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Storia del pensiero organizzativo - Vol. 2

La questione burocratica

Introduzione

1: Cosa vuole dire "pensiero organizzativo"?

Nel linguaggio comune la parola organizzazione è usata in due modi diversi:

  • Denota un ente sociale fondato sulla divisione del lavoro e delle competenze.
  • Denota il modo in cui un ente è organizzato.

Quindi quando parliamo di "pensiero organizzativo", ci riferiamo a un pensiero che riguarda le organizzazioni (enti) e la loro organizzazione (modo), nel loro doppio significato. La parola pensiero indica un insieme di teorie e di dottrine sufficientemente consolidate per connotare una disciplina o materia di studio.

L'espressione "pensiero organizzativo" fa riferimento a un’area vasta di contributi provenienti da diversi campi disciplinari e all'interno di questi contributi è possibile tracciare una distinzione tra:

  • Contributi prescrittivi: discutono e propongono modelli reputati ottimali per progettare il modo concreto di organizzare un'organizzazione; appartengono alle teorie manageriali ed impresa.
  • Contributi interpretativi: esaminano le dinamiche sociali osservabili all'interno delle organizzazioni; appartengono alla sociologia dell'organizzazione.

2: La centralità del concetto di dibattito

Il dibattito appare come la forma privilegiata attraverso cui procede la conoscenza scientifica: lo sviluppo della conoscenza scientifica appare essenzialmente come un susseguirsi e intrecciarsi di dibattiti. Un dibattito nasce quando uno o più interventi contestano lo stato dominante del sapere in un campo disciplinare; si sviluppa con l'apporto di altri interventi, quindi in modo più o meno ricco; raggiunge l'apogeo che si accompagna a una ridefinizione del sapere; poi declina poiché l'interesse si esaurisce o perché l'attenzione si rivolge ad altri dibattiti.

Ogni dibattito ha quindi una traiettoria temporale che connota una specifica epoca storica. Questo modo di intendere lo sviluppo di una disciplina scientifica si associa ad alcune altre considerazioni:

  1. Nessun modello o ipotesi di ricerca nasce dal rapporto immediato con i fenomeni oggetto di studio, ma sempre e solo da quanto altri membri della comunità scientifica hanno già detto o non detto su tali fenomeni. La filosofia della scienza enuncia che nessun dato empirico possiede senso di per sé, ma solo all'interno di una cornice concettuale che permette di interpretarlo e valutarlo. Non sono i dati a sostenere un modello, ma il contrario. Il modello agisce come una configurazione totalizzante che consente all'osservatore di organizzare l'insieme disperso delle osservazioni in un quadro che gli appaia plausibile. Per abbandonare un modello interpretativo non basta che questo sia contraddetto da dati empirici; occorre che un nuovo modello si imponga all'attenzione degli addetti ai lavori per la sua capacità di suggerire un’interpretazione più convincente dei fenomeni osservati.
  2. Intendere lo sviluppo di una disciplina come un susseguirsi di dibattiti è la caducità degli argomenti discussi in una comunità scientifica. Non appena qualche verità appare acquisita, il dibattito si sposta più avanti o apre un altro fronte. Inoltre, il cambiamento di contenuti in un dibattito non avviene solo per accumulo di conoscenza, ma spesso per rigetto e sostituzione di precedenti ipotesi o modelli. È logico che la caducità degli argomenti discussi dipenda anche da motivi esterni, ovvero è condizionata dalle novità che accadono nella più larga società. Nelle scienze sociali è normale che il confronto con le novità sociali spinga la comunità scientifica a formulare nuovi programmi di ricerca che comportano l'abbandono o il profondo ripensamento dei programmi fino ad allora perseguiti.

Questo modo di intendere lo sviluppo delle scienze sociali ha tre conseguenze dirette:

  • Un approccio critico alla materia non può che avere una dimensione storica, con l’individuazione dei principali dibattiti che hanno via via caratterizzato le varie epoche della disciplina.
  • Questi dibattiti nascono in seno a paradigmi che portano a individuare problemi che per un certo tempo sono centrali nella comunità scientifica, ma che poi decadono perché si esaurisce l’interesse dei ricercatori.
  • La conoscenza specialistica delle organizzazioni tende con il tempo a divenire sempre più scaltrita e raffinata ma con una erosione del suo oggetto di studio fino a farlo coincidere con lo stesso apparato concettuale predisposto per studiarlo: ovvero la conoscenza delle organizzazioni si risolve nella conoscenza degli strumenti elaborati per conoscere le organizzazioni stesse.

Cap.1: Max Weber: la burocrazia come apparato del potere legale

1: La "sociologia comprendente". Oggetto e strumenti della ricerca sociologica

Alla fine del XIX secolo nel dibattito tra positivisti sociali e storicisti nasceva il problema su quale deve essere l'oggetto e lo scopo di conoscenza delle scienze storico-sociali e quale metodo devono adottare. I positivisti sostenevano che fosse possibile ricondurre le scienze sociali al modello delle scienze naturali, in modo che, come a queste ultime spetta il compito di scoprire le leggi universali che regolano il mondo della fisica, della chimica, della biologia, così alle scienze sociali, in particolare alla sociologia, spetta il compito di scoprire le leggi universali che presiedono allo sviluppo della società umana.

Gli storicisti invece dicevano che questo non era possibile perché non esistono leggi del divenire umano. Perciò tutto ciò che riguarda l’uomo può essere studiato con il metodo storico e questo può avere il solo scopo di approfondire, interpretare e comprendere senza alcuna pretesa di stabilire leggi o tendenze universali.

Di fronte a questo dibattito Weber:

  • Rifiuta le idee positiviste e riformula quelle storiciste. Egli afferma che non esistono leggi universali della storia umana ma non è neanche fondato privilegiare alcune sfere dell’attività umana indicandole come capaci di spiegare in ogni caso ciò che avviene in altre sfere.
  • Non accetta nemmeno il positivismo di Durkheim. Secondo quest’ultimo la società va considerata come una realtà morale che viene prima dei singoli individui e il compito della sociologia è di studiare i fatti sociali come se fossero cose esterne e indipendenti dalle coscienze individuali e provviste di un potere sulle condotte dei singoli soggetti.
  • Si discosta anche dalle conclusioni degli storicisti che affermando il carattere irripetibile e unico dei fenomeni umani, negano la possibilità di generalizzazioni e di confronti negando così di fatto alla sociologia uno spazio autonomo.
  • Sostiene che è possibile pervenire a delle conoscenze basate su generalizzazioni e confronti sistematici.

Per Weber l’oggetto della sociologia è l’agire dotato di senso, ovvero l’atteggiamento umano a cui l’individuo che agisce attribuisce un suo senso soggettivo, in riferimento all’atteggiamento di altri individui. La sociologia deve essere una conoscenza scientifica, empiricamente verificabile e dotata di significati generali.

Lo scopo della sociologia è quello di comprendere e spiegare l’agire sociale di una o più persone, in modo da pervenire a conclusioni il più possibile oggettive: ovvero a verità comprovate e condivisibili in linea di principio da tutti coloro che sono interessati a conoscere quell’agire, a prescindere dalle loro convinzioni e dai loro giudizi di valore.

Comprendere significa rendere evidente il senso di un dato agire umano e ciò è possibile dal momento che gli uomini sono dotati di una coscienza.

Spiegare significa trovare le cause che si suppone abbiano provocato quell’agire.

Comprendere e spiegare devono integrarsi in un unico processo di spiegazione comprendente che deve fare riferimento sia alle cause oggettive che possono avere indotto gli individui ad agire in un dato modo, sia alle motivazioni soggettive che gli individui danno del loro agire, anche in rapporto a quelle cause. In più, questo processo si avvale sia del metodo individualizzante, usato dagli storici per ricostruire i singoli eventi che essi studiano, sia il metodo generalizzante, che consente giudizi generali e confronti tra le varie forme dell’agire sociale nonché tra le varie istituzioni prodotte da quell’agire.

2: L'agire dotato di senso

Stabilito che l’oggetto della sociologia è l’agire dotato di senso, Weber esamina quelli che chiama i fondamenti determinanti di tale agire:

  1. L'agire razionale rispetto allo scopo: il soggetto agisce in un modo che egli reputa razionale al fine di conseguire un determinato scopo nel mondo esterno: valuta i mezzi in rapporto agli scopi, gli scopi in rapporto alle conseguenze e i diversi possibili scopi in rapporto tra di loro. Lo scopo viene perseguito con costanza e metodo, valutando i costi che comporta e adattando gli specifici obiettivi alle circostanze. La scelta dello scopo avviene normalmente in base a una vocazione che comporta emozioni e convinzioni. Le decisioni devono essere prese in base a calcoli di costi e benefici, escludendo qualsiasi emotività. La razionalità rispetto allo scopo è alla base dell’agire capitalistico inteso come accumulazione metodica, continua e illimitata di capitale al solo fine di creare capitale.
  2. L'agire razionale rispetto al valore: il soggetto è determinato dalla credenza consapevole di un determinato valore in sé che viene testimoniato nell’agire indipendentemente dalle conseguenze che ne possono derivare. Il soggetto agisce razionalmente accettandone tutti i rischi per rimanere fedele al valore che egli reputa assoluto o preminente.
  3. L'agire affettivamente: l’agire è determinato da impulsi, emozioni, stati d’animo. Il senso dell’agire non è riposto in un risultato da conseguire o in un valore da testimoniare, ma dal fatto in sé di agire per soddisfare un bisogno che può essere di collera, di vendetta, di gioia.
  4. L'agire tradizionalmente: in base a una abitudine, è un’oscura reazione a stimoli abitudinari che si svolge nel senso di una disposizione una volta acquisita.

L’individuazione di questi quattro determinanti fondamentali dell’agire richiede alcune precisazioni:

  • I tipi di agire designano tipi puri o ideali di azione che nel comportamento effettivo e osservabile di un soggetto sono sempre mescolati, talvolta con la prevalenza di una determinante rispetto alle altre. A volte alcuni tipi di agire possono essere contemporaneamente razionali rispetto allo scopo e rispetto al valore.
  • L’agire razionale rispetto allo scopo può essere del tutto irrazionale rispetto al valore.
  • La razionalità dell’agire è definita in base alla valutazione del soggetto che agisce e non in base a quella del ricercatore.
  • L’individuazione dei tipi puri di agire è la premessa per comprendere il senso che i soggetti danno al loro agire rispetto alle istituzioni che operano nella vita sociale.
  • I quattro tipi puri dell’agire umano sono categorie fondamentali per cominciare a comprendere come funzionano le organizzazioni e come gli uomini si pongono in rapporto ad esse.

3: Il tipo ideale

I tipi ideali non esistono nella realtà. Questa non possiede nessun elemento intrinseco, oggettivo, capace di indicare il senso del suo procedere. I tipi ideali sono solo delle costruzioni mentali, punti di riferimento che l’uomo costruisce a suo rischio per potersi accostare alla realtà. I tipi ideali individuano delle uniformità tipiche di comportamento empiricamente constatabili, in modo da poter fare connessioni e confronti, giudicare i singoli fenomeni in base a un metro sufficientemente generale.

Perciò la costruzione di un tipo ideale consiste in un procedimento di astrazione che:

  • Seleziona entro la molteplicità dei dati empirici gli elementi che appaiono più significativi e caratterizzanti;
  • Trascura gli elementi che appaiono accidentali o irrilevanti;
  • Collega fra loro gli elementi selezionati, li accentua e li coordina in un quadro che deve essere internamente coerente e privo di contraddizioni.

Il tipo ideale così costruito è sempre un concetto-limite. Va sottolineato che il tipo ideale:

  • Non è una media statistica, ma un concetto qualitativo costruito attraverso selezioni e accentuazioni unilaterali;
  • Non serve a scopi classificatori, ma a comparare i fenomeni e ad approfondire la conoscenza attraverso progressive distinzioni;
  • Non è un modello morale di condotta, né indica qualcosa che si possa auspicare.

4: Procedimenti concreti di costruzione del tipo ideale

Nella costruzione di un tipo ideale Weber considera inoltre:

  1. Le condizioni economiche e tecniche che rendono o hanno reso possibile la comparsa storica delle realtà da lui assunte sotto il tipo ideale.
  2. Le implicazioni che derivano per tutti i soggetti interessati, a livello di conseguenze sociali ed economiche.

Si passa così da considerazioni logiche e formali che definiscono la cornice astratta del tipo ideale, a connotazioni sempre più specifiche e sostantive di ordine tecnico, culturale, psicologico sull’agire sociale dei soggetti viventi in condizioni riconducibili a quel tipo. Weber aggiunge però che in determinate condizioni storiche alcune di quelle qualità che appaiono nel tipo ideale, non ci sono, o sono modificate o ne appaiono altre.

Questo modo di procedere comprende sia giudizi che tendono a generalizzare e sia giudizi che tendono a individualizzare. I due tipi di giudizio non si contraddicono, ma si richiamano: solo dopo aver generalizzato alcune condotte illustrandone le uniformità, il loro insieme risulta individuato rispetto ad altri tipi o sottotipi ideali.

5: I tre tipi puri del potere legittimo

Weber definisce il potere come la possibilità per specifici comandi di trovare obbedienza da parte di un determinato gruppo di uomini. Ogni potere:

  • Può essere studiato partendo solo dalle relazioni specifiche di comando e di obbedienza che legano tra loro date persone, stabilendo anche le condizioni e le circostanze in cui si attiva il rapporto di potere.
  • Richiede un apparato amministrativo di uomini di fidata obbedienza che servano da tramite tra superiori e sottoposti.
  • Per essere esercitato in maniera continuativa e regolare richiede di essere legittimato e che i sottoposti credano nella sua legittimità.

Il tipo di legittimazione richiesta diventa il criterio in base al quale Weber distingue tre tipi puri di potere: il potere carismatico, il potere tradizionale e il potere legale. Ogni tipo di potere richiede un apparato amministrativo con caratteristiche specifiche e ha nel proprio funzionamento alcuni fattori specifici di instabilità e di crisi.

  1. Potere carismatico: per carisma s’intende una qualità eccezionale attribuita a una persona che pertanto viene riconosciuta come capo. Il riconoscimento del carisma porta quindi a una dedizione di fede e di entusiasmo in un clima altamente emozionale. Il potere carismatico ha bisogno di continue conferme altrimenti rischia di scomparire. Nella sua forma pura è irrazionale nel senso che manca di regole ed è rivoluzionario in quanto rovescia il passato. Il suo apparato amministrativo è rudimentale, formato da discepoli, uomini di fiducia che sono a contatto diretto con il capo ricavandone quindi un alone di carisma dalla loro fedeltà e conoscenza diretta del capo. Oltre che nella sfera religiosa, il potere carismatico trova espressione anche nella sfera politica ed economica; tracce di carisma sono rilevabili anche in tutte quelle situazioni in cui determinati comandi vengono eseguiti più per la capacità personale del capo di imporsi che non per il grado formale della sua carica. Il rischio di questo potere sta nel prolungarsi del suo esercizio ed in particolare di fronte al problema della successione del capo. Quando il capo muore o si ritira, i successori benché si richiamino al carisma originario, non possono evitare che si vada verso una graduale trasformazione del carisma in pratica quotidiana che finisce di trasformarlo in potere burocratico-tradizionale.
  2. Potere tradizionale: un potere deve essere definito tradizionale quando la sua legittimità si fonda e viene accettata sulla base di antichi ordinamenti, esistiti da sempre. Il capo tradizionale può non avere qualità specifiche di comando, ma nonostante ciò i sottoposti sono tenuti ad obbedienza e riverenza in virtù di quanto egli rappresenta rispetto alla tradizione. Il potere tradizionale ha conosciuto due forme tipiche prevalenti:
    • Patrimoniale: il sovrano ha diritto di illimitato comando su qualsiasi subordinato e diritto di proprietà su qualsiasi oggetto appartenente ai suoi sottoposti, i sudditi. I funzionari dell’apparato amministrativo sono al servizio personale del signore, dipendendo da lui per una remunerazione unilaterale.
    • Feudale: l’apparato amministrativo, ovvero la nobiltà, gode di una maggiore autonomia rispetto al sovrano. I funzionari sono degli alleati uniti da un giuramento di onore e fedeltà; posseggono un proprio dominio amministrativo che viene trasmesso in eredità; non dipendono dal signore per remunerazione e sussistenza, ma sono tenuti a fornirgli risorse tratte dal loro stesso feudo.
    Nel potere tradizionale il criterio per l’assegnazione di cariche è l’appartenenza a un gruppo privilegiato e la fedeltà al capo. Il rischio di instabilità è sempre minacciato dall’insorgere del carisma locale di capi che si ribellano alla tradizione.
  3. Potere legale: si obbedisce al superiore perché si presume che egli eserciti la carica in virtù di una nomina legale che sia competente e che i suoi comandi siano conformi a or
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Scienze politiche e sociali SPS/09 Sociologia dei processi economici e del lavoro

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cecilialll di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dell'organizzazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Teramo o del prof Di Federico Rossella.
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