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Prima di cominciare a pensare sul futuro, bisogna pensare futuro cioè sviluppare un pensiero

declinato al futuro; bisogna ripensare col senno di poi ripercorrendo una lunga storia all’indietro

(bisogna pensare al futuro guardando al passato ed in particolare ai miti)

“Innovazione e immaginazione sociologica”:

Agli albori della modernità, Petrarca si interroga sul perché temiamo le cose nuove e disprezziamo

le comuni ed infine risponde: “Riguardo alle prime, la mente impreparata si turba al loro improvviso

apparire; quanto alle seconde essa , con frequenti meditazioni, si è fabbricata come uno scudo che

cerca di opporre a tutte le difficoltà” (quindi le cose nuove ci spaventano perché non le conosciamo

ma da un lato ne siamo attratti perché non sono comuni).

Freud , a questo proposito ci viene in aiuto dicendo che: “il nuovo esige un dispendio psichico,

reca insicurezza e può trasformarsi in aspettativa angosciosa. Andrebbe studiata più nel dettaglio

La reazione psichica al nuovo perché, in determinate circostanze, si può riscontrare il

comportamento opposto: si può infatti riscontrare un’attrazione per tutto ciò che è nuovo, è proprio

la novità ad attrarre!”

Il nuovo un tempo poteva essere un valore in quanto tale , ora lo è solo in ambiti specifici

(scientifici). Cosa è successo? Si è esaurito un ciclo dell’immaginazione sociologica => il nuovo

oggi è sinonimo di limiti immaginativi. Sia che siamo outsider, sia che siamo insider nel campo

dell’innovazione mostriamo comunque difficoltà a coniugare vita ed innovazione.

Per comprendere l’innovazione dobbiamo inquadrarla letteralmente come produzione del nuovo

ovvero, come manifestazione della nostra capacità di produrre futuro. L’innovazione richiede

dunque un rinnovamento nel pensarla!

L’innovazione arriva nella nostra vita quotidiana generando reazioni emotive non univoche: paura,

spaesamento, risentimento, oppure uso smodato (moda). D'altronde l’innovazione è soprattutto

una sfida al senso comune ed al quotidiano!

Negli studi sull’opinione pubblica circa le nuove tecnologie non è dunque un caso che ci si imbatta

in posizioni che, solo in apparenza, sono le più varie sull’innovazione e la tecnologia. Dietro a tale

varietà di posizioni possiamo infatti sempre individuare due polarità sull’argomentazione

(Atteggiamenti come quelli indicati da Freud):

1) Attrazione => TECNOFRENIA

2) Repulsione => TECNOFOBIA

Non è detto che vi debba essere coerenza tra le posizioni che una persona assume verso

tecnologie diverso. Ponendo il problema in termini di tecnofrenia e tecno fobia, queste devono

essere intese come specifiche di una tecnologia o di un ambito della vita ed ammettere che si

possa provare attrazione accentuata per una tecnologia e contemporaneamente repulsione per

un’altra.

Sotto i due atteggiamenti scopriremo un mix di due tradizioni consolidate nei secoli:

1) Due Miti antichi (Gaia e Kronos) che oggi riemergono nel dibattito pubblico e che sono

identificabili nelle tecno fobie, un terzo è Athena fa da collante invece tra antichità e

modernità

2) Riduzionismo e narcisismo (sempre miti) che possono essere collegati alle tecnofrenie, un

terzo è il relativismo con funzioni riequilibratici.

Per capire meglio il dibattito, affrontiamo il caso delle biotecnologie. Dalle prime posizioni ogni

intervento sul genoma di un organismo può essere interpretato come una contaminazione

all’armonia naturale ovvero come una sorta di primo passo lungo un pendio scivoloso dove prevale

la paura di perdere il controllo su un intervento che viene visto come una violazione dell’intero

ordine naturale (tecno fobia). Dalle seconde posizioni troviamo una tendenza a sminuire il

significato dell’intervento vedendolo come un intervento standard essendo molto fiduciosi di averne

il controllo sulle conseguenze (tecnofrenia).

Sembra di assistere quindi ad una vera e propria guerra culturale, ciascuno con le sue ragioni e

con i suoi stereotipi ma in realtà non è detto che un’esaltazione della natura debba per forza

andare contro il paradigma scientifico e viceversa.

“Due culture, forse tre (la scienza sociale)”:

In effetti vi è contrapposizione in tutto il mondo occidentale tra cultura scientifica e cultura

tradizionale. Le due polarità sono storicamente accomunate dal non intendere le grandi

trasformazioni sociali in corso anzi, non se ne preoccupano. Inoltre è pericoloso avere due culture

che non possono o non sanno comunicare.

Forse, la soluzione che tenga insieme queste visioni è la scienza sociale definita da Snow come

“terza cultura” tuttavia la scienza sociale , nella sua storia recente, mostra di aver introiettato tale

dualismo immischiandosi nella contrapposizione fra sociologia e ricerca sociale.

L’oggetto del contendere è la contrapposizione fra un mondo della qualità che rivendica

l’irriducibile unicità ed un mondo della quantità che intende ridurre alla serialità, questi due mondi

hanno due immagini quindi contrapposte riguardo al progresso.

Questa opposizione si nota anche a livello storico tra due epoche contrapposte: Illuminismo e

Romanticismo.

“La conoscenza della sociologia”:

La scienza sociale è in grado di porsi come terza cultura? E’ in grado la sociologia di disinnescare

il conflitto fra le due culture grazie alle sue categorie concettuali?

Dobbiamo passare in rassegna alcune categorie concettuali messe a punto nell’ambito del

pensiero sociologico attorno alla conoscenza cioè la “Sociologia della conoscenza” (con notevoli

contributi dell’antropologia, della storia e della filosofia della scienza).

La “sociologia della conoscenza” si sviluppa nel corso del’900, un concetto importante fu quello di

MENTALITA’ => venne elaborato soprattutto dagli antropologi del’900 per caratterizzare intere

popolazioni soprattutto quelle primitive ma, tale concetto non è più accettato da tempo non

essendo in grado di tener conto né delle variazioni all’interno della popolazione né fra somiglianze

tra popolazioni differenze e neppure dei diversi atteggiamenti mostrati dalle medesime persone

verso temi diversi o verso il medesimo tema in tempi diversi.

Un ruolo decisivo nello sviluppo della disciplina fu svolto dall’opera di Karl Mann Heim, questi è

ben consapevole infatti che, diverse nozioni, derivate da opposti modi di pensare, coesistano nello

stesso pensatore. Questo legame è fondamento del suo relazionismo e viene di lì a breve messo a

fuoco da Robert King Merton nel saggio “Paradigma per la sociologia della conoscenza” => si

avvia con lui lo studio sistematico ed empirico delle relazioni fra base esistenziale e produzioni

mentali inaugurando così la sociologia della scienza.

Ludwik Fleck fa un passo avanti quando argomenta l’esistenza di “COMUNITA’ DI PENSIERO”=>

sono composte da gruppi di individui che si scambiano idee influenzandosi reciprocamente.

L’individuo ha però raramente coscienza di appartenervi e dunque si trova a condividere uno stile

di pensiero collettivo che gli sembra impensabile poter contraddire. Al di sotto di questo stile vi

sono poi delle “PROTOIDEE” più elementari.

Fu successivamente Thomas Kuhn a riprendere il lavoro di Fleck formulando il concetto di

“PARADIGMA” = qualcosa che oscilla fra l’interpretazione che gli scienziati si danno dei dati

sperimentali e la conoscenza tacita insita nei loro esperimenti e teorie, fra i modelli che la

formazioni fornisce loro per ispirar visi nella soluzione di problemi scientifici.

Michael Focault formula invece il concetto di “EPISTEME “ (conoscenza) e di “A PRIORI

STORICO”:individua due fratture storiche nella conoscenza(episteme): quella che inaugura l’età

classica e quella che inaugura la modernità. E’ convinto che in una cultura ed ad un momento

preciso non esiste che una sola episteme la quale definisce le condizioni di ogni sapere sia pratico

che teorico. Tuttavia il suo pensiero non fa capire a quale evento o a quale legge obbediscono le

mutazioni.

Il prof nel suo libro non utilizza tuttavia il termine “episteme” ma “CANONE” per distinguere due

approcci contrapposti che però rinviano ad una matrice comune => gli individui si orientano verso

un canone o verso l’altro in relazione alla loro posizione nel campo professionale e sociale, sotto

l’effetto di un’abitudine ad un punto di vista consolidata e difficile da smettere.

In conclusione, la tesi centrale di questo saggio è che: dietro alla contrapposizione

nell’immaginario contemporaneo dell’innovazione, vi siano delle idee madri attorno alle quali

ruotano gli elementi che vanno a costituire gli atteggiamenti ed i valori che motivano i

comportamenti e le prese di posizione => possono essere raggruppate in “canoni” che trovano una

stabilità perdurante nel tempo in quanto adeguati alle esigenze interne ed esterne della vita delle

persone.

Oggi siamo in presenza di due canoni:

1) CANONE ANTICO che emerse verso la prima metà del primo millennio a.C. durante l’era

assiale

2) CANONE MODERNO che è stato terminato solo nel 1800 andando ad esaurimento nel

corso del 1900

Canone = insieme di risposte a domande considerate esistenzialmente fondamentali, ineludibili e

auto evidenti . Queste domande costituiranno il fondo comune di conoscenza che definiamo

“matrice classica”.

“IL CANONE ANTICO”:

“Introduzione”:

All’inizio dei tempi, scrive Norbert Elias, eravamo nudi ed indifesi e così non potevamo che

affrontare con una forte carica emotiva ogni avvenimento che, secondo la nostra comprensione,

poteva costituire per la nostra esistenza un fatto ostile o favorevole di grande importanza. Eravamo

presi perciò nella trappola del “DOPPIO LEGAME” = più siamo coinvolti emotivamente, meno

riusciamo a distaccarci razionalmente e quindi meno controlliamo la situazione, rimanendo in balìa

degli eventi.

Il primo Canone si formò solo al termine di quel lunghissimo processo che ha condotto la nostra

specie dalle lontane origini preistoriche alle grandi civiltà del mondo antico.

Il libro esaminerà poi i 3 miti centrali del Canone Antico che corrispondo a 3 livelli della

stratificazione rinvenibile nelle religioni antiche, in particolare in quella greca. Si tratta di 3

rappresentazioni collettive elaborate dall’umanità d’allora in risposta alle “3 inquietudini

fondamentali”:

- Coscienza individuale

- Organizzazione sociale

- Produzione culturale

Esse sono consideratele massime vette dell’immaginazione sociologica antica!

“La rivoluzione sociale di Eschilo”:

L’origine dell’umanità risale a ben prima della comparsa della nostra specie. Molte sono state le

specie con caratteristiche distintamente umane prodottesi sul pianeta in seguito al processo

denominato “ominazione” iniziato 6 milioni d’anni fa. I nostri più lontani progenitori arriveranno in

Europa almeno 35.000 anni fa è in questa epoca che risalgono i primi mattoni dell’immaginario

sociologico che abbiamo chiamato “Canone Antico”.

Circa 10.000 anni fa iniziarono le pratiche agricole in quell’area geografica chiamata “mezzaluna

fertile” e , di lì a qualche millennio, si diffusero in ogni angolo del mondo.

Ad allora risale anche la PRIMA RIVOLUZIONE SOCIALE => consiste nello sviluppo

contemporaneamente dell’agricoltura e della formazione delle prime città, le comunità iniziarono a

crescere di dimensione e complessità e a diversificarsi l’una con l’altra così anche gli individui che

ne facevano parte. Queste comunità erano fortemente olistiche cioè avevano un legame profondo

con la terra come espressione di un immaginario fortemente matrilocale(= si credeva nella

presenza di una grande dea della terra ) accompagnato da un’organizzazione familiare matrilocale

(centralità nella casa della donna anziana) e da una successione matrilineare di quella proprietà

che, nel frattempo, si era costituita e sviluppata con la sedentalizzazione. Queste società erano

inoltre meno differenziate nei generi e nei ruoli, forte era il prestigio della donna ed il valore

simbolico del femminile. Questa società viene definita “Gilania o Matriarcato delle origini”.

Successivamente, seguì una serie di almeno 3 invasioni. Attraverso queste migrazioni si andò a

sovrapporre lentamente uno strato culturale “patrifocale” che darà origine al “patriarcato antico”.

Questi popoli erano semi-nomadi, guerrieri dediti all’allevamento con una cultura appunto

“patrifocale” (la loro religione era “uranica” con divinità predominanti maschili sempre in lotta per il

predominio), l’organizzazione sociale era “patrilineare” (= i figli erano attribuiti al maschio adulto

che li riconosceva e la trasmissione dell’eredità seguiva questa linea) e “patrilocale” (= i coniugi si

insediavano vicino al padre dello sposo).

Si produsse così una nuova cultura che dovette però fare i conti con la cultura del passato: non ci

fu né sostituzione né fusione omogenea ma una metabolizzazione di formazioni culturali differenti

in una nuova, nelle quali le precedenti sono ancora riconoscibili.

Si costituisce così l’identità individuale ed una identità comunitaria nuova. Inoltre, l’individuo dentro

la società acquisisce la capacità partecipativa.

Nascono di qui innovazioni sociali e culturali di portata universale come la polis greca e la filosofia

sistematica, la res publica ed il diritto romano.

In Grecia la coscienza individuale inizia a dispiegare i suoi frutti, il processo di civilizzazione sia

avvia nell’agorà pubblica e nel foro e prende anche avvio successivamente il ripensamento critico-

sistematico del pensiero mitico, dunque la distanza da esso.

La Grecia ci interessa particolarmente perché nella mitologia greca si riconoscono particolarmente

bene le tracce della sedimentazione storica. Infatti, la triade sociologica di individuo-specie sociale-

genere intellettuale raggiunge in Grecia il massimo dispiegamento nella filosofia. In particolare,

svettano nella mitologia greca 3 nuclei fondanti:

1) Fecondità = nascita in generale sia del cosmo che degli individui, circoscrivibile nella

grande cerchia simbolica Terra-Luna-Acque-Donna

2) Socialità = circoscrivibile nella cerchia simbolica Mondo-Tempo-Ordine-Legge

3) Conoscenza = circoscrivile nella cerchia simbolica Cielo-Sole-Occhio-Intelligenza

Sono proprio i miti greci a consentirci di delineare il Canone Antico che entra spesso in risonanza

di fronte all’innovazione => la Grecia è quindi il “luogo degli inizi”.

Fondamentale per comprendere i miti è capire il modo in cui i Greci credevano nei loro dei:

riconoscevano una presenza sovraumana sia nella natura che negli individui. Il mondo

sovraumano non era x loro superiore, cioè non trascendeva la sfera umana. Sono semplicemente

presenza che rappresentano potenze insite sia nella natura che nell’essere umane. Credere

significava quindi riconoscere cioè ammettere l’esistenza di qualcosa che si vede e non si vede,

che c’è e non c’è,ecc…. Nei monoteismi (come il nostro) invece credere non è riconoscere ma

confidare cioè “credere in” attraverso un Patto (il Credo).

In particolare, un’opera che ci interessa di questo periodo è l’ “Orestea” di Eschilo.

Vicenda:

Quando il Re Agamennone torna ad Argo dalla conquista di Troia, viene ucciso da sua moglie

Clitennestra e dal suo amante Egisto. Suo figlio Oreste, spinto da Apollo, lo vendica uccidendoli

entrambi. Il matricidio risveglia però le terribili Erinni (simbolo dell’ordine antico matriarcale) da loro

torpore. Solitamente, esse sonnecchiano in uno stato semicosciente ma quando vengono destate

emettono grida disarticolate e si avventano sulla vittima con una violenza primordiale. Una volta

risvegliate inseguono Oreste per punirlo dell’uccisione della madre. Giunte sul colle Aeropago di

Atene avrebbero avuto la meglio su di lui se non fosse intervenuta Athena (simbolo del nuovo

ordine sociale) a difenderlo => nasce quindi uno scontro tra vecchio ordine di stampo matriarcale

(simboleggiato dalle Erinni) e nuovo ordine di stampo patriarcale (simboleggiato da Athena).

Athena chiede a tutti i migliori ateniesi di costituire un tribunale civico per giudicare Oreste,

organizza un pubblico giudizio in cui lei e le Erinni espongono le loro ragioni contrapposte. Alla fine

i voti raccolti sono pari ma il voto di Athena è cruciale e permette di salvare Oreste. Inoltre, Athena

per placare le Erinni promette loro che, se non faranno del male ad Oreste, saranno ospitate nelle

cavità della terra come si suole con una dea antica”; loro accettano e si trasformano in Eumenidi

(benefattrici) così tutto finisce per il meglio.

Significato:

Pasolini spiega così il profondo significato politico di questo passo: “ in una società primitiva

dominano dei sentimenti che sono primordiali (Erinni), sempre pronti a stravolgere le vigenti

istituzioni ( monarchia di Agamennone), operanti sotto il segno uterino della madre, intesa come

forma inferiore e indifferente della natura. Ma contro tali sentimenti arcaici si erge la Ragione

(Athena) e li vince creando nuove istituzioni (assemblea, suffraggio). Tuttavia certi elementi del

mondo antico rimangono in quello moderno (es: angoscia esistenziale, fantasia).

Questo passo è fondamentale come testimonianza del processo che porta alla maturazione del

Canone Antico. In esso infatti ritroviamo gli elementi essenziali del mutamento sociale:

- Matriarcato delle origini (simboleggiato dalle Erinni) ascrittivo e caratterizzato da

un’eguaglianza universale cede il passo al patriarcato antico (simboleggiato da Athena che

nasce senza madre)

- La giustizia non sarà piu’amministrata dal responso degli dei ma dall’interpretazione che

certi uomini daranno della legge ricevuta da altri uomini

Primo passo verso la democrazia ateniese!!!

Nell’Orestea c’è quindi un’emancipazione storica: ci sono individui che svolgono funzioni chiave

per la vita collettiva (rappresentanti del maschile, del moderno) che combattono la violenza bruta,

l’istinto,eccc… (rappresentati del femminile, dell’antico) => l’ultimo esito del Canone Antico è quindi

la nascita dell’uomo moderno!!!!!

“Coscienza società cultura”

Ad uno sviluppo progressivo della coscienza individuale è possibile collegare uno sviluppo della

complessità sociale e della produzione culturale => non c’è uno sviluppo per gli individui, né uno

sviluppo per tutte le società ma solo uno compenetrazione di questi due => Psicogenesi (sviluppo

individuale) = sociogenesi (sviluppo delle società). Gli individui che incontreremo nel Canone

Antico sono quindi individui in via di sviluppo della loro coscienza invidi duale all’interno di

aggregati anch’essi in via di sviluppo civile.

Studiare i miti greci è quindi fondamentale perché in essi, attraverso gli archetipi, ritroviamo gli

stadi si sviluppo della coscienza individuale e quindi l’evoluzione del genere umano.

Nello strato primitivo del Canone Antico, la Terrava intesa come la principale materia di lavoro sia

manuale che simbolico, c’è un’unica grande divinità legata al femminile, alla ciclicità. Domina il

“sentimento oceanico”, si ritiene l’essere umano immerso letteralmente nella natura,nella terra.

L’individuo quindi in questa epoca non viene distinto dal resto, non può esserne diviso pena la sua

cessazione. L’individuo oscillava tra il sonno profondo e la consapevolezza di una vita animale

(non umana). Il primo passo in avanti si avrà grazie alla Luna che è il primo simbolo di coscienza,

di ragione in quanto insegno all’uomo il tempo della caccia e del raccolto, della fecondità, i ritmi

individuali e quelli sociali.

La grande Dea di quell’epoca è la “Grande Madre” personificata nella mitologia dalla Donna-in

quanto-Madre (mito di Gaia). Ovvero nella forma della “Dea Bianca” articolata in 3 potenze distinte

1) Dea vergine, selvaggia,fascinosa e combattiva (Artemide/Diana, Afrodite/Venere)

2) Dea imponente e bellicosa (Atena/Minerva)

3) Dea dell’oltretomba (Persefone/Proserpina)

Siamo in un’epoca dunque dove il ruolo centrale è il ruolo della donna=> cultura “matrilocale o

gilanica” (organizzazione familiare centrata sulla donna anziana). La società era organizzata

attorno ad una comunità templare guidata da una sacerdotessa, e un concilio di donne fungeva da

corpo governante.

In questa epoca nasce il mito di Gaia cioè il mito della “Grande Madre” sia diurna (signora della

fertilità, delle bestie e delle messi) sia notturna (signora della morte, del simbolismo tellurico e

acquatico). La Grande Madre sarebbe quindi la terra: entrambe sono infatti il principio della vita ma

anche delle emozioni e dei sentimenti.

Quindi, in quest epoca, la figura femminile è rappresentata simbolicamente da una divinità cui

sono ricondotte fertilità e tutte le forze della antura, sia creatrici che distruttrici  una Dea Trinitaria:

della nascita, della guerra e della morte.

Tuttavia, dal VII millennio a.C. la società diventa più complessa e quindi una sola Grande Dea non

è più sufficiente: Gaia si trasforma così in Grande Dea della vegetazione e dei raccolti cioè in

Demetra La Potentissima, dea della terra coltivata e non più semplicemente della terra feconda (è

iniziato il lavoro delle donne e e uomini reali!) Gaia inizia quindi a prendere diverse forme , divintà

particolari che non rappresentano più la Terra in generale ma la propria terra , luogo particolare di

cui diventano padrone e protettrici. => inizia un processo di decadimento della Magna mater che si

trasforma in materia.

Il legame fra madre e maternità permarrà ed il decadimento della prima si accompagnerà a quello

della seconda, progressivamente ridotta e svalutata fino a diventare il prodotto di una

degenerazione col Neo platonismo.

Nel volgere di pochi millenni, e comunque entro la fine del II millennio a.C., il potere simbolico

passa definitivamente dalle mani della Potnia a quelle del Pater. Daprima si avrà semplicemente

una versione maschilizzata di Gaia un gaster-padre generatore e divoratore, quello che siamo soliti

chiamare Padre naturale o Padre biologico, figura che ci arriverà come il mago e l’orco delle

favole. Successivamente questa figura verrà soppiantata dal Pater familias: maschio dominante

nella complessa cellula sociale denominata “familia”, dove a dominare non sono né il sesso né la

generazione ma il possesso privato e la rappresentanza pubblica esercitata da un cittadino

(ovviamente di un certo genere).

Dalla matrilocalità culturale, caratterizzata dal ciclo della fertilità tellurica, si passa dunque alla

patrilocalità uranica caratterizzata dapprima dal potere rappresentato dalla figura mitologica di

Kronos (tempo, ordine, legge). Questo sovrano magico e dispotico prelude però ad una nuova

figura di sovrano eroico personificato in Zeus, che dovrà riconquistarsi continuamente, attraverso

l’esercizio di un potere assoluto, qualificato da giustizia ed intelligenza, la sovranità fra gli dei prima

ancora che sugli uomini.

Kronos emerge faticosamente quale incerto contraltare di Gaia, conservandone molti tratti => è

egli stesso signore delle messi e della fertilità e però anche signore del tempo, rimanendo

caratterizzato da un ambiguo magismo e da una sessualità incerta. E’ dunque signore della terra

lavorata e dell’ordine temporale, il signore dello spazio-tempo socializzato.

Il mito di Kronos è ben noto e ben articolato: egli è il primo dei Re degli Dei, il primo politico astuto,

un mago capace di suscitare forze primordiali. I suoi figli escono dal grembo materno per entrare in

quello paterno. Kronos è il prototipo degli orchi delle fiabe, regnava sull’età dell’oro ed è anche il

prototipo del dio buono. Perciò è intrinsecamente ambiguo nella sua instabile individualità fra

dispotica presenza sociale e ancora immanente ordine naturalistico.

Per quanto riguarda la storia della coscienza, l’io lotta per affrancarsi dalla confusione antica e

viene rappresentato dall’eroe costretto per tutta la sua vita a lottare contro il drago.

Kronos è costretto ad essere un padre terribile e sospettoso, violento ma passeggero: terribile

perché sospettoso, violento perché è consapevole di essere caduco. Ecco dunque che Kronos è

ancora carico della potenza magica di Gaia ma, si intuisce che cederà la scienza ad un nuovo Dio

=> è da questa epoca che cominciano a distinguersi i primi due poteri: le figure politiche centrali

nella comunità diventano un capo religioso ed un capo guerriero. Stiamo uscendo dalla preistoria

ma siamo ancora sulle soglie di quella coscienza che abbiamo imparato a riconoscere nella storia,

e restiamo in attesa di un nesso della ragione. Il paradiso arcaico è ormai perduto, a causa della

responsabilizzazione individuale. Da qui inizia una nostalgia del paradiso per una perdita attribuita

all’autonomia individuale, alla conoscenza, alla civilizzazione poiché un peccato di matrice sociale

(emancipazione umana) potrà essere sanato soltanto attraverso una missione sociale, le

premesse sono già poste per un immaginario che concepirà l’ideologia del progresso ed il progetto

politico dello stato nazione.

Un terzo pilastro del Canone antico possiamo individuarlo in ATHENA: la dea che proteggerà la

città divenuta fulcro della civiltà occidentale. Essa non rappresenta solo l’intelligenza è

letteralmente l’estratto di Zeus, e il suo prodotto più astratto, il suo concentrato e la sua

sublimazione: la conoscenza.

Lo sviluppo della coscienza fu parallelo all’affermazione del patriarcato ed avvenne nella polis

greca a spese della capacità giuridica della donna che si ridusse progressivamente.

Mentre, a Roma, l’autonomia giuridica della donna riprese a crescere, si istituì infatti una sorta di

“senato delle donne”; è da questo secondo fulcro della civiltà antica che lo stesso concetto di

persona, cioè dell’individuo in quanto cosciente del proprio essere soggetto sociale, continuerà ad

evolversi anche in epoca storica, reclamando crescenti diritti.

Ogni rivoluzione scientifica ha comportato un superamento di dati di senso comune, come nei casi

eclatanti delle geometrie non euclidee, dell’evoluzionismo, della scoperta dell’incoscio,ecc la

consapevolizzazione progressiva, sia testimoniata sia stimolata dallo sviluppo teorico, è avvenuta

attraverso l’uso ripetuto, dunque l’abitudinizzazione, e attraverso l’applicazione del lavoro di altre

coscienze dunque la comunicazione.

Ancora oggi lo sviluppo storico della coscienza non deve apparire concluso, vi è un mondo intero

non coscienziale, innumerevoli sono le occasioni della vita quotidiana in cui non abbiamo piena

coscienza di quel che stiamo davvero facendo

I tre cardini dell’immaginazione sociologica antica che, vennero personificati nei 3 grandi miti

(Gaia, Kronos e Athena), simboleggiano sinteticamente una concezione olistica del mondo in cui

viviamo e dell’episteme (conoscenza). Possiamo anche vederli come le soluzioni istituzionali date

ai tre ambiti in cui gli essere umani sono particolarmente sensibili: pathos, ethos e logos.

Questi tre cardini sono:

1) Il bello inteso come armonia con la natura (Gaia)

2) Il bene come rispetto dell’ordine costituito nel tempo (Kronos)

3) Il vero come sguardo divino gettato sul mondo (Athena)

Siamo quindi giunto al simbolico consegnato ai miti Gaia, Kronos e Athena che circoscrivono

l’orizzonte dell’immaginario caratteristico dell’antichità: dalla più empatica armonia fra individui e

cosmo (Gaia), all’ordine di una tradizione dispotica che deve essere mantenuto affinchè l’umanità

non cada con esso (Kronos), ad una ragione dialogica che, appena scoperta, diventa senza alcuna

mediazione olimpica (Athena).

Le differenze tra percezione del rischio tecnologico degli esperti e dei non esperti, messa in luce

dalla ricerca degli ultimi 20 anni sulla percezione pubblica delle nuove tecnologie, possono essere

ricondotte ad un contrasto fra le sopravvivenze di questi miti antichi e il potrarsi di miti sviluppati

dalla modernità in relazione all’innovazione. Mentre gli esperti tendono a ridurla a livelli numerici di

rischio accettabile, eventualmente in bilanciamento con benefici prontamente quantificabili, gli altri

mostrano un orizzonte qualitativo che contiene fattori di portata culturale, sociale e psicologica =>

è proprio a questo proposito che si può rintracciare la presenza del Canone Antico

nell’immaginario contemporaneo.

“Pathos e armonia: la comunità nell’ipotesi-Gaia”

Nel Canone Antico la coscienza individuale da i primi vagiti: la percezione di se stessi sconta la

scarsa separazione fra il proprio mondo interiore ed il mondo esterno => troppa influente presenza

dell’immaginario di Gaia che sta a rappresentare l’ambigua culla-prigione che avvolge un individuo

ancora in lotta per essere in-dividus, tendendo a dilaniarlo cioè appunto a dividerlo.

L’immaginario di Gaia permane tutto oggi infatti riemerge nella società contemporanea tecnologica

in uno spettro di reazioni molto varie (es: quando sentiamo il richiamo ad un’armonia naturale).

L’inautentica vita prodotta dalla civilizzazione è anche ogni volta che riecheggiano i temi cari alla

corrente che definimmo “antiilluminismo” a volte velati da tecno fobie.

“Una non-filosofia arcadica della vita: il Pianeta Azzurro”

Con le sonde lanciate nello spazio, nel corso degli anni’60, l’umanità gettò per la prima volta uno

sguardo esterno sulla terra e la scoprì essere un Pianeta Azzurro. Grande fu l’impatto emotivo

sull’opinione pubblica e ne scaturì un’ondata ambientalista che si diffuse rapidamente. A due

scienziati si deve la reintroduzione esplicita nel XX secolo del richiamo a Gaia: Vladimir Vernadsky

e James Lovelock.

Vladimir Vernadsky  riprese il termine di “biosfera”per indicare quello strato particolare della

crosta terrestre permeato dalla vita; perciò concepiva il nostro pianeta come un organismo vivente.

James Lovelock  sostenne che il concetto di “madre terra” è una categoria dello spirito che

permane ancora nelle grandi religioni; parlò espressamente di una terra vivente, di un’entità a

dimensione di pianeta, di Gaia, la più grande creatura vivente sulla terra e , non solo di una mera

alternativa alla visione pessimistica che considera la natura come una forza primitiva da

conquistare e soggiogare.

Si inizia ad intravedere un ridimensionamento della nostra specie descritta che, pur descritta come

lo sviluppo più importante di Gaia, essa è però ormai solo un’esigua particella del mondo gaiano.

Per J.L. Bisogna riconciliarsi con l’ambiente naturale in un clima emozionante quasi religioso!

Col tempo questa idea diventa una vera e propria teoria: la “geofisiologia”  questa teoria parte

dall’idea per cui il tessuto degli organismi viventi che popolano la biosfera farebbe sì che la Terra, il

sistema intero si comporti come se fosse viva. Essa si attiverebbe per garantirsi un equilibrio

omeostatico nel quale tutti i singoli componenti mutano, ma il sistema (Gaia) si autoregola e lo

stato di equilibrio chimico-fisico complessivo permane inalterato garantendo il mantenimento delle

forme di vita  Gaia tende pertanto a diventare un organismo reale con tanto di ciclo vitale.

Scopriamo quindi una nidificazione concettuale molto antica. Inanzittutto vi è l’OLISMO per il quale

il tutto è maggiore della somma delle parti, il VITALISMO, lo SPIRITUALISMO che presume la non

riducibilità dei fenomeni della vita a quelli fisici ma piuttosto ad un unico principio vitale autonomo,

il TELEOLOGISMO che vede il mondo naturale organizzato in vista del perseguimento di fini

caratteristici di un’intenzionalità superiore. Tutti e tre questi concetti possono essere ricondotti ad

unitarietà in una concezione organicista della natura come di una madre, della terra come di un

pianeta vivente, come organi vitali di un solo irrepetibile organismo Gaia, appunto.

Bondi individua due principali famiglie di teorie gaiane:

1) Deboli tese a sottolineare e tematizzare gli interscambi fra ambiente e forme di vita ed in

questo contesto si pongono in evidenza sia la vita umana sia tutti i fenomeni co-evolutivi

2) Teorie che prendono alla lettera l’analogia organistica per il nostro Pianeta, considerando

Gaia un vero e proprio organismo unitario.

Potremmo riconoscere 4 varianti principali del mito di Gaia nell’immaginario contemporaneo:

1) COMPLESSISTICO-SPIRITUALISTA = è volta al recupero della complessità in generale in

una direzione spesso dalle forti connotazioni spiritualistiche

2) RELIGIOSA = fortemente connotata da un contrasto tra i nuovi teologi cristiani e sostenitori

di nuove forme di paganesimo. Tra i primi si condivide il tentativo di integrare istanze della

teologia della liberazione con quelle della difesa dell’ambiente passando attraverso il

recupero del mito antico all’interno di una teologia monoteista. Tra i neo-pagani è invece

esplicito il movimento fondato da Garner detto “religione wicka” tramite cui si vorrebbe

riallacciare alla religione della Dea Madre.

3) ECOFEMMINISTA = associa alle rivendicazioni emancipatorie delle donne quelle in un

sapere antico sulle interconnessioni fra tutto ciò che esiste occultato e misterioso,

alternativo a quello scientifico. Esponente di questo pensiero è Sheva.

4) ANTI-SPECISMO = ha come bersaglio la centralità della nostra specie, poiché si contesta

tanto il paradigma dell’eccezionalismo rispetto alle altre specie quanto l’esenzionalismo

umano ( responsabilità dell’uomo nei confronti delle altre specie).

“La Grande Disillusione: l’apocalisse tecnologica”

Col termine La grande disillusione possiamo denominare un secondo filone presenti in vasti

segmenti dell’opinione pubblica.

Serge Latouche scrive che: “il futuro radioso si basava sull’emancipazione del progresso. Nutrito

dall’umanesimo dei lumi, svezzato poi dal marxismo devo confessare di essere stato un vero

adoratore del progresso e poi è venuta l’ora delle disillusioni.”

Infatti, ad un certo punto la tecnologia fu dipinta come un nemico dell’umanità dalla reazione

dell’opinione pubblica alla crudeltà di massa dell’uso dei gas durante la 1° guerra mondiale. Se la

tecnica era diventata diabolica, non mancò il passo di investire della massima responsabilità la

civiltà medesima.

Nei riguardi di Gaia, scrive LoveLock, : “l’umanità deve dismettere l’ascia di guerra e rinnovare

quell’amore e quella empatia per la natura” => si diffuse lo spettro di una “carica apocalisse

ecologica” e sorse l’idea di riscattare la sottomissione della natura ed i valori vitali attraverso forme

contro culturali di medicina, pratiche orientali, regimi alimentari vegani. Alla società tecnologica

vennero quindi a contrapporsi comunità alternative.

Tuttavia nacque il grave rischio di contrapporre società valoriali a quella tecno scientifica; sorge

infatti oggi la sensazione di essere su un abisso: c’è chi sospetta della scienza fin dalla sua origine

svuotandola di ogni significato e valore.

Beck a questo proposito scrive che: “la scienza è diventata l’agente di una contaminazione globale

di uomo e natura cosicchè l’abbandono, il godimento immediato, il semplice essere così come si è

si sono infranti. E vengono offesi e risvegliati strati di una coscienza umana della natura che

scalzano e superano il dualismo di corpo e spirito, di natura e uomo. La fonte del pericolo non è

più l’ignoranza ma la conoscenza”.

Rifkin parla invece di “inquinamento genetico” cioè dell’ombra minacciosa dell’eugenetica sul

nostro futuro, della manipolazione delle future generazioni in un futuribile shopping center e così

conclude: “il secolo della biotecnologia apparterà agli scienziati che penseranno in termini di

sistemi, a quelli che considerano la biologia più come un processo che come una costruzione e

che vedono il gene, l’organismo , l’ecosistema e la biosfera come un organismo superintegrato in

cui la salute di ogni parte dipende dalla salute e dal benessere dell’intero sistema”.

Dentro questa visione olistica la tecnologia stona e finisce così per essere concepita in

contraddizione con la vita; le biotecnologie non potranno che apparire un ossimoro perché “bio”

(vita, natura vitale, accogliente ventre materno) ma essendo “tecno” c’è un’invasione

contaminatrice. Ecco quindi che esse divengono tecnologie di morte letteralmente

“necrotecnologie”. Questa critica dell’attuale assetto sociale si traduce in una critica radicale alla

tecnica!

“Una filosofia antisociale: il Cristianesimo”

L’immaginario di Gaia è anche un mito fondativo del sapere pubblico su temi fondamentali, quali

l’assetto della nostra biografia personale, delle interazioni che abbiamo con gli altri e del sapere

che tutti insieme produciamo.

Nella teoria sociale si definisce spesso un conflitto fra olismo metodologico ed individualismo

metodologico => sorge la questione esistenziale circa il primato da concedere nella teoria

sociologica all’individuo piuttosto che all’aggregato.

Hans Albert spiega che:

1) l’individualismo metodologico cerca di spiegare tutti i fenomeni col gioco combinato dei

comportamenti e delle disposizioni degli individui . Questo approccio presuppone

l’esistenza di un individuo a-sociale cioè una sorte di atomo sociale del quale la realtà

sociale sarebbe composta.

Non sembra spiegare come mai improvvisamente sorgano innovazioni concettuali, nuova

conoscenza, nuovo patrimonio simbolico, al di là dei semplici casi in cui ciò possa essere

ricondotto alla scoperta casuale od all’azione del genio.

Innovazione e creatività sono trattati come variabili esogene, come fenomeni della cui

spiegazione non ci occupa.

2) l’olismo metodologico: le varie formazioni sociali (gruppi, classi, associazioni) sono viste

come entità sui generis che obbediscono a regolarità proprie e non sono quindi spiegabili in

termini individualistici.

Presuppone che l’individuo sia irrilevante per la formazione e per il mutamento dell’assetto

sociale, poiché si trova inserito in un assetto già costruito che lo forgia e resta fuori dalla

portata della sua azione.

E’ tutto teso alla spiegazione del mantenimento dell’equilibrio funzionale del sistema

sociale così com’è.

Anche questa spiegazione non lascia spazio all’innovazione e perciò la estromette dal

campo d’indagine.

Un nuovo spunto ci viene riprendendo la contrapposizione di Tonnies tra comunità e società:

la comunità è quella del sangue, della terra, della patria spesso vista in analogia con la madre

quindi vicina all’immaginario di Gaia, esprime per l’autore una volontà nascosta nella vita

vegetativa, una perfetta unità delle volontà umane come stato originario o naturale mantenuto

attraverso la successione delle generazioni ed in particolare:

-nel rapporto tra madre/bambino

- nel rapporto tra uomo/donna come coniugi

- tra coloro che si riconoscono come fratelli/sorelle

Così la paternità affonda nella forma più pura l’idea di potere nel senso comunitario.

L’autore conduce quindi un’accurata sedimentazione del mondo simbolico patriarcale su quello

matriarcale. La Madre Terra viene trasferita nel mezzo della società patriarcalizzata,

trasfigurandosi nella patria. Questo passaggio chiave nella stratificazione dell’immaginario

sociologico è bene resa dal passaggio dalla dominanza del mito di Gaia a quella del mito di

Kronos. La comunità originaria ha il suo riferimento nel passato da cui proviene; è dunque una

comunità di provenienza, ovvero nel suo prolungamento forzato verso il futuro, una comunità di

destino.

Essa si contrappone alla società dei contratti stipulati nell’incontro tra volontà individuali arbitrarie

in merito ad obblighi futuri, che è una società di destinazione, seppure solo a breve termine,

ovvero nell’arco temporale in cui si mantengono in vita i contraenti.

Il mito di Gaia attraversa ideologie politiche contrapposte e ci aiuta a leggere tutto il XX secolo ben

oltre la contrapposizione fra reazionari e progressisti. A reclamare la centralità della terra troviamo

anche movimenti ecologisti ortodossi e fautori della “decrescita felice” in contrapposizione al

radicale capitalismo, inteso come sinonimo di modernità, progresso e crescita.

Dal punto di vista del mito di Gaia la tecnologia viene vista dietro lenti scure della negatività

mostrandone solo quegli aspetti che oggi siamo nella possibilità di contestare proprio grazie al

progresso ed alla crescita, i cui aspetti favorevoli per le libertà individuali ci possiamo permettere il

lusso di dare per scontati. Diviene lecito evocare termini quali “tecno fobie” ed “antiscienza”.

Ogni qualvolta l’individuo si sente incerto nel confronto/scontro con un’unità che tende a

fagocitarlo, reagisce rivendicando la propria autonomia, il proprio campo d’azione , la propria

giurisdizione.

In uscita dal simbolico di Gaia, l’esperienza non è più confusamente empatica con la natura, pur

non essendo ancora quella propria di un individuo solitario => siamo ai primi ed incerti passi del

processo storico di individuazione, alle prime luci di quel percorso che poterà alla civiltà delle

buone maniere. Tutta la modernità sarà leggibile come la definitiva fuoriuscita da Gaia, liberando le

forze simboliche della scienza e dell’arte, della mente collettiva e del corpo individuale, della

creatività e dell’emozione.

“NOMOS e KRONOS: IL PENDIO SCIVOLOSO DELLA TECNOFOBIA”

Kronos è un mito nuovo, nuovo e dunque instabile, rigido per insicurezza nel tentativo di affermarsi

in un humus ancora intriso di femminismo. Siamo in un mito ancora arcaico.

Il patriarcato primordiale si sovrappone alla cultura matrilocale, spostandola dietro le quinte senza

mai rimuoverla; iniziando a porre le basi per un mondo simbolico resistente per molti millenni.

Kronos è il tempo, ovvero l’esperienza che gli antichi ne avevano, con tutti i risvolti di costrutto

sociale => prende valore il tempo umano, ed in particolare il tempo passato, l’unico visibile, l’unico

di cui abbiamo traccia. E con esso gli accadimenti umani che permangono nella storia e dunque

inizia la storia e la storiografia: diventano importanti le tradizioni e l’ordinamento.

Kronos si mostra ancora un tempo ciclico ed ereditato dall’immaginario di Gaia. E il primo ciclo,

dopo quello della terra, è quello dell’essere umano => dunque esso è un tempo dell’ordine di

grandezza di una vita umana e, come tutti gli assetti che per l’individuo durano così tanto, è detto

“cronico”.

“L’incubo del futuro dietro le spalle”

Il nuovo ordine sociale dopo essersi instaurato ha come primo impegno gravoso quello di reggersi,

resistendo ai ritorni dell’ordine precedente e acquisendo a valore in quanto capace di resistere,

diventare quel che permane, nuova trazione, ciò che riesce a divenire antico.

È solo con la modernità che ciò che scalza l’antico acquisirà valore, che nuovo (moderno)

diventerà elogio positivo in quanto tale. Appena innescato il cambiamento sociale, il tempo diviene

però un esperienza che si impone drammaticamente: ci dà vita, ma allo stesso tempo ci divora.

Infatti, era il tempo a consumare gli antichi che potevano solo cercare di oziare, illudendosi di

sospendere il flusso quotidiano del tempo. I moderni invece si metteranno a consumare

freneticamente il tempo, con il loro caratteristico continuo negoziare economicamente e

politicamente, materialmente e simbolicamente, comunicativamente e intellettualmente. A questo

ribaltamento tipico della modernità seguirà anche quello del posizionamento spaziale del tempo.

Gli antichi infatti, avevano davanti ai loro occhi un passato pieno delle gesta eroiche dei loro avi,

mentre il futuro se lo sentivano alle spalle costantemente incombente.

Seneca esprime cosi questa visione: “è proprio misera l’anima inquieta per il futuro e infelice prima

che l’infelicità arrivi, angosciata che i beni di cui gode non durino fino alla morte; non troverà mai

pace e nell’attesa del futuro perderà i beni presenti di cui avrebbe potuto godere. Il dolore per la

perdita di un bene e il timore di perderlo sono sentimenti sullo stesso piano. In questa vita incerta e

agitata c’è una solo soluzione: disprezzare il futuro”.

Il tempo era quindi nemico dell’umanità perché consumava gli individui. Ma le era nemico anche

perché la sospingeva lungo un pendio scivoloso non appena provava a cambiare l’assetto

precedentemente instaurato: il cambiamento era solo corruzione.

Solo i moderni iniziarono a ribaltare la situazione, ponendosi a petto del futuro, sfidandolo e

gettando il passato dietro le proprie spalle, pur conservando un rispetto per gli antichi, ma

comunque solo per avere l’opportunità di saltargli sulle spalle e poter così guardare più lontano di

loro  cosi facendo ridimensionarono il tempo, riconducendolo al loro infinitesimo istante di gloria.

Non solo dunque per gli antichi il tempo passato ha valore, ma è esso a costituire ciò che ha

valore: è di per se valore.

Nel mondo antico non c’è idea di progresso, la storia viene rappresentata circolarmente o diventa

inevitabilmente una caduta, un pendio inesorabile scivoloso. Alla valorizzazione del passato, delle

tradizioni patrie-paternalistiche, si associa ancora oggi l’immagine di un pendio scivoloso verso

l’abisso, palese in tanti dibattiti sulla bioetica contemporanea.

“La sindrome del pendio scivoloso”

Nel mondo simbolico di Gaia ira e odio erano senza tempo ora, nel mondo simbolico di Kronos

sono diventati storici collegati al tempo e dalla rottura dell’ordine costituito e al progresso. Ira e

odio dunque hanno ora un origine ricostruibile, una causa: la sfida alla legge del padre. L’origine di

questa sindrome dunque non è morale , ma sociale e la minaccia va ricondotta alla precarietà

dell’individuo di fronte alle pressioni della socialità.

Il pericolo sentito è quello di essere travolti dall’interagire con altri che siano soggetti sociali come

noi o ancora di più e precipitare così in un cambiamento sociale oggettivo, non progettato: socialità

vuol dire infatti partecipazione a processi di cambiamento reciproco e in questo senso anche

comunicativi.

Quella del pendio scivoloso è una metafora tipica ogni qual volta assistiamo a un’accelerazione del

cambiamento (esempio: è stata usata negli anni 70 per riferirsi alla pillola anticoncezionale e

all’aborto, oppure oggi in riferimento al testamento biologico).

Nell’immaginario caratterizzato dal mito di Kronos l’individuo che violerà tale ordine sociale della

consuetudine (nomos), uscendo dal posto assegnatoli, provocherà una caduta dal tempo

dell’ordine al disordine generalizzato  saranno i moderni a ribaltare questa sindrome, mettendosi

nella posizione di chi trasgredisce, di chi si chiama fuori dall’ordine esistente o addirittura lo

sovverte.

Ricordando la sua contiguità con il mito di Gaia e l’identificazione con quello di Saturno, se

rinveniamo questo mito fuori dall’antichità, ci troviamo di fronte ad una forma di atavismo. Il Nomos


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DETTAGLI
Esame: Sociologia
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher beatrice.cirla di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Cerroni Andrea.

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