Origini della cultura
Cultura: abbraccia l’arte, la scienza, gli usi, i costumi, i modi di pensare delle persone; è concetto relativo a un dato popolo, a un determinato momento storico (è realtà dinamica).
Origini del termine
Dal latino “colere”, cioè “coltivare (i campi)”. È termine usato con accezione metaforica da Cicerone (100-43 A.C.) e da Orazio Flacco (65-8 A.C.), per indicare la formazione intellettuale e morale di un individuo. Si ha una concezione umanistica del termine, inteso come nozione intellettuale, elevazione dello spirito (c’è, in questo senso, intenzionalità formativa, es. programmi culturali).
Concezioni della cultura
Quando parliamo di cultura, spesso ci riferiamo a una qualità del singolo (diciamo: “è una persona colta”): in questo senso usiamo il termine cultura nella sua concezione soggettivistica, studiata, tra gli altri, da Mattew Arnold (1822-1888) il quale si riferisce alla cultura proprio come una elevazione dello spirito.
Gli antropologi, poi, si riferiscono alla cultura come insieme di usi, costumi, mentalità della gente, insieme condiviso di significati, modo di pensare, tradizioni… è in questo senso che invece ci riferiamo alla cultura nella sua concezione antropologica. Tra gli antropologi di riferimento troviamo:
- Franz Boas (1858-1942), cui dobbiamo il saggio del 1911 dal titolo: “Mentalità dell’uomo primitivo”. Egli afferma che non si può parlare di culture superiori (e positive) e di culture inferiori (negative), perché le culture sono solo differenti. Possono quindi esserci differenze tra una cultura e l’altra, ma tra queste di certo non c’è una gerarchia.
- Ruth Benedict (1887-1948): pubblica nel 1934 l’opera “Modelli di cultura”, uno studio effettuato su tre popoli primitivi, tre culture integrate ciascuna con un elemento qualificante (apollinei, dionisiaci, folli).
Per la Benedict, la cultura “come un individuo, è un insieme più o meno coerente di pensieri e di azioni, e nell’ambito di ogni cultura si delineano certi scopi caratteristici, che possono essere soltanto suoi, non condivisi da nessun altro tipo di società”.
Cultura come somma di elementi
È possibile intendere la cultura come una somma di elementi, allo stesso modo della polvere da sparo, che è per l’appunto il risultato di una combinazione particolare. L’antropologo studia l’interrelazione tra questi elementi, che devono essere considerati come parti di un tutto che interagiscono tra di loro.
Diverse sono le critiche mosse alla Benedict: tra queste quella di E. De Martino, per il quale il parlare di “modelli di cultura” significa parlare di qualcosa di statico, per cui c’è un approccio astorico. Altro critico è G. Gertz, che vede la cultura come un contesto che rende intelligibili gli eventi sociali e i prodotti dell’attività umana. Egli non dice che la cultura è forma di potere, ma è un contesto che ci fa capire e ci spiega certi comportamenti.
Freud e la repressione
È possibile individuare un’ulteriore concezione di cultura, quella che la vede come repressione (fondamentale). Questa è studiata da S. Freud (1856-1939) in due opere fondamentali: “L’avvenire di un’illusione”, del 1927, e “Il disagio della civiltà”, di due anni successivo (1929), inizialmente pensato come “L’infelicità della società”.
In questo senso Freud individuava tre cause dell’infelicità:
- Il malessere fisico;
- La rete relazionale;
- Gli avvenimenti del mondo.
Nella prima opera, Freud afferma che la civiltà mostra di avere due aspetti fondamentali:
- La possibilità di dominare la natura per il soddisfacimento dei propri bisogni (dei bisogni umani) per la sopravvivenza della specie umana;
- La capacità di sviluppare un ordinamento che regoli le relazioni interpersonali, e in particolare la distribuzione dei beni ottenibili.
Nel secondo saggio, egli afferma che la civiltà protegge l’umanità dalla natura e regola le relazioni tra gli uomini. Ciò che distingue l’uomo dagli animali è la capacità del primo di padroneggiare la natura e di regolare le relazioni.
Quindi la cultura può essere:
- Ordine, pulizia, politica;
- Attività intellettuali, religione, giustizia, limiti alla libertà;
- Rinunce pulsionali, sentimenti di colpa, sacrifici.
Ed è proprio a questo punto che possiamo introdurre la teoria strutturata della psiche umana.
La teoria strutturata della psiche umana in Freud
La psiche umana per Freud è costituita da tre parti fondamentali:
- ID o ES: insieme di pulsioni; è sottomesso al principio del piacere; si manifesta sotto forma di lapsus, sogni, tic.
- EGO o IO: è struttura intermedia tra id e superego; seleziona le pulsioni per cercare di limitarle; è sede della memoria.
- SUPEREGO o SUPERIO: è sorta di coscienza interna; risulta dal processo di educazione (ricevuta dai genitori), la violazione delle cui regole provoca sensi di colpa. Esso può essere individuale o collettivo. È legato a dei comandamenti civili che sono:
- Ama il prossimo tuo come te stesso;
- Ama il tuo nemico.
Questo perché la civiltà comporta sacrifici affinché gli individui possano sopravvivere. Bisogna assolutamente dominare la pulsione aggressiva.
Marcuse e la repressione addizionale
Contro questa concezione di cultura, ne troviamo una che la intende come repressione addizionale. Essa è tratteggiata da H. Marcuse che nel 1956 pubblica “Eros e civiltà”. È un’opera nella quale è chiara l’influenza di Freud, ma c’è repressione addizionale del sistema economico e politico basato sullo sfruttamento dei lavoratori (è altrettanto chiara l’influenza di Marx). Marcuse intende il progresso come superamento della fatica del lavoro e della “penuria”; ma egli afferma anche che continua a persistere nel mondo questa penuria in vaste zone del mondo. Allora essa a cosa è dovuta? Alla mancanza di risorse o alla loro distribuzione inadeguata? La penuria è dovuta proprio a questa inadeguata distribuzione.
Freud intende la cultura come sinonimo di civiltà, ma nella cultura tedesca c’è distinzione: civiltà = Kultur; cultura = Bildung. Anche N. Elias affronta questo punto ne “Il processo di civilizzazione”, datato 1936, e costituito da una struttura bipartita: “La civiltà delle buone maniere” e “Potere e civiltà”.
Elias e la civiltà
Elias ha seguito la Scuola di Francoforte, ma se ne distacca. È importante per la sociologia storica. Egli afferma che gli uomini hanno acquisito progressivamente la capacità di autocontrollo, che ad esempio può essere inteso come l’apprendimento delle buone maniere (pensiamo al galateo a tavola, es.).
Si ha genesi sociale dell’antitesi tra civiltà e cultura: Elias, infatti, si rifà alla formazione del ceto medio borghese in Germania e in Francia. Mentre nel primo paese ci sono innumerevoli soggetti produttivi (e quindi, lavoratori), nel secondo abbiamo un’aristocrazia che vive alla corte del re, dove vige un galateo molto preciso, e quindi questi sono soggetti improduttivi. Quindi la civiltà è l’insieme di soggetti di buone maniere, ma improduttivi, al contrario, la cultura è l’insieme di tutti i soggetti produttivi.
Anche E. Kant (1724-1804) aveva già affrontato il tema della distinzione tra i due termini, e definisce la cultura come arte, scienza; mentre la civiltà è l’insieme delle forme e convenzioni sociali.
Sono state diverse le critiche mosse a Elias:
- Accusa di etnocentrismo e di razzismo (contrapposizione tra popoli primitivi e civilizzati);
- Ci sono giudizi di valore (che poi portano all’accusa di etnocentrismo);
- Il pudore dei popoli primitivi è inferiore rispetto a quello dell’uomo civilizzato?
- I campi di concentramento sono la manifestazione della civilizzazione?
- Lo sterminio nazista è stato nascosto alla maggior parte della popolazione;
- Lo sterminio è stata opera di una minoranza;
- Lo sterminio è stato un gesto di orrore indicibile, che ha portato alla sua condanna da parte di tutti.
Ricordiamo che Elias era un ebreo, per di più tedesco: ha dunque vissuto sulla propria pelle il dramma dell’olocausto, ma mantiene ferma dentro di sé la volontà di parlare di progressiva civilizzazione, affermando che quando ci si riferisce al nazismo, si fa riferimento a una minoranza.
E. Durkheim e la cultura
E. Durkheim affronta il tema della cultura sotto tre diversi punti di vista e con tre opere:
- Dimensione oggettiva, con “Le regole del metodo sociologico” del 1895: egli si riferisce ai fatti sociali, oggetto di studio della sociologia, modi di fare dotati di generalità, esteriorità, coercizione, indipendenza rispetto al soggetto, forza cogente nei confronti del singolo individuo (una forza che lo costringe ad agire in un certo modo). Un esempio di fatto sociale è il linguaggio: esso ha infatti esistenza autonoma rispetto al soggetto, esiste prima dell’uomo e indipendentemente da questo, inoltre, nel momento in cui l’uomo vuole integrarsi nella società in cui si trova a vivere, deve imparare un linguaggio. Ci sono quindi dimensioni alle quali dobbiamo adeguarci, e il linguaggio è una di queste dimensioni.
- Dimensione istituzionale, con “Le forme elementari della vita religiosa” del 1912: con questa opera c’è valutazione positiva della religione, che è un forte collante sociale. Essa, infatti, assicura l’ordine sociale. C’è descrizione dei riti religiosi, che sono positivi in quanto compattano il gruppo.
- Funzione ordinatrice e regolatrice del comportamento, con “Il suicidio”, opera del 1897: è in questo scritto che Durkheim introduce il concetto di anomia, che è stato disfunzionale della società: la mancanza di norme è distruttiva per la società, poiché non assicura l’ordine sociale (a differenza di quanto accade con la religione). Ci sono diverse forme di suicidio: altruistico, egoistico… Questo concetto è molto importante, poiché ci fa capire che senza norme fondamentali è il caos.
M. Weber e la cultura
Anche M. Weber si sofferma sul concetto di cultura. È sua infatti l’affermazione “Noi siamo esseri culturali”, ovvero dotati di capacità e volontà di assumere consapevolmente posizione nei confronti del mondo e dargli così senso. Questa affermazione la troviamo nello scritto “L’oggettività aggressiva della scienza sociale e della politica sociale” del 1904.
Al centro dell’analisi sociologica di Weber c’è l’agire sociale: bisogna che questo venga compreso per poi spiegarlo (motivazioni ed effetti). Bisogna comprendere i motivi dei comportamenti per poi spostarci sui suoi effetti. È in questo senso che agisce quella che è il metodo comprendente tanto caro a Weber.
Un’applicazione di questo metodo lo si trova ne “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” del 1904-05: diversi sono i comportamenti ispirati e analoghi a quelli del capitalista. La spiegazione sta nell’antica protestante, nella religione, per la quale il destino di ognuno di noi è segnato dalla nascita. Ci sono comunque dei segni che ci fanno capire se siamo destinati alla salvezza: uno di questi è il raggiungimento della ricchezza economica. È così che, proprio dall’etica protestante, emerge il capitalismo. Il protestantesimo sembra quindi aver favorito, non determinato, il capitalismo (la religione ha favorito l’emergere di una certa forma economica).
In Marx si distingue tra struttura (insieme dei rapporti di produzione e di forza) e sovrastruttura (cultura, ecc.), e c’è primato della prima sulla seconda. Questa gerarchia viene a cadere con Weber.
Due studiosi, in un saggio degli anni ’60 dal titolo “La realtà come costruzione sociale” (P. Berger e T. Luckmann) si domandano se le prospettive di Durkheim e di Weber siano poi così distanti, e rispondono che queste possono, al contrario, integrarsi. Infatti, i significati sorgono nell’interazione sociale (in questo caso abbiamo una realtà soggettiva, ad esempio quella della socializzazione primaria e secondaria); ma è anche vero che il risultato dell’azione sociale si soggettivizza (e qui siamo davanti alla realtà oggettiva), si cristallizza in forme istituzionali, sono qualcosa di esterno rispetto a noi (c’è tipizzazione, ovvero conoscenza specifica di un ruolo, che dipende dalla distribuzione sociale della conoscenza in generale. Ciò comporta una maggiore differenziazione sociale).
Le prospettive di Durkheim e di Weber confluiscono in un altro sociologo americano, T. Parsons: egli deriva dal primo la centralità dei valori (c’è ordine sociale se ci sono valori che regolano il comportamento), e dal secondo il concetto di agire intenzionale. Con Parsons la cultura assume la valenza di sistema (si parla in effetti di sistema culturale) che funge da connettore tra individuo e società.
Questa concezione è ben descritta ne “Il sistema sociale” (1950): tra sistema culturale e quello della personalità c’è l’interiorizzazione dei valori; tra sistema culturale e quello sociale abbiamo invece la istituzionalizzazione delle aspettative sociali; infine, tra sistema della personalità e quello sociale abbiamo la conformità alle aspettative sociali.
Elementi principali della cultura
Gli elementi principali che costituiscono la cultura, dunque, sono molteplici. Essa può essere intesa in senso empirico (scienza, cultura popolare…), in senso esistenziale (religione, filosofia…), come presenza di valori (idee condivise sugli obiettivi da perseguire), come simbolismo espressivo (arte, letteratura, musica, teatro…).
Chi evidenzia il rapporto che intercorre tra scienza e cultura è R. Merton, che nel saggio “Scienza e società nell’Inghilterra del XVIII secolo” afferma che la religione ha influenzato la scienza. Merton fa riferimento all’etica puritana, le cui caratteristiche (razionalismo e empirismo), furono nel 1600 fondamentali per il progresso scientifico.
Merton trova quattro imperativi istituzionali (diversi da quelli che vengono delineati da Parsons e che si riferiscono al sistema sociale, si tratta infatti di imperativi funzionali), che sono propri della scienza: questi sono regole che dovrebbero disciplinare la ricerca scientifica. Essi sono:
- Universalismo: valutazione della persona e del suo lavoro, senza fare discriminazioni;
- Comunismo: riguarda l’attività e i risultati della ricerca, che deve essere svolta da un team, non bisogna “rubarsi le idee”, l’attività deve essere a disposizione di tutta la comunità scientifica;
- Disinteresse: deve esserci integrità morale, bisogna lavorare esclusivamente per la scienza, non per altro (ad esempio, non per i soldi);
- Scetticismo metodologico: bisogna che ci sia verifica logico-empirica, provando ciò che si dice.
Merton ha visione del progresso scientifico come accumulazione sistematico-selettiva, distanziandosi pertanto da Kuhn che, nella “Struttura delle rivoluzioni scientifiche” (1969), vede il progresso legato proprio alla rivoluzione scientifica.
Anche il concetto di paradigma è molto diverso tra i due: per il primo è concetto analitico, per il secondo, invece, è di tipo storico-analitico. Kuhn ne dà definizione molto ampia, prima nel 1962, poi nel ’70 (ci sono conoscenze condivise dalla comunità e poi anche soluzioni concrete). Anche per M. Masselman sono diverse le accezioni di paradigma.
La cultura è scienza, arte (secondo il simbolismo espressivo, e da un punto di vista empirico). Sono esempi di arte anche la pittura, la scultura, la pubblicità (vedi la mostra “La famiglia nell’arte” del 2002-2003), il cinema, il teatro… si può a questo punto parlare di cultura di massa. Questa è trattata da due correnti opposte, messe in evidenza da U. Eco ne “Apocalittici e integrati. Comunicazioni di massa e teorie della cultura di massa”: quella degli apocalittici (alla Marcuse e Scuola di Francoforte), e quella degli integrati (alla McLuhan). Eco afferma che il problema non è se sia un bene o un male l’esistenza dei mezzi di comunicazione di massa, ma bisogna chiederci se questi veicolano certi valori.
La pubblicità come forma d'arte
La pubblicità può essere considerata come una forma di arte (contemporanea). Il confine tra ciò che è arte e ciò che non lo è, infatti, cambia nel tempo.
Nella mostra tenutasi a Roma tra il 22/11/2002 e il 9/03/2003, ci sono tre aree di esposizione delle opere d’arte:
- Casa (elettrodomestici, pulizia, igiene);
- Cibo e abbigliamento;
- Automobili.
Prendiamo in considerazione le foto di O. Toscani, fatte in occasione delle campagne pubblicitarie per la nota azienda “Benetton”: tra il 1986 e il 1991, Toscani dispone le immagini per opposizione.
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