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S. Maria Sopra Minerva

L'elefante della Minerva

In piazza della Minerva si trova un curioso elefante che regge l'obelisco, fu soprannominato “pulcino della Minerva” per le esigue dimensioni. Venne commissionato da Papa Alessandro VII nel 1666 a Bernini, un progetto che aveva elaborato nel 1658 per il cardinale Francesco Barberini e che era stato suggerito da Athanasius Kircher, quello di un Elefante obeliscoforo, che era un tema emblematico tratto dalla quattrocentesca “Hypnerotomachia Polyphili” di Francesco Colonna e che allude alla divina sapienza: scolpito da Ercole Ferrata, il monumento fu collocato a piazza della Minerva. L'obelisco era stato rinvenuto nel 1665 tra le rovine d'un tempio dedicato ad Iside nel vicino Campo Marzio.

La chiesa gotica di Roma

Costruita nel XIII secolo (1280), è uno dei rari esempi di architettura gotica a Roma. Era la roccaforte tradizionale dei domenicani, che per il loro ardore contro gli eretici erano soprannominati con un gioco di parole Domini canes (i cani del Signore).

Edificata su antiche rovine, si pensa del Tempio di Minerva Calcidica costruito attorno all'80 d.C. sotto Domiziano; in realtà il Tempio di Minerva Calcidica non si trovava esattamente sotto l'attuale chiesa ma vicino ad essa nella piazza del Collegio Romano, vi si risale da una pianta Severiana, vicino alla chiesa di S. Marta; si trattava di un tempietto rotondo di Minerva Calcidica o “Minerva Portiera”.

Il nome si spiega con la posizione dell'edificio posto di fronte al grandioso complesso del Porticus Divorum, area porticata con due tempietti che Domiziano eresse in onore di Vespasiano e del fratello Tito. Anche il tempietto di Minerva, il cui nome passò più tardi alla vicina chiesa di Santa Maria sopra Minerva, fu opera di Domiziano, che prestò sempre un culto particolare a questa divinità. Di ambedue i monumenti non resta oggi alcuna traccia.

La costruzione e la storia

L'attuale edificio fu costruito a partire dal 1280 con pianta ogivale, unico caso in Roma, su progetto, si vuole, di 'fra Sisto e 'fra Ristoro, gli stessi che edificarono S. Maria Novella a Firenze; alla fine del secolo era già agibile per il culto, ma i lavori proseguirono nel corso del Trecento, a rilento per l'assenza della corte papale trasferitasi ad Avignone, fino a che nel 1453 fu costruita la facciata attuale che peraltro nelle intenzioni di allora avrebbe dovuto avere un carattere provvisorio in attesa di eseguirne una più monumentale, tanto che nei secoli, fino all'ottocento, si susseguirono i progetti ai quali non sarà dato seguito.

La facciata è molto semplice, simile a quella dell'Aracoeli, presenta tre portali, di cui notevole quello centrale; sulla destra, notare i molti segni, risalenti al XVI e XVII sec., che rivelano il livello delle diverse piene del Tevere, in occasione di alcune delle sue numerosissime piene, che in questo quartiere, uno dei più bassi della città, raggiunse persino i 20 metri.

L'edificio a volta, e dalla pianta a T, è ricca di molte cappelle e di opere d'arte, con cui i donatori speravano di perpetuare il loro ricordo. Da vedere in particolare le tombe cosmatesche del XIII secolo e le raffinate opere di artisti toscani e veneziani del XV secolo.

Le cappelle e le opere d'arte

Nella navata destra si segnalano soprattutto la quinta cappella, con un'Annunciazione di Antoniazzo Romano, un valente artista romano del periodo, commissionata dal Cardinale Torquemada, nel dicembre 1499 e compiuta nel 1500, anno giubilare, vi è rappresentato il Cardinale Juan de Torquemada, zio dell'inquisitore spagnolo; e la sesta, Aldobrandini, su disegno di Giacomo Della Porta, Carlo Maderno e Girolamo Rainaldi (1600): sull'altare, l'Istituzione dell'Eucarestia, tela di Federico Barocci (1594); alle pareti i monumenti funebri dei genitori di Clemente VIII, opera del Della Porta; nella settima cappella, a destra, Cristo Giudice, affresco attribuito a Melozzo da Forlì.

Il transetto destro si conclude nella cappella Carafa, costruita tra il 1489 e il 1493; l'arcata d'ingresso è attribuita a Mino da Fiesole; la splendida decorazione ad affresco è opera di Filippino Lippi e raffigura l'Annunciazione, il Cardinale Carafa presentato alla Vergine da S. Tommaso, l'Assunzione, il Trionfo di S. Tommaso, i Miracoli del Crocefisso; nelle volte le Sibille. L'insieme costituisce uno dei più ricchi complessi pittorici del Quattrocento in Roma; notare anche il sepolcro di Papa Paolo IV Carafa; accanto, la cappellina funebre del Cardinale Carafa; affrescata sempre dal Lippi con la collaborazione di Raffaellino del Garbo.

Sulla sinistra troviamo il sepolcro del vescovo Guglielmo Durand, opera del 1296 di Giovanni di Cosma, con lunetta a mosaico; poi di seguito la cappella Altieri, con pitture del Maratta e del Baciccia. A sinistra dell'altar maggiore il Cristo risorto, opera di Michelangelo del 1519 – 20, peraltro con interventi di allievi, non è mai stata considerata un'opera particolarmente riuscita. Sotto l'altare maggiore un sarcofago, opera di Isaia da Pisa, che ospita le spoglie di S. Caterina da Siena, morta nel 1380; nel coro sono conservate le tombe dei pontefici Leone X e Clemente VII, ambedue di casa Medici, dove si può ammirare lo stile monumentale del Rinascimento romano.

Le opere del Beato Angelico

Nel vestibolo che conduce a un'uscita secondaria, è stata sistemata la lastra tombale del Beato Angelico, anch'essa opera di Isaia da Pisa. Il Beato Angelico, frate Domenicano, sappiamo che nel 1453 e 54 si trovava a Roma, erano gli ultimi anni della sua vita. Durante il pontificato di Eugenio IV e di Niccolò V, anche la chiesa e il convento di S. Maria sopra Minerva divenne un centro di lavori murari e d'opere d'arte.

Poggio Bracciolini ricorda, come al suo tempo, era ancora, presso la chiesa, un grande portico che fu poi demolito, e molti dei suoi marmi servirono per la fabbricazione della calce. Sebbene Eugenio IV avesse restaurato il Pantheon o S. Maria Rotonda, togliendo di mezzo tutte le sordide botteghe che erano state addossate alle grandiose ed alte colonne monolitiche, rinnovando poi anche la copertura del tempio con nuove lastre di piombo, non fu invece la stessa cosa per il portico presso la chiesa della Minerva, tanto che grandi colonne monolitiche furono portate via e trasportate in Vaticano per il coro, o tribuna di S. Pietro.

Sembra che la chiesa della Minerva, già costruita da oltre un secolo e mezzo, non avesse allora la intera copertura a volte, ma almeno in parte, a capriate, e per di più fosse in cattiva condizione, tanto che già sulla fine del sec. XIV una parte almeno minacciava rovina. Fu il Cardinale Giovanni di Torquemada a ricostruire e far restaurare la chiesa della Minerva. Il Torquemada fece ricostruire la maggior parte delle volte della chiesa, che poi Francesco degli Orsini portò a termine.

Fu lo stesso Torquemada a commissionare gli affreschi del chiostro della Minerva, probabilmente in terra verde, proprio al Beato Angelico che fu fatto venire apposta a Roma, per la maggior parte, e da Antoniazzo Romano e Melozzo da Forlì che già lavoravano alla Minerva. Si tratta di trentaquattro grandi affreschi che riprendevano i temi delle xilografie che ornano la prima e successive edizioni delle “meditationes” dello stesso Cardinale.

Quando Fra Giovanni Angelico morì nel 1455, certamente stava ancora lavorando alla chiesa di S. Maria sopra Minerva, in cui fu sepolto, che in quel periodo era senza l'abside, e terminava colla semplice parete sulla quale, scrive il P. Berthier, la famiglia di Beneaccaduti aveva fatto erigere l'Altare a S. Antonio eremita. Davanti al detto altare era il coro dei frati che si doveva estendere, almeno, fino allo scalino attuale, tra i primi due pilastri della navata centrale. A sinistra dell'Altar maggiore era la cappella dei Rustici, dedicata a S. Tommaso d'Aquino. In questa cappella, quasi nel centro entrando, ma piuttosto verso la parte destra, cioè verso l'altare maggiore, fu eretta la tomba dell'Angelico leggermente sopraelevata da terra, come usavasi per le sepolture di uomini insigni.

“Fu sepolto – scrisse il Borselli- ad dexteram parte, cioè verso la parte destra, della cappella di S. Tommaso d'Aquino, in un sepolcro marmoreo sopra terra colla sua immagine scolpita sulla lastra di marmo.” Un anonimo scrittore, con tutta probabilità frate della Minerva, nella seconda metà del XV secolo, conferma questa descrizione.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/02 Storia dell'arte moderna

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher silvia.vallenari di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'arte moderna a Roma e nel Lazio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi della Tuscia o del prof Gallavotti Daniela.
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