Serendipity, crisi economica, consumi
Una crisi che viene da lontano: l'impoverimento delle famiglie
La crisi economica esplosa nell’ottobre del 2008, che ha avuto come epicentro gli Stati Uniti, in Italia ha avuto un periodo di precedente incubazione. Diciamo che questo periodo potrebbe essere partito nel 2001, quando sono cadute le torri gemelle, fatto che ha generato una mini crisi. Inoltre, l’introduzione dell’euro in Italia ha prodotto sia degli effetti di aiuto dell’economia, ma ha anche generato una spirale di rialzo dei prezzi che è durato praticamente fino a questa crisi.
La storia dell’inflazione è molto particolare in Italia: l’Istat l’ha sempre sottovalutata nelle sue stime. Il generale idem sentire, la percezione diffusa è stata di rialzi a due cifre per alcuni anni mentre l’istituto statistico continuava a negare.
Il sentiment è che il changeover, il cambio di moneta, abbia eguagliato in termini di potere di acquisto un euro a mille lire. Questo è particolarmente grave poiché i redditi non hanno mai tenuto lo stesso ritmo dell’inflazione.
Il signor Fabris durante questa crisi ha coniato il termine “sindrome della quarta settimana”, indica molto bene il modo in cui ora vanno le cose.
Il periodo che precedeva la crisi era caratterizzato da una stasi nei costumi, ma ora che la crisi è esplosa la stasi si è trasformata in una recessione.
Il fattore scatenante della crisi è stato il tracollo dei mercati finanziari nell’autunno del 2008. Questa ha comunque trovato gli italiani impoveriti con consumi stagnanti o in regresso da tempo (2001).
Una tabella sul libro della Isae indica il delta che si è ormai creato tra reddito disponibile e quello per vivere. La differenza è molto ampia.
L’Istat ha deciso di fornire dati sull’inflazione percepita. Prima di poco tempo fa questi dati non erano pubblicati perché secondo l’ente contrastavano con la natura statistica dei dati.
L’Istat fornisce un pessimo servizio al paese secondo questo signore: non fornisce dati significativi su un comparto tanto sensibile come quello del consumo. Non si innova, non sta al passo coi tempi: misurano ancora i bagni degli hotel e non tengono minimamente conto dell’accesso a internet, per esempio.
Un altro punto a suo sfavore: la società italiana è estremamente diversificata, socialmente, come capacità di spesa, in termini di beni consumati. Ad esempio, l’incidenza della spesa alimentare sul totale del reddito è molto diversa per le diverse famiglie. Produrre un solo indice Istat diviene un’operazione politicamente e socialmente scorretta.
Inoltre, la composizione del paniere è un altro motivo di critica all’Istat: esso elimina e inserisce beni diversi (concordati con l’unione europea) ma che comunque non portano risultati. Il paniere utilizzato è ormai composto da così tante voci che il cambio di beni risulta irrilevante. Il discorso cambia se i beni vengono ponderati sul totale che i beni rivestono nel bilancio delle famiglie e non su valori medi.
Una ricorrente spada di Damocle
Uno sviluppo illimitato in un pianeta che ha risorse limitate è una contraddizione non sanabile. Perché le risorse non rinnovabili non sono rinnovabili; il loro consumo supera la velocità con cui si rinnovano.
Prima che la crisi riportasse il suo prezzo a livelli più “normali”, la preoccupazione mondiale era andata alle stelle per l’infiammarsi del prezzo della sua fonte energetica primaria: il petrolio.
Il balzo del prezzo è probabilmente dovuto al fenomeno speculativo e all’ingresso prepotente nell’economia da parte dei Paesi in fase di crescita, in particolare Cina e India.
È bastato l’aumento brusco del prezzo del greggio per provocare un effetto diapason sul costo di una vasta gamma di beni e servizi in comparti anche molto distanti tra loro.
Questo evento ha portato a riflettere su uno scenario di questo tipo dove il prezzo dei beni cambia rapidamente e vi sono conseguenze importantissime su altri prezzi (il prezzo poi rientrò grazie alla crisi).
Artefatto della storia: durante la prima crisi petrolifera (1973) alcune testate giornalistiche recitarono: “è la peggiore e più lunga recessione dal 1945”. La differenza inquietante con l’oggi è che la richiesta di energia aumenta esponenzialmente ogni giorno.
Come successe allora e nel 2008, fenomeni di questo genere che alterino gli equilibri energetici continueranno a proporsi con conseguenze via via logicamente peggiori se non cambia qualcosa. Con una materia prima critica come il petrolio che oscilla come uno yo-yo, crisi di questo genere saranno sempre dietro l’angolo.
Possibilità di greggio a 200 dollari (ipotizzata durante la crisi), scenario:
- Moltissime famiglie sotto il livello di povertà
- Dovuto all’aumento dei prezzi di tutte le categorie merceologiche
- E all’incremento della disoccupazione
Quindi:
- Molti più poveri
- Difficoltà generalizzata di accesso ai consumi
- Ricorso a canali distributivi oggi poco utilizzati come l’hard discount, gli outlet, i mercati rionali, gli spacci aziendali e magari anche lo scambio e il baratto
- Meno quantità acquistate
- Meno frequenza nel consumo
- Meno frequenza nella sostituzione
- Meno acquisti di beni simili e più ricorso ai beni sostitutivi
- Transizione verso marche/prodotti meno costosi
- Maggiore acquisto dell’unbranded
- L’utilizzo di internet invece che diminuire aumenterà grazie alle possibilità che offre
Scenario 300 dollari: impossibile da pensare con l’economia odierna. Controllo militare della zona dei pozzi (magari da parte del G8?), stop forzato alla crescita, balzo dei prezzi alimentari che finirebbe per pesare su circa metà del bilancio delle famiglie.
Penso che sia possibile che perché il sistema economico esploda basta che una sua componente strutturale vada fuori controllo: l’esempio più chiaro è l’ingresso nel mondo economico dei due superpaesi in crescita Cina & India.
In molti sostengono che anche senza la crisi il solo aumento del prezzo del petrolio avrebbe generato una recessione. La crisi ha funzionato se vogliamo anche da “calmiere”, da “boa di salvataggio” abbassando il livello di prezzo del petrolio. Se questa variabile è veramente sufficiente a generare queste recessioni allora in futuro si andrà molto probabilmente verso il ripetersi di queste crisi, magari anche con una certa regolarità.
La risposta italiana alla crisi è stata (anche se non ufficialmente) la scelta del nucleare. Grandissima cazzata. In termini di energie pulite siamo il fanalino di coda dell’Europa. Il capitolo nucleare si è riaperto improvvisamente, senza che fosse avvenuto nessun serio coinvolgimento dell’opinione pubblica come in passato. Inoltre è stato presentato come una scelta inevitabile, quando le fonti rinnovabili sono state ignorate. Abbiamo scelto la soluzione più costosa: l’uranio già carissimo si sta rincarando per lo stesso motivo della benzina: sta finendo. In più è una soluzione a lungo termine: il primo reattore sarà pronto nel 2020, mentre servono soluzioni che rispondano all’odierno. Anche la questione sicurezza è contro: almeno 500 incidenti di piccola entità sono avvenuti. In più il problema lasciato al futuro dello stoccaggio ed eliminazione delle scorie è quanto di più eticamente scorretto si possa fare.
La responsabilità del credito al consumo: è davvero incolpevole l'economia reale?
La crisi del 2008 è una crisi annunciata (petrolio) ma anche una crisi che segna un importante stacco dal passato. È diversa da quella che l’hanno preceduta per:
- Conseguenze
- Contesto storico
- Scenario futuro che genererà
È l’ultimo colpo di coda dell’epoca moderna che va tramontando sotto l’incalzare di nuovi modi di produzione. Se si volesse indicare una data che certifichi l’inoltrarsi della società moderna verso un rapido tramonto, il raggiungimento di una inoltrata senescenza questa coinciderebbe con l’introduzione di internet.
Questa crisi si è mostrata con così tanta virulenza da distogliere l’attenzione sulla natura e la portata dei profondi processi di cambiamento indotti dall’emergere di nuovi sistemi di valori, orientamenti all’azione, nuove sensibilità.
La crisi era prevedibile vista la possibilità di vederne tutti i fattori scatenanti. Il problema è stata la visione d’insieme. Inoltre è stata resa peggiore dall’irresponsabilità e dalla voracità di spregiudicate operazioni finanziarie, in particolare il ricorso al credito.
Pensiamo che accanto all’Asia che risparmia anche fin troppo (è da ricercarsi nella sua cultura secondo me) (Cina risparmio = 50% PIL) c’è un America che grazie a quei soldi spende e consuma troppo, soprattutto ricorrendo in maniera ossessiva al credito.
Il fattore scatenante della crisi è risaputo: concessione a tutte le famiglie, anche le più povere e indebitate, di mutui che giungevano a coprire il 130% del valore della casa con la prospettiva di riuscire a onorarli con l’ipotizzato aumento di valore della stessa. Ma che cazzo stiamo a dire?? Comunque sia erano in questa situazione perché tempo fa la concessione del credito venne considerata strategica sul piano economico e politico (ragioni anche storiche).
Economico perché si pensava che questi mutui facili potessero facilitare i processi di crescita, consentendo di liberare risorse delle famiglie da destinare ad altri tipi di acquisti. Politico perché si ritenne di attuare una politica redistributiva offrendo ai poveri denaro per acquistare abitazioni sempre più costose.
I crediti tossici, quelli cioè ormai carta straccia, generarono una bolla, un crack che ebbe ripercussioni immediate in tutto il mercato finanziario globale. In più il settore immobiliare è solo una quota parte del debito complessivo contratto dalle famiglie americane per accedere al consumo. Basi pensare che negli USA il debito contratto con le carte di credito (revolving card) può essere estinto fino a un massimo di un anno. Viene da sé che è normale che l’insolvenza si moltiplichi ma soprattutto che l’ammontare totale da restituire in una situazione del genere diventi veramente imprevedibile.
Tra l’altro andando a vedere vi sono parecchie analogie tra l’accesso al credito indiscriminato di oggi e quello antecedente la crisi del ’29: si comprava oggi a credito ciò che domani mi avrebbe consentito di guadagnare. Mettevo un dollaro oggi e il broker me ne dava 9 in prestito con cui poi avrei comprato i materiali per guadagnare.
In Italia il contraccolpo del collasso americano ha fatto meno danni data la vocazione autarchica del sistema bancario. È reso comunque inquietante per via della difficile tracciabilità dei derivati.
L’accesso anche patologico al credito al consumo ha alimentato l’economia reale (creando l’effetto per cui era stato reso possibile) sottolineando la stretta interdipendenza fra le molteplicità dei fattori che hanno generato e alimentato la crisi. Creata anche da un’offerta sempre più iperbolica da parte del mondo della produzione, indifferenze alle conseguenze sociali di questa ma anche sollecitata da una domanda stimolata perfidamente che ha visto nei beni e servizi immessi a getto continuo sul mercato i suoi nutrimenti terrestri e a cui un sistema finanziario ha, irresponsabilmente, reso possibili risorse praticamente illimitate per accedervi.
Risposte vecchie a scenari nuovi
Aumentare i consumi
Secondo l’opinione comune (soprattutto degli industriali) occorrerebbe riproporre il prima possibile lo status quo precedente alla crisi per poterla superare. Per le persone intelligenti che studiano i consumi questa deve subito sembrare una soluzione stupida.
Come si può tornare alla vecchia situazione quando:
- La crisi come prima detto ha creato uno stacco dal passato: perché?
- Sono cambiati i comportamenti di consumo
- Sono cambiati gli atteggiamenti al consumo
- Sono cambiati i valori al consumo
Queste differenze non si sono avute in tutta la comunità, ma già in buona parte si; si sono avuti stacchi dal passato anche radicali nei confronti dei precedenti modi di vivere.
Questo per i produttori significa proporsi all’uscita di questo tunnel con un’offerta coerente con le nuove sensibilità sociali e ambientali e non con la precedente e invocata situazione. Non si può continuare a offrire prodotti e servizi per cui non si sente più come in passato una reale necessità. È necessario cogliere che dietro la recessione nei consumi non c’è più soltanto un minor reddito disponibile ma lo stato nascente dei prossimi comportamenti di acquisto.
Il consumatore in questi anni è diventato più attento, selettivo, competente, esigente, difficile da accontentare. Ha sviluppato un crescente nomadismo (fisico e informatico) alla ricerca di punti di vendita, prodotti e servizi a un costo più contenuto. Si è accorto che la rinuncia ad alcuni acquisti, o allungare i tempi di sostituzione non ha provocato la morte. C’è anche una particolare colpa del mercato dell’offerta: non ha saputo offrire reali innovazioni che attraessero il consumatore (Apple ce l’ha fatta: fa brutto solo lei?).
Anche la gerarchia dei bisogni è cambiata: in questo senso nel periodo di crisi ci sono stati comparti del consumo che sono andati in controtendenza. Vedi le spese per la salute, per le vacanze, per l’hi-tech, per i pc piccini del cazzo, quelli piccoli e inutili.
Si sono presentati nuovi sistemi di valori che stanno orientando in maniera diversa al passato le scelte del consumatore. Parlo di etica, autenticità, cultura digitale, sostenibilità ambientale.
Quindi signori offerenti, dovreste fin da ora cominciare a trovare la strada percorribile già da oggi per arrivare un domani a trovare nuovi indirizzi per la produzione più in linea con le esigenze mutate dei consumatori. Innovatevi Cristo!! Un certo signor Alesina illustra ironicamente come le industrie ormai “passate, antiche” si siano sedute: “oggi è più che mai necessario che i consumatori cinesi facciano il loro dovere: consumino! Speriamo che i cinesi consumi più che possono nei prossimi cinque anni in modo che noi possiamo finalmente vendere i nostri vecchi prodotti. Dell’ambiente e degli altri problemi ce ne occuperemo usciti dal tunnel”.
La convinzione che la via d’uscita sia comprare a tutti i costi è veramente miope e becera. Il nostro prime minister è stato (almeno fino a sei mesi fa) un portavoce di questa teoria: “la crisi non esiste”, “è soltanto virtuale: andate e fate shopping”. Secondo questo simpatico signore sentire le parole di Berlusconi è come sentire 300 anni fa Maria Antonietta: “non avete pane? Andate e comprate brioche”.
La risposta miope di cui si parlava prima è anche avvisata da elementi che indicano cambiamenti: non è soltanto l’incepparsi e il declino del sistema economico mondiale, ma anche e soprattutto un modo di vivere, un sistema di valori, una proposta di civilizzazione a manifestare vistosi segni di crisi, un po’ come la crescente insofferenza degli italiani per la sua classe politica.
Il raggiungimento di un tenore di vita considerato soddisfacente induce alla ricerca di soddisfazione in aree esistenziali considerate adesso prioritarie e trascurate in passato. Hanno acquisito cittadinanza nuovi modelli di consumo il cui arrivo non può essere banalizzato con la contrazione del reddito (quanto detto e ridetto prima).
Ormai in gran parte dei settori merceologici gli acquisti non sono più di somma, ma di sostituzione. Prima per esempio il settore della moda imponeva ritmi di riacquisto dati da una finta obsolescenza che ingolfavano gli armadi. Tutti quegli stupidi inutili elettrodomestici ha creato problemi di spazio nelle case.
Ora non è più così e perfino la diminuzione nella spesa alimentare non ha portato problemi ma bensì la riduzione quasi totale dello spreco. Succede anche che il più delle volte l’ampliamento del paniere degli acquisti non si traduca in una maggiore qualificazione o arricchimento dello stesso o addirittura nella soddisfazione del compratore.
Comprare comprare comprare ormai non piace più, anche perché ormai si è consapevoli che il tempo è la risorsa più importante, che si devono destinare al consumo risorse anche non finanziarie che potrebbe essere indirizzate con maggiore soddisfazione verso altre aree esistenziali (vedi tempo, vedi benzina per gli spostamenti, vedi calma buttata nel cesso).
Fare sacrifici
Napolitano ha annunciato che “a fronte di una situazione difficile come non si vedeva da anni si impongono politiche di rigore a anche sacrifici”. A noi per ora non interessa molto questo, quanto il fatto che ora, oggi, sia il momento storico opportuno per smetterla di farneticare soluzioni fanfarone e ignoranti, all’italiana, per riflettere a 360 gradi sul nostro modo di vivere e fare scelte lungimiranti e di lungo periodo di politica economica.
Chiediamoci ora: la mia allocazione delle risorse contribuisce in maniera decisiva e razionale alla qualità della mia vita? Se la risposta fosse negativa non staremmo più parlando dei sacrifici invocati dal presidente, ma parleremmo di Opportunità. Esistono fondati dubbi che l’attuale assetto dei consumi generi davvero...
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