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Cos'è la sociolinguistica

La sociolinguistica è una specie di linguistica di secondo livello, la quale presuppone che si sappia come funzionano le strutture del linguaggio e spiega cosa succede a queste strutture quando le vediamo nella società e nelle concrete situazioni comunicative. Essa studia produzioni linguistiche mettendole in correlazione con fatti sociali, e i suoi dati empirici sono concreti messaggi linguistici, testi o parti di testo. Essa si contrappone alla sociologia del linguaggio che studia la funzione e la distribuzione dei sistemi linguistici negli usi dei parlanti e i suoi dati empirici sono comportamenti linguistici dichiarati o giudizi e affermazioni sulle lingue.

Quindi fare sociolinguistica significa integrare le strutture e regole della lingua astratte con lo studio dei comportamenti dei parlanti che usano tali regole nella vita comunicativa di tutti i giorni. Essa si presenta, da un lato, come una linguistica socialmente realistica che permette di interpretare il funzionamento della lingua con più attenzione ai condizionamenti che la società favorisce o impone, mentre dall’altro come linguistica incentrata sui concreti parlanti e non sulle situazioni astratte.

La sociolinguistica è una disciplina che analizza e critica il rapporto fra lingua e società ed è stata inventata dagli americani. Essa critica prescindendo da situazioni particolari e fa leggi che vanno bene per tutto il mondo. La sociolinguistica definisce le tendenze di una lingua nella società e si occupa della lingua nel contesto sociale mettendo il parlante al centro dell’osservazione.

Paradossi e evoluzione linguistica

La ricerca linguistica è dominata dal mondo anglofono, ma c’è un paradosso: in Inghilterra vengono insegnate meno lingue straniere e ci si giustifica dicendo che il mondo parla inglese; è un modo di pensare utilitaristico. L’umanità con il passare dei secoli modifica le lingue le quali si evolvono e non si può arrivare ad una sola lingua collettiva perché c’è un rinnovamento e una diversificazione delle lingue. Il fatto che una lingua si evolva è collegato al comportamento sociale.

Rimane fondamentale il concetto di identità, la comunità ha bisogno di tenersi saldo ciò che ha in comune. La lingua del passato dà più sicurezza, la fluidità incute paura, la paura di perdere il significato. Bisogna dunque fare delle considerazioni: in un ambito di una comunità nazionale ci sono tante comunità linguistiche che parlano una lingua diversa. Si ha dunque una variazione linguistica che è al fondamento della sociolinguistica perché fa capire le differenze di comportamento linguistico.

La linguistica e la sociolinguistica si sono evolute nei paesi anglofoni mentre in Italia subiscono incertezze perché abbiamo una situazione anomala: la tarda unificazione.

Teoria dei due codici e deprivazione verbale

Una delle principali tematiche che portò alla nascita della sociolinguistica è il dibattito sulla “teoria dei due codici” e sulla “deprivazione verbale” legata al nome di Basil Bernstein, il quale scoprì che molti dei problemi educativi dei bambini provenienti dalle classi sociali svantaggiate (compreso l’insuccesso scolastico) dipendevano da problemi legati al linguaggio. Secondo Bernstein i bambini delle classe operaie avevano a disposizione solo un codice ristretto, ovvero un modo di usare la lingua molto legato alla singola situazione e poco capace di elaborazione astratta.

Essi inoltre non potevano impadronirsi del codice elaborato, tipico della cultura ufficiale, dell’istituzione scolastica e della classe medio-borghese. Bernstein è preoccupato perché le scuole di stato di un paese democratico non insegnano la lingua e da ciò ne rimane svantaggiato chi non parla la lingua; così fa ricerche nelle zone operaie dell’Inghilterra, un paese che ha 600 anni di unità linguistica ma si accorge che c’è uno stacco fra la lingua dei bambini operai e quella dei maestri e che, inoltre, alla fine del ciclo scolastico non è cambiato niente: i bambini continuano ad avere una lingua piena di problemi.

Lo stesso problema venne affrontato in Italia da Don Milani. Egli insegnava in una scuola in una zona rurale, provinciale, isolata e disastrata, a Barbiana e scrisse “Lettera a una professoressa”, un libro ricco, evangelico e sferzante, dove si rivolge a una professoressa che viene dalla città. Don Milani aveva un’istruzione minore rispetto a Calvino o Pasolini, ma aveva una grande vocazione evangelica. Ora i bambini della scuola dove insegnava avrebbero dovuto parlare la lingua nazionale perché Barbiana è in Toscana ma in realtà essi venivano sempre bocciati agli esami perché non sapevano l’italiano. Egli cercò di capire come potevano conciliarsi questi due fatti.

Scolarizzazione e problemi linguistici

Nel 1963 la scuola media divenne obbligatoria e uguale per tutti per andare incontro a tutte le esigenze sociali, ma è una scuola che non insegna, anzi, fa una selezione sociale. Bisognava dunque analizzare la popolazione: il 40% lavorava nel settore agricolo (abitava quindi in campagna e per definizione era dialettofono), un altro 40% lavorava nelle industrie (viveva in città e per definizione era italofono), il rimanente 20% lavorava nei servizi. Del 40% di dialettofoni però una metà era analfabeta e la maggior parte non sapeva o non capiva l’italiano oltre a non uscire dalla propria comunità rurale.

Don Milani viveva proprio in una zona del genere, con un’economia rurale di sopravvivenza. I bambini a cui insegnava avevano una certa conoscenza del mondo, e precisamente della campagna, ma ciò era ignorato dagli insegnanti i quali volevano che questi bambini corrispondessero ad un’immagine di bambini pensata da coloro che preparavano i temi per gli esami. D’altronde però le esperienze dei bambini di campagna erano diverse da quelle dei bambini nati in famiglie borghesi e diversa era anche l’attenzione dei genitori. Sia i genitori borghesi che quelli contadini seguivano e prestavano attenzione ai figli, ma i contadini facevano quello che potevano dato il bassissimo grado di alfabetizzazione.

I bambini delle campagne parlavano così il vernacolo, ovvero una variazione più bassa di una lingua dell’Italia, perché non avevano la tv e i radiogiornali trasmessi alla radio usavano una lingua troppo aulica, rarefatta, lontana dalla lingua delle campagne. Dunque chi parlava una variante bassa del toscano era bocciato e la scuola non faceva niente per risolvere il problema.

Nell’Italia degli anni 60, con una scolarizzazione che non era in grado di insegnare la lingua comune a tutta la popolazione, si leva la voce isolata di Milani. Il suo libro fu pubblicato inizialmente da una copisteria fiorentina e oggi è il manifesto di quello che la scuola non dovrebbe mai fare.

Ricerche di Labov, Gumperz e Fishman

Importanti nella seconda metà degli anni Sessanta, ovvero quando si è formata la sociolinguistica, sono le ricerche di Labov, il quale scoprì l’ordinata eterogeneità dei comportamenti linguistici e le prime analisi specifiche dell’importanza della variazione della lingua, del suo significato e della sua sistematicità, di Gumperz, il quale, insieme a Dell Hymes, incentrò la sua ricerca sull’interazione verbale e sull’analisi degli eventi comunicativi nelle diverse società e culture, e di Fishman, il quale lavorò su un piano più sociologico, sui problemi dei rapporti fra le lingue nei paesi plurilingue e sulle vicende sociali delle lingue. Tutto ciò inaugurava la sociologia del linguaggio.

Per quanto riguarda l’Italia possiamo dire che la sociolinguistica trovò terreno fertile con gli studi sui dialetti e si era scoperto l’importanza della dimensione sociale e della caratterizzazione della posizione dei singoli individui parlanti per la comprensione dei fatti di lingua. Oggi la sociolinguistica è definita come un prolungamento della linguistica verso la realtà e il sociale, come fosse una linguistica di complemento perché colma il vuoto descrittivo fra la facoltà del linguaggio, il sistema linguistico in astratto, i concreti individui parlanti e le effettive situazioni comunicative. Allo stesso tempo feconda di ricadute interessanti per una migliore comprensione teorica del funzionamento del linguaggio verbale e delle possibilità e risorse inserite nella lingua; la sociolinguistica è dunque uno strumento utile per capire i problemi socio-comunicativi.

Correnti fondamentali nella sociolinguistica

  • Sociolinguistica variazionista che si collega all’insegnamento di Labov e mette a fuoco i rapporti fra i fattori sociali, i comportamenti linguistici e i fenomeni di variazione ai diversi livelli del sistema linguistico, visti come variabile dipendente. La direzione è dai fatti sociali a quelli linguistici.
  • Sociolinguistica interpretativa che si rifà a Gumperz e mette a fuoco l’attività discorsiva dei parlanti vista come costruzione di significato mediante la cooperazione dei partecipanti all’interazione, cerca di interpretare le loro strategie e le scelte linguistiche come un modo per strutturare la società e le situazioni comunicative. La direzione è dai fatti linguistici a quelli sociali.
  • Fishman ragionava su un piano più sociologico, sui problemi dei rapporti fra le lingue nei paesi plurilingue e sulle vicende sociali delle lingue che inauguravano la sociologia del linguaggio.

In Italia la sociolinguistica fra gli anni 60 e 70 si poté agganciare bene alla tradizione degli studi dialettologici. Oggi la sociolinguistica è come un prolungamento della linguistica verso la realtà concreta e verso il sociale, una linguistica di complemento che colma un vuoto descrittivo fra la generale facoltà di linguaggio, il sistema linguistico in astratto, i concreti individui parlanti e le effettive situazioni comunicative e feconda di ricadute interessanti per la migliore comprensione teorica del funzionamento del linguaggio verbale umano e delle possibilità e risorse insite nella lingua. La sociolinguistica è uno strumento utile per capire i problemi socio-comunicativi.

Osservazioni sul parlante e contesti italiani

Il sociolinguista si occupa della lingua mettendo il parlante al centro dell’osservazione e, osservando una comunità di parlanti, si rende conto che non parlano allo stesso modo. Ci sono tre dimensioni sociolinguistiche:

  • Contesto italiano storico
  • Contesto italiano odierno
  • Contesto europeo odierno nel quale viene collocata la lingua italiana, che è una delle tante lingue esistenti.

In Italia noi ci troviamo di fronte ad una straordinaria varietà di idiomi, ovvero i dialetti usati in Italia e nelle grosse comunità di emigrati italiani all’estero, che non possono essere ricondotti ad un’unica lingua (l’italiano). Si può confrontare, per esempio, la situazione italiana con quella inglese: i dialetti inglesi con grammatica, lessico e fonologia diversi da quello standard sopravvivono solo in aree periferiche e nella parlata dei più anziani. L’inglese standard è parlato con accenti diversi a seconda della zona geografica ma c’è una pronuncia considerata caratteristica da un punto di vista sociale, basata sulla pronuncia delle classi colte del sud-est dell’Inghilterra, indicata con RP, usata nelle scuole private dove si formava la borghesia e adottata, all’inizio del 1900 dalla BBC che contribuì a farla diffondere largamente. Oggi però è in regresso poiché sia dalla BBC che nelle università vengono usati sempre più i dialetti regionali. Questo fenomeno è legato a importanti mutamenti sociali.

Gli accenti inglesi vengono usati in maniera duttile e varia per indicare la posizione che il parlante ha (o ritiene di avere) nella società e spesso sono impropriamente chiamati dialetti. In Italia la situazione è diversa: quando si parla di dialetti italiani non ci si riferisce a diverse varietà di italiano; i dialetti italiani differiscono così tanto fra loro e dalla lingua nazionale che coloro che parlano dialetto non sono in grado di capirsi fra loro. I dialetti d’Italia non sono dunque dialetti dell’italiano.

Strati linguistici e varietà settoriali

Diverso è anche l’aspetto sociale; in Italia la gente è caratterizzata socialmente dal modo in cui parla piuttosto che dall’accento o dal dialetto. L’uso del dialetto scavalca la divisione in classi e non è correlato con la gerarchia sociale. È però vero anche che l’italiano è associato alla parte alta della scala mentre il dialetto a quella bassa e il cercare di salire la scala porta inevitabilmente all’abbandono del dialetto e all’adozione dell’italiano. In Italia, per una questione di identità (regionale e sociale), parliamo la stessa lingua ma in modo diverso.

Per certe parti d’Italia occorre distinguere 4 strati linguistici:

  • La lingua nazionale
  • Il dialetto locale
  • L’italiano regionale
  • Il dialetto regionale

Probabilmente fra le due varietà di italiano e le due varietà di dialetto ci si può muovere attraverso un numero indefinito di stadi intermedi. Inoltre le singole parole di una frase possono appartenere a varietà diverse. Un corrispondente italiano dell’RP inglese non esiste, la pronuncia delle persone colte in Italia non è uniforme ma varia a seconda delle zone: in ogni regione è più simile alla pronuncia delle persone incolte della stessa regione che alla pronuncia delle persone colte di altre regioni. La situazione normale in Italia è che la gente conservi il suo accento locale, il che non sorprende se si considera la storia italiana. L’Italia è dunque un giacimento di culture unico al mondo e la varietà linguistica (invidiata da USA e Inghilterra) riflette le diverse culture e tradizioni locali che l’Italia unita ha assorbito e non eliminato.

Esiste anche un’altra serie di partizioni dell’uso linguistico in sfere diverse, oltre a quelle geografiche: si tratta delle varietà settoriali come la lingua della letteratura, della burocrazia, della politica, del giornalismo, della pubblicità, della chiesa, della scienza, ecc. I giornali e la radiotv non hanno una loro varietà settoriale ben definita ma funzionano come canali attraverso i quali l’uso di altre varietà può diffondersi ad un pubblico più ampio. La lingua comune attinge dal settore dello sport e della pubblicità: spesso però frasi e modi di dire tipiche di un linguaggio sportivo vengono utilizzate dalla gente in contesti poco adatti. La pubblicità tende a manipolare la lingua in maniera elaborata ricorrendo alla tecnica retorica.

I grandi mezzi di comunicazione di massa sono oggetto delle lamentele dei puristi che li accusano di inquinare la lingua con il loro uso di parole straniere e dialettali. Le differenze fra le varietà settoriali si manifestano molto nel vocabolario, abbastanza nella sintassi e poco nella morfologia; la fonologia entra in gioco attraverso l’uso di certi andamenti intonativi considerati appropriati o tipici. Le varietà locali emergono attraverso quelle settoriali.

Sintesi storica

Quando tutto il mondo è stato conquistato dai romani c’era un tipo di latino usato come lingua superiore e un altro tipo di latino che serviva per parlare: esso era diverso da quello usato per scrivere. Ovviamente c’era anche una distinzione fra il latino delle città e quello delle campagna. Logicamente le elite acculturate imparassero bene il latino poiché leggevano, ma, come affermò Cicerone, il latino più puro e conservativo non era quello parlato in Senato o nei circoli culturali, ma bensì quello parlato dalle anziane matrone di Roma perché esse non si muovevano mai di casa e il loro era il latino non era contaminato; la varietà urbana era invece contaminata a causa del fatto che nelle città non c’erano solo romani ma anche commercianti e viaggiatori che venivano da altre parti dell’impero romano e che sapevano sì il latino ma influenzato dalla loro lingua materna.

Es: una persona che parlava latino in Veneto e un’altra che lo parlava in Toscana non si capivano perché le popolazioni della penisola italiana avevano imparato il latino in modo diverso influenzati dalla lingua di partenza. Questo perché il loro era un latino parlato e chiuso, delimitato dalle zone di vita o di movimento, diverso da quello scritto del quale avevano proprietà solo le persone alfabetizzate e istruite. Il latino scritto era più o meno uguale per tutti ma all’epoca le persone istruite erano davvero poche e la lingua era molto più parlata che scritta. La lingua scritta è dunque una sistemazione della lingua parlata.

La penisola italiana, quindi, era unita come lingua scritta ma molto frammentata come lingua parlata. Inoltre, la maggior parte della popolazione sapeva leggere solo qualche numero e acronimo (SPQR), perciò fra chi sapeva scrivere in modo eccelso e chi invece era completamente analfabeta ci stava un gruppo di persone che riuscivano a capire i simboli. Anche nel Medioevo la lingua scritta era il latino: era una lingua letteraria che poteva essere anche parlata ma le persone che, parlando lingue materne diverse, sapevano il latino erano un’infima minoranza; la maggior parte della popolazione era analfabeta e non poteva sapere il latino. Questa parte della popolazione conosceva invece il volgare.

Nel 600 poi il latino veniva usato in certi termini di botanica, chimica, medicina, scienze, biologia, ecc. e anche nei dibattiti scientifici e universitari. Oggi non si usa più il latino in certe discipline scientifiche ma certi termini sono rimasti e sono riconosciuti a livello internazionale.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/01 Glottologia e linguistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher erikav di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociolinguistica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Siena o del prof Tosi Arturo.
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