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-per processo: è tipica del prodotto unico avente poche varianti, ottenuto con flussi continui e

a tempi indeterminati. In questa tipologia vi è l’apporto capitale/lavoro.

Una volta che è stato scelto il prodotto, l’impresa deve definire il ciclo produttivo che si colloca

a monte di tale prodotto e ciò che essa deve produrre, come organizzare tale produzione, con

quale livello di integrazione o di specializzazione.

La specializzazione su pochi processi si traduce nei seguenti vantaggi: focalizzazione

dell’impresa su pochi obiettivi; acquisizione i risorse omogenee; opportunità di aumentare il

livello emergente; possibilità di estendere tecnologie a processi situati a monte e così via.

Il rapporto integrazione/specializzazione è legato alle dimensioni e alla variabilità dei flussi

che l’impresa soddisfa o acquisisce. Nell’ultimo decennio la rigidità crescente dei costi ha

spinto le imprese a ridurre sempre più il grado di integrazione a quelle lavorazioni per le quali

l’impresa ha una superiorità specifica. La standardizzazione ottiene risultati significativi nel

rendere compatibili produttività e flessibilità. È una condizione necessaria in quanto comporta

ripetitività ma anche rigidità. A fronte di tale inconveniente si può porr l’attenta pianificazione

delle numerose varianti, concependole come un insieme di parti standardizzate per aderire

meglio alle richieste di differenziazione da parte del mercato. Il coordinamento organizzativo

rappresenta un costo più o meno rilevante che cresce in funzione dell’aumento della divisione

del lavoro e della parcellizzazione delle fasi produttive. Una volta caratterizzati la produzione e

il prodotto si prospettano le diverse soluzioni nella progettazione dei layout da assumere:

- a catena, cioè le macchine vengono disposte secondo la sequenza temporale delle

operazioni;

- layout, cioè la disposizione del reparto prevede che le macchine siano riunite in gruppi per

omogeneità di funzione adottando in tal modo uno schema funzionale.

Versatilità ed autonomia determinano anche la capacità di effettuare diversi cicli di

lavorazione sullo stesso prodotto o su diversi prodotti. Si ha quindi la possibilità do produrre

lotti diversi con produzione intermittente in relazione alla combinazione.

3.4 LA CAPACITA’ PRODUTTIVA E LE ECONOMIE DI SCALA TECNOLOGICHE

Le economie di scala si manifestano anche in altri settori dell’impresa. Normalmente vengono

distinte in:

- economie di scala di tipo tecnologico;

- economie interne di gestione;

- economie esterne;

le economie di scala tecnologiche sono quelle che danno origine alla diminuzione del costo

medio unitario di produzione. Le maggiori fonti di risparmio sono: le immobilizzazioni tecniche,

le immobilizzazioni immateriale, il lavoro, i materiali, le fonti di energia.

Le economie di scala sono la relazione esistente tra aumento della scala di produzione e

diminuzione del costo medio unitario di produzione.

L’integrazione verticale può realizzarsi in due modi:

a monte,verso gli stadi della produzione antecedenti il proprio prodotto;

- a valle, verso il mercato dei prodotti finiti.

-

3.5 L’INTEGRAZIONE A MONTE E A VALLE

L’integrazione verticale descrive uno stile di possesso e di controllo. Le economie

integralmente verticali sono unite sono una gerarchia.

Lo sviluppo verticale si può realizzare anche in altri modi, oltre a quello dell’integrazione

produttiva,cioè usando la leva finanziaria. Una politica che viene considerata alternativa

all’integrazione totale è rappresentata dalla cosiddetta quasi integrazione, che consiste nella

costituzione di rapporti verticali fra imprese in varie forme che si collocano tra la stipulazione

di contratti a lungo termine e la proprietà. Le principali motivazioni che inducono le imprese

all’integrazione verticale e discendente sono. Evitare il dominio di mercato delle imprese

acquirente;necessità di collocare la propria produzione sui mercati; esistenza di liquidità

significative che inducono l’impresa a integrarsi a valle, in relazione alla maggiore redditività

delle fasi successive di lavorazione.

Il fenomeno del decentramento non ha origini recenti,questo fenomeno ha indotto gli

imprenditori ad interessarsi sempre più delle funzioni gestionali e ad affrontare il problema

dell’innovazione concentrando le risorse sul set dei prodotti principali esternalizzando ad altre

imprese componenti non fondamentali e produzioni accessorie. Le forme e le modalità del

decentramento produttivo possono essere ricondotte al seguente schema di riferimento:

decentramento di tipo tecnico, di tipo economico, economico sostanziale, economico formale.

Afferma di Nardi che la divisione del lavoro all’interno della fabbrica si estende sotto la specie

di divisione del lavoro tra le industrie,nel senso che si moltiplicano gli impianti industriali. Già

Caselli avevo rilevato che il decentramento può configurarsi in due modi:

- termini addizionali e cioè il fenomeno investe la crescita dei mercati di fase con la parallela

crescita delle piccole unità produttive;

- in termini sostitutivi cioè il decentramento produttivo è il risultato della ristrutturazione e del

ridimensionamento di imprese già esistenti che si sono frantumate per aver incontrato dei

limiti allo sviluppo aziendale.

I fattori determinati il decentramento produttivo si sono distinti in esogeni ed endogeni alle

imprese. Le caratteristiche di fondo sono le seguenti: graduale e sistemica scomposizione dei

cicli produttivi; riallocazione delle risorse finanziarie e organizzative da parte delle imprese

terminali; specializzazione in senso verticale delle imprese committenti; la nascita e lo

sviluppo delle aziende subfornitrici.

3.7 PRINCIPALI TIPI DI CONFIGURAZIONE ORGANIIZZATIVA

La scelta di ulteriori strumenti di coordinamento di tipo organizzativo completa il disegno

dell’organizzazione.

La struttura funzionale è il tipo ancora oggi più diffuso, in imprese di tutte le dimensioni e di

tutti i settori di attività. La struttura è caratterizzata dall’adozione di criterio di divisione del

lavoro per funzioni, l’obiettivo che porta all’adozione di questo tipo di struttura è la ricerca

della competenza specialistica rispetto alle risorse da utilizzare e alle attività specifiche.

Vantaggi:

- favorisce il raggiungimento degli obiettivi di efficienza tramite la competenza specialistica;

- favorisce il controllo centralizzato;

- consente il controllo dei costi a livello delle singole funzioni;

- consente una gestione rapida delle funzioni organizzative.

Svantaggi:

- lo sviluppo dimensionale comporta la verticalizzazione della struttura e quindi un aggravio di

ordinamento;

- si tende a resistere allo sviluppo dimensionale basato sulla diversificazione prodotti/mercati;

- solo al vertice si hanno esperienze di responsabilità e profitto.

La scelta della struttura polifunzionale tende a mantenersi a lungo nel tempo.

Crescendo l’esigenza di attenzione ai prodotti si è sviluppata la tendenza a integrare la

struttura funzionale con strumenti del tipo: comitati di prodotto, gruppi di lavoro per prodotti,

product manager. Quando tale esigenza supera quella relativa alle funzioni si opera la scelta

opposta: viene adottata una struttura per prodotto, integrata da strumenti che coprono la

residua necessità di coordinamento rispetto alle funzioni: comitati di funzione,gruppi di lavoro

per funzione. L’obiettivo primario è quello di concentrare l’attenzione sui singoli prodotti.

Qualora la variabile critica non sia la diversificazione dei prodotti ma la diversificazione

geografica si ricorre alla suddivisione geografica delle unità organizzative; la struttura è del

tutto simile a quella per prodotto,con l’unica differenza che il criterio di aggregazione al primo

livello non è più il prodotto ma la zona, il mercato, la nazione o qualunque variabile territoriale.

Una simile struttura che privilegia l’attenzione ed il coordinamento a livello locale può

consentire un buon livello di decentramento fino alla responsabilità di profitto.

La struttura per progetto nasce dal fatto che spesso le imprese oltre alle attività di routine

debbono talvolta svolgere attività non ripetitive e specifiche. Le soluzioni organizzative

possibili per far fronte alle attività di progetto si basano sulla creazione di ruoli di

coordinamento dei singoli progetti e si differenziano tra loro per quanto riguarda il tipo di

autorità sulle risorse assegnato al project manager.

1) Struttura per progetto debole: in questo caso al capo progetto è affidato un ruolo di

pianificazione, coordinamento e controllo dello specifico progetto, in tal caso il project

manager è responsabile dei tempi di avanzamento dei lavori, dei costi, e della qualità

del progetto.

2) Struttura per progetto forte: in questo caso le risorse necessarie sono assegnate in

modo stabile ai diversi progetti e quindi sotto la responsabilità diretta del capo

progetto, essi hanno responsabilità autonoma nell’uso delle risorse.

3) Struttura per progetto matrice: si basa sull’incrocio delle due responsabilità; tale

struttura è permanente. I responsabili funzionali hanno la responsabilità del

reperimento, mantenimento e sviluppo delle risorse, nonché il compito di garantire la

loro responsabilità dell’uso di tali risorse, della programmazione e del controllo dei

progetti.

Gli stadi di sviluppo dell’impresa assumono due dimensioni: una quantitativa espressa dalla

percentuale di fatturato da attribuire alla linea dei prodotti principali, e una qualitativa

espressa dal collegamento tra le diverse linee di prodotti. A tal proposito sono emerse due

strutture: una holding che si differenzia per l’assenza di una direzione centrale che svolga

funzioni di elaborazione di strategie e politiche per l’impresa nel suo complesso e

coordinamento;e quella funzionale-holding che si collega con la strategia a prodotto

dominante, essendo il prodotto dominante gestito attraverso una soluzione funzionale ai

prodotti che completano la gamma con soluzioni holding.

3.8 UNA TASSONOMIA DELLE PICCOLE E MEDIE IMPRESE

Numerose spiegazioni sono avanzate nella letteratura economica per spiegare l’emergere e la

persistenza delle Pmi all’interno dei settori manifatturieri contemporanei:

la spiegazione dualistica che ipotizza la permanenza di un settore arretrato a bassi

- salari, funzionale alla costituzione di blocchi sociali conservatori o alla segmentazione

dei mercati del lavoro;

il modello della specializzazione flessibile che vede nello sviluppo delle Pmi il

- concretizzarsi di un’alternativa al sistema capitalistico tradizionale dominato dal

paradigma fordista della grande fabbrica;

il ruolo del Pmi nella teoria del ciclo del prodotto secondo la quale ogni nuova

- ideazione di un prodotto manifatturiero con potenzialità commerciali tende ad essere

sviluppata nei paesi avanzati da piccole e medie imprese flessibili che possono

facilmente attivare solidi rapporti con le istituzioni di ricerca.

Le Pmi statistiche sono quelle imprese che la letteratura definisce marginali in quanto

presentano connotati di arretratezza e inefficienza. Operano sui mercati locali o in taluni

settori delle fornitura di secondo o terzo livello. La loro capacità competitiva è rappresentata

dal basso costo di lavoro e dall’evasione contributiva e fiscale. I profitti aziendali non vengono

reinvestiti ma utilizzati spesso per il consumo vistoso.

Le Pmi tradizionali operano prevalentemente nei settori maturi dove prevale la piccola

dimensione. A differenza di quelle statistiche sono guidate da imprenditori particolari . in

questo tipo di imprese non esiste una gestione e uno sviluppo delle risorse umane e l’accesso

alle competenze è determinato dall’area sistema in cui l’impresa opera.

Le Pmi dominate o trainate si caratterizzano per il fatto di operare per conto di aziende di

grandi dimensioni alle quali sono legate da rapporti di committenza, in settori in cui la

caratteristica più rilevante è l’esistenza di elevate barriere all’entrata derivanti da economie di

scala.

Le Pmi imitative sono quelli imprese che adottano strategie innovative definibili come

imitative. Il loro ruolo è determinante nella diffusione del progresso scientifico che riescono a

supportare grazie alla presenza di elevate competenze tecnico-ingegneristiche.

Le Pmi basate sulla tecnologia si realizza il modello della piccola impresa innovativa. Queste

imprese operano in settori di rapida crescita dove la tecnologia non è ancora assestata e in

grado di generare opportunità tecnologiche che le imprese possono sfruttare. Le strategie

possono essere di tipo offensivo, imprese che sorgono per lo sfruttamento di un’innovazione il

cui ingresso sul mercato avviene in condizioni di leadership.

Le Pmi alla frontiera tecnologica hanno un ruolo fondamentale nell’introduzione di nuovi

paradigmi tecnologici fondati su innovazioni di tipo radicale.

CAPITOLO_4 L’ANALISI DELL’ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO NELLA SOCIOLOGIA

DELLE ORGANIZZAZIONI

La sequenza abilità-gestione- mestiere ci sembra la più adatta a interpretare un asse di ricerca

che va da Taylor ai post- taylorismi. Taylorismo e tecnologia rappresentano due facce della

stessa medaglia pur articolandosi in posizioni assai diverse tra loro. Queste teorie affermano

che vi è una sovraesposizione di efficienza rispetto ad efficacia soddisfacimento. Esse dal

punto di vista dell’analisi delle competenze non si discostano dai principi generali

organizzativi di Taylor e Fayol, proprio perché riconoscevano il carattere esogeno della

tecnologia e trascuravano la non identità tra lavoro umano e fini dell’organizzazione.

Si può affermare che la teoria classica dell’organizzazione nelle sue forme americane ed

anglosassoni non considerava il comportamento umano come reale problema. Gli

atteggiamenti e i comportamenti dissonanti che venivano accertati erano fatti risalire a

strutture di lavoro e organizzative mal gestite e realizzate. Il modello organizzativo americano si

stenderà rapidamente in tutti i paesi sviluppati e regnerà incontrastato fino a qualche

decennio fa. Come ha sottolineato Locke la fabbrica taylorista-fordista si basava

sull’organizzazione scientifica del lavoro, su un sistema di gestione gerarchizzato e disattento

verso i dipendenti, nonostante le human relations e su una istruzione centrata sulla ricerca

operativa e impartita da scuole di management fin troppo tecnicizzate. Tralasciando il filone

d’analisi relativo al conflitto operaio, gli studi di Taurine hanno dato luogo a due principali

interpretazioni: la prima consisteva in una sequenza irreversibile che avrebbe determinato la

crescita di una nuova classe operaia tecnicizzata che avrebbe co- gestito le imprese. La

seconda, fondata sul determinismo tecnologico faceva derivare gli atteggiamenti,la

professionalità del lavoro e la coscienza di classe dalle variabili tecnologiche.

Anche Blauner descriveva l’operaio dei processi continui come un nuovo soggetto prodotto

dalle altre tecnologie la cui personalità sociale poteva essere assimilata a quella della nuova

classe media.

Friedman sostiene che per aggirare la resistenza operaia al cambiamento il management ha

fatto leva sull’abbassamento della qualificazione operaia che si era verificato nei decenni

precedenti agitando il mito dell’adattamento al cambiamento in cambio dello status,

dell’autorità e della responsabilità, chiamando tutto questo l’autonomia responsabile.

Edwards si sofferma sugli strumenti di controllo e di consenso che sono esercitati sullo strato

di classe operaia che ha maggiori qualifiche e competenze. Secondo Edwards si è passati dal

controllo diretto della burocrazia di fabbrica sul lavoro operaio al controllo tecnico e

tecnologico incorporato nella struttura materiale del processo lavorativo.

Negli anni ottanta Buroway decide di fare osservazione partecipante passando circa un anno

in una fabbrica di motori. Per Buroway lo stato di diritto nell’impresa è una sorta di

prolungamento dei giochi di making out. La prova maggiore viene trovata nella contrattazione

aziendale che può essere interpretata come un nuovo gioco che verte sulle regole e i prodotti

derivanti dai giochi di produzione organizzati in fabbrica. L’avvento dell’automazione nella

produzione industriale ha messo in crisi le spiegazioni di Buroway sul consenso operaio. Le

quantità prodotte sono prestabilite e cadenzate dal macchinario industriale e l’organizzazione

del flusso produttivo non permette più di giocare sugli accumuli informali di tempo.

Il contributo più importante di Roy è sui giochi di making out che Bonazzi ha definito: i giochi di

produzione nascono all’interno dell’autonomia operaia. Essi sono una spontanea iniziativa

operaia all’interno degli spazi di libertà guadagnati a scapito delle regole formali. I giochi di

produzione esulano dai contenuti della mansione. Essi sono possibili anche nei lavori non

qualificati e ripetitivi purché gli operai possano ricorrere a microiniziative ed astuzie che li

possano coinvolgere in un operazione di senso.

Kern e Shumann sostengono che le innovazioni tecnologiche favoriscono una riqualificazione

professionale tendenzialmente generalizzata che genera quasi automaticamente un nuovo

modo di lavorare.

Il filone della specializzazione flessibile ha basato la propria valutazione degli esiti a medio

termine della specializzazione flessibile su una vasta e sofisticata analisi delle ampie

trasformazioni macroeconomiche e macrosociali. Amin e Robins affermano che alla fine si ha

un complesso sincretismo teorico che parte dalle idee di Poire e Sabel per arrivare alla

geografia economica di Scott e Storper. Un tema interessante è la concezione che gli autori

hanno della specializzazione flessibile. Essi sottolineano che la specializzazione flessibile è

una conseguenza della crisi della produzione di massa: i mercati sono diventati saturi e i

consumatori richiedono beni specializzati e differenziati, a questa domanda il sistema

produttivo di massa non sa rispondere. Gli autori sottolineano l’importanza delle reti

industriali e sociali che portano ai vantaggi di apprendimento dei sistemi produttivi reticolari

come organizzazione industriale. Piore e Sabel affermano che la base della crescita della

specializzazione flessibile è costruita attorno alle considerazioni strategiche degli attori sociali

e delle loro tattiche in casi particolari attorno a variabili quali la fiducia, la solidarietà, la

fedeltà alla comunità. Essi tentano di eludere il determinismo tecnologico o economico per

giungere ad esaltare un approccio intriso di altrettanto determinismo e volontarismo.

Il secondo gruppo è costituito da studiosi italiani che hanno indagato le origini e lo sviluppo

dei distretti industriali in Italia. Essi sottolineano il ruolo delle economie esterne, i vantaggi

derivanti dall’agglomerazione territoriale. Per gli autori citati la spiegazione marshalliana è la

più appropriata per indagare la dinamica economica di alcune aree della Terza Italia, in cui

ogni rete interrelata di piccole imprese si specializza nella produzione di un bene particolare.

Lo studio di Camagni e Capello mostra che in Toscana la flessibilità è determinata dall’elevata

divisione del lavoro tra le piccole imprese e da una struttura regionale altamente integrata. Il

futuro dei distretti industriali sembra in parte condizionato dalla staticità delle competenze

d’origine.

Molti studiosi hanno enfatizzato che le nuove tecnologie non erano semplici artefatti

tecnologici ma piuttosto sistemi complessi che contengono artefatti, skills, desideri e

regolazione politica. L’autonomia della tecnologia è limitata, esse possono svilupparsi solo

con l’aiuto complementare delle strutture manageriali, legali, sociali ed economiche.

L’approccio convenzionale neoclassico alla tecnologia è consistito nel fatto che le invenzioni

individuali e le innovazioni venivano lette come esogene e talvolta come fortuite. La diffusione

dell’innovazione tecnologica costituisce un secondo ambito d’indagine per gli economisti

interessati al cambiamento. Il modello di base parte dall’idea di imitazione e si propone di

studiare la propagazione di una novità. Alla sua origine c’è il trasferimento nelle scienze sociali

del modello epidemiologico della propagazione per contatto. Il modello standard della

diffusione può essere criticato in diversi punti: ignora la questione del lancio dell’innovazione

e la questione della concezione dell’oggetto tecnico. Quest’ ultimo non ha alcuna consistenza.

È stato messo a punto definitivamente prima della sua diffusione e in seguito non sarà più

modificato. All’origine del modello c’è l’idea di imitazione: questo implica sia un’ulteriore

esteriorizzazione tecnica sia l’incapacità di fornire spiegazioni sull’apertura di mercato. Il

modello si rivela piuttosto statico, esso definisce ex ante la popolazione potenziale

dell’innovazione mentre l’ambito di diffusione si modifica in seguito alle trasformazioni

dell’oggetto. Le differenti forme di evoluzione tecnologica rimettono in questione una delle

forme standard della diffusione: la redditività costante dell’adozione della nuova tecnologia.

L’idea della rete d’influenza costituisce il cuore della teoria sociologica della diffusione

d’innovazione: Everett Rogers è il principale esponente di questa corrente. Per lui sono cinque

le caratteristiche che determinano l’eventuale adozione di una nuova tecnica:

il vantaggio relativo;

- la compatibilità con i valori del gruppo di appartenenza;

- la complessità d’innovazione;

- la possibilità di sperimentarla;

- la visibilità d’innovazione.

-

Allo stesso modo il processo decisionale si snoda in 5 tappe (la conoscenza, la persuasione, la

decisione, la messa in opera, e la conferma). Rogers distingue differenti tipologie che

permettono di seguire l’evoluzione del tasso di adozione che è la variabile descrittiva

essenziale della diffusione e ha l’andamento di una curva sigmoide.

Il consenso intorno all’evoluzione tecnologica fra organizzazioni industriali e fra organizzazioni

sindacali ha come conseguenza il fatto che entrambe le parti considerano che la divisione del

lavoro non possa essere modificata.

4.3 LA TEORIA DELLE CONTINGENZE STRUTTURALI COME NORMAL SCIENCE

All’interno degli studi organizzativi la teoria delle contingenze ha dato un paradigma coerente

con l’analisi delle strutture organizzative. Il paradigma ha strutturato un quadro d’analisi in cui

le ricerche sono progredite verso la costruzione di una base di conoscenza fortemente

organica. Per la teoria delle contingenze il ricorrente set di relazioni tra i membri

dell’organizzazione può essere considerato l’essenza della struttura dell’organizzazione

stessa. Il set include: l’autorità relazionale, il reporting relazionale, come struttura di

significato dell’organizzazione, e tutti i comportamenti che caratterizzano l’organizzazione. Un

merito della scuola delle relazioni umane è stato quello di aver portato in primo piano i bisogni

sociali e psicologici individuali e di gruppo come fondamento dell’organizzazione, in quanto

relazioni dinamiche tra individui e gruppi. In consonanza con la scuola delle relazioni umane,

le teorie delle contingenze si sono sviluppate negli anni 50 e 60 su argomenti come le

microdecisioni nei gruppi e la leadership. Verso il 1970 la Woodward sviluppa una tipologia

scalare fondata sulla complessità tecnica, vengono individuati tre tipi di produzioni distinte e

ordinate secondo la loro complessità: produzione di piccola serie, di grande serie e di massa,

e di processo.

4.4 IL MODELLO OPERATIVO FONDATO SULLA TEORIA DELLE CONTINGENZE STRUTTURALI

Lo scopo primario delle organizzazioni aziendali è l’ottenimento di obiettivi produttivi

attraverso l’uso efficiente delle risorse. Le organizzazioni aziendali, a livelli più o meno elevati

di complessità sono considerate come sistemi aperti, quindi parzialmente indeterminati e

soggetti a incertezza di scelte e di comportamenti e nello stesso tempo soggetti soggetto con

certezze per operare in modo efficiente. Non è necessario per diagnosticare il funzionamento

di un organizzazione analizzare tutte le possibili variabili che la influenzano e tutte le relazioni

tra di loro: basta analizzare un numero di variabili e alcune interrelazioni tra di loro.

Le variabili chiave più usate sono: l’ambiente delle organizzazioni, il task dell’organizzazione,

la struttura organizzativa, il comportamento organizzativo, cioè il modo in cui i gruppi e gli

individui si comportano nell’organizzazione. Il task e la struttura organizzativa sono considerati


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ninja13

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti su sociologia dell'organizzazione e del lavoro per l'esame del prof. Massimo Corsale contenenti una sintesi su:
la divisione sociale e tecnica del lavoro
Aspetti generali e storici della divisione del lavoro
Divisione del lavoro ed estensione del mercato
Automazione industriale e processo tecnologico
Effetti sociali dell'automazione
tipi di configurazione organizzativa.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ninja13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dell'organizzazione e del lavoro e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Corsale Massimo.

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