Estratto del documento

Introduzione

Crescita economica è stata, per gran parte della popolazione e comunque nell’immaginario collettivo, sinonimo e/o presupposto di benessere generalizzato. Crescita diventava in questo modo il telos da perseguire, un indifferibile e indiscutibile obiettivo per l’umanità tutta: dimenticando che crescita, se applicata a contesti che generano patologie, assume un significato ben diverso. E diventa un segnale di pericolo.

Certo adesso, anche per i sostenibili più accesi sostenitori dello sviluppismo a ogni costo, è doveroso far seguire il termine: una crescita rivolta anche a promuovere l’energia pulita, affrontare i cambiamenti climatici, ridurre e contenere le emissioni di gas serra. Ogni paese dovrà fare la sua parte. Che oltre a problemi di sostenibilità ambientale emergano prepotentemente anche problemi di compatibilità sociale, non sembra preoccupare più di tanto: essi appaiono destinati a una sorta di rimozione collettiva.

Appare costantemente perpetuarsi l’equivoco di fondo che il benessere si misuri anche, forse soprattutto, con la quantità di consumi; che ben-avere sia sinonimo di ben-essere; che sempre più sarà lo sviluppo dei consumi deputato a far crescere l’economia e che consumare finisce per assumere non i caratteri della scelta ma della doverosità per sostenere tutta l’impalcatura economica.

Da nicchie questa prospettiva di futuro cominciano però a prendere le distanze non solo ideologizzate. Le indagini condotte sul consumo riflettono in maniera sempre più incisiva un latente senso di disagio. È in atto già da tempo un incisivo cambiamento nell’antropologia del consumatore. Post crescita significa perseguire un tipo di crescita diversa, che coniughi la compatibilità ambientale con quella psicologica e sociale. Sarà una molteplicità di soggetti a promuovere la post crescita: determinante risulterà l’accresciuto potere del consumatore. Un potere reale e non millantato, declinato anche all’insegna dei doveri e delle responsabilità, emblematico di una nuova antropologia del consumo.

Senza il mondo del Web le nuove consapevolezze avrebbero generato soltanto frustrazione o forti conflitti. È in atto nel mondo dei consumi un mutamento che ha profondamente trasformato la realtà pregressa, ed è nel corso degli anni Ottanta che avviene un salto quantico e che la società dei consumi registra una straordinaria accelerazione verso la società dell’iperconsumo.

Capitolo 1: Oltre la crescita

Consumi, bulimia e Plotach nella transizione d’epoca

È davvero sorprendente come sia tanto poco avvertito il passaggio d’epoca. L’ingresso in una società nuova, che manifesta una sostantiva discontinuità rispetto al passato, impone una profonda revisione del nostro sapere. Il futuro non può essere compreso nella cornice interpretativa del passato. Il consumo sta infatti divenendo il potenziale protagonista di una svolta epocale. La necessità di dotarsi di nuovi paradigmi rappresenta in realtà la vera conditio sine qua non per comprendere ciò che sta accadendo intorno a noi.

Perché non si tratta solo di acquisire e cumulare nuove informazioni ma dotarsi di un nuovo, potente strumento concettuale e metodologico, di una diversa concezione del mondo. Un paradigma è una visione del mondo, un episteme, una sorta di paio di occhiali tramite cui osserviamo la realtà che ci circonda. Lo shift da un paradigma a uno successivo non avviene soltanto acquisendo ulteriori dati ma penetrando la struttura latente che li connette.

Il consumatore, per la prima volta, comincia a manifestare segni di disagio e di sazietà nei confronti di una iperofferta che diviene sempre più pervasiva. La moltiplicazione dei touch-point (così il marketing chiama i luoghi in cui ci si può imbattere, anche inaspettatamente, in una marca) diviene l’obiettivo da perseguire. Sono in realtà le nuove modalità di consumo a emergere prepotentemente e a segnalarci l’incisività del mutamento in atto.

L’affacciarsi prepotente dei paesi del Bric sullo scenario del mondo, e in particolare di Cina ed India, ma anche, sia pure con un potere contrattuale del tutto diverso, dei paesi del Terzo Mondo, comporta richieste energetiche che non hanno analogie, per l’impatto che avranno e per le conseguenze sull’avidità dei paesi produttori, con il passato. Ma anche il fatto che i paesi del Primo Mondo, con il loro miliardo scarso di popolazione, assorbano il 78,5% dei consumi mondiali lasciando il restante 21,5% a cinque miliardi di persone, è qualcosa di più dell’essere insostenibile, perché socialmente offensivo.

La consapevolezza e l’urgenza del farsene carico comincia a raggiungere, sia pure con livelli di sensibilità e di risposta molti diversi, ampi strati della popolazione. È soprattutto il mito della crescita, dello sviluppo, a essere guardato con occhi diversi dal passato; a essere considerato, nelle modalità con cui si è espresso, non un obiettivo da perseguire a tutti i costi, ma come tragica calamità verso cui il mondo va inconsapevolmente avviandosi. Ora è necessaria una riflessione preliminare sulla nuova crucialità del consumo nella società in cui viviamo.

Ci sono opinioni contrastanti sulla denominazione della società nuova a cui stiamo approdando. Non tutti concordano nel definirla post-moderna, ma vi è una larga convergenza nell’indicare nella centralità del consumo una delle sue dimensioni più significative. Se un tempo era considerato virtuoso contenerlo, adesso incessanti sono gli appelli rivolti a una sollecitazione dei consumi. Il consumo è un’attività complessa che implica stile di vita, uso del tempo e della propria energia. Costituisce una delle aree più significative di studio del sociale ed è storicamente condizionato e quindi evolve incessantemente.

L’individuo consumatore va ormai, da qualche tempo, manifestando una irrequietezza sconosciuta in passato, sintomi di disagio, nuove consapevolezze che mettono in discussione radicate abitudini. Negli Stati Uniti anche alla più distratta occhiata il numero degli obesi, dei grandi obesi, è ogni volta maggiore. L’ingordigia alimentare è più diffusa in quel paese, ma va rapidamente contagiando gran parte dell’Occidente.

De Biase ritiene che non sarebbe insensato sostenere che il consumismo debba essere interpretato come una malattia sociale, simile all’obesità. Questa è una metafora, per esprimere il livello compulsivo e patogeno che si va realizzando in comparti dei consumi anche assai diversi da quello alimentare. Solo che, a differenza di quest’ultimo, l’eccesso non è visibile con tanta esplicita immediatezza. In Usa oltre metà della popolazione si considera sovrappeso e percentuali non dissimili cominciano a riscontrarsi nei principali paesi europei. L’obesità adesso comincia a falcidiare anche la popolazione infantile.

La ricerca biomedica ci dice che solo il 5% dei bambini obesi potrà tornare a essere una persona normale. Il dato sconcertante non è soltanto la rapida diffusione dell’obesità nei paesi occidentali ma l’inizio, sia pure su scala ridotta, di un’analoga patologia in paesi dove costituzione fisica longilinea e sottoalimentata erano la norma. Ne è un esempio l’Asia, contagiata da una prima “epidemia” di diabete causata da junk food. Uno studio dell’università della Carolina ha rilevato che, per la prima volta, il numero dei grassi, circa un miliardo di individui, supera, nel mondo, il numero dei denutriti, circa 800 milioni.

Stiamo divenendo obesi anche in gran parte delle aree del consumo. Manifestazioni analoghe a quelle alimentari cominciano infatti a comparire in molti settori merceologici. Così come nel cibo l’obesità genera malessere, qualcosa di analogo si registra in altre aree del consumo. Un malessere che non è però così esplicitamente, fisicamente evidente. Sono bulimici gran parte dei nostri guardaroba dove indumenti poco o niente indossati continuano ad ammassarsi. Le cucine delle case sono stracolme di piccoli elettrodomestici che creano problemi di spazio e non vengono praticamente mai usati. I giocattoli sono per lo più un imbarazzante accumulo nella stanza dei più piccoli e, tra l’altro, questa prima iniziazione dei piccoli al mondo delle merci, riveste proprio quei caratteri di eccesso, di dismisura che potranno divenire gli aspetti più inquietanti del rapporto con il consumo nella loro vita da adulti.

Da tempo le famiglie italiane possiedono, in media, più automobili per nucleo; i telefonini vengono ormai sostituiti con un intervallo inferiore all’anno. I packaging dei prodotti, a cui è delegata una importante funzione di marketing, ci stanno letteralmente sommergendo: chi produce tende a deresponsabilizzarsi dei danni collaterali che il consumo genera con i suoi imballaggi, e del degrado ambientale che provoca, scaricando il costo sulla collettività senza pagare pegno.

La spesa alimentare va costantemente riducendosi nei bilanci delle famiglie: negli anni ’70 assorbiva il 36% della spesa, nel 2009 solo il 15%. La legge di Engel postula che, aumentando i redditi, l’incidenza della spesa alimentare tenda costantemente a decrescere. L’eating out è ormai pratica diffusa e momento privilegiato di socialità. Secondo il paradosso di Easterlin se poniamo su due assi cartesiani il livello di reddito/di consumi e valutazioni soggettive di benessere, si afferma vi sia un parallelismo quasi perfetto tra aumento delle risorse e livello di soddisfazione, ma solo sino a un certo punto. Superato il quale, la relazione non è così evidente e mostra semmai un divaricarsi tra le due linee.

Raggiunti cioè certi livelli, il consumo non genera più incrementi nel benessere percepito e quest’ultimo deve essere presumibilmente ricercato e soddisfatto in altre dimensioni. Un dato che stupisce è che, praticamente in tutti i paesi, la percezione del livello di benessere/felicità così come viene rilevato dalle ricerche è sorprendentemente elevato e stabile: oltre 80% della popolazione. Visti da lontano i paesi ricchi appaiono felici. Un livello tanto alto che contrasta vistosamente con la solitudine, la depressione, le ansie, l’insicurezza, lo stress, la violenza che vediamo con così tanta dovizia intorno a noi. È una felicità che, come osserva Lipovetsky, non genera gioia di vivere.

Dai bisogni ai desideri, alle esperienze, a nuove consapevolezze

Non vi è ancora consapevolezza che, si sia ormai giunti in un’epoca in cui è il protagonismo nuovo dei desideri ad alimentare i consumi. I desideri, a differenza dei bisogni che, una volta saturati, entrano in uno stato di quiescenza almeno per un certo tempo, si caratterizzano per un continuo riproporsi anche a tempi brevi. Per Bauman nella società dei consumi il consumo è divenuto fine a se stesso, qualcosa che si autoalimenta e che provoca l’impossibilità della gratificazione. La forza propulsiva dell’attività del consumatore non è una gamma di bisogni specifici, bensì il desiderio.

Il desiderio nasce dalla mancanza, dall’assenza di qualcosa che non è possibile indicare chiaramente e univocamente. Il desiderio cerca il suo oggetto ma non può definirlo, talora crede di riconoscerlo e di raggiungerlo ma in questo caso la soddisfazione è precaria e incompleta. Il desiderio è destinato a fallire la sua meta, è permanentemente presenza di una assenza che deve rimanere tale anche quando pare materializzarsi temporaneamente. Il bisogno si placa, il desiderio mai.

Viviamo in una società in cui desideri bisogni e capricci coesistono sovente nello stesso soggetto ed hanno diverso protagonismo a seconda dei livelli di reddito. Amendola osserva come i desideri divengano un nuovo criterio di scelta mettendo in crisi quello consolidato di bisogni. La differenza tra bisogni e desideri è nel fatto che il bisogno è concettualmente centrato sulla risposta mentre il desiderio sulla domanda. Occorre quindi fare i conti con i desideri e mettere tra parentesi i bisogni, afferma Amendola.

Nella società del desiderio tutto si consuma e si metabolizza a ritmi sempre più accelerati. Per molti anni si è associato il consumo alla ricerca ed esibizione dello status, al sistema degli status symbol, a un uso cioè rivolto a testimoniare il proprio prestigio, successo, ricchezza. In realtà non è più così da molto tempo: in una società complessa e stratificata il consumo non è soltanto orientato a significare omologazione o adeguamento a scelte conformistiche oppure a millantare uno status a cui non si appartiene. Semmai, in questa ottica, è prevalentemente rivolto a trasmettere tratti identitari all’insegna dell’autenticità, ma non necessariamente della ricchezza o del rank sociale. Appare poi inoltre emergere una diffusa consapevolezza che in alcune aree del consumo si sia oltrepassata una misura che non vale come regola generale, si sia cioè andati oversize.

La relazione tra stili di vita e di consumi nella società in cui viviamo è assai stretta. Gli stili di vita possono essere intesi come una categoria in cui si plasma dialetticamente il sistema di interazione, contaminazione, rimandi che si genera tra il consumo e altre pur rilevanti aree della nostra esistenza. Esistono infatti più stili di vita in continuo divenire. Lo stile di vita è il tessuto connettivo che tiene insieme le nostre scelte nelle più diverse aree esistenziali e che rende prevedibili molti dei nostri comportamenti. A differenza di quella che era una volta la classe sociale, gli stili di vita sono liberamente scelti; hanno una estrema permeabilità e assenza di barriere rigide per il passaggio da uno stile all’altro. Lo stile di vita sottende l’adozione di modi di pensare e di comportarsi simili in gran parte degli ambiti della vita sociale e individuale.

La casa comune va in fiamme

Fra i fattori che stanno generando un profondo ripensamento sui modelli di consumo quelli relativi alle problematiche ambientali rivestono un ruolo davvero cruciale. Nei Limiti dello sviluppo si scriveva “nell’ipotesi che l’attuale linea di sviluppo continui inalterata nei cinque settori fondamentali (popolazione, industrializzazione, inquinamento, produzione di alimenti, consumo delle risorse naturali) l’umanità è destinata a raggiungere i limiti naturali dello sviluppo entro i prossimi cento anni. Il risultato più probabile sarà un improvviso, incontrollabile declino del libello di popolazione e del sistema industriale.

Il mantra che la riduzione dei consumi di energia proveniente dalle fonti fossili sia una priorità assoluta per poter consegnare alle generazioni future un pianeta vivibile appare del tutto riduttivo a fronte di problemi di questa portata, quali l’inquinamento dell’aria, del suolo e delle acque, della continua immissione nell’atmosfera di anidride carbonica. L’effetto serra è originariamente un benefico fenomeno naturale, serve a preservare la temperatura del pianeta. Non è tossico ma è degenerato negli ultimi decenni a causa dei forti livelli di concentrazione sotto l’impulso delle attività produttive. Il riscaldamento globale è il risultato di tutto ciò e genera lo scioglimento dei ghiacciai. In parallelo si registra un forte impoverimento e una graduale diminuzione del manto di ozono. Le conseguenze sono estremamente dannose per la salute dell’uomo (melanomi). L’agricoltura industriale occupa con un’inquietante progressione gli spazi residui adattandoli a cultura intensiva che soffoca la biodiversità e avvelena il suolo. L’emergenza rifiuti è una fonte di degrado e di inquinamento dell’ambiente, delle falde acquifere, dell’aria che respiriamo. I packaging di ciò che consumiamo producono il 40% dei rifiuti urbani a peso e il 70/80% a volume quando sono gettati nei cassonetti.

E se ci hai regalato il pianto e il riso noi qui sulla terra non l’abbiamo diviso

Che all’80% della popolazione mondiale sia riservato poco più del 20% delle risorse, sino a ora ha preoccupato poco, ma non più di tanto. Il mondo della produzione interpreta l’estensione di queste vaste aree di sottosviluppo in termini di mercati emergenti, di potenziali future riserve di caccia in grado di assorbire quelle merci che appare sempre più difficile piazzare nei mercati autoctoni ormai prossimi alla saturazione. Il saccheggio della terra dei paesi più poveri per produrre cibo e biocarburanti sta assumendo proporzioni inquietanti. “così hanno iniziato a piantare le loro bandiere sui campi dei paesi poveri o in via di sviluppo e a coltivarli secondo i loro bisogni, riportando in patria i raccolti”. Stiamo inoltre assistendo a una crescente fame di terra anche dagli stessi paesi emergenti.

Nell’ultimo quarto di secolo la ricchezza del pianeta è cresciuta di sei volte, mentre il reddito medio di 100 su 174 paesi è in piena regressione così come l’aspettativa di vita. Le tre persone più ricche al mondo dispongono di una fortuna superiore al PIL totale dei 48 paesi più poveri. In Italia, il 10% della popolazione detiene il 44% della ricchezza.

Nel mondo più di un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile, due miliardi e mezzo non dispongono di servizi fognari. Due miliardi non usufruiscono di corrente elettrica. Circa un miliardo non sa né leggere né scrivere. Sarebbero sufficienti 40 miliardi di dollari per rendere accessibili a tutti i servizi sociali essenziali; quest’anno se ne spenderanno, in Europa e negli Usa, almeno 20 per alimentare cani e gatti.

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Scienze politiche e sociali SPS/09 Sociologia dei processi economici e del lavoro

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher coral94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dei consumi e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Martinengo Maria Cristina.
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