L'esperienza in chiave semiotica
Corpo e ambiente: percepire differenze, stabilire relazioni
Si parla di significazione per intendere quel processo attraverso il quale diamo senso a tutto ciò che ci circonda. Il senso che diamo alle cose dovrebbe stabilizzarsi in un significato: anche se cerchiamo di fissare i significati attraverso dei codici validi per tutti, non smettiamo di mettere in variazione le relazioni, ossia i valori che individuano il nostro progetto di vita. Non ci accontentiamo mai dei significati già assegnati.
Il valore esprime il legame relazionale con il mondo che ci circonda. Anche quando non riusciamo a mettere bene a fuoco un significato e a condividerlo, continuiamo a percepire dei valori, ossia legami implicativi. I valori che di volta in volta cogliamo sono organizzati secondo dei sistemi di differenze. Non c'è valore che possiamo apprezzare se non in rapporto al valore che ne è l’esatto contrario (giusto-sbagliato). L’ambiente che ci circonda è quindi un passaggio di differenze che risultano per noi rilevanti; in base ad esse dirigiamo i nostri interessi (dimensione cognitiva), i nostri affetti (dimensione passionale) e le nostre azioni (dimensione pragmatica). Diamo senso al mondo articolando continuamente tra loro dei sistemi di differenze.
È complicato fare la differenza perché è terribilmente complicato anche capire su cosa si regge questa differenza. Ci soffermiamo sulle loro identità differenziali e sul legame che esse intrattengono con la nostra stessa identità. I nostri interessi (cognitivi, passionali, pragmatici) continuano ad attribuire un peso diverso ai valori identitari che deteniamo. Il ‘valere dei valori’ allora fluttua secondo le valenze.
La significazione individua il processo di implicazione identitaria come ciò che porta a una determinazione locale di valori; il senso coglie lo stesso processo secondo un continuo rilancio delle relazioni valoriali; la significazione significa cogliere il paesaggio di proprietà relazionali come un quadro di differenze organizzate; tali proprietà appaiono quindi come elementi differenziali. Quello che ci fa oscillare tra significazione o avventura del senso sono i nostri interessi tematici: valenze in quanto motori di differenza che ci spingono a cambiare il valere che attribuiamo ai valori.
Organizzare i saperi
Più le differenze vengono mappate più si offrono alla categorizzazione e alla loro riconduzione a paradigmi, ossia a forme di organizzazione schematizzabili. Apparentemente la scena del senso sembra sempre la stessa; qualcuno assume un punto di vista (soggetto) e qualcun altro o qualcos’altro assume il ruolo di oggetto, in quanto osservato come estensione identitaria o in quanto preso di mira da una trasformazione. La relazione tra soggetto e l’oggetto definisce il valore. Anche quello che nella vita ordinaria chiamiamo utensile o più semplicemente oggetto, può recitare in vero la parte di soggetto che cerca di organizzare il possibile agire di un individuo (ergonomia).
Rossana scopre che sono le 8 (scoperta appartiene alla dimensione cognitiva dei valori), è sorpresa (reazione emotiva: dimensione passionale) e si precipita giù dal letto (azione appartiene alla dimensione pragmatica).
Affinché la rilevanza di questi valori sia percepita come un terreno di gioco a cui affidarsi è necessario che l’ambiente sia sufficientemente stabile e abitato da ‘attori’ in grado di interagire con noi. Un tale orizzonte stabilizzato di interazione con l’ambiente è chiamato livello figurativo della significazione. Anche le cose svolgono un ruolo; un ruolo figurativo che dipende dal nostro sguardo, dalla nostra prospettiva d’azione, le cose dialogano con noi.
Quando non è più possibile riconoscere un paesaggio di figure con cui siamo soliti interagire nel mondo dell’esperienza, ma emerge solamente uno scenario di valori astratti (colori, forme): livello plastico della significazione. Ci sono anche delle opposizioni plastiche; anche le differenze plastiche vengono colte per dare un senso alla propria esperienza.
I valori (cognitivi, affettivi o pragmatici) si trasformano nel tempo e richiedono quindi di essere intessuti lungo una narrazione. Nel dare senso al mondo, ci ritroviamo così a narrarlo; i valori si trasformano. Le nostre relazioni con gli altri e con le cose sono lunghi ‘gomitoli’ che possiamo tessere in un tessuto comune (la nostra storia) perché siamo capaci di organizzare dei testi. La narratività è quindi la capacità di organizzare le nostre esperienze con dei testi: organizzazioni discorsive intessute nei modi più diversi e con le sostanze più disparate (parole, immagini, suoni, odori). I testi che ci scambiamo cercano di elaborare una narrazione comune dei valori, ma a volte questa negoziazione dei significati riesce, a volte emergono dei dissidi.
Chiamiamo espressione quei valori che percepiamo attraverso i sensi (rosso, blu) proprio per metterli in relazione con dei contenuti che esprimono le nostre relazioni (interessi, passioni, programmi) con dei soggetti e gli oggetti che abitano il nostro mondo dell’esperienza. Per esempio, rosso: timore: orario sveglia.
I sensi costruiscono delle prospettive diverse attraverso cui entriamo in relazione con il mondo e lo organizziamo. Possiamo quindi parlare di varie forme di linguaggi, a seconda che essi abbiano o meno come centrale il ricorso alla parola, i linguaggi verbali (sistemi organizzati di parole), mentre i linguaggi non verbali non fanno ricorso alla parola (linguaggi gestuali, tattili, sonori, visivi). Ci sono dei linguaggi misti chiamati sincretici, in cui le componenti, verbale e non verbale, sono in gioco simultaneamente: canzoni, pubblicità, cinema. Tutti i linguaggi ci garantiscono una potenzialità comunicativa.
Spesso preferiamo che gli altri ci comunichino, tenendosi a distanza se non abbiamo già concesso una qualche confidenza. I linguaggi sincretici hanno un alto potenziale di coinvolgimento perché sollecitano tutti i sensi (per esempio spettatore teatrale).
Non si può non comunicare: anche vestendosi con un abbigliamento del tutto anonimo si finisce per comunicare qualcosa di sé. Nella comunicazione si scambiano continuamente il ruolo di ‘soggetto che dà senso alle cose’. In un dialogo ci passiamo continuamente la parola: 1) dare un senso al mondo che ci circonda, 2) dare valore al fatto stesso di conversare assieme. Non è mai scontato che quello che intendiamo comunicare sia quello che viene effettivamente comunicato.
Il senso, il valore, dipende dal punto di vista del soggetto sull’oggetto. Anche il silenzio comunica, non rispondere a un saluto: per esempio volontà di ignorare volontariamente o distrazione.
L'uomo dà significato al mondo che lo circonda
- L’uomo usa dei linguaggi articolati, ossia strutturati attorno a delle relazioni tra espressione e contenuto.
- L’uomo può passare continuamente da una prospettiva di significazione all’altra, l’uomo può allora cambiare costantemente i percorsi di senso, cogliendo le cose entro dei sistemi di relazione diversi.
- L’uomo organizza le proprie esperienze narrativamente, traduce i valori di volta in volta vissuti in un tessuto discorsivo: testo.
- L’uomo assegna dei significati alle cose opponendo dei valori, organizza il senso del mondo attraverso dei sistemi di categorie dove un valore è sempre percepito sulla base di un valore contrario.
Aspetti specifici della comunicazione umana
- L’uomo è consapevole di comunicare continuamente i suoi stati d’animo (valori passionali), i suoi interessi (valori cognitivi), i suoi programmi d’azione (valori pragmatici).
- L’uomo dà significato alle cose tenendo sempre presente il bisogno di comunicare.
- L’uomo può delegare ad altri o persino alle cose il compito enunciare dei discorsi, di rappresentare dei valori, di comunicare certi divieti.
- L’uomo può comunicare a distanza, emancipandosi dai limiti di spazio e tempo.
Le iscrizioni a futura memoria: testi e testimoni
Guerra America-Giappone. La collina, il punto più alto di Iwo Jima, finiva per significare il ‘luogo da cui si domina’, eppure ad Alice appariva chiaro che era anche un cumulo di tragedie quella collina: due versioni una eroica l’altra tragica. La verità passa per tante bocche, viene rinviata di testo in testo. L’importante per noi è che dietro di noi si ritrovino dei segni della nostra vita, sperando che siano scritti per sempre, come una lapide.
- Desiderio che porta molti a lasciare dietro di sé falsi segni, false piste per ritrovare una vita che non è mai esistita.
- Le espressioni che venivano incise sulle lapidi dei morti, non avevano alcun contenuto di verità: erano la testimonianza che qualcuno si era interessato perché quel defunto fosse ricordato così piuttosto che in un altro modo.
- Non basta indagare che cosa e come un testo racconta una storia, occorre ricostruire le tracce di ciò che lo ha visto nascere, comprendere se quel testo ci è giunto integro, o se è stato corrotto passando di bocca in bocca di trascrizione in trascrizione.
- Tutti i nostri discorsi, le nostre immagini finiscono per sopravviverci soprattutto se abbiamo deciso il giusto modo per iscriverli ‘nella pietra’ come espressioni e nella storia come contenuti.
- Anche la foto di Iwo Jima è stata usata un po’ come epitaffio di Cassius, ed è stata mostrata in tutto il mondo per testimoniare fatti che in realtà non erano ancora accaduti.
- Dal film emerge come questi soldati sembravano far di tutto pur di non essere chiamati eroi, mentre invece la foto pareva metterli in scena in quanto tali.
Hemingway
La collina assume un ruolo fondamentale: da una visione dall’alto per vedere dove si trovavano le postazioni nemiche; non avendo un punto di vista dall’alto, non riuscivano a capire dove si trovavano i tedeschi: per testimoniare non basta il fatto di essere stati lì.
Organizzare i saperi
Nell’osservazione del mondo che ci circonda scopriamo che esso è fatto di paesaggi di segni che si sono stratificati nei secoli: segni sul territorio, sulle strade, dentro edifici, libri, quadri, musiche. All’atmosfera si affianca una semiosfera, ossia un ambiente popolato di tutte le forme di scrittura che ci permettono di vivere come gente del nostro tempo, dato che ci ricordano chi siamo, da dove veniamo e che cosa: necessità è quella di riscrivere parte del mondo, di poterla assoggettare ai propri bisogni.
La scrittura non è legata ad alcun linguaggio particolare: lì dove emerge una necessità comunicativa, deve anche darsi una modalità di iscrizione ossia un supporto che possa mediare nello spazio e nel tempo il contatto tra persone lontane. Lasciare una traccia di sé è una necessità: 3500 AC possibilità di costituire una memoria collettiva nella preistoria con pittogrammi. Iscrivere è lasciare segni per altri o anche per se stessi: necessità della scrittura è legata al ricordare, al tener fede alla parola data, al saper costruire delle tradizioni, trasmettere saperi, diffusione esercizio di leggi. Iscrizione di un soggetto con un testo; per lasciare una traccia di se stesso ai posteri comunicando una relazione privilegiata tra sé e quel luogo.
La scrittura fissa le parole e le immagini su un supporto di iscrizione, su un oggetto: può essere preservato. Grande varietà di iscrizioni che si distinguono per la natura del supporto di iscrizione, per la materialità dell’iscrizione, ma anche per il lavoro fisico necessario per produrre questi testi. La prima scrittura che l’uomo conosce è quella sulla pelle: colori per abbellire il corpo, temere il nemico; la pelle è anche custode di tutti i traumi. Per questo ha istituito dei codici per stabilire i confini delle proprietà, per promulgare delle leggi, per contrattare dei valori. Le iscrizioni possono diventare ciò che accomuna gli uomini sotto un ambiente di significati comuni e ciò che invece costruisce un paesaggio di differenze: basta il segno dell’aratro, confine. La scrittura risponde a una necessità di comunicare le differenze, ma le culture passano poi il loro tempo a contrattare e ridurre queste differenze: a scrivere qualcosa che valga per tutti.
I racconti storici si moltiplicano, si scontrano, entrano in conflitto: l’idea di una memoria continua diviene problematica. Questo conflitto tra scritture non si fa mai ad armi pari, è proprio perché non esiste messaggio ‘nudo’, privo di una forma di scrittura che opera una mediazione comunicativa; l’efficacia dei nostri discorsi dipende dal mezzo, possibilità di circolare. Comunicare attraverso una poesia, film, reportage, canzone non garantiscono lo stesso impatto sulla pubblica opinione.
Discorsi orali: molte delle cose che ci diciamo finiscono per essere registrate o trascritte, conservate nei database delle compagnie telefoniche. Questo rivela la nostra ossessione per la scrittura, e archiviazione. Anche le culture orali riescono a garantire una memoria collettiva che si trasmette nel tempo. Condividere, nella memoria di ciascuno, gli stessi segni è un modo per tener vivi i valori che ci accomunano: la cultura orale insegna che a ogni forma di scrittura bisogna restituire ‘voce’, bisogna leggere la poesia.
La necessità della scrittura è allora sempre anche una necessità della lettura, dell’interpretazione delle tracce che si sono già depositate nella semiosfera che abitiamo. Non basta conoscere le lingue, occorre comprendere come i testi sono fatti, smontarne le logiche interne per esserne meno sudditi o per apprezzarli di più. Quando ci troviamo di fronte ai testi dobbiamo restituire loro un significato, dobbiamo cioè interpretarli.
L’indice puntato costruisce una relazione tra il dito che profila una direzione e un oggetto; ciò ci consente una verifica, sul momento, del legame tra colui che indica e ciò che viene indicato. Un indice è un segno che connette due elementi compresenti nello stesso spazio: è lo spazio come contenuto rappresentazionale del testo. Il fucile funziona, all’interno dello spazio rappresentato, come un indice: punta verso la probabile presenza di un nemico fuori scena. Ci indica la fonte della sua paura. Non sappiamo se quel nemico fosse davvero pronto a offendere questi soldati con un attacco: potrebbe essere una falsa impronta, ricostruire quel che il testo vuol significare e scovare eventualmente degli indizi.
Spesso i testi sottolineano il fatto di dire la verità, di essere una vera impronta di quel che è successo: ma anche le impronte possono essere falsificate: un lavoro di carattere indiziario, risalire lungo tutte le possibilità che si presentavano, di ricostruire le relazioni con gli eventi che di volta in volta saranno stati probabili o possibili.
Gli indizi funzionano come delle promesse sul futuro (ci promettono di essere vere) e sul passato (ci promettono che le cose sono andate in quel determinato modo). Ci promette quindi un sostituto pienamente chiarificatore (orma sulla sabbia: cammello) ma ci lascia difficoltà di ricostruire la scena originaria da cui dipende, potremmo sbagliarci, oppure quel segno è usato per mentire.
I valori enunciati dalla fotografia sono connessi tra di loro: sorretti da segni che si indicano l’un l’altro, come il fucile che indicava la compresenza del nemico: è questo il piano dell’enunciato, il piano dove si dipana una storia attraverso un paesaggio figurativo (soldati che alzano la bandiera). A questo piano dell’enunciato si contrappone il piano dell’enunciazione: circostanze sotto cui quella foto è stata prodotta, di cui ci rimangono solo degli indizi, come la posizione della macchina foto, condizioni della luce o messa a fuoco.
Se le circostanze di enunciazione non sono più riproducibili, le tracce della scrittura restano come indizi sul testo prodotto. Le tracce sono solitamente lasciate consapevolmente dall’autore e divengono la base di un contratto comunicativo, di una promessa su quanto di vero il testo sta affermando. Nei testi ci sono quindi degli indizi, tracce dell’enunciazione che paiono rivolgersi a noi: indizi, impronte che giungono dal passato, divengono qualcosa che si fa presente a noi.
Se osserviamo i due soldati, lanciano segni di saluti a colui che stava fotografando: il saluto è un indice che addita la presenza del fotografo ed è anche un indizio nelle circostanze di enunciazione. Quel saluto non è solo un indice o indizio (traccia di un evento passato quale forse l’innalzamento della bandiera americana): è un segno che si fa presente a noi, ci interpella. Il testo fotografico sembra negoziare in atto (nel presente) i valori che è in grado di significare, il contenuto di senso che può esprimere.
Il saluto assume allora il valore di discorso tenuto proprio a noi osservatori della foto: c’è uno spazio puramente discorsivo, virtuale, che media queste esperienze distanti nel tempo e spazio e che ricostruisce una forma di comunicazione, interpellazione, rispetto a valori che si vogliono negoziare come comuni.
Convivenza tra piano dell’enunciazione e piano dell’enunciato: enunciazione enunciata; dove enunciazione e enunciato riconoscono gli indessicali: quei segni rappresentati dentro l’immagine che oltrepassano la distanza tra le circostanze della produzione della foto e le circostanze della nostra fruizione (il saluto dei soldati). Gli indessicali preparano dei posti, per esempio quel saluto prepara il posto a noi osservatori di quel saluto. C’è il posto di colui che tiene un discorso (enunciatore) e il posto di chi che lo fruisce (enunciata rio).
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