Schemi di linguistica generale
Introduzione alla linguistica
La linguistica è il ramo delle scienze umane che studia la lingua. Lo studio della lingua si può dividere in due sottocampi principali: la linguistica generale, che si occupa di che cosa sono, come sono fatte e come funzionano le lingue, e la linguistica storica, che si occupa dell’evoluzione delle lingue nel tempo e dei rapporti fra le lingue e fra lingua e cultura.
Nella tradizione italiana, spesso si contrappone alla "linguistica generale", la "glottologia", come ambito che copre la linguistica storica e lo studio comparato delle lingue antiche. Oggetto della linguistica sono le cosiddette lingue storico-naturali, vale a dire le lingue nate spontaneamente lungo il corso della civiltà umana e usate dagli esseri umani ora e nel passato: l’italiano, il francese, il romeno, lo svedese, il russo ecc.
Tutte le lingue storico-naturali sono espressione di quello che viene chiamato linguaggio verbale umano. Il linguaggio verbale è una facoltà innata nell’Homo sapiens ed è uno degli strumenti, dei modi e dei sistemi di comunicazione che questi abbia a disposizione. Tutti i sistemi linguistici esistenti ed esistiti, ed usati da qualche gruppo sociale, sono manifestazioni specifiche del linguaggio verbale umano.
La distinzione fra lingue e dialetti è basata unicamente su considerazioni sociali e storico-culturali, in funzione della distribuzione negli usi linguistici della comunità e del prestigio dei singoli sistemi linguistici.
Il segno e la comunicazione
Per inquadrare il linguaggio verbale umano fra i tipi e i modi di comunicazione, può essere utile partire dalla nozione di segno. Un segno è qualcosa che sta per qualcos’altro e serve per comunicare qualcos’altro (comunicare vale a dire etimologicamente "mettere in comune", "rendere in comune").
Comunicare/comunicazione: tutto può comunicare qualcosa, ogni fatto culturale, e quindi anche i fatti di natura in quanto filtrati dall’esperienza umana, è suscettibile di essere interpretato da qualcuno e quindi di veicolare qualche informazione. Comunicazione equivale a passaggio di informazione. È più utile intendere in senso più ristretto. Tale senso ha come ingrediente fondamentale l’intenzionalità: si ha comunicazione quando c’è un comportamento prodotto da un emittente al fine di far passare dell’informazione e che viene percepito da un ricevente come tale, altrimenti si ha solo un passaggio di informazione.
Categorie di comunicazione
Si potrebbero distinguere tre categorie all’interno del fenomeno generale della comunicazione, a seconda del carattere di chi produce il messaggio (l’emittente) e chi lo riceve o interpreta (il ricevente o interpretante) e dell’intenzionalità del loro comportamento:
- Comunicazione in senso stretto:
- Emittente intenzionale.
- Ricevente intenzionale (es. linguaggio verbale umano, gesti, tutti i sistemi artificiali di comunicazione: segnalazioni stradali ecc.).
- Passaggio di informazione:
- Emittente non intenzionale;
- Ricevente (interpretante) intenzionale (es: parte della comunicazione non verbale umana: posture del corpo, paralinguistica, prossemica; orme di animali, sintomi di condizioni fisiche ecc.).
- Formulazione di interferenze:
- Nessun emittente (ma solo: presenza di un “oggetto culturale”, che viene interpretato come volto a fornire un’informazione);
- Interpretante (es: case dai tetti aguzzi e spioventi = qui nevica molto; modi di vestire = questa persona è freddolosa/segue la moda giovanile).
Da questi esempi, l’insieme di conoscenze di riferimento (il codice) che permette di interpretare correttamente l’informazione decodificando il valore dei segni diventa via via meno forte e rigoroso, e l’associazione fra un certo segnale e l’informazione che esso veicola è più lasca affidata all’attività dell’interpretante e passibile di fraintendimenti. Comunicazione è quindi da intendere come trasmissione intenzionale di informazione.
Il segno nella comunicazione
La singola entità che fa da supporto alla comunicazione o al passaggio di informazione è un segno in senso lato. Esistono diversi tipi di segni. Per avviarci a capire la natura dei segni linguistici, possiamo rifarci ad una qualche tassonomia (classificazione) di tipi di segni. Una possibile tassonomia del segno in senso lato, tra altre più semplici o più complesse, è basata su due criteri fondamentali: l’intenzionalità e la motivazione relativa, cioè il grado di rapporto naturale esistente tra le due facce del segno (il qualcosa e il qualcos’altro).
- Indici (sintomi): motivati naturalmente/non intenzionali (basati sul rapporto causa o condizione scatenante > effetto. Es: starnuto = “avere il raffreddore”; nuvole scure = “sta per piovere).
- Segnali: motivati naturalmente/usati intenzionalmente (es: sbadiglio volontario = “sono annoiato”; lucina accesa di notte su una montagna = “segnalo la mia presenza”.)
- Icone: motivati analogicamente/intenzionali (basati sulla similarità di forma o struttura, riproducono proprietà dell’oggetto designato. Es: carte geografiche e mappe, fotografie, disegni, registrazioni su nastro, diagrammi e istogrammi, simbologie impiegate in orari dei treni e guide turistiche).
- Segni (in senso stretto): es: messaggi linguistici; suono dal telefono di una linea occupata; molti segnali stradali; comunicazione gestuale, come la lingua dei segni.
Dalla categoria (1) alla categoria (5), la motivazione che lega, nei segni in senso lato, il qualcosa al qualcos’altro che viene comunicato diventa via via sempre più convenzionale, o, se vogliamo, immotivata, meno diretta. Da (1) a (5) aumenta anche in maniera decisiva la specialità culturale dei segni in senso lato: mentre gli indici, in quanto fatti di natura, sono per definizione di valore universale, uguali per tutte le culture in ogni tempo, i simboli e ancor più i segni in senso stretto sono dipendenti da ogni singola tradizione culturale.
I segni linguistici, per esempio la parola "gatto" o la frase "ho mangiato una mela", sono segni in senso stretto, prodotti intenzionalmente per comunicare, essenzialmente arbitrari. Nella comunicazione in senso stretto, c’è dunque un emittente che emette, produce intenzionalmente un segno per un ricevente. Che cos’è che mette il ricevente in grado di interpretare il segno? Il fatto che esso riconduca a un codice di cui fa parte, cioè a un insieme di conoscenze che permettono di attribuire un significato a ciò che succede.
Il codice e i segni linguistici
Per "codice" si intende l’insieme di corrispondenze, fissatesi per convenzione, fra qualcosa (“insieme manifestante”) e qualcos’altro (“insieme manifestato”) che fornisce le regole di interpretazione dei segni. Tutti i sistemi di comunicazione sono dei codici. I segni linguistici costituiscono il codice della lingua.
Proprietà del codice lingua
Biplanarità: Una prima proprietà è la biplanarità, il fatto che ci siano in un segno due facce, o, due piani, compresenti (il qualcosa e il qualcos’altro). Il significante, chiamato anche espressione, è la parte o faccia o piano fisicamente percepibile del segno, quello che cade sotto i nostri sensi; il significato, chiamato anche contenuto, è la parte o faccia o piano non materialmente percepibile, l’informazione veicolata dalla faccia percepibile.
Il significante o espressione è ogni modificazione fisica a cui sia associabile un significato, un certo stato concettuale o mentale: quest’ultimo è il contenuto. Tutti i segni sono indissolubilmente costituiti dal piano del significante unito al piano del significato. Un codice si può definire come un insieme di corrispondenze fra significati e significante.
Arbitrarietà: Un’altra proprietà importante dei segni in senso stretto è l’arbitrarietà. Nella sua versione vulgata, essa consiste nel fatto che non c’è alcun legame naturalmente motivato, connesso alla natura o all’essenza delle cose, fra significante e il significato di un segno. Il significante non ha di per sé nulla a che vedere con l’animale “gatto”; nella natura di una cosa non c’è nulla che rimandi al suo nome che faccia sì che quella cosa si debba chiamare così. Questo ovviamente non vuol dire che tra il significante e il significato di un segno non esistano legami né rapporti: vuol dire che i legami, i rapporti che ci sono non sono dati naturalmente, ma posti per convenzione: in questo senso, quindi, arbitrari.
Se i segni linguistici non fossero fondamentalmente arbitrari, le parole delle diverse lingue dovrebbero essere tutte molto simili. Il fatto che non sia così implica che tra natura (la forma, la funzione, il genere, i caratteri esterni, sensibili) di una cosa e la parola che la disegna non c’è alcun rapporto che non sia quello posto dalla convenzione del sistema linguistico. “Gatto” è "gatto" in italiano, "kissa" in finlandese, "mace" in albanese, "gato" in spagnolo; il fatto che si dica così in spagnolo non significa che i gatti spagnoli siano più simili a quelli italiani che non albanesi o turchi o africani ecc., ma dipende dalla parentela genealogica fra le due lingue, italiano e spagnolo, entrambe derivate dal latino; il termine latino tardo alla base di quelli italiano e spagnolo è "cattu(m)".
La forte somiglianza fra le parole per “gatto” del cinese e del thailandese sarà da attribuire al fatto che la forma ha presumibilmente origine onomatopeica, costituendo un’imitazione del verso dell’animale. Allo stesso modo, se i segni linguistici non fossero arbitrari, parole simili nelle diverse lingue dovrebbero designare cose o concetti simili: anche questo è falso. "Bello" vuol dire “bello” in italiano, ma in inglese vuol dire “campana” e "belly" vuol dire pancia, in latino vuol dire “guerra”.
La questione dell’arbitrarietà dei segni linguistici, o più in generale del linguaggio verbale umano, è più complessa di quanto appaia da questa prima approssimazione. Approfondendo la discussione sviluppata da F. De Saussure, con il suo Corso di linguistica generale apparso nel 1916, che è il fondatore della linguistica moderna e dello strutturalismo, L. Hjelmslev, altro studioso strutturalista, ha distinto quattro tipi o livelli diversi di arbitrarietà. Per affrontare il problema, è utile introdurre la considerazione che in realtà nel funzionamento dei segni linguistici sono tre, e non due, le entità effettivamente in gioco. La cosa viene spesso presentata sotto la forma grafica del cosiddetto triangolo semiotico.
Si tratta di un triangolo molto noto negli studi di semiologia e di semantica, ma la cui reale interpretazione rimane controversa: non tutti identificano allo stesso modo le entità che stanno ai tre vertici del triangolo. Ai tre vertici abbiamo le tre entità in gioco un significante, attraverso la mediazione di un significato con cui esso è associato e che esso veicola, si riferisce a un elemento della realtà esterna, extralinguistica, un referente. La parola formata dalle lettere "s-e-d-i-a", e le due facce del significante, del significato, “sedia” si riferisce all’oggetto reale sedia, e lo identifica. La linea base del triangolo è tratteggiata, al contrario dei due lati, perché il rapporto fra significante e referente non è diretto, ma è mediato dal significato.
Livelli di arbitrarietà
A. Un primo livello è arbitrario (=non motivato naturalmente né logicamente) il rapporto o legame tra segno nel suo complesso e referente: non c’è alcun legame naturale e concreto, di derivazione dell’uno dall’altro, fra un elemento della realtà esterna e il segno a cui questo è associato, per esempio fra l’oggetto sedia e il segno "sedia".
B. A un secondo livello, è arbitrario il rapporto fra significante e significato: il significante come sequenza di lettere o suoni, non ha in sé, al di fuori della convenzione posta dalla lingua, nulla a che vedere con il significato “oggetto di arredamento che serve per sedersi ecc.”, a cui è associato nella lingua italiana.
C. Un terzo e approfondito livello, è arbitrario il rapporto tra struttura, forma, organizzazione interna, e sostanza, mero insieme di fatti concettualizzabili, significabili, del significato: ogni lingua ritaglia in un modo che le è proprio un certo spazio di significato distinguendo e rendendo pertinenti una o più entità. Un esempio classico è quello di ital. bosco/legno/legna. Un altro esempio di diversa organizzazione o forma della stessa sostanza di significato: all’ital. verbo di movimento andare, con valore generico, non corrisponde in tedesco un verbo unico con lo stesso valore generale, ma la stessa sostanza semantica è ripartita codificandola con verbi diversi in relazione al mezzo.
D. Infine, ad un quarto livello, è altrettanto arbitrario il rapporto fra forma e sostanza del significante: ogni lingua organizza secondo propri criteri la scelta dei suoni pertinenti, distinguendo in una certa maniera, eventualmente diversa da altre lingue, le entità rilevanti della materia fonica.
Al principio dell’arbitrarietà radicale dei segni linguistici esistono alcune eccezioni. Vi sono dei segni linguistici che appaiono motivati. È il caso delle onomatopee, che riproducono o richiamano nel loro significante caratteri fisici di ciò che viene designato. Parole e voci onomatopeiche come per esempio, tintinnio, sussurrare, rimbombare, di don Dan, imitano nella loro sostanza di significante il suono o rumore che designano e presentano un aspetto più iconico: sarebbero più icone che simboli o segni in senso stretto.
Più strettamente iconici sembrano invece i cosiddetti ideofoni, cioè espressioni imitative o interiezioni descrittive che designano fenomeni naturali o azioni, frequentemente usate nei fumetti, come ad esempio boom/bum “grande fragore” zac “taglio netto”.
Sulla presenza tutt’altro che marginale di caratteri iconici nel linguaggio verbale umano hanno comunque posto l’accento recenti concezioni che tendono a ridurre l’importanza cruciale dell’arbitrarietà come carattere costitutivo totale dei segni linguistici, notando come anche nella grammatica delle lingue esistano meccanismi iconici e dunque in qualche misura motivati. È stato notato che per la formazione del plurale attraverso l’aggiunta di materiale linguistico alla forma del singolare è un dispositivo molto diffuso nelle lingue. Si è sostenuto che questo fatto obbedirebbe a un principio di iconismo: l’idea di pluralità, che implica più cose, più materiale, nella realtà sarebbe evocata o suggerita o riprodotta nella lingua dal fatto che la forma plurale contiene più materiale fonico, linguistico, che non la forma del singolare. La lingua riprodurrebbe in un certo senso coi suoi mezzi propri la realtà; es: per “bambino”, sing./“bambini” plurale.
Un’altra prospettiva che tende a vedere nei segni linguistici più motivazione di quanto si creda è quella che sostiene l’importanza del fonosimbolismo, affermando che certi suoni avrebbero per la loro stessa natura associati a sé certi significati (denotativi o connotativi). Il suono per es., vocale chiusa e fonicamente piccola, sarebbe connesso con “cose piccole” e quindi le parole che contengono designerebbero di preferenza la proprietà di essere piccolo o oggetti piccoli, come si vedrebbe per esempio in italiano piccolino, minimo.
Doppia articolazione
Una proprietà molto importante del linguaggio verbale umano che nella sua forma più piena e totale sembra posseduta, fra i sistemi naturali di comunicazione, solo alle lingue e che quindi ha un forte potere caratterizzante in quanto specifica di queste, è quella che viene chiamata doppia articolazione.
La doppia articolazione, che non va confusa con la biplanarità, consiste nel fatto che il significante di un segno linguistico è articolato a due livelli nettamente diversi.
- Primo livello: il significante di un segno linguistico è organizzato e scomponibile in unità (elementi, parti, pezzi, mattoni) che sono ancora portatrici di significato e che vengono riutilizzate (con lo stesso significato) per formare altri segni (prima articolazione): gatt-o, in due pezzi, più piccoli, e che recano ciascuno un proprio significato (rispettivamente felino domestico e “uno solo” singolare) e che sono suscettibili di comparire col medesimo significato in altre parole: gatt-i, gatt-e, gattino, s-gatt-are ecc..
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