1. Tappe dell’immigrazione femminile in Italia
Solitamente si pensa che i protagonisti della vicenda migratoria siano
all’inizio gli uomini e che solo in un secondo momento essi siano raggiunti dalle
loro partner. In realtà in molti paesi sono spesso le donne le prime ad emigrare e
la migrazione femminile caratterizza in alcune comunità rispetto ad altre.
Secondo Abdelmalek Sayad, sociologo algerino, la “migrazione è […]
l’aspirazione a migliorare la propria esistenza nel sempre rinnovato
desiderio di conoscenza e quindi di esplorazione”.
Si intende così la migrazione come un fatto sociale totale che coinvolge
l’intera persona e le sue interazioni con il contesto economico, sociale, politico,
culturale e religioso, nonché le sue rappresentazioni del mondo.
La donna si inserisce infatti nel contesto sociale meta della migrazione,
con un bagaglio personale e culturale già sensibilizzato ai modelli della vita
occidentale.
La realtà migratoria al femminile è una realtà dunque significativa e
importante non solo e non tanto perché numericamente rilevante, ma in
particolar modo per la forma e la modalità che ha assunto nei diversi decenni.
Particolarità significativa per l’Italia in quanto i primi flussi consistenti verso il
nostro paese sono formati da donne.
Oggi si parla di “femminilizzazione” dei flussi migratori per indicare sia
la portata numerica sia la specificità delle donne all’interno dei processi
migratori su scala planetaria. Negli ultimi anni infatti le donne hanno raggiunto
la metà circa della popolazione emigrata a livello mondiale. A livello nazionale
1
rappresentano attualmente il 45,8 % del totale degli stranieri.
Grazie al fenomeno migratorio la nostra società si è avviata rapidamente a
un confronto tra culture in cui le difformità sono di gran lunga superiori alle
1 Cfr. CARITAS DI ROMA, 2001, Anterem, Roma, 2001.
Immigrazione. Dossier Statistico 1
affinità, sia in termini generazionali (i popoli dei Paesi poveri sono
sostanzialmente giovani, hanno un saldo attivo della popolazione in continuo
aumento), che sessuali.
C’è un elemento che accomuna l’esperienza femminile
2
dell’immigrazione, ed è l’estrema fragilità del proprio status.
Per la donna migrare significa compiere un salto più difficile che per
l’uomo, perché comporta l’allontanamento da quella rete di relazioni con la
comunità d’origine, che se da un lato costituisce una forma di dipendenza,
dall’altra è una garanzia di difesa e di sicurezza per sé e per i figli. L’avventura
intrapresa in una società come la nostra, dura, competitiva, individualistica,
rende ancora più emarginante e servile, talvolta, la loro condizione.
La situazione delle donne immigrate è estremamente variegata sia per
quanto riguarda i paesi d’origine che la durata del soggiorno, la posizione
giuridica, i livelli d’istruzione e le appartenenze culturali e religiose.
Ma ripercorriamo le tappe dell’immigrazione femminile in Italia.
Diverse fasi migratorie si sono succedute in Italia dal 1945 ad oggi: la
prima, è stata caratterizzata dal modello della migrazione temporanea; ad essa ha
fatto seguito la chiusura delle frontiere e la stabilizzazione delle popolazioni
immigrate già presenti sul territorio europeo.
Nel periodo compreso tra gli anni cinquanta e gli anni settanta è prevalso
il modello migratorio caratterizzato dal reclutamento di manodopera
(migrazione temporanea) essenzialmente maschile, manodopera destinata ad
essere assorbita dalla grande industria e dall’edilizia. Gli immigrati giungevano
in un periodo in cui l’Europa industrializzata aveva carenza di manodopera e
veniva data preferenza agli uomini perché tradizionalmente erano loro a essere
occupati nell’industria, in parte a causa della pesantezza del lavoro offerto.
2 Con il termine “status” intendiamo la posizione di un individuo, cioè un sistema di relazioni a cui sono
connessi determinati diritti e doveri che hanno una loro oggettivazione nel complesso. In tutte le società lo status
è correlato a simboli che lo connotano. 2
É in questo periodo che molte immigrate vengono in Italia per
raggiungere il coniuge; in questo modello, alle donne era riservato lo statuto di
“compagne del migrante”, semplicemente non venivano considerate come
soggetti attivi nel processo migratorio, né ci si attendeva che avessero un ruolo
economicamente attivo. É attraverso il ricongiungimento familiare che, dagli
anni cinquanta agli anni settanta, sono entrate la maggior parte delle donne nei
paesi dell’Europa e che ha rappresentato fino agli anni novanta l’unica forma di
immigrazione legale in Italia.
Gli anni intorno al 1970 segnano una svolta epocale per le donne italiane
che si inseriscono più stabilmente nel mondo del lavoro e acquistano maggiore
autonomia.
Questa fase si caratterizza, di conseguenza, per la forte domanda di
potenziamento e innovazione dei servizi sociali che si rivelano
drammaticamente inadeguati e insufficienti di fronte alle nuove necessità delle
donne lavoratrici, che cercano un aiuto nelle donne immigrate. Le colf straniere
gradualmente sostituiscono quelle italiane le quali, in un mercato del lavoro in
espansione, vedono aprirsi nuove opportunità e cominciano a considerare il
lavoro domestico come “servile” e ormai inadeguato rispetto alle proprie
possibilità. Questa svalutazione del lavoro domestico, di collaborazione o
assistenza che sia, esiste ancora oggi; esso, infatti, non gode di un pieno
riconoscimento né a livello sociale né economico. Tanto per fare un esempio,
ricordiamo che attualmente è l’unico contratto di lavoro nazionale che non
riconosce alle lavoratrici il diritto all’allattamento.
1.1 Alcuni dati statistici dell’immigrazione femminile in Italia
Tra i protagonisti dei nuovi dati del Dossier Caritas/Migrantes
sull'immigrazione e sul cambiamento che ha subito l'Italia negli ultimi anni, ci
sono senz'altro le donne, arrivate alla cifra di 1.842.004 con regolare permesso
3
di soggiorno, una cifra, pari al 49,9% del totale degli immigrati, che non fa altro
che confermare il costante e consolidato protagonismo femminile nell'attuale
processo migratorio.
La distribuzione delle immigrate, come viene segnalata dai dati Caritas,
varia da regione a regione: in base alle opportunità lavorative vi sono così
regioni dove è presente una forte femminilizzazione dell'immigrazione. Sono
principalmente quelle del Sud, in particolare la Campania, dove le donne sono il
61,7% degli immigrati, mentre vi sono altre regioni, soprattutto al Nord, dove
invece la percentuale delle donne è più bassa. Anche le nazionalità giocano un
ruolo importante nel cambiamento dell'immigrazione italiana: ad alzare la
percentuale delle donne sono quelle provenienti dagli stessi paesi europei, per
fare qualche esempio vi sono alte percentuali di donne ucraine (83,6%), russe
(82,5%), moldave (68,1%) e romene (53.4%) rispetto al totale di queste
nazionalità. Importante anche il riferimento al continente di provenienza: ecco
che troviamo una percentuale di maggioranza del 66,8% di donne provenienti
dall'America latina, mentre nel caso dell'Africa e dell'Asia la maggioranza è
costituita invece dagli uomini, con valori che oscillano tra il 65% e il 90% per
l'Africa Subsahariana (esemplare il caso del Senegal, con solo una donna su
dieci).
La presenza delle donne immigrate, un tempo legata quasi esclusivamente
al ricongiungimento familiare, è cambiata nel tempo con la necessità di trovare
un lavoro altrove e migliorare la propria condizione anche partendo da sole. Le
donne immigrate sono così riuscite a raggiungere oggi un tasso di attività più
elevato della media: il 58,4%, a fronte di poco più del 51% della totalità della
popolazione di sesso femminile, seguendo così la scia degli stati europei, in cui
il tasso di occupazione delle donne straniere nell'ultimo decennio è aumentato
più rapidamente di quello degli immigrati uomini. 4
Ma il numero che riesce meglio a fotografare questo è il dato Inail: sono
571.499 le donne straniere occupate a fine 2006, pari al 42% di tutti gli
immigrati. La percentuale, molto alta, riguarda le stesse donne maggiormente
presenti nel territorio, quelle cioè che arrivano prevalentemente dai paesi
dell'Europa centro orientale, con una forte presenza romena. Più della metà delle
donne occupate, al di là della loro provenienza, si trova a condividere lo stesso
tipo di occupazione: lavoro domestico e cura delle persone, soprattutto anziane.
Questo è senz'altro un elemento negativo: il fatto che il tipo di impiego sia
- Risolvere un problema di matematica
- Riassumere un testo
- Tradurre una frase
- E molto altro ancora...
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