Sistema politico italiano
Teorema dell'impossibilità generale
Il teorema dell'impossibilità di Arrow dice che non esiste una regola che consenta sempre di aggregare delle preferenze individuali in una funzione di benessere sociale (in una decisione collettiva) e che al contempo rispetti una serie di assiomi ritenuti generalmente desiderabili:
- Principio di Pareto: se tutti gli individui preferiscono x a y anche a livello sociale vale la stessa preferenza.
- Non dittatorialità: le preferenze sociali non devono necessariamente coincidere con quelle di un unico individuo.
- Indipendenza delle alternative irrilevanti: le preferenze sociali per una coppia di alternative dipendono dalle preferenze che gli individui esprimono esclusivamente su quella coppia.
- Dominio non ristretto: le preferenze sociali sono definite a partire da qualsiasi preferenza individuale.
- Universalità: deve essere in grado di stabilire le preferenze sociali tra tutte le alternative possibili.
D'Alimonte: “La democrazia oltre ad essere un sistema di valori è anche un metodo per prendere delle decisioni collettive. In democrazia per prendere delle decisioni collettive dobbiamo aggregare un insieme di preferenze individuali in una decisione (preferenza) collettiva. Ciò può essere fatto attraverso la formula della maggioranza rispettando alcuni principi come l'uguaglianza del voto e la libertà di scelta che ne garantiscono la legittimità (seppur non sempre). Tuttavia tale formula non sempre riesce nell'obiettivo di trasformare delle preferenze individuali in preferenze di gruppo e quindi permettere di prendere delle decisioni collettive. Questa conclusione è dovuta allo studio di un economista, premio Nobel, Kenneth Arrow, il quale ci spiega attraverso il suo teorema, conosciuto come “teorema dell'impossibilità generale”, pilastro della democrazia moderna, che la democrazia non funziona sempre. Inoltre ci spiega a quali condizioni la democrazia può funzionare.
Il paradosso del voto
Lo studio di Arrow, tuttavia, fa parte di un processo di sedimentazione di idee avviatosi precedentemente, infatti la prima idea su tale argomento la si deve a Luis Carol e dopo di lui, a Condorcet. Entrambi questi autori si erano accorti del fenomeno del “paradosso del voto”.
| Elettrice | Prima preferenza | Seconda preferenza | Terza preferenza |
|---|---|---|---|
| Maria | X | Y | Z |
| Elena | Z | Y | X |
| Giulia | Y | Z | X |
Tale fenomeno si può spiegare attraverso un giochino che si sviluppa prendendo tre individui (Maria, Elena, Giulia) che devono scegliere tre alternative (x, y, z). Ognuno di loro ha una scala di preferenze, ossia un ordine di preferenze delle tre alternative. Il metodo Condorcet consiste nel mettere in votazione ogni alternativa contro le altre attraverso una serie di ballottaggi, dunque non soffermandosi alla prima preferenza. Nel nostro esempio tra x ed y vince y. Tra y e z vince y. Quindi l'alternativa di Condorcet è realizzata, ossia attraverso dei ballottaggi esiste una preferenza che è la preferita dalla maggioranza, permettendo in questo modo alla democrazia di funzionare. Tuttavia, modificando le preferenze la maggioranza, pur attraverso una serie di ballottaggi, non si realizza. È questo il caso che Carol chiama “maggioranze cicliche” dove si realizza il “paradosso del voto”. In conclusione possiamo dire che, affinché la democrazia funzioni a tutti i costi, è indispensabile una qualche forma di consenso e omogeneità.
Teorema dell'elettore mediano
Un altro teorema fondamentale della democrazia si deve ad un altro economista, Black, ed è il “teorema dell'elettore mediano”. Questo teorema ci dice che: “se riusciamo a trasformare un insieme di alternative di scelta (scale di preferenza) in una serie di curve unimodali allora lo spazio della politica è unidimensionale, e ne scaturiscono due conseguenze: la prima conseguenza è che esiste sempre una alternativa di maggioranza (alternativa di Condorcet) e la seconda conseguenza è che questa alternativa è la scelta ottimale (prima preferenza) dell'elettore mediano.
Le curve unimodali sono curve che hanno una sola moda. La mediana è quel valore che divide una distribuzione di frequenze in due parti uguali. L'elettrice mediana è l'elettrice che sta in mezzo, ossia ha una preferenza ottimale che è il compromesso che consente alla democrazia di funzionare.
Lo spazio politico è lo spazio definito dalle dimensioni della scelta, ossia dalle linee di divisione della società (cleveages). La dimensione di scelta più importante delle democrazie occidentali è sinistra-destra. Ce ne sono anche altre di dimensioni come quella religiosa (politica confessionale vs politica laica) oppure territoriale (secessione vs centralizzazione).
Schumpeter elaborò l'idea che la democrazia fosse un processo attraverso il quale i cittadini, detentori della sovranità popolare, scelgono chi li governa attraverso una competizione tra élite. In politica c'è il centro ideologico inteso in senso di posizione equidistante tra destra e sinistra sull'asse sinistra destra. Ma il centro che conta in politica è il centro della distribuzione, ossia la mediana, che non necessariamente corrisponde al punto equidistante tra destra e sinistra, ossia il centro politico. Tale modello è molto simile al modello di concorrenza perfetta in economia.
Le ragioni della debolezza della democrazia italiana
Nella democrazia italiana ci sono delle debolezze strutturali che hanno origine nel passato. La democrazia italiana è diventata debole ed è crollata per la sua debolezza, ossia la responsabilità maggiore del fallimento del primo esperimento democratico del nostro paese (la democrazia liberale) è stata proprio la debolezza intrinseca di quella democrazia.
Le ragioni di tale debolezza sono da ritrovare nel concetto di spazio della politica. Le forze politiche presenti tra il 1890 e il 1922 erano i socialisti, i liberali e i popolari (cattolici). Pertanto il sistema era tripolare. Le dimensioni della politica in quel periodo erano la religione, ossia la frattura tra laicità dello stato e stato confessionale e l'ideologia, ossia la frattura tra destra e sinistra. Fin quando l'egemonia liberale ha tenuto, il problema di dare un governo al paese non si poneva ma, quando questa è venuta meno, a causa soprattutto dell'estensione del suffragio nel 1919 e delle ripercussioni avute dalla prima guerra mondiale si è posto il problema di come governare il paese.
Pertanto la democrazia liberale è crollata perché le tre forze politiche (socialisti, liberali e popolari) dell'epoca collocandosi sulle due dimensioni della politica del tempo (religione e ideologia) non hanno trovato un accordo. Ad esempio i cattolici e liberali avevano in comune posizioni moderate (limitata estensione dei diritti, limitata progressività delle imposte, riforma agraria) sul piano ideologico, ma sulla dimensione della religione i liberali erano laici e i cattolici confessionali. I liberali e i socialisti erano entrambi laici ma li divideva l'ideologia in particolare l'aspetto economico. I socialisti e i cattolici avevano in comune di essere entrambi delle forze antiliberali (anti establishment) ma c'era una grande differenza sul piano religioso.
In questo spazio di frammentazione, divisione e polarizzazione, il partito fascista era riuscito, in assenza di compromesso, ad ottenere il potere facendo crollare la democrazia. Questo evento ci conferma empiricamente la teoria dell'impossibilità generale secondo cui la democrazia non è sempre possibile.
Solo dopo la fine della seconda guerra mondiale l'esperimento democratico è ricominciato nel nostro paese. Le dimensioni della politica nel dopoguerra non sono cambiate, infatti siamo ancora di fronte alla dimensione ideologica ed alla dimensione religiosa con i partiti posizionati sulle stesse dimensioni. Tuttavia nell'offerta politica ci sono stati dei cambiamenti. Al posto del partito popolare c'è la DC, che ha un seguito elettorale molto più ampio essendo stato in grado di drenare molti voti dei liberali al sud. Al posto del partito socialista c'è il blocco social-comunista. A destra invece c'è il netto arretramento del partito liberale e la comparsa del Movimento Sociale Italiano (MSI) che si richiama all'esperienza del fascismo.
Ma l'elemento determinante e più importante rispetto al 1922 è la disponibilità delle forze politiche a trovare un compromesso, nonostante esse siano profondamente diverse su entrambe le dimensioni della competizione come avvenne nel 1922. Dunque possiamo affermare senza dubbio che sulla base di un sistema polarizzato si è riusciti a sviluppare un regime democratico grazie alla disponibilità al compromesso.
La nascita della prima repubblica
La repubblica italiana è nata dalla crisi del fascismo e dalla fine della guerra. Analizzando i rapporti di forza tra i partiti nel 1921 e nel 1946 si notano molte più somiglianze che differenze. Infatti in entrambi i casi abbiamo un sistema partitico polarizzato in cui nel 1921 l'assenza di accordo tra i partiti ha portato al fascismo, mentre nel 1946 la collaborazione ha portato alla nascita della Repubblica e soprattutto alla nascita della Costituzione.
Come detto, dal punto di vista politico e ideologico, la polarizzazione nelle due fasi era molto simile. Infatti era presente un polo rappresentato dalle forze social-comuniste, un polo cattolico rappresentato nel 21’ dal partito Popolare e nel 46’ dalla DC, e un terzo polo di stampo liberale che nel 21’ aveva una certa consistenza mentre nel 46’ è diventato marginale in quanto il partito liberale ha subito un netto arretramento ed il suo posto, soprattutto nella zona del mezzogiorno, è stato preso dalla DC.
Come detto, la grande differenza che, nel primo caso ha generato il fascismo, e nel secondo caso ha portato alla nascita della prima repubblica, è frutto del compromesso legato alla crisi che l'Italia aveva attraversato con la memoria del fascismo e con l'esperienza della guerra. Tale compromesso nasce dalla disponibilità delle élite a non sottolineare le differenze ideologiche e religiose drammatizzando lo scontro ma, piuttosto, a cercare di evidenziare maggiormente gli elementi di convergenza tra di essi, su tutti l'esperienza del fascismo. Da qui la nascita del compromesso antifascista.
Le prime elezioni nazionali si tengono il 2 giugno 1946 in cui contemporaneamente si vota sia per scegliere tra monarchia e repubblica, sia per eleggere i membri dell'assemblea costituente. Tra il 1946 e il 1948 accaddero una serie di eventi: il compromesso realizzato nel 1946 tra i due blocchi ha prodotto la repubblica ma soprattutto ha prodotto la costituzione liberal democratica di stampo progressista. Un esempio dello stampo progressista della costituzione è l'articolo 7: Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale." Quindi l'accettazione dei comunisti del concordato. Tuttavia, occorre sottolineare che tale compromesso è stato reso possibile anche dal rapporto di collaborazione in atto in quegli anni tra Stati Uniti e Unione Sovietica.
Ma, la rottura del compromesso antifascista, strettamente collegato alla fine della collaborazione tra USA e URSS, e lo scoppio della guerra fredda, fanno emergere la domanda di come si governa un paese democratico in un sistema polarizzato, che con la guerra fredda ha aumentato la propria polarizzazione.
Elezioni 1948
Le elezioni del 48’, infatti, hanno avuto proprio l'ideologia come arma principale di competizione, a differenza del 46’ dove l'ideologia era stata accantonata e neutralizzata. E fu proprio tale elemento, ossia l'anticomunismo, che si rivelò determinante per costruire una maggioranza di coalizione di centro, in particolare grazie al 48,5% della democrazia democristiana. Nasce quindi il centrismo come formula di governo del paese. Nel 48’ alla Camera dei Deputati, la Democrazia Cristiana aveva ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi e avrebbe quindi potuto governare da sola, ma De Gasperi decide di non governare da solo per tre motivi:
- Il primo motivo è perché si rese conto che lo straordinario successo del 48’ poteva essere un successo contingente legato alla drammatizzazione della campagna elettorale che aveva permesso al suo partito di drenare voti a destra dai liberali e dal movimento sociale italiano e dunque che quei voti, una volta che la paura del comunismo fosse diminuita sarebbero tornati a casa e la casa non era la Democrazia Cristiana. Pertanto De Gasperi riteneva più conveniente stabilire buoni rapporti con i partiti satellite (liberali, repubblicani, socialdemocratici).
- Il secondo motivo è che De Gasperi era un cattolico ma non un cattolico confessionale, ossia credeva nella Democrazia Cristiana come partito dei cattolici ma non credeva che essa dovesse farsi portavoce di un programma cattolico come programma di governo, e quindi riteneva che il rapporto con i satelliti partiti laici fosse importante in quanto fattore di contrappeso all'invadenza del papato. Infatti la coalizione tra cattolici e laici era per De Gasperi una garanzia di laicità dello stato.
- Il terzo motivo era il fatto che De Gasperi aveva bisogno di una maggioranza più ampia per poter attuare la riforma agraria sapendo delle grandi difficoltà che avrebbe incontrato.
La collaborazione tra PCI e DC nelle commissioni
Un aspetto importante di questa fase è che nonostante sembrava finito il rapporto di collaborazione tra cattolici e comunisti, lontano dai media esso continuava a verificarsi. Infatti, nelle commissioni del parlamento italiano, sfruttando una caratteristica unica del caso italiano ossia che le commissioni potevano anche deliberare (sede legislativa) e non soltanto riferire all'aula (sede referente), la collaborazione tra comunisti e cattolici che aveva favorito il compromesso continuava.
A tal proposito, i dati ci dimostrano che la grandissima maggioranza delle leggi approvate in commissione furono approvate con una altrettanto larghissima maggioranza dei membri della commissione, ed era evidente che questo rapporto di collaborazione non riguardava solamente cattolici e comunisti ma anche la destra del Movimento Sociale Italiano. Queste leggi furono definite dagli studiosi come “leggine” ossia leggi di carattere distributivo che tendevano a rispettare, accomodare e mediare gli interessi di tutte le forze politiche, pertanto sparisce lo scontro ideologico. Quindi possiamo affermare che se da un parte il sistema è polarizzato dall'altra il sistema è consociativo. Questa peculiarità fa del caso italiano un caso molto interessante proprio per il fatto che combina questi due aspetti ed è proprio questa natura ibrida del sistema che ha consentito alla Prima Repubblica di sopravvivere anche nei momenti di maggiore crisi, perché in fondo la collaborazione tra i due maggiori poli non è mai cessata.
Sistema partitico della Prima Repubblica
Nelle elezioni del 48’ è venuta fuori una maggioranza di centro con la formula Degasperiana di una maggioranza quadripartita (DC, liberali, repubblicani e socialdemocratici) con due opposizioni antisistema, a destra i monarchici e soprattutto il MSI che si richiamava all'esperienza del fascismo, a sinistra i socialisti e comunisti (fronte popolare). La maggioranza di centro si identificava con la DC contro l'ideologia fascista e comunista non democratica. Questo modello di governo fu definito da Sartori (1976) “pluralismo polarizzato”, ossia un sistema pluralistico e frammentato quindi con tanti partiti, e polarizzato perché la distanza ideologica era molto ampia per la presenza di partiti antisistema. Un altro modello è quello di Galli (1966) che parlava di bipartitismo imperfetto perché esso si concentrava sul fatto che sono emersi due grandi partiti come la DC e il PCI ed essi complessivamente hanno raccolto più del 60%, imperfetto perché non era presente l'alternanza tra chi governa e chi sta all'opposizione, pertanto si parla di democrazia bloccata.
Le elezioni amministrative che si sono tenute dopo il 48’ hanno confermato il timore di De Gasperi sull'indebolimento dell'alleanza di centro, per cui De Gasperi si poneva la domanda di come governare di fronte a tale indebolimento, c'erano due opzioni:
- Una istituzionale, ossia il cambiamento delle regole elettorali.
- Una politica, ossia attraverso delle alleanze che allargassero la coalizione.
La prima strada tentata da De Gasperi è stata quella istituzionale cambiando il sistema elettorale e inserendo una componente maggioritaria attraverso il premio di maggioranza. Va ricordato che la repubblica è nata con un sistema proporzionale puro perché il sistema in quel determinato contesto storico privilegiava la rappresentanza, ossia favorendo la rappresentatività si favorivano le minoranze, rendendo però il problema della governabilità più difficile. Nasce così la cosiddetta legge truffa del 53’, che fu molto criticata perché ritenuta il simbolo della rottura di un accordo importante, prevedendo l'introduzione di un elemento maggioritario che favoriva i partiti di governo. Nello specifico la legge prevedeva solo alla Camera che una coalizione con il 50% dei voti avrebbe avuto il 65% dei seggi, in quanto il problema di De Gasperi era che con maggioranze risicate non riusciva a controllare la maggioranza stessa e, di conseguenza, era ostaggio dei piccoli gruppi o dei singoli parlamentari. Tuttavia la coalizione di centro non raggiunse la soglia del 50% per 60 mila voti e la legge truffa venne...
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