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Scienza delle Finanze - Appunti

Appunti di Scienza delle finanze per l'esame del professor Pisauro su: operatore pubblico nel sistema economico, lump sum, Second Best ed intervento pubblico, beni pubblici, esternalità, monopolio, bilancio degli enti pubblici, conti delle amministrazioni pubbliche, conti del settore statale, Bilancio dello Stato, legge finanziaria, leggi ordinarie, evoluzione della finanza pubblica, attività... Vedi di più

Esame di Istituzioni di scienza delle finanze docente Prof. G. Pisauro

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ESTRATTO DOCUMENTO

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Nel modello integrato, invece:

1. il cittadino usufruisce di prestazioni gratuite offerte da strutture pubbliche e private

convenzionate;

2. si ha la possibilità di scelta limitata tra le strutture accreditate. S t

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Nel modello contrattuale, infine, abbiamo:

l’offerta

1. di servizi da parte di istituti pubblici e privati convenzionati;

2. il pagamento dei servizi regolato da contratti con assicurazioni o con il settore pubblico;

3. il diritto dei cittadini a prestazioni uniformi, con margini di scelta delle strutture.

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Ispirati al modello di tipo contrattuale ci sono i quasi mercati in Inghilterra e nei Paesi Bassi negli

’80.

anni

I quasi mercati cercarono di:

limitare l’ingerenza statale nella produzione dei servizi, all’interno di un sistema

1. sostanzialmente pubblico;

introdurre meccanismi concorrenziali all’interno dell’amministrazione pubblica;

2.

3. favorire il controllo da parte dei destinatari del servizio, attribuendo una maggiore

possibilità di scelta.

I quasi mercati, dal lato dell’offerta:

1. presentano una concorrenza tra più istituzioni che operano con autonomia, sulla base di

convenzioni;

2. possono impiegare autonomamente eventuali surplus o perseguire politiche di eccellenza.

Dal lato della domanda, invece, i quasi mercati presentano rappresentanti istituzionali degli interessi

degli utenti dei servizi.

Il sistema sanitario italiano ha operato in misura prevalente attraverso enti e casse mutue di malattia.

La riforma del 1978 ha esteso la tutela della salute a tutti i cittadini ed ha istituito il Servizio

Sanitario Nazionale, strutturato sulla base delle Unità Sanitarie Locali (USL). Tale riforma, ispirata

da principi di equità nella distribuzione dei servizi sanitari tra i diversi individui e tra le diverse arre

geografiche, ha incontrato molte difficoltà: infatti, le USL sono state accusate da molti di essere uno

strumento di potere in mano ai partiti, piuttosto che un efficace mezzo di tutela della salute dei

cittadini, con notevole spreco del pubblico denaro e con elevati costi e scadenti servizi.

I decreti legislativi 502/1992 e 517/1993, ispirati dal desiderio di ridurre il grande decifit finanziario

del settore sanitario italiano, hanno promosso una riforma indirizzata verso il superamento del

precedente modello organizzativo.

In base a tale riforma:

1. le USL sono state trasformate in Aziende Unità Sanitarie Locali (AUSL), dirette da un

general manager, e che possono fornire direttamente i servizi oppure acquistare le

prestazioni dei privati;

2. i maggiori ospedali, invece, sono stati trasformati in Aziende Ospedaliere Autonome;

3. i rapporti di lavoro hanno assunto natura privata;

4. si sono avute modifiche nelle modalità di remunerazione dei medici e di pagamento dei

servizi.

In particolare, il pagamento dei servizi non avviene più sulla base del costo della degenza, ma

secondo il metodo del DRG (Diagnostic Related Groups), che colloca le cure in un certo gruppo,

cui corrisponde un tariffario fondato sul costo standard di produzione.

Anche in questo modo, però, si ha un beneficio che la società considera minore del costo, anche se

alcuni individui ne derivano un indubbio vantaggio.

Per la soluzione a questo problema, si muove la riforma del 1998-1999, che considera essenziali i

servizi efficaci sulla base dei risultati ottenuti dalla scienza.

Tale soluzione incontra, però, l’ostacolo di definire quali siano i servizi essenziali che vanno forniti,

e della scienza medica, e l’ostacolo di stabilire chi sia

di fronte al continuo mutare della società

abilitato a decidere al riguardo.

Il finanziamento della sanità può avvenire attraverso:

1. un Fondo Sanitario Nazionale (FSN);

2. le imposte e i contributi;

3. la contribuzione del cittadino, con il pagamento di ticket.

La sanità è una funzione delegata alle regioni, che la svolgono servendosi delle ASL, nell’ambito

del Piano sanitario nazionale, fornendo servizi uniformi, un medico di base, un mercato dei farmaci

a prezzo controllato e la libertà di scelta del cittadino tra le strutture convenzionate.

CAPITOLO 4 IL SISTEMA TRIBUTARIO

1. Il sistema tributario

La spesa pubblica va finanziata, oltre che con il patrimonio esistente, mediante diverse entrate

tramite imposte dirette ed indirette, contributi sociali effettivi e altre entrate.

Le entrate delle AP in % del Pil

18

16

14

12

10

8

6

4

2 TD/Pil TC/Pil CSeff/Pil AE/Pil

0 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 00 01 02 03 04 05 06

TD: imposte dirette; TC: imposte indirette; CSeff: contributi sociali effettivi; AE: altre entrate

Le imposte dirette hanno avuto un andamento crescente fino al 1997, mentre dal 1998 al 2005

hanno iniziato a diminuire di poco.

Le imposte indirette, invece, hanno un andamento decrescente dal 1970 al 1981, mentre dal 1982 ad

oggi hanno iniziato ad aumentare.

I contributi sociali effettivi, invece, hanno un andamento quasi costante: crescono dal 1970 (quando

sono pari al 10% del PIL) fino al 1997 (quando sono pari al 14,3% circa del PIL) e, poi, decrescono

fino ad essere pari al 12,5% del PIL nel 2006.

Anche le altre entrate hanno un andamento costante, variando dal 2% del PIL (nel 1970) al 4% circa

del PIL (negli anni 1993, 1994, 1999, 2001 e 2004).

La voce altre entrate comprende entrate straordinarie (come il condono edilizio) e quelle

assimilabili alle imposte (come i contributi sociali).

I criteri rilevanti per la classificazione delle entrate pubbliche ordinarie sono:

1. la presenza o meno di una domanda da parte del cittadino;

2. la presenza di esternalità positive;

l’obiettivo

3. di massimizzazione del surplus dei consumatori.

Tra le entrate ordinarie abbiamo:

1. il prezzo privato o di mercato, per cui si può individuare una domanda dei consumatori, non

ci sono esternalità, il costo marginale è pari al ricavo marginale (Cm = Rm) e, quindi, si ha

massimo profitto. Se ”p > Cm”, il surplus dei consumatori non è massimizzato;

c’è una domanda dei consumatori, non ci sono esternalità e, se

2. il prezzo sociale, per il quale

”Cm = Rm”, non c’è massimo profitto, ma si coprono solo i costi di produzione. Se ”p >

Cm”, il surplus dei consumatori non è massimizzato;

il prezzo pubblico, per il quale c’è una domanda dei consumatori, c’è una produzione in

3. e l’obiettivo è di massimizzare il surplus dei

regime di monopolio, non ci sono esternalità

consumatori del servizio, con il vincolo ”Cm = Rm”, che rende il profitto nullo, ossia si ha

”p = CM”. È possibile, però, che ci sia una possibile discriminazione di prezzi, ossia ci

possono essere più categorie di individui avvantaggiati nei prezzi rispetto agli altri;

il prezzo politico, per il quale c’è una domanda dei consumatori, c’è una produzione in

4. regime di monopolio, non ci sono esternalità e l’obiettivo è di massimizzare il surplus dei

del servizio, ma ”ricavi < costi” e, quindi, le imprese hanno un decifit (perché il

consumatori

prezzo politico non copre tutti i costi medi, in quanto ”p < Cm”), che lo Stato toglie con

risorse finanziarie o imposte;

5. la tassa, per la quale si ha una domanda dei consumatori, ci sono esternalità positive, si pone

”p < Cm” e, quindi, c’è un disavanzo delle imprese, che dovrà essere coperto con imposte;

l’imposta, per la quale non c’è una domanda dei consumatori, c’è assoluta indivisibilità dei

6. e c’è un prelievo forzato che non ha necessariamente corrispondenza

vantaggi (non rivalità)

con la prestazione di un servizio.

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2. Tributi nella Costituzione repubblicana

Nella Costituzione italiana sono trattati i tributi:

l’articolo 23 prevede una

1. riserva di legge;

l’articolo 53 afferma che tutti

2. devono concorrere alle pubbliche spese in ragione della loro

capacità contributiva: la parola ”tutti” significa che l’obbligo tributario non dipende dalla

cittadinanza, mentre il dovere tributario appartiene agli inderogabili obblighi di solidarietà

politica, economica e sociale (articolo 2).

I tributi sono necessari per attuare valori di rilievo costituzionale, inclusa la rimozione degli ostacoli

e l’uguaglianza,

di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà impediscono il

pieno sviluppo della persona umana (articolo 3).

Il presupposto del tributo deve essere espressivo della capacità contributiva e, quindi:

1. il fatto rivelatore di ricchezza deve essere attuale e concreto;

per il legislatore sono l’irragionevolezza e l’arbitrarietà.

2. gli unici limiti

Le finalità del prelievo tributario possono essere:

1. fiscali, se servono per finanziare la spesa pubblica; l’incentivazione,

2. extrafiscali, se servono per la redistribuzione, la stabilizzazione,

l’allocazione, ecc.

I tributi si possono ripartire sulla base di tre principi:

1. il principio del beneficio o della controprestazione;

2. il principio della capacità contributiva;

3. il principio del sacrificio.

1)In base al principio del beneficio, la produzione pubblica:

1. ha un costo opportunità pari alla produzione privata cui si rinuncia;

2. deve aderire alle preferenze dei cittadini;

3. deve essere finanziata con un sistema di prezzi-imposte adeguati alle preferenze stesse.

Le imposte sono equamente distribuite quando sono, per ogni cittadino, proporzionali ai benefici

che questi trae dai beni e servizi pubblici di cui fa liberamente domanda. Le imposte, inoltre, sono

un sistema di prezzi applicato alla produzione pubblica.

Nel principio del beneficio, le imposte sono una specie di contraccambio in ragione dei vantaggi

che otteneva ogni cittadino, ossia chi aveva più vantaggi, più pagava le imposte: ciò è, quindi,

vantaggioso per i nullatenenti e svantaggioso per i rischi.

Il principio del beneficio non è solo un criterio di ripartizione delle imposte, ma è anche strumento

delle risorse tra settore privato e pubblico e, all’interno di quest’ultimo,

di allocazione tra le varie

categorie di spesa.

Il principio, inoltre, è neutro rispetto alla distribuzione della ricchezza, come negli scambi di

mercato.

Il principio del beneficio ha diversi problemi:

c’è il

1. free riding, nel caso di beni pubblici;

l’offerta dei beni e servizi può avvenire in una logica diversa da quella dello scambio

2. volontario, ossia in presenza di beni meritevoli e di esternalità;

3. non è possibile avere un prelievo personalizzato per ogni individuo;

4. non sono sempre disponibili indicatori di beneficio adatti.

I vantaggi del principio del beneficio, invece, sono:

1. il collegamento tra decisioni di spesa e decisioni di entrata;

2. la trasparenza delle decisioni pubbliche;

3. la responsabilizzazione di chi decide le spese rispetto a chi ne sopporta il costo;

4. nel caso dei servizi pubblici locali, è più facile individuare i beneficiari e valutare il

beneficio sulla base di appropriati indicatori.

2)Nel principio della capacità contributiva, si parte dall’ipotesi che non è possibile calcolare con

precisione i benefici della spesa pubblica e, quindi, la ripartizione delle imposte deve basarsi su un

criterio di giustizia, che è la supremazia del cittadino.

finanziamento dell’attività pubblica

In tale principio, alle imposte sono assegnati il e le finalità

redistributive.

La capacità contributiva è la capacità di contribuire al finanziamento dello Stato sulla base della

propria capacità di produrre reddito o ricchezza, che però non sono osservabili. Sono, invece,

osservabili e quantificabili con diversa precisione grandezze come:

1. la ricchezza, alla quale sono connessi due problemi:

 al patrimonio non viene continuamente attribuito un valore;

 l’imposizione genera problemi di liquidità.

2. il reddito, che viene corretto per tener conto delle caratteristiche personali che influiscono

sulla capacità contributiva;

3. il consumo, come indicatore indiretto della capacità contributiva.

Con il principio della capacità contributiva si parla in particolare:

1. di equità orizzontale, ossia a uguale capacità deve corrispondere uguale imposta;

2. di equità verticale,ossia a maggiore capacità deve corrispondere maggiore imposta;

3. del fatto che le imposte non devono alterare la scala distributiva, ossia, se una persona è più

ricca di un’altra, una volta pagate le tasse, il ricco non deve diventare più povero dell’altro

che senza le imposte era più povero.

Ci sono due problemi allocativi connessi al principio della capacità contributiva:

1. il problema di individuare un corretto indicatore di capacità contributiva;

criteri di ripartizione dell’onere di imposta,

2. il problema di individuare in relazione alla

capacità contributiva individuata.

Ci sono, poi, due formulazioni del principio della capacità contributiva:

1. in termini di equità, le imposte devono essere ripartite in maniera giusta e, quindi, occorre

individuare principi giusti di ripartizione su cui basare le imposte;

2. in termini di benessere, le imposte devono essere distribuite in modo da minimizzare la

perdita di benessere. l’indicatore di capacità

3)In base del principio del sacrificio, nella tradizione utilitaristica,

contribuiva più utilizzato è il reddito, la cui rinuncia per pagare le imposte determina una perdita di

utilità, collegata al sacrificio.

Del principio del sacrificio sono state date tre formulazioni: l’imposta deve sottrarre ad

1. principio del sacrificio uguale in valore assoluto, in base al quale

ogni contribuente una quantità uguale di utilità; l’imposta deve provocare ad

2. principio del sacrificio uguale proporzionale, in base al quale

ogni contribuente un sacrificio di utilità proporzionale all’utilità totale che egli trae dal

proprio reddito e, quindi, il sacrificio di utilità è una percentuale uguale per tutti;

l’imposta deve essere ripartita in

3. principio del sacrificio marginale uguale, in base al quale

modo da uguagliare l’utilità ai contribuenti dopo l’imposta.

marginale del reddito, che resta

L’utilità marginale decrescente comporta il sacrificio minimo per la collettività.

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C P F Y P’

0 0 2

1 b) Contribuente ricco

a) Contribuente povero

In un’ampia gamma di ipotesi, i principi del sacrificio richiedono imposte progressive.

3. Elementi costitutivi dell’imposta

consiste di più elementi:

L’imposta situazione di fatto cui la legge ricollega l’obbligo di

1. il presupposto (patrimonio), che è la

pagare l’imposta; persona fisica o giuridica che ha l’obbligo di pagare l’imposta;

2. il soggetto passivo, che è la

3. la base imponibile, che è la traduzione quantitativa del presupposto e può essere espressa in

termini: se l’imposta è ad valorem;

- monetari,

se l’imposta

- fisici, è specifica.

l’aliquota d’imposta, che indica ciò

4. che è dovuto dal contribuente per ogni unità di base

imponibile: l’imposta

- in termini percentuali, se è ad valorem; l’imposta

- in unità monetarie per ogni unità di base imponibile, se è specifica.

d’imposta,

5. il debito che è il prodotto tra aliquota e base imponibile, che, a livello aggregato,

ossia la somma dei debiti d’imposta di tutti i contraenti.

è il gettito,

L’aliquota d’imposta può essere:

1. media, che rappresenta quanto è dovuto in media dal contribuente per ogni unità di base

imponibile e che è pari al rapporto tra debito d’imposta e la base imponibile (”t = T(y) / y”);

a

dal contribuente per un’unità aggiuntiva di base

2. marginale, che rappresenta quanto è dovuto

imponibile, ossia indica quanto varia il debito di imposta al variare della base imponibile

(”t ∆T(y) ∆y”).

= /

m

Se all’aumentare della base imponibile, il debito aumenta nella stessa misura, si ha la ”t ”

a

costante e, quindi, ”t ”: in questo caso, abbiamo un’imposta proporzionale.

= t

a m

Se, invece, all’aumentare della base imponibile, il debito aumenta meno che

proporzionalmente, si ha ”t ” decrescente e, quindi, ”t ”: in questo caso, abbiamo

> t

a a m

un’imposta regressiva.

Se, infine, all’aumentare della base imponibile, il debito aumenta più che

proporzionalmente, si ha ”t ” crescente e, quindi, ”t ”:

< t in questo caso, abbiamo

a a m

un’imposta progressiva.

3. legale, che ci dice quanto è dovuto dal contribuente per ogni unità di reddito imponibile;

4. effettiva, che ci dice quanto è dovuto dal contribuente per ogni unità di reddito complessivo.

è un indicatore migliore dell’onere che grava sul contribuente, in tutte le

L’aliquota effettiva

situazioni in cui il reddito imponibile è più basso del reddito complessivo, ad esempio perché ci

sono deduzioni o altre agevolazioni.

4. Tipologia delle imposte

Le imposte possono riguardare:

produzione, la distribuzione e l’utilizzazione del reddito;

1. la

2. il possesso o il trasferimento della ricchezza.

Le imposte sulla produzione, distribuzione e utilizzazione del reddito possono essere classificate a

seconda:

1. del mercato su cui gravano;

2. che gravino su chi acquista o su chi vende in quel mercato;

3. che siano dovute da famiglie o imprese;

4. che riguardino fonti (salari, stipendi, profitti) o impieghi del reddito stesso.

Le imposte sul possesso della ricchezza sono imposte a natura patrimoniale (proprietà fondiarie,

patrimonio delle imprese) e possono gravare anche sul capitale umano (proprietà capitarie).

Le imposte sul trasferimento della ricchezza interessano il trasferimento di ricchezza tra vivi:

1. a titolo oneroso;

2. a titolo gratuito (la donazione);

3. mortis causa (la successione).

Ci sono, poi, altri tipi d’imposte:

1. le imposte equivalenti sono quelle che, pur differenziandosi sotto uno dei profili richiamati

perché l’una grava su chi e l’altra su chi

(ad esempio, acquista vende sullo stesso mercato),

insistono sulla stessa base imponibile;

2. le imposte dirette (non si possono trasferire), le cui più ricorrenti manifestazioni di capacità

contributiva possono essere il reddito e il patrimonio, i cui indici utilizzati per valutare la

capacità contributiva sono gli indici immediati;

3. le imposte indirette (si possono anche trasferire, se si vuole), le cui più ricorrenti

manifestazioni di capacità contributiva possono essere i trasferimenti, gli scambi e i

consumi, i cui indici utilizzati per valutare la capacità contributiva sono gli indici mediati;

le imposte reali, che colpiscono l’oggetto (reddito o patrimonio) dell’imposta senza

4. considerare le caratteristiche del soggetto tassato, e le imposte personali, che colpiscono lo

(ad esempio, l’imposta

stesso oggetto, ma considerano le caratteristiche del soggetto tassato

dei redditi).

Le imposte personali sono più eque, in quanto permettono di tenere conto della condizione

economica complessiva del contribuente, trattando cosi in modo diverso i soggetti a seconda

delle proprie caratteristiche.

Le imposte personali possono essere progressive, mentre quelle reali no, perché, se fossero

progressive, penalizzerebbero i soggetti che percepiscono il reddito da una sola fonte o che

possiedono un solo tipo di patrimonio e, quindi, non garantirebbero equità.

Le imposte personali permettono di valutare meglio la capacità contributiva del

contribuente, tenendo conto dei carichi di famiglia e della condizione di salute, attraverso

deduzioni o detrazioni.

Le imposte reali sono più semplici sotto il profilo amministrativo, proprio perchè non

richiedono l’accertamento delle condizioni soggettive del contribuente, specialmente della

sua condizione economica complessiva. Un esempio di imposta reale è il prelievo alla fonte

(ossia al momento in cui matura l’imposta), che interessa soprattutto redditi delle attività

finanziarie e redditi di lavoro dipendente.

Il prelievo alla fonte permette di sostituire all’attività di accertamento e riscossione nei

l’attività di accertamento e riscossione nei confronti degli

confronti dei percettori di reddito,

enti o imprese che pagano il reddito, che sono in numero inferiore rispetto ai percettori, sono

tenuti alla contabilità e hanno scarso interesse all’evasione, perché si rivalgono sul

contribuente per le imposte trattenute;

5. le imposte generali, che colpiscono un’intera categoria di cespiti, contribuenti o transazioni,

o tutti i redditi di un fattore (esempi sono l’IVA e

cioè tutti i redditi o tutta la produzione

l’IRPEF); l’impiego di un fattore in un settore

6. le imposte speciali, che colpiscono un solo bene, (come

quello della produzione di oli minerali o di tabacco) o i redditi ottenuti da un fattore nella

produzione di un bene.

In Italia, le principali imposte sono:

1. le entrate tributarie;

l’IRPEF (Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche), che è un’imposta diretta e personale;

2. l’IVA (Imposta sul Valore Aggiunto), che è un’imposta indiretta e reale;

3. l’IRAP (Imposta Regionale sulle Attività Produttive), che è un’imposta indiretta e reale;

4. l’IRES (Imposta sul Reddito delle Società), che è un’imposta diretta e personale;

5. l’ISOS (Imposta Sostitutiva sui redditi da capitale), che è un’imposta diretta e reale;

6. l’ICI (Imposta Comunale sugli Immobili), che è un’imposta indiretta e reale, secondo

7. la

classificazione di contabilità nazionale.

Esempio di imposte reali

Due contribuenti ”A” e ”B” con ”Y = 1000000”:

”A”

1. ha un reddito di solo salario;

”B”

2. ha un reddito per metà da salario e per metà da proprietà immobiliari.

l’altra sul reddito da proprietà),

Se le imposte dirette sono reali (una sui salari e entrambe con

”t ”A” ”B” ”T

aliquota proporzionale = 10%” e pagano = 1000000 * 0,1 = 100.000”.

Se, invece, le imposte hanno aliquote progressive:

”redditi ”t

1. 0–500.000” = 10%”;

”redditi ”t

2. 501000–1000000” = 20%”.

”A” paga ”T = 1000000 * = 200.000”, mentre ”B” paga ”T = (500000 *

0,2 0,1) + (500000 * 0,1) =

= 100.000”.

5. L’imposta personale sul reddito

L’imposta personale sul reddito è un’imposta progressiva e i metodi per attuare la progressività

sono: l’aliquota media è funzione continua e

1. la progressività continua, in base alla quale crescente

della base imponibile; ad ogni classe corrisponde un’aliquota che

2. la progressività per classi, in base alla quale può non conservarsi l’ordinamento dei

cresce al crescere della classe: con tale progressività

redditi, ossia può provocare il problema che un soggetto più ricco di un altro prima di pagare

le tasse diventi più povero dell’altro una volta pagate le imposte;

3. la progressività per scaglioni, in base alla quale si identificano scaglioni di reddito e alla

parte di reddito propria dello scaglione si applicano aliquote crescenti al crescere del reddito.

L’aliquota applicata allo scaglione più elevato si chiama aliquota marginale;

4. la progressività per deduzione, in base alla quale il debito di imposta di ottiene applicando

un’aliquota costante alla differenza tra il reddito e un ammontare uguale per tutti i

”T – ”D”

contribuenti = t (Y D)”, dove è la deduzione, ossia lo sconto applicato sul reddito

complessivo quando si va a calcolare la base imponibile, con aliquota ”t”. La deduzione può

rendere progressiva un’imposta che di per se sarebbe proporzionale;

5. la progressività per detrazione, in base alla quale il debito di imposta di ottiene applicando

un’aliquota costante per tutti i livelli di reddito e detraendo dal debito di imposta un

”T – ”t” è l’aliquota marginale e ”f”

ammontare uguale per tutti = t (Y f)”, dove è la

detrazione, che concede un beneficio uguale a tutti i contribuenti.

”t” ”f D”.

La progressività per deduzione e detrazione coincidono se è uguale e = t *

”t ” di ”tD”,

Se cresce al crescere del reddito (per scaglioni), la deduzione comporta una riduzione

m ”t ”, cresce la deduzione ”D”:

crescente al crescere del reddito e di in quanto al loro crescere,

m

dunque, per ragioni di equità, è preferibile la progressività per detrazione.

Le deduzioni e le detrazioni garantiscono la progressività anche con un prelievo proporzionale,

a personalizzare l’imposta,

servono servono ad incentivare specifici impieghi del reddito

(assicurazioni, risparmio, mutui,) e possono attuare la discriminazione qualitativa dei redditi se

differenziate a seconda del tipo di reddito.

La discriminazione qualitativa consiste nel riconoscere un onere di imposta differenziato alle

diverse categorie di reddito, è utilizzata per discriminare tra redditi di lavoro e redditi di capitale a

favore dei primi perché richiedono, per essere ottenuti, un sacrificio maggiore e perché sono

temporanei.

La discriminazione qualitativa dei redditi può essere ottenuta aggiungendo al prelievo personale sul

reddito: un’imposta reale su tutti i redditi diversi da

1. o quelli di lavoro;

2. o un prelievo sul patrimonio;

3. o una deduzione (detrazione) specifica per i redditi di lavoro.

La progressività si può applicare:

1. alle imposte dirette e non a quelle indirette perchè tendono ad essere regressive: un possibile

rimedio è la discriminazione delle aliquote;

2. alle imposte personali e non a quelle reali, perché la progressività applicata a tali imposte

violando l’equità orizzontale,

può penalizzare i redditi provenienti da una sola fonte, in base

alla quale gli individui con la stessa capacità contributiva dovrebbero pagare la stessa

imposta.

Un’imposta con aliquota costante con deduzione universale è detta Flat Rate Tax, pari a:

” – ”.

T = t ( Y D )

Tale imposta è molto progressiva per i redditi più bassi, ma diventa proporzionale al crescere del

reddito.

Un altro tipo di imposta è la Tax Expenditures, con la quale si abbatte il debito di imposta

imputabile a previsioni legislative con deduzioni, detrazioni, esclusioni, esenzioni, aliquote ridotte e

differimenti di imposte. Tale imposta riduce il gettito e ha, quindi, sul bilancio pubblico, un effetto

analogo ad aumenti di spesa fiscale.

6. La scelta della base imponibile

La scelta della base imponibile può essere fatta sotto un profilo equitativo, ossia individuando il

concetto di reddito che meglio riflette la capacità contributiva del soggetto, oppure sotto un profilo

di efficienza, ossia valutando gli effetti economici del ricorso ad una definizione piuttosto che ad

un’altra.

Le fonti della base imponibile sono:

1. i redditi di lavoro;

2. i redditi di capitale;

3. le plusvalenze nette;

4. le entrate straordinarie od occasionali (escluse le donazioni e le eredità, in quanto

assoggettate a tributi autonomi, generalmente meno onerosi).

Gli usi della base imponibile, invece, sono nel consumo e nel risparmio.

Si possono definire tre tipi di reddito:

1. il reddito prodotto;

2. il reddito entrata;

3. il reddito consumo o spesa.

Il reddito prodotto, nelle legislazioni dell’Ottocento, era un concetto sistematizzato in modo

coerente da De Viti de Marco (1934), il quale dice che ogni particella di reddito nasce gravata di

imposta, ossia sono sottoposti a tassazione tutti i redditi ottenuti come corrispettivo della

partecipazione a un’attività produttiva. La base imponibile dell’imposta coincide, quindi, con il

valore aggiunto della nazione, cioè con il valore della produzione della nazione: ”RP ”, dove

= Y

i

”i capitale” e ”RP

= lavoro, terra, = redditi di lavoro + redditi di capitale”.

I problemi del reddito prodotto sono diversi:

1. la valutazione degli ammortamenti;

l’inerenza dei costi di produzione;

2.

3. non considera le plusvalenze nette;

4. non considera altre entrate straordinarie od occasionali;

l’elusione fiscale, ossia l’incentivo a trasformare redditi di capitale (tassati) in plusvalenze

5. (non tassate). 

Il reddito entrata è pari a ”RE = Y + CG + AE = redditi di lavoro + redditi di capitale +

i t t sono, quindi, tassate tutte le fonti di

plusvalenza nette + entrate straordinarie od occasionali”:

reddito.

L’elemento caratterizzante il reddito entrata è la tassazione delle plusvalenze maturate, in quanto

potenzialmente traducibili in consumo.

La tassazione alla maturazione, però, ha due problemi applicativi:

1. richiede di conoscere il valore di mercato di tutte le attività patrimoniali al 31 Dicembre di

ogni anno, che è spesso un valore non valutabile con certezza in assenza di transazioni;

2. può creare al contribuente problemi di liquidità.

ha anch’essa due problemi applicativi:

La tassazione alla realizzazione

effetti di immobilizzo, imputabili alla volontà di differire l’imposta;

1. determina

2. incentiva le attività elusive, ossia si ha la realizzazione immediata delle minusvalenze

(deducibili) e il differimento della realizzazione delle plusvalenze (tassate).

Il reddito consumo è pari a ”RC ”, in cui la base imponibile è rappresentata dal consumo

= C t

annuale del contribuente: il riferimento è, quindi, agli utilizzi del reddito, ossia il consumo è tassato

e il risparmio è esentato.

Il reddito consumo è un’imposta personale sul reddito che si distingue dall’imposta sul reddito

entrata per l’esenzione del risparmio.

si ha ”RC = RP + conti registrati”.

Operativamente, = RP + (prelievi - depositi)

Per il reddito consumo non si pone il problema di valutare le plusvalenze, le quali sono tassate solo

se si traducono in consumo, attraverso un prelievo dai conti registrati.

Il reddito consumo è stato sostenuto essenzialmente per motivi di equità, ossia si tassano individui

solo per le risorse che sottraggono alla collettività.

La tassazione secondo il reddito consumo sottopone il risparmio a tassazione due volte:

1. nel momento in cui è prodotto;

2. nel momento in cui dà frutto sotto forma di redditi di capitale.

Si hanno, dunque, l’imposta sul reddito e l’imposta sulla spesa, che ha effetti positivi

sull’efficienza, in quanto non ha l’effetto di sostituzione contrario al risparmio dell’imposta sul

reddito (reddito entrata o reddito prodotto), ossia non distorce le scelte intertemporali di consumo.

L’imposta sul reddito penalizza i risparmiatori, mentre il valore attuale dell’imposta sulla spesa è

identico per i soggetti, indipendentemente dalle decisioni di risparmio.

di un’imposta sulla

Il profilo intertemporale spesa comporta una concentrazione del gettito nei

periodi in cui il consumo è una percentuale più elevata del reddito quando si è giovani e quando si è

anziani.

Le proposte in favore di un’imposta sul reddito consumo non hanno trovato applicazione concreta,

per diversi problemi:

1. il timore dei problemi amministrativi;

2. il problema di determinare cosa è consumo e cosa è risparmio;

3. il problema di monitoraggio del risparmio, ossia dei conti registrati di tutte le transazioni che

coinvolgono i diversi tipi di patrimonio.

Negli anni ’80, la riforma di Reagan si è ispirata a tre fondamentali principi:

1. la riduzione delle aliquote;

l’allargamento della base imponibile;

2. la semplificazione dell’amministrazione e la riduzione dei costi dei contribuenti.

3.

La riforma Reagan è stata, però, rivista in epoca recente, quando si è introdotto un nuovo interesse

per l’imposta sulla spesa, realizzata con esenzione dei redditi di capitale.

Il Dual Income Tax è un modello di tassazione che ha ispirato le riforme fiscali dei paesi nordici

anni ’80 e all’inizio anni ’90 (Svezia, Norvegia, Finlandia, Danimarca).

alla fine degli degli Tale

modello condivide gli obiettivi di equità e di efficienza dell’imposta sulla spesa e, invece di

esentare i redditi di capitale, li assoggetta ad un prelievo agevolato.

Il Dual Income Tax divide i redditi in due categorie:

1. redditi di lavoro (e pensioni);

2. redditi di capitale, che comprendono anche i redditi delle società di capitali e le plusvalenze.

Sui redditi di lavoro viene applicata un’imposta progressiva, mentre sui redditi di capitale viene

applicata un’imposta proporzionale.

L’aliquota dell’imposta proporzionale è pari all’aliquota del primo scaglione dell’imposta

progressiva sui redditi di lavoro.

Il Dual Income Tax è stato sostenuto per motivi di efficienza, ossia:

1. è efficiente tassare meno i redditi delle attività più mobili (i capitali finanziari), perché

elevata potrebbe generare fughe di capitali, e,

un’imposta quindi, la sostituzione tra redditi

prodotti internamente e redditi prodotti all’estero;

2. è efficiente tassare tutti i redditi di capitale e tassarli tutti allo stesso modo.

I regimi fiscali che si sono storicamente determinati non sono mai pienamente coerenti con uno dei

e sull’efficienza

modelli proposti, ma sono regimi ibridi: ciò ha conseguenze sull’equità del sistema

e crea ampie possibilità di elusione fiscale.

7. La scelta dell’unità impositiva: individuo o famiglia

I motivi a favore della scelta del reddito familiare (”y ”) sono dovuti dal fatto che esso impedisce:

f

1. discriminazioni tra famiglie con le stesse possibilità economiche;

l’intestazione di comodo di attività per eludere

2. la progressività imposta.

”y ”

In particolare è un indicatore più appropriato della condizione economica, in quanto il consumo

f ”y ”

e il risparmio sono meglio spiegati da che dal reddito personale.

f

I motivi a favore della scelta del reddito individuale, invece, sono dovuti dal fatto che:

1. ognuno ha pieno diritto di proprietà solo sul suo reddito personale e non su quello del

coniuge o dei parenti conviventi;

2. la tassazione familiare penalizza i matrimoni;

tassazione familiare, se l’imposta è progressiva, penalizza la scelta di un lavoro

3. la

aggiuntivo all’interno della famiglia.

Per l’inconciliabilità tra i diversi obiettivi è necessario sacrificare almeno parzialmente alcuni degli

obiettivi rispettivamente perseguiti dai due sistemi. Tuttavia, è possibile cercare di mediare, almeno

nell’entità, ai problemi. In particolare, sono pensabili:

1. sistemi individuali, che tengono conto delle condizioni famigliari del contribuente;

2. sistemi familiari, che attenuano gli inconvenienti del sistema del cumulo puro.

Le due possibile correzioni alla tassazione familiare sono:

1. lo splitting (in Germania, USA e Svizzera), in base al quale

 

” ”;

TF = t ( Y1 + Y2 ) / 2 ( Y1 + Y2 )

2. il quoziente familiare, utilizzato in legislazioni particolarmente generose nei confronti dei

problemi della famiglia (ad esempio, in Francia) e in base al quale

 

” ”.

TF = t ( Y1 + Y2 ) / Q ( Y1 + Y2 )

Con lo splitting si attribuisce a ciascuno dei due coniugi una media dei redditi tra i due contribuenti,

ma con esso non si tiene conto dei figli a carico.

I vantaggi dello splitting rispetto al cumulo puro sono:

l’attenuazione progressività dell’imposta sui matrimoni;

1. della al lavoro per il coniuge “debole”.

2. la riduzione dei disincentivi

Il quoziente familiare ”Q” ”N”

è direttamente proporzionale al numero dei componenti della

con ”Q

famiglia, < N” in relazione alle economie di scala.

Il quoziente familiare serve a rendere omogenei i redditi di famiglie di diversa numerosità e

composizione, tenendo conto anche dei figli a carico del contribuente.

Il quoziente familiare si fonda sul concetto di scala di equivalenza, in base alla quale:

1. il coefficiente attribuito al primo membro è 1;

2. i componenti successivi sono pesati meno a motivo delle economie di scala;

”Q” ”N”

3. è sempre minore di per la presenza di economie di scala.

Ad esempio in Francia si ha:

Q(1) = 1 ; Q(2) = Q(1) + 0,5 = 1,5 ; Q(3) = Q(2) + 0,5 = 2 ; Q(4) = Q(3) + 1 = 3.

Il quoziente familiare sottintende una norma di equità, in base alla quale famiglie di diverso reddito,

ma con lo stesso reddito equivalente, devono pagare la stessa aliquota fiscale.

dati i coefficienti dell’esempio precedente,

Ad esempio, una famiglia con 60.000€ di reddito e 4

infatti,

componenti deve pagare la stessa aliquota di un single con 20.000€: il quoziente è pari a 3.

8. Reddito effettivo o normale?

Il reddito effettivo è quello di cui il contribuente dispone nel periodo di imposta, mentre, se

calcolato in termini di competenza, è la rappresentazione più adeguata della capacità contributiva.

Il reddito effettivo ha tre vantaggi:

1. è una misura precisa di capacità contributiva;

2. è coerente con il modello del reddito entrata, soprattutto per il trattamento di donazioni e

plusvalenze;

equo quando la dispersione dei redditi all’interno di una tipologia è ampia.

3. è

Il reddito normale, invece, è il reddito potenziale del contribuente, calcolato rispetto ad un intervallo

temporale superiore all’anno e ad abilità e tecniche di produzione medie.

Le due ragioni teoriche a favore del reddito normale sono:

l’arbitrarietà di un orizzonte

1. del periodo di imposta annuale, ossia è più adatta l’adozione

temporale del tipo “Ciclo vitale”;

incentivi impliciti all’imprenditore attivo,

2. gli che ottiene redditi superiori alla media.

Le tre ragioni pratiche a favore del reddito normale, invece, sono:

1. la difficoltà di calcolo del reddito di competenza e un reddito effettivo calcolato in termini di

cassa può dare problemi di salto di aliquote in presenza di redditi a formazione pluriennale

(come il TFR), ma corrisposti in unica soluzione;

2. la difficoltà di calcolo di componenti di ricavo e costo;

3. la presenza di redditi non monetari e di redditi fluttuanti.

Per le imprese minori, quando il reddito del contribuente si discosta dal reddito normale,

l’amministrazione ne chiede la ragione e può adottare i ricavi presunti come base imponibile per la

Precisamente, se il reddito effettivo è maggiore del reddito normale, l’aliquota per il

tassazione.

contribuente è più bassa.

Con il criterio del reddito normale si determinano:

1. redditi agrari e dominicali;

2. redditi da fabbricati.

Ai fini IRPEF, i redditi agrari e dominicali sono determinati sulla base di tariffe di stima catastali,

che sono pari alla rendita catastale attribuita ad ogni particella o al rendimento medio ordinario.

I redditi da fabbricati, a fini IRPEF, invece, sono determinati con la rendita catastale,

opportunamente rivalutata.

9. L’IRPEF

La riforma del ministro Tremonti prevede una legge delega 80/2003, che si basa su di un modello di

Flate Rate Tax, ossia si ha un’imposta con due aliquote (23% fino al 100.000€ e 33% oltre), una

progressività realizzata dalle deduzioni (decrescenti al crescere del reddito) e una trasformazione

delle detrazioni in deduzioni.

L’IRE (pacchetto fiscale del 25/11/2004 per il 2005) è caratterizzato da:

1. una struttura a quattro aliquote dal 23 al 43%;

2. detrazioni di imposta per carichi di famiglia (decrescenti nel passaggio da uno scaglione

all’altro), dal reddito (decrescenti linearmente all’aumentare del

sostituite da deduzioni

reddito), come in parte era già avvenuto a partire dal 2003 per i redditi da lavoro dipendente

ed autonomo, e per le pensione (sottoposti alla No Tax Area, fino ad un certo reddito

fino a 7.500€).

familiare, ossia

Le caratteristiche dell’IRPEF sono:

sono i residenti per i redditi prodotti all’interno e all’estero e i non

1. soggetti passivi, che

residenti per i redditi prodotti in Italia;

2. presupposto, che è il possesso di un reddito e che può essere:

 fondiario, se si hanno terreni o fabbricati;

 quasi tutti esclusi dall’IRPEF e assoggettati a tassazione

dei redditi da capitale,

sostitutiva, ad eccezione dei dividendi azionari relativi a partecipazioni qualificate,

che sono inclusi per il 40%.

redditi derivanti dall’impiego di capitale finanziario non conseguiti

I redditi da capitale sono

nell’esercizio di impresa (norma di chiusura), come, ad esempio, i proventi delle gestioni

collettive del risparmio, i proventi di riporti e operazioni pronti contro termine.

Sono, invece, esclusi dai redditi da capitale i redditi diversi (utili e perdite che dipendono da

un evento incerto = plusvalenze e proventi di prodotti derivati).

Le partecipazioni qualificate, invece, sono:

 esercitabili nell’assemblea ordinaria o 5% del

titoli quotati (2% dei diritti di voto

capitale della società partecipata);

 dei diritti di voto esercitabili nell’assemblea ordinaria o 25%

titoli non quotati (20%

del capitale della società partecipata).

3. redditi da lavoro dipendente o autonomo: i redditi da lavoro dipendente sono calcolati in

termini di cassa e sono al lordo delle spese di produzione, a parte una deduzione più elevata;

derivano dall’esercizio di arti o professioni in modo

i redditi da lavoro autonomo, invece,

abituale anche se non esclusivo, facendo riferimento ad un reddito netto di cassa;

redditi d’impresa (individuale o società di persone): nel caso di società di persone, il reddito

4. è accertato in capo alla società e attribuito ai soci in proporzione alla loro quota di

partecipazione agli utili indipendentemente dalla loro effettiva distribuzione: il riferimento è

che è l’utile

ad un reddito effettivo di competenza, economico corretto a fini fiscali;

5. alcune categorie di redditi diversi, tra cui le plusvalenze immobiliari e le plusvalenze

derivanti da cessioni qualificate, incluse nella base imponibile per il 40% al netto delle

minusvalenze.

Le caratteristiche della base imponibile sono:

1. un modello di reddito prodotto;

tassazione del risparmio con l’eccezione dei titoli di stato;

2. una

3. una possibilità di dedurre gli accantonamenti per la previdenza integrativa.

Dalla base imponibile sono esclusi:

1. redditi sottoposti a regimi sostitutivi (redditi da attività finanziarie);

2. redditi soggetti a tassazione separata (TFR e arretrati di stipendi);

3. redditi esenti (assegni familiari e borse di studio).

Con riguardo alla base imponibile, si può verificare:

l’evasione, che è l’occultamento

1. di imponibili o imposte;

l’erosione, che è l’esclusione

2. dalla base imponibile di alcuni redditi;

l’elusione, l’utilizzo

3. che è sleale da parte del contribuente degli istituti giuridici, al fine di

ridurre le imposte.

DETERMINAZIONE DELLA BASE IMPONIBILE

Reddito complessivo

Deduzioni tradizionali = –

REDDITO IMPONIBILE LORDO

Deduzioni per la no tax area e per

carichi di famiglia =

REDDITO IMPONIBILE

Per il reddito imponibile, con l’applicazione della scala delle aliquote, abbiamo:

IMPOSTA LORDA

Detrazioni =

IMPOSTA NETTA

(debito effettivo di imposta)

Le deduzioni tradizionali sono:

1. contributi previdenziali e assistenziali obbligatori;

2. contributi per la previdenza complementare;

dell’abitazione principale;

3. rendita catastale

4. assegni al coniuge e alimentari;

5. ecc.

Le deduzioni per la No Tax Area, invece, è la deduzione dal reddito imponibile concessa a tutti i

redditi in misura diversa a seconda della loro tipologia: tale deduzione contribuisce a definire la

progressività del tributo e, dal 2007, torna ad essere detrazione. Reddito

Max. Deduzione complessivo al quale

la deduzione si annulla

7.500 €

Lavoratori dipendenti: 33.500

4.500 €

Lavoratori autonomi: 30.500

7.000 €

Pensionati: 33.000

3.000 €

Altri contribuenti 29.000

Le deduzioni per la No Tax Area sono linearmente decrescenti al crescere del reddito del

contribuente:

7.500 € Y

33.500

Con il termine No Tax Area si indica anche il valore massimo di reddito esente da imposta, che

dipende non solo dalle deduzioni, ma anche da agevolazioni per carichi familiari, che, dal 2007,

tornano ad essere detrazioni. –

CAPITOLO 5 LE IMPOSTE IN ITALIA

1. Imposte sulle società di capitali

maggior parte dei paesi, l’imposta sulle società di capitali viene

Attualmente, in Italia, come nella

commisurata agli utili netti, ma può assumere anche forme diverse. In genere, la base di

commisurazione può essere costituita dal reddito o dal patrimonio.

Le società di capitali hanno una capacità contributiva autonoma rispetto a quella dei soci che ne

detengono il capitale.

La capacità contributiva autonoma è favorevole perché con essa si ha la distinzione tra il controllo e

la proprietà, ossia le società di capitali sono entità separate rispetto agli azionisti, che possono

essere, quindi, autonomamente tassate.

La capacità contributiva è, invece, un male perché, anche se il prelievo è sulla società, chi paga

sono sempre e comunque i soci: ciò comporta un minor rendimento del capitale investito

nell’impresa.

Dunque, è meglio tassare direttamente i dividendi dei soci, ma cosi una parte delle tasse la società la

trattiene per l’autofinanziamento e, quindi, non le distribuisce tutte: ciò genera plusvalenze

azionarie (con tassazione ad aliquota minore di quella dei dividendi), perché aumenta il valore delle

azioni della società stessa.

Quando esiste una capacità contributiva autonoma, c’è il problema della doppia tassazione, di cui la

prima alla società e poi ai soci, quando ci sono dividendi.

La doppia tassazione consente di tassare gli utili non distribuiti solo in capo ai soci. Con la doppia

tassazione, l’onere fiscale complessiva è pari all’imposta sulla società più l’imposta personale su

utili distribuiti (D).

La doppia tassazione può essere evitata:

1. con nessuna imposta in capo alla società, ma ciò pone il problema di come tassare in capo ai

soci gli utili non distribuiti. Tale problema può essere risolto con una:

 tassazione pro-quota, applicata, in Italia, alle società di persone e inapplicabile per

società a larga base azionaria;

 tassazione delle plusvalenze maturate sulle azioni che, in mercati perfetti, riflettono

gli utili non distribuiti.

con il coordinamento e l’integrazione tra imposta in capo alla società (imposta societaria) e

2. imposta in capo ai soci (imposta personale).

In Italia, il sistema vigente era quello dell’integrazione parziale, nel quale si ha:

un’imposta societaria con funzione di acconto dell’imposta dovuta dai soci;

1. un’imposta sugli utili dell’imposta pagata dalla società;

2. distribuiti con restituzione (credito)

3. nessun correttivo della doppia tassazione su utili non distribuiti e su plusvalenze azionarie.

In Italia, l’IRPEG applicava, a scelta del contribuente:

una cedolare secca, cioè una ritenuta a titolo d’imposta del

1. 12,5% sugli utili distribuiti e

nessun credito di imposta: ciò porta alla doppia tassazione degli utili non distribuiti;

2. un credito di imposta sugli utili distribuiti (obbligatorio nel caso di partecipazioni

qualificate), che evitava la doppia tassazione.

Nell’IRPEG si aveva:

”t = 34%”;

1. g

”credito d’imposta = c = U * t – ) = 51,51%”.

2. / D = t / (1 t

g g g

L’onere fiscale complessivo era, quindi, maggiore rispetto ai redditi di attività finanziarie

assoggettati a regimi sostitutivi.

Gli effetti di un’imposta sui profitti sulle scelte d’investimento e finanziamento sono:

1. in assenza di imposte sulla società e in capo ai soci, le imprese investono fino a che il

rendimento sull’investimento marginale basta a ripagare il finanziatore ad un tasso di

mercato ”r”: ”Π = F(K,L) – – – δ”

w * L r * K

dove ”δ” è l’ammortamento economico.

Massimizzando la funzione di profitto, si ottiene ”F * K = r”.

2. in presenza di imposte sulla società e in capo ai soci, per garantire al finanziatore una

remunerazione netto pari ad ”r”, le imprese devono ottenere un rendimento lordo maggiore

di ”r”. La differenza tra rendimento lordo e quello netto si chiama cuneo fiscale (CF), che

comporta una minor domanda di capitale ”F * K = r + CF”.

L’entità delle distorsioni dipende dalle modalità di finanziamento dell’impresa:

se l’impresa si finanzia con debito, la tassazione societaria è neutrale rispetto agli

1. investimenti, se gli interessi passivi sono pienamente deducibili e se l’ammortamento

modo, l’imposta sui profitti riduce

coincide con il vero ammortamento economico. In questo

il rendimento netto dell’investimento nella stessa misura con cui si riduce il costo effettivo

del finanziamento per l’impresa: ciò vuol dire che l’imposta non inserisce nessun cuneo

fiscale;

se l’impresa si finanzia

2. con capitale proprio, la tassazione dei profitti non è neutrale rispetto

alle scelte di investimento e si ha ”F * K = r + CF”. Per garantire ai soci il rendimento netto

che otterrebbero in impieghi alternativi, la società deve ricavare un rendimento lordo più

elevato dall’investimento al margine, ossia deve ridurre il livello di investimento. Dunque,

la società troverà più conveniente l’indebitamento e, per una corretta definizione della base

imponibile occorre:

 avere un ammortamento pari al vero ammortamento economico;

 consentire la deducibilità dei costi di finanziamento con capitale azionario, ossia

consentire la remunerazione ordinaria al tasso ”r” del capitale dei soci;

Per quanto riguarda le persone giuridiche, a partire dal 1997 è stata introdotta, rispetto alla vigente

aliquota IRPEG del 36%, un’agevolazione detta Dual Income Tax (DIT), ma è stata sospesa nel

2001 e abolita nel 2004 dall’IRES, perché la DIT costituiva solo un’imposta sui sovrapprofitti.

In Italia, la DIT è stata introdotta con la finalità di ridurre il vantaggio fiscale del finanziamento con

debito che derivava da:

1. deducibilità degli interessi passivi e non della remunerazione ordinaria del capitale;

2. tassazione degli interessi sulle obbligazioni con imposta sostitutiva del 12,5% e tassazione

degli utili distribuiti con aliquota compresa tra il 23% e il 45%.

2. L’IRES

Con decorrenza 1 Gennaio 2004, la riforma del ministro Tremonti del governo Berlusconi ha

modificato l’imposizione sulle persone giuridiche, prevedendo la riduzione dell’aliquota

dell’IRPEG, ridenominata IRES (Imposta sul Reddito della Società), al 33% e l’abolizione della

DIT.

Abolita la DIT, si torna ad un’imposta con aliquota unica e restano le distorsioni derivanti dal

vantaggio fiscale del finanziamento con debito, piuttosto che con capitale proprio.

Tali distorsioni possono incentivare comportamenti ambigui, ossia si hanno soci che prestano il

proprio capitale alla società invece che conferirlo con sottoscrizione di aumenti di capitale.

Le distorsioni, inoltre, determinano la sottocapitalizzazione delle imprese, ossia una norma

alla quale c’è un limite alla deducibilità degli interessi passivi per finanziamenti

antielusiva, in base

di ammontare rilevante, erogati o garantiti dall’imprenditore individuale e da soci qualificati, con

partecipazione di almeno il 25% del capitale sociale.

3. Tassazione delle attività finanziarie

La tassazione delle attività finanziarie riguarda i redditi non realizzati nell’esercizio di impresa.

L’imposta personale sul reddito complessivo dovrebbe comprendere nella base imponibile i redditi

da capitale (reddito prodotto) e le plusvalenze (reddito entrata).

In Italia, i redditi da attività finanziarie sono esclusi dalla progressività e assoggettati ad imposta

proporzionale con aliquote contenute.

La riforma del 1988 introduce un sistema organico di regimi sostitutivi per le rendite finanziarie,

modificato dall’introduzione dell’IRES.

In base a tale riforma:

1. i dividendi percepiti da persone fisiche vengono tassati con ritenuta a titolo di imposta del

12,5%;

i dividendi percepiti da società di capitali sono esclusi dall’imponibile per il 95% del loro

2. ammontare;

i dividendi percepiti da altre imprese sono inclusi nell’imponibile per il 40% del loro

3. ammontare;

4. gli interessi sono tassati con ritenuta alla fonte, che può essere:

 a titolo di acconto, se il percettore è un’impresa;

 a titolo di imposta, se il percettore è persona fisica e i redditi non sono prodotti

nell’esercizio di impresa.

5. le plusvalenze e i proventi di prodotti derivati sono tassati al netto di minusvalenze o altre

perdite.

La tassazione alla maturazione delle plusvalenze comporta degli svantaggi:

1. la complessità amministrativa;

2. i problemi di liquidità.

Per questo, era consentita anche la tassazione alla realizzazione delle plusvalenze in alcuni casi ed

era stato istituito un equalizzatore per equiparare l’onere fiscale.

Nel 2001 è stato, però, abolito il meccanismo di equalizzazione e si ha un regime misto.

4. Le imposte generali sugli scambi o sulle vendite

La più grande forma di imposizione indiretta è costituita da quella generale sugli scambi o sulle

vendite, che può essere di tre tipi:

1. imposta monofase, che colpisce una sola fase del processo produttivo;

2. imposta plurifase cumulativa, che colpisce tutti i passaggi del processo produttivo e grava

sul valore pieno (IGE);

3. imposta plurifase sul valore aggiunto, che colpisce tutti i passaggi del processo produttivo e

grava sul valore aggiunto (IVA).

plurifase cumulativa ”T = t * V” dipende da molti elementi:

2)L’imposta

1. in primo luogo, tra beni con un uguale valore finale, ma la cui produzione comporta un

diverso numero di passaggi, l’imposta discrimina contro quelli con un maggior numero di

passaggi, i quali pagano l’imposta più volte;

inoltre, l’imposta discrimina contro quei beni

2. che, a parità di valore finale, presentano un

maggior valore nei primi stadi, i quali pagano, in tali stadi, una maggiore imposta;

l’imposta, poi, dipende dalla sua incidenza, che può aver dato luogo ad incrementi nel

3. a loro volta, tassati, determinando un’imposta

prezzo del bene tassato, che saranno,

sull’imposta;

infine, l’imposta favorisce la concentrazione verticale tra le imprese, in quanto non si paga

4. alcuna imposta sui passaggi all’interno di una stessa impresa.

3)Per l’imposta plurifase sul valore aggiunto si può applicare:

il metodo base da base, in base al quale si applica l’aliquota alla differenza tra valore delle

1. vendite e valore degli acquisti di materie prime e prodotti finiti:

T = t * (V A)

2. il metodo imposta da imposta, in base al quale si versa la differenza tra imposta incassata

sulle vendite e imposta pagata sugli acquisti: –

T = t * V t * A

1 2

Con il metodo base da base:

l’imposta è funzione delle aliquote applicate nelle diverse fasi e della ripartizione del valore

1. aggiunto;

l’aliquota

2. media che grava sul valore aggiunto complessivo non è nota in partenza;

per conoscere il carico d’imposta complessivo occorre ricostruire la composizione del

3. processo produttivo del bene;

l’onere dell’imposta diminuisce al diminuire del numero delle fasi

4. e si incentiva la

concentrazione verticale delle imprese.

Con il metodo imposta da imposta, invece:

l’aliquota media che grava sul valore attuale complessivo è quella del bene finale;

1.

2. non si incentiva la concentrazione verticale delle imprese;

3. non si altera il processo di formazione dei prezzi.

Il metodo imposta da imposta è, quindi, quello preferibile rispetto al metodo base da base.

5. La base imponibile

Gli investimenti sono beni finali e, quindi, è ammesso detrarre l’imposta pagata su di essi, con il

metodo:

IVA tipo reddito lordo, per il quale non è ammessa la detrazione dell’IVA sulle spese di

1. investimento;

IVA tipo reddito netto, per il quale è ammessa la detrazione dell’IVA in proporzione alla

2. quota di ammortamento (IRAP);

quale è ammessa la detrazione dell’IVA sulle spese di

3. IVA tipo consumo, per il

investimento e solo in questo caso l’imposta versata allo Stato corrisponde al valore del bene

finale di consumo.

In Italia, il modello IVA tipo consumo è quello scelto e, quindi, l’IVA non grava sui beni di

investimento, ma grava sui soggetti che acquistano beni finali di consumo e che non sono soggetti

ad IVA e, quindi, non possono scaricarla.

Per questo, è impropria la dizione valore aggiunto, che include sia consumi che investimenti,

mentre si può parlare di due modelli:

1. il modello IVA su base reale, per il quale occorre calcolare il valore aggiunto VA reale, che

comporta problemi per scorte e rimanenze (IRAP);

2. il metodo IVA su base finanziaria (prescelto in Italia), per il quale:

 si tassano solo le operazioni che danno luogo a manifestazioni monetarie nel periodo

d’imposta;

 la base imponibile non è il VA reale, ma la differenza tra incassi e pagamenti.

6. Effetti delle imposte sull’efficienza

Le imposte producono rilevanti sull’allocazione delle risorse poiché influiscono sulle decisioni

dell’individuo, distorcendone le scelte rispetto alla soluzione ottimale.

L’effetto delle imposte sull’efficiente allocazione delle risorse può essere:

1. diretto o di reddito, che comporta una riduzione di reddito per i contribuenti tassati e non

determina nessun effetto allocativo e nessuna perdita di efficienza;

2. indiretto o di sostituzione, che comporta:

 distorsioni delle scelte dei contribuenti provocate dalle alterazioni nei prezzi o

nelle remunerazioni dei fattori di produzione;

 un cuneo tra prezzo lordo dei beni e prezzo netto.

l’effetto

Le imposte che determinano solo reddito (ossia le Lump Sum, che non distorcono le scelte)

sono efficienti (neutrali), in quanto il debito di imposta, con tale effetto, non dipende in alcun modo

dal comportamento del contribuente.

l’effetto

Le imposte che determinano sostituzione, invece, sono inefficienti (non neutrali), perché

distorcono le scelte, in quanto il debito di imposta dipende dal comportamento del contribuente.

L’effetto di sostituzione comporta la perdita di benessere (che si chiama eccesso di pressione) per i

consumatori, misurata in termini monetari e che non ha contropartita in gettito per lo Stato.

7. Il cuneo fiscale sostenuto dall’impresa e la

Con il termine cuneo fiscale si indica la differenza tra il costo del lavoro

retribuzione netta che resta a disposizione del lavoratore.

Il cuneo fiscale è costituito dalle imposte e dai contributi, commisurati alla retribuzione e che sono

pagati dal datore di lavoro o dal lavoratore. Il cuneo fiscale è, quindi, formato da un insieme

eterogeneo di componenti che gravano su soggetti diversi.

Il costo del lavoro è deducibile dalle imposte sul reddito delle società, ma rientra nella base

imponibile dell’IRAP, prelevata con un’aliquota del 4,25% sul costo del lavoro.

Sul datore di lavoro gravano tre tipi di contributi:

1. previdenziali;

2. assicurativi;

3. assistenziali.

La componente del cuneo fiscale a carico del datore di lavoro è il 37,69% della retribuzione lorda.

Sul lavoratore, invece, gravano due tipi di contributi:

1. previdenziali;

2. assicurativi. l’imposta sui redditi

I lavoratori pagano (IRPEF), il cui peso cresce più che proporzionalmente al

l’imposta progressiva.

crescere del reddito, essendo Tale peso è pari al 12,09% della retribuzione

lorda di 15.000€ e al 19,5% di quella di 30.000€.

Per ridurre il cuneo fiscale si possono seguire diverse strade:

1. si può agire sulle imposte IRAP e IRPEF;

2. si può agire sui contributi previdenziali, assicurativi e assistenziali;

3. si può agire sulla componente a carico del datore di lavoro o quella a carico del lavoratore.

Tuttavia, è improprio parlare di cuneo fiscale per i contributi sociali, perché non si tratta

versati all’INPS

propriamente di imposte, ma sono premi assicurativi per coprirsi contro diverse

eventualità:

1. fisiche (infortuni, malattie, morte);

2. economiche (disoccupazione, sospensione dal lavoro);

3. familiari.

8. Effetti delle imposte sull’offerta di lavoro

L’offerta di lavoro è più probabile che diminuisca quando gli effetti di sostituzione sono molto forti.

Ciò avviene più facilmente:

1. in presenza di elevate aliquote marginali;

2. in assenza di vincoli alla variazione della propria offerta di lavoro:

 per lavoro non dipendente;

 per lavoro straordinario;

 per lavoro femminile.

Sulle imposte sull’offerta di lavoro ci sono diverse critiche:

1. perché esistono vincoli alle scelte individuali;

2. perché molte attività lavorative producono soddisfazioni che prescindono dalla

remunerazione netta;

decisioni sull’offerta di lavoro sono spesso di

3. perché le tipo familiare più che individuale.

9. Effetti delle imposte sulle scelte di consumo-Teorema di Barone

Il teorema di Barone afferma la preferibilità dell’imposta diretta rispetto a quella indiretta ed è stato

formalizzato dall’analisi dell’imposta ottima.

Per le imposte sulle scelte di consumo considerate, da tale teorema, si confrontano:

un’imposta ”Y – ”;

1. diretta (in somma fissa): T = p * X + p * X

1 1 2 2

un’imposta indiretta (accisa) sul bene X ”Y ”.

2. : = (p + T) * X + p * X

1 1 1 2 2

A parità di gettito, l’imposta indiretta provoca una maggiore perdita di benessere rispetto

all’imposta diretta. l’imposta dell’imposta

A parità di perdita di benessere, invece, indiretta ottiene un minor gettito

diretta.

Un’imposta generale sul consumo dei due beni ”Y + τ) + τ) ”

= p * (1 * X + p * (1 *X produce

1 1 2 2

gli stessi effetti dell’imposta sul reddito ”Y – ”

* (1 t) = p * X + p * X se le aliquote sono fissate

1 1 2 2

”1 + τ) = (1 –

in modo che / (1 t)”.

10. Effetti delle imposte sulle scelte di consumo e risparmio

di consumo, l’individuo che vive in due periodi, ”t ”

Per quanto riguardano le scelte intertemporali 1

e ”t ”, nei quali percepisce con certezza redditi da lavoro pari a ”R ” ”R ”, deve

e scegliere il

2 1 2

”C ” ”C ”.

consumo dei due periodi, e

1 2

Con un vincolo rappresentato, in prima istanza, dal reddito da lavoro di ciascun periodo, l’individuo

reddito da un periodo all’altro tramite il mercato

ha, però, la possibilità di trasferire dei capitali

(perfetto).

Se l’individuo:

1. risparmia, guadagnerà un reddito di capitale;

2. si indebita, dovrà pagare degli interessi.

Gli effetti sul risparmio possono essere:

1. effetti di reddito, che riducono il consumo in entrambi i periodi;

2. effetti di sostituzione, i quali comportano che la tassazione rende meno conveniente il

risparmio e più appetibile il consumo nel primo periodo.

L’effetto complessivo sul risparmio, invece, dipende dalla rilevanza degli effetti di sostituzione,

dall’elasticità del risparmio rispetto al

ossia tasso di interesse.

CAPITOLO 6 IL FEDERALISMO FISCALE

1. Il federalismo fiscale

In diversi stati, si è realizzato, con la legge, un decentramento più o meno ampio, in quanto i

meccanismi politici non sono uno strumento adeguato di rivelazione delle preferenze (la dittatura

della maggioranza). Per questo, sono necessari meccanismi compensativi (ad esempio, il

bilanciamento dei poteri) e la presenza di più classi di governo (centrale e locale).

I principi a favore del decentramento sono quelli della responsabilizzazione delle amministrazioni

locali e del rispetto delle diversità nelle preferenze dei cittadini, mentre il principio a favore

dell’accentramento è l’esigenza di uniformità nella prestazione dei servizi pubblici.

I modelli del decentramento sono:

il criterio funzionale, in base al quale si ha un’articolazione

1. territoriale di enti che svolgono

una sola funzione su tutto il territorio, organizzati secondo una struttura gerarchica;

2. il criterio territoriale, in base al quale si ha la separazione delle competenze tra diversi livelli

di governo che hanno responsabilità di governo all’interno di una data area territoriale.

Il modello di decentramento territoriale, a sua volta, può essere:

sono delegate e limitate, e c’è uno stretto

1. centralista, in cui le funzioni dei livelli inferiori

controllo sulle modalità di offerta dei servizi e delle forme di finanziamento;

delle funzioni ai diversi livelli di governo ha un supporto

2. regionalista, in cui l’attribuzione

e c’è un’autonomia

costituzionale fiscale, che non include, di solito, la potestà di imporre a

livello decentrato nuovi tributi; c’è

3. federale, in cui il governo centrale è emanazione degli stati o delle regioni federate,

essi e c’è la

piena autonomia tributaria di modifica dei rapporti tra stati, che richiede

l’assenso degli stati.

Gli enti decentrati rispetto alle tre funzioni dello stato di Musgrave, svolgono più ruoli:

1. la stabilizzazione, che è una funzione centrale o sopranazionale ed ha politiche di scarsa

a causa dell’elevato grado di apertura delle economie locali;

efficacia a livello locale,

2. la distribuzione, che è una funzione centrale, ha forti motivazioni di uniformità dei criteri di

equità distributiva ed ha rischi a livello locale di migrazioni della società;

l’allocazione, che è la funzione

3. privilegiata per i livelli decentrati;

4. la gestione del debito pubblico al livello di governo centrale, che può offrire maggiori

garanzie di solvibilità.

Tra le giustificazioni economiche del decentramento degli enti locali, particolare rilevanza assume

il problema dell’efficienza.

Sul tema si è sviluppata un’ampia letteratura, che prende il nome di teoria del federalismo fiscale.

Il punto di partenza della teoria del federalismo fiscale è costituito dal concetto di bene pubblico e

dalla constatazione che esistono beni pubblici locali, i cui benefici sono limitati ad una certa area

geografica.

Esempi di tali beni sono:

1. i servizi a rete, che determinano benefici uguali per tutti coloro che si trovano in una data

esempio, l’illuminazione

area (ad stradale e la disinfestazione);

i cui benefici diminuiscono all’aumentare della distanza dal luogo di produzione

2. beni (ad

esempio, servizi di polizia e i vigili del fuoco);

3. beni i cui benefici possono essere consumati solo nel luogo di produzione (ad esempio,

scuole ed ospedali).

Nel caso di bene pubblico locale, il meccanismo allocativo va, quindi, differenziato luogo per

luogo.

Un meccanismo di rivelazione delle preferenze per i beni pubblici è quello che Tiebout ha chiamato

il ”voto con i piedi”, che produce un’offerta ottimale dei beni pubblici locali.

Tale meccanismo di basa su diverse ipotesi implicite:

1. un numero ampio di autorità locali con uno specifico mix di servizi;

2. non ci sono economie di scala;

3. si adotta solo il principio del beneficio;

4. si ha informazione completa;

5. non ci sono costi di mobilità.

Le implicazioni poco soddisfacenti di tale meccanismo, invece, sono:

1. la tendenza a crearsi comunità locali con auto-selezione rispetto al reddito (i ricchi con i

ricchi e i poveri con i poveri);

2. le tendenze alla migrazione dei poveri nelle comunità dei ricchi;

3. il crearsi di costi di transazione e di aspetti equitativi pessimi.

Dopo il voto con i piedi, Oates ha dimostrato il teorema del decentramento, in base al quale, in

presenza di preferenze territorialmente differenziate, è sempre preferibile il decentramento

dell’offerta.

Il teorema di Oates si basa su alcune ipotesi:

1. la perfetta mobilità ed informazione da parte della popolazione;

l’assenza di economie di scala nella produzione del bene;

2. l’assenza di economie di dimensione, per cui i costi medi decrescono all’aumentare delle

3. dimensioni dell’ente;

l’assenza di

4. esternalità, sia positive (per il godimento dei benefici prodotti) sia negative

connesse alla produzione del bene in oggetto).

2. Altre ragioni del decentramento

Con l’articolo 3b del trattato di Maastricht, l’Unione Europea ha stabilito, per i rapporti tra Stati

sovrani, il principio della sussidiarietà, in base al quale l’UE interviene solo se e nella misura in cui

dell’azione proposta

gli obiettivi non possono essere sufficientemente realizzati dagli Stati membri

o degli effetti dell’azione, essere realizzati meglio a

e possono, dunque, a motivo della dimensioni

livello comunitario.

Il decentramento, per ragioni politiche:

1. favorisce la partecipazione politica dei cittadini;

2. consente un controllo più stretto degli amministratori da parte dei cittadini;

3. permette di tenere conto delle differenze nella composizione sociale (differenze linguistiche

o etniche).

3. Entrate dei livelli inferiori di governo

Le entrate dei livelli inferiori di governo sono:

1. le tariffe e/o tasse;

2. le imposte;

3. i trasferimenti da livelli superiori.

Le tariffe sono utilizzate per finanziare servizi con caratteristiche di divisibilità (trasporti urbani,

Nell’ottica del principio del beneficio (o della

raccolta dei rifiuti, fornitura acqua ed elettricità).

rappresentano il prezzo pagato dall’utente del servizio.

controprestazione), le tariffe

Le tasse, invece, sono utilizzate per finanziare servizi che comportano esternalità di rilievo (ad

esempio, la scuola, il servizio antincendio e la polizia locale).

Le imposte, invece, sono utilizzate per finanziare quei servizi pubblici locali caratterizzati da:

l’illuminazione);

1. indivisibilità dei vantaggi (ad esempio, la viabilità e

2. interesse collettivo (ad esempio, la sanità).

I trasferimenti da livelli superiori, infine, riguardano:

1. le sovrimposte e le addizionali;

2. le compartecipazioni;

3. i tributi propri.

L’ente decentrato applica una propria aliquota (variabile entro limiti prefissati) all’imponibile

(addizionale) o al gettito (sovrimposta) di un’imposta prelevata da un livello superiore di governo.

Il riferimento al gettito dell’imposta ha l’inconveniente che le entrate dell’ente decentrato sono

influenzate dalle modificazioni delle aliquote di propria competenza, eventualmente decise dal

livello superiore di governo.

Le addizionali e le sovrimposte a tributi degli enti di livello superiore hanno il vantaggio di non

comportare eccessivi costi di amministrazione.

La compartecipazione è una quota del gettito di un tributo di un ente di livello superiore, ripartita tra

gli enti decentrati sulla base di un qualche criterio (come, ad esempio, la popolazione e la base

imponibile locale), deciso dall’ente sovra-ordinato.

Le compartecipazioni sono utilizzabili per attuare la parità fiscale che si desidera mediante

opportuna modulazione dei coefficienti di riparto.

Dunque, le compartecipazioni possono aggiungersi ai tributi propri con una finalità perequativa.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Scienza delle finanze per l'esame del professor Pisauro su: operatore pubblico nel sistema economico, lump sum, Second Best ed intervento pubblico, beni pubblici, esternalità, monopolio, bilancio degli enti pubblici, conti delle amministrazioni pubbliche, conti del settore statale, Bilancio dello Stato, legge finanziaria, leggi ordinarie, evoluzione della finanza pubblica, attività del settore pubblico, regolamentazione delle imprese pubbliche, spesa per il welfare state, pensioni, sanità, sistema tributario, Tributi nella Costituzione repubblicana, Elementi costitutivi dell’imposta, Tipologia delle imposte, imposta personale sul reddito, scelta della base imponibile, scelta dell’unità impositiva (individuo o famiglia), reddito effettivo, reddito normale, IRPEF, Imposte sulle società di capitali, IRES, Tassazione delle attività finanziarie, imposte generali sugli scambi o sulle vendite, base imponibile, cuneo fiscale, Teorema di Barone, federalismo fiscale, Entrate dei livelli inferiori di governo (tariffe e/o tasse; imposte; trasferimenti da livelli superiori), Finanziamento (delle Regioni; dei Comuni; delle Province), trasferimenti intergovernativi.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia, finanza e diritto per la gestione d'impresa
SSD:
A.A.: 2007-2008

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Bocci1986 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di scienza delle finanze e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Pisauro Giuseppe.

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