La coesione sociale: origini del concetto
Il concetto di coesione sociale nasce alla fine dell’Ottocento. Viene coniato da Emile Durkheim che nel suo testo dedicato alla divisione del lavoro sociale (1893) mette al centro della sua riflessione la questione della coesione. Durkheim è uno dei padri fondatori della sociologia, e il suo contributo è di importanza centrale per comprendere lo sviluppo successivo del sapere sociologico.
Contesto storico in cui nasce il concetto
Durkheim introduce il concetto di coesione sociale in un contesto storico e politico in cui c’erano grandi tensioni create dalla Grande Trasformazione, cioè del passaggio dell’Europa da una società agricolo-mercantile a una società industriale. Cambia completamente assetto e c’è un forte cambio delle città dopo l’industrializzazione. Con l’Ottocento abbiamo un massiccio cambiamento a livello urbano. È un passaggio complesso in cui viene anche rovesciato il vecchio sistema cetuale che caratterizzava lo Ancien Regime e si crea un equilibrio precario tra le nuove classi da poco formatesi, proletariato e borghesia, si genera una situazione che minaccia l’ordine sociale.
Perché una volta le città erano divise in base al ceto sociale e difficilmente si poteva cambiare zona, poiché era altrettanto difficile cambiare ceto sociale, se non grazie a un matrimonio di convenienza ad esempio. Durkheim intende con il suo lavoro differenziarsi sia dai conservatori che propugnano un impossibile ritorno alle antiche divisioni sociali (ritorno all’antico con la divisione in ceti) sia dai socialisti rivoluzionari che sperano nell’avvento di una società senza classi (progressiva risoluzione delle classi sociali).
Le forme della solidarietà in Durkheim
Durkheim cerca di offrire un quadro di come funzionano le società a lui contemporanee. Egli distingue due forme di solidarietà: la prima è quella meccanica, caratteristica delle società antiche. Si tratta di società in cui gli individui sono fondamentalmente eteronomi, cioè aderiscono ai medesimi valori e credenze, credono in norme sostanzialmente comunemente condivise. Ai singoli individui rimane un margine di libertà molto limitato. Sono inoltre queste società in cui la specializzazione dei singoli è minima e “relativa”, segue la classica tripartizione dei cittadini in sacerdoti, guerrieri e contadini. Nessuno è così tanto addestrato da essere indispensabile. I singoli con un minimo di addestramento sono interscambiabili nei diversi ruoli sociali. Società definite “naturalmente compatte”, perché strutturate da grandi norme che le riconoscono.
Le società moderne sono invece tenute insieme da una solidarietà «organica», che nasce dalle condizioni della produzione. Sono meno legati da quel sistema di leggi e di norme, gli individui sono più liberi e autonomi. La grande industria con la sua “divisione del lavoro sociale” dà forma a una società estremamente integrata, in cui le competenze dei singoli non sono facilmente sostituibili. È una società di individui parzialmente autonomi ma interdipendenti nella produzione. L’importanza del singolo è di gran lunga maggiore perché le persone sono molto più preparate e di conseguenze meno interscambiabili. Ne deriva che, per quanto possa sembrare meno unita e solida la società attuale, nella realtà dei fatti lo è molto più che allora, in quanto si crea un forte legame di interdipendenza tra gli individui. È organica la società in cui tutti gli individui sono autonomi ma interdipendenti.
Società funzionali
Nella moderna società industriale la coesione deriva allora per Durkheim dal fatto che i singoli comprendano di fare parte di un sistema delicato di interdipendenze derivante dalla divisione del lavoro. Non si può fare a meno di chi svolge compiti particolarmente complessi, se si vuole che la macchina funzioni bisogna rendersi conto che una società così articolata non può essere egualitaria. Devono esistere delle differenze anche se non eccesive. Certo le diverse retribuzioni per le differenti mansioni svolte creano delle tensioni, il mercato e il dominio del denaro scavano distanze tra i componenti di queste società, ma il sociologo si sforza di dimostrare che queste differenze contano meno dell’ordinamento sociale complessivo, della finalità di crescita della produzione e di miglioramento delle condizioni cui mira la società moderna.
Sociologia versus economia
In sintesi, gli argomenti di Durkheim della coesione sociale sono:
- Lo scambio mercantile non avviene solo tra due individui, ma presuppone l’esistenza di un terzo elemento, la società che è garante e regolatore dello scambio.
- Gli individui sono il prodotto della società e non i creatori.
- Gli individui sono tra loro interdipendenti.
- Di qui nascono le “società organiche”, che sono dotate di una loro morale intrinseca da cui ne deriva la coesione sociale.
- In nome di questa morale lo stato deve intervenire per evitare che si scavino disuguaglianze eccessive che possono nuocere alla coesione e creare dissensi e dissapori.
La coesione sociale dopo Durkheim
Dimenticata a lungo la nozione di «coesione sociale» è rimasta viva unicamente nella tradizione della ricerca sulla storia del pensiero sociologico, per riapparire poi improvvisamente nei primi anni Novanta del Novecento, vale a dire quasi un secolo dopo che era stata introdotta. La ritroviamo infatti nella documentazione degli organismi delle Nazioni Unite, in particolare della UNESCO, che reintroduce il concetto nel 1995 al vertice mondiale di Copenaghen sullo sviluppo sociale. Successivamente il termine viene impiegato dalla World Bank e da altri organismi internazionali. In Francia è menzionato nel rapporto Fragonard del 1993 che dice che è necessario ripensare a vecchi concetti come quello di “coesione sociale”.
Uno strumento dimenticato?
Perché c’è stata questa lunga eclissi del concetto di coesione sociale? Di fatto perché se ne occupava qualcun altro di metterla in opera questa coesione sociale. A lungo quindi la coesione sociale è stata uno strumento concettuale dimenticato, nel secondo dopoguerra sono le istituzioni del welfare state che si occupano di tenere insieme le società occidentali, mentre viene sottolineata l’importanza della iniziativa individuale, anzi i critici delle iniziative redistributive dello stato welfariano intravedono una sorta di freno allo sviluppo nella eccessiva attenzione alla compattezza della società.
Il welfare state, lo stato assistenziale, è un’invenzione dello stato per il contenimento della diseguaglianza e nasce prima della fine della guerra mondiale con Lord Beverage, che elabora i tratti generali di un nuovo stato che punta a trattenere le diseguaglianze di tipo sociale, perché si pensava proprio che uno dei motivi per cui era scoppiata la guerra fosse anche la disuguaglianza. In tutti i paesi avanzati del dopoguerra esiste questo stato assistenziale che tutela il cittadino dalla culla alla bara, utilizzando fondi comuni per foraggiare le esigenze principali (1945-1974, i trent’anni in cui si è vissuto meglio). È solo a partire dalla metà degli anni Settanta con la crisi del welfare che comincia a riproporsi la questione della disuguaglianza e della giustizia sociale. L’epoca d’oro finisce quando si cominciano ad avere problemi economici e viene introdotta la tecnologia. Tutto comincia a cambiare e le società diventano più diseguali di quanto non fossero prima.
Un concetto non chiaramente definito
Il ritorno del termine “coesione sociale” non corrisponde a una definizione concettuale chiara. Quando in Francia nel 2003 viene creato un nuovo ministero della coesione sociale la nascita della nuova poltrona non è accompagnata da alcuna definizione... il termine si definisce da sé... Si incaricano di circoscrivere meglio il termine alcuni organismi consultativi e istituti di ricerca, in Francia è il CERC, nel Regno Unito lo Institute for Community Cohesion, altrove altri enti che si occupano di politiche pubbliche. Tutte le elaborazioni al riguardo prendono le mosse da Durkheim, pur nella consapevolezza di un contesto profondamente mutato. Tutti lo citano ma nessun va a vedere come avesse formulato il concetto originario.
Da un sistema di pensiero a un altro
Se al tempo di Durkheim il problema era fare i conti con una questione sociale incombente, di fornire una spiegazione plausibile che portasse ad accettare la distanza che esisteva tra le diverse componenti sociali, il momento della rinascita del termine si colloca invece negli anni più intensi della globalizzazione e della sua ricaduta complessiva sui paesi sviluppati.
Durkheim credeva che la risposta fosse la società, intesa come sistema di interdipendenza tra gli individui per lo svolgimento dei loro compiti, una interdipendenza strettissima da cui derivava la coesione sociale. Questa dimensione è però proprio quella che è stata messa in crisi dalla globalizzazione, l’idea di una società nazionale unificata da una solidarietà «organica», dalla interdipendenza degli individui che la compongono perde forza e senso nell’epoca della riallocazione su scala planetaria della produzione, della delocalizzazione, della internazionalizzazione e della finanziarizzazione delle economie.
L’idea funzionalista di un corpo sociale in cui le imprese e i loro addetti si dispongono come organi di un medesimo corpo perde forza nell’epoca in cui la globalizzazione trascende gli stati nazionali. Si crea dunque un nuovo sistema, si afferma un “sistema a rete”, in cui in ogni momento si può cambiare partner, le imprese giocano una partita di alleanze multiple, che possono variare a seconda della convenienza e della competizione e che ha l’intero pianeta come orizzonte.
Il ritorno della coesione sociale
In un simile contesto il ritorno della coesione sociale ha il significato di uno smarrimento del concetto di società, su cui si fondava tutta la costruzione di Durkheim. Il movimento planetario delle imprese che va ben oltre i confini nazionali e i flussi di uomini e di merci rendono difficile riproporre il concetto, se non nel quadro dell’affacciarsi di una nuova questione sociale, come sostiene per esempio il sociologo francese Robert Castel.
Robert Castel “Le metamorfosi della questione sociale”
Castel afferma che le caratteristiche della società contemporanea sono: venire meno delle certezze lavorative e indebolimento del welfare, crescere del problema abitativo e della disoccupazione, precarizzazione del lavoro, stanno creando una «nuova questione sociale» nei paesi sviluppati, che minaccia l’unità della società. Nascono e si moltiplicano condizioni di «désaffiliation» e di «vulnérabilité» che minano dal basso e rischiano di decomporre l’unità sociale dei paesi sviluppati, di mettere in discussione pesantemente la disponibilità delle persone a cooperare. Ci si sente sempre meno parte di una struttura sociale funzionante e positiva.
Il capitale sociale: Coleman e Putnam
Per chiudere vale la pena di menzionare due autori che sono stati importanti per il rilancio della questione, anche se non hanno indagato strettamente la coesione sociale ma hanno preferito parlare di capitale sociale bagaglio relazionale e valoriale.
Con il termine "capitale sociale" si intende generalmente quel che un soggetto costruisce nel corso della propria esistenza in una determinata società. L'individuo, infatti, già nei primi anni della vita assorbe su di sé una serie di norme e di valori che gli derivano dall'essere parte di un nucleo famigliare e di una società. Coleman (1988) lo definisce come “l’abilità delle persone a lavorare insieme in gruppi e organizzazioni per obiettivi comuni”, che dipende dal grado con cui le comunità condividono norme e valori sociali. Coleman, J. S. 1988 Social capital in the creation of human capital, American Journal of Sociology, 94, S95-S120.
Putnam e la tradizione civica
Putnam definisce il capitale sociale come "[…] l'insieme di quegli elementi dell'organizzazione sociale - come la fiducia, le norme condivise, le reti sociali – che possono migliorare l'efficienza della società nel suo insieme, nella misura in cui facilitano l'azione coordinata degli individui" (Putnam, 1993 p 169). - Putnam R.D. (1993), La tradizione civica delle regioni italiane, Milano, Mondadori.
Il capitale sociale, inteso come patrimonio di atteggiamenti e credenze condivisi da una determinata comunità, costituisce uno dei prerequisiti della cooperazione e dell’attività organizzata. La sociologia enfatizza le caratteristiche dell’organizzazione sociale come la fiducia, le norme di reciprocità e le reti di impegno civico. La scienza politica si sofferma invece sul ruolo delle istituzioni e delle norme politiche e sociali nel forgiare il comportamento umano.
Conclusione
Coesione sociale un «quasi concetto» per un’epoca di crisi. Nascita di altri approcci tutti tesi in un modo o nell’altro a sottolineare l’importanza delle reti sociali e comunitarie in un mondo in cui sembrano in via di dissoluzione (Putnam Bowling Alone).
La coesione sociale nell’Unione Europea
Come abbiamo tratteggiato nella prima lezione solo dopo un lungo intervallo il concetto di coesione sociale è ricomparso nei documenti ufficiali della Unione. Non che la questione non fosse già stata sollevata in altri termini dai padri fondatori dell’Europa, che si erano preoccupati in molti dei loro interventi di dare un fondamento solido alla nascente entità sovranazionale.
La costruzione dell’Europa: una sfida difficile
In effetti al di là dei problemi politici e storici che l’unificazione presentava, c’era anche da affrontare una questione molto grave e importante di disuguaglianze spaziali e territoriali tra le varie componenti che non potevano certo solo essere risolte con i meccanismi della crescita economica. Di queste problematiche si è a lungo occupata il FEDER (Fondo Europeo per lo sviluppo regionale) la cui azione era mirata ad una riduzione progressiva degli squilibri territoriali. Ma anche la FSE (fondo sociale europeo) si occupava di questi problemi.
Nei Novanta primi passi
Nel 1997 il Consiglio d’Europa integra la coesione sociale nelle sue politiche d’insieme - viene istituito un comitato europeo per la coesione nel 1998.
Il vertice di Lisbona 2000
Il tema della coesione sociale riemerge però a pieno titolo con il vertice di Lisbona, in cui la questione della coesione sociale viene elevata a “terzo pilastro” di una più ampia strategia che mira a fare dell’Europa “l’economia della conoscenza più competitiva e più dinamica del mondo”. L’articolo 2 del trattato scaturito del vertice afferma che “L’Unione Europea promuove la coesione economica, sociale e territoriale e la solidarietà tra gli stati membri”. È interessante notare come fin dal suo riapparire, il tema della coesione si lega a quello della competizione, di cui risulta in ultima analisi uno degli strumenti.
Definizione europea di “coesione sociale”
“La coesione sociale è vista come una caratteristica di una società che si preoccupa/interessa alle relazioni tra le unità societarie come individui, gruppi, associazioni così come le unità territoriali.
Analisi della definizione ufficiale
Berger-Schmitt e Noll (2000) affermano che la coesione sociale comprende due dimensioni analiticamente distinte: la riduzione delle disuguaglianze tra regioni e tra differenti strati sociali e il rafforzamento delle interazioni sociali tra diversi gruppi e tra diverse aree geografiche.
La prima dimensione include il promuovere le pari opportunità in termini di maggiore eguaglianza e il combattere l’esclusione sociale. La seconda invece comprende il miglioramento dei trasporti e l’incoraggiamento della solidarietà sociale nonché il rafforzamento dell’identità europea.
L’idea di combattere l’esclusione sta diventando un fronte sempre più ampio, man mano che si prospetta una nuova situazione sociale molto complessa. Integrando: È la capacità di una società di creare un “welfare”, una protezione da parte dello stato a tutti i suoi membri minimizzando le disparità ed eliminando la polarizzazione. Una società coesiva è una comunità sopportatrice degli individui liberi che persuade e supporta gli obiettivi di carattere democratico comune. (European Committee for Social Cohesion, 2004: 2)
Dimensioni della coesione
Lo sforzo di rendere operativo il concetto in questione ha svelato il suo implicito carattere multidimensionale. In un saggio molto citato gli autori ne distinguono cinque fondamentali:
- Valori comuni e cultura civica;
- Ordine e controllo sociale;
- Solidarietà e riduzione delle disuguaglianze;
- Reti e capitale sociale;
- Appartenenza e identità territoriale.
Solo a partire dall’interazione e dall’integrazione positiva di queste diverse dimensioni possiamo parlare di una società o comunità coesa.
I piani di coesione
- Dimensione strutturale riguarda i meccanismi di inclusione ed esclusione sociale, e di accesso alle diverse opportunità offerte dalla società, il grado di mobilità sociale, la divisione del lavoro e la struttura delle disuguaglianze;
- Dimensione culturale identifica il grado di condivisione di norme e valori;
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