra e nel gruppo sottostante di personaggi a cavallo, un antico
sentito però come strumento espressivo di tonalità tragica.
-Resta anche lui annoverato tra i diffusori del nuovo linguaggio artistico romano, e costituisce un
importante punto di riferimento per moltissimi artisti meridionali.
3)ROSSO FIORENTINO E GLI ARTISTI ITALIANI A FONTAINEBLEAU
-Francesco I di Valois, re di Francia, affida la ristrutturazione di Fontainebleau, il suo castello
preferito, ad un nutrito gruppo di artisti italiani.
Rosso Fiorentino (1495-1540), riceve l’incarico di decorare gli appartamenti del castello insieme
al Primaticcio; la maggior parte è purtroppo andata distrutta, ma restano gli affreschi allegorici della
Galleria, corniciati da ornamenti a foglie, frutti e ghirlande in stucco, che costituiscono la grande
novità elaborata da Rosso Fiorentino.
-Negli anni francesi esegue anche diversi dipinti tra cui La Pietà, 1530-35, in cui elementi
michelangioleschi si uniscono ad una nuova propensione per colori brillanti e accesi.
Alla morte di Rosso, Francesco Primaiccio (1504-70) lo sostituisce ai cantieri francesi, ma la sua
opera quasi del tutto persa.
Altri artisti confluiscono in Francia, come l’orafo-scultore Cellini e l’architetto Serlio; i modelli
elaborati dagli italiani vengono immediatamente recepiti dai francesi, che da essi sviluppano
un’autonoma produzione ornamentale di tono intellettualistico.
CAPITOLO II: LA CULTURA ARTISTICA ROMANA FINO ALLA META’ DEL SECOLO
-Nel 1534 a Clemente VII succede Paolo III Farnese, e si apre una stagione artistica di
commissioni per decorazioni profane di edifici privati, che si affianca però alla formulazione di un
linguaggio figurativo devozionale nuovo, meno impegnato in ricerche stilistico-formali e più attento
a esigene di semplificazione e comprensibilità dei contenuti, nell’ottica di riforma interna della
Chiesa.
1)GLI ULTIMI AFFRESCHI DI MICHELANGELO E IL RINNOVAMENTO URBANISTICO DI
ROMA
Clemente VII aveva commissionato a Michelangelo l’affresco del Giudizio Universale; Paolo III
conferma l’incarico e nel 1536 l’artista inizia il lavoro, che si concluderà nel 1541.
-Il grande affresco colpisce immediatamente i contemporanei per la travolgente novità formale e
complessità iconografica, suscitando in alcuni incondizionata ammirazione, in altri accuse di
oscenità.
-Rinunciando a qualsiasi partizione architettonica o cornice, le figure gremiscono la parete in una
composizione turbinosa su un cielo nuvoloso e profondo; al centro la figura di Cristo-giudice
domina il complesso, e accanto la Madonna rivolge lo sguardo misericordioso verso le schiere di
eletti, mentre intorno vi sono santi, patriarchi e profeti.
-Nelle lunette alla sommità, angeli innalzano i simboli della passione, mentre nella parte inferiore si
svolge il dramma della salvezza e della dannazione: in particolare è in questa rappresentazione di
un’umanità sconvolta e dolente al cospetto del giudizio divino che Michelangelo concentra la sua
attenzione.
-Da un punto di vista compositivo, non si trova quasi traccia della razionale misura dello spazio
propria del linguaggio rinascimentale: il pittore travolge regole e convenzioni riversando
nell’immagine di un’immane catastrofe tutto il travaglio di una personale (solo, ha perso molte
figure a lui care) e collettiva inquietudine spirituale.
Il Pontefice gli affida poi affreschi per la propria cappella privata, la “Paolina”: la Conversione di
san Paolo, 1542-45, e la Crocefissione di san Pietro, 1546-50, portano alle estreme
conseguenze la svolta stilistica del Giudizio. Di nuovo qui Michelangelo non si vale del supporto
prospettico, ambientando gli episodi in un paesaggio privo di caratterizzazioni.
-Nella Conversione si colgono ancora echi del Giudizio Universale nel turbine che circonda
l’apparizione divina.
-Nella Crocefissione tutta la tensione drammatica è concentrata nella potente torsione di Pietro.
-Questi due affreschi rappresentano l’ultima opera pittorica di Michelangelo.
Michelangelo: i grandi cantieri romani
-Paolo III affida inizialmente ad Antonio da Sangallo (1483-1546) la costruzione di San Pietro (ma
ne rifiuta il modello ligneo) e altri edifici come Palazzo Farnese.
-Dopo il 1546 Michelangelo è incaricato da Paolo III di intervenire sui progetti incompiuti di Antonio
da Sangallo.
In particolare lavora sul Palazzo Farnese rinnovandolo radicalmente con pochi interventi: sul
compatto prospetto inserisce un massiccio cornicio e una grande finestra architravata sormontata
dallo stemma dei Farnese; adotta una scala monumentale; trasforma anche alcuni ambienti
esterni, il giardino e il cortile circostante.
-Michelangelo lavora poi nell’area del Campidoglio, a partire dal 1547 sulla piazza alla sommità
del colle Capitolino, dove si svolgevano le più importanti cerimonie cittadine.
L’intervento sull’area scaturisce dalla decisione di Paolo III di trasferire lì la statua equestre di
Marco Aurelio, che grazie al basamento ad angoli smussati su cui Michelangelo lo pone e dal
quale fa partire il motivo geometrico tracciato sul pavimento della piazza, diventa il vero nucleo
coordinatore dello spazio circostante. La piazza viene infatti elaborata da Michelangelo in chiave
scenografica, ricorrendo all’uso di forme geometriche inconsuete come il trapezio e l’ovale.
2)I GRANDI CANTIERI ROMANI INTORNO ALLA META’ DEL SECOLO
Nel 1537 Perin del Vaga rientra a Roma dalla Francia.
Per il suo stile che adotta schemi decorativi eleganti e complessi, inserendo le scene narrative in
ricche intelaiature ornamentali e accentuando il rilievo plastico della figure.
-Paolo III lo sommerge di incarichi: decorazioni in Vaticano, in Castel Sant’Angelo; per questo
Perino assume il ruolo di ideatore e supervisore delle imprese, servendosi di un grande numero di
collaboratori.
Nella cerchia dei Farnese, dei nobili e dei cardinali intanto, aumenta la richiesta di decorazioni
profane e allestimenti architettonici destinati allo svago: è il caso della villa Giulia per il
pontefice Giulio III Del Monte, con intervento di Vasari, oppure della “Casina di Pio IV”,
commissionata a Pirro Ligorio da Pio IV.
A Roma negli stessi anni vengono eretti numerosi edifici nei quali appaiono condotte all’estremo le
sperimentazioni linguistiche in questo senso ornamentale e di ostentato decorativismo, che
incontra sempre più spesso l’approvazione dell’aristocrazia romana: ne è un esempio la
Fontana dell’organo idraulico di Pirro Ligorio, 1550-72, Tivoli, Villa d’Este.
Accanto a questo gusto decorativo e profano, si registra però in città anche un rinnovato fervore
nel campo della pittura religiosa.
-Il Giudizio di Michelangelo suscita negli artisti reazioni diversi, che spaziano dalla profonda
compresione del rigore formale e morale della composizione (come in Daniele da Volterra) alla
più comune e generica ammirazione per la varietà dei moti e delle attitudini dei corpi (come in
Pellegrino Tibaldi con l’Adorazione dei pastori, Galleria Borghese, 1549)
-Particolare interesse riveste la decorazione dell’Oratorio di san Giovanni Decollato, in cui gli
a
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