Appunti sociolinguistica
1. Prima lezione
La sociolinguistica si configura come una serie di esperienze personali. Anticamente si aveva l’idea che la sociolinguistica avesse un valore taumaturgico -> aiutare a risolvere i problemi dell’uso sociale (codici e sottocodici applicati alla vita sociale). Questo tipo di aspettativa per molti versi è stato deluso.
Qual è l’oggetto reale della sociolinguistica?
Partiamo dalle diverse definizioni che sono state date:
- La sociolinguistica si occupa di come parla la gente -> in realtà in questo modo si rischia di accumulare tutta una serie di dati descrittivi senza però avere un sistema di aspetti teorici che sono necessari all’approccio scientifico. Rischio di avere un accumulo di materiale grezzo dal quale non posso estrarre dei principi che siano sempre validi.
Non esiste una definizione univoca di “sociolinguistica”: ci sono dei linguisti (formali) che negano assolutamente lo statuto di disciplina alla sociolinguistica all’interno delle scienze del linguaggio.
Dall’altra parte l’aggettivo stesso “sociolinguistico” non è univoco, perché possiamo intendere sia i rapporti che si stabiliscono tra lingua e società ma anche tutto quello che è inerente alla sociolinguistica come disciplina.
Tutto sommato con “sociolinguistica” si intende un’area che è tributata sia ai valori della sociologia che della linguistica. Ci sono però dei dubbi che investono anche il rapporto tra sociologia e linguistica.
Quando prevale una parte rispetto all’altra si possono avere poi delle posizioni che possono essere anche sensibilmente diverse. Quelli che definiamo “sociolinguisti” non sono che dei linguisti, ma esiste anche una parte di questi che proviene dall’antropologia o dalla sociologia.
Arrivare ad una posizione chiara e univoca è difficile anche per la provenienza e la formazione degli studiosi di questa disciplina.
Tutti però si interessano della relazione tra la struttura del linguaggio e la realtà stessa.
Richard Hudson -> Sociolinguistica = studio della lingua in rapporto con la società.
Giorgio Cardona fa riferimento alla sociolinguistica come disciplina ma parla di un ramo che studia i rapporti tra la società e la realtà linguistica. Questo studioso ha portato anche avanti studi di etnologia.
Altra definizione quella dell’antropologo Heins -> campo pluridisciplinare che deve dar conto della complessità rapporti linguistici.
L’altra definizione di quello che possiamo considerare il padre della linguistica è quella di William Labov -> studio della lingua nel suo contesto sociale. La sua posizione però è strutturata dal punto di vista della variazione rispetto ad Hudson. (Variazione all’interno della società). La posizione di Labov è quella che va per la maggiore e sta nel gruppo degli studiosi “variazionisti” americani.
Ci sono degli studiosi che hanno obiettivi esclusivamente linguistici e studiano il rapporto tra lingua e società per trarne informazioni di carattere linguistico, questi sono i sociolinguisti che vedono la sociolinguistica come un modo per fare linguistica.
La sociolinguistica appartiene alle scienze del linguaggio e ha un’ampia possibilità di approcci e finalità scientifiche e poi i sociolinguisti sono prima di tutto dei linguisti.
La modificazione delle forme può essere spinta anche da caratteri sociali -> es. il suono della ‘r’ francese: mutamento che si genera in una parte precisa della società francese prima dell’Ancien Régime e dopo la rivoluzione francese. Questa pronuncia prima apparteneva solo agli strati più bassi della società e solo poi si diffonde a tutti (le classi sociali più basse vengono promosse a ruoli sociali più alti che prima non avevano).
Ci sono discipline che si integrano con la sociolinguistica stessa, quindi il concetto non si può astrarre in modo definito (dialettologia urbana) -> Perché gli aspetti variano contemporaneamente.
Dialettologia -> studio contemporaneo delle varietà sociali (diastratiche) e anche diatopiche. La dialettologia è caratterizzata dalla ricerca sul campo.
Un’altra branca che si sovrappone agli studi di sociolinguistica è la creolistica (lingue creole).
Creolistica -> quando sono venute a contatto lingue europee di grande diffusione e lingue locali, per favorire la comunicazione di grandi gruppi si sono create queste lingue non native di nessuno e con una grammatica semplificata e per quanto riguarda le caratteristiche interne delle parole, pidgin, essa proviene dalla lingua dei dominanti. Queste lingue sono pidgin ma quando queste lingue diventano prima lingua e quindi si acquisiscono per via naturale, diventano lingue creole.
Nei pidgin si trovano situazioni in cui la morfologia è ridotta al minimo e la relazione grammaticale è affidata a parole vuote, ex. Do you know me?
Ethnography of speaking -> Heims, valori simbolici che culture e società esprimono attraverso la lingua.
Altra sottodisciplina della linguistica -> etnolinguistica.
Psicologia sociale del linguaggio -> studio delle relazioni di tipo psicologico che si esprimono attraverso la lingua.
La sociolinguistica non è un aggregato inscindibile di linguistica e sociologia.
Linguistica come disciplina teorica e sociolinguistica
Per alcuni si può parlare della sociolinguistica come un settore complementare, abbastanza marginale della linguistica generale. C’è all’interno degli studiosi una teoria più forte che afferma che non si può fare una linguistica senza tener conto dei fatti sociali.
Questo tipo di lotta è talmente forte che il padre della linguistica generale, Noam Chomsky, nega l’esistenza di una disciplina chiamata “sociolinguistica”, perché per lui la sociolinguistica non è che un banale collezionismo di dati.
Hudson ritiene invece che i risultati che la sociolinguistica ha raggiunto sono interessanti anche per la linguistica in senso stretto -> l’avanzamento teorico della linguistica è stato reso possibile anche dagli studi di tipo sociolinguistico.
La sociolinguistica è una disciplina che possiamo definire parallela ma anche complementare rispetto alla linguistica generale -> le acquisizioni dell’una portano anche acqua al mulino dell’altra.
La sociolinguistica contribuisce all’attribuzione e arricchimento di scienze di linguistica generale.
L’ambito di studio specifico della sociolinguistica -> in questo senso è interessante la posizione di Labov che sostiene che le regole astratte che sono alla base della struttura della lingua sono completamente immuni dai fattori sociali.
Secondo la prospettiva funzionalistica però in qualche misura possiamo trarre dei dati anche dall’interazione tra lingua e fattori sociali. Dove cercarli questi elementi? Se noi facciamo un excursus e guardiamo alcuni elementi differenti della struttura di una lingua, possiamo trovare 3 elementi:
- Parte che agisce al di là di quello che succede nella lingua.
- Parte che può essere dovuta a fattori extralinguistici che però non hanno niente a che vedere con la dimensione sociale (ex. Dominio della pragmatica cioè il tono o la disposizione delle singole parole).
- Aspetto strettamente condizionato dal contesto sociale: come la struttura della lingua marca significati di tipo sociale (ex. Strutture della allocuzione cioè forme personali del verbo usate in contesti formali o informali per esempio in ita “Lei va” se in situazione formale o “tu vai” in situazione informale) questi casi però sono molto rari.
Strumenti che linguisti e sociolinguisti hanno a disposizione per porre in essere degli interventi sulla lingua stessa
Lingua come mezzo di comunicazione -> quando parliamo di pianificazione e politiche linguistiche, bisogna tenere in conto che la lingua è molto più di uno strumento di comunicazione.
Ogni volta che si perde una lingua, si perde anche tutta una serie di valori culturali e sociali che questa lingua esprime.
Pianificazione linguistica -> Rendere più semplice la vita ai parlanti.
Dialetto -> privo di una grammatica normativa (regole imposte che invece caratterizzano le lingue standard). Privo di una norma ortografica di riferimento. Nei dialetti c’è più variazione perché con l’uso dei secoli si sono imposte cose che erano da considerare “del parlare bene” e altre che invece non potevano rientrare in questa categoria. È estraneo al dialetto anche al lessico tecnico-scientifico.
Il dialetto è utilizzato in contesti non formali, ma noi definiamo “dialetti” anche varietà che non sono strettamente imparentate fra loro, per ex. Salentino grecofono -> parla una varietà che non ha niente a che vedere con l’italiano, ma viene comunque definito dialetto, perché parlata da una porzione regionale italiana.
Ogni varietà linguistica ha una sua fonologia, morfologia e sintassi e ogni parlante nativo è consapevole di quello che fa parte della sua varietà e di quello che non ne fa parte (si può subito riconoscere un parlante nativo da uno che ha acquisito una determinata varietà come seconda lingua).
In italiano è diventata norma una varietà linguistica non più parlata: Pietro Bembo, veneziano, prende il fiorentino trecentesco delle 3 corone, ormai non più parlato da due secoli e lo ha preso per formare una lingua standard.
L’italiano è diventato lingua italiana definitiva dopo la 2 guerra mondiale e anche e soprattutto dopo l’avvento della televisione.
Ciò detto non possiamo avallare la credenza popolare che vede nei dialetti delle forme corrotte della lingua letteraria/standard.
Il problema dell’etichetta dialetto, è un problema di tipo interlinguistico, per ex. con ‘dialect’ i sociolinguisti anglosassoni intendono qualcosa di diverso rispetto a ciò che noi oggi intendiamo con ‘dialetto’ perché per loro ‘dialect’ significa una qualunque varietà di lingua e non due codici differenti.
A partire dal ‘400 il romanesco è stato fortemente toscanizzato, esiste infatti una differenza lievissima tra l’italiano standard e il romanesco.
La parola ‘dialetto’ in italiano può essere fuorviante, quindi si preferisce parlare di ‘varietà’.
Lingue per distanziamento -> varietà linguistiche che per questo non possono essere riferite ad altre lingue. Ex. Basco rispetto alle altre varietà dello spagnolo.
Lingue per elaborazione -> varietà linguistiche che per ragioni storiche e sociali hanno sviluppato un sistema di riferimento che è diverso rispetto alle varietà più vicine. Ex. hindi e urdu cioè una è una varietà della lingua indiana e l’altra viene parlata in Pakistan.
La prima viene scritta con l’alfabeto indiano, mentre l’altra con l’alfabeto arabo.
Altro ex. Serbo (scritto con alfabeto cirillico) e croato (scritto con alfabeto latino), perché i primi sono di religione ortodossa, mentre i secondi sono cattolici.
2. Seconda lezione
Norma ortografica -> regole che riguardano la lingua scritta.
I dialetti sono privi di una norma ortografica e tradizione letteraria e sono relegati a registri colloquiali e orali.
La lingua è dotata di una norma scritta e di una tradizione letteraria consolidata ed è utilizzata in tutti gli ambiti d’uso.
Da un punto di vista linguistico non esiste nessuna differenza tra varietà definite lingue e varietà chiamate dialetti.
Spesso l’accezione di ‘dialetto’ in Italia ha un’accezione molto poco scientifica, quindi può dar adito a fraintendimenti.
Lingue per distanziamento -> varietà linguistiche che nella loro struttura (lessico, fonetica, morfologia, sintassi) sono sufficientemente diverse dalle altre varietà con le quali possono essere confrontate. Esempio -> Il basco si separa nettamente da tutte le varietà romanze dalle quali è “circondato”. O ancora il sardo, pur non avendo uno standard di riferimento, è un insieme di varietà neo-latine tipologicamente assai differente rispetto alle altre varietà romanze.
Lingue per elaborazione -> sono quelle varietà linguistiche che, per ragioni storiche e sociali, hanno sviluppato un differente sistema di riferimento rispetto alle varietà vicine: lo slovacco rispetto al ceco / il nederlandese rispetto al tedesco / l’urdu rispetto all’hindi (differenza di tipo religioso).
Comunità linguistica
Il concetto è molto dibattuto negli ultimi anni nella sociolinguistica. La riflessione su tale concetto si è incanalata su 4 tipologie principali:
- Lyons (1968): “La comunità linguistica è data dall’insieme di tutte le persone che usano la medesima lingua o dialetto.” Il concetto di lingua non è stato definito puntualmente.
- Un secondo gruppo si rivela più aperto alle istanze di tipo sociale e considera la complessità dell’uso sociale prendendo in considerazione il valore sociale delle diverse varietà linguistiche prese in esame. Gumperz (1968): “Con comunità linguistica si intende ogni aggregato umano caratterizzato da un’interazione regolare e frequente per mezzo di un insieme di segni verbali e distinto da altri aggregati simili a causa di differenze significative nell’uso del linguaggio”.
- Un terzo filone prende anche in considerazione il punto di vista del parlante e la possibilità che questo si senta parte di un gruppo specifico differente da un altro. Il punto di partenza epistemologico di questa prospettiva può essere considerata l’osservazione del concetto di ‘lingua’ dovuto a Uriel Weinreich (1974): “Per poter decidere in modo aderente alla realtà quale sia una nuove lingua, si devono prendere in considerazione gli atteggiamenti dei parlanti”. Anche sentimenti e opinioni dei parlanti nei confronti della lingua vanno considerati. Sono fattori extralinguistici.
- In questa ottica, per definire il concetto di Comunità linguistica, diventa fondamentale il rapporto tra parlante e la sua lingua. Joshua Aron Fishman (1971): “Le comunità linguistiche non sono definite come comunità di persone che parlano la stessa lingua [...] ma piuttosto da comunità di persone tenute insieme dalla densità di scambi comunicativi e/o dall’integrazione simbolica riguardo alla competenza comunicativa”.
Labov (1970): per la percezione del parlante e la sua accettazione della propria identità linguistica sono il punto fondamentale dell’esistenza stessa di aggregati umani basati sulla lingua, per comunità linguistica si intenderà dunque “un gruppo di parlanti che condivide un insieme di atteggiamenti sociali riguardo alla lingua”.
Il parlare la stessa lingua non è di per sé sufficiente ad essere integrato in una stessa comunità linguistica. Fondamentali sono gli atteggiamenti, le reazioni soggettive di fronte agli eventi linguistici, la coscienza dei parlanti di condividere un medesimo codice comunicativo che gli oppone “a quelli di fuori” (Dell’Aquila, Iannàccaro 2011).
Infine esiste una scuola di pensiero che nega addirittura l’esistenza di comunità linguistiche.
Hudson (1980): “Può darsi che non esistano comunità linguistiche nella società se non come prototipi nella mente della gente: in questo caso la ricerca della vera definizione di comunità linguistica è completamente priva di senso”.
Tale approccio, nel momento in cui nega l’esistenza della categoria comunità linguistica ne ammette l’esistenza come oggetto di pensiero dei parlanti. “La comunità linguistica è allora la proiezione di tutte le istanze di identificazione simbolica che i singoli parlanti hanno nei confronti di un insieme di varietà”. (Dell’Aquila, Iannàccaro 2011).
Per la definizione di comunità linguistica occorre fare appello ai sentimenti degli appartenenti alla stessa.
Berruto (1974): “Una comunità linguistica è formata da tutti i parlanti che considerano loro stessi utenti di una lingua, che svolgono regolari interazioni attraverso un repertorio condiviso di segni linguistici e che hanno in comune una serie di valori normativi riguardo al linguaggio: essa può coincidere o intersecarsi con, o includere, o essere inclusa in una comunità sociale”.
Cruciale è quindi la volontà di parlare una lingua.
Diventa quindi fondamentale definire il concetto di repertorio:
- Berruto (1974): “L’insieme delle risorse linguistiche possedute da una comunità linguistica, vale a dire la somma di varietà di una lingua o di più lingue impiegate presso una comunità sociale”.
- Grumperz: “Tutte le varietà, livelli o stili usati da una popolazione definibile socialmente, e le regole che governano la scelta tra esse”.
Ogni parlante avrà un dato repertorio linguistico individuale dall’insieme di varietà a lui accessibili con le sue personali interpretazioni sulle norme di utilizzo.
Sulla base di quanto si è detto sin qui due o più codici linguistici potranno dividersi un medesimo territorio.
Con il termine diglossia (Ferguson 1959) si intende una situazione sociolinguistica in cui nella medesima comunità siano presenti almeno due codici
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