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in conclusione possiamo dire che l'elasticità della curva di domanda e specularmente dell'offerta è

l'elemento che ci dice chi e in che termini quantitativi andrà a pagare l'imposta.

3) prendiamo ora il caso di due curve di domanda con elasticità diversa a parità di accisa ma diversa

elasticità.

Nel caso D1 la quantità si riduce in maniera maggiore e il prezzo aumenta in maniera minore rispetto

a D2.

L'indice di traslazione d'imposta dai produttori ai consumatori è tanto maggiore quanto minore è

l'elasticità della domanda.

Domanda rigida: indice di traslazione: 100%

domanda elastica: indice di traslazione: 0%

risultati analoghi li possiamo ottenere effettuando lo stesso discorso con le curve di offerta.

Imposta ad valorem

l'imposta ad valorem è quell'imposta che prevede una base imponibile definita in termini monetari e un

aliquota definita in percentuale.

Data l'aliquota l'imposta unitaria aumenta all'aumentare del prezzo.

La nuova curva del ricavo medio si ottiene per rotazione, se P=0 l'imposta unitaria = 0.

All'aumentare del prezzo aumenta la distanza della curva di domanda.

Attenzione: possibile domanda d'esame.

T → nuovo punto di equilibrio

D' → prezzo incassato dai produttori

D → prezzo pagato dai consumatori

la distanza tra prezzo pagato e prezzo incassato è l'imposta unitaria.

Come vediamo dal grafico sottostante gli effetti su una imposta ad valorem sono analoghi a quelli dell'accisa

perché in entrambi i casi la Q si riduce il prezzo pagato dai consumatori aumenta e il prezzo incassato dai

produttori diminuisce.

Il gettito unitario è dato da: t * Pt

Il gettito totale è dato da: t * Pt * Qt

se ci serve un gettito pari a n è meglio ottenerlo introducendo un'accisa o introducendo un'imposta ad

valorem? Le due cose sono indifferenti perché a parità di gettito accisa e ad valorem producono gli stessi

effetti. Producono gli stessi effetti non si intende che vanno nella stessa direzione, ma si intende che sono

della stessa entità. Infatti le due imposte producono la stessa riduzione di quantità prodotta, lo stesso

aumento del prezzo pagato dai consumatori e la stessa riduzione del prezzo incassato dai produttori.

Il gettito unitario è uguale per le due imposte, infatti t = tp ed è uguale anche il gettito totale visto che la

quantità è uguale.

Riassumiamo ora quanto detto fino ad ora: analisi di equilibrio in concorrenza perfetta:

innanzitutto la traslazione dell'imposta può avvenire in avanti dai produttori ai consumatori, ma può

– avvenire anche all'indietro dai consumatori ai produttori.

Indifferente è il lato del mercato su cui è sollevata formalmente l'imposta;

l'incidenza dell'imposta dipende esclusivamente dall'elasticità relativa della curva di domanda e di

– offerta

indice di traslazione va da 0% a 100%

– a parità di gettito accisa e ad valorem producono esattamente gli stessi risultati.

Monopolio

vediamo quella che è la teoria dell'incidenza in monopolio confrontando i risultati con la concorrenza

perfetta.

In un monopolio, la condizione di equilibrio per il monopolista è ricavi marginali uguale a costi marginali,

quindi: Cmg = Rmg.

Questo perché mentre in concorrenza perfetta P = Rmg nel monopolio non è così.

ɛ

).

Nel monopolio possiamo anche scrivere che i Rmg = p (1 – 1/

ɛ

Dove è l'elasticità della domanda.

La variazione del prezzo quindi in un monopolo dipende dalla relazione tra ricavo marginale e prezzo,

dipende quindi dalla forma della curva di domanda (elasticità).

Esistono tre tipi di costi: costi crescenti – costi costanti (costi medi) – costi decrescenti.

In un monopolio:

→ con costi crescenti: risultati analoghi a quelli di concorrenza perfetta.

→ con costi costanti: mentre in concorrenza perfetta l'imposta ricade su tutti i consumatori, in monopolio

invece l'entità della traslazione dipende dalla forma della funzione di domanda.

Partiamo considerando un'accisa sul produttore.

ɛ

Rmg = p(1 – 1/ ) =Cmg + t

ɛ

p = (Cmg + t) / (1- 1/ )

la curva di domanda lineare è Q = a – bp

Rmg = p (2 – a/bp) -> la dimostrazione è sulle slides.

Cmg + t = p (2 – a/bp)

p = 1/2(Cmg + t + a/b)

dp/dt = ½ → Traslazione pari al 50%

questo quindi porta a due conclusioni:

in monopolio l'onere dell'accisa ricade metà sul monopolista e metà sul consumatore

– in concorrenza perfetta a parità di gettito l'accisa e l''imposta ad valorem producono gli stessi effetti

– economici: identica variazione prezzo e quantità. In concorrenza diventa quindi irrilevante la forma

dell'imposta.

La forma dell'imposta diventa invece rilevante in monopolio. Infatti a parità di gettito, un'imposta ad

valorem genera una maggiore produzione rispetto un'accisa.

O meglio, a parità di produzione, un'imposta ad valorem genera un gettito più elevato dell'accisa.

Partiamo da un'imposta specifica (accisa).

Rmg – t = Cmg

consideriamo il caso di parità di effetti economici: quantità e prezzo di equilibrio in presenza di imposta li

poniamo uguali e poi andiamo a vedere il gettito. Se P è lo stesso nei due casi, anche il ricavo marginale è lo

stesso.

Vediamo il grafico in presenza di un monopolio.

L'equilibrio è dato da Cmg = Rmg, in questo modo si trova l'equilibrio e quindi la quantità. Il prezzo lo si va

poi a leggere sulla curva di domanda.

Quindi se il Rmg risulta essere lo stesso per accisa e ad valorem, allora poniamo:

Rmg – t = Rmg (1 – t*)

-t = -t* Rmg

t = t* Rmg

se questo è il rapporto tra le due aliquote che assicura la parità di effetti economici allora per forza:

t < t* P in quanto P > Rmg andando quindi a moltiplicare per Q allora anche i 2 gettiti risulteranno

diversi.

gettito unitario accisa è minore al gettito unitario ad valorem

e quindi tQ < t* pQ a parità di effetti economici l'accisa genera un gettito più basso.

In monopolio quindi la forma dell'imposta ritorna importante.

Riassumiamo quindi quelle che sono le principali differenze tra monopolio e concorrenza perfetta:

applicare accisa o ad valorem non è indifferente, l'ad valorem genera un gettito maggiore.

– In monopolio l'indice di traslazione non va per forza da 0 a 100 %. infatti se ci trovassimo in una

– situazione di costi decrescenti, la traslazione dell'imposta può anche superare il 100%.

ma torniamo alla domanda principale, chi paga l'IVA?

Chi paga l'IVA dipende quindi dal tipo di mercato e dalle curve di domanda e di costo caratteristiche.

Effetti distorsivi delle imposte

le imposte modificano le condizioni di equilibrio di mercato in cui vengono introdotte, e non solo di quel

mercato, ma influenzano più mercati.

Le imposte quindi introducono effetti distorsivi.

Vi sono 2 effetti:

effetto di reddito: tutte le imposte producono un effetti di reddito. Chiunque deve pagare un'imposta

• diventa più povero, in quanto una parte del reddito viene pagata allo stato.

Praticamente tutte le imposte meno una (lump sum tax) producono l'effetto di sostituzione. Questo

• perché le imposte cambiano i prezzi relativi dei beni e di conseguenza gli individui modificano i

propri comportamenti.

Questo effetto di sostituzione produce l'eccesso di pressione.

Vediamo prima il tutto graficamente:

l'eccesso di pressione è rappresentato dal triangolo di Harberger colorato nel grafico.

Il surplus del consumatore e del produttore sono quelle misure che vanno a misurare il benessere dei soggetti

presenti sul mercato.

La rendita del consumatore è la differenza tra la disponibilità a pagare e il prezzo che effettivamente si è

stabilito sul mercato. Dato dall'area del triangolo ABE.

La rendita del produttore è la differenza tra il prezzo stabilito sul mercato e la disponibilità a vendere (sulla

curva di costo) in questo caso risulta zero.

Come possiamo vedere dal grafico, dopo l'introduzione dell'imposta il surplus del consumatore è diminuito.

Ed è rappresentato dall'area AHG.

La differenza tra il surplus precedente e quello dopo l'introduzione dell'imposta è data dall'area del trapezio

BGEH.

Ma quindi questa minor rendita da cosa è dovuta?

Una parte va allo stato sotto forma di gettito ed è l'area del rettangolo gbmh che ha per base Qt e per altezza t

l'area rappresenta quindi il gettito: Qt per t.

Mentre una parte si perde ed è l'eccesso di pressione che comporta una perdita del benessere del consumatore

quindi in altre parole, l'eccesso di pressione è la minor rendita del consumatore che non va nelle casse dello

stato, che non ha contropartita in gettito per lo stato.

Inoltre l'eccesso di pressione dipende dalle modifiche nei comportamenti dei contribuenti, indotte dalla

variazione nei prezzi relativi causata dalle imposte.

Ma le imposte producono tutte lo stesso eccesso di pressione?

Quanto è grande l'eccesso di pressione e?

ÐQ * Ðp) /2 = t*ÐQ/2 (Ð= delta)

e = (

quindi e dipende dall'elasticità della domanda.

Ɛ = (

ÐQ/ÐP) * p/Q

Ɛ * Q *

ÐQ = Ðp/p

Ɛ t^2 * Q/p

e = ½

quindi all'aumentare dell'elasticità della domanda aumenta l'effetto di sostituzione e quindi aumenta l'eccesso

di pressione.

L'eccesso di pressione è funzione positiva dell'elasticità di domanda.

Ma l'eccesso di pressione è anche funzione del quadrato dell'aliquota d'imposta.

Quindi questo dipende da: elasticità domanda e aliquota di imposta.

Ɛ

Se la domanda è perfettamente rigida → = 0 l'imposta non produce eccesso di pressione.

Minore è l'elasticità della domanda, minore è l'eccesso di pressione.

Ma a parità di altro condizioni, dal punto di vista che stiamo considerando, è meglio tassare i beni a domanda

meno elastica che minimizzano l'eccesso di pressione.

I beni che hanno in assoluto domanda meno elastica sono i beni di prima necessità.

Questo spiega anche il motivo per cui recentemente da beni di consumo tassati ad aliquota zero, sia stata

introdotta un aliquota super ridotta che tassa questi beni.

Dal punto di vista dell'efficienza la cosa migliore sarebbe quindi tassare in maniera prevalente questi beni,

tuttavia questo andrebbe a ridurre l'aspetto dell'equità.

Si crea quindi un trade off tra efficienza ed equità.

IRPEF IMPOSTE SUI REDDITI DEGLI INDIVIDUI

Nell'ambito delle imposte dirette l'IRPEF costituisce la componente più rilevante che con oltre un terzo del

gettito totale corrisponde ad oltre 11% del PIL totale.

Ma quest'imposta non è importante solo perché fondamentale entrata per lo stato ma anche perché è un

importante strumento di redistribuzione del reddito.

In Italia l'Irpef è stata introdotta il 1° gennaio 1974.

Vediamo ora la struttura dell'Irpef:

1. presupposto: è il possesso di un reddito in denaro o in natura proveniente da una qualsiasi fonte.

2. Soggetti passivi: → residenti: per i redditi ovunque prodotti in Italia e o all'estero

→ non residenti: per i redditi prodotti in Italia.

Vi sono due principi di applicazione dell'imposta (tassazione):

principio della residenza: i redditi del soggetto vengono tassati nel paese dove ha la residenza

principio della fonte: i redditi vengono tassati nel paese dove vi è la fonte del reddito.

È evidente come se tutti i paesi, come del resto l'Italia, applicano tutti e due i principi si incorre in

problemi di doppia tassazione. La doppia tassazione viene eliminata attraverso le convenzioni

bilaterali contro le forme di doppia tassazione che coinvolgono due paesi diversi. Di solito queste

convenzioni seguono tutte lo stesso modello OXE, tuttavia possono anche variare in termini di

contenuti.

3. Base imponibile: la scelta della base imponibile ha importanti conseguenze sull'impatto

dell'imposta in termini di equità ed efficienza, nonché in termini di facilità applicativa.

L'elaborazione teorica ha portato all'individuazione di tre nozioni di reddito potenzialmente rilevanti

per l'applicazione dell'imposta personale: reddito entrata, reddito prodotto e reddito spesa/consumo.

Reddito entrata: definisce la base imponibile dell'imposta personale in termini di potenzialità o

• capacità di spesa del contribuente. Più precisamente costituisce reddito fiscalmente rilevante quanto

un individuo può consumare senza ridurre il valore del patrimonio iniziale. Il reddito è composto da

reddito monetario e reddito in natura. Il presupposto è che tutto ciò che entra accresce la capacità

contributiva del contribuente.

Reddito prodotto: prevede come base imponibile che siano assoggettati a tassazione i corrispettivi

• della partecipazione ad un'attività produttiva. Fanno parte del reddito solo le entrate derivanti dalla

partecipazione all'attività produttiva. La base imponibile dell'imposta sul reddito dovrebbe

coincidere con il valore della produzione nazionale.

Le entrate sarebbero salario, profitti d'impresa, interessi, rendite e dividendi.

Reddito spesa: la base imponibile dell'imposta personale coincide con il consumo annuale del

• contribuente. quindi a differenza del primo punto dove è tassato il consumo potenziale, nel reddito

spesa viene tassato solo ciò che è effettivamente consumato, esentando quindi l'eventuale risparmio.

ora consideriamo i seguenti simboli:

w: salario; cap: redditi da capitale; cg: guadagni di capitale; vde: vincite donazioni ed eredità; ae: altre

entrate fra cui entrate in natura.

w + cap + cg + ae = Dr + c dove delta r è la variazione stock di ricchezza e c i consumi.

allora re: reddito entrata: w + cap + cg + ae = Dr + c.

reddito prodotto: rp: w + cap. (non ci sono i capital gain in quanto vendendo un'azione mi estraneo dalla

produzione e non vi partecipo).

reddito spesa: rs = c = re - Dr.

Vediamo ora di comprendere dal punto di vista di equità, efficienza e facilità applicativa quale è l'imposta

che porta migliori benefici.

Cominciamo a ragionare dal punto di vista di equità. Il reddito entrata è quella tipologia di reddito che

include tutte le categorie di entrate al proprio interno non escludendo dalla tassazione nessuna categoria e

quindi determinando un buon livello di equità.

Tuttavia il reddito entrata è problematico dal punto di vista applicativo dell'imposta stessa. Infatti sono

problematiche due tipologie di reddito: cg e ae.

dal punto di vista dei guadagni in conto capitale, occorre distinguere tra maturazione del guadagno e

realizzazione. Ad esempio, se un'azione il cui valore cresce ogni anno del 10% del prezzo di acquisto, si

matura una plusvalenza che considerando il reddito come potenzialità di consumo di un individuo dovrebbe

essere tassata anche se non realizzata. Emergono tuttavia grandi difficoltà pratiche è richiesto infatti un

grande sforzo di accertamento nonché possono sorgere problemi di liquidità al momento del pagamento di

imposte su plusvalenze non ancora in forma monetaria. un altro problema riguarda gli altri redditi, e in

particolare i redditi in natura, questo può essere di due tipi: che non passa dal mercato come nel caso

dell'autoconsumo in agricoltura o che passa dal mercato come nel caso dei fring benefits.

Riassumendo possiamo quindi dire che il reddito entrata risponde ai requisiti di equità, tuttavia apre a

problematiche di applicazione pratica dell'imposta.

Sempre dal punto di vista dell'applicazione il reddito prodotto è facile da tassare mentre il reddito spesa è più

problematico, infatti come facciamo a tenere conto di tutte le operazioni di consumo che abbiamo fatto

durante la giornata.

Spostiamo ora l'analisi sul punto di vista dell'efficienza, questo ci apre ad una problematica che è il problema

della doppia tassazione del risparmio. Infatti il risparmio viene tassato nel momento della creazione, e al

momento in cui il risparmio dà i suoi frutti. Naturalmente in quella che è un'ottica pluriennale.

Il reddito spesa è l'unico reddito che non dà questo problema, vediamo ora la dimostrazione del perché di

questa affermazione.

L'ammontare delle imposte pagate (valore attuale) dipende dal reddito dei due periodi Y1 Y2 e

dall'ammontare del risparmio. Il debito di imposta non risulta quindi indipendente dalle decisioni di

risparmio.

Riassumendo, quindi, l'imposta sulla spesa sarebbe preferibile a quella sul reddito entrata dal punto di vista

dell'efficienza. Tuttavia il reddito spesa può produrre altre inefficienze che vedremo più avanti come il

problema della scelta tra consumo e tempo libero.

Nella maggior parte dei sistemi tributari avanzati viene impiegato il reddito entrata, tuttavia con alcune

modifiche per: ragioni di equità e ragioni di incentivo.

Vediamo ora la determinazione del reddito imponibile: il reddito complessivo si ottiene sommando i redditi

delle singole categorie e sottraendo le perdite derivanti dall'esercizio di arti e professioni. Per ogni categoria

valgono specifici criteri di determinazione, sui quali è opportuno soffermarsi:

redditi fondiari: i redditi fondiari sono i redditi inerenti ai terreni e ai fabbricati situati nel territorio

• dello stato. I redditi fondiari si distinguono in redditi dominicali, redditi agrari e redditi dei

fabbricati. Per ogni terreno o fabbricato, distinto sulla base delle caratteristiche e della qualità è

fissata una tariffa d'estimo catastale, definibile come una stima del reddito normalmente percepito in

virtù della proprietà dei terreni o terreni coltivati o fabbricati.

La tassazione avviene sul reddito effettivo o sul reddito normale.

Il reddito effettivo corrisponde alle disponibilità di cui si può godere nel periodo di imposta,

calcolata per le imprese sulla base del principio di competenza e per le persone sulla base del

principio di cassa.

Il reddito normale è il reddito potenziale che il contribuente può conseguire se si comporta in modo

normale in periodi normali. Quindi il reddito viene calcolato trascurando gli eventi eccezionali.

I vantaggi che derivano dall'applicazione del reddito normale sono innanzitutto la facilità di calcolo

del reddito per il contribuente ma soprattutto per l'amministrazione che non è costretta a

intraprendere accertamenti ogni anno. Inoltre soprattutto per i redditi agrari, di solito molto

fluttuanti si riesce ad ottenere una certezza impositiva per il contribuente e di gettito per

l'amministrazione. Infine questa tipologia di tassazione è incentivante per i produttori di reddito, in

quanto il surplus di reddito prodotto non viene tassato, naturalmente bisogna anche tenere conto del

fatto che in caso di produzione di minor reddito, si pagano le tasse anche sul reddito non prodotto.

Redditi di capitale: sono tutti quei redditi che derivano dall'utilizzo di un capitale, che non rientrino

• nei redditi di impresa e che non dipendano da eventi incerti, perché se così fosse ricadrebbero nella

categoria dei redditi diversi.

Nel nostro ordinamento la maggior parte di questi redditi non rientrano nell'Irpef, ma sono tassati

tramite tassazione sostitutiva con l'aliquota del 26%. Inoltre vi sono tutta una serie di eccezioni che

fa si che la maggior parte dei redditi di capitale non rientri nell'Irpef.

Redditi da lavoro dipendente: sono quei redditi che derivano da rapporti aventi ad oggetto la

• prestazione di lavoro alle dipendenze e sotto la direzione altrui. Costituiscono redditi da lavoro

dipendente anche le pensioni di ogni genere. Il reddito è una tipologia di reddito lordo sulla base del

principio di cassa, che quindi non prevede la possibilità di portare in diminuzione del reddito

imponibile le spese di produzione del reddito. Non concorrono a formare il reddito imponibile i

contributi previdenziali versati dal datore di lavoro e dal lavoratore in ottemperanza a disposizioni di

legge.

Redditi di lavoro autonomo: sono quei redditi che derivano dall'esercizio abituale di arti e

• professioni. Il reddito rilevante ai fini impositivi è quello costituito da compensi percepiti al netto

dei contributi assistenziali e previdenziali nonché delle spese sostenute.

Redditi di impresa (ne parleremo più avanti)

• Redditi diversi: sono tutti quei redditi che non rientrano nelle precedenti categorie.

Come abbiamo già detto la base imponibile Irpef è costituita dalla sommatoria di queste categorie di reddito,

ad eccezione dei redditi soggetti a regimi sostitutivi, dei redditi esenti e dei redditi soggetti a tassazione

separata. A questa sommatoria, si sottraggono i contributi previdenziali obbligatori e si sottraggono le

deduzioni.

4) Aliquote d'imposta. Applicando l'aliquota d'imposta alla base imponibile si trova l'imposta lorda.

L'imposta netta è data dall'imposta lorda al netto delle detrazioni.

Aliquota media: è la quota del mio reddito che il fisco preleva. Si calcola come rapporto tra le imposte

pagate e la base imponibile: t (me) = T/y.

Naturalmente l'aliquota media varia tra 0 < t(me) < 1.

Aliquota marginale mi dice quanto varia il reddito d'imposta al variare della base imponibile.

t (mg) = delta T / delta y . L'aliquota varia: 0 < t (mg) < 1.

Se t (me) = t (mg) allora delta t (me) / delta y = 0. Ovvero se l'aliquota media è uguale all'aliquota marginale

l'aliquota media non varia al variare del reddito ma rimane costante. In questo caso l'imposta è proporzionale.

Se invece delta t (me) / delta y > 0 allora l'aliquota media aumenta all'aumentare del reddito. L'imposta è

progressiva.

Se t (me) si riduce all'aumentare del reddito t(me) > t(mg) allora l'imposta è regressiva. All'aumentare della

base imponibile diminuisce la quota di reddito prelevata sotto forma di imposta.

Come si rende progressiva un'imposta?

Vi sono tre metodi per rendere progressiva un'imposta:

- progressività per scaglioni: ad ogni scaglione corrisponde un'aliquota che cresce con il crescere del reddito.

- progressività per deduzione: ho un'unica aliquota uniforme e un abbattimento fisso della base imponibile

- progressività per detrazione: ho un'unica aliquota uniforme e un abbattimento fisso del debito d'imposta.

Nel secondo caso l'imposta risulta essere progressiva in quanto vista la deduzione fissa questa ha sempre

meno influenza via via che il reddito cresce. La stessa cosa vale nel terzo caso in cui vi è però la detrazione

fissa.

La progressività dell'Irpef è per scaglioni, deduzioni e detrazioni.

Poniamoci alcune domande:

Come facciamo a capire se l'Irpef ha una struttura ad aliquote che rende l'imposta più progressiva di 30 anni

fa? Nel passaggio da uno scaglione all'altro la progressività è sempre uguale o diminuisce? Che differenza

con gli altri paesi?

In altre parole: come misurare la progressività?

Le misure della progressività possono essere classificate in due categorie:

- misure locali di progressività (fanno riferimento a particolari intorni di reddito)

- misure globali di progressività (hanno a che vedere con l'intera struttura della progressività senza

riferimento ad un particolare livello/intervallo di reddito).

1. MISURE LOCALI:

→ progressività dell'aliquota marginale

→ progressività dell'aliquota media

→ elasticità del debito d'imposta

→ elasticità del reddito al netto dell'imposta

a) progressività dell'aliquota marginale.

MP indica come varia l'aliquota marginale al variare del reddito:

MP = Delta t(mg) / Delta Y

Nel caso in cui MP è uguale a 0 allora l'aliquota non varia (imposte proporzionali?)

Tra MP e la progressività vi è una relazione diretta, maggiore è MP maggiore è la progressività.

b) progressività dell'aliquota media.

AP = Delta t (me) / Delta Y

Anche in questo caso la relazione tra AP e la progressività è diretta, maggiore è AP e maggiore è la

progressività.

Se AP = 0 allora l'imposta è proporzionale.

c) Elasticità del debito d'imposta al reddito.

Partiamo dall'assunzione che l'elasticità è il rapporto tra due variazioni percentuali.

ɛ

1 = (Delta T / T) / (Delta Y / Y) = (Delta T / Delta Y) / (T / Y) Dove T debito d'imposta.

ma il numeratore corrisponde a t(mg) e il denominatore corrisponde a t(me).

ɛ1 = t(mg) / t(me).

Allora in definitiva possiamo scrivere

ɛ1 è il rapporto tra la variazione percentuale del debito d'imposta e la variazione percentuale del

reddito.

ɛ1 > 1. allora l'imposta è progressiva in quanto l'aliquota marginale è maggiore dell'aliquota media, e

il debito d'imposta aumenta in misura più che proporzionale all'aumentare del reddito.

ɛ1 = 1. allora l'imposta è proporzionale in quanto l'aliquota t(mg) = t(me). Ed è costante in quanto il

debito d'imposta non varia al variare della base imponibile.

ɛ

1 < 1. imposta regressiva.

ɛ

Maggiore è l'elasticità 1 maggiore sarà la progressività dell'imposta.

d) Elasticità del reddito netto al reddito. Il reddito netto è dato da: Y-T

ɛ

2 = [Delta(Y-T)/(Y-T)]/[Delta Y/Y].

ɛ2 >1 allora il reddito netto varia in misura maggiore del variare del reddito, è come se aumentando

il reddito imponibile il fisco sottraesse un quota sempre minore di imposte.

ɛ

2=1 allora il reddito al netto dell'imposta varia nella stessa percentuale del reddito. Quindi l'imposta

è proporzionale in quanto il fisco preleva sempre la stessa quota di imposta all'aumentare del reddito.

ɛ

2<1 impostaprogressiva.

2. Misure globali: sono misure sintetiche del grado complessivo di progressività di un'imposta.

queste misure sono utili per rispondere alla domanda: tra 2 imposte quale ha la struttura più

progressiva?

Per stabilire la progressività dell'imposta si utilizzano due strumenti:

- curva di Lorenz

- indice di concentrazione di Gini.

a) curva di Lorenz

In questo grafico, si associa la percentuale cumulata del reddito alla percentuale della popolazione.

La caratteristica della bisettrice ci dice che in tutti i suoi punti la percentuale delle ascisse è uguale

alla percentuale delle ordinate. Quindi al 10% della quota di popolazione corrisponde il 10% della

quota complessiva di reddito.

La bisettrice prende il nome di retta di equidistribuzione.

L'altra curva prende il nome di curva di Lorenz, tanto è maggiore l'area tra la retta di

equidistribuzione e la curva di Lorenz tanto è maggiore è la diseguaglianza nella distribuzione del

reddito.

b) L'indice di Gini ci dice quanto è più o meno concentrata in alcune fasce la distribuzione del

reddito.

L'indice di Gini è l'area tra la curva di Lorenz e la retta di equdistribuzione fratto l'area del triangolo

formato tra gli assi cartesiani e la retta di equidistribuzione. Triangolo HFO.

indice di Gini = A/A+B = A/(1/2) = 2A che possiamo anche vedere come 1-2B.

1/2 è l'area del triangolo HFO.

Vediamo ora cosa accade alla curva di Lorenz quando si introducono le imposte.

Cerchiamo di capire quello che è l'impatto di un'imposta sulla distribuzione del reddito, quali sono le

imposte che riducono la diseguaglianza della distribuzione del reddito.

Calcoliamo gli indici di Gini: - concentrazione dei redditi lordi

- concentrazione dei redditi netti

- concentrazione del gettito o del prelievo.

Nel grafico come possiamo vedere la curva dei redditi netti è più vicino alla retta di equidistribuzione, le

imposte saranno allora imposte progressive.

Questo vuol dire che la curva Ly-t è meno diseguale della Ly d'altro canto Lt sta al di sotto della curva dei

redditi lordi.

In caso di imposta proporzionale a ciascuno viene tolta la sua percentuale di reddito indipendentemente dal

suo reddito, vi è quindi la non modifica della distribuzione dei redditi lordi, la curva è uguale alla Ly iniziale.

La Lt ci dice invece che il prelievo è più concentrato nella parte di reddito più alto.

Vi sono due indici di progressività globale:

- l'indice di Kakwani che misura la progressività in termini di scostamento dalla proporzionalità.

- l'indice di Reynolds - Smolensky che misura la progressività guardando l'impatto redistributivo di

un'imposta.

Quindi l'imposta progressiva ha due proprietà: lo scostamento dalla proporzionalità, quindi il fatto che il

prelievo è concentrato sui redditi più alti e la distribuzione dei redditi netti è meno diseguale di quella dei

redditi lordi.

K = G (T) - G(Y) k è dato dall'indice di concentrazione del prelievo - l'indice di concentrazione del reddito.

Se K > 0 allora maggiore è la proporzionalità

RS = G(Y) - G(Y-T)

RS > 0 ho un maggiore impatto redistributivo dell'imposta maggiore è l'indice.

Quindi un impatto positivo sulla distribuzione del reddito nel senso di maggior eguaglianza lo possiamo

ottenere solo con un'imposta progressiva. Se si vuole perseguire un impatto redistrbutivo sul reddito

attraverso un'imposta, questa deve per forza essere un'imposta progressiva.

In Italia l'Irpef prevede 5 scaglioni di reddito con un'aliquota minima di 23% e un'aliquota massima di 43%.

L'Irpef come sappiamo è anche progressiva per detrazioni e deduzioni.

Le detrazioni possono essere: per tipologia di reddito - per carichi di famiglia - altre.

Detrazioni per lavoro dipendente: Le detrazioni sono costruite in modo da avere una soglia di

• esenzione fino a 8000 di reddito e un limite massimo oltre il quale non vi sono più importi detraibili

oltre 55.000 di reddito.

Ora mettendo in un grafico l'aliquota marginale, l'aliquota media e l'aliquota media con detrazioni,

possiamo notare come innanzitutto le due aliquote medie stanno sempre sotto l'aliquota marginale,

inoltre, inoltre l'aliquota media con detrazioni è parte da 8000 di reddito e resta sempre sotto

l'aliquota media ricongiungendosi con essa solo da 55000.

All'interno delle detrazioni per lavoro dipendente vi sono anche le detrazioni per pensioni: in questo

caso la soglia minima per usufruire dell'esenzione è di 1725 ma si sta discutendo in parlamento di

una legge per innalzare la soglia a 8000. Anche in questo caso la soglia massima oltre la quale non si

può più usufruire delle detrazioni è di 55000.

Vi sono detrazioni maggiori per i pensionati con più di 75 anni.

Per il lavoro autonomo la soglia minima è di 1104 e la soglia massima è di 55000.

Carichi famigliari: Si considera a carico un famigliare che abbia come reddito un reddito minore di

• 2840,51 sempre con come condizione necessaria la convivenza tra questi famigliari.

Il coniuge ha una soglia massima per cui sono previste le detrazioni di 80.000 euro.

I figli a carico....

vi è poi il bonus bebè di 960 euro annuo a condizione che l'isee della famiglia sia inferiore a 25.000

euro e se l'isee è inferiore a 7000 euro allora è raddoppiato.

Le altre detrazioni derivano in generale da oneri personali quali le spese sanitarie, gli interessi sui

• mutui, i premi sui contratti di assicurazione etc. detraibili per un ammontare del 19% della spesa con

delle soglie massimali.

Vi sono poi gli eco bonus che sono detrazioni introdotte di recente sulle spese di ristrutturazione e di

lavori edilizi che hanno più che altro uno scopo di incentivo per il settore.

In Italia nel tempo il sistema Irpef dalla sua introduzione ha oscillato dalla prevalenza delle detrazioni alla

prevalenza delle deduzioni per poi tornare di nuovo alla prevalenza delle detrazioni.

Ma quale meccanismo è preferibile? il meccanismo delle deduzioni o il meccanismo delle detrazioni?

Le detrazioni prevedono che una somma venga sottratta dall'ammontare delle imposte da pagare.

Le deduzioni prevedono che la somma venga invece tolta dalla base imponibile prima del calcolo delle

imposte.

Quindi ipotizziamo di avere una spesa di 100 euro. nel caso di deduzione andrò a dedurre questa spesa dalla

base imponibile mentre in caso di detrazione andrò a detrarre il 19% di questa spesa dal debito d'imposta.

Ipotizziamo un soggetto A con reddito 50.000 e un soggetto B con reddito 30.000.

In caso di detrazione il beneficio che ne deriva ai due soggetti è di 19 euro per entrambi, il costo della visita

medica passa quindi da 100 a 81.

In caso di deduzione, invece, il risparmio d'imposta dipenderà dall'aliquota marginale del contribuente. Il

risparmio d'imposta sarà in questo caso maggiore per il soggetto A che ha un'aliquota marginale maggiore.

L'applicazione del meccanismo deduzione viene quindi a creare due problemi:

- I due contribuenti pagano un prezzo diverso per uno stesso servizio

- Il contribuente con un reddito più elevato paga di meno.

Unità impositiva (unità a cui deve fare riferimento la tassazione).

Questo problema rileva in presenza di imposta progressiva, infatti, in presenza di un'imposta proporzionale

questo problema non rileva, tassare un individuo o la famiglia non farebbe differenza.

Il legislatore come abbiamo accennato può ricorrere a due alternative:

- individuo

- famiglia

1. Individuo: tassazione individuale.

L'idea che sta alla base di questa tassazione è che la capacità di spesa di ciascun individuo dipende

dal suo reddito individuale. Per poter confrontare il sistema dei due tipi di imposizione portiamo la

tassazione finale in capo alla famiglia. In altre parole calcoliamo l'aliquota media della famiglia.

Consideriamo per semplicità una famiglia composta da due coniugi: i redditi sono Y1 Y2.

Ԑ sono le detrazioni/deduzioni.

Ԑ

T1 = f (Y1; )

Ԑ

T2 = f (Y2; )

(T1 + T2) / (Y1 + Y2) è il rapporto di tutte le imposte che la famiglia paga con tutti i redditi

percepiti e rappresenta quindi l''aliquota media d'imposta famigliare.

2. Tassazione famigliare: la capacità di spesa dipende dall'intera famiglia e quindi l'aliquota media

dipende dal reddito famigliare.

Vi sono due alternative per tassare la famiglia: il cumulo dei redditi e la tassazione per parti.

Il cumulo dei redditi prevede appunto la sommatoria di tutti i redditi della famiglia e l'applicazione

solo successiva dell'aliquota. Ԑ

Σ

L'aliquota media famigliare è tmf = f ( Yi ; ).

Nel caso invece di tassazione per parti dei singoli redditi famigliari l'aliquota media famigliare è:

Ԑ

tmf = f [(ΣYi)/P ; ].

La tassazione per parti può avvenire in due modi differenti:

Splitting, questo tipo di tassazione è tipica della Germania e degli Stati Uniti.

• La tassazione avviene con il seguente meccanismo: - si sommano i redditi dei due coniugi

- il risultato si divide per due

- a ciascuna di queste due parti si applicano le aliquote.

Naturalmente questo metodo risolve il problema di riduzione delle aliquote del metodo del cumulo.

(Y1 + Y2) / 2 = Yo -> T = t 2 Yo


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Lucaf_94

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Corso di laurea: Corso di laurea in economia e legislazione d'impresa (MILANO)
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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Lucaf_94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienza delle finanze e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Ambrosanio Maria.

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