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L'etnologo e il suo tempo

La partenza per luoghi lontani alcuni decenni fa era vissuta come una scelta di vita, una forma di impegno, e forse ancora oggi. Bisogna però ritornare per scrivere, quanto meno ritornare a casa per porre una certa distanza tra l’io che ha vissuto l’esperienza e l’io che la racconta. Il ricordo si costruisce a distanza quindi come un'opera d’arte già lontana che ha acquisito lo statuto di rovina in quanto esso non rappresenta la verità di nessuno, per quanto esatto: né di colui che parla che deve ritornare per scrivere né di coloro che descrive.

Strauss ha intuito la stretta parentela fra ricordo e rovina: proprio mentre faceva della prima un'esigenza di metodo la seconda gli si impose trascinando i suoi ricordi nel proprio fluire. Il tempo, invece che seppellirli, aveva costruito con dei loro frammenti una base per assegnargli un equilibrio più stabile e una visione più chiara.

Il mestiere dell'antropologo

Il mestiere dell’antropologo ha come oggetto l’attualità. L’antropologo parla di ciò che ha sotto gli occhi: città, campagne, ricchi, poveri, colonizzatori e colonizzati, contrapponendoli e trovando dei punti in comune. La loro disciplina è anche quella del presentimento; gli antropologi saranno stati i primi osservatori a guardare il passaggio da un secolo all’altro. Sono sempre stati gli specialisti degli inizi anche se sono sempre stati più sensibili alla bellezza di ciò che stava crollando che all’ampiezza di ciò che si annunciava.

Coloro che l’antropologo era andato a visitare avevano bisogno di “storia”, di qualcosa con cui identificarsi proiettati verso un avvenire oscuro. Avvertivano la necessità di identificarsi quanto meno con il loro passato. Ciò che l’antropologo aveva davanti agli occhi era un cantiere, ossia dove si ritrovavano miti ed oggetti perduti ma la cui ragion d’essere era l’avvenire.

Le rovine e l'arte

L’arte si dice sia nata dalla religione ma questo non desta alcuna meraviglia. L’arte nelle sue diverse forme è una rovina o una promessa di rovina. In che senso? Una rovina è “quanto resta” o come diceva Le Robert, un frammento di un antico edificio deteriorato o crollato. L’opera racconta il suo tempo ma non più in maniera esauriente. Coloro che la contemplano oggi non avranno la stessa percezione di chi la vide per la prima volta. È proprio questo vuoto, questo scarto fra la percezione scomparsa e la percezione attuale che l’opera originale esprime oggi. Scarto chiaramente assente nella copia, che in certo qual modo manca di una mancanza. La percezione di questo scarto è la percezione stessa del tempo cancellata dall’erudizione e dal restauro (l’evidenza illusoria del passato) come dallo spettacolo (evidenza illusoria del presente).

Disturbo della memoria sull'Acropoli

Freud racconta un’esperienza accadutagli nel 1904: un “disturbo della memoria”. Freud e suo fratello rinunciarono ad andare a Corfù per recarsi ad Atene dove non erano mai stati. Sono indecisi e di malumore fino al momento in cui acquistano i biglietti. Il pomeriggio dell’arrivo Freud è sull’Acropoli e gli viene in mente un pensiero singolare: “allora tutto questo esiste veramente come l’ho imparato a scuola”. Agisce come se a scuola non avesse mai creduto all’esistenza di Atene e dell’Acropoli. Qualche istante dopo si stupisce di se stesso sapendo di non aver mai messo in discussione l’esistenza di tutto ciò e si domanda il perché del suo disturbo di memoria.

Varie cause: il suo inconscio in realtà a scuola non aveva creduto all’esistenza di Atene e dell’Acropoli, oppure in seguito al suo malumore la vista dell’Acropoli è stata una sensazione “troppo bella per essere vera”, o ancora “la bellezza dell’Acropoli lo ha portato ad una sorta di estraniazione dalla realtà”, ancora egli poteva non aver mai immaginato di riuscire a fare tanta strada e che egli, stupendosi di aver fatto più strada del padre, sente un senso di colpa.

In realtà l’Atene e l’Acropoli di cui parlano a scuola ha poco a vedere con lo spettacolo che egli ha dinnanzi agli occhi: la sorpresa in lui sentita si suppone sorge in seguito al contrasto che lui avverte tra ciò che sta vivendo e un incerto passato. Una straordinaria composizione egli ha davanti agli occhi che permette la percezione di un tempo puro.

Il tempo e la storia

Contemplare rovine non equivale a fare un viaggio nella storia, che è troppo molteplice, troppo profonda e ricca per ridursi al segno di pietra che ne è emerso, ma a fare un’esperienza del tempo, del tempo puro. La vista delle rovine ci fa fugacemente intuire l’esistenza di un tempo che non è quello di cui parlano i manuali di storia o che i restauri cercano di richiamare in vita. È un tempo puro, non databile, assente da questo nostro mondo di immagini, di ricostruzioni, di simulacri, da questo nostro mondo violento le cui macerie non hanno più il tempo di divenire rovine. Un tempo perduto che talvolta l’arte riesce a ritrovare.

Ci accade spesso di contemplare dei paesaggi e di ricavarne una sensazione di felicità tanto vaga quanto intensa. Più i paesaggi sono naturali più ci danno la sensazione di permanenza di una durata lunghissima, il rinnovarsi perpetuo della natura può ricollegarsi a quell’intuizione panteistica secondo la quale nulla si crea e nulla si distrugge. In questo senso la natura abolisce non solo la storia ma il tempo. Le rovine aggiungono alla natura qualcosa che non appartiene più alla storia ma che resta temporale.

Le rovine esistono attraverso lo sguardo che si posa su di esse, ma fra i loro molteplici passati ciò che di esse si lascia percepire è una sorta di tempo al di fuori della storia a cui l’individuo che le contempla è sensibile.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Menzo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia Culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli o del prof Moro Elisabetta.
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