Prologo
Modello del codice: secondo esso la comunicazione consiste nella codifica e nella decodifica dei messaggi. Un codice è un sistema che permette a due soggetti di comunicare stabilendo una corrispondenza tra messaggi interni (rappresentazioni mentali/concetti/pensieri) e messaggi esterni (parole o enunciati). Le parole permettono quindi a un parlante di rendere accessibili agli altri i propri pensieri, e questo perché le lingue naturali sono codici condivisi da parlante e ascoltatore. Secondo il modello del codice, la relazione tra messaggio e segnale è simmetrica e la comprensione è la relazione automatica a un segnale: l'interpretazione non coinvolge processi inferenziali e non richiede alcuna creatività.
Modello inferenziale: la rappresentazione semantica di una frase non sempre coincide con il pensiero espresso dal parlante che utilizza quella frase; inoltre l'interpretazione del messaggio richiede che l'ascoltatore riconosca le intenzioni comunicative del parlante. Il modello del codice è apparentemente insufficiente a rendere conto delle caratteristiche del processo di interpretazione quando è coinvolta nella comprensione di un enunciato come (Valentina e Paolo hanno giocato a tennis e Valentina ha vinto) – i processi cioè che, a partire da certe premesse, permettono di derivare certe conclusioni, che sono già giustificate alla luce delle premesse. Secondo il modello inferenziale la comprensione è un processo di attribuzione di intenzioni; comunicare significa, da parte di chi parla, manifestare intenzioni, e, da parte di chi ascolta, riconoscere intenzioni. Per fare questo, il parlante si aiuta attraverso indizi linguistici e non forniti dal parlante o disponibili dal contesto.
Il modello inferenziale è stato teorizzato da Grice, che ha aiutato anche in alcune importanti distinzioni come quelle fra:
- Ciò che le parole significano, o vogliono dire;
- Ciò che un parlante P significa, o vuole dire, o dice usando quelle parole.
E una seconda distinzione fra:
- Ciò che P dice usando quelle parole;
- Ciò che P, usando quelle parole, lascia intendere, o suggerisce, o comunica implicitamente.
Capitolo 1
Da Grice si eredita la distinzione netta fra fatti semantici e fatti che concernono la natura delle interazioni umane. Lo scopo generale dell'opera di Grice è caratterizzare compiutamente:
- Ciò che un'espressione E significa;
- Ciò che un parlante P dice esplicitamente usando l'espressione E in una certa occasione;
- Ciò che un parlante P lascia intendere implicitamente usando l'espressione E in quella certa occasione.
In “Introduction to Logical Theory”, Strawson ribadisce che i significati delle particelle logiche (la congiunzione ∧, la disgiunzione ∨, l'implicazione →, il quantificatore universale ∀, il quantificatore esistenziale ∃) non catturano i significati delle loro controparti nel linguaggio naturale (e, o, se...allora, ogni, qualche). Strawson esamina una frase come:
- Ha starnutito e si è soffiato il naso. Nella forma quindi p∧q. La logica ∧ è commutativa, quindi p∧q=q∧p. Ma intuitivamente questo non funziona per: Si è soffiato il naso e ha starnutito. La successione dei due eventi è quindi parte del significato di “e”, mentre non fa parte del significato della sua controparte logica ∧.
- Valentina è in università o è a casa a dormire; Nella forma quindi p∨q. Chi afferma la frase viene interpretato come se non sapesse se Valentina è a casa o in università, quindi come se il parlante P non sapesse quale dei due disgiunti è vero. Strawson ne conclude che fa parte del significato della frase che P non sappia se p è vero e non sappia che q è vero.
- Se agosto ha 31 giorni allora l'Italia è bagnata dal Mediterraneo; Nella forma p→q. In logica la frase è vera in quanto il conseguente è vero, ma tuttavia è anomala in conversazione. Per Strawson quindi farebbe parte del significare “se...allora” non solo che l'antecedente abbia a che fare con il conseguente, ma anche che accettare l'antecedente costituisca una buona ragione per accettare il conseguente.
Per Strawson la semantica di “e”, “o”, “se...allora” è determinata dalla pratica linguistica, dall'uso. Tali ragionamenti si estendono anche ai termini “sembrare”, “credere” e “sapere”. Dire: X mi sembra rosso è corretto solo se P sa o crede che X non sia rosso o pensa che qualcuno potrebbe dubitare o negare che X sia rosso. Credo che p è corretto solo se P sa che non p o non sa che p.
Grice
Grice afferma che è necessario distinguere elementi dell'uso del linguaggio dovuti al significato ed elementi dovuti a fattori dell'interazione comunicativa. Non bisogna confondere enunciati inappropriati perché falsi semantici ed enunciati inappropriati per ragioni riconducibili a principi generali del discorso o del comportamento razionale. Fra i sostenitori di una semantica formale (i filosofi del linguaggio ideale), che si occupano degli aspetti strutturali e composizionali del linguaggio, e teorici dell'uso (i filosofi del linguaggio ordinario), Grice si propone di conciliare i due campi. Errore comune dei due campi è l'idea che strumenti formali e loro controparti nel linguaggio naturale divergano in significato.
In generale, la distinzione tra significato dell'espressione e significato del parlante permette a Grice di spiegare come significati linguistici schematici (e univoci) possano essere usati in contesto per comunicare significati del parlante ricchi e complessi - è lo spirito del Rasoio di Occam modificato: “I sensi devono essere moltiplicati più del necessario”. Il Rasoio di Occam deve essere inteso come principio regolativo che ci chiede di non supporre che un'espressione abbia un senso ulteriore, laddove è possibile postulare una soluzione più economica. Così per Grice la successione temporale fra i due eventi non fa parte del significato di “e”: si tratta di un'implicatura generata dall'aspettativa che P si esprima in modo ordinato (rispetto della Massima di Modo) e pertinente.
I lasciti di Grice
Frase è un oggetto astratto con proprietà fonologiche, morfologiche, sintattiche e semantiche assegnate dalla grammatica del linguaggio; enunciato è un oggetto concreto, localizzato nello spazio e nel tempo, usato in uno scambio comunicativo effettivo. L'enunciato eredita le proprietà linguistiche della frase e acquisisce nuove e ulteriori proprietà per il fatto di essere proferito in una particolare situazione da un particolare parlante che si rivolge a un particolare destinatario. Nella comunicazione sono coinvolte sia proprietà linguistiche che non linguistiche.
Il nucleo della teoria di Grice è scoprire come queste proprietà linguistiche e non linguistiche interagiscano. La riflessione contemporanea trae da Grice tre linee guida, tre nuclei concettuali:
- Significato come intenzione: la comprensione verbale non consiste nella decodifica di segnali in messaggi, ma è una forma di attribuzione di uno stato mentale al parlante: la comunicazione è espressione e riconoscimento di intenzioni.
- Principio di Cooperazione e massime conversazionali: per poter inferire il significato del parlante il destinatario viene guidato dall'aspettativa che l'enunciato soddisfi certo standard – che sia cioè informativo, sincero, pertinente e chiaro.
- Implicatura: è necessario distinguere ciò che il parlante comunica, ovvero dice esplicitamente e ciò che il parlante implica, o veicola implicitamente.
Prima eredità: il significato come intenzione
Significato come intenzione: comunicare significa, da parte di chi parla, esprimere intenzioni o stati mentali, e, per chi ascolta, riconoscere intenzioni o stati mentali. Gli stati mentali non possono essere semplicemente decodificati, ma devono essere inferiti dall'ascoltatore dal comportamento del parlante e da informazioni di sfondo. Comprendere quindi significa inferire il significato del parlante da un indizio, che è l'enunciato. Quello che conta è il riconoscimento da parte del destinatario dell'intenzione comunicativa del parlante.
Distinzione di Grice
Significato dell'espressione: significato che l'espressione E ha convenzionalmente;
Significato del parlante: significato con cui il parlante P usa l'espressione E. A sua volta esso si distingue in:
- Ciò che è detto da P con un uso di E;
- Ciò che è implicato da P con un uso di E.
“Ti piacciono i libri di Virginia Woolf?” “Alcuni”
a) Significato dell'espressione: coincide con quello del quantificatore esistenziale della logica;
b) Significato del parlante: a P piacciono alcuni libri di VW ma non tutti;
- Esplicitamente: a P piacciono alcuni libri di VW;
- Implicitamente: a P non piacciono tutti i libri di VW.
a) Significato dell'espressione: esso può essere analizzato in termini di regolarità delle intenzioni con cui i parlanti producono quell'espressione in occasioni date: l'espressione E significa p se e solo se i parlanti significano p con E. Ciò che P significa con un'espressione E è una questione esclusivamente delle intenzioni comunicative di P; e tuttavia P non ha alcuna speranza di essere compreso a meno che non renda pubbliche le sue intenzioni a D.
b) Significato del parlante: esso viene inteso nei termini di un'intenzione espressa in modo manifesto, intenzione la cui soddisfazione consiste nel riconoscimento da parte di D: P vuole produrre in D la credenza che il parlante crede che p, usando una certa espressione E. Ma nel 1968 questa formulazione viene rivista: l'effetto che il parlante intende ottenere da parte del destinatario non è la credenza che p, ma la credenza che il parlante crede che p.
Quindi se Lisa dice “Domani farà bello”, non vuol dire che allora in Homer nascerà la credenza che domani sarà bello ma la credenza che Lisa ha la credenza che domani farà bello. Quindi l'effetto sull'ascoltatore non è una credenza o una risposta, ma semplicemente consiste nel fatto che l'ascoltatore comprenda il proferimento del parlante.
Quindi le intenzioni comunicative hanno la caratteristica di essere:
- Orientate verso un agente: il destinatario;
- Aperte (manifeste, trasparenti): intese ad essere riconosciute dal destinatario;
- Riflessive: la loro soddisfazione risiede proprio nell'essere riconosciute dal destinatario. Questa clausola è importante per riuscire a distinguere informazione da comunicazione: la parte essenziale della comunicazione è che D riconosca l'intenzione informativa di P. Le intenzioni di P devono quindi essere manifeste e devono avere carattere pubblico e confessabile.
Questo significa che la comunicazione comporta due livelli di intenzioni da parte di P:
- L'intenzione di produrre in D la credenza che p, usando l'espressione E: livello informativo;
- L'intenzione che D riconosca che E è stato prodotto con l'intenzione di indurre in lui una credenza: livello comunicativo.
Per esempio: se io esco con uno zaino in spalla e la cartelletta di arte in mano, una persona che passa capisce che sto andando a scuola, ma da parte mia non c'è alcun trasferimento intenzionale di informazioni, e quindi non ho né intenzione informativa né comunicativa. Le inferenze compiute dal passante sono sintomatiche, ovvero un certo comportamento viene interpretato come sintomo di qualcos'altro (il mio mettermi lo zaino è sintomo del fatto che sto andando a scuola), che però non fa parte delle mie intenzioni comunicative.
Le cose vanno diversamente per i casi di informazione intenzionale ma non manifesta (“indurre qualcuno a pensare qualcosa”, ad esempio io che mi metto lo zaino in spalla per fare credere al mio vicino che mi spia sempre dalla finestra che sto andando a scuola, mentre in realtà sto andando a fare shopping) e ancora più nei casi comunicativi (“dire”, ad esempio io incontro la vicina e le dico che sto andando a scuola). Quindi l'intenzione informativa può essere soddisfatta anche senza la comunicativa (quindi non è necessario che D riconosca l'intenzione di P), mentre nei casi comunicativi è essenziale che l'intenzione informativa venga riconosciuta da D.
Alcune obiezioni
Alcuni studiosi hanno osservato che le condizioni poste da Grice non possono valere per tutti gli scambi linguistici e si limitano ai casi informativi di significato. Idea generale di Grice: le espressioni linguistiche derivano il loro significato da atti comunicativi dei parlanti, mentre i significati sono intenzioni complesse volte a produrre particolari stati mentali negli interlocutori.
A tale modo di concepire il significato è stato obiettato che il fatto che il parlante abbia certe intenzioni per il significato non è condizione necessaria:
- Ci sono infatti dei casi in cui P non ha alcuna intenzione di condividere certe credenze o fare certe azioni, ad esempio nei casi in cui manca il destinatario, come quando si ripetono le lezioni in vista di un esame. In questi casi ci si appella a D fittizi o potenziali (come il professore). In altri casi D c'è, ma non è corretto dire che P voglia generargli una certa credenza, perché in realtà D ha già quella credenza, ad esempio quando ripeto la lezione al professore, in questi casi P ha l'intenzione di indurre in D una credenza su un proprio stato mentale o di “attivare” una credenza in D.
- Condizione sufficiente: se le intenzioni fossero sufficienti avremmo una concezione della semantica dove ogni parlante è padrone della propria lingua e del proprio uso e sarebbe in grado di intendere qualunque cosa. Per Grice comunque ci sono dei vincoli su ciò che un parlante può intendere con una frase: se P non rende manifeste le proprie intenzioni, non può certo aspettarsi di essere compreso. Se invece in un contesto P ha reso manifeste le intenzioni (grazie a parole, gesti, conoscenze condivise), egli potrà intendere qualunque cosa con una qualunque sequenza di suoni.
Seconda eredità: aspettative. Principio di conversazione e massime conversazionali
Per Grice la comunicazione è espressione e riconoscimento di intenzioni. Inoltre Grice sostiene l'idea secondo la quale la comprensione inferenziale è guidata da aspettative sul comportamento dei parlanti.
Linguaggio e comportamento
L'uso del linguaggio è una forma di comportamento cooperativo razionale al pari di ogni altro: le nostre conversazioni infatti richiedono un alto livello di coordinazione, cosa di cui raramente siamo consapevoli, visto che conversare vuol dire agire in collaborazione con qualcuno, dove cioè il comportamento dell'uno deve compiersi in accordo e in coordinazione con quello dell'altro e dove ciascuno deve agire in conformità di quello che l'altro si aspetta da lui. La conversazione è quindi un'attività razionale, collaborativa e finalizzata a uno scopo; un'attività governata dal principio di collaborazione.
Principio di Cooperazione e massime conversazionali
La conversazione è un'attività di collaborazione retta dal Principio di Collaborazione, che afferma che “Il tuo contributo alla conversazione sia tale quale è richiesto, allo stadio in cui avviene, dallo scopo o dall'orientamento accettato dallo scambio linguistico in cui sei impegnato”. Per inferire il significato del parlante, il destinatario viene guidato da certe aspettative di comportamento del parlante e cioè che l'enunciato proferito soddisfi certi standard (sia ragionevole, sincero, pertinente, chiaro). Il principio si declina in quattro gruppi di massime:
- Massime di Quantità: fornire un contributo che non sia né più né meno informativo di quanto richiesto dagli scopi dell'interazione;
- Massime di Qualità: fornire un contributo vero e non dire ciò di cui non si hanno prove adeguate;
- Massime di Modo: fornire contributi pertinenti;
- Massime di Relazione: essere chiari, brevi e ordinati.
Le massime non sono tutte sullo stesso piano: quella della qualità è la più importante perché tutte le altre entrano in gioco solo quando quella della qualità sia soddisfatta. Le massime non sono norme, ma di assunzioni e di aspettative. Le massime e il principio sono mezzi che è razionale utilizzare per svolgere attività di cooperazione. Quella di Grice è una razionalizzazione della situazione comunicativa, in cui vige l'assunzione di interlocutori cooperativi e razionali che condividono lo scopo comune di comprendersi.
Che fare delle massime?
Le massime funzionano bene anche quando sono violate. Ci sono diverse opzioni:
- Massime rispettate: si rispettano il Principio e le massime;
- P può violare una massima: la violazione più grave riguarda quella della Qualità (ovvero dire qualcosa di falso);
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