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c) IL LINGUAGGIO GIURIDICO CINESE CONTEMPORANEO

Il linguaggio giuridico ha la necessità di introdurre termini che siano univoci o tendenti

all’univocità nell’identificazione degli istituti giuridici.

È importante considerare che la maggior parte del lessico specialistico giuridico oggi

utilizzato in Cina è il risultato di un lavoro terminologico sui caratteri cinesi preesistenti, ma

uniti in maniera da tradurre i concetti giuridici occidentali.

Le modalità di creazione del lessico dalle lingue straniere che sono state fino ad oggi

impiegate, a partire dalla fine dell’età imperiale, sono, da sole o in combinazione:

• L’imitazione di suono;

• La traduzione del significato;

• La trasposizione del modello.

Per quanto riguarda il 3° punto , si può considerare che spesso solo tale operazione è in

grado di introdurre un istituto giuridico all’interno dell’ordinamento cinese con minori

ambiguità semantiche. Tale modalità è paragonabile alla traduzione funzionale, ovvero al

tentativo di trasporre un determinato concetto giuridico, ricercandone nell’ordinamento

ricevente quelle nozioni che siano le più simili rispetto al concetto da tradurre. E laddove

non esista questa corrispondenza può essere utile introdurre un neologismo (nel cinese è

sovente realizzato attraverso la scelta di caratteri ormai desueti nella lingua ordinaria;

esempio concernente la parola “equità”: non esistendo il concetto corrispondente nella

Repubblica popolare cinese, si è optato in favore di una traduzione di significato,

attraverso l’espressione hengping fa, che significa “diritto bilanciato e reso eguale”).

È questo, ad esempio, il caso del concetto di xinfang, che presenta una confusione tra

l’avvio di un ricorso di natura amministrativa e la citazione giudiziaria.

Tale termine era riconosciuto già nella Costituzione del 1982, ma solo negli anni ’90 si è

iniziato a suddividere i diversi tipi di ricorsi.

Rimane ancora poco chiaro il rapporto tra azioni individuali e collettive.

La causa di ciò è da ricercarsi nell’assetto amministrativo imperiale, nel quale i gruppi

territoriali si relazionavano con l’imperatore per ottenere vantaggi solo per il gruppo

considerato nel suo complesso, e non per i singoli componenti (questa particolare

situazione, si è rafforzata durante il maoismo).

Altre volte, si hanno più termini cinesi utilizzati per esprimere concetti che nelle lingue

occidentali solitamente sono riferiti da un solo termine giuridico.

Inoltre, stiamo assistendo oggi in Cina al curioso fenomeno di duplicazione della

terminologia giuridica a seguito dell’influenza del bilinguismo di Hong Kong, che fino alla

riunificazione ha seguito un percorso proprio nella traduzione dei termini giuridici di

matrice inglese. 6

CAPITOLO 1°

IL DIRITTO DELLA CINA IMPERIALE

L’EMERSIONE DEL POTERE CENTRALIZZATO FRA MITO E STORIA. LE PRIME

GRANDI REGOLE VERBALIZZATE DEL DIRITTO CINESE

Creazione del 221 a.C. di un Impero centralizzato ad opera dei sovrani dello Stato di

Qin, uno degli Stati del bacino del Fiume Giallo.

Questo rappresenta un primo, fondamentale, elemento di demarcazione nei confronti della

tradizione giuridica occidentale ove, invece, la ricchezza della storia del diritto è data

proprio dall’abbondanza dei contropoteri che si sono opposti al potere statuale.

IDEOLOGIA DELLA CONTINUITA’: rappresenta uno dei dati più caratteristici della

cultura e della mentalità della Cina imperiale.

MANDATO CELESTE: destinato a restare fattore legittimante del potere lungo tutta la

storia imperiale.

Nella Cina arcaica si assiste ad un lento e graduale processo di centralizzazione del

potere e di integrazione culturale ed economica fra regioni della Cina del Nord, ossia il

bacino del Fiume Giallo, e quelle meridionali del bacino del Fiume Azzurro. Tale processo

avrebbe poi condotto, dopo un lungo periodo di crisi, alla formazione del primo Impero.

Le prime tracce di un potere centralizzato vengono ricollegate alla cosiddetta CULTURA

ERLITOU che è caratterizzata dall’emergere di un’industria del bronzo.

Tale cultura è collocata fra il 2010 ed il 1324 a.C., anche se l’attendibilità della datazione è

ritenuta pacifica solo in parte.

Emerge, a seguito di ulteriori ritrovamenti archeologici, l’ipotesi di una Età della giada,

collocabile fra la fine del Neolitico e gli inizi dell’Età del bronzo; continua ad essere oggetto

di dibattito la questione del collegamento della cultura Erlitou con la dinastia Xia e con la

dinastia Shang le quali, insieme con la Zhou, vanno a formare le 3 dinastie (Sandai).

Tutto ciò è posto alle origini del potere imperiale, ovvero fra il XXII ed il III secolo a.C.

Alla dinastia Shang, collocata fra il XVI e l’XI secolo a.C., si fanno risalire le prime tracce

di un diritto cinese arcaico: prima centralizzazione del potere sostenuta da una visione

sacrale del potere stesso. La stirpe reale era infatti costituita da sciamani che derivavano il

potere dai propri antenati, i cui spiriti erano ritenuti influenti sugli eventi.

La vita politica a corte era rappresentata da una successione ininterrotta di sacrifici agli

antenati e di pratiche di divinazione: le ossa oracolari ed i gusci di tartaruga sui quali

Il potere era segnalato da questi elementi: 7

Elemento sacrale;

Rapporti di parentela attraverso una politica di alleanze matrimoniali.

I rapporti fra centro e periferia erano quindi impostati su base personale, più che

territoriale (il dominio esterno, ovvero la periferia, viveva sulla base di proprie regole

consuetudinarie).

Il dominio esterno, per la sua estraneità ala stirpe reale era contrassegnato dalla

denominazione fang, con cui si indicavano i territori non-Shang.

Questi riuscirono a spodestare il sovrano Shang, fondando una nuova dinastia, quella dei

Zhou, i cui primi 200 anni di dominio verranno identificati come l’Età dell’oro.

In genere gli storici dividono la dinastia Zhou in 2 periodi:

1. Zhou occidentali (dal secolo XI all’VIII secolo a.C.);

2. Zhou orientali (dal secolo VIII al II secolo a.C.), con riferimento al trasferimento

della capitale, nel 700 a.C. da Hao a Luoyi.

All’affermazione del potere dei Zhou viene fatta risalire la prima formulazione della teoria

del Mandato Celeste la quale, pur fondando il potere su principi cosmici, rappresentò un

primo superamento della dimensione sacrale del potere Shang.

Nuova forma di controllo sul territorio basata su procedure di infeudamento. I rapporti di

parentela, comunque, restavano e la distribuzione del potere era organizzata sulla base

del sistema zongfa, che individuava gradi e ruoli per linee di discendenza.

L’istruzione era altamente considerata ed era solo per la nobiltà: quest’ultima si

distingueva dal popolo per la padronanza e la pratica dei riti e delle cerimonie volte a

preservare, oltre che l’ordine politico e sociale, soprattutto l’armonia del Cielo e della

Terra.

Il declino del zongfa iniziò nel periodo detto delle “Primavere e Autunni” (722-481 a.C.),

una fase storica che vide il progressivo sfaldamento del sistema che fondava il potere sui

rapporti gerarchici e che culminò con il periodo degli “Stati combattenti” (453-222 a.C.).

Prima formulazione di un testo legislativo attraverso la fusione, in un tripode di ferro, di

norme penali. La paternità dell’iniziativa (Xing Shu, Libro delle Pene) si fa risalire a Zi

Chan, Primo Ministro dello Stato di Zheng sul finire del VI secolo a.C.

Altri Xing Shu sul modello del primo seguirono in altri Stati, fino a dar luogo ad un testo

normativo più evoluto, non meramente consistente in una lista di sanzioni, per il quale si

utilizza, per la prima volta, il carattere fa, che ancora oggi designa, in lingua cinese, la

legge: si tratta del Fa Jing promulgato da Li Gui, Primo Ministro dello Stato di Wei, che

fungerà da modello per la legislazione del primo Impero Qin. 8

LA FORMAZIONE DI UN SISTEMA IDEOLOGICO GLOBALE: LEGISMO E

CONFUCIANESIMO

PERIODO DELLE PRIMAVERE E AUTUNNI

Fiorirono innumerevoli scuole filosofiche, le cosiddette “CENTO SCUOLE” (baijia), fra le

quali 2 in particolare:

1. Quella LEGISTA: Il termine Fajia (Scuola delle leggi o scuola legista) risale ad Han.

2. Quella CONFUCIANA,

avrebbero avuto un ruolo determinante per l’affermazione del potere imperiale.

SCUOLA LEGISTA

Fra le numerose opere di dottrina politica, spiccano 2 testi che vengono considerati i

principali riferimenti della dottrina legista:

1. Il “Libro del Signore di Shang”, attribuito a Shang Yang,

2. E il “Maestro Han Fei”, attribuito ad Han Fei.

I 2 autori, entrambi noti uomini politici, furono i grandi sostenitori di un governo fondato su

di un apparato di prescrizioni legali che all’epoca veniva identificato con un sistema di

premi e sanzioni applicabili senza distinzioni di casta.

Shang Yang, in particolare, insistette su questo principio dell’unitarietà del sistema

sanzionatorio; propose di attuarlo tramite lo shiwu, un meccanismo di inquadramento

della popolazione volto a realizzare una strategia di controllo sociale, prevedendo

l’organizzazione della popolazione in gruppi di 5/10 persone unite da un principio di

responsabilità reciproca e collettiva.

I legisti apprezzavano soprattutto il carattere pragmatico dello strumento legislativo.

SCUOLA CONFUCIANA

Questa esaltava il governo dei virtuosi i quali, non avevano bisogno di ricorrere al mezzo

legislativo per garantire l’ordine.

Affermò il noto principio della rettificazione dei nomi: il principe sia principe, il ministro

sia ministro, il padre il padre, il figlio il figlio. Il principio implicava una concezione

gerarchica dei rapporti sociali e politici.

Tale concezione venne però mitigata da un’idea di reciprocità delle relazioni e da un ideale

di uomo virtuoso a cui tutti potevano e dovevano aspirare.

Venne derivando un codice rituale, composto dai li (rito).

I li presiedevano ad una duplice funzione:

1. Erano fautori dell’ordine sociale;

2. Fattori di solidarietà fra mondo umano e mondo naturale.

A quest’ultimo compito mai avrebbe potuto assolvere la legge scritta, che Confucio

considerava uno strumento di governo dei popoli incivili.

Dopo la morte del Maestro, i suoi discepoli formarono la Scuola dei ru, ciascuna delle

quali dedita a sviluppare uno o più aspetti degli insegnamenti di Confucio. 9

Fra i numerosi discepoli vengono richiamati:

Meng Ke, al quale viene attribuita l’opera intitolata Mengzi;

Xun Qin, al quale, invece, è attribuita l’opera intitolata Xunzu.

MENCIO

A lui si deve una compiuta elaborazione della teoria del Mandato Celeste, una teoria di

legittimazione della monarchia sulla base di principi cosmici che era stata introdotta

proprio all’epoca dei Zhou occidentali.

Il sovrano regna e governa grazie ad un Mandato del Cielo. Può essere detronizzato dal

popolo, qualora venga meno ai propri compiti ed alla propria missione civilizzatrice,

attraverso una “sottrazione del mandato”, ovvero attraverso una rivoluzione.

La teoria del Mandato Celeste introduceva un elemento democratico all’interno della

dottrina confuciana.

XUN QIN

Diede un contributo fondamentale per la trasformazione della dottrina confuciana

nell’ideologia di Stato che avrebbe sostenuto l’edificazione del primo Impero.

Il principio gerarchico ed il principio di differenziazione trovarono una prima compiuta

formulazione.

Teorizza un quadro delle fonti basato sul primato delle regole etiche e rituali e

sull’accessorietà delle norme legali concepite in funzione intimidatoria e repressiva.

IL PRIMO IMPERO

EPOCA DEGLI STATI COMBATTENTI

Si chiuse con la conquista del potere da parte dello Stato di Qin.

Nel 221 a.C. il re di Qin, Yin Zheng, completata la conquista dei regni rivali, assunse il

titolo di “Imperatore”, titolo che dopo la sua morte sarebbe stato trasformato in “Primo

Imperatore di Qin”.

DINASTIA QIN

A questa dinastia si devono, fra l’altro, la standardizzazione dei pesi, misure, unità

monetaria e l’unificazione della scrittura.

STRUTTURA DEL GOVERNO CENTRALE: organizzata secondo uno schema tripartito,

e, soprattutto, il sistema junxian (governatorato-distretto). Con questa denominazione si

indicava l’organizzazione amministrativa dell’Impero in:

Governatorati (jun);

A loro volta suddivisi in distretti (xian); all’interno dei distretti, la popolazione era

inquadrata in gruppi e sottogruppi, amministrati da capi scelti localmente ed

organizzati in base a sistemi di responsabilità collettiva, in applicazione delle ricette

legiste. 10

Fu infatti nel segno del legismo che si affermò la prima dinastia cinese.

LEGGI DELL’IMPERO QIN

Note per la loro crudeltà; mirarono in primo luogo a soffocare ogni istanza particolarista

dell’epoca pre-unitaria ed a tal fine fu ordinato il rogo dei libri per arrivare a distruggere,

soprattutto, la tradizione dello Stato di Lu, ove la scuola confuciana era particolarmente

attiva.

Ma questa memoria non si perse del tutto, tanto che i confuciani avrebbero guadagnato il

primato ideologico già a partire dalla successiva DINASTIA HAN.

A determinare questa svolta fondamentale fu l’Imperatore Wu: con quest’ultimo, l’unità

dell’Impero, già sostenuta dalle strutture istituzionali create dai Qin e mantenute dagli Han,

fu consolidata anche a livello culturale ed ideologico, grazie all’adozione di un’ideologia

ufficiale su base confuciana.

Connessa a questa svolta ideologica fu anche l’istituzione dell’Università imperiale, nel

124 a.C., ove si impartivano lezioni sui classici confuciani (primo passo verso un sistema

di reclutamento dei funzionari, basato sull’istruzione e sul merito).

Presenza residuale della legge in funzione meramente repressiva; si descriveva con toni

assai negativi il diritto autoritativo Qin.

In realtà, gli Han mantennero in vigore buona parte di quel diritto dopo la presa del potere

e produssero, poi, ingenti quantità di diritto scritto. La continuità fu resa possibile dal fatto

che le leggi Qin non avevano seguito l’ideale legista dell’unitarietà del sistema

sanzionatorio, così che il sistema poté inserirsi entro un apparato ideologico basato sul

principio di differenziazione sociale.

Gli imperatori Han perfezionarono anche il sistema di amministrazione della giustizia che

continuò ad estendere il proprio campo d’azione anche alle controversie individuali (campo

che era ritenuto tabù secondo le dottrine confuciane).

Ai magistrati distrettuali erano stati affiancati degli ausiliari, nominati localmente,

specificamente addetti alle questioni giudiziarie.

Gli assistenti di epoca Han, non erano esclusi, come saranno invece quelli del tardo

Impero, dall’accesso alla carriera burocratica.

Si vuole imporre a tutta la società, il progetto confuciano-legista, senza però mai

dimenticare la presenza di molteplici diritti consuetudinari locali. 11

IL CONSOLIDAMENTO DELLE ISTITUZIONI IMPERIALI E LE CONNESSIONI CON I

POTERI PERIFERICI

La lunga fase di disgregazione seguita alla caduta dell’Impero Han, si protasse pee 3

secoli ed ebbe termine con la riunificazione imperiale ad opera della DINASTIA SUI.

A questa seguì la DINASTIA TANG, la quale segna la rifondazione di un Impero

centralizzato di lunga durata.

Si posero le premesse per una serie di mutamenti epocali che avrebbero trovato

compimento nella successiva epoca Song e che avrebbero inciso in maniera irreversibile

sul legal process della Cina imperiale.

Sul piano economico, gli storici registrano una vera e propria “rivoluzione commerciale”,

favorendo l’emersione di una nuova classe dirigente.

Al consolidamento di questa nuova classe, destinata a soppiantare l’antica aristocrazia,

contribuì in maniera determinante il recupero del confucianesimo, il quale nei secoli

precedenti era stato adombrato dalla diffusione di altre dottrine, in primis di quella buddista

e del taoismo.

Questa è una fase storica nel segno della creatività creando una nuova corrente dottrinale

detta NEO-CONFUCIANESIMO.

Il suo esponente maggiormente rappresentativo fu Zhu Xi. Le sue dottrine avrebbero

costituito il modello dottrinario per eccellenza per i principali paesi tributari: Corea,

Giappone, Vietnam.

Introduzione del sistema di esami per l’accesso alla carriera amministrativa, sistema che si

fondava su di un programma di studio a base confuciana. Grazie al nuovo sistema di

reclutamento dei funzionari, l’Impero venne assumendo la forma di uno Stato burocratico

centralizzato il quale, a partire dalla dinastia Yuan, sarebbe stato organizzato in province

rette da un governatore ed ulteriormente suddivise in circuiti, prefetture, distretti.

Tuttavia, lo Stato cinese fondò il proprio assetto istituzionale sulla cooperazione

con strutture di potere periferico.

Rafforzamento delle strutture sub-burocratiche al cui interno venne emergendo una nuova

élite locale, quella dei shensi, costituita da coloro i quali avevano superato almeno il primo

livello degli esami di stato per accedere alla carriera burocratica.

Spesso erano proprietari terrieri benestanti, godevano dello status privilegiato, a livello

sociale e giuridico.

L’affermazione di questa nuova élite locale diede un contributo decisivo alla

“confucianizzazione della società”.

Il programma di Zhu Xi era rivolto anche all’educazione elementare dell’uomo comune

verso un processo di socializzazione impostato sull’assetto gerarchico delle 5 relazioni

fondamentali. 12

È chiaro che, in questo contesto, il sistema delle fonti e dei meccanismi di effettività

giuridica finì per essere dominato da una pluralità e da un intreccio assai fitto di tessuti

normativi.

LE GRANDI REGOLE DI DIRITTO IMPERIALE: IL FA E L’ORIGINE DELLA

PARTIZIONE “MATERIE MINORI – MATERIE MAGGIORI”

REGOLE DEL FA

Regole scritte e, a partire dalla dinastia Tang, racchiuse in raccolte che gli occidentali

hanno denominato Codici dinastici.

Dalla lettura e interpretazione di queste regole, si ricava la grande complessità di un

sistema giuridico di un millenario impero multinazionale.

CODICI DINASTICI

Si trattava di raccolte normative i cui precetti fondamentali, i lu incorporavano i principi di

ispirazione confuciana che si tramandavano di dinastia in dinastia e che erano considerati

patrimonio immutabile della civiltà cinese.

Il nucleo originario dei lu venne fissato dal Tang Lu, coevo del Corpus Iuris, che è il più

antico codice pervenutoci.

A partire dalla successiva epoca Song ai lu, si affiancarono i li, che iniziarono a corredare

le norme fondamentali con regole di dettaglio di fonte legislativa e giurisprudenziale.

DINASTIA MONGOLA DEGLI YUAN

Dinastia successiva alla Song, che non elaborò un nuovo codice lasciando il vigore il

precedente codice Song.

Si deve, invece, la proposta di un’organizzazione per materie che sarà poi ripresa dalle

successive codificazioni dinastiche, ossia l’organizzazione in base ai Ministeri del governo

centrale. Questo schema venne seguito dal “Codice della grande dinastia Ming” (l’ultima

dinastia di origine cinese al governo dell’Impero), e dal “Codice della dinastia mancese”,

entrambi organizzati in Libri corrispondenti ai 6 Ministeri:

1. Personale;

2. Imposte;

3. Riti;

4. Lavori pubblici;

5. Guerra;

6. Giustizia.

CODICE MING

Troviamo, inoltre, tracciata per la prima volta, la partizione “materie minori e maggiori”. 13

La distinzione fu legata agli sviluppi istituzionali verificatisi sotto i Ming, ed in particolare al

rafforzamento dell’autocrazia promosso dalla nuova dinastia. Tale rafforzamento mirava a

porre la burocrazia in posizione subordinata rispetto all’autorità imperiale.

Il governo Ming portò avanti una politica di decentralizzazione degli affari giudiziari,

cercando di sottrarli per quanto possibile alla competenza della burocrazia imperiale locale

e, soprattutto, centrale.

Ascrizione delle controversie civili alla gestione extrastatuale, su base conciliativa e

compromissoria, pienamente in linea con i dettami neoconfuciani.

Le controversie in questione, in ogni caso, non vennero sottratte alla cognizione della

giustizia imperiale, ma sottoposte a limiti relativi al tempo in cui era possibile adire il

magistrato distrettuale (6 giorni al mese, con esclusione dei mesi di maggiore impegno per

le attività agricole) ed ai gradi giudizio a cui esse potevano accedere.

Si trattava delle “questioni minori” racchiuse nel libro del codice rubricato: “Norme sulla

popolazione”. LA GIUSTIZIA IMPERIALE ED I “MAESTRI DI LITE”

La giustizia imperiale era stata sempre abbastanza attiva, tanto in materia penale quanto

civile, con punte massime di impegno raggiunte nelle fasi di crisi e di particolare

accelerazione storica. Ad esempio, le cronache giudiziarie di epoca Song, ci mostrano

un’impennata del numero di ricorsi ai magistrati imperiali.

Alcuni frammenti di una raccolta privata di casi giudiziari, risalente al 1260 ed intitolata

“Raccolta di decisioni di magistrati famosi per la chiarezza e l’illuminazione”, sono

pervenuti fino a noi.

Un altro momento di forte crescita della domanda nei confronti della giustizia imperiale, si

ebbe fra ‘700 e ‘800, in concomitanza con la crisi economico-sociale che porterà l’Impero

a soccombere di fronte all’avanzata occidentale.

A mettere in moto la macchina giudiziaria imperiale erano, in particolare, i soggetti deboli

del sistema pressati dalla incalzante crisi economica.

Si parla di “fuga dalle gerarchie”: si chiedeva l’intervento del magistrato per una

“questione minore”, adducendo come doglianza il fatto che il convenuto aveva sfruttato la

forza della sua posizione di superiorità e la debolezza della controparte al solo scopo di

esercitare un sopruso, confidando nella protezione che, secondo gli ideali confuciani, il

buon funzionario era tenuto ad accordare in qualità di “funzionario padre-madre”.

Proprio per garantire una tutela, effettiva e imparziale, era in vigore la regola della

rotazione triennale delle cariche per i magistrati di distretto ai quali era fatto divieto di

prestare servizio nella propria zona di origine. 14

MAESTRI DI LITE

L’aumento della domanda nei confronti della giustizia imperiale ebbe come conseguenza il

proliferare dei consulenti processuali, ossia figure di tecnici, che assistevano le parti nella

redazione delle domande ed i magistrati nell’istruzione delle cause.

Distinzione tra:

• Maestro di lite: songshi;

• Istigatore di lite: songgun.

Provenivano dalle fila degli studenti che si trovavano, o si erano fermati, ad uno stadio

considerato ancora preparatorio degli studi per accedere alla carriera amministrativa;

spesso seguivano per conto dei loro clienti, l’intero iter processuale.

I magistrati sovente ne denunciavano l’operato pretestuoso e fraudolento ed il codice ne

criminalizzava l’attività.

Assunsero un’importanza crescente nell’ordinamento Qing, in particolare nel veicolare le

“questioni minori” entro i canali della giustizia imperiale.

NEL CUORE DELLA TRADIZIONE GIURIDICA IMPERIALE: QING, LI, SU

All’interno dei codici dinastici molte norme di origine giurisprudenziale confluivano,

assieme a prassi di natura consuetudinaria, sotto forma di li.

Il ricorso ai precedenti era la regola per i magistrati imperiali.

LETTERATURA DEDICATA ALLA BUONA AMMINISTRAZIONE

Compito del buon magistrato era iniziare con una approfondita analisi del caso,

consultando i precedenti sui casi analoghi negli archivi ed analizzando le decisioni in cui i

magistrati hanno fatto riferimento ai Classici.

All’interno di questa letteratura troviamo anche numerosi riferimenti alla gestione dei casi

civili. Come sappiamo l’azione ideali dei magistrati distrettuali in relazione a questi casi

doveva passare attraverso forme di conciliazione; se tale procedura si rivelava infruttuosa,

allora bisognava individuare la ragione e il torto.

Si ricostruivano e si valutavano i fatti alla luce di criteri ermeneutici, senza

necessariamente applicare le sanzioni penali previste.

I criteri ermeneutici sono un’altra fondamentale componente della tradizione giuridica

cinese tardo imperiale.

2 CRITERI DEL QING E LI

1. QING: va dal riferimento al contesto concreto del caso in giudizio, al richiamo a

valori umanitari e solidaristici, che sono insiti anche nel cuore (xin);

2. LI: è connesso con l’idea della ragionevolezza: occorre seguire i sentimenti umani,

la ragione, la legge. 15

RAPPORTI FRA POTERE CENTRALIZZATO E PERIFERICO

I magistrati dei livelli amministrativi inferiori, comunicavano costantemente con le varie

figure di autorità operanti all’interno delle diverse comunità e, soprattutto nella gestione

delle materie minori, la collaborazione poteva essere molto profonda.

SU

Norme consuetudinarie.

GLI ISTITUTI DEL DIRITTO CINESE TARDO IMPERIALE NELLA PRASSI E

NELL’ERMENEUTICA MANDARINALE

a) LE “QUESTIONI MAGGIORI”

Trattasi di DIRITTO PENALE IMPERIALE.

SANZIONI PRINCIPALI

5 PENE (wu xing) della tradizione arcaica; erano costituite:

Dall’esilio;

o Dalla servitù penale;

o Da pene corporali;

o 3 tipi di pena capitale di cui l’ultima, particolarmente crudele, era quella della morte

o lenta per affettamento.

Il sistema era dominato dal principio di differenziazione sulla base dello status del reo e

della posizione che questi aveva nei confronti della persona offesa.

Esempio in ambito familiare: agli anziani e al padre era garantita la mitigazione o, in

alcune ipotesi, l’estinzione della pena; tuttavia, potevano essere chiamati a rispondere per

i reati commessi dai soggetti sottoposti alla propria autorità.

L’immunità, totale o parziale, dalla responsabilità penale era poi assicurata a determinate

categorie di soggetti appartenenti a classi privilegiate, come i membri della famiglia

imperiale, i funzionari di più alto grado e quelli che si erano distinti per particolari meriti

pubblici. Anche gli anziani, gli infermi ed i minori di 15 anni godevano di un trattamento

privilegiato, rimesso normalmente alla discrezionalità del magistrato. Esisteva, tuttavia,

una categoria di crimini (10 crimini abominevoli), compiuti contro l’Imperatore e l’Impero

per i quali nessuna esenzione o mitigazione era ammissibile.

I magistrati imperiale facevano uso dei criteri ermeneutici della tradizione, all’interno di un

sistema che conferiva loro ampia discrezionalità, ad esempio attraverso la possibilità di far

ricorso all’analogia, seppure dietro approvazione delle istanze superiori per l’applicazione

delle pene più gravi.

Uso benevolo dell’analogia, il più possibile orientato a favore del reo. 16

La via per esercitare la benevolenza passava proprio attraverso il qing e il li.

L’etica del giudizio doveva fondarsi sull’esercizio del dubbio a favore dell’accusato e sulla

pratica di esercitare la benevolenza soprattutto evitando il più possibile il ricorso alla pena

capitale

Proprio all’interno della tradizione ermeneutica, troviamo 2 concetti di estrema importanza:

1. Nozione di circostanza, aggravante ed esimente (shiqing);

2. Nozione di intenzionalità (qingli).

b) LE QUESTIONI “MINORI”

Anche in questi casi si fa riferimento a criteri ermeneutici, ma l’approccio a tali questioni

risulta ancora più complesso per l’ampio riferimento a prassi consuetudinarie, spesso in

contrasto con le regole legali.

Ad esempio, in materia proprietaria e contrattuale queste ultime dettavano una serie di

regole generali. Tali regole si rivelarono però totalmente inadeguate a far fronte agli

sviluppi di una realtà contrattuale e proprietaria pressata dalla crisi economica la quale

fece affiorare, fra ‘700 ed ‘800, nuove figure negoziali che vennero modellate a livello

extrastatuale.

ESEMPIO DI PRASSI CONTRATTUALE

La prassi aveva avuto origine dalla redistribuzione di terre pubbliche attuata nel 1699

dall’Imperatore Kangxi, a seguito della quale molti contadini si ritrovarono titolari di vasti

possedimenti fondiari che non erano in grado di gestire autonomamente.

In particolare, per quei terreni che abbisognavano di apporti di miglioramento specifico,

invalse la prassi di riconoscere all’affittuario del fondo, che si assumeva l’obbligo del

miglioramento, un indennizzo e una serie di prerogative, fra cui la più diffusa era la

concessione perpetua del fondo in affitto, trasmissibile per via ereditaria.

Di qui era poi sorta la possibilità di alienazione delle proprie prerogative, di sub-affitto del

fondo. Il titolare originario, che percepiva un canone fisso, era anche tenuto al pagamento

dell’imposta.

Con l’andare del tempo il moltiplicarsi di atti di disposizione da parte dei concessionari

venne rendendo sempre più complessa la situazione proprietaria e, soprattutto, rese

sempre più incerta la titolarità del fondo e, quindi, l’individuazione del contribuente. Fu per

tale ragione che i governatori preposti alla guida di alcune province della Cina meridionale

decretarono l’inammissibilità, per il futuro, di questa figura contrattuale.

Continuò lo stesso, in particolare, in quelle terre afflitte da gravi crisi economiche dovute

ad un considerevole incremento demografico.

In questi casi, il magistrato distrettuale doveva trovare il punto d’intersezione (heli) fra

regole consuetudinarie ed i grandi principi del diritto legale. 17

ESEMPIO CONCERNENTE I RAPPORTI DI FAMIGLIA

Il matrimonio era, per espressa previsione legislativa, un contratto che veniva concluso

attraverso il consenso delle due famiglie.

È esemplare la vicenda dei contratti di vendita della propria moglie. Tali contratti erano

puniti, ma divennero una pratica diffusa nel 18esimo secolo, al punto che i magistrati

distrettuali, chiamati sempre più di frequente a pronunciarsi su di essa, vennero

progressivamente discostandosi dal dettato legale fino a determinarne la revisione.

La disapplicazione delle sanzioni penali ed il riconoscimento di tali contratti in teoria illeciti

e privi di efficacia, avvenne, ancora una volta, sulla base del principio della combinazione

appropriata (heli).

I magistrati riconoscevano nella maggior parte dei casi che la vendita della moglie era

dettata da situazioni di indigenza tali che la moglie rappresentava l’ultimo cespite

patrimoniale della famiglia e la sua alienazione l’unica strategia di sopravvivenza per

entrambi i coniugi.

In tali situazioni negare efficacia al contratto, come esigeva il codice, avrebbe provocato

alla persona ed alla famiglia dell’alienante un danno ancor più serio. Spesso le

controversie insorgevano perché l’alienante richiedeva un pagamento addizionale del

prezzo.

Non di rado i magistrati concedevano questo ulteriore pagamento e sancivano che con

esso si sarebbe estinta ogni pretesa dell’alienante nei confronti dell’acquirente,

l’applicazione delle previste pene corporali era limitata alle sole ipotesi in cui nel contratto

fossero intervenuti comportamenti fraudolenti.

ESEMPIO SUL DIRITTO EREDITARIO

Trattiamo dell’istituto del culto degli antenati che aveva privilegiato, nella successione, la

posizione del figlio maschio primogenito ed aveva imposto, ai padri privi di figli maschi,

l’adozione di erede secondo un ordine di priorità rigidamente stabilito dalla legge. La

violazione di tale ordine era severamente punita. Tuttavia, i magistrati Qing, presero a

consentire deroghe ad esso se ad effettuarle era la vedova il cui marito era deceduto

senza figli maschi, per consentire alle vedove non rimaritate di scegliere per il marito

defunto un erede al di fuori dell’ordine stabilito dal codice.

Si può notare che nei casi prospettati, le decisioni contrarie al dettato legislativo, erano

poste a tutela del bene supremo della vita. 18

CAPITOLO 4°

IL DIRITTO NEL TIBET BUDDISTA TRADIZIONALE

PREMESSA

STRUTTURA SOCIALE TIBETANA

È composta da gruppi di base (famiglie e clan) e da differenti classi sociali (popolo e

nobiltà per il Tibet antico; popolo, nobiltà e clero a partire dall’XI secolo).

PRINCIPI (solidali e contradditori al tempo stesso):

Indivisibilità egualitaria;

Gerarchia;

Assenza di individualizzazione, coesione e solidarietà di gruppo;

Struttura di comando, intesa come subordinazione agli altri.

RAPPORTI FAMILIARI

Visione della famiglia come clan unitario;

- Le relazioni personali tra gli appartenenti, in particolare per quanto riguarda il

- matrimonio, sono variabili: si va dalle situazioni di monogamia, alle situazioni di

poliginia sororale (matrimonio con un uomo di più donne sorelle tra loro); presente

anche la poliandria tra fratelli e una donna.

DAL PUNTO DI VISTA DELLA RELIGIONE

Si ha una prevalenza del Buddismo Mahayana (Buddismo del Grande Veicolo), derivante

dalle pratiche religiose tradizionali antecedenti all’avvento del buddismo e dalla religione

Bon (si tratterebbe di un insieme religioso non organizzato, senza Chiesa, senza Dogmi,

senza sacerdoti e pressoché senza nome. I riti convivevano con altre tecniche ed usanze

religiose non organizzate).

Il Buddismo Mahayana, detto anche Lamaismo, risente anche dell’influenza di 2 scuole di

pensiero indiane:

1. Via di mezzo;

2. Pratica dello Yoga.

La maggior parte dei fedeli, ed in particolare quelli laici, è esclusa dall’attività religiosa

ufficiale e contribuisce facendo offerte e recitando preghiere, anche meccanicamente con

l’ausilio di ruote girate a mano o dal vento.

La reincarnazione, basata sul principio della retribuzione, condurrà i fedeli a reincarnarsi

in uno dei 6 possibili stati:

1. Dèi;

2. Semidei;

3. Uomini; 19

4. Animali;

5. Fantasmi famelici;

6. Esseri infernali.

Visione del mondo sotto precise gerarchie, anche per quanto riguarda, per esempio, le

parti del corpo umano (la testa, parte più pura, i piedi, la parte più corrotta).

I CODICI DEL PERIODO IMPERIALE

I fondamenti del diritto scritto tibetano trovano il proprio presupposto nella organizzazione

della lingua tibetana ad opera di studiosi inviati nell’anno 632 da Songtsen Gampo, il primo

re riconosciuto del Tibet, nell’India del Nord ed in Pakistan.

Le norme giuridiche esposte in tali documenti riguardavano in primo luogo il sanziona

mento:

Dei 10 atti non virtuosi;

Delle 4 leggi fondamentali;

Dei 16 principi morali.

L’origine di tali precetti deriva direttamente dal Buddismo Mahayana, che rende evidente

la stretta interconnessione diritto-religione operante in Tibet.

Successivamente ad un periodo di influenza della legislazione Mongola attorno al secolo

XIII, soprattutto nel campo del diritto penale, nel XIV secolo fu redatto il Codice Neudong,

sotto la dinastia Phamogru, momento di transizione dallo stile giuridico poetico dei primi

testi tibetani ad uno stile di regole codificate.

Diviso in 2 parti:

1. Lo stile del codice appare inizialmente ammonitorio ed enunciante regole di

prudenza riguardo a ciò che appare positivo o negativo fare;

2. Muta nella seconda parte per dar spazio a norme di carattere procedurale,

enucleando una regolamentazione dettagliata e tecnica riguardo ad una serie di 15

soggetti (omicidio, furto, adulterio, separazione personale, etc.).

Si pensa ad un’eventuale influenza di modelli esterni che avrebbero contribuito ad elevare

il livello di elaborazione delle norme.

L’ultimo codice anteriore alla dinastia teocratica Gelupka arrivato ai giorni nostri è il

Tsang Code. Esso fu il primo codice distribuito lungo tutto il territorio del Tibet e di esso

ne esistono differenti versioni. Si tratta di un codice essenzialmente amministrativo,

redatto sulla base dei precedenti codici. 20

EQUILIBRIO COSMOLOGICO E CONFLITTI

L’equilibrio cosmologico che, per i tibetani, dovrebbe essere garante dello stato di salute

della popolazione e del raccolto, viene seriamente disturbato dai conflitti insorgenti tra gli

uomini.

PRIMA CAUSA DEL VERIFICARSI DEI CONFLITTI

Per i tibetani è da attribuire all’erronea rappresentazione della realtà da parte degli esseri

umani. Si presume che il soggetto coinvolto in una lite stia agendo, privilegiando

un’erronea posizione non compatibile con i precetti religiosi ed i valori buddisti.

Il concetto di illusione, è utile per comprendere la visione che i tibetani hanno del mondo

e della realtà giuridica. La realtà che un soggetto percepisce nel corso della propria vita

quotidiana è solo il tipo di realtà che la propria mente gli consente di vedere. Ogni disputa,

di conseguenza, è interpretabile in modo differente a seconda che i soggetti coinvolti o i

soggetti giudicanti siano o non siano affetti da un’errata percezione dei fatti.

Le parti ed i soggetti preposti a giudicare dovranno essere consapevoli dell’esistenza di

altri livelli di realtà oltre a quello direttamente connesso con l’oggetto della disputa.

Ogni esperienza umana nel mondo determina il prodursi di un Karma positivo o

negativo.

Il presente si estende al passato ed al futuro. I testimoni saranno condizionati dall’impatto

negativo sul futuro ciclo di rinascite derivante da un’attestazione falsa. I giudici, nel

valutare gli interessi ed i diritti delle parti, o la loro responsabilità in ambito penale,

terranno conto, ove possibile, anche delle loro pregresse vite.

Si affianca alla giustizia degli uomini quella degli eventi cosmologici, per i quali se un

soggetto dovesse sfuggire ad una condanna nella presente vita, andrebbe incontro

comunque a conseguenza negative nelle vite future, quali la rinascita ad un livello

inferiore. CODICI LINGUISTICI PER IL DIRITTO

In Tibet non risulta essersi sviluppato un linguaggio giuridico specializzato.

La rappresentazione orale e scritta del diritto ha da sempre subito l’influenza della

ritualizzazione seguita dai religiosi nei monasteri. È stato osservato come prima del 1959

l’uomo tibetano comune non possedesse una chiara visione della divisione tra Stato e

religione. 21

Il linguaggio giuridico utilizzato sino a pochi decenni fa, rivela tratti arcaici e viene ancora

espresso tramite frasi tipizzate e proverbi originariamente contenuti negli antichi codici

risalente al 1400-1600 d.C., codici che sino all’avvento dell’occupazione cinese erano

rinvenibili presso la Corte Suprema del Tibet, nelle abitazioni e talvolta nelle tende dei

pastori nomadi.

Ritualizzazione del linguaggio giuridico e la sua contaminazione con forme di

espressione antiche, miscelate con elementi religiosi.

Chi sarà in grado di utilizzare il maggior numero di brocardi e proverbi di regola nelle liti

risulterà sensibilmente avvantaggiato rispetto a chi non possiede questa cultura

particolare. In tale cultura, che risulta essere strettamente connessa alla memorizzazione

e recitazione dei testi religiosi buddisti, si rinvengono elementi riferibili al mondo del

magico: invocazione di demoni, formule per determinare il verificarsi di catastrofi naturali,

etc.

Ai soggetti incaricati di pronunciare le invocazioni e le formule viene di regola interdetta la

possibilità di prender parte attivamente alle dispute, in qualità di parti o testimoni, in quanto

tramite l’utilizzo dei loro poteri potrebbero proiettare sui partecipanti al giudizio o sui

giudici, un’illusoria percezione dei fatti.

Variegata serie di mezzi processuali finalizzati al raggiungimento della verità:

Essendo l’elemento del sacro intimamente collegato alla vita quotidiana dei tibetani,

il ricorso alla divinazione coinvolge tutti gli avvenimenti della vita. Alle tecniche

divinatorie si aggiungono l’utilizzo dell’astrologia e l’interpretazione dei presagi, che

ognuno ricava dalle proprie personali esperienze, quali l’aver incontrato determinati

animali o dal grido dei corvi.

L’oracolo: uomini e donne nei quali si reincarnano una o più divinità che non

abbandonato il mondo; corpo che si cala in uno stato di trance al momento

dell’emissione dell’oracolo.

L’utilizzo dei dadi.

Tirare a sorte.

Altri sono assimilabili ai sistemi occidentali, quali:

Il giuramento;

L’utilizzo di una clausola particolare che sancisce l’obbligo a carico della parte che

non rispetta gli accordi, di corrispondere una determinata somma. 22

CAPITOLO 5°

RIFORME E RESISTENZE: IL CASO DEL GIAPPONE

L’EPOCA MEIJI

La modernizzazione in Giappone fu sospinta dal coinvolgimento della nazione nell’ambito

dell’economia mondiale e delle relazioni internazionali negli ultimi decenni del XIX secolo

sino alla fine del periodo Meiji (1868/1912).

Se da un alto il Giappone dell’epoca Meiji fu espressione di nazionalismo ed imperialismo,

dall’altro lato fu permeabile a molte delle manifestazioni culturali europee, al socialismo, al

sindacalismo, al pensiero anarchico, e persino al femminismo. Tale attrazione verso

l’occidente non si riferisce alla religione praticata in Europa, malgrado l’avvento di

missionari che tentarono una, almeno parziale, opera di cristianizzazione.

Se il Giappone poteva dare l’impressione di apparire “ossessionato” dall’Europa, l’Europa,

salvo in occasione di alcuni eventi di carattere bellico, non riteneva il Giappone una

priorità.

DAL 1870 AL 1890

Quasi tutta l’Asia, ad eccezione della Thailandia e della Cina, era stata colonizzata dalle

potenze europee, e la stessa Cina subiva le pressioni commerciali occidentali.

Dal 1890 il fervore nei confronti dell’occidente, si affievolì; le cause furono i primi successi

economici e militari giapponesi:

Il cosiddetto Triplice Intervento del 1895, nel quale la Russia, la Germania e la

- Francia si opposero al Giappone per privarlo dei frutti della vittoria ottenuta nel

medesimo anno contro la Cina;

La revisione di alcune clausole vessatorie dei Trattati commerciali che il Giappone

- era stato indotto a stipulare con le potenze occidentali a partire dagli anni ’50.

Particolarità: altro tema da non sottovalutare fu la diffusione nel mondo occidentale,

- e non solo, delle teorie riguardanti la razza umana. In Europa le pubblicazioni sul

tema determinarono la nascita di un sentimento paternalistico nei confronti del

popolo giapponese.

Da sempre le potenze occidentali sfruttarono i Paesi con un basso grado di sviluppo.

Nascevano, invece, i timori nel momento in cui tali nazioni cominciavano a raccogliere i

primi successi in campo economico ed internazionale. Il “Triplice Intervento” è

probabilmente da interpretarsi in questa logica.

Anche nel campo della cultura giuridica il Giappone fu sedotto dai modelli europei,

francese, inglese e tedesco in particolare. In questo contesto si colloca la riforma giuridica

verificatasi durante l’epoca Meiji. 23

Le dispute interne sulla codificazione civile testimoniarono la compresenza di diversi

riferimenti culturali e giuridici che entrarono in competizione nel processo di recezione dei

diritto occidentale nel diritto positivo giapponese dal 1890 al 1900.

NAZIONALISMO GIAPPONESE: si è detto come negli ultimi decenni del XIX secolo, il

Giappone sia passato da una fese quasi di iper valutazione del modello occidentale, per

poi adottare un approccio critico, quasi ostile, nei confronti dei Paesi occidentali.

LA RESTAURAZIONE DELL’EPOCA MEIJI

Porre fine al cosiddetto “duplice dominio” (dell’Imperatore e dello Shogun) per riattribuire i

pieni poteri al primo e così poter restaurare l’età dell’oro del decimo secolo, quando non si

era ancora verificata la scissione dei poteri.

La corte imperiale di Kyoto intraprende a cacciata con le armi dello shogunato e

contemporaneamente l’espulsione degli stranieri presenti in Giappone con esclusione dei

riformatori da ogni ingerenza nella vita politica.

Con l’appoggio dei samurai, dei contadini e dei commercianti, la trasformazione si

compiva proponendo una politica di isolazionismo.

In realtà già solo un anno dopo la restaurazione dell’Imperatore, il governo mutò la linea

politica e si mosse in modo opposto, abolendo il diritto dei signori feudali di riscuotere i

tributi dai contadini ed al tempo stesso liberando i signori feudali dall’obbligo di mantenere

i Samurai alle loro dipendenze. L’unica concessione in favore dei signori feudali e dei

Samurai fu una pensione governativa che successivamente fu convertita nel pagamento di

una somma da corrispondersi in tempi prestabiliti.

Nel nuovo contesto furono presto abolite tutte le prerogative delle differenti classi sociali,

così come gli stemmi e gli abbigliamenti distintivi (celebre fu la disposizione che vietava ai

Samurai di continuare a portare il “codino”). Numerose furono le proteste popolari e le

rivolte contro queste riforme.

Altre novità che vengono a toccare in modo diretto le abitudini e le tradizioni giapponesi:

• L’istituzione delle scuole statali;

• La leva militare obbligatoria;

• Sistema catastale per le terre;

• Un nuovo calendario;

• Promulgazione della Costituzione del 1889.

LA RIFORMA COSTITUZIONALE DEL XIX SECOLO

La storia del costituzionalismo in Giappone può essere suddivisa in 2 periodi:

1. Facente capo alla Costituzione promulgata nell’epoca Meiji del 1889, ispirata dai

principi del costituzionalismo occidentale; 24

2. Caratterizzato dall’adozione della Costituzione del 1946, in occasione

dell’occupazione del Giappone da parte delle forze alleate all’indomani del secondo

conflitto mondiale.

Il carattere rivoluzionario della Costituzione del 1889 risiedeva nel riconoscimento formale

dei diritti individuali dei cittadini: i diritti venivano riconosciuti a seconda dell’appartenenza

ad una determinata classe o del riconoscimento di un certo status.

Elementi tradizionali vennero così inseriti in un nuovo contesto, che fu considerato

espressione di una monarchia costituzionale. Tale sistema rappresentava un ponte tra il

regime semi-feudale dell’epoca Tokugawa ed il nuovo governo autoritario centralizzato

dell’epoca Meiji ed in esso l’Imperatore conservò un ruolo di primi piano.

Al dissolvimento del regime feudale a seguito del verificarsi della restaurazione imperiale e

dell’organizzazione delle prefetture, il Giappone ritenne matura l’esigenza di conformarsi ai

moderni stati occidentali.

Il compito di redigere un primo progetto della Costituzione fu affidato nel 1873 al Sa-in,

organo deliberativo con funzioni di discussione e presentazione dei progetti di legge al

Sei-in, uno dei più importanti dipartimenti del governo.

Nel 1875 il Sa-in venne abolito e della redazione del progetto fu incaricato il presidente del

Consiglio degli anziani. I progetti proposti dagli esperti del Consiglio furono respinti per

presunto eccesso di democraticizzazione. Al tempo stesso diversi progetti ideati da

istituzioni private vennero resi pubblici, ma si decise, con un’ordinanza del 1880, di

sopprimere la libertà di esercizio delle attività politiche.

Promulgazione nel 1881 dell’editto imperiale per la costituzione di un’Assemblea

Nazionale: si inaugurò il periodo delle missioni esplorative in Europa finalizzate

all’acquisizione della cultura giuridica europea, soprattutto germanica.

Esistenza di un potente e centralizzato esecutivo, mirato a garantire l’autorità

dell’Imperatore, con un’assemblea parlamentare, anche se limitata nei suoi poteri

legislativi. Seguendo quest’ultimo modello, l’Imperatore Meiji promulgò la Costituzione l’11

febbraio 1889, unitamente alle Regole della Casa Imperiale, che furono considerate parte

integrante della Costituzione.

NATURA DUALISTICA DELLA COSTITUZIONE (presenza di principi tra di essi

contradditori): si delineava al suo interno il conflitto tra la teoria assolutistica (la sovranità

dell’Imperatore è fondata sui presupposti divini) ed i vari principi del costituzionalismo

moderno.

I primi anni successivi alla promulgazione della Costituzione hanno evidenziato il prevalere

della teoria della sovranità imperiale, con un esecutivo poco propenso a confrontarsi ed a

dialogare con i rami del Parlamento. Il governo era di fatto rappresentato dall’Imperatore

così determinando una quasi totale immunità dell’esecutivo dalle istanze politiche degli

organi rappresentativi. 25

Solo successivamente alla guerra Sino-nipponica (1894/1895), l’esecutivo cominciò a

cooperare con i rami del parlamento grazie, soprattutto, al Movimento per i Diritti del

Popolo.

Dopo pochi anni la situazione mutò radicalmente. Con l’avvento del totalitarismo,

conseguenza di una profonda incertezza della politica giapponese e di una generalizzata

perdita di fiducia del popolo nei confronti del sistema dei partiti, un governo fortemente

centralizzato appoggiato dall’apparato militare.

Il documento costituzionale, all’epoca della sua promulgazione, fu presentato al popolo

giapponese come una concessione dell’Imperatore, al quale era riconosciuto un carattere

sacrale ed inviolabile.

Ogni diritto garantito dalla Costituzione poteva venir limitato, od anche soccombere, di

fronte a norme di legge (non costituzionali), decreti imperiali aventi forza di legge od in

conseguenza del diretto esercizio da parte dell’Imperatore dei suoi poteri in caso di guerra

od emergenza nazionale.

LA DISPUTA SULLA CODIFICAZIONE

La recezione del pensiero giuridico occidentale in Giappone viene usualmente fatta risalire

agli ultimi 4 decenni del XIX secolo, cioè una volta inauguratasi l’epoca Meiji.

Un’attenzione del Giappone verso i modelli europei, si può però fare risalire già dal 1841,

anno in cui il primo consigliere dello Shogun, aveva predisposto la traduzione dei codici

allora vigenti in Olanda.

Il processo di codificazione è sicuramente preceduto da un lavoro di traduzione e

analisi del significato dei termini giuridici occidentali.

I modelli principali di riferimento nell’epoca Meiji furono le codificazioni francese e tedesca,

unitamente ai principi costituzionali e privatistici del diritto inglese.

Il primo modello europeo che attrasse l’interesse degli studiosi giapponesi fu però, come

abbiamo visto, quello olandese.

Successivamente alcuni giuristi giapponesi vennero inviati a Leida per seguire lezioni sul

diritto naturale, costituzionale ed internazionale (traduzione in giapponese dei loro appunti,

pubblicate nei primi anni dell’epoca Meiji).

Un ulteriore elemento è l’esistenza di un sistema di codici antecedente alla

codificazione:

Il Codice Penale Provvisorio;

I Principi del Nuovo Codice in materia penale del 1870;

Le Fonti Legali e sub legali emendate in materia penale del 1873; 26

Il Progetto di revisione delle fonti legali e sub legali.

Da ultimo, va segnalata l’influenza della tradizione giuridica cinese (attitudini dei

giapponesi verso il Confucianesimo).

INIZIO DELL’EPOCA MEIJI

L’inizio è datato al 3 gennaio 1868, data in cui il nuovo Imperatore fu posto sul trono e la

restaurazione formalmente proclamata.

Il 6 aprile del medesimo anno, l’Imperatore promulgò la Carta giurata dei 5 Articoli, nella

quale venivano determinate le linee guida della trasformazione del Giappone da stato

feudale a nazione moderna.

Nel 1871 venne istituito il Ministero della Giustizia, il quale provvide a tradurre i codici

napoleonici, con particolare attenzione nei confronti del codice penale e di quello civile

(successivamente, vengono istituite presso il Ministero della Giustizia le Sezioni di Studio

sul Diritto Francese e Tedesco).

L’invito in Giappone di giuristi francesi e tedeschi, contribuì al radicamento del modello di

Civil Law. Il modello di Common Law fu al’epoca considerato eccessivamente complesso

(il contributo del modello anglosassone, si esaurì prevalentemente nell’insegnamento

universitario e nel campo della diplomazia).

Ruolo del Ministero della Giustizia quale soggetto propulsore; fu però, già istituzionalizzato

a partire dal 1871 con la previsione del Meihoryo (Ufficio per l’illuminazione del Diritto), la

cui principale finalità consisteva nell’attingere la conoscenza del diritto nazionale e

straniero per poter redigere i progetti dei codici.

Tale ufficio fu sostituito nel 1875 dalla Scuola di Diritto del Ministero della Giustizia per poi

passare, nel 1844, sotto la direzione del Ministero dell’Educazione con il nome di Scuola

di Diritto di Tokyo (successivamente denominata Università imperiale di Tokyo). Con

questa scuola, insegnamento universitario acquista una propria autonomia rispetto al

Ministero della Giustizia.

Il Giappone adottò nel 1880i primi codici dell’epoca Meiji:

Il Codice Penale;

Il Codice di Procedura Penale,

entrati in vigore il 1° gennaio 1882. La loro adozi one non derivò da un’iniziativa

parlamentare, ma da 2 atti promulgati dal Consiglio degli Anziani, paragonabile per le

funzioni ad un Senato, con il compito di emanare le leggi dell’Imperatore.

Per la prima volta, nel codice venivano inseriti dei concetti estranei alla tradizione giuridica

giapponese, quali in primo luogo il principio di legalità.

La transizione dalla società feudale ad un ordine basato su un diritto nuovo fu in qualche

misura garantita dall’iniziale adozione, nel campo del diritto penale, di alcuni principi e

schemi classificatori del diritto francese:

Introduzione di un processo inquisitorio;

Principio dell’irretroattività della legge penale; 27

Adozione della classificazione dei reati in:

Crimini;

o Delitti;

o Contravvenzioni.

o

Principio nullum crimen, nulla poena sine lege, volto a limitare la discrezionalità

decisionale dei giudici giapponesi (con la revisione del codice, intervenuta nel 1907,

si omette il predetto principio; quest’ultima revisione fu profondamente ispirata al

modello tedesco, più autoritario).

Con il distacco dal modello francese, venne meno anche la classificazione dei reati;

addirittura, si riteneva saggio tenere segreta la corrispondenza tra i crimini e le relative

sanzioni.

La responsabilità collettiva fu abbandonata per lasciar spazio al principio di responsabilità

personale.

Il codice introdusse dei principi che contribuirono a smantellare il precedente sistema di

disuguaglianza dei cittadini di fronte alla legge penale, con l’eccezione della previsione dei

reati commessi contro la casa imperiale. Queste disposizioni furono abrogate nel 1946 in

quanto ritenute incompatibili con il principio di eguaglianza di fronte alla legge.

Si attuò nel 1907, la revisione del codice del 1880, con l’emanazione di un codice più

snello, che concesse una maggior discrezionalità nella determinazione delle sanzioni,

prevedendo inoltre la possibilità per il giudice di sospendere l’esecuzione della sentenza.

CODICE DI PROCEDURA PENALE

Si dimostrò permeabile all’influenza del modello penalistico cinese.

Il codice di procedura penale del 1880 adottò un modello semi-inquisitorio: fu per la prima

volta concesso all’accusato di farsi rappresentare in giudizio da un avvocato che,

almeno da un punto di vista formale, godeva della stessa dignità del rappresentante

della pubblica accusa.

Numerose disposizioni furono poi dedicate alle investigazioni preliminari che,

coerentemente al processo inquisitorio, escludevano ogni possibilità di assistenza

all’indagato.

Istituzione della Giuria fortemente voluta da Boissonade (giurista francese che influenza

fortemente il sistema giapponese prevalentemente tramite lezioni accademiche), ma

respinta ripetutamente con la motivazione che il sistema giapponese dell’epoca non era

ancora pronto per una simile innovazione.

Il codice di procedura penale tedesco del 1877 costituì la matrice della revisione del

codice giapponese intervenuta nel 1899 e del successivo codice, emanato nel 1922 ed

entrato in vigore il 1° gennaio 1923. Se però la te nsione tra il modello francese e quello

tedesco portò a delle scelte di forte discontinuità nel campo della codificazione penale,

nell’ambito processuale, malgrado l’impronta determinante del modello tedesco, si verificò

una convivenza di più modelli, fra cui quello francese riposto sulla maggior attenzione dei

28

diritti dell’imputato, il modello anglosassone, quando nel 1923 venne emanata la legge

sulla Giuria entrata poi in vigore nel 1928(usualmente composta da 12 membri, non

deteneva il potere di riconoscere l’imputato colpevole o no. Il ruolo dell’organo si esauriva

nell’enunciare decisioni su questioni o fatti posti alla sua attenzione dalla Corte), ed anche

il modello statunitense per quanto riguarda l’istituzione delle corti per minorenni.

La legge istitutiva della giuria fu poi sospesa nel 1943 e di lì a poco, nel 1948, la struttura

del processo penale giapponese fu nuovamente modificata sulle spinte del modello

statunitense.

CODIFICAZIONE DEL DIRITTO CIVILE

Nel campo civile si rinviene inizialmente l’opera di Boissonade, che fu il responsabile della

redazione del progetto del Codice del 1890, peraltro mai entrato in vigore.

Lo studio di Boissonade lo portò a lavorare concretamente già dal 1879 alla redazione di

un progetto di codice, nel quale il trapianto e l’adozione di concetti giuridici occidentali

appariva chiaramente problematico.

In tale situazione veniva costituito nel 1880 il primo Ufficio per la Progettazione del

Codice Civile. L’organo fu posto sotto il controllo del Comitato di Investigazione per il

Diritto.

Una volta pubblicato il progetto redatto da tale Ufficio, ma prima dell’entrata in vigore del

medesimo, si aprì un fase di discussione in cui si evidenziava la necessità di sottrarre la

redazione del codice all’esclusiva competenza dell’Ufficio e di sottoporre il medesimo ad

un dibattito pubblico.

Un nuovo Comitato per la codificazione fu costituito nel 1893, presieduto dal Primo

Ministro e composto da 6 membri favorevoli alla posticipazione dell’entrata in vigore del

codice e 6 membri sostenitori dell’immeditata applicazione.

La discussione sull’entrata in vigore del progetto fu presto sostituita da un confronto tra

scuole rappresentanti un diverso pensiero giuridico: temi inerenti alle controversie tra

Thibaut e Savigny e tra la scuola del diritto naturale e la scuola storica.

I giapponesi si dimostrarono maggiormente predisposti a riconoscere regole astratte e

principi generali, piuttosto che ricavare il dato giuridico dall’analisi valutativa dei singoli

casi concreti.

Le ultime battute della disputa sulla codificazione vide l’attività di un nuovo Comitato per la

progettazione del codice. I 3 componenti del Comitato adottarono il modello tedesco delle

pandette uniformandosi alla struttura del futuro BGB, tranne che per l’ordine dei libri. Il

nuovo codice entrò successivamente in vigore nel luglio del 1898, perdurando, con le

successive modifiche ed emendamenti, sino ad oggi.

Gli altri settori del diritto interessati al processo di codificazione (la procedura civile ed il

diritto commerciale), seguirono dei percorsi differenziati. 29

IL FASCISMO IN GIAPPONE

È la base costituzionale posta dalla prima Costituzione nella quale il modello ispiratore

occidentale, quello prussiano, veniva rivisto sulla base di una selezione di principi di

derivazione confuciana e Shinto.

Il sistema costituzionale in essa contemplato si incentrava sull’ideologia del Kokutai, che

sosteneva l’idea di uno stato-famiglia di origine divina la cui unità e sacralità era incarnata

dal Tenno.

L’integrazione nazionale si fondava sul principio dell’appartenenza e della fedeltà

all’Imperatore e non dell’appartenenza ad una classe (definitivo abbandono

dell’ordinamento feudale).

Poneva al vertice l’autorità imperiale;

Limitava fortemente i poteri del Parlamento, formato di 2 Camere, di cui solo 1 (la

Camera bassa) elettiva, per censo, e l’altra (la Camera alta), composta dai membri

della nuova nobiltà, nominati dall’Imperatore.

L’Imperatore che era a capo delle forze armate e nominava i ministri, era stato poi

affiancato dal Consiglio Privato, organo composto di un numero variabile di membri, dai 12

in su, di nomina imperiale, il quale aveva il compito di assistere premurosamente

l’Imperatore con consultazioni e che in pratica assunse su di sé la responsabilità politica

delle decisioni imperiali.

KOKUTAI

Ideologia posta alla base di tutti i successivi atti fondamentali del governo, fino al codice

civile.

Voleva la società organizzata su un modello familiare solidaristico.

Per quanto concerne il contenzioso civile: fra l’epoca Meiji e la Showa, il governo

giapponese intervenne con una serie di provvedimenti legislativi volti a canalizzare le

controversie entro procedure conciliative.

Presenza, presso i tribunali di base, di 2 conciliatori, dei quali almeno 1 fosse un membro

influente della comunità con buona conoscenza delle tradizioni locali.

Nel 1889 venne introdotto il sistema di conciliazione giudiziaria. La procedura

conciliativa venne introdotta, in quanto si registrarono picchi di litigiosità in fasi di crisi

economico-sociale.

Negli anni ’20 del XX secolo, le procedure conciliative vennero previste per specifiche

categorie di controversie (ex. in materia di fondi e locazione di immobili).

Successivamente si affermò la tendenza a passare ad un sistema di conciliazione

imposta, esteso a tutte le controversie civili.

CON IL FASCISMO…

Nuove leggi speciali in materia di procedure conciliative vennero emanate e fu a questo

punto che si venne affermando il sistema di conciliazione obbligatoria. Il punto di arrivo di

questo processo fu rappresentato dalla Legge speciale per le questioni civili in epoca

bellica, che estese a tutte le controversie l’applicazione della procedura conciliativa ed

30

attribuì all’autorità giudiziaria il potere autonomo, anche in assenza di una richiesta delle

parti, di decidere in qualità di arbitro le controversie per cui il tentativo di conciliazione

fosse fallito.

CONCLUSIONE: nazionalismo fondato su una politica di aggressione militare.

2 FASI NELLA MODERNIZZAZIONE GIAPPONESE:

1. Costituzione del 1889;

2. Costituzione del 1946.

LA TRASFORMAZIONE POST-BELLICA

a) LA COSTITUZIONE E LA SOCIETA’ GIAPPONESE

La più recente fase della modernizzazione in Giappone inizia all’indomani del 2° conflitto

mondiale ed è riferita alla promulgazione della Costituzione del 3 novembre 1946, in

vigore dal 3 marzo 1947.

Principio della sovranità popolare, determinando, per lo meno da un punto di vista

formale, la sostituzione della venerazione per l’Imperatore con il rispetto per i diritti del

singolo individuo.

Liberazione delle classi sociali sino ad allora vissute in condizioni di estrema povertà ed

oppressione, quali i contadini, i lavoratori e le donne, queste ultime affrancate anche

grazie all’abolizione del sistema dei clan familiari:

Pari dignità individuale ed eguaglianza dei coniugi;

o Diritto al lavoro e diritto dei lavoratori di organizzarsi;

o Diritto di essere titolare del diritto di proprietà, in conformità con l’interesse pubblico.

o

La Costituzione del 1946 fu considerata un emendamento della Costituzione del 1889.

Tale presunta continuità trovava il proprio presupposto nell’esigenza di evitare un profondo

trauma sociale derivante da una nuova e differente concezione della legittimazione del

potere.

Permanenza dell’Imperatore sul trono.

Il testo del 1946 ha espresso nuovi principi, in parte in contrapposizione con il testo

precedente:

I diritti “condizionati” degli individui divengono diritti eterni ed inviolabili del popolo;

Al nazionalismo fondato su una politica di aggressione militare viene contrapposto il

principio del pacifismo;

Il sistema del controllo di costituzionalità degli atti legislativi viene per la prima volta

previsto, con specifiche attribuzioni alla Corte Suprema. 31

Nessuna sua disposizione è mai stata modificata od emendata. Raramente i competenti

organi giudiziari hanno dichiarato l’incostituzionalità di una legge o di un provvedimento

amministrativo.

PROCESSO DI REDAZIONE DELLA COSTITUZIONE DEL 1946 DIVISO IN 2 TAPPE:

1. Fu caratterizzata dalla redazione di un progetto di costituzione da parte di

rappresentanti delle forze alleate;

2. Caratterizzata da una successiva elaborazione di un testo giapponese.

Come nel 1889, si sottolinea l’estraneità del popolo al processo di identificazione dei

principi cardini del dettato costituzionale.

Visione di un governo attivo nella promozione del benessere e della sicurezza dei

cittadini.

FIGURA DELL’IMPERATORE

La scelta delle forze alleate si concentrò sul mantenimento del sistema imperiale quale

elemento di stabilità e quale istituzione utile per veicolare le riforme. L’intento delle forze

alleate, consisteva nella riduzione dell’Imperatore a mero simbolo dello Stato (l’idea si

poneva in contrasto con la visione del popolo).

Maggiori temi di discussione:

1. Rapporti tra l’Imperatore ed il Gabinetto: la versione provvisoria proposta dalle forze

alleate e poi in seguito confermata, prevedeva che l’Imperatore potesse agire solo

dietro il consenso del Gabinetto. Tale puntualizzazione non fu compresa dai

giapponesi i quali ritenevano che l’Imperatore avesse sempre agito dietro tale

consenso.

2. Rapporti tra l’Imperatore ed il popolo giapponese, soprattutto in relazione alla

parola giapponese che nel contesto della Costituzione, doveva rappresentare l’idea

di popolo:

a. La Costituzione Meiji si riferiva al popoll con la parola Shinmin, implicante un

significato di popolo teso a servire chi è preposto al governo della nazione.

b. Nei progetti della Costituzione del 1946, vennero in seguito proposti altri

termini e la scelta finale cadde sulla parola Kokumin portatrice di un

significato più neutro rispetto al precedente termine(Koku nazione; Min:

popolo).

3. Termine “sovranità”: in relazione a tale concetto, la sovranità si fondava

esclusivamente nel popolo. Una soluzione intermedia si affermò nel riconoscere, di

fatto, anche il sovrano, come un kokumin, quale punto di riferimento spirituale

dell’intero popolo giapponese. 32

b) IL PACIFISMO COSTITUZIONALE (art.9 Costituzione 1946)

La disposizione su citata enuncia il venir meno della guerra quale diritto sovrano della

nazione e la rinuncia all’utilizzo della forza quale mezzo per comporre le dispute

internazionali.

Mezzi per garantire il rispetto dei predetti precetti:

Abolizione delle forze armate;

- Mancato riconoscimento del diritto di belligeranza.

-

L’art.9 non è mai stato emendato, infatti particolari problemi interpretativi sono stati

sollevati a seguito della stipula del Trattato di Pace, concluso nel 1951 tra Giappone e

USA (che ha consentito lo stazionamento di truppe americane in Giappone) ed in

conseguenza della costituzione delle Forze di autodifesa giapponesi, prevista nel 1954 (di

recente la partecipazione del Giappone in Iraq).

Non è citata nessuna disposizione concernente:

• l’attribuzione di poteri in caso di guerra;

• il comando delle forze armate giapponesi,

è presente nella Costituzione.

Non pochi dubbi interpretativi ha sollevato inoltre, il “diritto di vivere in pace”; al riguardo

sono state date 2 interpretazioni:

1. non si nega il diritto all’autodifesa, ma piuttosto la considerazione che questo diritto

non giustifichi comunque il mantenimento di armamenti finalizzati ad uso bellico.

2. La rinuncia alla guerra non poteva esser estesa alle azioni di autodifesa del proprio

territorio da ingiustificati attacchi ed invasioni.

Tale interpretazione, si fondava sul principio fondamentale della Costituzione

concernente la protezione del territorio dello Stato e la conseguente legittimità

dell’azione di prevenzione di ogni violazione della sovranità nazionale.

c) LIBERTA’ CONFESSIONALE E SEPARAZIONE TRA STATO E RELIGIONE (art.20

Costituzione 1946)

Tra le principali tradizioni religiose che hanno influenzato il Giappone:

Lo Shintoismo, religione negativa;

Il Confucianesimo;

Il Buddismo,

importati dalla Cina.

Di queste, lo Shintoismo ed il Buddismo hanno convissuto senza particolari conflitti e non

risulta che il secondo, una volta introdotto in Giappone ed essendo diventato il riferimento

religioso dell’aristocrazia, abbia effettuato un tentativo di ridurre od eliminare la sfera di

influenza dello Shintoismo o abbia minato il ruolo di figura carismatica religiosa ricoperta

33

dall’Imperatore. Anzi, si ravvisò, nel corso dei secoli, uno scambio di rituali e pratiche tra le

due tradizioni religiose.

Al momento della restaurazione Meiji, si attribuisce all’Imperatore un’autorità religiosa,

accanto al potere di natura politica.

L’Imperatore fece riferimento allo Shintoismo quale religione nazionale e diede vita ad un

tentativo di purificazione di questa dalle influenze del Buddismo nella vita di corte (le

statue e le immagini buddiste furono rimosse dagli ambienti di corte; ogni relazione con i

monasteri buddisti furono proibite).

In seguito il governo giapponese effettuò un tentativo di interferenza nella sfera religiosa

pubblica, estendendo l’applicazione di tali regole nell’ambito della generalità dei

consociati, ma senza che lo Shintoismo riuscisse a divenire una religione ufficiale.

La concessione della libertà religiosa non pose particolari problemi ai giuristi giapponesi,

convinti che l’ambito religioso concernesse la sfera interna di ogni individuo e non

interagisse con le questioni di governo.

Per il termine sacro venne scelta la parola shinsei, che richiama l’idea del ruolo

purificatore dell’Imperatore durante le cerimonie.

Le forze alleate guardavano con profondo sospetto ai riti shintoisti ed alla figura

dell’Imperatore. Per rimediare, emanarono una serie di provvedimenti proibendo la

promozione e la diffusione della religione scintoista sia a livello nazionale che a livello

locale:

Ne fu proibito il finanziamento con i fondi pubblici;

Divieto di divulgazione delle dottrine shintoiste;

L’imposizione della revisione dei libri di testo, eliminando ogni riferimento alla

religione di stato.

LE FORZE ALLEATE

Le forze alleate intendevano eliminare il concetto di “religione di Stato”.

Dietro l’insistenza delle forze alleate, l’Imperatore fu in seguito indotto, il 1° gennaio 1946,

a rinunciare al proprio status divino.

Probabilmente le forze alleate non compresero, anche in tale occasione, che il tema della

libertà religiosa non ha mai rappresentato in Giappone una questione fondamentale. Così

non interpretarono la rinuncia alla figura divina come un evento tale da garantire l’effettiva

separazione tra stato e religione, ma ritennero di dover imporre ulteriori vincoli, poi

formalizzati nelle disposizioni costituzionali, relativi al divieto per lo Stato di intraprendere

attività di natura religiosa e concernenti i vari impedimenti al finanziamento delle strutture

religiose.

Di particolare complessità, inoltre, risultava la disposizione secondo la quale gli istituti

scolastici non potevano più prevedere l’educazione religiosa. Un simile divieto per i

giapponesi era fonte di rilevanti problemi interpretativi.

La religione si intersecava con l’insegnamento dei principi morali e spirituali.

Interpretazione della Dieta (parlamento): è vietato l’insegnamento di una sola religione;

è consentito l’insegnamento delle diverse dottrine morali. 34

CONCLUSIONE: una separazione tra stato e religione è impossibile; le disposizioni

costituzionali non debbono essere interpretate nel senso del divieto di ogni relazione tra

Stato e religione. 35

CAPITOLO 6°

LA PRIMA MODERNIZZAZIONE IN CINA

LE RIFORME MANCATE E IL DECLINO DELL’IMPERO

La Cina conservò un sistema di monarchia assoluta sino all’inizio del XX secolo, quando la

transizione verso riforme di tipo costituzionale apparve come l’unica via utile a conservare

il potere in capo alla dinastia Qing, il cui prestigio era stato minato da una serie di EVENTI:

• La disfatta nella guerra con il Giappone (1894/1895), che costò all’Impero la perdita

dei suoi antichi diritti in Corea e la cessione di Taiwan e delle isole Penghu;

• L’affitto imposto di porzioni di territorio da parte delle potenze occidentali;

• Il colpo di stato sostenuto dall’Imperatrice madre Ci Xi;

• La rivolta dei Boxer sostenuta dagli ambienti di corte, stroncata da un corpo di

spedizione occidentale inviato a Pechino, e conclusasi con un ulteriore Trattato

punitivo, che impose altri aggravi territoriali nel nord della Cina a vantaggio delle

potenze occidentali, inclusa l’Italia.

È nel contesto di tali eventi che vanno intesi i tentativi di riforma fra il 1895 e il 1915.

2 FATTORI PRINCIPALI:

1. L’ascesa di un movimento rivoluzionario repubblicano;

2. L’attrazione, che caratterizzava anche il Giappone e la Russia, verso forme di

governo ispirate al costituzionalismo democratico.

Il desiderio di una riforma costituzionale stava minando la secolare dinastia Qing.

Applicando una pratica già in uso, come si è visto in Giappone, nel luglio 1905, 5 alti

funzionari furono inviati in missione, al fine di riportare informazioni sulle principali forme di

governo, prettamente occidentali.

Il rapporto, che ad 1 anno di distanza, concluse la missione, segnalava l’urgenza di

adottare, sulla base dell’esperienza di Regno Unito, Francia, Belgio, Germania, Italia,

Austria, Giappone e Stati Uniti, una forma di monarchia costituzionale, che appariva

l’unica via utile per prevenire una dissoluzione rivoluzionaria dell’Impero.

Data la somiglianza con la Cina, per quanto concerne le condizioni sociali, politiche ed

economiche, veniva raccomandato di imitare la costruzione costituzionale giapponese,

mantenendo in capo alla Corona il potere supremo, ma assegnando alla competenza di

un’Assemblea nazionale le questioni relative al governo del Paese.

Sulla base del rapporto, il 1° settembre 1906 la Co rte imperiale promulgava un editto sulla

preparazione di una costituzione basata sull’osservazione dei maggiori modelli stranieri, in

particolare, il modello giapponese: la somiglianza fra i 2 Imperi riguardo alla storia, ai tratti

36

culturali, inclusa la lingua scritta, indusse la traduzione di una imponente porzione del

corpus normativo vigente in Giappone, ad opera di esperti inviati a svolgere studi.

In quel medesimo periodo il sistema dei concorsi imperiali fu abolito, e l’accesso alle

carriere giudiziarie venne regolato nel 1907 da un’ordinanza che poneva quale requisito il

possesso di un diploma che attestasse la formazione in materie giuridiche o in scienze

politiche.

Nei mesi successivi, l’editto imperiale del 1906 fu accompagnato da una serie di importanti

DOCUMENTI, predisposti dall’Ufficio di Ricerca Costituzionale; ne elenco alcuni:

I Principi costituzionali;

I Lineamenti di legge elettorale;

I Lineamenti di procedura parlamentare.

In particolare, per quanto riguarda i Principi costituzionali, è da notare che dei 23 articoli

che ne componevano il testo, ben 17 erano modellati sul testo della Costituzione

giapponese del 1889.

Si denuncia la debole volontà di porre mano ad una reale riforma costituzionale, in quanto

si continua ad assegnare al sovrano il controllo sui 3 poteri e riconoscere al Parlamento un

ruolo semplicemente consultivo.

L’Ufficio di Ricerca Costituzionale, propone di attuare la riforma entro 9 anni, a partire dal

1908.

I Principi del 1908 sortirono l’effetto di bloccare il processo di riforma, sia a livello

nazionale sia provinciale.

MECCANISMO DI FORMAZIONE DELLE ASSEMBLEE PROVINCIALI (disegnato dalla

riforma):

quest’ultima aveva riconosciuto l’elettorato attivo a meno di 2 milioni di sudditi nell’intero

territorio dell’Impero, mentre i requisiti per accedere all’elettorato passivo apparivano

talmente rigidi da mantenere fra gli eletti alle assemblee provinciali una percentuale del

90% dell’élite in possesso dei tradizionali diplomi confuciani.

Nel breve arco di tempo fra l’avvio della riforma istituzionale e il collasso del potere

imperiale, l’incoerenza e la contraddittorietà del progetto di riforma ebbe modo di

manifestarsi sia a livello locale, sia a livello centrale (ex. la composizione dell’Assemblea,

riunitasi per la prima volta a Pechino nell’ottobre del 1910, rese immediatamente evidente

che la Corona non intendeva riconoscere a tale organismo altri poteri se non quelli di una

camera consultiva)

Tutto ciò comportò la dichiarazione di secessione di intere province: entro il dicembre

1911, tutte le province del centro e del sud dell’Impero si proclamarono indipendenti,

adottando la forma di governo repubblicana.

La risposta della Corona fu ancora una volta inadeguata: sul piano istituzionale venne

rapidamente adottata una breve Carta costituzionale (i cosiddetti 19 articoli), che

impegnava all’adozione di una Costituzione, che sarebbe stata scritta da un’assemblea

37

eletta, e non più octroyée, e avrebbe disegnato la forma parlamentare di governo e limitato

i poteri imperiali.

Il giovanissimo sovrano Pu Yi, succeduto alla imperatrice madre Ci Xi, ed il reggente,

pronunciarono un giuramento di fedeltà al testo costituzionale appena promulgato.

Il Capo del Governo imperiale, eletto sulla base della nuova Carta costituzionale, il

militante Shikai, si pronunciò in favore della forma repubblicana: nel febbraio del 1912 Pu

Yi abdicava, ponendo termine a 260 anni di controllo Manciù sull’Impero celeste.

Con la nomina di Shikai a Presidente iniziava un periodo di semianarchia:

1. Partito Nazionalista;

2. Effimera riunificazione nominale del Paese (1926/1928).

In quel quindicennio, la fragile repubblica cinese conobbe:

A. Il tentativo di Shikai di restaurare la forma di governo monarchica;

B. L’ingresso nel conflitto mondiale a fianco delle potenze dell’Intesa;

C. La creazione di un governo autonomo a Canton, volto ad una politica riformatrice e

progressista, che peraltro non fu riconosciuto dalle grandi potenze;

D. La diffusione di sentimenti rivoluzionari a seguito della decisione, assunta dai

firmatari del Trattato di Versailles, di assegnare al Giappone i territori già controllati

dalla Germania in Cina, che culminò con la creazione, nel 1921, del Partito

Comunista Cinese (PCC).

Il caos istituzionale che seguì alla morte di Shikai, con la creazione di governi militari

separati in varie province, indusse anche l’adozione di testi costituzionali a livello

provinciale. A ciò rispose il debole governo centrale promulgando una nuova carta

costituzionale, la Costituzione della Repubblica di Cina del 1923, anche detta la

Costituzione Truffa, in quanto la sua approvazione da parte del Parlamento fu favorita da

un’estesa corruzione dei deputati (la carta del 1923 non fu mai attuata per le sue soluzioni

di tipo federale).

Con la fine della fase di anarchia e la ripresa del controllo sul territorio da parte del

governo nazionalista, un nuovo testo costituzionale venne redatto dal governo del 1927,

ovvero la Legge Organica: tale testo rappresentò la prima traccia per la successiva

Costituzione provvisoria del 1931, ed in particolare, raccolse l’esperienza sovietica di

monopartitismo, riconoscendo un ruolo privilegiato al partito nazionalista.

Sia la legge organica, sia la successiva carta del 1931, riconoscevano il principio della

tutela provvisoria del popolo ad opera del partito, in attesa che si verificassero le

condizioni per una restituzione al popolo della funzione di scegliere un governo

costituzionale. 38

LE CODIFICAZIONI DEGLI ANNI ’30 NELLA CINA REPUBBLICANA

Riforma legislativa del periodo compreso tra i 2 conflitti mondiali.

Nel periodo compreso fra il 1928 e l’invasione giapponese del 1937, detto “decennio di

Nanjing”, in quanto il Governo del partito nazionalista decise di insediare Nanjing come

nuova capitale, la Cina fu segnata da fortissime tensioni fra la componente sociale urbana

e quella contadina.

L’attenzione sarà ora concentrata sulla riforma generale dell’ordinamento civile,

processuale e penale, riforma attuata sì in epoca repubblicana, ma iniziata ancora in

epoca imperiale, sulla spinta di quella consapevolezza di inadeguatezza del diritto

tradizionale a reggere il confronto con le codificazioni occidentali.

Si trattò altresì, di un processo influenzato dalla pressione politica delle grandi potenze

occidentali, che a più riprese utilizzarono il sistema delle “capitolazioni” per influenzare la

modernizzazione del diritto cinese.

CAPITOLAZIONI: sistema introdotto in Cina in seguito alla guerra dell’oppio (1839/1842);

comportava che i cittadini delle Potenze occidentali vincitrici fossero giudicati dai propri

consoli (poi dai tribunali misti) e in base al proprio diritto. Ragioni:

Inidoneità del diritto cinese ad essere applicato alle controversie commerciali;

- Inaffidabilità del suo sistema giudiziario.

-

Già nel 1902 Shen Jiaben, intellettuale progressista, conoscitore della cultura occidentale,

assunse una nomina governativa finalizzata alla riforma della codificazione, e diresse i

lavori di una commissione, composta da giuristi cinesi e da consulenti giapponesi,

finalizzata a modernizzare il diritto vigente.

In una 1° fase la Commissione pose mano alla revisi one delle leggi in vigore: il codice

dinastico fu corretto in relazione alle disposizioni più crudeli.

I mutamenti introdotti dalla revisione del codice Qing, terminarono nel 1910.

I lavori della Commissione condussero anche al codice di procedura civile e penale, il

codice di commercio e il codice civile. Nessuno di quei progetti superò lo stadio

preliminare: la codificazione processuale fu infatti arrestata dall’opposizione dei

conservatori, mentre il codice civile fu pubblicato quale bozza nel 1911.

In modo del tutto analogo al progetto di codice civile elaborato nella Russia imperiale agli

inizi del secolo, ultimato nel 1905 e poi obliterato dagli eventi politici e bellici successivi,

anche il progetto di codice civile cinese era destinato all’accantonamento, ma non all’oblio.

Gli eventi del 1911/1912 arrestarono i progetti.

La nuova fase di modernizzazione aperta dal’abdicazione di Pu Yi si apriva, con i

governi di Sun Zhongshan e di Yuan Shikai, la prima fase di codificazione dell’età

repubblicana, una fase destinata a coprire il quindicennio 1915/1927. 39

Il codice di procedura civile veniva promulgato nel 1922 e posto in vigore in quelle che

erano definite le 3province dell’Est (Manciuria).

Il Partito Nazionalista cinese, partito unico al governo dal 1927 al 1949, fu il protagonista

della riunificazione della Cina nel 1926/1927.

Il cammino tracciato da Sun Zhongshan (morto nel 1926) per condurre la Cina

repubblicana verso una forma di governo costituzionale, si fondava sui cosiddetti “3

Principi del Popolo”. Si affiancavano a questi ultimi le “3 Politiche fondamentali”:

1. Alleanza con la Russia;

2. Alleanza con il Partito Comunista;

3. Sostegno ai contadini e agli operai.

Riprendiamo i 3 Principi del Popolo:

1. Definito del benessere del popolo: affermava la necessità di ricostruire l’economia

del Paese riconoscendo limiti di interesse pubblico all’esercizio della proprietà

privata;

2. Che in Occidente si è tradotto con “nazionalismo”: riprendeva elementi del

confucianesimo al fine di risvegliare la coscienza nazionale sia del popolo che della

classe dirigente;

3. Potere del popolo o principio di democrazia: Sun Zhongshan rielaborò la teoria

della partizione dei poteri, affiancando ai 3 poteri tradizionali, proposti da

Montesqieu, il:

a. Potere di controllo;

b. Potere degli esami, affidato ad una commissione, nominata dal Parlamento,

dedicata a vagliare l’accesso alla Pubblica Amministrazione.

Tutto ciò, doveva condurre ad una forma di governo semi-presidenziale.

Nel 1928, vengono presentati i 6 CODICI (liu fa) del Partito Nazionalista:

1. La Legge Costituzionale (xianfa), redatta in una prima versione provvisoria nel 1931

e ancora nel 1936 e nel 1946, poi entrata in vigore quale testo completo nel 1947;

2. Il codice civile (minfa) tra il 1929 e il 1931;

3. Il codice penale (xingfa) tra il 1928 e il 1935;

4. Il codice processuale civile tra il 1929 e il 1930;

5. Il codice processuale penale nel 1935;

6. La legge sull’organizzazione giudiziaria del 1932.

Particolare influenza fu esercitata dal diritto tedesco e giapponese, se pur redatto anche

con l’assistenza di giuristi francesi, e nonostante l’inclusione della materia commerciale

entro la disciplina civilistica generale.

In particolare per quanto concerne il “testo delle nuove leggi” nel caso del CODICE

CIVILE:

i membri della commissione di codificazione si limitavano a formalizzare i punti principali

della regolazione, sotto forma di questioni giuridiche preliminari, che venivano poi

sottoposte al consiglio politico centrale del Partito per ulteriore specificazione da parte dei

membri del comitato giuridico del Consiglio ed infine al comitato esecutivo centrale del

40

Partito, per approvazione. L’ultimo passaggio prevedeva la presentazione del progetto di

legge al governo e agli organi statali investiti del potere di promulgare le leggi.

L’imponente lavoro di traduzione di testi giuridici dal giapponese al cinese, realizzato nei

primi 3 decenni del secolo, diede un notevole impulso allo sviluppo del moderno

linguaggio giuridico.

È da ricordare la traduzione completa dei 6 codici giapponesi e la creazione di un gran

numero di dizionari giuridici nel periodo precedente la 2° guerra mondiale.

Per quanto riguarda il codice civile, è da notare che sia la materia del diritto matrimoniale e

delle successioni, si, in modo ancora più marcato del diritto patrimoniale, hanno dato

forma ad una massa di norme estranee alla tradizione giuridica nazionale.

Il sistema introdotto con il codice civile nazionalista non penetrò nella vita della

maggioranza contadina della popolazione, né penetrò nelle aule giudiziarie, ma fece solo

in tempo ad essere insegnato nelle Università e a formare una nuova generazione di

giuristi che avrebbero dovuto attuarlo.

Questi codici sono rimasti in vigore fino al 1949 in tutta la Cina e, dopo d’allora, a Taiwan.

Alcuni dei principi occidentali, introdotti in Cina per la prima volta, non sono più stati

rimessi in discussione.

LINGUA DEL CODICE: difficoltà nella comprensione per il lessico utilizzato.

Nel 1928, il governo nazionalista, assegna al Consiglio della Giustizia il potere di unificare,

sentito il parere del Presidente della Corte Suprema, l’interpretazione delle disposizioni

legali e regolamentari e di modificare le decisioni giudiziarie, al fine di garantire una

uniforme interpretazione del diritto. Viene lasciato ampio spazio agli interpreti di vertice per

la presenza di ampie clausole generali nel 1° libro del codice:

Presenza di clausole generali capaci di dar ingresso, nella soluzione delle dispute,

alle regole consuetudinarie;

Pluridecennale lavoro di adattamento del nuovi principi al diritto applicato (ovvero

diritto cinese tradizionale) svolto dalla giurisprudenza di vertice.

MATERIA PENALE:

il codice del 1912 seguì un nuovo testo nel 1928, a modello tedesco e giapponese. Una

successiva versione, del 1935, denunciava la dipendenza da alcune teorie della dottrina

penalistica tedesca e italiana dell’epoca, quali il ricorso alla nozione di pericolosità sociale

e l’utilizzazione delle misure di sicurezza.

ORDINAMENTO GIUDIZIARIO:

già riformato in seguito alla caduta dell’Impero; la Legge costituzionale provvisoria del

1932 seguiva i modelli tedesco e giapponese. Le corti ordinarie venivano strutturate su 3

livelli, al cui vertice era posta una Corte Suprema. 41

Anteriormente alla riforma del 1932, era comune la presenza dei “briganti della

procedura” che, come già in epoca imperiale, offrivano assistenza alle parti o ad imputati,

seppur privi di formazione giuridica.

La legge affermò il requisito di competenze giuridiche specifiche dei magistrati e pose

le basi per la regolazione dell’ordine professionale degli avvocati (in precedenza, dilagava

la scarsa preparazione dei giovani avvocati che intraprendevano la carriera forense). 42

CAPITOLO 7°

MAOISMO E DIRITTO

PREMESSA: L’ALTERNATIVA COMUNISTA

Il momento di cesura fra il diritto della Cina repubblicana e il diritto della Cina

popolare, si pone con la fondazione della Repubblica Popolare (1° ottobre 1949 ).

Per quasi un ventennio, a partire dalla creazione, nel 1931, nella provincia del Jiangxi,

della Repubblica Sovietica cinese, su alcune parti del territorio (in particolare nel sud e

nell’ovest), si realizzò in modo non stabile un controllo politico di amministrazioni di tipo

comunista (le “basi rosse”).

In modo del tutto diverso rispetto all’esperienza della Russia sovietica, in Cina il

comunismo militante assunse il potere attraverso una lenta conquista delle campagne (in

Russia, invece, la rivoluzione mirava, dapprima, alla conquista delle città principali).

Ciò favorì la diffusione di un sistema informale di giustizia:

1. Ideali comunisti;

2. Discrezionalità politica.

Venticinquennio di diritto maoista.

Costante tensione fra partito comunista e partito nazionalista (Guomindang).

Fonti normative di riferimento della prima esperienza sovietica cinese:

Effimera Costituzione della Repubblica sovietica cinese (1931): questo breve testo

o di 17 articoli formalizzò, a imitazione del modello costituzionale russo-sovietico

(carta del 1918), il principio della dittatura democratica di operai e contadini,

individuando quale organo detentore della sovranità popolare il Congresso pan-

cinese dei soviet dei:

Lavoratori;

o Contadini;

o Soldati.

o

I principi della dittatura del proletariato dovevano trovare attuazione tramite il

ricorso:

All’educazione delle masse da parte di esponenti del partito;

o Alla requisizione di terre;

o Alla repressione dei nemici politici.

o

PERIODO YAN’AN 43

Ebbe inizio la cosiddetta “lunga marcia”: i fuoriusciti dalla provincia dello Jangxi, su

pressione delle truppe nazionaliste, intrapresero una ritirata che li condusse sino al nord-

ovest del Paese.

In accordo con il governo di Mosca, si realizzò una parziale cooperazione politica fra

comunisti e nazionalisti, al fine di contrastare l’invasione giapponese del 1937. In quel

periodo le nuove porzioni di territorio controllate dal partito comunista tornarono, almeno

formalmente, sotto la giurisdizione del governo nazionalista, e la legislazione

recentemente adottata, compresi il codice civile e le leggi commerciali, ebbero parziale

applicazione in tutto il territorio libero dall’occupazione giapponese.

La cooperazione sopra accennata, sfociò successivamente in una forte tensione dovuta

dal contrasto:

Fra legalità e discrezionalità politica;

Fra formazione di una classe di giuristi tecnici e lettura strumentale della giustizia

quale come veicolo di diffusione di principi rivoluzionari.

Gli anni fra il 1946 e la proclamazione della Repubblica popolare videro la ripresa e la

progressiva estensione nel Paese, degli istituti del governo comunista e delle pratiche di

organizzazione della giustizia fondate sull’indottrinamento delle masse e la propaganda

della legalità rivoluzionaria.

LA DISCONTINUITA’ CON L’ORDINAMENTO NAZIONALISTA

Ottenuto il controllo pressoché completo del territorio, con l’eccezione di Taiwan e di

alcune isole minori, i dirigenti del PCC dovevano porsi, in modo analogo a quanto stava

capitando nell’Europa centro-orientale; tutto ciò comportò il problema della continuità fra

vecchio diritto e nuovo ordine rivoluzionario.

La fase rivoluzionaria traeva dall’ideologia marx - leninista l’idea secondo la quale:

Il diritto è una espressione della volontà della classe dominante;

Il diritto rappresenta uno strumento di difesa degli interessi della classe al potere.

Vediamo lo specifico la situazione RUSSA:

Netta ostilità nei confronti del vecchio diritto pre - rivoluzionario, destinato a perdere

vigenza in seguito al passaggio al nuovo ordine sovietico;

Elaborazione, a livello teorico, dell’idea del “deperimento” del diritto, destinato, in

vista dell’avvento della società comunista, a perdere la sua natura coercitiva,

lasciando il passo ad un diffuso ricorso a regole di coesistenza sociale.

Soltanto il 1°momento trovò concreta realizzazione. Il 2° momento fu respinto in seguito

all’ascesa di Stalin al potere ed al rafforzamento dello Stato e del diritto. 44

Sulla base di tale dottrina, nel caso cinese, l’ostilità dell’ideologia rivoluzionaria doveva

indirizzarsi su quei testi legislativi, denominati “6 codici del Guomindang”.

La scelta di invalidare il vecchio diritto contenuto nei codici del Partito Nazionalista fu

dapprima compiuta in sede partitica, tramite una risoluzione del Comitato Centrale del

PCC del febbraio 1949, anteriore alla dichiarazione di fondazione della Repubblica

Popolare (ottobre del medesimo anno).

Non una abrogazione formale dell’intero ordinamento (così come realizzato nella Russia

rivoluzionaria del 1917), ma una disattivazione controllata dal partito realizzata da corti

ispirate dalla legalità rivoluzionaria.

La prima carta costituzionale del 1954, fondava la Repubblica Popolare cinese come

Stato di democrazia popolare, dichiarando lo smantellamento dell’intero sistema

giuridico del Guomindang.

L’EDIFICAZIONE DEL NUOVO DIRITTO: LA TENSIONE FRA FORMALISMO ED

ANTIFORMALISMO

Analizziamo le diverse QUESTIONI.

1. Un primo ambito di dibattito riguardò la scelta fra:

a. Un astratto modello ideologico leniniano di deperimento del diritto;

b. Esigenza di utilizzare il diritto al fine di edificare le strutture del nuovo ordine

sociale.

Si preferì la 2° scelta.

2. Vi era poi un’ulteriore, più complessa, scelta da effettuare, fra una concezione:

a. “Formale” del diritto, inteso come serie di precetti adottati da organi del

potere statale e sanzionati dal sistema delle corti;

b. Ed una concezione “informale”, seguendo la quale la norma è espressione

della volontà politica e può pertanto essere prodotta ed amministrata dal

partito.

La complessità risiedeva nella presenza di modelli antagonisti, entrambi di non

facile inclusione nel nuovo contesto rivoluzionario:

• Il modello informale confuciano;

• Il modello formale rappresentato dal recente tentativo di modernizzazione

operato dal governo nazionalista attraverso una estesa opera di

legiferazione.

Il nuovo potere non scelse, o meglio adottò in modo parziale una via: la formalizzazione di

nuove istituzioni. 45

CRONOLOGIA:

1949/1954: fase di legalità rivoluzionaria, caratterizzata dall’uso politico del

diritto, e dalla discrezionale applicazione di comandi giuridici e risoluzioni politiche

da parte di organismi giudiziari controllati dal partito, al fine di espropriare la classe

antagonista dei proprietari terrieri e dei borghesi, e di consolidare il potere.

1954/1957: fase di ricerca di una stabilizzazione delle fonti, aperta dalla

promulgazione della prima Costituzione della Repubblica popolare; è conclusa

dall’effimera esperienza dei “100 fiori”: l’espressione indica il movimento che

mirava, secondo un’espressione di Mao Zedong, a lasciare che “100 fiori sboccino”

nel campo della cultura e a permettere che “100 scuole di pensiero si confrontino”

nel campo scientifico.

1958/1965: fase di crisi economica dovuta agli insuccessi del “grande balzo” e di

isolamento politico.

Grande balzo in avanti (breve cenno): applicato negli anni del governo comunista

di Yan’an, caratterizzato dalla fiducia nella capacità del Partito di mobilitare

l’entusiasmo rivoluzionario delle masse per sviluppare la crescita economica.

1966/1976: fase della grande rivoluzione culturale in cui l’azione rivoluzionaria

delle masse viene indirizzata dal vertice del partito contro le strutture burocratiche e

amministrative dello stato; termina solamente con la morte di Mao avvenuta nel

1976.

3. Vi è poi un ulteriore elemento di tensione: si tratta della incerta opzione fra

centralismo e decentramento.

Già nel documento costituzionale denominato “Programma Comune” del 1949

era infatti reso palese un tentativo di decentramento amministrativo fra i vari livelli:

Nazionale;

Provinciale;

Locale,

cercando di riconoscere poteri di produzione delle norme a favore di governi locali.

A reggere l’intero sistema di decentramento gestionale, interveniva la struttura

centralizzata del partito, informata al principio del “centralismo democratico” di

derivazione leniniana.

L’instabilità politica riguardo alla questione appare con tutta evidenza se si

confronta il testo del 1949 con la carta costituzionale adottata nel 1954: in

quest’ultima, infatti, risulta chiaro come, seguendo il modello contenuto nella

costituzione staliniana del 1936, solamente l’Assemblea nazionale detenesse il

potere, in pratica esercitato tramite una sua commissione permanente, di emanare

le leggi e i decreti.

A livello provinciale e locale tale potere veniva invece ristretto, con la sola

eccezione dei territori governati da minoranze etniche di rilievo costituzionale.

I nuovi dirigenti della Cina popolare seguirono il principio formale per il quale tutto il potere

legislativo appartiene all’Assemblea nazionale, così riconoscendo la necessità di una

formazione sub-legale, locale, ma anche di derivazione partitica. 46

SCHEMA SINTETICO DELLA SITUAZIONE:

1. Diritto inteso come insieme di regole formalizzate di produzione statale;

2. Struttura gerarchica della società cinese;

3. Controllo del territorio;

4. Complessa gestione dell’economia collettivizzata.

Tutto ciò ha richiesto la produzione di un insieme complesso di norme. Tale produzione è

stata, nel corso dei primi 3 decenni di storia della Cina popolare, affidata principalmente

all’apparato burocratico - amministrativo. Ciò ha avuto un importante effetto sulla natura

del sistema giuridico cinese, che è rimasto sino ad oggi caratterizzato, sul piano

sostanziale, dall’assenza di sistema e dalla prevalenza di normativa sub-legale e, sul

piano procedurale, dalla preferenza per l’aggiudicazione amministrativa (piuttosto che

giudiziaria) delle dispute.

MAOISMO E DIRITTO COSTITUZIONALE: L’ORGANIZZAZIONE DELLO STATO

Totale riorganizzazione dello Stato e dell’economia intrapresa dal partito comunista

a partire dal 1949.

Influenza del modello sovietico: fu tramite tale modello che si stabilì la prassi di

produzione di “direttive di amministrazione” (ovvero direttive sub-legali), emanate a tutti i

livelli dell’amministrazione pubblica, sia centrale che periferica.

Tale stile della normazione, che ottenne espresso riconoscimento da Mao nel 1956, segnò

una divisione, all’interno della categoria di diritto formale, fra:

Le fonti sub-legali, destinate a disporre sui dettagli della regolazione;

Le fonti di natura legislativa, necessariamente confinate entro il ruolo di deposito di

principi generali.

Si può concludere che con l’inizio dell’epoca maoista, si nota una transizione dalla

Nuova Democrazia al Socialismo.

Venne adottato un ristretto numero di leggi:

Sul matrimonio;

Riforma agraria;

Sui sindacati;

Sulla punizione dei crimini contro-rivoluzionari;

Sulla punizione della corruzione.

In altri settori, ad esempio quello dell’organizzazione della giustizia, attraverso una

sostituzione del personale giudiziario, si favorisce una rapida identificazione con il sistema

giuridico di tipo sovietico:

Retroattività della norma penale;

- Analogia in materia penale;

- 47


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Sistemi giuridici comparati per l'esame della professoressa Ajani sul diritto cinese, con analisi dei seguenti argomenti: la lingua del diritto in Cina, il diritto della Cina imperiale, il diritto nel Tibet buddista tradizionale, le riforme e le resistenze (il caso del Giappone), la prima modernizzazione in Cina, il maoismo, i sistemi separati.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in giurisprudenza
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria0186 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sistemi giuridici comparati e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Ajani Gianmaria.

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