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Stendhal

Nato in una famiglia della borghesia, perdette la madre a solo sette anni. Il padre invece venne imprigionato nel 1794 durante il terrore. Nel 1799 si recò a Parigi dove ottenne un impiego presso il Ministero della Guerra, e nel cui ministero lavorava anche il cugino Pierre Daru.

L'anno successivo partì per l'Italia, come sottotenente nei dragoni. Il soggiorno italiano gli dette l'opportunità di conoscere la musica di Domenico Cimarosa e di Gioachino Rossini (del quale scrisse una celebre biografia, Vita di Rossini) nonché le opere di Vittorio Alfieri; nel 1801 partecipò alla campagna d'Italia nell'esercito napoleonico, servendo nello Stato maggiore del generale Stéphan Michaud.

Fu a Brescia per tre mesi come aiutante di campo del maresciallo Michaud, ospite nei palazzi delle maggiori famiglie nobiliari. Del suo soggiorno manterrà un ricordo profondo. La coinvolta partecipazione alla vita mondana dei salotti bresciani rimane testimoniata nei suoi diari, nei quali compare anche il racconto della violenta gelosia d'un conte bresciano.

In quegli anni Stendhal entrò in contatto con gli intellettuali della rivista Il Conciliatore, e si avvicinò alle esperienze romantiche. Nel 1802 si congedò dall'esercito assumendo la posizione di funzionario dell'amministrazione imperiale in Germania, Austria e Russia, ma senza partecipare alle battaglie dell'esercito napoleonico. Nello stesso anno divenne amante di Madame Rebuffel, la prima della decina di amanti delle quali si conobbe nome e cognome.

Nel 1814, trentunenne, visitò per la prima volta Parma, la città che ispirò il suo celebre romanzo La Certosa di Parma. Ritiratosi e trasferitosi a Milano nel 1815, due anni dopo pubblicò Roma, Napoli e Firenze, un inno di simpatia per l'Italia. Nello stesso anno fu a Roma, Napoli, Grenoble, Parigi, e poi per la prima volta, a Londra. Nel 1821 fece un secondo viaggio in Inghilterra, agitato da dispiaceri amorosi, ed un terzo viaggio nel 1826 lo vide ugualmente disperato.

Gli anni successivi delinearono quasi un vagabondaggio per l'Europa. Nuovamente in Italia, fu espulso con l'accusa di essere una spia, quindi, a Parigi iniziò la collaborazione ad un giornale, attraverso il quale poté delineare il suo programma essenzialmente romantico, caratterizzato ed avvalorato dal riconoscimento della storia quale componente fondamentale della letteratura.

Rimase a Parigi nel 1828 alla ricerca di un impiego, viaggiò nel sud della Francia l'anno seguente, e nel 1831 fu a Trieste, poi a Civitavecchia (dove svolse la funzione di vice console francese). Due anni dopo di nuovo a Parigi ed a Lione. Quindi, si spostò in Italia, e verso la fine del 1837 effettuò due lunghissimi viaggi nella madrepatria. Nel 1839 si recò a Napoli accompagnato dall'amico Prosper Mérimée. Nel 1841 ebbe un primo colpo apoplettico, e fece rientro nella capitale francese.

Lo scrittore morì nel marzo dell'anno successivo, e fu sepolto nel noto cimitero di Montmartre. La dicitura sulla tomba reca l'iscrizione "Henry Beyle milanese".

Il rosso e il nero

Romanzo di Stendhal (1830)

La storia narrata nel romanzo fu ispirata a Stendhal da un fatto di cronaca la cui conclusione ebbe per cornice il Tribunale di Corte d'Assise dell'Isère, il suo Dipartimento d'origine. Nel 1827, un giovane seminarista, Berthet, fu giudicato e condannato a morte per aver tentato di assassinare in una chiesa la sua ex amante. Il Rosso e il Nero riprende, sviluppa e arricchisce questo aneddoto nel quale l'autore vede la manifestazione di una energia popolare che la società conservatrice della Restaurazione rintuzza e reprime (l'opera fu pubblicata col sottotitolo Cronaca del 1830).

Il romanzo ritrae l'ascesa sociale di Julien Sorel, giovane di origine modesta ma che, sotto lo stimolo di una intelligenza precoce, ambisce ardentemente ad una migliore collocazione sociale. Affascinato dal prestigio delle guerre napoleoniche, è inizialmente allettato dalla vita militare, ma i suggerimenti del curato del suo villaggio natale lo inducono ad entrare in seminario. (I colori del titolo dovrebbero sinteticamente richiamare le due divise, il nero della tonaca talare e il rosso della divisa militare). È infatti questa la via più praticabile per una scalata sociale nell'epoca della Restaurazione, in una società stagnante e in cui la nascita plebea è ridiventata un handicap dopo la grande mescolanza egualitaria operata dalla Rivoluzione e dall'Impero napoleonico.

Il primo gradino si presenta a Julien sotto le vesti di precettore presso la casa di M. de Rénal, della cui moglie ben presto egli diventa l'amante. Ambizioso, concentrato a vivere sotto lo sforzo di una volontà tesa a conseguire indefettibilmente il proprio obiettivo, ma anche preoccupato di nasconderlo sotto una coltre di dissimulazione "tartufesca" (dal personaggio di Molière), Julien Sorel dedica ogni sforzo "per diventare qualcuno". Ma il carattere scandaloso della sua relazione con M.me de Rénal lo costringe a lasciare la piccola città di Verrières, nel Jura, per il seminario arcivescovile di Besançon. Questo distacco non intaccherà affatto l'amore profondo che egli nutre per la signora de Rénal, e che resterà al centro della sua esperienza emotiva.

A Besançon, città della Franca Contea, il marchese de la Mole, lo prende al suo servizio. Quest'ultimo ha una figlia, Mathilde, con la quale il giovane Sorel intesse ben presto una relazione contrastata, passionale, ma forte. All'amore ipergamico (di origine roussoiana, M.me de Warens), borghese, caldo, sensuale e materno, succede l'amore con la coetanea - una Julien in gonnella - e sarà un amore aristocratico, "freddo", di testa, geometrico, ma altrettanto incandescente.

L'ascesa di Julien continua grazie alla protezione del marchese ed alla sua personalità brillante e fiera al tempo stesso. Potrebbe accontentarsene, ma una lunga missione all'estero ed un incontro fortuito con uno dei suoi vecchi compagni di seminario eccitano in lui il demone dell'intrigo. Tenta allora di irretire intenzionalmente una grande aristocratica (si vede in controluce il magistero di Laclos, che Stendhal conobbe e apprezzò), ma tale decisione, nei fatti, determinerà la sua rovina. Ben presto Julien è visto come un vile arrivista. D'altra parte, Mathilde è incinta di lui. Il marchese decide di procurarsi informazioni sul suo conto, e scrive alla signora de Rénal che, ormai preda di scrupoli religiosi, risponde con una lettera dettata dal suo confessore e dove Julien è messo in cattivissima luce. Allarmato, il marchese de la Mole ingiunge alla figlia di abbandonare Julien. Reso furioso dal tradimento di M.me de Rénal, Julien perde la testa e, in un impulso omicida, si reca a Verrières dove tenta di uccidere con un colpo di pistola la sua vecchia amante. Imprigionato, è indotto a misurare nel gelo della sconfitta sociale l'abnorme vanità egotistica (l'egotismo è neologismo stendhaliano) e l'inanità degli sforzi compiuti per migliorare la propria condizione. Giudicato, è condannato alla pena capitale, nonostante i molteplici e congiunti interventi in suo favore delle sue due amanti. La sua morte precede di qualche giorno quella di M.me de Rénal a suggello di uno struggente amour-passion (altro termine stendhaliano) che ha pochi riscontri nelle storie amorose dei romanzi di ogni epoca.

Profonda e penetrante analisi di un'epoca e di personaggi complessi, Il rosso e il nero intreccia con uno stile secco - in cui la parola è tutta tesa a dare la cosa - la vivisezione psicologica e amorosa della narrativa francese iniziata con M.me de Lafayette con la disamina appassionata dell'ambiente sociale ed economico, che sarà preoccupazione del "romanzo sociale" di qualche decennio dopo. È un classico della letteratura francese e uno dei vertici della narrativa mondiale.

Il rosso e il nero è un romanzo politico la cui azione si svolge in un periodo storico che rende impossibile ogni attività politica. Sebbene la si avverta in tutto il libro come una forza orientatrice, la politica è di rado in primo piano, se si eccettua il capitolo in cui i nobili complottano per cauterizzare il loro paese e invocano l'aiuto degli inglesi.

La società di Il rosso e il nero non è totalitaria, essa impone il conformismo attraverso una serie di occulte pressioni e non attraverso il terrore. In una società in cui domina la sazietà e non la paura, anche se il suo timore del recente passato, di quel libero gioco della politica che essa si è fatta obbligo di reprimere, è esasperato. Mancando la libertà, l'istinto politico assume la forma dell'ambizione, dell'odio o del brigantaggio: tutti e tre questi impulsi animano Julien Sorel. Il libro lascia intravedere, tra l'altro, quale prezzo si debba pagare quando la politica viene eliminata dalla superficie della vita sociale e quindi potrebbe esser letto con profitto, se pur in ritardo, da quei letterati che pensano di essere superiori al «sudiciume» della politica.

Stendhal ci fa vedere la politica che si incarna in un comportamento apolitico, la lotta delle classi in un momento in cui esse erano addormentate, schiacciate e istupidite in una falsa conciliazione. Niente può manifestarsi direttamente nel mondo di questo romanzo, niente può esser detto apertamente: la politica è costretta a esplodere alla superficie sotto forma di appetiti, costumi, sesso. Julien Sorel è un uomo che muove una sua guerra segreta alla società e questa guerra lo turba tanto, non avendo egli una solida base di principi, da costringerlo a passare metà del suo tempo a combatterla contro le sue amanti e contro se stesso; egli rappresenta la fase militante della politica stendhaliana dell'astuzia, ma è un attivismo che ha perduto il suo senso con la sconfitta dei giacobini. Egli è, come dice Stendhal, «un uomo infelice, in guerra contro tutta la società» ma non riesce a fare le debite distinzioni fra i vari elementi della società. Egli dice a se stesso: «Io non seguo la via di mezzo della vita borghese, ricerco piuttosto una certa esaltazione "rivoluzionaria"», ma proprio questa esaltazione, frutto di un'epoca di rinunce nel campo sociale, lo induce al delitto. (Stendhal avrebbe sottoscritto l'osservazione di Oscar Wilde secondo cui nell'Ottocento solo le classi inferiori hanno abbastanza energia per commettere delitti).

Julien è uno straniero in un mondo ostile ma uno straniero che non sa più quello che vuole, a cui manca, come dice Stendhal, «il coraggio di essere sincero». Egli, a volte, è preso da sentimenti libertari, ha momenti di autentica compassione, ma la sua principale protesta contro la società è che essa lo coarta: egli è amareggiato, soprattutto, perché essa non gli vuoi permettere di abbandonare, e forse tradire, la propria classe sociale.

Il mondo, come si presenta a Julien Sorel è un campo di battaglia: la battaglia è stata combattuta e persa. Tuttavia, l'immagine dei combattimento è d'importanza essenziale, poiché in nessun altro romanzo dell'Ottocento vi è una consapevolezza così esplicita del fatto che la società si è frantumata in tante classi in lotta fra loro. Ogni personaggio del libro si identifica con un interesse particolare. «Tra la libertà di stampa e la nostra vita di gentiluomini», dice M. de la Mole, portavoce della nobiltà, «c'è una lotta ai coltello». M. Rénal, il borghese in ascesa, non può sopportare l'idea che il suo rivale ha comprato due cavalli e non è soddisfatto finché non ha preso in casa un precettore. Ecco l'aritmetica dei borghesi: due cavalli sono uguali ad un precettore. E lo stesso Julien, la cui mentalità è uno strano misto di Byron e di Marx, comincia il suo ultimo discorso alla giuria - e a me sembra una chiave del romanzo - come se fosse un prigioniero politico: «Signori, non ho l'onore di appartenere alla vostra classe...». Se Julien potesse esser trasferito nella Russia di un mezzo secolo dopo, sarebbe un terrorista; data la necessità di vivere nella Francia della Restaurazione, che egli non può né accettare né respingere, Julien è un eroe, un folle, un pagliaccio. Alla fine, accetta la morte che gli è destinata nella consapevolezza di esser già diventato un simbolo e anche in ciò è simile ad un martire politico.

In Il rosso e il nero l'attività politica soffocata esplode come odio di classe; e sebbene Lucien Leuwen non sia un libro altrettanto crudele, anche in esso la lotta delle classi una contro l'altra è un tema dominante. «Nelle province», scrive Stendhal in quel suo romanzo incompiuto, «non vi è più la minima comunicazione fra le classi ostili». Ma il tema dei rapporti fra le classi non ha in Lucien Leuwen uno sviluppo così armonioso come nei due grandi romanzi. Il primo volume di Lucien Leuwen tende un po' troppo al romanzesco tipico di Stendhal, il secondo è sovraccarico di particolari politici e la fusione di questi due elementi, che in realtà sono i due aspetti dell'attività creativa di Stendhal, non è mai raggiunta.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/03 Letteratura francese

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