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Sociologia del terrorismo

Appunti di sociologia del terrorismo, a.a. 2015-16, basati sulla frequenza delle lezioni del prof. Alessandro Orsini e sulla rielaborazione personale dei libri di testo consigliati: Isis - i terroristi più fortunati del mondo e Anatomia delle Brigate Rosse, entrambi di A. Orsini.

Esame di Sociologia del terrorismo docente Prof. A. Orsini

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ESTRATTO DOCUMENTO

osservato il filosofo Vittorio Mathieu, il rivoluzionario non concepisce alcuna forma di dialogo: il suo unico rapporto

con i miscredenti prevede soltanto il tentativo di conversione, l’inganno o il massacro.

Il brigatista è un proletario nel significato inteso da Toynbee: egli è membro di una classe psicologica composta dagli

individui che vivono alla periferia di questo mondo, e che per questo hanno dichiarato guerra ai suoi valori costitutivi.

Il vero tratto distintivo del proletariato non è la povertà né la nascita umile, ma il risentimento per essere stato

diseredato dal suo posto ancestrale nella società. Quando il tessuto sociale è sottoposto a un intenso processo di

disintegrazione, gli individui che sono meno attrezzati ad affrontare la sfida del cambiamento si trasformano in una

massa d’urto colma di rabbia e di frustrazione. È un disagio che ha origine spirituale, e non materiale, e come tale

accomuna ricchi e poveri in un unico progetto pantoclastico. La definizione di Toynbee aiuta a capire come mai nei

brigatisti ci siano uomini di estrazione sociale così diversa tra loro. Il salto nella clandestinità richiede una motivazione

forte, cioè l'odio per il nemico. Tuttavia anche il brigatista è calcola costi e benefici della scelta rivoluzionaria: la

conclusione di chi proviene dalla classe operaia è che ci si sottrae da una vita dura, con a speranza di un futuro migliore;

per gli intellettuali la risposta è invece battersi per gli altri e sacrificarsi per i più deboli. In virtù dei temi su cui si

interroga, l’intellettuale umanista si sente di avere una conoscenza che ai suoi occhi ha un valore altissimo, ma che è

priva di uditorio: in un mondo dominato dalla logica del profitto la cultura umanistica è una cultura non specialistica

e, come tale, priva di domanda sul mercato professionale. Questo ci aiuta a comprendere la ragione per cui i nemici

più acerrimi del sistema caratteristico provengono proprio dai settori marginali della moderna classe intellettuale, che

elaborano un’utopia etico-politica che prefigura una società in cui il profitto e la competizione siano per sempre

banditi. Ma il progetto non basta: per creare un rivoluzionario è necessaria l’adesione a un gruppo organizzato che sia

in grado di fornire il necessario sostegno psicologico che richiede l’immane progetto della distruzione violenta del

mondo e la sua ricostruzione su basi completamente sconosciute alla storia. L’omicidio politico richiede una

motivazione ideologica fortissima, che soltanto l’identificazione totale con il gruppo gnostico può dare: la setta

conferisce significato alle azioni del brigatista, le incoraggia e le nobilita.

All’aspirante brigatista viene chiesto di abbracciare una nuova cultura: Berger e Luckmann direbbero che l’aspirante

brigatista deve interiorizzare i sottofondi istituzionali del gruppo, un processo che include l’acquisizione di un

vocabolario specifico, ricco di significati accessibili

soltanto ai suoi membri. Una volta terminato il

periodo probatorio durante il quale il novizio

acquisisce le regole fondamentali per gruppo, mentre

il gruppo valuta le sue attitudini particolari, il

brigatista è coinvolto in un processo di ridefinizione

radicale della propria identità. Esattamente come

avviene in alcuni ordini religiosi, egli è tenuto ad

assumere un nuovo nome, a riprova del fatto che è un

uomo nuovo e che il suo passato non esiste più; si

tratta di un vero e proprio rito di iniziazione, il cui

obiettivo è sconvolgere l’identità del neofita,

modificando il suo modo di percepire la realtà. Poiché un errore nella selezione di un aspirante rivoluzionario potrebbe

avere effetti devastanti per la vita di una formazione terroristica, il test d’ingresso non può che essere costellato di

prove assai impegnative. Per poter diventare un regolare delle Brigate Rosse bisognava compiere una rapina per

l’organizzazione; questo era un rito iniziatico attraverso il quale venivano abbattuti alcune convenzioni sociali. Il

passaggio alla clandestinità è la condizione indispensabile perché si verifichi il distacco definitivo dal mondo, che porta

a compimento il processo socio-psicologico che porta il brigatista al delitto di sangue. Il brigatista vive in una condizione

di fusione totale con gli altri rivoluzionari, e se ne comprende la ragione: la sua sopravvivenza fisica e psicologica

dipende interamente dalla loro solidarietà e dal loro sostegno. Non c’è niente di eroico nella vita del brigatista: vivere

separato dal mondo rende frustrante e penosa la sua quotidianità, l’odio e l’estraneità della società circostante

aggravano anche i problemi più piccoli; egli vive in un limbo, a metà tra il mondo reale e l’utopia della società perfetta.

Interrogarsi sulla genesi delle Brigate Rosse significa domandarsi come mai la civiltà capitalistica, che ha generato una

diffusione della ricchezza e della libertà senza precedenti nella storia, abbia suscitato anche tanto odio contro di sé. La

lezione dei principali interpreti del capitalismo è che le trasformazioni economiche non sono mai soltanto un problema

economico. Come spiega Carl Polanyi, il fatto che il mercato controlli il sistema economico fa sì che la società venga a

trovarsi in una posizione accessoria rispetto alla logica del profitto; il ritmo dei mutamenti generati dall’espansione del

capitalismo è elevatissimo, e crea problemi di riadattamento psicologici e istituzionali. La crescita economica,

soprattutto quando è impetuosa, trasforma la vita delle persone, accentuando gli aspetti individualistici e atomistici

dell’organizzazione sociale; simili trasformazioni possono assumere l’aspetto di un vero e proprio trauma collettivo.

Negli anni in cui si formò la prima generazione di brigatisti l’Italia era alle prese con tutti i problemi che da sempre

sono legati a un’intensificazione dei processi di modernizzazione: la progressiva estensione della logica dello scambio

e della competizione a tutti gli aspetti della vita in società, l’affermazione dei valori dell’individualismo, l’erosione dei

legami tradizionali, lo sfruttamento delle fasce sociali più deboli e i movimenti migratori. In meno di un decennio, dal

1955 al 1963 l’Italia si trasformò da paese prevalentemente agricolo in una delle principali potenze industriali del

mondo, con un processo rapido ma contrassegnato da elementi profondamente contraddittori. Uomini e donne

provenienti dal Meridione si insediarono nelle città del Nord, dove iniziarono a confrontarsi con i ritmi della catena di

montaggio; uomini legati le abitudini della vita contadina, a una concezione della famiglia fortemente patriarcale,

persero il contatto con le proprie radici e si trovarono proiettati in una realtà in cui si sentirono estranei. Le origini

delle Brigate Rosse vanno ricercate nei processi di integrazione sociale che investirono l’Italia negli anni del boom

economico; non stupisce dunque che le Brigate Rosse siano nate nell’area più ricca e industrializzata del paese. Le

pessime condizioni di vita vengono vissute in una dimensione squisitamente privata, in un ripiegamento che amplifica

le incertezze e il senso di solitudine. Mentre mutava l’universo culturale degli italiani grazie alla diffusione della

televisione, si indeboliva il consenso verso le istituzioni, ritenute incapaci di governare lo sviluppo e sottoposte a una

critica aggressiva e incondizionata. Le masse operaie perdevano fiducia nelle organizzazioni sindacali, considerate

troppo accomodanti verso la controparte imprenditoriale, responsabile di una durezza depressiva senza paragoni.

Tutto comincia a precipitare quando gli operai, sottoposti a ritmi di lavoro vertiginosi, si resero conto che i loro salari

erano cresciuti a un ritmo molto inferiore rispetto ai profitti delle imprese. Questo provoca un’esplosione di conflitti

dagli effetti complessivamente devastanti, con un aumento delle ore di sciopero e della repressione della polizia.

A destra del fascismo vi era chi, richiamandosi agli insegnamenti di Julius Evola, aderiva apertamente all’esperienza

nazista, in cui vedevano l’unico strumento per garantire ordine, armonia e disciplina. In questi ambienti mossero i

primi passi coloro che, avanzando a mano armata, avrebbero seminato morte e disperazione nelle piazze italiane: tra

il 1969 e 1985 le vittime del terrorismo nero in Italia sarebbero state 51, quelle delle stragi 322. Lo stesso Almirante

avrebbe riconosciuto la presenza di giovani violenti tra le fila del suo partito: in una conferenza stampa del giugno

1976, Almirante avrebbe giustificato l’apertura del suo partito anche a giovani violenti con il tentativo di impedire

all’eversione nera di dotarsi di una propria struttura organizzativa. Per Sabino Acquaviva le cause della violenza politica

sono da ricondursi alla disgregazione del tessuto sociale, per l’accelerazione del mutamento socio-economico. La

struttura di potere non gode più del consenso dei governati (disgregazione); sono disponibili valori antagonisti rispetto

a quelli dominanti, intorno ai quali gli individui possono aggregarsi in gruppi (aggregazione); se gli individui sono

disposti a ricorrere alla violenza, si giunge alla lotta armata.

La socializzazione politica dei primi brigatisti avviene in un contesto di estremo disfacimento anomico, caratterizzato

da condizioni di vita miserabili, disuguaglianze radicali, sfruttamento, in cui non mancarono episodi di dura repressione

contro la classe operaia, ossessionato dal timore continuo di un colpo di stato militare fascista. I primi brigatisti furono

accomunati dall’aver condiviso la stessa condizione di marginalità e disgregamento: l’ingresso nelle Brigate Rosse

rappresentò per loro una possibilità di ricostituire il campo di solidarietà perduto. I brigatisti furono individui

tipicamente allenati: privi dei mezzi necessari, o comunque non disposti ad affrontare con successo le continue sfide

di un’economia autopropulsiva, svilupparono un odio viscerale verso il mondo circostante, e la loro difesa su una

strategia d’attacco. Per sottrarsi alla condizione di marginalità da cui sono colpiti, i brigatisti vedono sé stessi e le loro

azioni come buone e giuste, in antitesi a tutto ciò che è considerato borghese e dunque corrotto.

Gli uomini abbandonati a sé stessi sono incapaci di autoregolarsi, e per questo i nostri impulsi possono trovare un

freno moderatore soltanto in alcuni valori condivisi, ciò che Durkheim chiama autorità morale della società: un’autorità

che riposa sul consenso e non sulla forza, e che viene obbedita per rispetto e non per paura. La società è una rete di

protezione: quando è attraversata da trasformazioni repentine e radicali, lo stile di vita, i sentimenti e le aspettative

dei suoi membri vengono scossi. Ha inizio così una crisi che fa vacillare le certezze e le abitudini più consolidate, si

sviluppano visione del mondo alternative, viene meno il consenso sui principi che a lungo erano sembrati incrollabili.

Il ruolo moderatore della società questo punto si indebolisce, e gli individui precipitano nell’anomia, ovvero in una

condizione di disorientamento e di abbandono. I cambiamenti che investono la sfera della cultura sono molto più lenti

e faticosi di quelli che intervengono nella sfera economica: per alcuni individui cambiare i propri valori e modelli di

comportamento può richiedere uno sforzo insopportabile. In questo caso la conversione fallisce creando una reazione

di rigetto e l’amore per le radici si trasforma in un’ossessione che alimenta la diffidenza verso il mondo circostante.

La nascita delle Brigate Rosse fu dunque innanzitutto un fenomeno di rigetto ai processi di dislocazione che investirono

l’Italia durante gli anni del boom economico. Questi produssero ciò che Toynbee ha chiamato proletariato interno,

ovvero una classe psicologica che comprende individui di estrazione sociale diversissima, ma tutti accomunati dal

risentimento verso un aspetto sociale che li penalizza. Essi hanno smarrito ogni vincolo di fedeltà nei confronti delle

istituzioni dei modelli dominanti e sono pronti ad assecondare soluzioni radicali contro l’ordine esistente. Nelle parole

di Ted Gurr, la privazione relativa è la percezione da parte degli attori di una discrepanza fra le loro aspettative di

valore e le loro capacità di valore: le aspettative di valore sono i beni e le condizioni di vita a cui la gente crede di avere

diritto, mentre le capacità di valore sono i beni e le condizioni che si pensano di poter ottenere e mantenere. Secondo

Gurr la violenza politica rivoluzionaria ha origine nella mancata corrispondenza tra ciò che un individuo o gruppo

ritiene di avere diritto di ottenere, e ciò che crede di poter ottenere effettivamente. La privazione relativa può derivare

sia da un innalzamento delle aspettative a fronte di una situazione reale immutata (privazione aspirazionale), sia dal

fatto che la situazione percepita ha subito un deterioramento (privazione decrementale), sia infine dalla compresenza

di entrambe le condizioni (privazione progressiva). Quanto più è acuta e diffusa la percezione della privazione relativa

da parte dei membri di un gruppo, tanto più vi sarà la possibilità che questi ricorrano alla violenza collettiva contro

altri gruppi o contro il regime politico vigente. James Davies ha rappresentato graficamente le diverse privazioni.

Privazione decrementale. L’insoddisfazione deriva da un deterioramento della situazione reale, a fronte di aspettative

di valori stabili. La linea A rappresenta le aspettative di valore, la linea

B le capacità di valore. Il punto C indica il momento in cui esplode

l’insurrezione. Questa privazione è tipica delle jacquerie, le quali non

ambiscono a sconvolgere i valori fondamentali della società, ma a

ribellarsi ad alcuni abusi divenuti particolarmente odiosi. Si tratta di una

rivolta che si propone di ristabilire usi che sono stati calpestati, e

dunque i suoi effetti sono contenuti, perché l’ordine costituito non è messo in discussione.

Privazione aspirazionale. L’insoddisfazione deriva da un innalzamento delle aspettative, in presenza di una situazione

reale stabile. È un fenomeno tipico delle società capitalistiche,

caratterizzate da processi intensi di mobilità sociale. In un mondo in

continua trasformazione i gruppi sociali sono portati a confrontare la

propria posizione con quella dei gruppi di riferimento: il

miglioramento delle condizioni del gruppo X può provocare un

desiderio di rivalsa nel gruppo Y. Questo significa che la propensione

alla contestazione dell’ordine esistente può verificarsi anche in

momenti di crescita della ricchezza di un Paese, quando alcuni individui, migliorando la propria posizione sociale,

suscitano risentimento in chi ha l’impressione di non aver fatto progressi.

Il caso della privazione progressiva è la più esplosiva, poiché alla crescita delle aspettative si accompagna il

deterioramento delle condizioni reali. È in questo caso che si crea ciò che Neil Smelser ha chiamato propensione

strutturale alla violenza. Quando la privazione progressiva colpisce

larghi strati della popolazione, anche un avvenimento privo di

particolare significato può scatenare la rivolta contro le autorità, a

condizione però che sia intervenuta un’ideologia capace di orientare

l’insoddisfazione delle masse contro un preciso obiettivo politico.

Abbandonate a sé stesse le masse sono incapaci di individuare le cause

profonde della propria insoddisfazione, perciò hanno bisogno che qualcuno dall’esterno elabori un nuovo processo di

trasformazione sociale, indicando gli amici e nemici della rivoluzione. È questo il compito degli intellettuali, i quali

forniscono nuove rappresentazioni del mondo di cui le masse non potrebbero fare a meno.

Agli occhi del sociologo dei fenomeni rivoluzionari è decisivo il modo in cui gli individui percepiscono il proprio ruolo

nel mondo: esiste sempre uno scarto tra la realtà oggettiva e la sua percezione. Da questo punto di vista le ideologie

politiche sono esse stesse agenti del mutamento sociale, poiché rappresentando il medium tra l’individuo e la realtà,

intervengono sulla nostra scala di valori. Ciò porta a concludere che non era la fame di per sé a spingere le masse in

rivolta, ma la convinzione di essere vittime di un’ingiustizia; un uomo la cui visione del mondo giustifichi lo

sfruttamento, non sarà mai un ribelle. Come spiegò Tocqueville, ciò che spinge alcuni gruppi sociali alla contestazione

non è l’impossibilità di realizzare i propri desideri assoluti, ma quelli considerati legittimi in base a un dato sistema di

norme. Le masse forniscono la violenza necessaria per abbattere l’ordine costituito, e gli intellettuali il progetto di

trasformazione sociale; ma occorre anche che il gruppo che controlla gli apparati coercitivi abbia smarrito le proprie

capacità creative. Una crisi rivoluzionaria è innanzitutto una sfida alle capacità di governo della minoranza preposta

alla guida della società: la violenza dei governati si scatena quando le élites politiche si sono dimostrate incapaci di

rispondere adeguatamente ai mutamenti intervenuti.

I brigatisti furono le vittime della grande trasformazione e il loro fu innanzitutto un disagio psicologico, che ebbe

un’origine sociale: svuotati di valore, sradicati dal loro comunità di appartenenza, sottoposti alle spietate leggi

economiche del capitalismo, svilupparono un sentimento di estraneità al nuovo mondo verso cui provare uno soltanto

odio e disprezzo. Se la decisione di sposare la causa politico-militare fosse precedente alle morti di Milano, ciò

significherebbe che le radici della lotta armata siano da ricercarsi nell’ideologia brigatista. Orsini insiste su questo

punto per difendere un preciso principio metodologico, cioè che ogni ideologia può cambiare il corso della storia, o

più precisamente che la nostra rappresentazione del mondo e dei suoi sviluppi futuri può essere un potentissimo

strumento di trasformazione sociale. Le idee politiche contano e in alcuni casi decidono della vita di milioni di persone,

essendo così le ferie variabili indipendenti del mutamento sociale; ma questo non significa che vi sia un nesso di causa

effetto tra le idee e le azioni rivoluzionarie, perché la semplice circolazione letteraria delle idee non è sufficiente a fare

una rivoluzione. Secondo Luciano Canfora i brigatisti non furono le rivoluzionarie comunisti, ma quattro imbecilli incolti

e forse prezzolati. Secondo criteri scolastici non sono incolti, ma comunque l’educazione rivoluzionaria si misura in

base all’odio che il militante riesce a riversare contro la società. Inoltre, i brigatisti furono tutti i militanti fedeli:

sacrificarono la loro vita sull’altare del comunismo, animati dal desiderio sincero e profondo di realizzare una società

perfetta. È senz’altro vero che i brigatisti non c’entravano nulla con i comunisti italiani, ma in un senso opposto a quello

inteso da Canfora: gli unici veri rivoluzionari comunisti in Italia furono i brigatisti, che seguirono alla lettera Marx e

Lenin, secondo cui il capitalismo potrà essere abbattuto soltanto con la violenza.

Anche Gramsci fu pervaso da una concezione rigorosamente gnostica dello sviluppo storico: considerandosi il

depositario di una conoscenza di rango superiore, si sentiva investito del diritto/dovere di imporre la propria verità

con ogni mezzo. La sua visione del mondo è animata dallo stesso catastrofismo radicale che ritroviamo negli scritti dei

brigatisti: Gramsci era convinto di essere vittima di un mondo malato che conduce gli uomini sull’orlo della

schizofrenia. Per Gramsci la rivoluzione proletaria è la massima rivoluzione, che farà tabula rasa del mondo presente;

al partito spetta un compito educativo-organizzativo, e deve chiudere le porte a chi non dimostri di essere animato da

una determinazione ideologica assoluta. In un articolo del settembre 1920, Gramsci spiega che il Partito Comunista è

del tutto simile alle comunità religiose del cristianesimo primitivo, si compone di martiri ed è in grado di compiere

miracoli. Gramsci spiega che l’identità dei comunisti e l’importanza della loro funzione storica dipendono da una

dottrina particolare, attraverso cui i comunisti interpretano la realtà e definiscono gli obiettivi immediati della loro

missione storica. In Gramsci non manca il disprezzo per i riformisti, i quali sono piccoli e medi borghesi: avendo una

concezione integralista della politica, egli riteneva assolutamente intollerabile che gli uomini non si schierassero con

spirito rigorosamente partigiano. La mentalità a codice binario non ammette zone d’ombra.

Togliatti e Berlinguer e conoscevano in ogni particolare la lezione marxista-leninista, ma si guardarono bene dal

metterla in pratica, a causa di un contesto internazionale poco favorevole a una rivoluzione comunista in Italia, che

non avrebbe consentito il mantenimento del potere. Nella genesi delle Brigate Rosse, il Partito comunista italiano ebbe

una evidentissima responsabilità pedagogica: la maggioranza del gruppo che fondò le Brigate Rosse pagò il prezzo

dell’incoerenza tra l’educazione rivoluzionaria, ricevuta nelle sezioni del Partito Comunista, e la prassi politica. Nella

storia dell'Italia repubblicana il rapporto tra il PCI e la violenza politica conobbe due fasi: la prima si concluse con

l'avvento delle Brigate Rosse, e si caratterizzò per l'esaltazione della violenza rivoluzionaria; la seconda invece si

distinse per un vero e proprio corto circuito politico-ideologico. Esso consiste nel fatto che il PCI, pur difendendo con

intransigenza la democrazia italiana e le sue istituzioni, non condannò mai in via di principio la possibilità di ricorrere

alla violenza politica per instaurare il socialismo. Dopo la dura repressione attuata dal Ministro Scelba nei confronti

delle insurrezioni dopo il suo attentato, Togliatti iniziò a svolgere quella funzione di delegittimazione dello Stato che

preparò, magari inconsapevolmente, il terreno alla fioritura del seme del terrorismo. Migliaia di militanti si convinsero

di essere stati vittime di un colpo di Stato, un abuso insopportabile che avrebbe giustificato il ricorso alla violenza. Le

responsabilità del PCI non riguardano soltanto l’educazione rivoluzionaria ai fini dell’identificazione del maligno, ma

anche l’esaltazione della violenza rivoluzionaria. Contemporaneamente, gli organi di stampa ufficiali del PCI esaltano

la volontà di trasformazione dei movimenti studenteschi, e modificano le notizie appositamente per far apparire i

disordini generati dalle frange violente e incontrollate come il frutto dell’irruenza della polizia e della scorrettezza della

DC e dei fascisti. Mettere il PCI sullo stesso piano degli altri partiti è un errore: gli studenti devono riservare il loro

biasimo soltanto alle forze controrivoluzionarie, perché fare altrimenti significherebbe negare la battaglia

rivoluzionaria. Il PCI vuole porsi alla guida della protesta studentesca, e il modo migliore è convincere le nuove

generazioni che il partito è sinceramente rivoluzionaria. La lotta studentesca è vista come l’anticamera della lotta

rivoluzionaria, ma gli studenti non possono pensare che la rivoluzione scoppi dall’oggi al domani: il partito ha bisogno

di tempo per creare le condizioni favorevoli all’abbattimento del capitalismo. Perché ciò avvenga, spiega Occhetto,

occorre che alle elezioni il PCI ottenga i voti necessari per governare: ottenne il 26,9% dei voti, ma una volta evocate

le forze dell’eversione del movimento giovanile, non seppe più contenerle. Durante la protesta studentesca il PCI gioca

con le parole, convinto di riuscire a ottenere tutto dalla sua politica della doppiezza: i voti del Movimento Giovanile,

la guida della protesta e magari anche il governo del Paese. In questi mesi Amendola non smette di ripetere che il PCI

ha il compito, in quanto partito organizzato della classe operaia, di raccogliere questi sentimenti di collera e di rabbia

e trasformarli in coscienza politica. Nel volgere di poco tempo il PCI dovete trasformarsi in un partito della legalità,

della difesa intransigente delle istituzioni dello Stato; lo stesso Amendola nel maggio 1972 mette in guardia dal pericolo

di civettare con l’estremismo giovanile, invitando ad avere un fermo atteggiamento critico verso gli sbandamenti

estremistici. Nel frattempo il Partito Socialista indicava nelle riforme l’unica via, sia per migliorare le condizioni dei

lavoratori, sia per difendere la democrazia italiana dai pericoli eversivi sia di destra che di sinistra. A differenza del PCI,

il PSI prese le distanze sin da subito dagli studenti che, partendo dalle scuole, avrebbero voluto travolgere l’intero

assetto sociale. Il PSI invita al dialogo gli studenti, nel tentativo di trasformare in riforme le richieste più sensate. Nel

marzo 1968 il PSI richiama l’attenzione sul fatto che una parte del movimento studentesco si è avviata verso una strada

pericolosa per la democrazia italiana, e invita il PCI non agitare le piazze con la demagogia, la quale ha prodotto il

brillante risultato di far perdere ai partiti politici la direzione della protesta; ma gli appelli dei socialisti cadono nel

vuoto. Dopo il sanguinoso golpe del 11 settembre 1973 in Cile a danno di Salvador Allende, Berlinguer inizio a temere

che anche in Italia, complici i servizi segreti americani, potesse verificarsi un’esperienza analoga; per questo giunge

alla conclusione che sarebbe stato del tutto illusorio credere che i comunisti avrebbero potuto governare il Paese,

anche vincendo regolarmente le lezioni. La svolta è innanzitutto nelle parole: il termine rivoluzione scompare, per

lasciare il posto di espressioni come processo di rinnovamento e rinnovamento democratico, e la DC smette di essere

il partito dei corrotti, per diventare una realtà non solo varia, ma assai mutevole. I massimi dirigenti del PCI iniziano

bacchettare tutti coloro che hanno evitato di condannare i primi episodi di violenza, e che ancora oggi rifiutano la

responsabilità delle azioni stimolate dalla loro virulenta agitazione; nelle parole di Amendola, la principale

responsabilità dei gruppi estremisti è quella di aver condotto un’opera nefasta di diseducazione politica, che prepara

culturalmente il terreno all’uso della violenza. Ma il PCI non ha alcuna intenzione di avviare un processo di revisione

ideologica: il suo riferimento alla tradizione marxista-leninista rimane incrollabile, producendo un cortocircuito

politico-ideologico che non sarà mai sanato. In un’intervista rilasciata da Berlinguer alla Repubblica nel luglio 1981, il

segretario del PCI riesce all’interno del medesimo discorso a sviluppare una critica radicale del sistema come fonte del

male, e un elogio dei suoi pilastri fondamentali, come il mercato e l’iniziativa individuale. I brigatisti hanno sempre

sostenuto che la nascita del terrorismo rosso in Italia ebbe una delle sue radici più profonde nella contraddizione tra

l’ideologia rivoluzionaria del PCI e la sua azione politica moderata: i vertici del PCI avevano esaltato il mito della

rivoluzione proletaria, pur sapendo di dover fare i conti con una situazione internazionale tutt’altro che favorevole, e

avevano preparato il terreno perché molti militanti sfogassero la loro frustrazione attraverso la violenza.

Il mito brigatista è un anelito di trascendenza che tende a ripresentarsi nei momenti di grande tensione collettiva, che

ha almeno due secoli di storia. I tempi e i modi della sua manifestazione possono variare, ma la trama del racconto è

sempre la stessa: il mondo è un luogo abitato da presenze demoniache che guidano l’umanità verso la rovina, ma non

tutto è perduto perché un manipolo di uomini conosce la via che conduce alla salvezza; per espellere il male della

storia occorre sottoporsi a una disciplina durissima, per cui i pensieri, i gesti, le parole devono essere purificati per

condurre la guerra di sterminio contro gli elementi infetti che attentano alla felicità eterna.

Per quanto l’avvenimento centrale è rappresentato dall’avvento al potere di Robespierre, la parabola storica dello

gnosticismo rivoluzionario ha inizio con il teologo protestante Thomas Müntzer, il primo a compiere una rivoluzione

nel tentativo di instaurare il paradiso in terra. Müntzer nasce nel 1490 in una in un’intensa fase di sviluppo capitalistico,

dove accanto all’introduzione dei primi rudimentali modi di produzione capitalistica, continua a esistere la servitù della

gleba, e in cui il tentativo dei contadini di difendersi provocò una lunga serie di rivolte. A differenza di Lutero (a cui

però si associa nella critica della corruzione della Chiesa romana), Müntzer non ha una vocazione per la vita monastica

e la meditazione, ma è animato dal desiderio di misurarsi con i problemi della società, per cui i protagonisti dei suoi

scritti sono gli artigiani e i contadini emigrati nelle città. Al termine di un ritiro spirituale, ha elaborato il suo progetto

rivoluzionario: il mondo è un luogo corrotto, popolato da uomini malvagi contro cui occorre ingaggiare una lotta senza

tregua, per instaurare un regno costruito sull’amore e sulla solidarietà. Nel maggio 1520 Müntzer è tra i principali

promotori di una rivolta popolare in una cittadina industriale; in un clima teso, galvanizzato dalla dieta di Worms, dal

rifiuto dell’abiura da parte di Lutero e dalla celebrazione della messa in volgare e senza paramenti sacri da parte di

Carlostadio, l’esaltazione collettiva diventa incandescente e scoppiano una serie di rivolte contadine. In questo clima

Müntzer si sposta di città in città, trovando attenzione per le sue idee e fornendo sostegno teologico a tutti i patti di

fratellanza nati nel solco delle sue predicazioni. Nonostante ciò, tutte le città furono riconquistate dai principi tedeschi

e la testa di Müntzer fu tagliata ed esposta al pubblico, nel maggio 1525. Che il contadino fosse trattato come una

cosa, come una bestia da soma e anche peggio, non è in dubbio; ma non è affatto scontato che la società degli eletti

di Müntzer avrebbe rappresentato una possibilità di riscatto. Müntzer era un fanatico religioso integralista: animato

da una concezione millenaristica della storia, si considerò il depositario di una conoscenza assoluta che avrebbe

dischiuso agli oppressi le porte del paradiso in terra; il suo pensiero fu una sintesi esplosiva di misticismo e

messianesimo. Il messianesimo può essere indagato come fenomeno religioso, psicologico oppure politico (tutti

presenti in Müntzer): in quanto fenomeno religioso, il messianesimo è l’attesa di un messia portatore di salvezza; in

psicologia è lo stato delirante di chi è convinto di essere investito di una missione di fondamentale importanza per i

destini dell’umanità; in politica è l’attesa di un profondo rivolgimento politico e sociale, che libererà gli uomini

dall’infelicità e dalla sofferenza. Nella società di Müntzer tutto sarebbe stato rigidamente disciplinato, secondo una

tecnica di terrore permanente; ogni manifestazione di gioiosità e di allegrezza deve essere repressa, perché è soltanto

nella sofferenza e nella mortificazione della carne che può essere compreso il messaggio di Dio. La disciplina rigida

permette all’uomo di essere svuotato e poi ricolmato con la fede; il popolo deve essere duramente ripreso per

estirpare gli scomposti piaceri che lo distraggono dalla fede.

Anche l’anabattista Giovanni di Leida era convinto che il mondo fosse corrotto e corruttore, sotto la costante influenza

di Satana. Nel 1534, affiancato dal fornaio Matthys (interprete di Dio), assunse il controllo della città di Münster (a

maggioranza protestante), instaurando una repubblica teocratica-comunista, basata sull’uso massiccio sistematico del

terrore totalitario. Matthys propendeva per la totale eliminazione degli impuri attraverso lo sterminio di massa: gli

anabattisti fecero irruzione nelle case, e centinaia di uomini e donne, vecchi e bambini, furono trascinati sulla neve e

le loro case furono depredate. L’espulsione degli impuri fu attuata anche verso gli oggetti e gli edifici, con l’uso del

fuoco purificatore, e si ricorse all’uso del terrore per attuare la socializzazione della proprietà. Ma alcuni provvedimenti

furono osteggiati dagli stessi insorti, provocando dei sommovimenti che sarebbero stati repressi da Giovanni di Leida

con durezza e crudeltà: ogni giorno venivano effettuate una o più esecuzioni, così da ammonire eventuali altri

detrattori del regime. Münster capitolò il 14 giugno 1535, dopo un assedio durato 18 mesi; Giovanni di Leida fu legato

ad un palo e torturato con ferri roventi prima di essere trafitto al cuore.

L’idea della purificazione del mondo attraverso il sovvertimento delle sue fondamenta riappare dopo un secolo di

ibernazione nella rivoluzione puritana; per Vittorio Marchi questi furono i primi veri rivoluzionari, perché

trasformarono un atteggiamento finora religioso in una forza politica che risponde alle tensioni sociali derivanti dai

processi di modernizzazione. Con il puritanesimo giunge a maturazione una nuova idea della politica, che si configura

come lotta per la conquista del potere; quella puritana è una politica tipicamente escatologica, che sposta il problema

della salvezza dall’aldilà all’al di qua. Nella visione di Oliver Cromwell politica e religione sono inseparabili: animato da

una visione provvidenzialistica della storia, in base alla quale Dio si occuperebbe direttamente degli affari terreni,

Cromwell considerava la sua vittoria come la diretta emanazione della volontà del Signore. Il desiderio di glorificare il

Signore, più che la brama di potere, trasforma i suoi seguaci in un’armata disciplinata, capace di sconfiggere l’esercito

di Carlo I. Il fanatismo religioso ebbe un ruolo centrale nella storia delle rivoluzioni inglesi: fu intorno alle sette religiose

radicali che si diffusero i movimenti popolari, che perseguivano il sogno di una società perfetta, basata sulla giustizia

e la fratellanza universale. Tuttavia l’esperimento di Cromwell non diede vita a una tradizione rivoluzionaria, perché

l’élite inglese fu profondamente impressionata dalle conseguenze della violenza rivoluzionaria.

Con la rivoluzione francese, l’idea di rivoluzione si distacca dalla sua matrice religiosa: la storia non è guidato da Dio

ma dagli uomini. Se l’esperimento di Cromwell ha le proprie radici intellettuali nella predicazione puritana, la missione

politica di Robespierre si inscrive in quella tradizione di pensiero che vede nella società (e non più nell’uomo) la fonte

di ogni male: per Rousseau l’uomo è buono per natura, e sono le istituzioni ad averlo reso malvagio. Rousseau non

teorizzò il comunismo, ma la sua critica delle istituzioni portanti della società capitalistica è martellante: partendo

dall’assunto che la maggior parte dei mali è opera nostra, e che li avremmo evitati quasi tutti conservando la maniera

di vivere semplice che c’era stata prescritta dalla natura, egli indirizzava i suoi strali contro l’individualismo, il profitto

e la democrazia rappresentativa. Rousseau vorrebbe che lo Stato possedesse tutto, e che ciascuno avesse la sua parte

del bene comune soltanto in proporzione dei suoi servigi; tuttavia, ritenendo impossibile l’eliminazione completa della

proprietà privata, si propose di circoscriverla entro limiti assai ristretti, che la tengano sempre subordinata al bene

pubblico. Ai filosofi spetta il compito di plasmare la società, secondo gli imperativi categorici di una ragione

disincarnata: la filosofia non è soltanto un metodo per conoscere la realtà, ma è lo strumento per trasformarla

radicalmente. La moltitudine deve rendersi protagonista del proprio destino, ma ha bisogno di essere guidata, perché

spesso non sa quello che vuole, perché di rado sa quel che è bene per sé stessa. Condorcet era invece convinto che gli

sconvolgimenti violenti e repentini fossero peggiori dei mali che gli uomini vorrebbero curare, ed era dunque schierato

in favore di un cambiamento graduale della società francese. Affermava che l’uguaglianza doveva essere considerata

un’idea guida dell’azione politica, e non un principio in nome del quale precipitare il mondo nel caos; inoltre, le cause

della disparità economica e di istruzione devono diminuire continuamente, ma senza tuttavia scomparire, perché sono

cause naturali e necessarie, che sarebbe assurdo e pericoloso voler distruggere. Condor se aveva preso la lezione di

Voltaire, secondo cui i cambiamenti sociali dovrebbero avvenire in maniera continua e graduale. Le opposte tradizioni

filosofiche interpretate da Voltaire e Rousseau ispirarono due distinte rivoluzioni francesi, incompatibili: la rivoluzione

del 1789, che avrebbe voluto conciliare il principio monarchico con il diritto alla rappresentanza dei ceti emergenti, e

quella del 1793, che si propose di fare tabula rasa di questo mondo, eliminando tutti coloro che si erano compromessi

con il regime aristocratico. I protagonisti del 1789 optarono per una trasformazione graduale delle istituzioni francesi,

quelli del 1793 s’ispirarono a una concezione pantoclastiche dello sviluppo storico. Con la rivoluzione giacobina la sfera

religiosa è assorbita da quella politica: qui non trionfa la volontà di Dio, ma il rivoluzionario giacobino si rivolge agli

uomini, li chiama all’azione in nome di una verità superiore, frutto della riflessione filosofica. Saint-Just sosteneva la

necessità di eliminare non soltanto i traditori, ma anche gli indifferenti: bisogna punire chiunque è passivo nella

Repubblica e non fa nulla per essa, poiché dopo che il popolo francese ha manifestato la sua volontà, tutto ciò che le

si oppone è fuori del corpo sovrano, e tutto ciò che è fuori del corpo sovrano è un nemico. Il terrore non è soltanto un

monito per le azioni future, ma è un incubo permanente che si protende nel passato: i criteri fumosi, rendendo

potenzialmente illimitato il numero dei presunti nemici della rivoluzione, consentirono ai giacobini di ghigliottinare

senza processo circa 16000 uomini in 13 mesi; in preda a un delirio maniacale, gli stessi rivoluzionari presero a

sterminarsi tra loro a centinaia. Spostando il fuoco dell’attenzione sulla moralità dei suoi oppositori, Robespierre

evitava il contraddittorio. Quanto mai esemplificativo di una simile condotta intellettuale è l’argomento con cui si

difese da Camille Desmoulins: pur godendo del sostegno di Robespierre, fece una coraggiosa riflessione critica sugli

effetti potenzialmente devastanti della legge dei sospetti. Robespierre accusò Desmoulins di essere stato traviato dagli

ambienti aristocratici che frequenta, e gli offre il perdono in cambio della distruzione dei suoi scritti; indignato,

Desmoulins fa notare che quella non è una risposta, e a questo punto Robespierre lo accusa di essere un corrotto

prezzolato che trama nell’ombra per conto di forze controrivoluzionarie: Desmoulins fu decapitato. Il terrore giacobino

non fu un evento connaturato alla fatalità del momento, ma ebbe radici profonde: è avvenuto sia in epoca di guerra,

sia in epoca di pace, sia in periodi di recessione, sia in periodi di prosperità economica. È vero che le prime due ondate

di terrore si scatenarono sotto il pericolo dell’invasione straniera, tuttavia il Grande Terrore avvenne in condizioni

decisamente favorevoli per la Francia. Guglielmo Ferrero ha richiamato l’attenzione sulla pratica del terrore,

analizzando i suoi effetti sugli sviluppi della rivoluzione giacobina. Ferrero ha attribuito alla violenza rivoluzionaria il

potere di trascinare il corso degli eventi, secondo una logica autonoma rispetto a quella dei suoi protagonisti. Che

scatena il terrore finisce per esserne sopraffatto: anche il governo più sanguinario è costretto a vivere nel timore

permanente di essere rovesciato con la forza; per scongiurare una simile eventualità esaspera la sua ferocia,

provocando nuovi lutti che amplificano le sue paure. I governi rivoluzionari hanno sempre paura, perché il loro potere

è stato conquistato con la forza, per natura instabile e passeggera, e perché non poggiano su alcun principio giuridico

riconosciuto da coloro che devono obbedirgli. Dunque i governi rivoluzionari diffidano dei propri sudditi, perché la

maggioranza contesta loro il diritto di comandare, per cui la paura è uno strumento di dominio di cui si servono

frequentemente. La rivoluzione francese è anche una storia di idee che rompono completamente con il passato: tutti

i costumi, le tradizioni, gli stili di vita furono messi in discussione dalla convinzione di poter fondare una comunità

umana senza precedenti storici; ogni aspetto della vita quotidiana fu investito dalla politica e dai suoi nuovi simboli, i

quali diventarono essi stessi cause dei comportamenti collettivi. Il terrore, lungi dall’essere stato un episodio casuale

della rivoluzione francese, fu il tratto caratteristico della cultura giacobina, di cui Robespierre e Saint-Just furono i

principali interpreti. Prima della rivoluzione giacobina del 1793 il terrore era stato concepito come un mezzo per

conquistare il potere, oppure per conservarlo; con Robespierre il terrore assurge al rango di dottrina: esso diventa

parte integrante di una filosofia politica che nega il diritto di esistenza agli avversari politici.

Lo spirito rivoluzionario di Robespierre e si incarnò in una forma ancora più radicale in Babeuf. Povero, ambizioso,

prostrato nelle sue aspirazioni da una società in cui contavano ancora i titoli feudali, giunse alla conclusione che la

proprietà privata fosse la fonte di ogni male. Ciò che è davvero originale in Babeuf non è l’idea comunista, ma l’aver

compiuto il salto decisivo, ovvero il passaggio dalla teoria alla prassi. La sua non fu pura speculazione, ma una dottrina

economica e sociale assai concreta, finalizzata a guidare l’impresa rivoluzionaria. Organizza una rivolta contro la

reazione termidoriana che aveva travolto Robespierre, la Congiura degli Uguali, il cui scopo finale era l’attuazione del

comunismo. Gli uomini che lo affiancarono furono veri professionisti della rivoluzione, e si riunivano quasi tutte le sere

studiando nei dettagli la strategia insurrezionale; la propaganda era ben organizzata e toccava tutti gli strati proletari.

Furono scoperti e arrestati il 10 maggio 1796, e condannati a morte nel maggio 1797.

Karl Marx fu profondamente influenzato dalla lettura di Babeuf. La ricetta di Marx per rimediare ai mali del capitalismo

è nota: abbattere ogni aspetto del mondo presente attraverso uno sconvolgimento violento e radicale, per costruire

un mondo nuovo dove gli uomini sarebbero stati per sempre liberi e felici. Marx, sotto l’influenza decisiva di Rousseau,

auspicava l’avvento dell’uomo nuovo, completamente politicizzato e pronto a sottomettere i propri interessi a quelli

della collettività; fintantoché esiste la scissione fra interesse particolare e interesse comune, l’azione propria dell’uomo

diventa una potenza a lui estranea, che lo sovrasta e lo soggioga. Nella società costruita a propria immagine e

somiglianza dalla borghesia tutti gli uomini sono alienati; tutti tranne coloro che hanno abbracciato la dottrina

marxista, unica fonte di verità e di liberazione, nella riproposizione del mito platonico della caverna. Per uscire da

questa condizione di sofferenza e di schiavitù, un manipolo di rivoluzionari avrebbe dovuto porsi alla testa di uno

sconvolgimento totale che, distruggendo la borghesia, avrebbe trasformato l’uomo e la società. Marx rimprovera alla

rivoluzione francese di non essere stata in grado di condurre all’emancipazione umana, essendo stata soltanto una

rivoluzione politica e dunque una rivoluzione parziale; la sua funzione storica fu di favorire l’ascesa della borghesia,

lasciando in catene il proletariato. Marx non sapeva che farsene delle egoistiche libertà liberali propugnate dalla

rivoluzioe del 1789: la vera libertà consisteva per lui nell’eguaglianza di fatto, rispetto ai beni materiali, perché

l’eguaglianza giuridica o sociale svolge la sua funzione di assicurare i privilegi della borghesia e di lasciare in catene il

proletariato. Per Marx ed Engels il partito deve appoggiare tutto ciò che aiuta ad avanzare, senza farsi noiosi scrupoli

morali; la via che conduce alla rivoluzione non può che essere attuata con il terrorismo più spietato, e invita ad essere

fermamente determinati nell’uso del terrore. L’esperimento rivoluzionario della Comune di Parigi, durato poco più di

due mesi, si caratterizza per il ricorso al terrorismo e si concluse con una catastrofe per i rivoluzionari. Ciononostante

Marx vede nella Comune un incoraggiamento per gli spiriti rivoluzionari, ed Engels un esempio lampante di dittatura

del proletariato; nonostante gli efferati atti di terrore compiuti dai comunardi, secondo Marx il fallimento della

Comune era da ricondursi alla sua eccessiva bontà e ai suoi scrupoli di coscienza. Esiliato più volte per le sue idee

radicali, Marx rappresenta un tipico esempio di individuo marginale, estraneo alla società del suo tempo, verso cui

nutre un odio profondissimo. Il materialismo comunista, essendo una visione del mondo esclusiva e totalizzante,

impedisce i suoi aderenti di dimostrare attenzione per qualsiasi altra opinione; di più: chiunque non si riconosca nella

dottrina marxista deve essere oggetto di disprezzo, giacché oltre a vivere nell’errore difende i propri interessi di classe.

Certo di aver raggiunto il punto più alto della riflessione umana e filosofica, Marx pensava che fosse impossibile

conseguire qualcosa di significativo al di fuori del suo sistema di pensiero; si convinse altresì che fosse degno di

considerazione soltanto ciò che avrebbe potuto favorire il progresso della rivoluzione, subordinando in questo modo

il valore della conoscenza scientifica alla sua utilità politica.

Nella parabola storica dello gnosticismo rivoluzionario il populismo occupa un ruolo di primo piano, perché ebbe la

funzione di regolare le idee di Marx ed Engels nella Russia della seconda metà del XIX secolo. I suoi principali interpreti

furono Aleksandr Herzen, Mikhail Bakunin e Nikolaj Cernysevskij. Herzen, che del populismo fu il fondatore, rimase

profondamente influenzato dalla rivolta decabrista del 14 dicembre 1825, con la quale un gruppo di intellettuali

ispirato all’Illuminismo cerca di rovesciare lo zar Nicola I e di instaurare un regime costituzionale; dal fallimento dei

decabristi i futuri movimenti rivoluzionari avrebbero imparato che senza l’appoggio popolare ogni lotta era destinato

alla sconfitta. Uno degli aspetti più interessanti della predicazione di Herzen è l’invito a compiere una rivoluzione

interiore, che avrebbe dovuto trasformare gli uomini liberandoli da ogni legame affettivo con questo mondo.

L’attenzione per la formazione spirituale dell’aspirante rivoluzionario precede ogni altra considerazione sugli sviluppi

futuri della società socialista, perché senza educazione, l’ideale socialista non avrebbe alcuna possibilità di avverarsi.

Coerentemente con questa impostazione, Herzen invitava i rivoluzionari a essere implacabili con sé stessi, e a

ghigliottinare dentro di sé ogni aspetto della società presente. L’ideale rivoluzionario di Bakunin è animato da un

estremismo pantoclastico: la sua missione fu di dedicarsi alla sacra causa dello sterminio del male. Per quanto Marx e

Bakunin ebbero idee discordanti sulla fase di passaggio che avrebbe dovuto condurre al mondo nuovo, furono

accomunati dalla fede nella possibilità della liberazione totale dell’uomo. Bakunin era convinto di interpretare le leggi

inesorabili dello sviluppo storico, le quali avrebbero condotto all’inevitabile trionfo della rivoluzione. Nell’attesa

dell’evento salvifico, Bakunin, con spirito tipicamente monastico, invita gli uomini ad astenersi dai piaceri della società

borghese e a non cedere ai suoi richiami allettanti. Tra gli uomini che furono all’origine dell’intellighenzia e del

movimento rivoluzionario della Russia ottocentesca, Cernysevskij fu senz’altro il più amato da Lenin. Scrive un romanzo

in cui il protagonista si strugge per eliminare dalle sue abitudini tutto ciò che è compromesso dal mondo corrotto: egli

rinuncia ad ogni cosa superflua, compreso l’amore, perché per intendere la vita delle classi povere bisogna viverla sulla

propria pelle. L’ideologia rivoluzionarie di Cernysevskij trovò un ammiratore entusiasta in Nikolaj Isutin, fondatore a

Mosca dell’Organizzazione, una società segreta di ispirazione apocalittica, al cui interno si trovava un gruppo ristretto

di 30 adepti che costituivano l’Inferno. Il compito di questo nucleo minoritario era di controllare l’operato

dell’Organizzazione, punendo con la morte coloro i quali si fossero allontanati dalla comunità della rivoluzione

assoluta. Il membro dell’Inferno deve vivere sotto falso nome e spezzare i legami familiari, non deve sposarsi, deve

abbandonare gli amici che aveva e in genere vivere con un unico scopo: l’infinito amore e dedizione alla patria e al suo

bene. Petr Zaicnevskij è il più radicale: all’età di 19 anni scrisse un foglio clandestino, la giovane Russia, che può essere

considerato l’atto fondativo del terrorismo in Russia. Il Manifesto di Zaicnevskij supera per ampiezza e profondità tutti

i programmi rivoluzionari messi in giro in quello stesso periodo. Prima di giungere al socialismo, Zaicnevskij prevedeva

una fase transitoria, durante la quale il partito rivoluzionario avrebbe centralizzato tutti i poteri, al fine di abbattere il

mondo presente e costruirne uno nuovo; tutto ciò implicava una lotta implacabile contro i difensori di questo mondo.

Il linguaggio utilizzato è carico di violenza e di disprezzo per il mondo presente, e la soluzione ai mali del mondo è

indicata in un bagno di sangue rigeneratore. I membri della giovane Russia furono subito arrestati, ma le loro idee

ispirarono l’attentato fallito contro lo zar Alessandro II. All’amore per la rivoluzione Zaicnevskij non fece mancare un

certo disprezzo per le masse, che stanno sempre dalla parte del fatto compiuto. Dello stesso avviso fu Petr Tkacev, che

voleva l’eguaglianza assoluta, ma invitava non confidare nel popolo, a suo giudizio del tutto privo di iniziativa

rivoluzionaria. Il compito di trasformare il mondo è affidata a una minoranza di eletti, capace di imporre la propria

volontà e di centralizzare le decisioni. Indico nel terrorismo il mezzo più adeguato per accelerare il processo di

liberazione dal male, perché confonde i governanti e li rende inabili alla difesa.

Il populismo russo influenzò profondamente il pensiero e la prassi politica di Lenin, il più importante purificatore del

mondo che la storia abbia mai conosciuto, che conquistò il potere e diede seguito ai suoi propositi di rigenerazione

dell’umanità. Nel rispetto di una tradizione che concepisce la prassi politica come una conseguenza dell’educazione

rivoluzionaria, Lenin non rinuncia mai al terrorismo, che definisce come un’operazione militare che può essere persino

necessaria in un determinato momento della battaglia. Lenin fu un ammiratore della violenza giacobina e sostenne

con estrema determinazione che l’eliminazione fisica dei nemici fosse imprescindibile per raggiungere l’obiettivo

comunista. Il partito ha bisogno dello Stato per schiacciare il nemico: la dittatura rivoluzionaria del proletariato è un

potere che poggia sulla violenza, che non è vincolato da alcuna legge e non rinuncia al terrore. Egli teorizza e pratica

meticolosamente lo sterminio dei nemici: erano colpiti senza un criterio prestabilito, affinché i superstiti vivessero

nell’incubo costante di essere uccisi. Al terrorismo individuale, che riteneva inefficace, Lenin contrappose il terrorismo

di Stato: per edificare il comunismo, bisogna concentrare tutto il potere nelle mani del partito e condurre lo sterminio

continuo, sistematico e capillare di tutte le categorie sociali considerate nocive per la realizzazione del progetto

rivoluzionario. Poste simili premesse ideologiche, non può stupire che l’idea di purificare il mondo attraverso lo

sterminio degli impuri abbia trovato una delle incarnazioni più compiute nella rivoluzione bolscevica del 1917. A

differenza di quanto vorrebbe far credere Eric Hobsbawn, secondo cui lo stalinismo sarebbe stato una degenerazione

del progetto comunista, Stalin non fece altro che limitarsi ad applicare gli insegnamenti del maestro: Rudolph Rommel

ha calcolato che il Partito Comunista è direttamente responsabile della morte di circa 62 milioni di uomini, di cui 55

milioni cittadini sovietici. La pulizia sociale sovietica fu davvero egualitaria: nessun gruppo classe è rimasto indenne,

tutti potevano aver avuto antenati controrivoluzionari, idee o pensieri controrivoluzionari, o essere sospettati di

averne., e così così tutti furono arrestati e torturati, e dopo una forzata confessione, fucilati o condannati alla

ghigliottina asciutta, una lenta morte per stenti e superlavoro nei gulag. Questo è ciò che Hannah Arendt ha chiamato

l’ingegnoso criterio della colpa per associazione dei regimi totalitari: quando un uomo viene sospettato di tramare

contro la rivoluzione, i suoi amici si trasformano nei suoi nemici più implacabili; pur di mettersi al riparo dai colpi del

terrore, i parenti si precipitano volontariamente a denunciare i propri cari, avvalorando in questo modo prove

indiziarie del tutto inconsistenti. Non a caso il regime di Stalin valutava la fedeltà al socialismo in base al numero delle

denunce presentate contro i compagni più vicini, e denunciare i propri genitori era considerato il gesto più nobile, una

manifestazione di profondo amore verso la causa del proletariato. Il criterio della colpa per associazione produce

l’effetto di piombare la vittima in un vuoto affettivo e relazionale, che rappresenta il preludio all’eliminazione fisica.

Uno degli aspetti più interessanti della parabola storica dello gnosticismo rivoluzionario è la trasformazione della setta

in Chiesa. L’avventura degli angeli sterminatori era iniziata all’insegna della purezza, con la separazione dal partito-

Chiesa per fondare una comunità di santi; quando i rivoluzionari conquistano l’apparato coercitivo devono fare i conti

con le potenze terrene: l’obiettivo principale non è più quello di ritirarsi dal mondo per evitare la contaminazione,

bensì quello di accrescere il potere per instaurare il paradiso in terra. In alcuni casi però gli orrori del vecchio mondo

non sono così orribili: nel luglio 1922 il Partito bolscevico approvò un decreto che elargiva aumenti, contributi accessori

e altri privilegi ai funzionari di partito. In questi comportamenti non dobbiamo vedere un esempio di cinismo da

stigmatizzare, ma la conferma di una regolarità storico-sociologica che non soffre eccezioni, e che costituisce la legge

ferrea dell’oligarchia di Robert Michel. Chi dice organizzazione dice tendenza all’oligarchia, perché è insito nella natura

stessa dell’organizzazione un elemento profondamente aristocratico, per cui quando aumenta il potere

dell’organizzazione aumenta anche il potere dei capi. Questi, lontani dai luoghi della produzione, si distaccano dalle

masse abituandosi a una vita di privilegi; il rafforzamento della leadership, inoltre, non implica necessariamente il

miglioramento delle condizioni dei lavoratori. Ma questo non può essere detto, perché non si può mettere in

discussione la volontà del partito: va da sé che i crimini di un partito infallibile non possono essere compensati, per cui

la metamorfosi della setta rivoluzionaria nel partito-Chiesa trasforma inevitabilmente la comunità della rivoluzione

assoluta nel Paese della grande menzogna. In seguito al Patto Molotov-Ribbentrop i russi invasero metà della Polonia,

e 22mila militari polacchi furono condannati alla fucilazione perché considerati nemici di classe. I nazisti, una volta

occupata l’area dove erano sepolti i corpi, denunciano il massacro, ma i sovietici scaricano la responsabilità sui

tedeschi, orchestrando una campagna di disinformazione durata circa mezzo secolo. In una lettera segretissima del

marzo 1959 indirizzata al compagno Krusciov, un alto dirigente sovietico precisa che si sta parlando di nemici di classe,

e dunque di persone la cui vita non ha valore alcuno. Non è il cinismo che corrompe purificatori del mondo, ma la

natura stessa della politica rivoluzionaria, la quale, sorretta da un’ideologia totalizzante, trova nell’accentramento dei

poteri il presupposto della sua efficacia. Un partito sovversivo ha bisogno di una struttura rigidamente gerarchica, la

più adatta a garantire la rapidità delle decisioni; tuttavia, maggiore organizzazione significa minore democrazia. La

traduzione pratica dell’ideale rivoluzionario segue la configurazione tipica di una piramide: al vertice una ristretta

minoranza di privilegiati, preposti alle funzioni di comando, alla base una massa di individui completamente

assoggettati alla volontà del partito. Nato per garantire a tutti la massima libertà nell’opulenza, il comunismo ha

distribuito miseria e oppressione in maniera diseguale, distinguendo la classe dei burocrati da quella dei lavoratori.

Per un paradosso della storia era stato proprio Mikhail Bakunin a prevedere con estrema lucidità gli sviluppi del

progetto marxista, indicando nella centralizzazione del potere il presupposto di una nuova forma di schiavitù, basata

sull’onnipotenza del partito comunista, dove i governati non hanno alcuna possibilità di incutere paura ai governanti.

Come ha spiegato Ostrogorski, lo specifico di un regime democratico è nel potere di intimidazione sociale: una

comunità non è democratica perché il popolo esercita le funzioni di governo (impossibile), ma perché gli ordinamenti

vigenti consentono ai governati di intimidire i governanti. La libertà di stampa, il diritto di riunione e di associazione,

le garanzie di libertà individuale sono strumenti di intimidazione sociale. Le formazioni terroristiche di estrema sinistra

considerano lo stato di diritto un prodotto della civiltà borghese, e dunque un’istituzione da radere al suolo: la libertà

di parola non ha bisogno di alcuna garanzia costituzionale, perché la verità marxista è unica è infallibile, per cui bisogno

solo eliminare coloro che rifiutano di pensare correttamente. I campi voluti da Lenin nascono per rispondere a

un’esigenza repressiva e pedagogica, la frusta per mezzo della quale il Partito vuole cacciare in paradiso il popolo

recalcitrante. Nei campi, la sezione culturale ed educativa mette a disposizione giornali, film e sale lettura, ma la sua

funzione è puramente simbolica poiché le condizioni psicofisiche imposte ai detenuti rendono impossibile la cura

dell’istruzione. Eppure ai prigionieri viene chiesto il massimo dell’entusiasmo, perché i pensieri nocivi impediscono di

scorgere l’amore che sorregge la rieducazione rivoluzionaria operata dal Partito.

Mao Tse Tung fu tra leader socialisti uno dei più amati dai brigatisti, soprattutto per la rivoluzione culturale. Si è soliti

far iniziare la rivoluzione culturale il 25 maggio 1966, giorno in cui Nie Yuanzi, giovane insegnante di filosofia, affisse

un manifesto nel quale accusava il rettore dell’Università di Pechino di svolgere una funzione controrivoluzionaria.

Mao entusiasta vide nel documento il manifesto della comune di Pechino, ovvero l’inizio di una trasformazione radicale

dello Stato e della società cinese. Tra il 1966 e il 1969 la Cina precipitò in una feroce lotta per il potere, caratterizzata

da un’ondata di repressioni, a cui parteciparono anche masse di studenti fanatizzati, finalizzate a far sparire ogni forma

di opposizione alla politica di Mao. Per gli storici Mao è mosso dal desiderio di liberare il partito dai suoi oppositori;

tuttavia l’efficacia della sua propaganda è affidata al successo di una mentalità, la dottrina della purificazione,

penetrata a fondo nelle coscienze giovanili e ora utilizzata per colpire gli stessi membri del partito. Se nei campi

sovietici la presenza di centri per la rieducazione rivoluzionaria è puramente simbolica, nei campi cinesi la violenza che

si abbatte sui corpi delle vittime non è inferiore a quella che colpisce le loro menti. Gli orrori dei campi cinesi furono il

frutto di una strategia elaborata con il massimo scrupolo: il principio che è alla base dell’adozione della pena capitale

è del tutto casuale, cosicché gli oppositori siano terrorizzati fino allo sfinimento e vivano nel costante terrore di poter

essere giustiziati da un momento all’altro. Mao non condanna mai gli eccessi del terrore staliniano, ma anzi vuole

istituzionalizzare tale violenza, secondo criteri di maggiore efficienza. Uno dei mezzi più utilizzati per purificare la

mente è la stesura di autobiografie: le “carogne” devono pentirsi di aver coltivato pensieri impuri, non vengono

condannati per ciò che hanno fatto ma per ciò che sono. Il percorso imposto ai prigionieri si articola in tre fasi: il

riconoscimento dei crimini, l’autocritica, la sottomissione all’autorità e all’insegnamento. Il prigioniero deve

dimostrare nei fatti di essere pentito di ciò che è stato, e la denuncia dei traditori è considerato un momento

importante della riforma mentale: i prigionieri sono tenuti a denunciare ogni più futile infrazione al regolamento del

campo. La precondizione per un’efficace riforma mentale passa attraverso la demolizione della dignità umana: i

prigionieri erano incatenati giorno e notte e costretti a nutrirsi perfino di sterco. La durata della pena non è mai certa,

perché dipende da criteri del tutto arbitrari; i processi non sempre vengono celebrati, e quando succede si svolgono

in assenza della vittima. Una volta che il partito abbia individuato una “carogna”, qualunque cosa dica o faccia viene

interpretata come un tentativo di opporsi alla costruzione del socialismo. I prigionieri devono scrivere le loro

autobiografie per fornire motivi di accusa, ma se questi non esistono vengono costretti a riscriverla in base alle

categorie mentali dei purificatori del mondo. Nei momenti di maggiore disperazione i prigionieri tentano il suicidio:

questo gesto è osteggiato con la massima fermezza dal partito, perché costituisce un fallimento pedagogico da

scongiurare ad ogni costo. Le vittime devono rimanere in vita, perché soltanto il partito può decidere la loro morte. I

detenuti sono continuamente interrogati sul pensiero di Mao: devono dimostrare di conoscere i suoi discorsi e alcuni

brani devono essere imparati a memoria.

La più grande bonifica dello gnosticismo rivoluzionario è avvenuta in Cambogia: tra il 1975 e il 1978 i Khmer rossi

causarono la morte di quasi 2 milioni di abitanti dei 7 complessivi. Per intransigenza, ambizione e radicalità, la

rivoluzione cambogiana è andata oltre ogni altro esperimento rivoluzionario: nel volgere di pochi mesi Pol Pot cancellò

tutte le istituzioni politiche, sociali, religiose ed economiche; furono aboliti anche i ringraziamenti, considerati una

pratica borghese, nonché la proprietà privata e la moneta. Le città, considerate il simbolo dello sviluppo occidentale,

furono desertificate. L’economista Hou Yuon, tra i fondatori dei Khmer rossi e ideologo della rivoluzione cambogiana,

aveva esposto le sue teorie in una tesi di dottorato quindici anni prima della guerra civile. Imbevuto di teorie marxiste,

la ricetta di Yuon è tipica dell’intellettuale declassato dai processi di modernizzazione: per risollevare la Cambogia

occorre isolarne completamente l’economia e impedire che il Paese sia contaminato dalla corrotta e perversa città

occidentale. Prima dell’avvento al potere dei Khmer rossi, la Cambogia era stata sottoposta a un intenso processo di

modernizzazione. Il re Norodom Sihanouk era un leader nazionalista deciso ottenere l’indipendenza del paese, firmata

il 12 marzo 1945. L’anno seguente rassegna le dimissioni per lasciare il trono al padre, ma prima tasta il consenso della

popolazione con un referendum di gradimento: ottiene il 99,8% di sì, e fonda un movimento politico che ottiene la

totalità dei seggi all’assemblea nazionale, diventando dunque primo ministro. Il controllo sulla vita politica era

fortissimo: nonostante gli scandali, la corruzione dilagava, la borghesia faceva ottimi affari e il servizio pubblico era del

tutto inadeguato. Nel 1969 Sihanouk, per finanziare la modernizzazione, nazionalizzò il gioco d'azzardo. Questo

provocò una corsa spettacolare alle scommesse, soprattutto da parte dei ceti più deboli, che sperperarono i risparmi

di una vita, diventando sempre più poveri. Questo rese le masse irrequiete, erodendo il consenso verso le istituzioni,

che la popolazione credeva non avere più il favore delle forze celesti. L’odio per la civiltà occidentale (“proprietaria”

del gioco d’azzardo) fu il propellente ideologico dei nuclei combattenti partigiani, i khmer rossi, che avrebbero

costituito l’Armata di liberazione della Cambogia: la loro ideologia politica radicale era basata sull’idea che il contatto

con la civiltà occidentale aveva trasformato la Cambogia in un orribile pantano. Il loro leader era Pol Pot, le cui opere

manifestavano l’ossessione di proteggere la purezza della razza dalle infiltrazioni dei costumi degli occidentali. Per i

khmer la rivoluzione poteva significare una sola cosa: cancellare ogni traccia della presenza demoniaca dell’aggressore,

rifiutare ogni cosa che poteva ricordare in qualche modo la dominazione coloniale, fare tabula rasa di un sistema di

vita che aveva inquinato la purezza morale del popolo khmer e aveva generato la sua alienazione permanente. Pol Pot

era convinto che soltanto un partito basato su una rigida gerarchia e una feroce determinazione ideologica avrebbe

potuto trasformare il mondo presente. In Cambogia non esiste il problema della borghesia: tutti i borghesi sono

francesi e cinesi, e le città sono creazioni straniere, popolate da stranieri. A ciò si aggiunga l’odio dei contadini per i

cittadini, dai quali peraltro differiscono fisicamente; l’eliminazione degli stranieri non creerà contraccolpi politici e

psicologici. L’ideologia dei Khmer rossi presenta una caratteristica singolare: la comunità ideale che ha in mente Pol

Pot è almeno in parte già esistita, ed è il glorioso impero Khmer (IX-XIV sec.) che comprendeva vari Stati confinanti.

Per combattere contro l’individualismo venne abolito l’io, sostituito dal noi, e l’unico stile di vita consentito fu quello

dei contadini. Richiamandosi alla dottrina marxista, secondo cui lo Stato è il comitato d’affari della borghesia, Pol Pot

volle smantellarlo in tutti i suoi aspetti: furono soppressi scuole, tribunali, e ogni modo di collegamento e

comunicazione col mondo esterno. Nel gennaio 1977 viene approvata ufficialmente l’abolizione della moneta,

sostituita dal baratto; questo perché il denaro è fonte di privilegi e potere, e occorre sbarazzarsene perché promuove

la proprietà privata ed esalta la creatività dell’individuo. Nella Cambogia di Pol Pot l’educazione rivoluzionaria segue i

principi di tutte le comunità della rivoluzione assoluta: tutto ciò che è considerato superfluo viene confiscato e

distrutto dal Partito. Ogni sera si svolgono le sedute di autocritica: la sezione ideologica esamina le opinioni di ciascuno

sul ruolo del partito, e viene verificato il tasso di individualismo presente in ogni partecipante. A tal fine vengono

controllati i sentimenti e il modo di praticare i rapporti di coppia: le autobiografie sono il mezzo per misurare i progressi

raggiunti nel percorso di condanna della vita precedente. A ciascuno spetta il compito di controllare i pensieri degli

altri e di denunciare ogni più futile infrazione del regolamento. Chi è triste è condannato perché rimpiange il regime

precedente, chi gioisce è condannato perché pensa soltanto alla felicità personale, chi è incerto è condannato perché

ha un’inclinazione piccolo-borghese. È proibito fare domande sui progressi nell’edificazione del socialismo, perché

l’Angkar dice tutto ciò che occorre sapere. È proibito conoscere l’identità delle altre persone, fare domande sulla loro

vita passata, chiederne il loro vero nome, giacché l’Angkar ha provveduto a dare un nuovo nome a tutti i membri della

nuova società. I cambogiani possono pronunciare soltanto una frase: “Tutti partecipano con gioia alla rivoluzione e

alla costruzione del socialismo. La situazione è eccellente. Abbiamo fatto un prodigioso balzo in avanti”. L’Angkar

sostiene che il popolo è luminoso ma l’individuo è cattivo, per cui non ci si può fidare di nessuno se non dei

rappresentanti delle masse. In un brano uno degli ideologi della rivoluzione chiarisce che la purificazione della mente

è più importante della rimozione degli ostacoli materiali alla rivoluzione, perché possedere la mente degli uomini è il

presupposto più importante verso il successo della rivoluzione assoluta. Anche per i purificatori cambogiani la tortura

non è un semplice mezzo per ottenere le informazioni desiderate, ma il forcipe per estrarre il male dal corpo degli

elementi impuri; la massima importanza non è attribuita allo strazio del corpo, ma alla violenza psicologica. I

purificatori del mondo hanno diritto di vita o di morte sulle proprie vittime: la loro non è barbarie, si attengono a un

rituale politico-religioso che ha come fine ultimo la purificazione dei pensieri nocivi. L’interrogatorio prevede

l’intervento di tre gruppi: il gruppo gentile cerca di ottenere la deposizione scritta con pressioni di tipo psicologico; chi

non risponde viene picchiato e torturato dal gruppo duro; un’ulteriore resistenza della vittima, molto spesso dovuta

all’estraneità, comporta il passaggio al gruppo mordente, il quale ha il potere di infliggere la morte. Tuttavia alla vittima

bisogna sempre lasciare la speranza di poter sopravvivere, affinché le sia chiaro che dipende interamente dal partito.

Il brigatista è un uomo perduto in partenza: non ha interessi propri, affari privati, sentimenti, legami personali,

proprietà, non ha neppure un nome; un unico interesse lo assorbe e ne esclude ogni altro: la rivoluzione. Nel suo

intimo egli ha spezzato ogni legame con l’ordinamento sociale e con l’intero mondo civile: il brigatista è suo nemico

implacabile e continua a viverci solo per distruggerlo con maggior sicurezza. Il brigatista conosce un’unica scienza,

quella della distruzione: per lui è morale tutto ciò che contribuisce al trionfo della rivoluzione, immorale e criminale

tutto ciò che l’ostacola. Aspirando freddamente e instancabilmente a questo scopo, deve essere pronto a morire e a

distruggere con le proprie mani tutto ciò che ne ostacola la realizzazione. La società deve essere suddivisa in varie

categorie: la prima categoria comprende i condannati a morte senza indugio, selezionati in base al grado di utilità che

la loro morte avrà per la causa rivoluzionaria; per questo si devono sopprimere prima di tutto gli individui

particolarmente nocivi, e la cui morte improvvisa e violenta possa ispirare maggior paura al governo.

Il rivoluzionario di professione è un particolare tipo antropologico che presenta le stesse caratteristiche in ogni luogo

e in ogni epoca. Tutti gli uomini finora menzionati pensarono di poter rigenerare l’umanità attraverso la distruzione di

questo mondo, il nome di una conoscenza di rango superiore: sono tutti figli di una storia comune, la storia dello

gnosticismo rivoluzionario e della pedagogia dell’intolleranza. Il terrore e l’educazione sono le basi materiali su cui

poggia la comunità della rivoluzione assoluta. Come ha scritto Hannah Arendt, il terrore è la vera essenza del

totalitarismo. Il ricorso alla violenza indiscriminata è un mezzo efficacissimo per ottenere obbedienza da parte dei

governati, ma rimane da spiegare il suo ricorso per riformare la mente sia degli oppositori che dei tiepidi. Al fine di

chiarire la novità assoluta rappresentata dalla politica escatologica dei rivoluzionari gnostici, Luciano Pellicani ha

distinto il terrorismo situazionale dal terrorismo pedagogico: il primo ha lo scopo di consolidare il potere della nuova

élite dominante, il secondo invece vuole creare l'uomo nuovo, secondo i dettami della dottrina marxista-leninista. Il

terrore pedagogico è la tecnica che garantisce il successo della terapia: il suo fine non è il ristabilimento dell'ordine,

ma la purificazione del cervello delle masse. Il ricorso a tale tecnica può essere compreso soltanto se si ha presente la

mentalità tipica dell’attività gnostico, il quale si considera il depositario della verità assoluta, per cui può leggere in

anticipo il corso degli eventi umani. Ogni tentativo di migliorare le condizioni dei lavoratori attraverso gli strumenti

della democrazia borghese è considerato una forma di accanimento terapeutico: il riformista è un sadico, un uomo

che non si decide a staccare la spina. Questa è la ragione per cui il riformismo italiano ha pagato un tributo di vite così

alta alla causa brigatista: Massimo D’Antona e Marco Biagi avevano cercato di riformare il mercato del lavoro. I

brigatisti non furono pazzi: conoscono bene i meccanismi di funzionamento della democrazia italiana e sanno come

inceppare gli ingranaggi. I purificatori del mondo non aderiscono alla comunità della rivoluzione assoluta in base al

calcolo dei costi e dei benefici; non sono estranei alla logica strumentale, ma non è questa che li spinge a dichiarare

guerra al mondo intero. I brigatisti hanno una missione da compiere e sono disposti a immolarsi come Cristo per il

riscatto dell’umanità. Le Brigate Rosse sono acerrime nemiche della modernità, esattamente come la Chiesa cattolica.

Il brigatista è assetato di assoluto: la sua azione politica scaturisce da un bisogno religioso che la civiltà moderna, laica

e secolarizzata, non può soddisfare. La mentalità brigatista si caratterizza per la sua fede nella possibilità di una

liberazione totale dell’uomo. Smantellate nei primi anni Ottanta, le Brigate Rosse si sono ricostruite alla fine del nuovo

millennio, in contesti politico-istituzionali diversissimi tra loro. Hanno ucciso Massimo D’Antona e Marco Biagi,

nuovamente sgominate si sono riorganizzate una terza volta. Il 12 febbraio 2007, 15 militanti delle nuove BR sono stati

arrestati, a seguito di un’operazione nota come Operazione Tramonto. I brigatisti vivono tra noi, animati dal desiderio

di distruggere questo mondo in cui non si riconoscono; odiano e vogliono uccidere, ma sono disposti anche a morire:

non hanno niente da perdere, perché sono già perduti.

Dal 1975 al 1890 gli attentati in Italia contro persone e cose sono circa 8400, di cui circa 3000, poco più del 35%, sono

attribuibili con certezza alla destra eversiva. I tratti tipici dei rivoluzionari di professione si ritrovano in entrambi gli

schieramenti. Il terrorista neofascista Pierluigi Concutelli, mente politica e militare del Movimento Politico Ordine

Nuovo (MPON), ripropone la lezione già incontrata nei brigatisti. Prima di uccidere bisogna rompere tutti i vincoli

sociali che inibiscono il dispiegamento della violenza rivoluzionaria: occorre separarsi dagli affetti familiari, i quali

rappresentano un freno emotivo alla missione salvifica del rivoluzionario di vocazione. Chiunque abbracci l’utopia della

rivoluzione si pone su una strada senza ritorno. Concutelli fa parte della stessa categoria antropologica di Curcio e

Franceschini, e come tutti i rivoluzionari di vocazione, è un puro. Il disprezzo dei brigatisti rossi per il PCI è lo stesso

disprezzo di Concutelli per il MSI, considerati un capolavoro di malafede politica. Il brigatista nero si sente un prescelto,

e questo lo condanna a una vita d’inferno, ovvero una guerra fanatica e permanente contro il mondo circostante.

L’ossessione per la purezza è resa ancora più acuta dal ricorso alla violenza: una volta deciso il passaggio alla lotta

armata, la distinzione tra puri e impuri diventa sempre più soffocante. Anche i brigatisti neri uccidono per amore, e

anche per loro vale il motto “Terrorista mio malgrado”. L’amore è considerato un sentimento borghese: il

rivoluzionario fascista non deve cedere alle tentazioni della vita di coppia, deve sacrificare tutto. I brigatisti rossi e neri

appartengono allo stesso tipo antropologico: sono entrambi rivoluzionari di vocazione, ovvero purificatori del mondo,

che vivono nelle catacombe ed emergono soltanto per fare pulizia. Per cogliere le profondissime analogie tra i rossi e

i neri dobbiamo liberarci dell’approccio marxista nella definizione dei fenomeni rivoluzionari, per cui è rivoluzionario

solo chi si batte per l’abolizione della proprietà privata. Secondo questa visioni non si può essere rivoluzionari senza

essere comunisti, ma Concutelli non fu meno rivoluzionario di Curcio o di Moretti. I purificatori del mondo non si

riconoscono in base a ciò che vorrebbero costruire (il comunismo), ma in base a ciò che vorrebbero distruggere (il

capitalismo); il discrimine è nel furore pantoclastico e nell’odio per questo mondo. Questo diverso modo di impostare

il problema spinge ad una precisa conclusione: tutti i rivoluzionari di vocazione sono reazionari impenitenti, uomini e

offesi e indignati da tutto ciò che la modernità occidentale rappresenta. Questa è la ragione per cui gli argomenti

addotti da Alberto Moravia per escludere i fascisti dal novero dei veri rivoluzionari, oltre a essere fragilissimi sotto il

profilo storico e sociologico (non è vero che fascismo e nazismo non toccarono le strutture economiche e sociali), sono

quanto mai capziosi. Moravia, riferendosi alla morte del feroce rivoluzionario fascista Giancarlo Esposti (30 maggio

1974), scrisse che i veri rivoluzionari si distinguerebbero da quelli falsi per una particolare ideologia o visione del

mondo. A suo dire i giovani comunisti sarebbero altruisti e protesi alla trasformazione dell’esistente, mentre i giovani

fascisti sarebbero inguaribilmente conservatori e incapaci di trasformare alcunché. Il nemico delle Brigate Nere è lo

stesso nemico delle Brigate Rosse: il SIM, ovvero il capitalismo e tutto ciò che rappresenta. Concutelli odia il

capitalismo, e pur di distruggerlo sarebbe disposto a combattere al fianco dei brigatisti; l’anticomunismo era soltanto

un modo per confondere le idee: il vero nemico dei rivoluzionari fascisti non era il comunismo, bensì il capitalismo.

Secondo uno dei luoghi comuni più consolidati, derivanti dal pregiudizio marxista, i fascisti avrebbe lavorato al soldo

dei servizi segreti in funzione anticomunista, in difesa del capitale e della borghesia. I brigatisti neri uccisero

ferocemente decine di poliziotti e carabinieri, senza risparmiare i magistrati più coinvolti nella lotta al terrorismo,

rivendicando con orgoglio i propri delitti. I brigatisti neri non sono minimamente interessati a interrogarsi sulla società

che costruiranno dopo la rivoluzione: devono solo distruggere il mondo attraverso un uso spropositato della violenza.

Il mito dell’uomo nuovo è uno degli elementi portanti della cultura rivoluzionaria: i brigatisti neri lo ritrovarono

principalmente nel filosofo Julius Evola, padre spirituale del neofascismo italiano. Pur essendo animato da sentimenti

filogermanici Evola partecipa alla prima guerra mondiale, e il ritorno alla vita civile gli procurò una profonda crisi

esistenziale, fino sull’orlo del suicidio. SI converte al buddismo, fa uso di droghe, ammira il nazismo e giudica il partito

fascista poco radicale nella lotta contro la borghesia. Evola è la guida spirituale di tutti i nauseati dalla civiltà borghese,

senza per questo riconoscersi negli ideali comunisti. Il suo libro più realista e pessimista, Cavalcare la tigre (1961) si

potrebbe definire il manuale del perfetto alienato, ovvero quel particolare tipo umano che non appartiene

interiormente all’attuale mondo, e sente di essere di una razza diversa dalla grandissima parte dei contemporanei.

Nella sua dialettica, Evola condanna tutto ciò che è stato contaminato dalla modernità, dunque rifiuta il presente in

tutti i suoi aspetti. La sua critica è una mannaia reazionaria che non lascia superstiti: non vi è aspetto della società che

non susciti il suo disgusto. Per questo motivo la tradizione è bene, la modernità è male, e l’educazione rivoluzionaria

neofascista è interamente costruita su questa contrapposizione. Un ottimo modo per tagliare i ponti con la vita attuale

consisterebbe nell’isolarsi completamente di evitare ogni contatto, fisico e mentale, con i suoi abitanti, ma questo

richiederebbe risorse materiali e spirituali inaccessibili ai più. Scartata categoricamente la possibilità di giungere a

compromessi con il mondo borghese, occorre seguire una disciplina personale severa. Evola ha molto rispetto per

coloro che scelgono di combattere contro la borghesia, ma è al mondo interiore degli individui marginali che rivolge

la sua parabola redentrice. Dotato di una spiritualità superiore, l’uomo della tradizione sarebbe la negazione dell’uomo

moderno. Chi condivide la sua condizione esistenziale, e si ispira ai suoi insegnamenti, è uno spirito eletto; gli altri sono

borghesi, e dunque corrotti. Evola chiama apolitìa la condizione di chi si è staccato spiritualmente dalla società in cui

vive. Secondo questi principi, Evola fu apparentemente l’ispiratore di una setta rivoluzionaria passiva: dalle sue opere,

se si fa eccezione per l’invito tutt’altro che trascurabile a far saltare tutto in aria, non è possibile ricavare alcune

esortazione diretta alla furia neofascista degli anni di piombo. Tuttavia manca anche una condanna di quelle violenze,

così come è del tutto assente una presa di distanza dalla cultura che incoraggia e giustifica quel tipo di violenza. Evola

si rivolge a quei giovani anticomunisti che avrebbero voluto distruggere questo mondo su basi teoriche diverse dal

marxismo, a cui consegna una precisa lezione: il capitalismo è una barbarie quotidiana che ha condotto l’umanità in

un baratro. Evola vorrebbe restituire al filosofo la sua condizione perduta, contrapponendo i valori dello spirito e della

conoscenza a quelli perversi e sovvertitori del mercato, considerato la fonte principale della degradazione

dell’umanità. Finita la parte destruens del suo discorso, Evola si dedicò alla descrizione del tipo di società che avrebbe

voluto costruire in alternativa al mondo presente: principio aristocratico, ordine gerarchico e razzismo radicale furono

i pilastri della sua società ideale. Le virtù militari hanno il sopravvento su quelle civiche: i valori della produttività e del

profitto saranno soggiogati dall’amore per la gerarchia, rapporti di comando e di obbedienza, eroismo, sentimenti di

onore e di fedeltà, spinti fino al sacrificio. A questi elementi bisogna aggiungere una dose massiccia di razzismo

radicale: in più occasioni Evola criticò la moderazione con cui furono applicate le leggi razziali volute da Mussolini,

cercando nello stesso tempo di ridimensionare la portata storica dell’Olocausto. Per anni Evola accolse nella sua

abitazione molti giovani neofascisti, abituati a compiere una sorta di pellegrinaggio pur di ascoltare colui che

consideravano un maestro spirituale; giunse persino a schernire i giovani fascisti che fanno i rivoluzionari soltanto a

parole. Evola fu un pensatore profondamente ambiguo: esortò a ritirarsi dalla vita politica, ma espresse sempre la sua

ammirazione per quei pochi eletti che avevano deciso di combattere contro il mondo borghese. Ritornano le parole di

Durkheim: le teorie pedagogiche hanno come oggetto il guidare il comportamento, non si identificano con l’azione ma

la predispongono.

L’Isis rappresenta una forza militarmente irrilevante se paragonata a quella delle potenze occidentali, e potrebbe

essere sconfitta in un tempo relativamente breve, ma continua a svilupparsi perché i suoi nemici ritengono che i tempi

non siano ancora maturi per la sua eliminazione. La lotta contro l’Isis rappresenta principalmente un problema politico

e non militare: è un gruppo limitato, tra i 18mila e 30mila uomini, senza il dominio dell’aria. Questo è evidente se si

analizza il modo in cui sono cadute Palmira e Ramadi. Palmira, che si trova in Siria, era controllata dai soldati di Bashar

al Assad, che erano equipaggiati talmente male che alcuni di loro poco prima di morire hanno scritto ai propri familiari

alcuni sms in cui affermavano di essere spacciati. Ramadi (Iraq) invece era difesa da 10mila uomini dell’esercito

regolare iracheno, che sono scappati davanti a mille soldati dell’Isis, come è stato illustrato in un documentario di

Jamie McIntyre apparso su al-Jazeera il 27 maggio 2015, dopo essere stati impauriti da una serie di attacchi con

autobombe. In Iraq è in atto un drammatico processo di disfacimento dell’esercito: i soldati sono moralmente

abbattuti, molti di loro non sanno nemmeno usare le armi e in alcuni casi abbandonano il campo prima dell’inizio dei

combattimenti. Un altro dato è particolarmente significativo: tra settembre 2014 e dicembre 2015, la coalizione

guidata dagli Stati Uniti ha condotto circa novemila raid aerei contro le postazioni dell’Isis. Questo significa che l’Isis

avuto novemila occasioni di abbattere un aereo americano, ma ne abbattuti zero; l’unico aereo colpito, quello del

pilota giordano bruciato vivo, cadde per un guasto tecnico. Tutto questo spinge a dire che l’Isis volendo potrebbe

essere travolto, ma i Paesi che potrebbero farlo ritengono che, allo stato attuale, conquistare il governo della Siria sia

più importante che sconfiggere l’Isis. Di ciò abbiamo avuto ulteriore conferma con i raid aerei della Russia, iniziati il 30

settembre 2015: Putin aveva annunciato all’Assemblea Generale dell’ONU che avrebbe iniziato a bombardare le

postazioni dell’Isis in Siria, ma molti hanno affermato che fosse soltanto una scusa per poter intervenire a favore di

Assad, che negli ultimi mesi aveva subito una serie di pesanti sconfitte e rischiava di cadere definitivamente. Nel primo

giorno di bombardamenti Ashton Carter, il Segretario della Difesa americano, ha dichiarato che gli aerei russi non

avevano bombardato le postazioni dell’Isis;

subito dopo uno dei leader dei ribelli siriani ha

affermato che i russi avevano bombardato i siriani

democratici appoggiati dagli Stati Uniti. I colpevoli

della non-lotta contro l’Isis sono da una parte

Russia e Iran (blocco A), e dall’altra Stati Uniti,

Turchia, Arabia Saudita, Kuwait, Qatar ed Emirati

Arabi Uniti (blocco B). Data la miopia dei loro

calcoli Orsini li chiama Piccoli Otto (P8), perché i

loro errori stanno compromettendo la altrimenti

facile lotta contro l’Isis, esponendo tutta Europa

ai pericoli dei processi di radicalizzazione che

conducono al terrorismo. Convinti che l’Isis sia

una forza incontenibile centinaia di ragazzi si

stanno mobilitando per andare a combattere in

Siria, permettendo all’Isis di estendersi al di fuori

dei suoi confini di partenza. Avere un’immagine di

successo è il modo migliore per attirare nuovi

militanti: esemplare è il caso di Maria Giulia

Sergio, 28 anni, scappata in Siria per vivere nello

Stato islamico. Nata a Torre del Greco da una

famiglia cattolica, è una ragazza come tante altre,

si converte all’Islam e successivamente, rapita

dalla propaganda, sposa un combattente dell’Isis

e parte per la Siria. Sono i Piccoli Otto che hanno lasciato spazi di manovra così ampi a questa organizzazione

terroristica, consentendole di trasformarsi in uno Stato. L’obiettivo principale di Russia e Stati Uniti non è la lotta

contro l’Isis, ma strapparsi a vicenda pezzi di territorio nel tentativo di diventare più ricchi e potenti degli altri: questo

perché in Medio Oriente tutti hanno paura di tutti, e la strategia per sopravvivere è minacciare di morte vicini. L’Isis

potrà anche sparire nel volgere di qualche anno, ma quel campo di forze continuerà a esistere e produrrà altri Isis.

Il Medio Oriente in senso stretto si compone di 14 Stati, quelli sulla cartina più Egitto e Cipro. È la cornice è questa il

Medio Oriente in senso stretto si compone di 14 stati, quelli che si vedono sulla cartina. Fino al 2003 Putin poteva

contare su Siria, Iraq e Iran, che rappresentavano un cordone protettivo per la Russia; ma dal 2003 a oggi gli Stati Uniti

si sono prima appropriati dell’Iraq, poi hanno avviato un processo di distensione con l’Iran, e infine hanno messo un

piede in Siria appoggiando i ribelli che combattono contro Assad. Putin in Siria ha interessi enormi: nel 1971 la Russia

ha creato una base navale nella città di Tartus, che ancora oggi è consente il rifornimento delle sue navi nel

Mediterraneo. Gli Stati Uniti hanno buoni o ottimi rapporti con dodici Stati su quattordici.

 La Giordania ha ricevuto 13 miliardi di dollari di aiuti dagli Stati Uniti da quando sono iniziate le loro relazioni

diplomatiche a oggi, e conservano un rapporto reciproco forte che ha resistito alla instabilità del Medio Oriente.

 Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Oman fanno parte di una coalizione di Stati chiamata

Consiglio di Cooperazione del Golfo, che ha eccellenti rapporti con gli Stati Uniti. Ad esempio l’Oman è stato il

primo paese del Golfo Persico a consentire formalmente l’uso delle sue strutture militari all’esercito americano,

ed è un importante acquirente di armi americane.

 Israele ha avuto dagli americani il privilegio di avere circa ottanta bombe atomiche su un territorio minuscolo, più

piccolo della Toscana, che ospita ben otto milioni di cittadini.

 La Turchia fa parte della NATO dal 1952, e custodisce decine di bombe atomiche nella base di Incirlik.

 Il Libano ha due università americane a Beirut, finanziate direttamente dal governo statunitense.

 In Iraq gli Stati Uniti conservano alcune migliaia di uomini per sostenere il governo iracheno nella lotta contro l’Isis.

Il 14 aprile 2015 Barack Obama ha annunciato che avrebbe inviato 200 milioni di dollari in aiuti umanitari.

 Lo Yemen è sotto l’influenza dell’Arabia Saudita, e si trova in uno stato di guerra civile tra il movimento houthi,

spalleggiato dall’Iran, e le forze sostenute dai Paesi del Golfo Persico e dagli Stati Uniti.

Dopo l’abbattimento di Saddam Hussein, agli Stati Uniti mancherebbero soltanto due Stati per vincere: l’Iran, che per

ora sembra essere imprendibile, e la Siria, dove la partita è ancora aperta. Per questo l’Iran e la Russia, non meno

imperialisti degli Stati Uniti, ritengono che la difesa di Bashar al Assad sia questione di vita o di morte. La fortuna

dell’Isis consiste proprio nel fatto che, a causa delle dinamiche che governano i rapporti tra i due blocchi, chi dovrebbe

contrastare l’Isis non interviene. La ragione per cui gli Stati Uniti non si sono impegnati seriamente nella lotta contro

l’Isis dipende dal fatto che vogliono prima assicurarsi un governo amico in Siria; non possono fare entrambe le cose,

perché eliminare l’Isis dalla Siria in questo momento significherebbe liberare Assad da un nemico, aiutandolo a

stabilizzare il proprio potere. Se accadesse gli Stati Uniti dovrebbero rifare tutto il lavoro per destabilizzare la Siria,

perché è soltanto nei periodi di grande instabilità che è possibile sostituire un governo tradizionalmente nemico con

un governo amico, con spazi di penetrazione politica enormi. Il ragionamento degli americani è questo: perché

dobbiamo mandare i nostri soldati a morire per combattere contro l’Isis se poi la Siria resta sotto l’influenza russa?

Che i soldati debbano morire per abbattere l’Isis è fuori discussione, dal momento che i bombardamenti aerei non

sono efficaci: ad esempio, durante i bombardamenti russi l’Isis ha operato una delle sue conquiste più grandi degli

ultimi mesi, nei pressi di Aleppo. Inoltre, Obama opera secondo la dottrina del contenimento: secondo questa visione,

il modo migliore per sconfiggere l’Isis sarebbe quella di colpirlo nelle sue risorse, anziché attaccarlo frontalmente. I

russi non intendono impegnarsi in una battaglia finale contro l’Isis se prima non sono sicuri di assicurarsi il controllo

del governo siriano, ragionando come gli americani: perché dobbiamo mandare i nostri soldati a morire per abbattere

l’Isis, mentre gli americani cercano di conquistare Damasco? Americani e russi hanno dunque la stessa priorità:

mettere le mani sul governo della Siria. L’Isis è debole, ma si è potuto sviluppare perché non ha trovato un’opposizione

seria: questo ha creato l’illusione ottica dello Stato islamico, che è ritenuto forte dai giovani estremisti che, non

conoscendo la complessità della situazione, pensano che se i Paesi così potenti del mondo non riescono a distruggerlo,

è perché è davvero invincibile.

Alcuni studiosi avevano visto nella strage di Parigi del 13 novembre 2015 un'occasione per unificare tutte le forze

contro l'Isis. Roger Petersen spiega che la strage di Parigi potrebbe accelerare la ricerca di un accordo per stabilizzare

la Siria: se gli Stati Uniti fossero capaci di far capire a tutti gli attori coinvolti che eliminato l’Isis nascerebbe un ordine

più vantaggioso per tutti, Al Baghdadi sarebbe spacciato. Roger Petersen riprende una proposta già avanzata da David

Petraeus (ex capo della CIA), proponendo un’alleanza con il Fronte al Nusra, braccio di Al-Qaeda in Siria, e in particolare

con quei militanti che lo sono non per convinzione ideologica, ma per mancanza di un lavoro o di una comunità che li

protegga dai pericoli. L’alleanza con alcuni militanti legati ad Al-Qaeda sembrerebbe contraria alla morale dominante,

ma in alcuni casi eccezionali è possibile allearsi con un nemico minore per sconfiggere un nemico maggiore, come

fecero gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica contro Hitler. Tuttavia le rivalità tra i Piccoli Otto sono talmente grandi che

nemmeno la strage di Parigi li ha convinti dell’urgenza di unire le forze. La Francia ha reagito da sola, intensificando i

bombardamenti, ma la sua offensiva ha reso le nostre città ancora più vulnerabili, esponendole a nuovi attentati

terroristici. La reazione della Francia è stata puramente emotiva, priva di contenuti strategici; accadde anche alla

Giordania dopo l’uccisione del suo pilota, ma i bombardamenti non sono efficaci: non essendo precise come le

pallottole dei fucili, spesso colpiscono le postazioni ma non gli uomini. D’altronde la lotta congiunta contro l’Isis

avrebbe bisogno di un comando unificato: i russi accetterebbero mai di essere coordinati da un generale americano?

Gli americani si farebbero dare ordini da un generale iraniano?

Anche Israele ovviamente ha un ruolo nella paralisi politica. Israele confina con il Libano, che ospita una potente milizia

sciita legata all’Iran, Hezbollah, considerata terrorista da Stati Uniti e Unione Europea, che combatte al fianco di Assad.

Fondata nel 1982, Hezbollah ha fronteggiato apertamente l’esercito israeliano e ha fatto uso di kamikaze contro civili

israeliani. Il governo israeliano teme che un accordo tra Stati Uniti e Russia permetta ai soldati iraniani di muoversi

liberamente per la Siria, avvicinandosi pericolosamente a Israele; inoltre, a guerra finita, l’Iran potrebbe guadagnare

una zona d’influenza in Siria, avendo un ruolo importante nella ricostruzione del Paese, mettendo ulteriormente in

pericolo Israele. Per questo motivo i governanti israeliani, pur appoggiando in linea di principio la distruzione dell’Isis,

sono contrari a una grande coalizione che possa far crescere l’influenza iraniana in Siria.

Si dice che gli Stati Uniti siano interessati ai Paesi del Golfo perché vogliono il petrolio; questo è vero, ma i Paesi del

Golfo sono ben lieti di dare il petrolio agli Stati Uniti, perché in cambio ricevono la sicurezza e la liberazione dalla paura

di essere uccisi, senza la quale non ci potrebbe essere il godimento della loro ricchezza. Le case regnanti di questi Paesi


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e delle relazioni internazionali
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ChiaraXIII di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia del terrorismo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Guido Carli - Luiss o del prof Orsini Alessandro.

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