Estratto del documento

Appunti di semiotica 7.03.2013

Cos'è la semiotica?

La parola “semiotica” deriva dal sostantivo σημείον - segno che ha portato poi al verbo σημαίνω - significare. C’è quindi un legame stretto tra il segno e ciò che vuole comunicare: il significato. La semiotica studia quindi i segni ed il loro funzionamento, ed in particolar modo il linguaggio verbale umano in relazione agli altri tipi di segno. La semiotica studia il funzionamento generale dei segni, che sono di varia natura e che cooperano tra loro per la trasmissione del significato. La semiotica è fondamentale per un mediatore linguistico, perché quando noi traduciamo, compiamo l’atto di passare da un sistema di segni ad un altro.

La semiotica è una disciplina relativamente giovane, fondata a metà dell’800 da De Saussure e Pierce, che in contemporanea ma senza essere l’uno a conoscenza degli studi dell’altro sviluppano due teorie dei segni. Saussure fonda la semiologia, Pierce la semiotica, ma entrambe queste discipline hanno come scopo lo studio dei segni. Saussure si focalizza in particolar modo sull’analisi del segno linguistico, Pierce sul funzionamento dei segni in modo più generale.

Sebbene sia una disciplina giovane, la semiotica è a cavallo tra linguistica e discipline come la filosofia, la psicologia, la neurologia, la biologia evolutiva e l’antropologia, e per questo motivo dal punto di vista contenutistico non è poi così giovane.

I segni nel mondo antico

Già nel mondo antico si capisce che per comunicare e per capire è fondamentale conoscere i segni. La nozione di segno infatti già circola in antica Grecia per quanto riguarda tre discipline:

  • Medicina: il medico opera interpretando i segni naturali, osserva i segni evidenti di uno stato patologico e cerca di ricondurli ad una determinata patologia. Sia Ippocrate (460-377 a.C) sia Galeno (129-216 d.C) capiscono inoltre che un segno è interpretabile solo se contestualizzato e che, in contesti diversi, lo stesso segno può significare cose diverse.
  • Divinazione: l’indovino legge gli eventi naturali come segni di una volontà superiore. Il segno, già per gli antichi, non è solo linguistico ma può avere diversa natura.
  • Fisiognomica: studia ed interpreta le forme corporee degli individui come manifestazioni della loro sostanza spirituale.

I segni per Aristotele

Anche Aristotele, nel suo “Retorica”, si sofferma a parlare del segno. Per lui il segno ha anche una natura diversa dalle parole e si distingue in segno globale e segno articolato. Il canto degli uccelli per Aristotele è un segno globale, mentre la parola è articolata (sull’articolatezza del segno linguistico si ritornerà poi). In realtà recentemente alcuni zoo semiologi, che studiano i segni degli animali, hanno scoperto che il canto degli uccelli non è un segno globale, bensì articolato.

Agostino di Ippona

Agostino di Ippona (354-430 d.C) in età tardo natica riflette in modo sistematico sui segni, sul modo in cui essi si manifestano e su come noi li interpretiamo. Riflette inoltre sul loro potere comunicativo e su come le parole abbiano maggior potere rispetto agli altri segni.

Agostino individua due tipi di segni: i segni intenzionali, che per loro natura significano in quanto realizzati con la precisa intenzione di comunicare (vedi la parola), ed i segni naturali, che hanno bisogno del nostro apporto per essere interpretati. Per Agostino inoltre i segni non vengono percepiti solo attraverso l’udito, ma possono essere espressi e percepiti attraverso altri sensi. Le parole infatti sono solo un’espressione dei segni, sono solo alcuni dei tanti segni. Nonostante questo però Agostino afferma che le parole sono i segni più potenti poiché hanno il maggior potere di significazione. Questo perché io posso parlare di tutti i segni, posso esprimere a parole un’equazione e posso descrivere una melodia appena sentita. Si tratta di una caratteristica del segno linguistico detta onniformatività semiotica propria solo della parola. Attraverso le parole è possibile significare tutto.

Come sono fatti i segni per Agostino? Sono un’associazione di un oggetto sensibile e di un significato. A volte siamo noi a dare un significato ad un oggetto, quando questo di per sé non comunica niente (significazione naturale), altre volte invece i segni hanno valore convenuto, nel caso della significazione intenzionale. Con questo ragionamento Agostino, precedendo di molti anni sia Pierce che Saussure, afferma che i segni possono essere anche convenzionali. Il segno non è solo qualcosa che sta per qualcos’altro, ma qualcosa che sta per qualcos’altro solo per qualcuno e in determinate circostanze. (Quindi per comprendere appieno un segno bisogna contestualizzarlo!)

La semiologia di De Saussure e il rapporto con la linguistica

Saussure definisce la semiologia come quella scienza che si occupa di studiare le leggi dei segni e di capire il funzionamento di questi nel quadro della vita sociale, poiché sono proprio i segni che ci permettono di interagire con gli altri. Saussure è anche colui che rende generale la linguistica, nel senso che per lui la linguistica non si deve occupare solo di una determinata lingua, ma deve studiare quelle proprietà che caratterizzano il funzionamento di ogni lingua. Se però vogliamo studiare il funzionamento e le caratteristiche di ogni lingua, non possiamo prescindere dalla semiologia, dallo studio dei codici semiologici, in quanto la lingua non è altro che uno (sebbene il più potente) dei tanti segni.

Che cos'è una lingua?

Per Saussure bisogna fare una differenza tra lingua e linguaggio. Una lingua non è altro che un prodotto sociale della facoltà di linguaggio (che gestisce codici simbolici) ed un insieme di convenzioni necessarie. La lingua per Saussure è qualcosa di fisico, ma anche psichico, poiché non possiamo distinguere ciò che è mentale da ciò che è materiale.

In principio erat verbum?

De Mauro si fa questa domanda per confermare la superiorità del linguaggio senza però utilizzare una via assiomatica, come ad esempio aveva fatto Cartesio (1596-1650), concludendo che il barrito o il nitrito non fossero altro che rumori, della macchina, qualcosa di completamente diverso dalla parola. De Mauro capisce che la prima cosa da fare è confrontare il linguaggio umano con gli altri sistemi semiologici e confutare il fatto che all’inizio vi sia stata la parola. (Per De Mauro in principio non vi era la parola, ma il segno) Questo infatti non è vero né dal punto di vista dell’ontogenesi (sviluppo delle capacità degli individui) né da quello della filogenesi (sviluppo della specie umana).

Acquisizione del linguaggio sotto il profilo dell’ontogenesi

Su questo aspetto negli ultimi anni del 1900 e nei primi anni del 2000 sono stati fatti moltissimi progressi grazie all’utilizzo delle moderne tecnologie. Prima erano infatti possibili sono studi ed analisi di tipo osservativo. Jakobson ha osservato il funzionamento delle lingue in seguito a traumi (molti esperimenti di questo genere sono stati fatti durante la guerra). Con l’ausilio delle moderne tecnologie invece si sono potuti fare studi più completi e si è potuto osservare il funzionamento del cervello non danneggiato, scoprendo quindi quale siano le aree del cervello che si attivano mentre utilizziamo le parole.

La conquista ontogenetica della parola

Fase I: ascolto e ricezione

Con l’analisi osservativa si pensava che il cammino del bimbo verso la parola avvenisse tra i 7 e i 9 mesi. Dal 1980, grazie agli studi di J. Nehler e all’utilizzo di tecnologie moderne si è potuto osservare che il cammino verso la conquista del linguaggio inizia già nelle prime 36-48 ore di vita, quando infatti l’apparato uditivo è del tutto maturo (a differenza della vista, che è ancora incerta). Quando un bambino nasce, quindi, è neurologicamente maturo per ascoltare. Il bambino infatti sente la lingua della madre e ne riconosce l’intonazione, la realizzazione, il ritmo e la scansione. Compie una specie di classifica di gradimento, realizzata in base a come succhia il latte. Al suono della mamma che parla la L1, il bambino succhia molto latte. Ne succhia un po’ di meno quando sente la voce di un estraneo parlare la L1. Di seguito troviamo la mamma, che parla una lingua diversa dalla L1 e in ultima posizione un estraneo che parla una lingua diversa dalla L1. Già nelle prime ore di vita siamo quindi in grado di percepire le differenze, siamo capaci in modo innato di percepire l’esistenza di profili diversi per lingue diverse, e se siamo capaci di distinguere questi diversi profili, siamo anche in grado di imparare a gestirli grazie alla facoltà innata di linguaggio.

Fase II: sviluppo di capacità linguistiche e sociali

(l’imitazione realizzata grazie ai neuroni specchio) Lo sviluppo delle nostre capacità di linguaggio si ha in seguito all’instaurazione di rapporti affettivi. La vita sociale è fondamentale per l’acquisizione della lingua poiché il bimbo la impara grazie all’imitazione. Imitando gli adulti che lo circondano il bimbo impara a gestire gli strumenti per l’acquisizione della lingua e a crescere. L’importanza dell’imitazione è stata inoltre confermata dalla scoperta dei neuroni a specchio. Rizzolati nel 1995 ha infatti scoperto, dopo alcuni studi fatti negli anni precedenti sulle scimmie, che l’attività neurologica si attiva sia quando compiamo un gesto, sia quando percepiamo tali gesti. Durante l’azione di un soggetto vengono quindi attivati anche nell’osservatore i neuroni necessari per la medesima azione. Questo ci dimostra che siamo predisposti all’imitazione e all’apprendimento delle lingue. Se si vive al di fuori della società, senza nessuna relazione fino ai 7-9 anni, non è più possibile imparare una lingua. Questa età è detta soglia critica ed indica il momento in cui la plasticità del nostro cervello si blocca, gli emisferi celebrali si lateralizzano, si specificano in determinate funzioni. La soglia critica è costituita da un intreccio di natura e cultura, di fattori biologici ereditari e di apprendimento socialmente e culturalmente variabili. Si parla appunto di una lingua storico – naturale, un connubio tra socialità e naturalità che si sviluppa in parallelo seguendo due aspetti tra loro separati. A dimostrazione di ciò, in passato sono stati fatti numerosi esperimenti. Psammetico vietò di parlare ad alcuni bimbi per scoprire l’esistenza o meno di una lingua primigenia e lo stesso fece Federico II. Il risultato fu che i bimbi non impararono a parlare e morirono presto. Questo poiché il contatto affettivo, il vivere in società è fondamentale per forgiare in modo imitativo gli strumenti che ci servono per capire ciò che ci circonda. In questa fase il bimbo lavora di imitazione.

Fase III: lallazioni e selezione

Dopo la fase imitativa, il bimbo inizia a produrre dei suoni semplicemente per piacere. Dal punto di vista biologico siamo fatti per possedere il maggior numero di lingue, e questo si nota appunto dalle lallazioni. Il bimbo infatti non produce foni esclusivi della sua L1, ma tutto l’alfabeto fonetico. Dopo le lallazioni, il bimbo si orienta verso i foni propri delle lingue che sente parlare. Dalla moltitudine dei suoni il bimbo compie una selezione.

Fase IV: silente

Il bambino lavora di analisi ed impara a riconoscere le unità di suono e di senso, comprendendo i significati di alcune parole.

Fase V: balbettii e ripetizioni delle parole

La parola quindi viene solo dopo necessità vitali, affetti sociali, ascolto, individuazione dei suoni, silenzio, comprensione, associazione di sensi. La mancata socialità comporta l’assenza della parola.

Filogenesi

Nemmeno dal punto di vista della filogenesi in principio c’era la parola. Già Aristotele ed Epicuro ritenevano che la parola fosse il risultato di un percorso, sebbene pensavano che vi fosse nell’uomo una qualche predisposizione al suo utilizzo. Le interpretazioni degli studiosi, riguardo alla filogenesi, sono diverse. Alcuni studiosi propendono per una datazione bassa, altri per una alta datazione. Gli studi vengono fatti sui reperti paleontologi che vengono ritrovati.

Bassa datazione

Il più importante fautore di una datazione bassa è Philip Lieberman. Lieberman ritiene che l’uomo abbia iniziato ad utilizzare la parola circa 50.000-30.000 anni fa ed espone questa sua teoria nel libro intitolato “Uniquely Human” del 1991. Già il titolo di questo libro è significativo, in quanto ci fa capire come per Philip L. il linguaggio, la facoltà di gestire le parole, sia qualcosa di solamente ed unicamente umano. Lieberman

Anteprima
Vedrai una selezione di 3 pagine su 10
Semiotica - Appunti Pag. 1 Semiotica - Appunti Pag. 2
Anteprima di 3 pagg. su 10.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Semiotica - Appunti Pag. 6
1 su 10
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/05 Filosofia e teoria dei linguaggi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alice.betti.54 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Semiotica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università per stranieri di Siena o del prof Machetti Sabrina.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community