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SISTEMA LIMBICO

Il sistema limbico è importante per il comportamento affettivo e le emozioni; si possono trovare

regioni nel SNC appartenenti ad esso ovunque. Queste regioni sono: corteccia limbica, vicino

all’ippocampo; cingolo, intorno al corpo calloso; corteccia orbito-frontale; polo temporale;

ippocampo; amigdala; insula; corteccia olfattiva; zone del diencefalo; parte ventrale dei gangli della

base; strutture del tronco encefalico.

Svolge diverse funzioni: controlla il SNA, rappresenta il substrato anatomico del comportamento

emozionale; contiene le aree che danno personalità e motivazioni; memoria.

Esiste un gruppo di regioni corticali e sottocorticali che hanno un’origine endocrina antica (parte

meno razionale di noi): olfatto con la corteccia olfattiva; la memoria con l’ippocampo; le emozioni e

le motivazioni con amigdala e il lobo frontale; controllo dell’omeostasi del SNA e neuroendocrino

con l’ipotalamo.

Una parte dell’ippocampo è detta archicorteccia ed è filogeneticamente la più antica, presente solo

ˑ ⁶

per il 4% nell’uomo; il fornice invece presenta 2.7 10 assoni, in cui passano gli assoni

dell’ippocampo. La paleocorteccia è la corteccia che sta a metà tra i 6 e i 3 strati e si trova quindi

intorno all’archicorteccia. Se si sconnette il lobo frontale dal resto del cervello, con la lobotomia, si

perdono gli stimoli e la propria personalità.

OLFATTO

È l’unico dei sensi che non utilizza il talamo per arrivare alla corteccia; serve per sentire l’ambiente

a lunga distanza e per la comunicazione interpersonale.

Nella mucosa olfattiva, all’interno delle cavità nasali, ci sono dei recettori che mandano assoni

attraverso la lamina cribrosa dell’osso etmoide e finiscono sul bulbo olfattivo, dove fanno sinapsi;

da qui si dirigono sulla corteccia olfattiva, nel lobo temporale mediale. Quindi l’informazione arriva

alla corteccia temporale e orbito-frontale e le proiezioni vicino alla corteccia dell’ippocampo;

quest’ultima connessione è il motivo per cui l’olfatto è connesso con la memoria.

I recettori olfattivi si trovano nella mucosa a livello della volta della cavità nasale e sono di due

tipi: generalista, cioè hanno un ampio spettro di sostanze da odorare; specialista, recettori che

vengono stimolati da alcune molecole, ad esempio i ferormoni. Lo spettro recettivo molecolare

presenta una serie di molecole che agiscono sul recettore; sono state distinte circa tremila proteine

recettoriali che possono avere quindi tremila o più ligandi. I recettori olfattivi sono in continuo

rinnovamento, infatti si potrebbe quasi dire che sono stati i primi neuroni descritti come neuroni

capaci di nascere nell’adulto. La loro durata è di circa un mese perciò lungo la via olfattiva c’è un

riarrangiamento, quindi un continuo aumento delle connessioni. I recettori olfattivi proiettano al

bulbo olfattivo. Qui si trovano le cellule mitrali che proiettano alla corteccia olfattiva. Gli assoni delle

cellule mitrali formano il tratto olfattivo che va alla corteccia olfattiva primaria. Vicino a questa si

trova la paleocorteccia, zona importante poiché possono scatenarsi dei sintomi olfattivi, cioè le

cellule si eccitano e si ha una sensazione di odore sgradevole; molto spesso possono essere

sintomi di malattie neurodegenerative come Parkinson e Alzheimer.

I ferormoni sono un segnale chimico che si trasmette tra membri della stessa specie e servono

per scambiare informazioni (esempio: sullo stato di salute), come la scelta del compagno.

Svolgono diverse funzioni: determinano un cambiamento fisiologico, evitano l’incesto, indicano la

maturazione sessuale, legami madre-neonato, gerarchia di dominanza, delimitazione del territorio

e sintonizzazione mestruale (auto mantenimento della specie). L e donne cercano solitamente un

compagno con differente tipo di MHC (complesso maggiore di istocompatibilità). I ferormoni sono

molto simili a quelli del maiale, l’androstenone, qualcuno lo trova cattivo e altri invitante.

IPPOCAMPO

Si tratta della zona più mediale alla corteccia temporale, nel punto in cui questa va verso il tronco

encefalico; è chiamato così perché ha la forma di cavalluccio marino. È costituito da: ippocampo

vero e proprio; giro dentato; è un organo importante per la memoria, infatti se viene colpito da

ischemia cerebrale è sensibile all’ipossia e questo può determinare una perdita della memoria e

quindi Alzheimer. Quest’organo genera facilmente crisi epilettiche; può essere colpito da etilismo

cronico, cioè la perdita della memoria negli alcolisti cronici.

La parte posteriore è importante per l’orientamento nello spazio e la memoria spaziale.

La regione del lobo temporale è abbastanza importante per le emozioni e per la capacità di

cercare delle cause per avere delle motivazioni coerenti. Le crisi epilettiche partono da questa

zona.

LE VIE VISIVE

L’OCCHIO

Si tratta dell’organo della vista, di forma sferica con un asse antero-posteriore di 24 mm, più

piccolo nell’ipermetrope e più grande nel miope. È formato da tre tonache che avvolgono le cavità

interne: camera vitrea, con della gelatina e meno umor vitreo; camera anteriore e camera

posteriore, le quali contengono il liquido umor acqueo. Le tre tonache sono: tonaca sclera, la più

esterna, strato fibroso; tonaca uvea, tonaca vascolare media; tonaca mucosa, parte più interna per

la vista vera e propria.

SCLERA

Si trova nella parte posteriore, detta maggiore, ha la funzione di proteggere l’occhio, dà la forma e

dà le inserzioni ai muscoli che muovono l’occhio. Proteggere l’occhio significa sia dai colpi esterni,

sia dalla pressione interna, la quale tende a farlo espandere. Ha un colorito biancastro nell’adulto,

mentre nel bambino è trasparente e quindi azzurra per la tonaca vascolare e, infine, nel vecchio è

giallastra a causa del tessuto adiposo. Nei bambini la sclera non è molto resistente ed è detta

buftalmo, mentre l’occhio sta aumentando di dimensioni. La parte anteriore prende il nome di

cornea, trasparente, lascia passare i raggi luminosi, operando una rifrazione su questi in modo

tale che cadano sulla retina. Nella cornea non ci sono vasi quindi viene ossigenata e riceve

nutrienti dal contatto diretto con l’aria oppure dal sangue che si trova nei tessuti vicini. Non sono

presenti vasi poiché dividerebbero i raggi rendendola poco trasparente. Alla periferia della cornea

ci sono delle cellule staminali che servono a rimpiazzare quelle morte. All’angolo tra la sclera e la

cornea si trova il limbus sclero – corneale, in cui si trovano dei canalicoli che creano una specie di

trabecolato, cioè un’area bucherellata, dove viene riassorbito l’umor acqueo.

UVEA

Rappresenta la seconda tonaca, quella vascolare, nella parte posteriore, detta anche tonaca

coroidea; contiene al suo interno dei vasi che servono per nutrire altre tonache e partono, dalla

superficie andando in profondità, con un calibro più piccolo. Qui si trovano i melanociti, cellule

pigmentate, che servono per fare da camera oscura, permettendo di assorbire tutti i fotoni che non

vanno sui fotorecettori. La parte più anteriore costituisce l’iride, la quale corrisponde al tessuto

intorno al foro pupillare, più o meno aperto; l’iride serve a variare l’intensità della luce che entra

nell’occhio. Si parla di miosi quando si ha una pupilla ristretta e di midriasi quando si ha una pupilla

dilatata; la miosi è il riflesso che scompare più tardivamente. Il corpo ciliare è unito al cristallino o

lente ed è costituito da una muscolatura liscia all’interno, che si attacca al cristallino mediante delle

fibre che possono mettere in tensione la capsula del cristallino, cioè appiattirla. Se si rilasciano,

invece, il cristallino prende una forma tondeggiante. Il cristallino è una lente trasparente che,

modificando il raggio di curvatura dei raggi, mette a fuoco l’immagine sulla retina, soprattutto

nell’accomodazione, cioè nello sguardo da vicino. Il cristallino è trasparente ma con l’età diventa

più opaco e può insorgere la cataratta, cioè una visione velata.

Il corpo ciliare produce umor acqueo che bagna sia camera anteriore sia posteriore dell’occhio;

questo liquido mantiene la forma dell’occhio attraverso la pressione endociliare, da nutrimenti alla

cornea, al cristallino e alla retina e porta via i rifiuti metabolici. La pressione endociliare è maggiore

di quella venosa quindi l’umor acqueo deve essere assorbito se no altrimenti insorge il glaucoma, il

quale comprime le cellule della retina e causa cecità. L’umor acqueo viene prodotto una volta sola

durante lo sviluppo dell’occhio, mantenendo la retina in posizione e sostenendo il cristallino; è

trasparente e nel corso degli anni viene perso.

TONACA MUCOSA - RETINA

Si tratta della tonaca più interna dell’occhio, detta tonaca mucosa e spessa 0.2 mm, con circa 200

milioni di neuroni al suo interno. È una estroflessione del SNC, infatti il nervo ottico è un fascio di

assoni del SNC, quindi se tagliato non si rigenera. La retina presenta una struttura a 10 strati; qui

si trovano cellule dell’epitelio pigmentato che fanno da camera oscura, nutrono e fanno da

sostegno ai fotocettori e ne eliminano i detriti, siccome i fotocettori producono in continuazione il

pigmento. Verso l’interno si trovano coni e bastoncelli, nomi riferiti alla forma della parte più

esterna del fotocettore: i coni permettono la visione a colori, mentre i bastoncelli sono importanti

per la visione in bianco e nero. I fotocettori fanno sinapsi con delle cellule dette bipolari, poiché

ovviamente hanno un prolungamento, il dendrite, che va verso i fotocettori, da cui riceve la sinapsi,

e un prolungamento, l’assone, che fa sinapsi sui dendriti delle cellule ganglionari o gangliari della

retina, le quali mandano il loro assone a formare il nervo ottico.

Oltre a questi tre neuroni ci sono dei neuroni detti interneuroni che modulano la trasmissione; ci

sono delle cellule orizzontali che modulano la trasmissione tra fotocettori e cellule bipolari, mentre

le cellule amacrine modulano la trasmissione tra cellule bipolari e cellule gangliari.

Nella retina umana ci sono circa 100 milioni di bastoncelli e circa 6 milioni di coni, circa 106 milioni

di fotocettori; le cellule ganglionari sono circa 1 milione. Non ci sarà una cellula ganglionare per

ogni fotocettore, poiché c’è una convergenza delle informazioni soprattutto nelle parti più

periferiche della retina, dove tanti fotocettori convergono su una cellula bipolare e tante cellule

bipolari convergono su una cellula ganglionare. Solo in un punto della retina, detto macula, dove

troviamo i coni ad alta densità, che costituisce l’area della visione distinta, ci saranno dei fotocettori

che fanno capo a una sola cellula gangliare quasi come se ogni fotocettore avesse la sua via

privata. Questa via della visione distinta funziona soltanto con un’alta densità di luce, mentre la

periferia funziona anche a bassa densità di luce (esempio: di notte quando non ci importa un’idea

precisa ma una generale) perché c’è meno probabilità che arrivino fotoni.

I fotocettori sono verso l’esterno ma la luce arriva dal corpo vitreo dalla parte opposta, quindi la

luce deve attraversare tutti gli altri strati della retina per arrivare ai fotocettori.

Si identificano diversi strati:

terzo strato: una membrana limitante esterna;

quarto strato: strato nucleare esterno dove ci sono i nuclei dei fotocettori;

quinto strato: strato in cui dendriti e assoni dei fotocettori e delle cellule bipolari si incontrano e

fanno una rete detto strato plessiforme esterno;

sesto strato: strato nucleare interno con i nuclei delle cellule bipolari;

settimo strato: strato plessiforme interno, dove si incontrano gli assoni dei bipolari con gli assoni

delle cellule gangliari;

ottavo strato: strato con i corpi cellulari delle cellule gangliari, detto strato delle cellule gangliari;

nono strato: strato in cui ci sono gli assoni delle cellule ganglionari, detto strato delle cellule

ganglionari del nervo ottico;

decimo strato: linea inspessita, membrana limitante interna, dopo cui si trova il corpo vitreo.

Le due membrane limitanti hanno delle cellule di glia, dette cellule di Muller con andamento

verticale che termina con due prolungamenti nella membrana limitante esterna e nella interna.

I fotocettori sono: bastoncelli e coni, in cui ci sono delle membrane impilate che contengono il

pigmento visivo; i coni sono delle cellule sensibili alla luce intensa, cioè alla luce diurna e

forniscono immagini a colori nitide; i bastoncelli sono sensibili alle condizioni di scarsa

illuminazione, sono alla periferia della retina e danno immagini confuse e in gradazioni del grigio.

I coni in realtà non sono tutti uguali ma di 3 classi diverse che hanno un picco di sensibilità alla

lunghezza d’onda della luce: coni blu, coni verdi, coni rossi. Un pigmento visivo, l’opsina, permette

di vedere la luce e l’immagine a colori, costituita sul retinale, derivato dalla vitamina A; a seconda

del tipo di opsina il pigmento assorbe delle lunghezze d’onda differenti.

Nei bastoncelli si trova la rodopsina, pigmento visivo, che funziona solo nell’oscurità o in

condizioni di luce bassa; il retinale colpito dal fotone cambia conformazione e questo modifica

l’attività elettrica del fotocettore.

I coni sono di diverso tipo, funzionano solo alla luce diurna e sono presenti soprattutto nella zona

centrale della retina, cioè dove si trova la macula. Il massimo della densità dei coni si ha nel punto

centrale dove c’è la macula, mentre man mano che si va alla periferia della retina ce ne sono

pochissimi; i bastoncelli invece sono assenti nella macula ma poi hanno la massima densità vicino

alla macula e poi pian piano si diradano, ma sono comunque sempre presenti soprattutto alla

periferia. C’è una specificità molto precisa tra tipi di coni, tipi di bipolari e diverse cellule gangliari

per cui alla fine ci sono delle cellule gangliari che si eccitano quando non c’è la luce e cellule

gangliari che si eccitano quando vengono colpite dalla luce. Questo è abbastanza importante per

percepire il contrasto e vedere immagini nitide.

I fotocettori liberano un aminoacido eccitatorio, glutammato, ma in realtà quando sono colpiti dalla

luce sono inibiti; quando i fotoni vengono a contatto con il pigmento visivo dei fotocettori, questi si

iperpolarizzano cioè riducono la loro eccitazione e quindi non liberano più glutammato.

Le cellule bipolari sono di due tipi: quelle che sono eccitate se i loro fotocettori sono colpiti dalla

luce (ON), altre eccitate se i loro fotocettori non sono colpiti dalla luce e rispondono quindi in modo

opposto al rilascio del glutammato (OFF). Il glutammato di solito sarebbe eccitatorio e invece è

inibitorio per le bipolari ON e quindi in condizioni normali, cioè quando il fotocettore non riceve il

fotone, smette di liberare glutammato e le bipolari ON non sono comunque attive. Se però il fotone

iperpolarizza il fotocettore, il glutammato non è più in grado di inibire le bipolari ON che quindi si

mettono a scaricare perché hanno capito che è arrivato il fotone poiché non ricevono più

glutammato. Invece le bipolari OFF hanno altri recettori per il glutammato e vengono invece

eccitate; quando il fotocettore non libera glutammato queste sono tranquille, quando invece il

fotocettore libera glutammato (non colpito dal fotone) la bipolare OFF viene eccitata. La bipolare

OFF capisce che i suoi fotocettori non erano attivi cioè non sono stati colpiti dal fotone. Sistema

per cui ci sono due vie, una che mette in evidenza il fatto che i fotocettori sono stati colpiti dal

fotone e l‘altra che riconosce la mancanza di luce e in questo modo si crea contrasto perché

alcune cellule recepiscono la luce e altre la mancanza.

Oltre a questo c’è il fatto che alcune cellule gangliari (2%) hanno esse stesse del pigmento visivo,

detto melanopsina, e quindi capiscono quando gli arriva la luce; queste cellule proiettano al nucleo

soprachiasmatico dell’ipotalamo che dà i ritmi circadiani (senso giorno-notte). Questo spiega

anche perché alcuni ciechi anche se non hanno i fotocettori continuano ad avere ritmi circadiani.

Con la pupilla dilatata l’oculista vede la papilla del nervo ottico, punto in cui tutti gli assoni del

nervo ottico escono dall’occhio e contemporaneamente punto in cui arrivano i vasi della retina che

la vascolarizzano, si trova medialmente; più lateralmente c’è la macula, zona tondeggiante, con

alta densità di coni. L’oculista vuole vedere come sono le arterie, cioè se sono regolari o con

strozzamenti (anziani e diabetici) che portano problemi al microcircolo della retina e in parte a

cecità. La macula non è raggiunta da vasi perché è la regione della visione distinta e quindi se ci

fossero dei vasi davanti la visione sarebbe disturbata; nutrimento e ossigeno arrivano dalla

periferia ma i vasi non entrano comunque all’interno.

La macula è una zona che centralmente è depressa, fovea centrale, poiché gli strati più interni si

fanno a lato in modo che la luce debba attraverso solo lo strato dei fotocettori per arrivare al

pigmento e non tutti gli strati. Dove esce il nervo ottico non ci sono fotocettori e prende il nome di

punto cieco della retina.

GLI ANNESSI OCULARI

La palpebra, superiore e inferiore, esternamente è cute mentre internamente è congiuntiva

(riveste anche la parte anteriore della sclera); quando si chiudono gli occhi crea una specie di

sacco, detto congiuntivale, che contiene le lacrime. Esternamente si ha l’emergenza delle ciglia;

dentro le palpebre si ha lo scheletro connettivale del tarso poi una muscolatura con dei fasci

muscolari che costituiscono il muscolo orbicolare, controllato dal nervo faciale, importante per

chiudere gli occhi, poiché se no la cornea si seccherebbe e si romperebbe. Si trova anche il

muscolo elevatore della palpebra superiore che si attacca al tarso superiore ed è controllato dal

nervo oculomotore comune (terzo paio di nervi cranici).

Si ha poi la presenza di ghiandole tarsali di Meibonio, sebacee, che si dispongono su fil

perpendicolari al margine delle palpebre; producono il sebo che favorisce lo scorrimento della

palpebra senza attrito. Quando si infettano si ha l’orzaiolo (acuta) oppure calazio (cronica). Ci sono

poi delle ghiandole sudoripare che se si infettano danno origine all’orzaiolo esterno.

Dentro la cavità orbitaria ci sono i muscoli estrinseci dell’occhio, i quali muovono il lobo oculare.


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Biuli

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in farmacia (a ciclo unico)
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Biuli di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Anatomia umana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Vercelli Alessandro.

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