Prefazione
L’obiettivo del testo è quello di esaminare come stiamo immaginando il futuro, interrogandoci se non sia il caso di ripensarlo attraverso una critica di alcune conoscenze pre-categoriali fondamentali. Nell’obiettivo rientra anche suscitare una riflessione mirata sulla governance dell’innovazione nell’ambito della scienza sociale. In particolare, si indagheranno le biotecnologie e le neuroscienze.
Faremo tutto questo partendo da riferimenti simbolici che altro non sono se non riferimenti mitici. Sono stati infatti rinvenuti cocci, reperti sparsi e all’apparenza insignificanti che si sono addensati attorno a pochi grandiosi miti dell’antichità che possono essere considerati fra i contributi più importanti della cultura indo-europea alla storia della civiltà.
Introduzione
Cosa pensiamo della scienza in generale oppure di una certa innovazione tecnologica non è solo questione di alfabetizzazione scientifica o delle informazioni di cui disponiamo su quella innovazione; la comprensione pubblica abbraccia oltre che a conoscenze vari generi di simboli, credenze e sentimenti. Infatti, vi sono molti fattori sociali che contribuiscono alla formazione dell’opinione dei singoli ed esplorare il ruolo dell’immaginazione è divenuto più rilevante in tutti quei casi in cui si tratta di aver a che fare con visioni contrapposte dell’innovazione:
- Da un lato c’è chi vede nell’innovazione un’abbondanza di benefici (pro innovazione)
- Dall’altro c’è chi scorge nell’innovazione una manomissione della natura (contro l’innovazione)
La questione di fondo di cui tratta il libro è quindi come si immagina l’innovazione tecno scientifica. Età, genere maschile, elevato titolo di studio, abitare in grandi città possono essere correlati ad un atteggiamento più favorevole verso la scienza e la tecnologia dal cittadino non esperto.
L’autore vuole trattare questo argomento perché vi è un’ondata di nuove tecnologie quali: nanotecnologie, biotecnologie, nuove tecnologie dell’informazione, le neuro tecnologie e più combinazioni fra loro inimmaginabili finché continuiamo a pensarla nel modo che abbiamo ereditato; la società ha abbracciato la torre d’avorio della scienza.
Lo scopo del testo è esaminare l’immaginazione sociologica, lavorare sull’immaginario contemporaneo: come la società immagina il futuro, in particolare, come immagina i cambiamenti in atto dettati dalle innovazioni tecnologiche. La nostra immaginazione spesso è stretta in un angolo a causa della velocità, della radicalità e dell’ambiguità del cambiamento.
Inoltre, lo sviluppo economico-sociale ha portato alla nascita di nuovi bisogni che non sempre riescono ad essere soddisfatti e ciò causa il diffuso malessere giovanile. È quindi necessaria una conoscenza integrativa, strategica e critica che metta in discussione il dato per scontato e l’assetto dello status quo, che sia capace di sfuggire alle maglie sempre più strette della realtà per pensare in modo diverso e per immaginare appunto in modo diverso il futuro.
Cercheremmo quindi di suffragare l’ipotesi secondo cui la storia umana starebbe voltando pagina: secondo l’autore la storia non passa ma si sedimenta in una complessità stratificata, al fondo di una cultura possiamo trovare tracce di tutte le culture che l’hanno originata; vi sono strati nella mente del singolo come nella città di Roma perché, anche nella vita psichica, la conservazione del passato è regola più che sorprendente eccezione. Ciò avviene anche nella mente collettiva! È da questi strati che possono generarsi i diversi caratteri presenti in una società! Secondo il libro non siamo in una nuova epoca a causa delle nuove tecnologie ma semplicemente la storia, come la cultura presenta, una struttura stratificata dove il nuovo strato non fa scomparire il precedente anzi ne è profondamente influenzato!
L’idea che il tempo ci sembri passare è l’esito di un dato prospettico molto limitato. Infatti ci pensiamo sempre uguali a noi stessi mentre dovremmo pensarci come un processo! Lo scorrere del tempo è quindi semplicemente una costruzione sociale di un fenomeno collettivo. Dunque vi possono essere risonanze tra miti antichissimi e una certa visione contemporanea di questioni particolari. Prima di cominciare a pensare sul futuro, bisogna pensare futuro cioè sviluppare un pensiero declinato al futuro; bisogna ripensare col senno di poi ripercorrendo una lunga storia all’indietro (bisogna pensare al futuro guardando al passato ed in particolare ai miti).
Innovazione e immaginazione sociologica
Agli albori della modernità, Petrarca si interroga sul perché temiamo le cose nuove e disprezziamo le comuni ed infine risponde: “Riguardo alle prime, la mente impreparata si turba al loro improvviso apparire; quanto alle seconde essa, con frequenti meditazioni, si è fabbricata come uno scudo che cerca di opporre a tutte le difficoltà” (quindi le cose nuove ci spaventano perché non le conosciamo ma da un lato ne siamo attratti perché non sono comuni).
Freud, a questo proposito, ci viene in aiuto dicendo che: “il nuovo esige un dispendio psichico, reca insicurezza e può trasformarsi in aspettativa angosciosa. Andrebbe studiata più nel dettaglio la reazione psichica al nuovo perché, in determinate circostanze, si può riscontrare il comportamento opposto: si può infatti riscontrare un’attrazione per tutto ciò che è nuovo, è proprio la novità ad attrarre!”
Il nuovo un tempo poteva essere un valore in quanto tale, ora lo è solo in ambiti specifici (scientifici). Cosa è successo? Si è esaurito un ciclo dell’immaginazione sociologica; il nuovo oggi è sinonimo di limiti immaginativi. Sia che siamo outsider, sia che siamo insider nel campo dell’innovazione mostriamo comunque difficoltà a coniugare vita ed innovazione.
Per comprendere l’innovazione dobbiamo inquadrarla letteralmente come produzione del nuovo ovvero, come manifestazione della nostra capacità di produrre futuro. L’innovazione richiede dunque un rinnovamento nel pensarla! L’innovazione arriva nella nostra vita quotidiana generando reazioni emotive non univoche: paura, spaesamento, risentimento, oppure uso smodato (moda). D'altronde l’innovazione è soprattutto una sfida al senso comune ed al quotidiano!
Negli studi sull’opinione pubblica circa le nuove tecnologie non è dunque un caso che ci si imbatta in posizioni che, solo in apparenza, sono le più varie sull’innovazione e la tecnologia. Dietro a tale varietà di posizioni possiamo infatti sempre individuare due polarità sull’argomentazione (Atteggiamenti come quelli indicati da Freud):
- Attrazione: TECNOFRENIA
- Repulsione: TECNOFOBIA
Non è detto che vi debba essere coerenza tra le posizioni che una persona assume verso tecnologie diverse. Ponendo il problema in termini di tecnofrenia e tecno fobia, queste devono essere intese come specifiche di una tecnologia o di un ambito della vita ed ammettere che si possa provare attrazione accentuata per una tecnologia e contemporaneamente repulsione per un’altra.
Sotto i due atteggiamenti scopriremo un mix di due tradizioni consolidate nei secoli:
- Due Miti antichi (Gaia e Kronos) che oggi riemergono nel dibattito pubblico e che sono identificabili nelle tecno fobie, un terzo è Athena fa da collante invece tra antichità e modernità.
- Riduzionismo e narcisismo (sempre miti) che possono essere collegati alle tecnofrenie, un terzo è il relativismo con funzioni riequilibratrici.
Per capire meglio il dibattito, affrontiamo il caso delle biotecnologie. Dalle prime posizioni ogni intervento sul genoma di un organismo può essere interpretato come una contaminazione all’armonia naturale ovvero come una sorta di primo passo lungo un pendio scivoloso dove prevale la paura di perdere il controllo su un intervento che viene visto come una violazione dell’intero ordine naturale (tecno fobia). Dalle seconde posizioni troviamo una tendenza a sminuire il significato dell’intervento vedendolo come un intervento standard essendo molto fiduciosi di averne il controllo sulle conseguenze (tecnofrenia).
Sembra di assistere quindi ad una vera e propria guerra culturale, ciascuno con le sue ragioni e con i suoi stereotipi ma in realtà non è detto che un’esaltazione della natura debba per forza andare contro il paradigma scientifico e viceversa.
Due culture, forse tre (la scienza sociale)
In effetti vi è contrapposizione in tutto il mondo occidentale tra cultura scientifica e cultura tradizionale. Le due polarità sono storicamente accomunate dal non intendere le grandi trasformazioni sociali in corso anzi, non se ne preoccupano. Inoltre è pericoloso avere due culture che non possono o non sanno comunicare.
Forse, la soluzione che tenga insieme queste visioni è la scienza sociale definita da Snow come “terza cultura” tuttavia la scienza sociale, nella sua storia recente, mostra di aver introiettato tale dualismo immischiandosi nella contrapposizione fra sociologia e ricerca sociale.
L’oggetto del contendere è la contrapposizione fra un mondo della qualità che rivendica l’irriducibile unicità ed un mondo della quantità che intende ridurre alla serialità, questi due mondi hanno due immagini quindi contrapposte riguardo al progresso. Questa opposizione si nota anche a livello storico tra due epoche contrapposte: Illuminismo e Romanticismo.
La conoscenza della sociologia
La scienza sociale è in grado di porsi come terza cultura? È in grado la sociologia di disinnescare il conflitto fra le due culture grazie alle sue categorie concettuali? Dobbiamo passare in rassegna alcune categorie concettuali messe a punto nell’ambito del pensiero sociologico attorno alla conoscenza cioè la “Sociologia della conoscenza” (con notevoli contributi dell’antropologia, della storia e della filosofia della scienza).
La “sociologia della conoscenza” si sviluppa nel corso del ’900, un concetto importante fu quello di mentalità; venne elaborato soprattutto dagli antropologi del ’900 per caratterizzare intere popolazioni soprattutto quelle primitive ma, tale concetto non è più accettato da tempo non essendo in grado di tener conto né delle variazioni all’interno della popolazione né fra somiglianze tra popolazioni differenze e neppure dei diversi atteggiamenti mostrati dalle medesime persone verso temi diversi o verso il medesimo tema in tempi diversi.
Un ruolo decisivo nello sviluppo della disciplina fu svolto dall’opera di Karl Mann Heim, questi è ben consapevole infatti che, diverse nozioni, derivate da opposti modi di pensare, coesistano nello stesso pensatore. Questo legame è fondamento del suo relazionismo e viene di lì a breve messo a fuoco da Robert King Merton nel saggio “Paradigma per la sociologia della conoscenza”; si avvia con lui lo studio sistematico ed empirico delle relazioni fra base esistenziale e produzioni mentali inaugurando così la sociologia della scienza.
Ludwik Fleck fa un passo avanti quando argomenta l’esistenza di “comunità di pensiero”; sono composte da gruppi di individui che si scambiano idee influenzandosi reciprocamente. L’individuo ha però raramente coscienza di appartenervi e dunque si trova a condividere uno stile di pensiero collettivo che gli sembra impensabile poter contraddire. Al di sotto di questo stile vi sono poi delle “protoidee” più elementari.
Fu successivamente Thomas Kuhn a riprendere il lavoro di Fleck formulando il concetto di “paradigma”; qualcosa che oscilla fra l’interpretazione che gli scienziati si danno dei dati sperimentali e la conoscenza tacita insita nei loro esperimenti e teorie, fra i modelli che la formazione fornisce loro per ispirarsi nella soluzione di problemi scientifici.
Michael Foucault formula invece il concetto di “episteme” (conoscenza) e di “a priori storico”: individua due fratture storiche nella conoscenza (episteme): quella che inaugura l’età classica e quella che inaugura la modernità. È convinto che in una cultura ed ad un momento preciso non esista che una sola episteme la quale definisce le condizioni di ogni sapere sia pratico che teorico. Tuttavia il suo pensiero non fa capire a quale evento o a quale legge obbediscono le mutazioni.
Il prof nel suo libro non utilizza tuttavia il termine “episteme” ma “canone” per distinguere due approcci contrapposti che però rinviano ad una matrice comune; gli individui si orientano verso un canone o verso l’altro in relazione alla loro posizione nel campo professionale e sociale, sotto l’effetto di un’abitudine ad un punto di vista consolidata e difficile da smettere.
In conclusione, la tesi centrale di questo saggio è che: dietro alla contrapposizione nell’immaginario contemporaneo dell’innovazione, vi siano delle idee madri attorno alle quali ruotano gli elementi che vanno a costituire gli atteggiamenti ed i valori che motivano i comportamenti e le prese di posizione; possono essere raggruppate in “canoni” che trovano una stabilità perdurante nel tempo in quanto adeguati alle esigenze interne ed esterne della vita delle persone.
Oggi siamo in presenza di due canoni:
- Canone antico che emerse verso la prima metà del primo millennio a.C. durante l’era assiale
- Canone moderno che è stato terminato solo nel 1800 andando ad esaurimento nel corso del 1900
Canone = insieme di risposte a domande considerate esistenzialmente fondamentali, ineludibili e auto evidenti. Queste domande costituiranno il fondo comune di conoscenza che definiamo “matrice classica”.
Il canone antico
Introduzione
All’inizio dei tempi, scrive Norbert Elias, eravamo nudi ed indifesi e così non potevamo che affrontare con una forte carica emotiva ogni avvenimento che, secondo la nostra comprensione, poteva costituire per la nostra esistenza un fatto ostile o favorevole di grande importanza. Eravamo presi perciò nella trappola del “doppio legame”: più siamo coinvolti emotivamente, meno riusciamo a distaccarci razionalmente e quindi meno controlliamo la situazione, rimanendo in balìa degli eventi.
Il primo Canone si formò solo al termine di quel lunghissimo processo che ha condotto la nostra specie dalle lontane origini preistoriche alle grandi civiltà del mondo antico. Il libro esaminerà poi i 3 miti centrali del Canone Antico che corrispondono a 3 livelli della stratificazione rinvenibile nelle religioni antiche, in particolare in quella greca. Si tratta di 3 rappresentazioni collettive elaborate dall’umanità d’allora in risposta alle “3 inquietudini fondamentali”:
- Coscienza individuale
- Organizzazione sociale
- Produzione culturale
Esse sono considerate le massime vette dell’immaginazione sociologica antica!
La rivoluzione sociale di Eschilo
L’origine dell’umanità risale a ben prima della comparsa della nostra specie. Molte sono state le specie con caratteristiche distintamente umane prodottesi sul pianeta in seguito al processo denominato “ominazione” iniziato 6 milioni d’anni fa. I nostri più lontani progenitori arriveranno in Europa almeno 35.000 anni fa; è in questa epoca che risalgono i primi mattoni dell’immaginario sociologico che abbiamo chiamato “Canone Antico”.
Circa 10.000 anni fa iniziarono le pratiche agricole in quell’area geografica chiamata “mezzaluna fertile” e, di lì a qualche millennio, si diffusero in ogni angolo del mondo. Ad allora risale anche la prima rivoluzione sociale; consiste nello sviluppo contemporaneamente dell’agricoltura e della formazione delle prime città, le comunità iniziarono a crescere di dimensione e complessità e a diversificarsi l’una con l’altra così anche gli individui che ne facevano parte. Queste comunità erano fortemente olistiche cioè avevano un legame profondo con la terra come espressione di un immaginario fortemente matrilocale (= si credeva nella presenza di una grande dea della terra) accompagnato da un’organizzazione familiare matrilocale (centralità nella casa della donna anziana) e da una successione matrilineare di quella proprietà che, nel frattempo, si era costituita e sviluppata con la sedentarizzazione. Queste società erano inoltre meno differenziate nei generi e nei ruoli, forte era il prestigio della donna ed il valore simbolico del femminile. Questa società viene definita “Gilania o Matriarcato delle origini”.
Successivamente, seguì una serie di almeno 3 invasioni. Attraverso queste migrazioni si andò a sovrapporre lentamente uno strato culturale “patrifocale” che darà origine al “patriarcato antico”. Questi popoli erano semi-nomadi, guerrieri dediti all’allevamento con una cultura appunto “patrifocale” (la loro religione era “uranica” con divinità predominanti maschili sempre in lotta per il predominio), l’organizzazione sociale era “patrilineare” (= i figli erano attribuiti al maschio adulto che li riconosceva e la trasmissione dell’eredità seguiva questa linea) e “patrilocale” (= i coniugi si insediavano vicino al padre dello sposo).
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