Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Ancora D. chiarisce che, non si può parlare di suicidio, ma di tipi diversi di suicidio.E vede forme in

cui si combinano i tre tipi insieme.

“Sono innumerevoli le circostanze che sembrano essere le cause del suicidio perché lo

accompagnano molto frequentemente; gli avvenimenti più diversi e contraddittori della vita

possono essere pretesto al suicidio”.

Solo una spiegazione sociale può mettere ordine in tutti questi casi.

Cerca inoltre di vedere altri contesti in cui il suicidio si manifesta: esaminerà, ad esempio, il

rapporto fra omicidio e suicidio, trovando che dove il primo è molto sviluppato, il secondo si

verifica in misura minore.

Ma anche qui occorre distinguere .

Quando prevale il suicidio egoistico, l’omicidio diminuisce, ma quando si tratta di suicidi

altruistici questi sono indipendenti dal numero di omicidi.

Infine, in quello anomico esiste un’ambiguità fra i due, e spesso il suicidio segue un omicidio

effettuato, o il suicidio avviene dopo un mancato omicidio.

Nelle società attuali sono presenti soprattutto il suicidio egoistico e quello anomico, spesso anche a

causa di una netta divisione del lavoro.

(A questo punto sarebbe per lui coerente affermare che è proprio la società industriale, e in essa la

divisione estrema del lavoro, a creare profonde deformazioni della società), ma dirotta e constata

che “non vi è società conosciuta in cui sotto varie forme non si osservi una maggiore o minore

criminalità”. “Dunque dobbiamo dire che il delitto è necessario, che non può non esistere e che

l’organizzazione sociale lo implica logicamente : e quindi è normale”. Difronte a questa

constatazione D. contrappone solo il problema della necessità delle pene, perché altrimenti si

stimolerebbe la criminalità, sbilanciando così il grado di intensità.

Ma qual’è il grado normale di delitti e suicidi?

L’autore considera solo che “il suicidio è un tributo alla civiltà”, una valvola di sfogo all’anomia.

L’unica soluzione che lui propone, è quella di una società basata sulle corporazioni professionali,

in grado di stabilire una ferma moralità e solidarietà, tale da abbassare i casi di suicidio egoistico,

eliminare quelli del caso altruistico e riassorbire le contraddizioni che creano quello anomico.

5.Il suicidio e la psicoanalisi

“Fin l’anno 1930,in Francia non era possibile per un sociologo citare il nome di Freud” afferma

Monnerot, per questo resta una separazione fra lo studio sociale del suicidio e lo studio

psicanalitico.

Tuttavia si possono ravvisare osservazioni di D. valide anche alla verifica Freudiana.

Freud ritiene che il suicidio sia un omicidio mancato, opinione molto vicina a quella di D. sul

suicidio anomico.

Nell’anomia un uomo infatti si uccide spesso rivolgendo contro sé l’aggressività che aveva

accumulato contro gli altri.

La psicoanalisi va oltre e ritiene che anche il suicidio del depresso sia un omicidio mancato.

E’ possibile interpretare così dunque il suicidio egoistico di D., come un eccesso di individualismo

che porta ad una carenza di integrazione e da cui quindi nasce l’aggressività verso gli altri che lo

hanno abbandonato.

Tuttavia anziché muoverla verso gli altri, l’uomo in tale stato svilupperà un forte senso di colpa e

rivolgerà questa aggressività verso se stesso.

Ma Franco Fornari chiarisce che in linea generale per la psicoanalisi il suicidio non esiste, e il suo

paradosso è proprio quello di essere una negazione della morte. Ci si suicida ad esempio per

imitazione e insieme per partecipazione emotiva. (Es. delle ragazze di Mileto).

Chiarisce Fornari che il suicida, sul piano cosciente sembra voler negare il proprio rapporto con il

mondo, ma nell’inconscio, in realtà lo ricerca in modo disperato. Egli è un escluso che tenta di

affermare la propria presenza, di riappropriarsi dell’oggetto d’amore che non aveva raggiunto in

vita.

Ma nel fare questo egli si propone di creare un lutto verso gli altri, cioè di scaricare la propria morte

all’esterno, sulle spalle altrui.

Il suo gesto è un omicidio illusorio sugli altri, colpiti dalla sua morte.

Discordanti da D. gli psicanalisti affermano che il suicidio non è un gesto decisionale razionale

bensì il gesto di un uomo disturbato, non normale.

Oltre la psicoanalisi del suicidio

Oltre al caso delle ragazze di Mileto si potrà ricordare di come Virgilio nell’Eneide riesca ad

anticipare l’interpretazione psicoanalitica moderna.

Nell’Antinferno, Virgilio colloca anche i suicidi che non sono paghi dell’essersi tolti la vita, ma, al

contrario che sarebbero disposti a tornarvi ad ogni costo. Ma lo Stige lo vieta.

Dunque V. non attribuisce ai suicidi la volontà di uccidersi o di accettare un aldilà senza sofferenze,

ma il desiderio di una vita anche peggiore della precedente una volta verificata realmente la morte.

Un’altro fatto offertoci dall’epoca classica è quello del suicidio di massa degli Zeloti per non cadere

vittime dei Romani.

Nelle parole del capo Zelota si troverà il netto capovolgimento di vita con morte e viceversa.

Anche il Cristo scambia vita con morte e morte con vita, e sarà proprio la morte nella falsa vita che

consentirà la resurrezione nella vera.

In linea generale tutte le religioni che postulano la vanità della vita terrestre e la verità della vita

ultraterrestre creano situazioni di suicidio immediato o suicidio differito.

Il suicidio immediato è quello della autofferta di se stesso come capro espiatorio, come martire, (D.

lo definisce suicidio altruistico eroico).

Il suicidio differito è quello del sacrificare la propria vita umana attraverso la rinuncia, le sofferenze,

la clausura, la denutrizione, per ottenere una seconda vita nella pienezza paradisiaca.

Si può concludere affermando che la pratica di suicidi con ideologie religiose corrisponde a

momenti storici di forte disagio e di forti tensioni disgregatrici del tessuto sociale in cui una

seconda vita immaginaria viene vista come l’unica speranza.

Ed il fatto che queste due forme di suicidio vengano praticate in piccoli gruppi o in piccole

comunità, non toglie nulla al fatto che tali gruppi trovino la loro aggregazione per il fine di

annullarsi difronte ad un mondo verso il quale essi sono anomici, disgregati.

Le verifiche moderne della teoria di D. sul suicidio

Sono numerose e va premesso che in ogni caso le statistiche sul fenomeno sono state incerte in

molti casi per occultamento.

In ogni caso i risultati di D. vengono nel complesso confermati.

Ad es., nei paesi sviluppati sono ancora gli uomini ad uccidersi più delle donne, gli anziani più che

i giovani, anche se questi ultimi hanno più tentati suicidi. E’ smentita l’affermazione che la miseria

protegge, i salariati agricoli si uccidono di più dei liberi professionisti a tutte le età.

Tutto ciò può essere legato alle trasformazioni della società.

Nel tempo del benessere e dell’intensità della vita urbana, essere un salariato agricolo vuol dire

essere un emarginato, un isolato.

Invece a cavallo fra l’800 e il ‘900 era motivo di forte coesione con le altre masse rurali.Il fenomeno

dell’isolamento si è capovolto.

Tuttavia la città, oggi presenta larghi fenomeni di desocializzazione.

Fra gli aggiornamenti, gli studi di cronobiologia, (De Maio) che ci dicono come il suicidio abbia

dei cicli annuali, con preferenza nei giorni centrali della settimana e nelle ore diurne, fra le 17 e le

18, come D. aveva approssimativamente accertato.

La novità è nel fatto che De Maio pensa che in quei periodi esista una minore sensibilità ai

comandi del codice genetico del non uccidere e del non uccidersi che può provocare più facilmente

la crisi.

In ogni caso la legge durkheniana sulla proporzionalità diretta fra suicidio ed isolamento sociale è

resistita a tutte le obbiezioni, se mai è stata ampliata.

Uno dei maggiori studiosi che hanno tentato di ampliare D. ,Chenasis, offre divisione in tre grandi

categorie di forme di violenza :

La distruzione di altri (l’omicidio, la pena di morte, la tortura...)

L’autodistruzione di sé (il suicidio, le droghe, uso di mezzi mortali...)

Le due distruzioni insieme (il terrorismo politico, le guerre...)

Da questi scenari terribili emerge che la violenza, in ogni sua forma, è sempre legata al contesto

culturale, cioè all’uomo artificiale ed alla società artificiale, non all’uomo ed alle sue origini

naturali.

Approfondendo il secondo tipo, l’autodistruzione di sé, vediamo come già D. aveva strappato, alla

fine dell’800, al suicidio il velo romantico di un atto rivendicativo di libertà, di amore, secondo la

linea che va da Goethe e da Shiller fino a Tolstoj.

Valutato nell’antichità classica come atto eroico o sublime (Socrate, Catone, Seneca) o come

rivendicazione di libertà suprema, il suicidio fu considerato una grave colpa dal cristianesimo, un

offesa a Dio, l’unico che può dare e togliere la vita.

Furono gli illuministi a rivendicare il diritto dell’uomo di disporre della propria vita e scesero in

campo per questo : Montesquieu, Voltaire, Rousseau.

Solo nel 1810 in Francia sarà abolita la condanna del suicida.

Hegel ribadisce che la facoltà al suicidio è ciò che determina all’uomo di essere o di non-essere.

Ma forse la “liberalizzazione” del suicidio è stata un danno dal momento che rispetto all’epoca

della Chiesa medievale vi è stato un forte aumento di morti.

Oggi con le spiegazioni della sociologia e della psicoanalisi, che il suicidio dipende da un eccesso

di solitudine, da una propria socialità distorta, dal non saper reggere gli alti e bassi economici ,

dalla speranza illusoria di avere una seconda vita immaginaria che compensi le carenze della

prima...si cerca di dar luogo ad una prevenzione rispetto al fenomeno.

Il suicidio, in definitiva, si basa su un capovolgimento del senso della vita e della morte.

Si potrebbe dire che il suicida vorrebbe togliersi il dolore di una prima vita per averne una seconda

senza dolore.

Ma l’uomo non dispone di una vita di ricambio.

Ma si deve sottolineare che i più colpiti sono gli elementi più deboli di una società. (La sequenza

è : Ungheria, Germania est, Finlandia, Austria...).

L’isolamento è il maggior pericolo.

Non risulta verificata la relazione fra suicidi ed omicidi, ma ciò non smentisce che

psicologicamente il suicidio si possa considerare un omicidio mancato.

7.Analisi del suicidio su tre livelli

Dalle interpretazioni di D. fino ad oggi, si può affermare che il fenomeno del suicidio può essere

interpretato solo su tre livelli contemporaneamente:

Sovrastrutturale (ideologie, religioni...)

Strutturale (appartenenza a classi, gruppi, cicli economici...)

Sottostrutturale (situazioni psichiche individuali e collettive)

Proprio tale esame a tre dimensioni, correlate tra di loro, potrebbe dare molte indicazioni sia per le

epidemie che per i casi singoli di suicidio.

Ad es. per un uomo si possono individuare quali erano le sue ideologie e quelle del suo gruppo

(liv.sovrastrutturale) ; quali le sue condizioni economiche e sociali e quelle del suo ambiente

(liv.strutturale); e infine le sue tensioni psichiche correlate a quelle collettive (liv.sottostrutturale).

Tutto ciò costringe ad esaminare i “contesti” del suicidio, facilitando così anche i criteri per la

prevenzione.

Dopo D. che scontava il suicidio come un anomia immodificabile di ogni società, oggi l’elemento

preminente è considerare il suicidio come un fatto sventabile attraverso una presa di coscienza,

un’analisi profonda ed una modificazione dei rapporti economici e sociali.

Malraux afferma, che “se ci si uccide soltanto per esistere”resta compito della società di offrire ai

suoi membri una vita reale accettabile senza che nessuno debba avere il bisogno di trovare un

altrove inesistente.

E’ corretto aggiungere che il tasso dei suicidi, sì è indice di cattivi funzionamenti sociali, ma non

può affermare la supremazia di una società su di un’altra.

La presenza del suicidio, indicando sempre gravi disfunzionamenti all’interno di una società, ha

bisogno di non esser più giustificato in chiave romantica o misterica come di recente per C.Pavese,

P.Levi.

In linea generale il suicidio come fantasticazione di una seconda vita migliore della prima può

essere considerato un caso particolare di tutte le concezioni religiose che spregiano la vita terrestre.

Ma mentre le religioni affermano che il “ponte” fra la vita terrestre e quella ultramondana sia la vita

stessa, il suicida ritiene che esso siala morte medesima, vista come scorciatoia; per far questo egli

però deve sentirsi diverso dalla massima parte degli uomini e deve vedere i valori essenziali

rovesciati.Proprio lo scambio simbolico fra morte e vita, e vita e morte, consente al suicida di vivere

la fine come il principio.

La società, come dice D. deve capire, intervenire e prevenire.

Se il suicidio avviene per mancanza di integrazione sociale dell’individuo, è la società stessa che ne

rappresenta l’assenza, la disumanità,l’incapacità di partecipazione.Non è l’individuo assente

rispetto alla società, è lei che è assente rispetto ai suoi membri più deboli.

Infine resta da dire che il suicidio, nonostante tutte le sue interpretazioni resta un atto violento e

seguendo Freud, un atto violento su di sé, non riuscendo ad attuarsi contro tutta la società;

altrimenti al suo posto si avrebbero tutti omicidi.Quindi l’indice dei suicidi e dei tentativi, è un

indice di aggressività omicida.

8.Suicidio, violenza e potere

Il suicidio allora non sarebbe che un “fatto sociale” di una interpretazione generale

dell’aggressività umana.

Ma come un essere umano arriva ad uccidersi ?

E’ noto che il codice genetico vieta a tutti gli esseri umani di uccidere

dentro la propria specie, per non indebolirla, senza distinzioni

fra omicidio e suicidio.

Si uccide entro la specie umana solo quando si riesce a considerare l’altro o se stessi come

diverso da un uomo, meno di un uomo, non uomo.

Come Marx e Durkheim hanno dimostrato, l’uomo è un essere sociale; egli è i suoi rapporti

sociali dentro l’intera sua specie.

Quando un uomo perde i suoi rapporti sociali, si svuota di umanità, o aggredisce e uccide, o si

annulla, arrivando in entrambe i casi alla “morte civile”.

Nel caso del suicidio, egli potenzialmente era già civilmente morto prima di uccidersi.

Il potenziale suicida si vede diverso ,un non essere sociale,un non-uomo. Di qui la sua possibilità

di ottenere la “licenza di uccidersi”,aggirando il divieto del codice genetico.

Il potenziale suicida, soffrendo per la sua morte civile, scarta l’ipotesi di rivalsa concreta e

proietta la colpa del suo stato sulla società, la comunità o il gruppo che lo hanno

cancellato,condannandolo a morte.Di qui il suo desiderio di devastazione.

Non potendo però uccidere l’intera società, o provando colpa per il suo desiderio omicida

(Freud), tende a rivolgere l’arma contro se stesso.

Egli potrà capovolgere il suo senso di colpa in quello che la società dovra provare per la sua


PAGINE

10

PESO

131.35 KB

AUTORE

luca d.

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Sociologia Generale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Il Suicidio, Guiducci. Analisi dei seguenti argomenti: il suicidio, la sociologia generale di Durkheim, la divisione sociale del lavoro, divisione del lavoro come divisione sociale, la divisione in classi che collaborano.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea triennale in Giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luca d. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pegaso - Unipegaso o del prof Iannaccone Simona.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!