I mezzi dei media
La fotografia
La fotografia è un mezzo particolare, rispetto ai mezzi convenzionali come tv, radio, giornali, ecc. La fotografia è un mezzo trasversale che ha conservato autonomia, nonostante gli altri mezzi, a parte la radio, non ne possano fare a meno. La parte visiva è preponderante rispetto a quella verbale, anche se spesso il verbale spiega il visivo. L’impatto che il linguaggio visivo esercita sulle persone è più elevato, più forte e immediato di quello verbale.
Vilém Flusser, studioso dei media, ha sostenuto che quando è arrivata la fotografia c’è stato un cambiamento culturale molto forte, un'innovazione della cultura occidentale. Flusser afferma che la rivoluzione introdotta nell’800 dalla fotografia è paragonabile a quella che la nascita della scrittura ha introdotto ai tempi (come i geroglifici, per esempio): comunicazione non più orale ma fissata attraverso la scrittura, crescita culturale delle società attraverso la condizione del sapere.
Il linguaggio verbale ha influenzato gli esseri umani poiché li ha portati a riflettere su sé stessi, a prendere coscienza di sé per potersi relazionare con gli altri. Similmente alla scrittura, la fotografia porta dei cambiamenti nella società: una prima forma rudimentale di fotografia si ha tra il 1826/27, ma convenzionalmente si ritiene che la prima forma di fotografia sia il Dagherrotipo (1839, prima sorta di macchina fotografica). A Parigi, lo stato francese acquista questo macchinario e lo mette a disposizione dell’umanità, e questa invenzione ha favorito il progredire della scienza.
Le fotografie erano rudimentali: soggetti unici, non stampa seriale, non esisteva il negativo per poter produrre diverse immagini uguali. Il negativo fu inventato da Fox Talbot, inglese, ma solo in seguito fu possibile stampare su carta. Con i quotidiani, oggi i media attraverso la fotografia fanno pubblicità, e la pubblicità stessa ha permesso ai quotidiani di sopravvivere a partire dall’800 (seconda rivoluzione industriale). La fotografia, come il quotidiano, può essere prodotta in serie, nelle quantità desiderate (come i libri): non si ha più la singola opera fatta dal pittore, non vi è più l’immagine unica, ma si ha produzione in serie per grandi masse di consumatori.
L’industrializzazione dell’opera risponde alla necessità della società di avere consumatori di massa. George Eastman, alla fine dell’800, crea la macchina fotografica Kodak N. 1: prima macchina fotografica portatile, pre-caricata e a basso prezzo, "voi premete il bottone, noi faremo il resto". Successivamente, negli anni '50, nacquero le prime macchine in plastica, fenomeno di massa a bassi costi.
Il ruolo dei fotografi
La fotografia, essendo un media, inventa dei linguaggi e deve trasmettere qualcosa attraverso queste immagini:
- Bresson: rappresenta la realtà, il fotografo secondo lui doveva catturare l’attimo, per questo fotografie poco curate. Non si cura dell’estetica dell’immagine. Questa è una delle forme con cui la fotografia si esprime: effetto di verosimiglianza, e questo è ciò che ha creato la “lotta” con i pittori, poiché erano loro prima i detentori della realtà, cambio dell’arte, avanguardie: puntinismo, impressionismi ecc.
- Capa: realtà drammatizzata dal fotografo, ma rispetto a Bresson, Capa forza la realtà: immagini studiate, con un senso profondo.
- Heine: fotografo storico che voleva denunciare la realtà: nello specifico sfruttamento dei bambini nelle fabbriche.
- Ray: la foto come invenzione, arte, creatività: fotografo surrealista, trasfigura la realtà come fecero gli artisti delle avanguardie, surrealisti in particolare.
Benjamin, intellettuale tedesco, scrisse un testo in cui ragiona su cosa ha comportato il passaggio alla fotografia: alla riproduzione seriale; la fotografia diventa una merce, si crea il mercato della fotografia con la nascita dell’industrializzazione. Nasce la contrapposizione tra opera d’arte e merce (fotografia), che però viene resa anacronistica dalla nascita della fotografia stessa: l’arte con la fotografia diviene comunque merce, cadono i valori “romantici” di cui l’arte si è sempre rivestita.
È diventato possibile fare più copie di opere attraverso la riproduzione meccanica, ciò viene indebolito il peso sociale dell’opera, il peso sociale dell’arte. La fotografia porta al centro la tecnologia, l’apparecchio che cattura l’immagine, ma l’opera fotografica esiste solo se viene fatta vivere all’interno della società, la tecnologia sola non ha vita.
Il fenomeno del selfie
Il selfie è un monumento per tutti. Perché si fanno selfie? Il selfie è una fotografia che una o più persone scattano a se stessi, in genere con smartphone, per essere diffuso sui social media. Prima del selfie c’era l’autoscatto, qualcosa di simile. L’autoscatto è una pratica privata, domestica, diventa pubblica solo se si chiede a qualcuno di farci una foto; il selfie è pubblico:
- Fotocamera frontale sugli smartphone
- Diffusione di applicazioni fotografiche (Instagram)
- Social media
È diventato un fenomeno culturale di massa persino per le massime autorità. Il selfie è un’immagine-vetrina: produce un’identità poiché certifica la nostra esistenza mediatica e sociale. Il selfie e l’autoscatto vengono dalla tradizione della pittura: i ricchi si facevano fare ritratti, “selfie con pittura”. Era una pratica costosa non ad appannaggio di tutti, della massa; il ritratto era destinato a pochi, con la fotografia è diventato possibile per tutti farsi un ritratto, fare propria pubblicità.
Tutti i sociologi classici hanno riflettuto sul rapporto tra comunità e società. La comunità garantiva immortalità alle persone, il singolo soggetto contava meno; la comunità era stabile, solida e punto di forza. Quando nasce l’industrializzazione i cittadini si devono relazionare con gli sconosciuti, non sono più nessuno, sono nell’“anonimato”, ma devono comunque relazionarsi con la mortalità nonostante vengano meno i valori e le sicurezze della comunità; nascono i monumenti (beni di lusso) che rendono “immortali” la storia e alcune persone. Nella storia tutto ciò era riservato ai ricchi, alle eccellenze, mentre dall’800 si estende alla società di massa dei borghesi. La fotografia si è posta come “monumento per tutti”, uno strumento per ottenere immortalità. Il selfie porta avanti il discorso della fotografia come “monumento per tutti”.
La fotografia e la realtà
La fotografia non è una copia della realtà, è un punto di vista da cui qualcuno racconta la realtà, è un mezzo di comunicazione ed è una copia del reale. Trattamento digitale dell’immagine: essa viene cambiata, modificata prima di essere pubblicata su giornali ecc. Molti psicologi dicono che la fotografia è come la caccia: deriva dal desiderio di catturare e dominare la realtà; scattare una foto è come catturare una preda, un’affermazione della nostra identità (Barthes, sociologo).
Molte culture diverse da quella occidentale (tribù del Sud America) non volevano farsi fotografare perché voleva dire farsi rubare l’anima. Chi fotografa effettivamente è in una posizione di superiorità rispetto a chi è fotografato, controlla la realtà (Barthes “La camera chiara”): “mi espropriano di me stesso, fanno di me, con ferocia, un oggetto, mi hanno in loro mano, a loro disposizione”. Chi è fotografato si protegge mettendosi in posa, cambiando se stesso, si “fabbrica” un altro corpo.
La fotografia sembra che fermi il tempo, è un fatto in cui il flusso temporale viene bloccato. Se il fotografo riesce ad essere espressivo riesce a raccontare anche una storia attraverso uno scatto, che è immobile, anche se la storia ha bisogno di tempo per essere sviluppata. Per Barthes la fotografia trasmette qualcosa che non c’è, che non esiste più: l’oggetto che è stato fotografato non esiste più nella realtà, noi sappiamo che è esistito, è catturato in un frammento temporale, ma non esiste più. Guardando l’immagine vediamo qualcosa che non c’è più; la fotografia non restituisce la vita a qualcosa che non c’è più, ma fa ritornare qualcosa che è morto.
Barthes ragiona sulla fotografia analogica; la fotografia digitale invece ha creato un ambiente: cattura, editing, condivisione, interazione; processo sociologico, di arricchimento; il momento dello scatto si è arricchito. Benjamin diceva che si crea un rapporto molto stretto tra macchina e persona; con il selfie si ha un rapporto stretto tra macchina e corpo; la foto è parte di sé, rapporto speciale, rapporto emotivo; inoltre nel selfie ci si guarda negli occhi: foto più vera, più realistica, poiché quando qualcuno ci sta guardando noi siamo più coinvolti emotivamente, poiché è come se qualcuno stesse interagendo con noi, quindi risultiamo più attivi. Così come il fatto che l’estetica delle foto degli smartphone, per esempio, non è ottimale essa risulta più vera (realistica, se non modificata).
Il diario
Il diario privato rassicura sulla propria esistenza, si scrive quindi si esiste nonostante resti privato e nessuno ne fruisca. Come la fotografia, il diario ha una natura paradossale: ha un’interiorità che se non viene condivisa non viene riconosciuta come esistente. A differenza del diario di carta, online è fondamentale che qualcuno legga ciò che viene scritto; non può non esserci un lettore. È scopo della rete far leggere a più persone possibile.
Il diario e l’album fotografico avevano lo scopo di conservare e custodire la propria vita, per conservare il passato e poterlo rivivere anche se nel presente non esiste più quel momento; in realtà la fotografia è “mortale”, si deteriora, le diapositive si deteriorano, l‘idea di conservare per sempre il passato con fotografie è quindi utopistica. Nel web vi sono milioni di immagini che vengono caricate sui social network, per esempio, ma nel web solo il 15% delle foto scattate viene caricata, ma non si sa quanto queste immagini resteranno nel web o sulle memorie. Le fotografie, i selfie sono immagini deboli, sono come dei “fantasmi”; noi contribuiamo all’indebolimento delle immagini perché continuando a fare foto si indebolisce la forza della singola immagine; per affermarci continuiamo a fare selfie, ma creiamo sempre più fantasmi nel tentativo di affermare la nostra identità.
Kirkegaard (metà '800) scrive che il pubblico è un’astrazione, il pubblico esiste solo nell’astratto, non sono persone determinate, ma proprio per questo ognuno di noi ha bisogno di crearsi un pubblico, tutti ambiscono ad un pubblico per affermarsi nonostante le immagini siano “fantasmi”.
Il cinema
Il cinema è una forma di fotografia più intensa, un insieme di fotografie che danno il senso del movimento. Fratelli Lumiere: prima proiezione 1895, innovatori, hanno fatto diversi spot: primo spot di un sapone (Sunlight) nel 1898. Riprese statiche: la telecamera sta ferma in un punto. Famoso è il film del treno dei fratelli Lumiere. Se i Lumiere riproducevano la realtà, Melies riproduceva immagini fantastiche, immaginarie (luna con razzo nell’occhio): scoprì il montaggio.
Il cinema ha codificato dei generi:
- Western
- Commedia
- Noir
- Fantascienza
- Guerra
- Horror
Inoltre ha codificato il divismo. Grande novità del cinema: grande schermo e il montaggio. Il cinema ha portato sullo schermo ciò che veniva prodotto nelle aziende, il dinamismo delle macchine, inoltre anche il dinamismo che caratterizza la metropoli; il cinema ha avuto anche successo perché era perfettamente in sintonia con la società che stava diventando dinamica e di movimento.
Non c’era solo il cinema per proiettare immagini in movimento: “quadri viventi”, simulazioni di paesaggi e di viaggi su carrozze di treni, per esempio. Nel 1927 avvento del sonoro che ha arricchito la capacità espressiva del cinema.
Il telefono
Il telefono mette in contatto persone distanti tra loro. A partire dall’800 ha iniziato a diffondersi e ha permesso di recuperare la dimensione dell’oralità, che la stampa aveva messo in secondo piano. La voce ha una connotazione psicologica: suscita sensazioni nelle persone che percepiscono la voce. Il telefono ricostruisce il “faccia a faccia” e quindi tutte le emozioni legate al dialogo faccia a faccia; strumento di relazione diretta con le persone.
La televisione
Medium importante: storia della televisione. Alla fine del’700 in Francia si ha il telegrafo ottico (C. Chappe), prima forma di rete, successivamente negli USA nasce il telegrafo elettrico di Morse, diffusosi in tutto il mondo. Il primo apparecchio di trasmissione e ricezione di immagini (“tv”) fu il disco di Nipkow (1884).
Nel 1907 Edouard Belin inventa il fax: trasmissione di immagini a distanza. Serie di esperimenti prima di arrivare al progetto definitivo: la televisione. Il sistema televisivo nasce negli anni ’20 e ’30 negli USA e UK: nascono i modelli di tv pubblica (BBC) e quella commerciale, privata, in USA (NBC). L’affermazione della TV si ha però solo dopo la seconda guerra mondiale, con la sua trasformazione in un sistema industriale complesso particolarmente forte, grazie alla conversione di industrie di elettronica militare in industrie che producono radio e televisioni. La tv si estende in USA in maniera significativa nel 1947 e a partire dal ’49 in Europa.
Il lancio dei satelliti ha permesso la diffusione del segnale televisivo in tutto il mondo a partire dagli anni ’60 del '900. La televisione si diffonde e diviene di massa. In Italia la prima trasmissione TV Rai si ha il 3 gennaio 1954. In Italia si ha uno sviluppo industriale arretrato, era un paese povero, martoriato dalla guerra, la tv si sviluppa tardi. America: paese del benessere, che ha vinto la guerra; quindi l’Italia con l’avvento della tv ha in un certo senso importato il modello di benessere americano.
Con la diffusione della televisione nelle case degli italiani si è avviato quel processo di unificazione linguistica e sociale. La tv ha avuto una funzione positiva: condivide una serie di conoscenze, creando un’identità nazionale. La televisione ha anche svolto un ruolo pedagogico e culturale per favorire l’alfabetizzazione e creazione di senso di comunità grazie alla trasmissione di grandi eventi come lo sbarco sulla luna del 1969.
Nei primi anni della televisione italiana la Rai aveva il monopolio della televisione: questo contribuì alla creazione del senso di unità. La Rai iniziò il 1 febbraio del 1977 a trasmettere a colori. TV monopolistica e in bianco e nero aveva creato un’immagine di povertà. Il passaggio alla tv a colori significò anche il passaggio da un mondo ad un altro: maggior vicinanza alla realtà, ricchezza cromatica, positività e benessere; ha permesso la nascita delle televisioni commerciali: mondo a colori, ricco e positivo: mondo dei consumi e della pubblicità.
Nel 1976 ha avuto fine il monopolio della Rai che ha avuto nel 1979 la possibilità di avere Rai 3; così in pochi mesi si ha avuto un grande aumento delle televisioni private: da 40 a 500, così come un grande aumento di stazioni radiofoniche: maniera spropositata. Grazie a questa liberalizzazione è nata nel ’78 Tele Milano, fondata da Silvio Berlusconi, così come nel ’79 nasce Publitalia (azienda pubblicitaria).
Nel 1980 nasce Canale 5 e poco dopo Italia 1 e Rete 4. Il gruppo Mediaset è diventato un polo televisivo alternativo alla Rai con un altro modello televisivo alla fine degli anni ’80. La Rai era la televisione che rappresentava la realtà, aveva contenuti educativi e trasmetteva ciò che accadeva nel mondo. La Mediaset era la televisione capace di sganciarsi dalla realtà, che faceva sognare le persone: tv più commerciale.
Si creano due modelli di televisione: uno serio e vicino alla realtà italiana e l’altro capace di far “sognare” chi guarda. Dalla fine degli anni ’80 questi due modelli si avvicinano: Rai ridimensiona il suo ruolo di televisione pubblica avvicinandosi al modello commerciale di Mediaset. La Rai smette di fare pedagogia e inizia a intrattenere. Negli ultimi anni il sistema si è aperto ulteriormente, sono aumentati i canali e il mercato si è un po’ aperto.
Teorie televisive
Sul piano culturale la televisione è il risultato di un processo di fusione di forme espressive diverse esistenti nella cultura occidentale. Veniva vista infatti come una “scatola” composta da diverse cose. Oggi la tv sta attraversando una situazione di crisi.
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