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Dal giusnaturalismo al giuspersonalismo

Vico esprime pubblica gratitudine a Grozio, caposcuola riconosciuto del giusnaturalismo moderno, proclamandosi suo autore, proprio nel momento in cui pubblicamente professa la sua opposizione al giusnaturalismo. Ci si chiede se il gius. che Vico individua in Grozio è compatibile o meno con la genesi del proprio pensiero e la concezione groziana non solo è compatibile col suo pensiero, ma gli apre vie nuove. La concezione giusn. di cui Grozio è caposcuola non solo non è compatibile col suo pensiero ma è ai suoi antipodi.

Il pensiero moderno infatti non solo è ambivalente ma è comprensibile solo a partire da un lavoro ermeneutico attento che sappia lavorare anche col gioco dei palinsesti. Il palinsesto è un manoscritto pergamenaceo in cui il testo primitivo è stato sostituito con un altro. Si tratta infatti di misurarsi con testi in cui lo strato più antico coesiste con lo strato nuovo, non solo ermeneutica ma maieutica. Ora i vari testi classici che si sviluppano nella modernità sono comprensibili solo se svolgiamo con attenzione e rigore un preciso lavoro ermeneutico, un gioco dei palinsesti senza pretendere di ridurre i loro significati.

Errore di prospettiva storica

C’è un vizio metodologico che gli storiografi chiamano errore di prospettiva storica, ossia quella consistente nell’assumere un punto di vista incompatibile col periodo storico osservato, è quell’errore che Vico chiama la boria dei dotti. C’è un altro vizio metodologico proprio degli storici, l’errore storiografico, ossia l’errore di chi guardando la storia lungo l’asse del suo decorso e quindi vedendo i testi alla luce dello svolgimento storico dei fatti ad essi seguiti, perde di tali testi, per un pregiudizio di mestiere, tutti gli altri strati, tutti i palinsesti, che alla luce del tempo seguito non appaiono più.

Una sfida ermeneutica tra contraddizioni logiche e opposizioni reali

È noto che nella filosofia del linguaggio è stata individuata una funzione denominata preformativa, definita come quella in cui le parole dicendo fanno. Una tale dimensione va integrata con un’altra, quella del fare che facendo dice, bisogna quindi seguire un metodo che guardi al testo nel suo insieme, ossia alla dimensione del testo che facendo dice e insieme a quella del testo che dicendo fa.

Leggere un testo col rasoio logico di chi invoca il principio di non contraddizione è usare male questo rasoio. In un'opera la lettura unitaria è criterio ermeneutico fondamentale, ma in essa lavorano anche altri livelli, si tratta di individuare strati per i quali non vale il principio della contraddizione logica ma quello dell’opposizione reale e ciò non fa di quel testo la debolezza ma la ricchezza.

Il "De iure belli ac pacis" di Grozio come prolegomeno a Vico

Dopo aver delucidato il gioco dei palinsesti, Limone individua come paradigma indiziario della problematicità del rapporto Grozio-Vico la collocazione sul medesimo piano del diritto naturale, sia della pace che della guerra. La guerra non sospende del tutto la natura umana, non diversamente da una malattia che non sospende la vita, ma è uno dei modi, quello patologico, di proseguire la vita.

La guerra è il luogo comune dei belligeranti i quali hanno in comune il non avere più pace, la pace della naturalezza ordinata del diritto pacificatore. Esse divengono reciprocamente ratio cognoscendi e ratio essendi l'una dell'altra. Contestualmente emerge come luogo comune ad entrambe, il limite, il confine, la soglia del diritto naturale (crista). Insieme a tale limite, luogo comune è pur sempre la natura, che per Grozio è ciò che è comune, in particolare sotto la specie della sociositas: il comune oggettivo come costume, il comune soggettivo come ragione, il comune intersoggettivo come linguaggio e il comune valoriale come giustizia.

Limone parte dalla Dignità 14 (testo che fa parte della Scienza Nova), in cui Vico scrive che le cose fuori del loro stato naturale né vi si adagiano né vi durano. La natura dunque, non è un puro essere statico, bensì il luogo di un oscillare dinamico, interno ad un nucleo essenziale o interno ad un campo di forze, essa è cioè un limite o una delimitazione. Le è connaturale l'idea del confine che può essere oltrepassato ma non deve essere attraversato. Come soglia, come delimitazione, tale natura non è che il diritto naturale.

L'intuizione di Vico è che questa natura può essere negata e violata, ma nel senso che essa è proprio ciò che negato necessariamente emerge, riappare. In Vico la storia, in Grozio la guerra, dunque, sono componibili con il diritto naturale ovvero con una natura in cui emerge e può emergere un diritto. Una natura dunque che individua la soglia oltre la quale si esce dall'umano. Così essa svela per Grozio il luogo comune del comune sentire, ovvero la rotta, e per Vico il luogo comune del personale sentire, ovvero il pudore.

La fallacia naturalistica

L’argomento della fallacia naturalistica (leggendo l’essere scopro il dover essere) ha acquisito una potenza intimidatoria che va pensata e che pesa sulla ricostruzione storiografica dei vari autori del giusnaturalismo moderno. Questa fallacia in realtà è l’altra faccia del principio di non contraddizione e il suo terreno di giurisdizione teorica è la logica. Il principio di non contraddizione vieta che lo stesso rispetto a una cosa sia e non sia, non vieta che sotto due aspetti distinti una cosa sia due qualità diverse tra di loro che non possa dedursi il dover essere dall’essere.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dell'educazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli o del prof Limone Giuseppe.
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