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Il sistema di fabbrica o I rivoluzione industriale

La prima rivoluzione industriale

La prima rivoluzione industriale ha il suo epicentro nel Regno Unito (parte meridionale: Manchester, Liverpool, Birmingham) tra il 1770 ed il 1870.

Le tecnologie

Prima fase (1770-1820)

Meccanizzazione di tutte le fasi della lavorazione del cotone, e solo successivamente, della lana. Ma l’innovazione tecnologica più significativa, perché di carattere general purpose, si registra in campo energetico: l’invenzione di una macchina in grado di convertire il calore in lavoro (energia): la macchina a vapore di James Watt (1763-1775) che fu il simbolo di questa prima rivoluzione. La possibilità stessa di utilizzare queste macchine a vapore fu data dal miglioramento delle tecniche di estrazione del carbone fossile e in particolare delle scoperte di Darby per la distillazione del carbon coke (innovazioni precedenti).

La macchina a vapore viene utilizzata per alimentare le macchine dell’industria tessile, e questa tecnologia viene utilizzata per muovere altre macchine. Sviluppi della macchina a vapore vengono impiegati in campi diversi della produzione manifatturiera.

Conseguenze

Mentre se l’energia è eolica o idrica, ho dei vincoli riguardo alla portata e alla posizione degli stabilimenti (inoltre è difficile incrementare i volumi di produzione), con l’uso del vapore ho maggiore libertà.

Seconda fase della rivoluzione industriale (1820-1870)

Siderurgia: qui vengono messe a punto nuove tecniche e nuovi processi per produrre un tipo di ferro più malleabile della ghisa. La nuova lavorazione dei metalli permette di costruire macchine più sofisticate. La diffusione della ferrovia e delle rotte mercantili su cui si trasportano materie prime, prodotti finiti e persone alimentano una catena infinita di trasformazioni con effetti consistenti sull’assetto sociale ed economico del mondo.

Organizzazione della produzione

Luoghi di lavoro

Assistiamo ad una trasformazione dei luoghi di produzione nel settore tessile nel corso del 1600 e della prima parte del 1700:

  • Piccole unità produttive, generalmente collocate in città, dove lavorano i maestri artigiani indipendenti con qualche assistente.
  • Le case di campagna, dove lavorano i contadini "a domicilio" nei tempi morti della coltivazione.

Putting out: pur essendoci regole ferree, alcuni mercanti riescono ad arricchirsi; avendo soldi, acquistano materie prime e le danno da lavorare ai contadini, in quanto essi hanno una parte del loro tempo libero (mesi invernali) e per aumentare il loro reddito basso. In questo modo questi artigiani diventano imprenditori. Formalmente i contadini sono liberi e risultano essere piccoli artigiani non controllati dalle corporazioni; acquistano a prezzi bassi. Questo sistema inizia però a entrare in crisi all’inizio del 700 perché non riesce a soddisfare la domanda.

Con la prima rivoluzione industriale, la produzione si sposta nelle fabbriche, negli opifici. Nelle fabbriche operano molti lavoratori, concentrati in un unico edificio, soggetti a disciplina e coordinamento, impegnati nella realizzazione di un prodotto mediante l’uso assiduo di macchine, mosse da una forza motrice centrale (macchina a vapore). Prima si era formalmente liberi del proprio lavoro, mentre qui ritroviamo soggetti che sono controllati e soggetti a disciplina: orari di lavoro ecc.

La nascita del sistema di fabbrica

Il sistema di fabbrica scaturisce da molteplici esigenze:

  • Accrescere il volume della produzione tessile (esaurimento delle potenzialità del lavoro a domicilio) da vendere su mercati più estesi.
  • Necessità di operare in ambienti (fisicamente) più grandi rispetto a quelli delle case e delle botteghe artigiane, così da poter concentrare: macchine di dimensioni maggiori, collegate a una nuova fonte di energia, e un più gran numero di lavoratori.
  • Al fine di ridurre i costi di gestione e funzionamento dell’attività produttiva (manutenzione delle macchine, stoccaggio del materiale ...).
  • Tenere sotto controllo l’attività lavorativa della manodopera al fine di:
    • Permettere un uso più intensivo della forza lavoro.
    • Garantire una migliore qualità del prodotto finale (controllo su come si lavora, oltre che sul quanto: non perdere tempo, e non sottrarre materiale che era un comportamento diffuso).
    • Scongiurare i furti di materiale e il danneggiamento delle macchine (sia per negligenza che per sabotaggio).

Il sistema di fabbrica rappresenta una rottura radicale con il precedente modello produttivo che era frammentato e rivolto ai mercati locali. Il nuovo sistema infatti, utilizzando nuove tecnologie, ma anche una nuova organizzazione della produzione (accentrata nella fabbrica) consente di produrre beni in maggiore quantità, ad un costo (e dunque un prezzo) più basso di quello realizzabile con la produzione individuale, da vendersi su mercati di più ampie dimensioni.

Divisione del lavoro

La divisione del lavoro assicura maggiore produttività, riduzione dei costi ed incremento della prosperità. A spiegarlo sono già gli economisti classici (Adam Smith 1723-1790 e poi David Ricardo 1772-1823). La ricchezza delle nazioni, per Smith, è proprio il prodotto della divisione del lavoro, accompagnata dal progresso tecnologico. Tutto ciò si realizza, sempre secondo Smith, grazie a tre circostanze:

  1. All'aumento della destrezza di ogni singolo operaio.
  2. Al risparmio del tempo che di solito si perde per passare da una specie di lavoro a un'altra.
  3. All'invenzione di un gran numero di macchine che facilitano e abbreviano il lavoro e permettono a un solo uomo di fare il lavoro di molti.

Se la specializzazione produce frammentazione delle attività, è necessario garantire il coordinamento tra i lavoratori. Questo viene assicurato prima di tutto dalla compresenza fisica dei dipendenti, e poi dalla presenza di una figura, quella dell’imprenditore, che si occupa proprio di organizzare il ciclo produttivo, di identificare la complementarità tra le differenti attività svolte dai lavoratori, in ragione del mercato in cui vuole collocarsi. L’imprenditore si avvale, poi, per la gestione concreta nello stabilimento, di caposquadra, appartenenti ad una aristocrazia di operai di mestiere qualificati. Tale figura gestiva con grande autonomia sia la forza lavoro (con l’aiuto di aiutanti) che le attrezzature fisiche dell’azienda. I capisquadra, per spingere gli operai a lavorare, ricorrevano a forme di coercizione morale, ma anche fisica e pecuniaria (dazione di multe). Tale metodo di gestione della manodopera è stato definito "drive system" vengono inoltre occupati donne e bambine poiché hanno mani piccole e sono più deboli: controllo assillante e opprimente.

Rapporti tra divisione del lavoro, tecnologie, progresso scientifico

L’invenzione delle macchine è un prodotto della divisione del lavoro: è grazie al fatto che l’ingegno degli uomini si è potuto concentrare su singole fasi della produzione, che si è potuto trovare i metodi migliori per conseguire l’obiettivo (Durkheim). Va ricordato, però, contemporaneamente, che sono le stesse nuove tecnologie, una volta diffuse, ad alimentare la divisione del lavoro: le macchine che si sviluppano a partire dalla prima rivoluzione industriale sono così complesse da richiedere, nella loro gestione, competenze particolari, che vanno oltre quelle generiche in possesso dei lavoratori a domicilio. La divisione del lavoro è alla base anche del progresso scientifico, in quanto ha permesso il moltiplicarsi di persone il cui mestiere non è "fare qualcosa", ma osservare, studiare, spiegare il mondo che ci circonda. A sua volta, la progressiva specializzazione della ricerca scientifica ha richiesto che, a dedicarvisi, siano persone con una preparazione specifica, una vocazione particolare ... Incrementando così, ulteriormente, la divisione del lavoro.

Lavoro – rapporto

Gli attori del nuovo sistema produttivo basato sulla fabbrica sono due:

  • L’imprenditore, che acquista le materie prime, il capitale tecnico necessario alla produzione, assume i lavoratori, organizza la produzione e vende i beni prodotti. Vende lui i prodotti sul mercato per ricavare profitti.
  • L’operaio, che da artefice della produzione (l’artigiano che è proprietario dei suoi attrezzi, che decide cosa produrre e come produrlo sfruttando le sue competenze) si trasforma in un semplice prestatore d’opera; una semplice mano (da qui il termine "manodopera").

Si viene cioè ad instaurare un rapporto tra due soggetti, l’imprenditore ed il lavoratore, egualmente liberi (almeno formalmente):

  • L’uno, l’imprenditore, di impiegare il proprio capitale a rischio.
  • L’altro, il lavoratore, di vendere il proprio lavoro a tempo, ricevendo in cambio una retribuzione.

Tra lavoratore e datore di lavoro si viene a creare un nuovo tipo di rapporto sociale, quello di dipendenza. In virtù di questo rapporto di subordinazione, il datore può decidere come organizzare la produzione e come utilizzare la manodopera.

Lavoro – contenuti

Gli effetti dell’introduzione della tecnologia della prima rivoluzione industriale sul lavoro manifatturiero sono sostanzialmente due:

  • Sostituzione: sostituzione del lavoro semi qualificato degli artigiani con il lavoro non qualificato degli operai di fabbrica: se guardiamo cosa succede rispetto al lavoro artigiano; alcuni degli artigiani ora si trasformano in lavoratori (aristocrazia operaia o operai semplici, quindi una dequalificazione). [Effetto negativo: peggioramento della condizione]. Allo stesso tempo però ho una riduzione della richiesta di sforzo fisico: le macchine assorbono le attività che prima erano svolte da uomini. [Effetto positivo]
  • Complementarietà: Un discorso diverso va fatto per i lavori complementari, ossia le nuove occupazioni sorte proprio grazie alla diffusione delle tecnologie della prima rivoluzione industriale. Tali lavori sono limitati, perché gli effetti di complementarietà delle tecnologie della prima rivoluzione sono assai contenuti (i nuovi settori si limitano ai trasporti: ferrovie, navi a vapore). Si tratta, però, generalmente, di lavori di qualità medio-alta.

Lavoro – occupazione

Se ragiono da un punto di vista quantitativo, vedo una perdita secca di posti di lavoro. Gli artigiani in città ed i lavoratori a domicilio (contadini e donne) delle campagne inglesi vengono via via sostituiti, al decrescere del costo delle macchine, dagli operai che si trasferiscono in città, nelle fabbriche. Le cose sembrano cambiare solo nella seconda fase della prima rivoluzione industriale, cioè dopo il 1820, in relazione alla diffusione della macchina a vapore, un’innovazione tecnologica decisamente più general purpose dei telai e dei filatoi.

Troverebbe conferma la tesi dello storico dell’economia Mokyr secondo cui le innovazioni tecnologiche:

  • Producono disoccupazione tecnologica nel breve periodo.
  • Ma nel lungo periodo favoriscono la nascita di nuove occupazioni complementari in settori nati o sviluppatisi grazie proprio alle innovazioni di processo e a quelle – ad esse correlate – di prodotto, con un saldo finale positivo.

Tutti gli storici concordano, comunque, su un peggioramento della distribuzione del reddito (ristagno salariale e aumento delle diseguaglianze) tra il 1780 e il 1850. La situazione comincia a cambiare dopo la metà del secolo in concomitanza con un incremento generalizzato della produttività.

Relazioni industriali

Non ci sono ancora forme consolidate di rappresentanza collettiva dei lavoratori (dunque, tantomeno, dei datori di lavoro). Le prime esperienze sindacali di un certo rilievo si sviluppano, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, solo tra la fine dell’800 e i primi anni del 900. Non c’è assolutamente contrattazione collettiva, ma nemmeno una contrattazione individuale. Esistono solo rapporti di lavoro individuali, estremamente flessibili, fortemente sbilanciati a favore dei datori.

Reazione collettiva e violenta (Luddismo): i lavoratori di fronte all’ingresso di macchine che sostituiscono il loro lavoro reagiscono distruggendo le macchine stesse.

Politiche economiche e di welfare

Un nuovo modello produttivo, modificando il modo in cui si valorizza il lavoro ed il capitale fisico per la produzione di beni (e servizi), porta con sé anche trasformazioni della struttura economica e delle relazioni tra gruppi sociali: l’affermazione del sistema di fabbrica è al tempo stesso causa ed effetto del rafforzamento del ceto imprenditoriale, rispetto a quello operaio. Questo rafforzamento della borghesia imprenditoriale rispetto al ceto operaio trova un riflesso nelle scelte politiche degli Stati. Adottando l’approccio tipicamente liberale del "laissez-faire", lo Stato decide di non intervenire in economia e nel mondo del lavoro, per non intralciare il libero (e virtuoso) agire del mercato. Non ci sono politiche pubbliche a favore dei lavoratori: bisognerà, per questo, attendere il ‘900.

Il fordismo o seconda rivoluzione industriale

Spesso con fordismo si intende il modello produttivo, ma è importante sapere che non è solo questo. Il fordismo rappresenta non solo una forma di organizzazione del lavoro, ma un modello produttivo che presenta risvolti economici, sociali e politici rilevanti. Il fordismo si afferma in modo impetuoso nei paesi occidentali nei decenni centrali del 900.

Sono gli anni che vanno:

  • Dal crollo della borsa di Wall Street (del ‘29)
  • Alle prime crisi petrolifere ed ai fenomeni di agitazione sociale del ‘68.

La seconda rivoluzione industriale ha il suo epicentro in Germania e, soprattutto, negli Stati Uniti tra il 1870 ed il 1970. Il passaggio da Inghilterra a Germania si ha perché quest’ultima mette in campo azioni che vengono favorite dallo stato stesso: ad esempio ci riferiamo al sistema formativo, allo sviluppo dell’università e all’impegno/sovvenzioni alla ricerca. Abbiamo compenetrazioni fra laboratori di ricerca statali e universitari. Si suddivide su due fasi:

  • Prima fase (1870-1940)
  • Seconda fase (1940-1970)

Prima fase (1870-1940)

Le innovazioni tecnologiche

A differenza della prima rivoluzione industriale, in cui le innovazioni non vengono da un ambiente accademico, nella seconda, le innovazioni sono frutto di innovatori e studiosi, persone che dedicano la propria vita alla ricerca scientifica applicata. Sono i grandi avanzamenti scientifici del secolo a permettere le innovazioni industriali nel campo:

  • Della siderurgia (acciaio)
  • Della chimica
  • Delle fonti energetiche (elettricità e motore a scoppio) Edison e Marconi

Le innovazioni di questa epoca non incidono solo sul campo produttivo (es. produttività o qualità), ma hanno portato anche alla realizzazione di nuovi prodotti. Ha il maggiore potenziale di trasformazione della produzione, dell’economia e della società hanno un carattere di tipo generale (general purpose) in grado di cambiare e generare nuovi settori.

Elettricità

Le prime scoperte riguardo la produzione di elettricità risalgono ai primi decenni dell’800, ma è solo alla fine del secolo (a partire dal 1880), col perfezionamento:

  • Di nuovi generatori di corrente continua (1869, la Dinamo) ed alternata (1879 – 1913 le turbine alimentate ad acqua o vapore).
  • Di sistemi di trasmissione a distanza più efficienti.

Che l’elettricità diventa la fonte di energia più importante (anche nei processi chimici e siderurgici). È una fonte che possiede una estrema flessibilità, per questo motivo numerose sono le applicazioni di questa forma di energia:

  • Come forza motrice per far funzionare le macchine nell’industria e per alimentare i mezzi di trasporto (tranvie elettriche urbane, ferrovie).
  • Come fonte di illuminazione che contribuisce all’allungarsi dei turni lavorativi e favorisce la nascita di nuovi settori, come quello dell’intrattenimento.
  • Come fonte per la trasmissione delle informazioni (nel 1896 Marconi brevetta il telegrafo senza fili, nel 1871 Antonio Meucci inventa il telefono, brevettato successivamente da Alexander Graham).

Gli effetti dell’impiego dell’energia elettrica nell’industria e nelle abitazioni (stimolo alla creazione di apparecchiature domestiche come lavastoviglie, frigorifero…).

Innovazioni in campo siderurgico

La maggiore conoscenza della struttura fisico-chimica dei metalli consentì il miglioramento dei processi per la fabbricazione, su larga scala, dell’acciaio, con la riduzione dei costi di produzione (e dunque dei prezzi) e il miglioramento della qualità. L’acciaio, per le sue caratteristiche di maggiore resistenza ed elasticità, soppianta l’uso del ferro e della ghisa e, per l’abbassamento del prezzo, trova impiego nella costruzione di macchine e prodotti, contribuendo, in questo modo allo sviluppo di altre industrie.

Motore a scoppio

Alla fine del 1800 viene messo a punto il motore a combustione interna, ma occorrerà attendere i primi anni del 1900 per avere a disposizione su larga scala i combustibili fossili (petrolio) necessari ad alimentare in modo efficiente questi motori, permettendo la loro ampia diffusione. La principale applicazione di questa scoperta è nel campo dei trasporti (non solo quelli terrestri – automobilistici e ferroviari –, ma anche quelli marittimi ed aerei), benché non manchino utilizzi anche industriali. Gli effetti dell’introduzione del motore a scoppio, per le ragioni ricordate, si cominciano ad avvertire con evidenza solo a partire dai primi decenni del secolo XX.

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Scienze politiche e sociali SPS/09 Sociologia dei processi economici e del lavoro

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gretairoldi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dell'organizzazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Brescia o del prof Codara Lino.
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