La sociologia generale di Émile Durkheim
È indispensabile, per comprendere a fondo gli studi di Durkheim, conoscere le linee essenziali delle sue concezioni nel contesto storico in cui ha operato. Émile Durkheim (1859-1917) è uno di quei pensatori che si trova all'incrocio di molte tensioni sociali e ideali. Dopo la sconfitta della Comune di Parigi, dopo la sconfitta con la Prussia, nella ricerca di un nuovo ordine durante la Terza Repubblica.
Le forme elementari della vita religiosa
Nella sua opera "Le forme elementari della vita religiosa" si può intravedere come per Durkheim Dio diventi minuscolo, ma non più il Dio incarnato nell'individuo come nel pensiero laico degli Illuministi, bensì l'incarnazione avviene nella società, la quale arriva ad assumere una posizione maiuscola. Durkheim, pur criticando spesso Comte e Spencer, prenderà dal primo il moralismo, dal secondo i concetti di evoluzione storica e di solidarietà organica. Troverà inoltre numerosi spunti da altri pensatori e sociologi del suo tempo (Quetelet, Tarde, Bergson, Sorel).
Proprio per questo il pensiero di Durkheim si può dire riassuntivo di un'epoca, lui che aveva studiato scrupolosamente anche Renouvier, soprattutto nel dualismo della natura umana e le sue condizioni sociali. Durkheim privilegia il sociale. Il sociale ha certo origine dalle vicende dell'individuale, ma dopo acquista leggi proprie a livello superiore. L'individuo entra in società, facendo violenza sulla sua natura, subendo dunque una coercizione dall'esterno.
La necessità della coercizione sociale
Per Durkheim il problema è di dimostrare la necessità di tale coercizione, di legittimarla. Il compito della sociologia è di osservare questi problemi ed offrire una soluzione stabilizzatrice. Egli non dà come facilmente acquisibile l'individuale nel sociale. Quello che lui descrive è un "Homo Duplex": un uomo che si muove tra due poli opposti, la sua natura individuale o profana, e la sua natura sociale o sacra. Come aveva osservato Gustave Le Bon, la coscienza dell'uomo come individuo è diversa da quella dello stesso in quanto membro di un organismo collettivo. Le Bon aveva osservato che il comportamento collettivo può essere migliore, ma spesso peggiore di quello individuale. Durkheim ritiene, invece, che la società possa rendere i comportamenti collettivi migliori nella massima parte dei casi, purché la stessa società intervenga attivamente.
Anche essendo "l'organo di un organismo", l’uomo è nettamente inferiore. Solo una costrizione esterna può portarlo ad un piano più elevato, ma una costrizione intesa come fatto costruttivo che riesca a liberarlo dalla casualità. Ma il nostro dovere è quello di essere compiuti e completi, o al contrario essere la parte di un tutto?
La divisione sociale del lavoro
La divisione del lavoro non è per Durkheim come quella tecnica di Smith, per Durkheim è la divisione sociale; la divisione in classi che collaborano tra loro. Il singolo non può essere autonomo in una società con molte specializzazioni come quella attuale, bisogna attuare l'unione dei singoli. La macchina della società è indispensabile alla loro unità, anche a prezzo di numerose difficoltà. Ma il "contratto" si esercita in un regime di disuguaglianza fra la società che produce una costrizione e l'individuo. Compito della società dovrebbe essere quello di livellare le disuguaglianze naturali in un'eguaglianza artificiale (sociale) in cui a tutti è dato di partecipare alla conduzione della stessa in eguale misura e spontaneamente.
Durkheim spiega il concetto di divisione del lavoro con l'esempio delle antiche società, che erano omogenee poiché fondate su una religiosità di gruppo. Ma le società moderne sono basate sulla specializzazione, e in esse prevale una religione dell'individuo. La divisione del lavoro cova dentro di sé, una possibile disgregazione sociale. L'autore pensa dunque ad una divisione non solo di natura tecnica, ma basata su una morale collettiva. Proprio l'estrema divisione del lavoro, a cui corrisponde la massima divisione in classi, dovrebbe portare non al conflitto, ma alla massima solidarietà fra disuguali. Durkheim dunque mette in luce un problema che Marx aveva sottovalutato, per il quale era possibile risolvere il problema della divisione delle classi solo abolendo la proprietà privata.
Numerose critiche sono state mosse a Durkheim, ad esempio il sociologo A. Pizzorno afferma che la solidarietà può verificarsi, ma solo secondo le varie classi, e che la solidarietà può avvenire solo tra eguali e cioè fra appartenenti ai diversi livelli. Dunque fra i vari gruppi, solidali all'interno, si creeranno conflitti esterni di classe.
La folle corsa e l'“anomia”
Durkheim tenta di dimostrare che il crescere della divisione del lavoro, rendendo ognuno dipendente da altri, aumenta la solidarietà. Questa solidarietà diventa il fine morale della società. Ma per acquistare la nuova forza sociale occorrono nuove istituzioni, che possono essere date da un sistema basato sulle professioni, o meglio su corporazioni di professioni. Per Durkheim occorre "cercare nel passato i germi di vita nuova che esso conserva e di sollecitarne lo sviluppo."
Dentro queste corporazioni vi stanno dirigenti e diretti, che non preoccupano Durkheim dal momento che pensa che le ineguaglianze provochino una dinamica sociale per il raggiungimento di livelli superiori. Ma Durkheim si rende conto che questa dinamica sociale sta provocando una "folle corsa", legata solo all'espansione produttiva e all'estensione del mercato. Invece per Durkheim il fine deve essere quello di un godimento collettivo. I desideri illimitati sono insaziabili e come tali possono essere definiti morbosi, determinano una sete inestinguibile che condanna ad uno stato di perenne scontentezza. La riforma che propone è solo quella della limitazione delle passioni, attuabile solo dalla società (avente funzione moderatrice) di cui l'individuo ne accetta l'autorità.
Ma chi stabilirà i livelli da raggiungere e le varie remunerazioni? Secondo Durkheim esiste un "oscuro senso" che si può occupare di ciò, compiendo una regolamentazione in grado di armonizzare il tutto. Approda alla codificazione dei dislivelli, sociali ed economici, ritorna sulla necessità della coercizione sociale in grado di eliminare i conflitti. A tal proposito sarà espresso il concetto di "anomia": "lo stato di non regolamento si rafforza perché le passioni sono meno disciplinate proprio quando bisognose di una più forte disciplina". Proprio la coercizione, la moralità e l'anima collettiva potranno diminuire le anomie e comporre i contrasti.
Eppur vero che esiste però una sfera della vita sociale dove questa è allo stato cronico, ed è il mondo del commercio e dell'industria. L'economia industriale è lanciata in una corsa senza fine, una critica che sembra poter anticipare quella moderna di W. Mills. Durkheim infine, invece di trarre delle deduzioni da questo ragionamento, parla ancora delle corporazioni, in grado di disciplinare i salari, la stessa produzione, e addirittura a regolare i bisogni. Dunque è a questo che bisogna tornare.
Il sociale come natura quasi metafisica
In realtà per Durkheim, come dice Jonas, "il sociale è una natura quasi metafisica", e la tessera fondamentale di tutta la sua metodologia è infatti il "fatto sociale", spiritualmente e storicamente superiore all'individuo. Durkheim dice che un fatto sociale è, ogni modo più o meno definito dell'agire, in grado di costringere socialmente l'individuo; ma non è un'imposizione è ciò che l'individuo riceve come essere sociale (l'educazione, il linguaggio, le leggi..). È un modo di agire, di pensare esterno all'individuo, dotato di potere coercitivo ed imperativo in virtù del quale si impone all'individuo, con o senza il suo consenso.
Questo tessuto di vincoli e di comportamenti in cui è immerso l'individuo, sono i fatti sociali, distinti nettamente per Durkheim dai fatti psichici. I fatti sociali possono esser considerati come "cose", elementi che si contrappongono e impongono all'individuo senza possibilità di mutamenti. La causa determinante di un fatto sociale deve essere cercata fra i fatti sociali antecedenti e non tra gli stati della coscienza individuale. Il profondo "antistoricismo" di Durkheim gli permetterà di confrontare fatti e situazioni di diversi paesi e di diverse epoche per dedurne considerazioni valide universalmente. Per lui il sociale ha una natura astorica, con una funzione di costante regolazione per la società, l'unico fatto che legittima la costrizione dell'individuo in ogni società e tempo. Ma se coglie esattamente la funzione dell'autorità nel primo periodo della vita del fanciullo, egli estrapola sbagliando lo stesso concetto anche per l'individuo adulto. La costrizione è valutata una modalità naturale e costante per lo sviluppo sociale. L'individuo è forgiato dai modelli sociali, in tutte le manifestazioni della sua vita, o meglio è fatto, (passivamente).
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