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Sociologia dei processi economici - tesina sulle donne

Tesina di Sociologia dei processi economici - "Immigrazione donna e lavoro" che contiene alcuni dati statistici relativi all’immigrazione femminile in Italia.
Tra i protagonisti dei nuovi dati del Dossier Caritas/Migrantes sull'immigrazione e sul cambiamento che ha subito l'Italia negli ultimi anni, ci sono senz'altro le donne, arrivate alla cifra di 1.842.004 con regolare permesso di soggiorno,... Vedi di più

Esame di Sociologia dei processi produttivi docente Prof. A. Balsano

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É in questo periodo che molte immigrate vengono in Italia per

raggiungere il coniuge; in questo modello, alle donne era riservato lo statuto di

“compagne del migrante”, semplicemente non venivano considerate come

soggetti attivi nel processo migratorio, né ci si attendeva che avessero un ruolo

economicamente attivo. É attraverso il ricongiungimento familiare che, dagli

anni cinquanta agli anni settanta, sono entrate la maggior parte delle donne nei

paesi dell’Europa e che ha rappresentato fino agli anni novanta l’unica forma di

immigrazione legale in Italia.

Gli anni intorno al 1970 segnano una svolta epocale per le donne italiane

che si inseriscono più stabilmente nel mondo del lavoro e acquistano maggiore

autonomia.

Questa fase si caratterizza, di conseguenza, per la forte domanda di

potenziamento e innovazione dei servizi sociali che si rivelano

drammaticamente inadeguati e insufficienti di fronte alle nuove necessità delle

donne lavoratrici, che cercano un aiuto nelle donne immigrate. Le colf straniere

gradualmente sostituiscono quelle italiane le quali, in un mercato del lavoro in

espansione, vedono aprirsi nuove opportunità e cominciano a considerare il

lavoro domestico come “servile” e ormai inadeguato rispetto alle proprie

possibilità. Questa svalutazione del lavoro domestico, di collaborazione o

assistenza che sia, esiste ancora oggi; esso, infatti, non gode di un pieno

riconoscimento né a livello sociale né economico. Tanto per fare un esempio,

ricordiamo che attualmente è l’unico contratto di lavoro nazionale che non

riconosce alle lavoratrici il diritto all’allattamento.

1.1 Alcuni dati statistici dell’immigrazione femminile in Italia

Tra i protagonisti dei nuovi dati del Dossier Caritas/Migrantes

sull'immigrazione e sul cambiamento che ha subito l'Italia negli ultimi anni, ci

sono senz'altro le donne, arrivate alla cifra di 1.842.004 con regolare permesso

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di soggiorno, una cifra, pari al 49,9% del totale degli immigrati, che non fa altro

che confermare il costante e consolidato protagonismo femminile nell'attuale

processo migratorio.

La distribuzione delle immigrate, come viene segnalata dai dati Caritas,

varia da regione a regione: in base alle opportunità lavorative vi sono così

regioni dove è presente una forte femminilizzazione dell'immigrazione. Sono

principalmente quelle del Sud, in particolare la Campania, dove le donne sono il

61,7% degli immigrati, mentre vi sono altre regioni, soprattutto al Nord, dove

invece la percentuale delle donne è più bassa. Anche le nazionalità giocano un

ruolo importante nel cambiamento dell'immigrazione italiana: ad alzare la

percentuale delle donne sono quelle provenienti dagli stessi paesi europei, per

fare qualche esempio vi sono alte percentuali di donne ucraine (83,6%), russe

(82,5%), moldave (68,1%) e romene (53.4%) rispetto al totale di queste

nazionalità. Importante anche il riferimento al continente di provenienza: ecco

che troviamo una percentuale di maggioranza del 66,8% di donne provenienti

dall'America latina, mentre nel caso dell'Africa e dell'Asia la maggioranza è

costituita invece dagli uomini, con valori che oscillano tra il 65% e il 90% per

l'Africa Subsahariana (esemplare il caso del Senegal, con solo una donna su

dieci).

La presenza delle donne immigrate, un tempo legata quasi esclusivamente

al ricongiungimento familiare, è cambiata nel tempo con la necessità di trovare

un lavoro altrove e migliorare la propria condizione anche partendo da sole. Le

donne immigrate sono così riuscite a raggiungere oggi un tasso di attività più

elevato della media: il 58,4%, a fronte di poco più del 51% della totalità della

popolazione di sesso femminile, seguendo così la scia degli stati europei, in cui

il tasso di occupazione delle donne straniere nell'ultimo decennio è aumentato

più rapidamente di quello degli immigrati uomini. 4

Ma il numero che riesce meglio a fotografare questo è il dato Inail: sono

571.499 le donne straniere occupate a fine 2006, pari al 42% di tutti gli

immigrati. La percentuale, molto alta, riguarda le stesse donne maggiormente

presenti nel territorio, quelle cioè che arrivano prevalentemente dai paesi

dell'Europa centro orientale, con una forte presenza romena. Più della metà delle

donne occupate, al di là della loro provenienza, si trova a condividere lo stesso

tipo di occupazione: lavoro domestico e cura delle persone, soprattutto anziane.

Questo è senz'altro un elemento negativo: il fatto che il tipo di impiego sia

quasi esclusivamente domestico, tra l'altro anche meno retribuito rispetto agli

uomini è un fattore, qualche volta anche obbligato, che non premia la

professionalità di quante hanno studiato nel loro paese e si sono specializzate.

Con il risultato che anche le donne immigrate si trovano in posizione di

debolezza sociale. Dove invece le donne hanno il primato è nei i matrimoni

misti: si tratta soprattutto di donne provenienti dalle Filippine seguite poi dalle

romene, le peruviane e le albanesi.

In definitiva, il panorama della migrazione in Italia ci indica una

popolazione giovane e in età riproduttiva, una sostenuta presenza femminile, una

buona presenza di nuovi nati e minori figli di immigrati, che ci fa pensare ad una

popolazione immigrata stabile e/o tendente alla stabilità.

Questo è un fattore importante che deve farci prendere seriamente in

considerazione la presenza di queste persone in tutti gli ambiti della vita sociale

(lavoro, scuola, salute, diritti, cittadinanza), le loro esigenze e le loro richieste

nonché i cambiamenti che l’incontro tra popolazioni, culture, abitudini diverse

apportano sia per le comunità migranti che per quelle ospitanti.

1.2 Le cause del fenomeno migratorio

Le determinanti del fenomeno migratorio, come insieme di fattori che

concorrono alla nascita del progetto di emigrazione, per i flussi femminili in

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particolare, si individuano tre ordini di fattori di attrazione e che spingono

ulteriormente ad emigrare:

• Il lavoro domestico, le donne sono spinte ad emigrare verso paesi come

l’Italia, che ha sviluppato una forte domanda di manodopera tipicamente

femminile nel lavoro domestico e di assistenza agli anziani o ammalati e

che, per il ritardo istituzionale nello sviluppo di una cultura e di una

risposta strutturale alle esigenze degli stessi, ha visto alimentarsi le

richieste del settore;

• Il ricongiungimento familiare, il ruolo della famiglia nei processi

migratori ha una centralità strategica dapprima nel paese d’origine, sia

sostenendo il progetto migratorio di uno dei suoi membri, sia garantendo

la conservazione del patrimonio culturale e identitario; il nucleo familiare

d’origine è anche beneficiario delle rimesse economiche e, in questa

prospettiva, assume una funzione regolatrice della durata della

migrazione. Molti soggetti immigrati pur essendo coniugati, risiedono nel

nostro paese da soli e quindi la prospettiva futura prevede un numero

consistente di richieste di permessi di soggiorno per motivi di

ricongiungimento familiare, che significa l’ingresso di donne e bambini.

Questo processo di riunificazione del modello familiare avviene quando il

percorso di adattamento dell’individuo migrante è ormai iniziato e il

progetto di vita comincia a delinearsi nelle sue principali caratteristiche.

La migrazione “su richiesta” coniugale interessa prevalentemente le

donne, costrette a rivedere la propria “visione del mondo” e a ridisegnare

la propria identità, percorsi che saranno caratterizzati dalla solitudine

sociale e dalla conflittualità tra resistenza culturale e apertura alle

relazioni extrafamiliari;

• I matrimoni misti, sono un’unione di tipo eterogamico e biculturale e

vanno intesi, più che altro, come una sfida che il soggetto affronta con se

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stesso, confrontandosi con le distanze culturali, con le resistenze della

famiglia di origine per la messa in discussione delle regole della

tradizione, con la società d’accoglienza per la creazione di nuove regole

sociali. La distanza fra i due coniugi è culturale e solo genericamente

riferibile lungo il continuum tradizione/modernità, economica, politica (a

causa della frequente provenienza del soggetto da paesi non ancora a

democrazia compiuta) e demografica: tutti differenziali che si traducono

in diseguali modelli di socializzazione, di divisione dei ruoli sessuali, di

educazione dei figli e di rapporti con le famiglie di origine. Il fenomeno in

ascesa delle regolarizzazioni matrimoniali tra soggetti italiani e donne

3 è una conferma della

immigrate pur se nel complesso contenuti,

“normalizzazione” dei processi di adattamento e di integrazione e del

superamento delle resistenze culturali e del pregiudizio.

3 Nel 1999 sono stati celebrati con rito civile 12.000 matrimoni misti. Cfr. Immigrazione. Dossier Statistico,

CARITAS, Roma, 2001. 7

2. Il mercato del lavoro e l’immigrazione per lavoro delle donne

A proposito delle motivazioni della permanenza in Italia, secondo il

Dossier Statistico Caritas del 2001, il 40% delle donne è in possesso di un titolo

di soggiorno per motivi di lavoro (36,9% lavoro dipendente; 3,1% lavoro

autonomo) e il 44% di un permesso per motivi familiari. E’ interessante rilevare

che gli ingressi in questi casi hanno interessato soprattutto mariti e figli minori

di donne che soggiornavano nel paese da anni, inserite nel lavoro domestico e

nei servizi in genere.

Per quanto riguarda l’inserimento lavorativo delle donne immigrate, per

decenni le donne immigrate hanno sempre pensato di poter accedere

esclusivamente a occupazioni legate ai servizi alla persona che venivano svolti

presso famiglie, come conviventi a tempo pieno, e i cui rapporti diretti erano

regolati dal contratto nazionale del commercio, sia pure nella sua applicazione

più riduttiva.

Lavorare fisso presso una famiglia comporta delle deprivazioni

sostanziali, perdita di spazio fisico, psicologico ed emotivo, limitazioni radicali

della libertà personale; spesso si passa da un ruolo attivo, riconosciuto,

propulsore nella propria famiglia, ad un ruolo di subordinazione che implica

automaticamente la negazione di una parte di sé.

Diventa lavoro quello che a casa era parte dei “compiti” delle donne,

come accudire gli anziani, e questo necessita, da una parte, un minimo di

investimento non soltanto professionale, per svolgere in maniera retribuita

un’attività che nella propria esperienza appartiene alla sfera affettiva. Le

strategie sono varie: ci si affeziona alla persona in cura facendo finta magari di

assistere un familiare o un parente stretto; si prova a fare il proprio lavoro in

modo distaccato, oppure ci si colloca in una posizione di eterna transitorietà,

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assumendo il lavoro come un passaggio, una parentesi in prospettiva di qualcosa

di migliore.

Nonostante alcune donne immigrate possiedano un titolo di scuola

superiore, la maggioranza di queste donne lavora come colf, o comunque in

attività di servizio domestico di vario genere: pulizie familiari a ore, cooperativa

di pulizie, di servizio alle persone, o collaboratrice domestica fissa.

Anche quando è il ricongiungimento familiare a spingere all’emigrazione,

il desiderio di entrare nel mercato del lavoro, trasforma rapidamente la

migrazione familiare in migrazione di lavoro.

Ma quali possibilità d’inserimento hanno le donne immigrate, sia rispetto

agli immigrati maschi che rispetto alle donne autoctone?

La popolazione immigrata in generale è concentrata più in alcuni settori

occupazionali che in altri, ma i settori ad alta concentrazione di immigrati non

coincidono necessariamente in tutti i paesi europei. Ovviamente, in tutti i paesi

europei, la percentuale più bassa di stranieri è nell’amministrazione, un settore

generalmente aperto soltanto ai nazionali. Gli immigrati si trovano più

facilmente nella costruzione, nell’industria manifatturiera, nell’agricoltura, e, in

generale, in lavori meno qualificati che quelli degli autoctoni.

Per quello che riguarda le donne, la loro posizione nel mercato del lavoro

è generalmente peggiore che quella degli uomini: generalmente perché negli

ultimi anni l’enorme precarietà delle condizioni lavorative degli immigrati, ha

molto sfumato le differenze per genere rispetto ai processi di discriminazione,

sfruttamento, esclusione.

Per quanto riguarda i livelli occupazionali tra le donne autoctone e le

immigrate, la questione è controversa. Infatti il rapporto tra le donne autoctone e

le immigrate sembra inferiore a quello tra gli autoctoni maschi e gli immigrati, a

causa del generale svantaggio delle donne nel mercato del lavoro. 9

Come tendenza generale del mercato europeo, si corre il rischio di una

polarizzazione tra persone altamente qualificate ed altre con competenze limitate

o nulle: questa polarizzazione è ancora più evidente per le donne; da un lato vi è

un movimento delle donne europee verso professioni manageriali e altamente

qualificate, dall’altro le donne immigrate sono confinate al fondo della scala

economica. Il livello più basso dell’economia è rappresentato dall’economia

informale, che significa lavoro precario.

Alcune immigrate del Terzo Mondo acquisiscono uno status equiparabile

all’”emancipazione”, o almeno la possibilità di mantenersi in modo indipendente

o di rendere migliore la vita materiale dei propri figli. Altre, meno fortunate,

finiscono in mano a datori di lavoro criminali, che sequestrano loro il

passaporto, le tengono segregate, le costringono a lavorare senza salario

. Ma anche nei casi più normali, quando il datore

fornendo prestazioni sessuali

4

di lavoro si comporta correttamente e paga il salario dovuto nei tempi stabiliti, le

immigrate ottengono la propria realizzazione materiale solo assumendo i ruoli

domestici cui ormai le donne a medio e alto reddito autoctone hanno lasciato.

I servizi che chiedono manodopera femminile immigrata sono di solito

servizi a qualificazione scarsa o nulla e soprattutto il lavoro domestico, nel senso

di servizi prestati a privati, ha tradizionalmente reclutato donne. E lavorando in

Italia riescono a guadagnare 30-40 volte di più rispetto alla media del paese

d’origine, garantendo una importante fonte di denaro per i loro parenti.

4 Un’indagine realizzata nel 2000 dall’associazione Parsec per il Ministero per le pari Opportunità ha evidenziato

che il 10% delle prostitute immigrate sono vittime del racket, costrette al mestiere sulla strada a seguito di

minacce dirette anche ai parenti rimasti in patria.

E come immigrate sono rese particolarmente vulnerabili dalla mancanza di familiarità con l’ambiente

circostante, dalla loro condizione di lavoratrici senza documenti e dai loro debiti con chi le ha aiutate a lasciare il

paese d’origine.

Secondo quanto stimato dalla ricerca lo sfruttamento sessuale costituisce la terza voce di guadagno per la mafia a

livello mondiale, dopo la droga e il traffico d’armi.

Fonte Internet http://www.dirittiumani.donne.aidos 10


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Tesina di Sociologia dei processi economici - "Immigrazione donna e lavoro" che contiene alcuni dati statistici relativi all’immigrazione femminile in Italia.
Tra i protagonisti dei nuovi dati del Dossier Caritas/Migrantes sull'immigrazione e sul cambiamento che ha subito l'Italia negli ultimi anni, ci sono senz'altro le donne, arrivate alla cifra di 1.842.004 con regolare permesso di soggiorno, una cifra, pari al 49,9% del totale degli immigrati, che non fa altro che confermare il costante e consolidato protagonismo femminile nell'attuale processo migratorio.
solo una donna su dieci).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue e letterature moderne
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Maxxi88 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dei processi produttivi e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Balsano Alessia.

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