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Saggio Sull'intelletto Umano Di Locke - Riassunto

Appunti di Gnoseologia sul Saggio Sull'intelletto Umano Di Locke basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Linguiti dell’università degli Studi di Pisa - Unipi, facoltà di lettere e filosofia, Corso di laurea in filosofia . Scarica il file in formato PDF!

Esame di Gnoseologia docente Prof. G. Linguiti

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SAGGIO SULL’INTELLETTO UMANO

Il Saggio sull’intelletto umano si presenta come un’analisi dei limiti, delle condizioni e delle

possibilità effettive della conoscenza umana. Tale analisi sembra trarre ispirazione dall’antica

tradizione empiristica della filosofia inglese. La tesi più appariscente di Locke è che le idee

derivano dall’esperienza e che perciò l’esperienza è il limite invalicabile di ogni conoscenza

possibile. Lo scopo di Locke è quello di formulare una teoria della ragione che sia nello stesso

tempo valida ed efficace: valida perché fondata sui limiti reali che l’esperienza impone alla ragione;

efficace, perché adatta a dirigere l’uomo in tutte le faccende della vita. “La ragione deve essere il

nostro ultimo giudice e la nostra guida in ogni cosa”. L’obiettivo di Locke è l’eliminazione delle idee

innate. La percezione dell’idea non è la creazione di essa: questo è il primo limite che si impone

alla facoltà conoscitiva dell’uomo. Se lo spirito umano non è rifornito di idee, non può far nulla.

Neppure l’intelletto più potente può inventare o costruire un’idea nuova, cioè non derivante

dall’esperienza o può distruggere qualcuna di quelle acquisite. Locke non fa distinzione esplicita

tra le idee che derivano dalla realtà esterna e quelle che derivano dalla realtà interna. Distingue

bensì, come fonti delle idee, la sensazione dalla riflessione. Locke chiama primarie le qualità

originarie dei corpi, secondarie le qualità che non esistono nei corpi stessi. Tutte le idee semplice

sono il prodotto dell’azione della realtà, esterna o interna, sullo spirito. Nella ricezione delle idee

semplici, lo spirito è puramente passivo, ma diventa attivo nel combinarle. La formazione delle idee

generali è possibile solo mediante il linguaggio. Il linguaggio è nato dal bisogno della

comunicazione fa gli uomini nella società ed è costituito da suoni articolati che sono adoperati

come segi delle idee di cui lo spirito è in possesso. Il rapporto tra la parola e le idee per cui esse

stanno è convenzionale e arbitrario, mentre quello tra le idee e le cose è naturale, perché sono le

cose stesse che imprimono nello spirito i segni che chiamiamo “idee”. Locke riconosce solo tre

significati distinti della parola sostanza:

1. la sostanza come sostegno delle qualità sensibili;

2. la sostanza come costituzione interna delle cose;

3. la sostanza come combinazione di idee semplici.

Le prime due specie di sostanze sono reali, ma non conoscibili; la terza è conoscibile, ma non

reale.

Per Locke il mondo intellettuale e quello sensibile sono perfettamente simili in questo: che la parte

che vediamo dell’uno e dell’altro non ha proporzione con quella che non vediamo; e che tutto ciò

che possiamo attingere con i nostri occhi e con i nostri pensieri dell’uno e dell’altro è quasi niente

in paragone con il resto. A colmare in parte questa enorme lacuna o a colmarla ameno quanto

basta per rendere possibile all’uomo l’orientarsi nelle faccende della vita, interviene il giudizio che

non si fonda sulla certezza ma sulla probabilità. La conoscenza dimostrativa e il giudizio

costituiscono, insieme, l’attività propria della ragione. L’uso della ragione esige una ricerca sempre

aperta, cioè sempre disposta a mettere a prova i suoi risultati. Tale ricerca è condizionata da doti

morali ben definite: la libertà di spirito del ricercatore, la modestia e l’amore disinteressato della

verità.

Epistola al lettore

L’intelletto è la facoltà più elevata dell’anima. Se giudichi per tuo conto , so che giudicherai

onestamente; e qualunque sarà la tua critica, non sarò né danneggiato né offeso. So che questo

libro dovrà stare in piedi o cadere, non per l’opinione che possa averne io, ma per quella che ne

avrai tu.

INTRODUZIONE

L’intelletto come l’occhio, ci fa vedere e percepire tutte le cose, ma non si accorge di se stesso; e il

porlo ad un certa distanza e farne il suo proprio oggetto richiedono arte e cure. Questo è il mio

scopo – di indagare sull’origine, la certezza e l’estensione della conoscenza umana, insieme ai

fondamenti e ai gradi della credenza, dell’opinione e dell’assenso. Se possiamo scoprire fin dove

l’intelletto può estendere la sua vista, fino a che punto ha la facoltà di arrivare alla certezza, forse

impareremo ad accontentarci di ciò che è raggiungibile nello stato in cui ci troviamo. Gli uomini

hanno ragione di essere ben soddisfatti di ciò che Dio ha ritenuto adatto per loro, giacché ha dato

loro come dice san Pietro tutto ciò che è necessario per le esigenze della vita e la formazione della

virtù. Non avremo ragione di lagnarci della ristrettezza dei nostri spiriti se soltanto li applicheremo a

ciò che può esserci utile, giacché di questo sono capacissimi. Conoscendo la nostra forza,

sapremo meglio che cosa intraprendere con qualche speranza di successo. La parola idea è il

termine che serve meglio per rappresentare qualunque cosa che è l’oggetto dell’intelletto quando

un uomo pensa. La nostra prima indagine sarà dunque: in che modo le idee vengono nello spirito.

LIBRO I: nè principi né idee sono innati

È opinione diffusa che ci siano nell’intelletto certi principi innati. Sarebbe incongruo supporre che le

idee dei colori siano innate in una creatura alla quale Dio ha dato la vista e il potere di riceverle con

gli occhi dagli oggetti esterni. Non v’è opinione più comunemente accettata di quella secondo cui ci

sono certi principi, sia speculativi che pratici, sui quali l’umanità è universalmente concorde. in

realtà però non c’è nessun principio cui tutta l’umanità dia un assenso universale. I principi “Tutto

ciò che è, è” e “È impossibile che la stessa cosa sia e non sia” hanno, fra tutti gli altri, il titolo più

riconosciuto all’innatezza. ma tali proposizioni non sono naturalmente impresse sullo spirito perché

non sono conosciute dai bambini o dai deficienti. Mi sembra una contraddizione dire che ci sono

verità impresse nell’anima che essa non percepisce o comprende: giacché l’impressione non può

essere altro che il far sì che certe verità siano percepite. L’imprimere qualcosa nello spirito senza

che lo spirito lo percepisca mi sembra cosa difficilmente intelligibile. Di nessuna proposizione si

può dire che essa sia nello spirito mentre lo spirito non l’ha mai conosciuta o non ne è mai stato

consapevole. Giacchè se le parole “essere nell’intelletto” hanno una qualche proprietà, significano

“essere intese”. Dunque essere nell’intelletto e non essere inteso, è tutt’uno col dire che qualsiasi

cosa è e non è nell’intelletto. Dire che la ragione scopre quelle verità così impresse significa

dunque dire che l’uso della ragione svela all’uomo ciò che già sapeva. E come si può supporre in

un senso accettabile che ciò che è stato impresso dalla natura quale fondamento e guida della

nostra ragione, esiga l’uso della ragione per essere scoperto?

Da principio i sensi fanno entrare nello spirito le idee particolari, per arredare il locale ancora vuoto,

e man mano che lo spirito si familiarizza con alcune di esse, vengono riposte nella memoria e si dà

loro un nome. In seguito, lo spirito procede oltre astraendole, e gradualmente impara l’uso dei

nomi generali. In questa maniera lo spirito viene rifornito di idee e del linguaggio. L’uso della

ragione diventa ogni giorno più visibile, a misura che aumentano questi materiali sui quali lavora.

L’assenso alle verità che si suppongono innate dipende dall’avere idee chiare e distinte di ciò che i

loro termini significano, e non dalla loro innatezza. Non si può negare che gli uomini incontrano per

la prima volta molte verità autoevidenti quando gli vengono proposte; ma è chiaro che chiunque lo

fa, trova in se stesso che comincia allora a conoscere una proposizione che non conosceva e che

non metterà più in dubbio, non perché essa sia innata, ma perché la considerazione della natura

delle cose contenute in quelle parole non gli permetterebbe di pensare diversamente. Noi

acquistiamo idee e nomi per gradi e apprendiamo la loro reciproca connessione appropriata. Fra i

bambini, i deficienti, i selvaggi e li analfabeti quali massime generali si trovano? Quali principi

universali? Le nozioni che hanno sono poche e ristrette, prese a prestito solo da quegli oggetti coi

quali hanno avuto a che fare di più e che hanno lasciato nei loro sensi impressioni più frequenti e

più forti. I principi morali hanno ancora meno titolo degli altri ad essere innati. Co ciò non si pone in

questione la loro verità. Essi sono ugualmente veri, anche se non ugualmente evidenti. Potrà

bastare che queste regole morali siano suscettibili di dimostrazione: sarà quindi colpa nostra se

non giungeremo ad una conoscenza certa di esse. Ma l’ignoranza che molti hanno di esse e la

lentezza con la quale altri danno il loro assenso sono prove manifeste che non sono innate e tali

da manifestarsi senza indagine. Non nego che ci siano tendenze naturali impresse nello spirito

degli uomini. La natura ha posto nell’uomo il desiderio della felicità e l’avversione alla sofferenza:

questi sono davvero principi innati i quali continuano costantemente ad agire e influenzano tutte le

nostre azioni. Ma io credo che non si possa proporre alcuna regola morale di cui un uomo non

abbia il diritto di chiedere ragione. Ciò sarebbe ridicolo e assurdo se fossero innate, o anche solo

autoevidenti. E non vedo come alcuni potrebbero trasgredire con fiducia e serenità queste regole

morali se fossero innate e impresse nel loro spirito. Dove sono dunque i principi innati di giustizia,

di pietà, d’equità? Si commettono omicidi nei duelli, da quando questi ultimi sono stati resi

onorevoli dalla moda, senza rimorso di coscienza. E se ci guardiamo intorno per vedere gli uomini

quali sono, troveremo che hanno rimorso in un luogo per aver fatto ciò che altrove credono

meritevole. Proprio coloro che chiedono agli uomini di credere che ci sono principi innati non ci

dicono quali siano. È facile prevedere che, se uomini diversi di sette diverse si accingessero a

darci un elenco dei principi pratici innati, includerebbero solo quelli che si adattano alle loro ipotesi

e fossero idonei a sorreggere le dottrine delle loro scuole: prova evidente che non ci sono verità

innate. Dottrine che hanno origine solo nella superstizione di una nutrice o nell’autorità di una

vecchietta possono, col passare del tempo, assurgere alla dignità di principi nella religione o nella

morale. Esse vengono così ad acquisire la reputazione di verità incontrovertibili, autoevidenti e

innate. Quando gli uomini istruiti in tal maniera diventano adulti e riflettono intorno al proprio spirito,

non possono trovarvi nulla di più antico di quelle opinioni e quindi concludono che quelle

proposizioni siano innate. Credo che sia fuori dubbio che non ci sono principi pratici sui quali tutti

gli uomini concordano; quindi che non ce ne sono di innati.

Se le idee che entrano a far parte di quelle verità non sono innate, è impossibile che lo siano le

proposizioni costituite da esse. Infatti, dove non ci sono idee, non ci può essere né conoscenza né

proposizioni intorno ad esse. Quindi i principi non sono innati a meno che non siano innate le

rispettive idee. L’identità, il tutto e la parte non sono idee innate. Nemmeno quella di Dio è un’idea

innata. Infatti oltre agli atei, non si sono forse scoperte intere nazioni fra le quali non si è trovata

alcuna nozione di Dio o di religione? Molti non hanno un’impressione molto forte e chiara della

divinità. Il nome di Dio non è universale o è oscuro nel significato. Né, d’altra parte, la mancanza di

un tale nome o l’assenza di una tale nozione nello spirito degli uomini è un argomento contro

l’esistenza di Dio. Non dubito di poter dimostrare che un uomo, col retto uso delle sue capacità

naturali può, senza alcun principio innato, raggiungere la conoscenza di Dio. Come si può pensare

che le idee che gli uomini hanno di Dio siano i segni di sé che Egli ha inciso col suo dito nel loro

spirito, quando vediamo che gli uomini hanno idee e concezioni diverse di lui? Il fatto che essi

concordino su un nome non basterà certo a provare che la nozione di Dio sia innata. Le nozioni più

vere e più perfette che gli uomini hanno di Dio non sono state impresse, ma acquisite per mezzo

del pensiero e della meditazione. Se non è innata l’idea di Dio, non si può supporre che lo sia

nessun’altra. Nessuna proposizione può essere innata dal momento che non lo è nessuna idea.

Se ci fossero idee innate, idee nello spirito alle quali lo spirito non pensi attualmente, dovrebbero

essere collocate nella memoria; e da lì dovrebbero essere tratte alla vista del ricordo, cioè quando

sono ricordate devono essere conosciute come percezioni che sono già state nello spirito.

Ricordare significa percepire qualcosa con la coscienza che è stata percepita prima. Senza di ciò

qualunque idea che giunga nello spirito è nuova e non ricordata. Qualunque idea che non sia mai

stata percepita dallo spirito non è mai stata nello spirito. Ciò che non è nella memoria, quando ci

appare, appare perfettamente nuovo e sconosciuto fino allora, mentre ciò che è nella memoria,

quando è ricordato, non appare nuovo, ma lo spirito sa che c’era già prima. La nostra conoscenza

dipende dal retto uso di quei principi che la natura ci ha conferiti. Quando si sono trovate

proposizioni generali che, appena comprese, non potevano essere messe in dubbio, il passo era

breve per concludere che fossero innate. Una volta ammesso ciò, i pigri venivano sollevati dalle

fatiche della ricerca. E non era di poco vantaggio per coloro che si facevano passare per maestri di

stabilire quale principio dei principi che i principi non devono essere posti i questione. In questa

posizione di cieca credulità, potevano essere più facilmente governati da quella specie di uomini

che hanno l’abilità per dar loro principi e per guidarli.

LIBRO II: delle idee

Capitolo I: delle idee in generale e della loro origine

L’idea è l’oggetto del pensiero. Supponiamo che lo spirito sia un foglio bianco, privo di ogni

carattere, senza alcuna idea. In che modo verrà ad esserne fornito? Da dove si procura il materiale

della conoscenza? Rispondo con una sola parola: dall’esperienza. Su di essa tutta la nostra

conoscenza si fonda e da essa in ultimo deriva. Tutte le idee vengono dalla sensazione e dalla

riflessione. Con riflessione intendo quelle informazioni che lo spirito ha delle proprie operazioni e

della maniera in cui queste si svolgono, per cui vengono ad esserci nell’intelletto le idee di queste

operazioni. Queste due cose, cioè le cose esterne materiali quali oggetti della sensazione, e le

operazioni del nostro spirito dentro di noi quali oggetti della riflessione, sono le sole origini dalle

quali le nostre idee hanno inizio. Gli uomini vengono dunque ad essere forniti di un numero

maggiore o minore varietà di idee semplici dall’esterno, secondo la maggiore o minore varietà degli

oggetti coi quali hanno a che fare, e dall’interno, dalle operazioni del loro spirito, a seconda che

riflettano più o meno su di esse. La percezione delle idee è per l’anima ciò che il movimento è per

il corpo: non la sua essenza, ma una delle sue operazioni. Di conseguenza, pur supponendo che il

pensare sia l’azione più propria dell’anima, non è tuttavia necessario supporre che essa pensi

sempre e che sia sempre in azione. L’anima non è sempre cosciente di pensare. È strano che

l’anima non debba mai, in tutta la vita di un uomo, ricordare nessuno dei suoi pensieri puri e

originari, nessuna di quelle idee che essa aveva prima di trarne qualcuna dal corpo. Dobbiamo

concludere o che l’anima ricorda qualcosa che l’uomo non ricorda o che la memoria appartiene

soltanto a quelle idee che sono derivate dal corpo o dalle operazioni dello spirito su di esse.

Supporre che l’anima pensi senza che l’uomo lo percepisca significa fare due persone di un solo

uomo. Può l’anima pensare e non l’uomo? O può l’uomo pensare e non esserne consapevole? E

dovranno avere una vista assai penetrante, coloro che vedono con certezza che io penso quando

io stesso non o percepisco e dichiaro di non farlo. Lo spirito pensa proporzionalmente al materiale

che l’esperienza gli fornisce per pensare. Un uomo comincia ad avere idee quando ha la prima

sensazione. Col tempo lo spirito giunge a riflettere intorno alle proprie operazioni riguardanti le

idee ottenute per mezzo della sensazione, e così immagazzina un nuovo insieme d’idee, che io

chiamo idee di riflessione. Quando le idee semplici sono offerte allo spirito, l’intelletto non può

rifiutarle, né alterarle una volta che sono impresse, né cancellarne e fabbricarne di nuove, più di

quanto uno specchio possa rifiutare o alterare le immagini che gli oggetti posti davanti a esso

producono.

Capitolo II: delle idee semplici

Fra le idee che abbiamo, alcune sono semplici, altre complesse. Le idee semplici che sono i

materiali di tutta a nostra conoscenza, sono fornite allo spirito solamente per mezzo della

sensazione e della riflessione. Una volta che l’intelletto ha immagazzinato le idee semplici, ha il

potere di ripeterle, confrontarle, e unirle assieme, in una varietà quasi infinita, e così può formare a

suo piacere nuove idee complesse. Ma neppure l’intelletto più vasto ha il potere di inventare una

sola idea semplice nuova nello spirito; e neppure può la forza dell’intelletto distruggere quelle che

ci sono. Vorrei che qualcuno cercasse d’immaginare un gusto che non abbia mai colpito il suo

palato, o di farsi l’idea di un profumo che non abbia mai odorato; quando lo potrà fare, sarò pronto

a concludere che un cieco può avere le idee dei colori. Se il genere umano non avesse avuto che

quattro sensi, le qualità che sono gli oggetti del quinto senso sarebbero state altrettanto remote

dalla nostra conoscenza, quanto possono esserlo ora quelle appartenenti a un sesto, settimo o

ottavo senso.

Capitolo III-VIII: delle idee semplici della sensazione e della riflessione

La divisione delle idee semplici:

ce ne sono alcune che agiscono su un senso solo;

 ce ne sono altre che si trasmettono per mezzo di più sensi;

 alcune sono ottenute dalla sola riflessione;

 alcune sono suggerite allo spirito per mezzo di tutte le vie della sensazione e della

 riflessione.

Riceviamo l’idea della solidità dal tatto, ed essa sorge dalla resistenza che troviamo in un corpo a

che qualsiasi altro corpo entri nel posto da esso occupato, finché non l’abbia lasciato. Chiamo

solidità ciò che impedisce l’avvicinarsi di due corpi quando sono mossi l’uno verso l’altro

(impenetrabilità).

Quando lo spirito, avendo ricevuto dall’esterno le idee, rivolge il suo sguardo verso se stesso, e

osserva le proprie azioni intorno a quelle idee, trae da ciò altre idee. Esse sono: la percezione o il

pensare, la volizione o il volere. Il potere di pensare si chiama intelletto e il potere di volere si

chiama volontà; questi due poteri dello spirito sono denominati facoltà.

Ci sono altre idee che si trasmettono allo spirito per tutte le vie della sensazione e della riflessione,

cioè piacere e dolore, potere, esistenza e unità. Il piacere e il dolore sono mescolati con quasi tutte

le nostre idee. Il dolore ha la stessa utilità del piacere per metterci all’opera, giacché siamo pronti

ad adoperare tutte le nostre facoltà per evitarlo quanto lo siamo per inseguire il piacere. È degno di

considerazione il fatto che il dolore è sovente prodotto agli stessi oggetti e idee che ci procurano

piacere. Così, il calore che è molto piacevole in un certo grado, se è aumentato di poco, si

dimostra un tormento non indifferente.

Possiamo avere le idee anche quando siamo ignoranti delle loro cause fisiche. Una cosa è

percepire e conoscere l’idea del bianco e del nero, altra cosa è esaminare quale specie di

particelle e quale sistemazione devono avere nelle superfici, per far sì che un oggetto appaia

bianco o nero. Chiamo idea tutto ciò che lo spirito percepisce in se stesso, o che è l’oggetto

immediato dell’intelletto; invece chiamo il potere di produrre un’idea nel nostro spirito qualità del

soggetto in cui sta quel potere. Le qualità così intese sono: in primo luogo quelle che sono del tutto

inseparabili dal corpo, in qualunque stato esso sia. Si tratta delle qualità primarie, le quali

producono in noi idee semplici. In secondo luogo ci sono qualità che in verità sono negli oggetti

solo poteri di produrre in noi sensazioni varie per mezzo delle loro qualità primarie insieme al

movimento delle loro parti impercettibili. Sia le qualità primarie che quelle secondarie sono

prodotte in noi mediante l’azione di particelle impercettibili sui nostri sensi. Le idee delle qualità

primarie dei corpo sono similitudini di esse e i loro moduli esistono realmente nei corpi, ma le idee

prodotte in noi dalle qualità secondarie non hanno rassomiglianza con esse. Non c’è nei corpi nulla

di simile a queste idee. La stessa acqua può nello stesso tempo produrre l’idea di freddo mediante

una mano e quella di caldo mediante l’altra; mentre sarebbe impossibile, se quelle idee fossero

realmente nell’acqua, che essa fosse allo stesso tempo calda e fredda. Il che non accade mai con

la figura, giacché ciò che ha prodotto in una mano l’idea di una sfera non produrrà mai l’idea di un

quadrato nell’altra. È necessario distinguere le qualità primarie e reali dei corpi, che si trovano

sempre in essi, dalle qualità secondarie e attribuite che non sono altro che i poteri di varie

combinazioni di quelle primarie. Le tre specie di qualità che ci sono nei corpi:

1. la mole, la figura, il numero, il movimento o il riposo delle loro parti solide. Queste qualità si

trovano nei corpi, che le percepiamo o no (qualità primarie):

2. il potere che c’è in ogni corpo, di agire, per mezzo delle sue qualità primarie impercettibili,

su uno qualsiasi dei nostri sensi e produrre così in noi le diverse idee di colori, suoni, sapori

etc. (qualità sensibili);

3. il potere che c’è in un corpo qualsiasi, per mezzo della costituzione particolare delle sue

qualità primarie, di operare in un altro corpo un cambiamento nella mole, figura, movimento

e consistenza (poteri).

Le prime sono assomiglianze; le seconde sono ritenute rassomiglianze, ma non lo sono; le terze

non lo sono e nessuno le ritiene tali.

Capitolo IX: della percezione

La percezione è la prima idea semplice della riflessione. Nella semplice e nuda percezione lo

spirito è, per la maggior parte, solo passivo e non può fare a meno di percepire ciò che percepisce.

Ovunque c’è senso o percezione, c’è qualche idea effettivamente prodotta e presente

nell’intelletto. Dobbiamo considerare, a proposito della percezione, che le sensazioni vengono

spesso alterate dal giudizio, senza che ce ne accorgiamo. La percezione pone la differenza tra

animali e vegetali: essa è presente in tutti gli animali, in gradi diversi a seconda delle loro

condizione. La percezione è il primo passo verso la conoscenza e il canale d’ingresso di tutti i suoi

materiali.

Capitolo X: della ritenzione

La successiva facoltà dello spirito, mediante la quale esso fa ulteriori progressi verso la

conoscenza, è ciò che chiamo la ritenzione, vale a dire il conservare le idee semplici che lo spirito

ha ricevuto dalla sensazione o dalla riflessione. Ciò avviene in due modi: per mezzo della

contemplazione e per mezzo della memoria. Quest’ultima è il deposito delle nostre idee. Si dice

che le nostre idee stanno nella nostra memoria, quando in effetti non stanno da nessuna parte: c’è

soltanto la capacità dello spirito, di farle rivivere di nuovo, quando lo vuole, alcune più vivacemente

e altre più oscuramente. L’attenzione, la ripetizione, il dolore e il piacere fissano le idee. Tuttavia le

immagini tracciate nel nostro spirito sono dipinte in colori che sbiadiscono e se non vengono

rinfrescate ogni tanto, svaniscono e scompaiono. Le idee costantemente ripetute difficilmente si

perdono. Nel ricordare lo spirito spesso è attivo: la comparsa delle immagini dipende talvolta dalla

volontà. La memoria è necessaria quasi quanto la percezione. Nei nostri pensieri e nella nostra

conoscenza non potremmo procedere oltre gli oggetti presenti se non fosse per l’ausilio della

memoria; in essa tuttavia possono esserci due difetti: l’oblio e la lentezza.

Capitolo XI: del discernimento e di altre operazioni dello spirito

Un’altra facoltà che possiamo rilevare nel nostro spirito è quella di discernere e distinguere fra le

sue varie idee. Non c’è conoscenza senza discernimento. L’ingegno consiste nel raccogliere le

idee e nel mettere insieme con rapidità quelle nelle quali si può trovare una qualche somiglianza. Il

giudizio, al contrario consiste nel separare una dall’altra quelle idee in cui si può trovare una

minima differenza, evitando così di scambiar una cosa per l’altra a causa della loro affinità.

L’operazione successiva che possiamo osservare nello spirito intorno alle sue idee è la

composizione, mediante la quele esso mette insieme alcune idee semplici e le combina per farne

idee complesse. Attraverso l’astrazione poi le idee desunte da esseri particolari diventano

rappresentazioni generali di tutte quelle della stessa specie, e i loro nomi diventano nomi generali,

applicabili a tutti gli oggetti esistenti che possono conformarsi a tali idee astratte. E così vengono

fatti gli universali.

Capitolo XII: delle idee complesse

Mentre lo spirito è interamente passivo nel ricevere tutte le sue idee semplici, esso esercita per

conto suo numerosi atti mediante i quali altre idee sono foggiate con le idee semplici. Gli atti con

cui lo spirito esercita il suo potere sulle idee semplici sono principalmente questi:

1. combinare varie idee semplici per formarne una complessa (idee complesse);

2. mettere insieme due idee e giustapporle in modo da vederle insieme senza unirle (idee di

relazione);

3. separar le idee da tutte le altre che le accompagnano nella loro esistenza reale, e questo si

chiama relazione (idee generali).

Le idee complesse sono formate volontariamente. Comunque siano composte o decomposte, per

infinito che sia il loro numero, le idee complesse possono essere riportate sotto questi tre capi:

1. modi: sono le idee complesse considerate come dipendenze o affezioni delle sostanze;

2. sostanze: le idee delle sostanze sono combinazioni di idee semplici di cui si assume che

rappresentino cose particolari distinte che sussistono per sé.

3. relazioni: consistono nel considerare e confrontare un’idea con un’altra.

Osservando acutamente l’origine delle nostre nozioni, troveremo che anche le idee più astruse,

l’intelletto le foggia da sé, ripetendo e unendo le idee che ha ricevuto o dagli oggetti del senso o

dalle proprie operazioni intorno ad essi.

Capitolo XIII: idee complesse di modi semplici

Modi semplici di idee semplici:

1. idea dello spazio

2. l’immensità

3. la figura

4. il luogo

5. l’estensione

Estensione e corpo non sono la stessa cosa. I nomi fabbricati a piacere non cambiano la natura

delle cose né ce le fanno comprendere, se non nella misura in cui sono segni di idee determinate e

stanno per esse. Il fatto che l’estensione sia inseparabile dal corpo, non prova che siano la stessa

cosa.

Sono portato a credere che quando gli uomini esaminano le loro idee semplici, trovano

generalmente che concordano tutte, anche se nel discorrere gli uni con gli altri forse le confondono

usando nomi diversi.

Capitolo XIV-XV: l’idea della durata e i suoi modi semplici

La durata è un estensione fuggevole. La riflessione sull’apparire di varie idee, una dopo l’altra, nel

nostro spirito ci fornisce l’idea della successione: e la distanza fra due parti qualsiasi di quella

successione o fra l’apparire di due idee qualsiasi ne nostro spirito è ciò che chiamiamo durata.

Infatti non abbiamo alcuna percezione della durata se non considerando il seguirsi delle idee che

si avvicendano nel nostro intelletto. quando la successione delle idee cessa, cessa anche la nostra

percezione della durata. Mentre dorme o non pensa, un uomo, non ha affatto la percezione della

durata delle cose e non dubito che accadrebbe lo stesso ad un uomo desto, se gli fosse possibile

conservare nello spirito solamente un’idea, senza successione di altre. Il tempo è la durata

contraddistinta da misure. Le rivoluzioni del sole e della luna sono le misure più proprie del tempo

per gli uomini. Poiché siamo in grado di ripetere, tante volte quanto vogliamo nei nostri pensieri, le

idee di una durata qualsiasi di tempo, otteniamo l’idea dell’eternità. Il tempo in generale sta alla

durata come il luogo sta all’espansione. Essi sono porzioni degli sconfinati oceani dell’eternità e

dell’immensità. La durata è l’idea che abbiamo di una distanza che scompare, della quale due parti

non esistono mai assieme ma si susseguono l’un l’altra; l’espansione è l’idea di una distanza

durevole, di cui tutte le parti esistono assieme e non sono capaci di successione. L’uomo non

comprende nella sua conoscenza tutte le cose passate e future. Ciò che è passato, egli non può

richiamarlo in vita, e no può render presente ciò che è ancora da venire.

Capitolo VI: l’idea del numero

Il numero è l’idea più semplice e più universale. Per calcolare bene, si richiede:

1. che lo spirito distingua accuratamente fra due idee, diverse l’una dall’altra solo per

l’addizione o la sottrazione di un’unità;

2. che ritenga nella memoria i nomi o i segni delle varie combinazioni, dall’unità fino a quel

numero, e che lo faccia non in modo confuso e a caso, ma nell’ordine esatto in cui i numeri

si seguono l’un l’altro;

Se l’una o l’altra di queste operazioni si inceppa, l’intera faccenda della numerazione verrà

disturbata, e rimarrà solo l’idea confusa della moltitudine. Il numero misura tutte le cose misurabili,

le quali sono principalmente la durata e l’espansione; e la nostra idea dell’infinità non è altro che

l’infinità del numero.

Capitolo XVII: l’idea dell’infinità

Finito e infinito sono considerati dallo spirito come i modi della quantità. Essi sono attribuiti

principalmente alle idee di spazio, durata e numero. Le nostra idea dello spazio è illimitata.

Qualunque confine posto da un corpo non pone un fermo allo spirito nel suo progresso ulteriore

nello spazio e nell’estensione, ma piuttosto, facilita e incrementa questo progresso. Anche l’idea

della durata è illimitata. Tutte le idee che sono considerate come aventi parti e che sono capaci di

aumento mediante l’addizione di altre parti, ci forniscono, con la loro ripetizione, l’idea dell’infinito.

Ma per tutte le altre idee le cose non stanno così. All’idea più perfetta che io abbia della

bianchezza più bianca, se ne aggiungo un’altra di bianchezza uguale o minore, ciò non

ingrandisce affatto la mia idea; perciò le diverse idee di bianchezza sono chiamate gradi.

Si deve distinguere fra l’idea dell’infinità dello spazio e l’idea di uno spazio infinito. L’infinità dei

numeri risulta chiara a chiunque ci rifletta sopra. Ma per quanto sia chiara l’idea dell’infinità del

numero, nulla c’è di più evidente dell’assurdità dell’idea reale di un numero infinito. Qualunque idea

positiva che abbiamo nello spirito di uno spazio, di una durata o di un numero, per grande che sia,

è sempre finita. Di tutto lo spazio che lo spirito comprende, esso ha un’idea positiva; ma nel

cercare di rendere questo sazio infinito, l’idea rimane imperfetta e incompleta. Dunque:

1. l’idea di tanto è positiva e chiara;

2. l’idea di maggiore è chiara, ma è un’idea comparativa;

3. l’idea di tanto maggiore da non poter essere compreso è chiaramente un’idea negativa.

Infatti non ha alcuna idea chiara e positiva della grandezza di un’estensione, chi non ha

un’idea comprensiva delle sue dimensioni: e nessuno credo, pretende di averla riguardo

all’infinito.

Capitolo XIX: dei modi del pensare

Quando lo spirito contempla le proprie azioni, il pensare è la prima che gli si presenta. In esso lo

spirito osserva una grande varietà di modificazioni dalle quali riceve idee distinte. Così il pensiero

che accompagna una qualsiasi impressione fatta sul corpo da un oggetto esterno fornisce allo

spirito un’idea distinta che chiamiamo sensazione. La stessa idea quando ricorre di nuovo senza

l’operazione di un oggetto simile sull’apparato sensorio esterno, è un ricordo; quando è cercata

dallo spirito e trovata con fatica, è una reminiscenza; se è tenuta a lungo sotto la considerazione

attenta dello spirito, è contemplazione. Quando le idee che si offrono vengono notate e registrate

nella memoria, è l’attenzione; quando lo spirito di sua scelta e con grande impegno, fissa il suo

sguardo su un’idea, è l’intenzione o studio. Il sonno senza sogni è il riposo da tutte queste attività;

e il sognare stesso è l’aver nello spirito idee che non sono suggerite da oggetti esterni. Il sognare

ad occhi aperti è ciò che chiamiamo estasi. Il pensare è l’azione e non l’essenza dell’anima.

Capitolo XX: dei modi del piacere e del dolore

Il piacere e il dolore sono idee semplici. Come le altre idee semplici, queste non possono esser

descritte; la maniera di conoscerle è soltanto l’esperienza. Le cose sono buone e cattive solo in

riferimento al piacere o al dolore. Il piacere e il dolore e ciò che li causa, il bene e il male, sono i

cardini sui quali girano le nostre passioni. Poiché l’invidia e la collera non sono causate

semplicemente dal dolore e dal piacere, ma hanno in sé qualche considerazione mista di noi stessi

e di altri, non si trovano in tutti gli uomini perché ad alcuni mancano quei lati che le suscitano cioè il

valutare i meriti altrui o il nutrire propositi di vendetta. Ma tutto il resto, che termina puramente nel

dolore e nel piacere, si trova in tutti gli uomini. Infatti noi amiamo, desideriamo, ci rallegriamo e

speriamo solo rispetto al piacere; odiamo, temiamo e ci addoloriamo soltanto rispetto al dolore.

Capitolo XXI: del potere

Lo spirito considera, riguardo a una cosa, la possibilità che alcune delle sue idee semplici siano

cambiate e, riguardo ad un’altra, la possibilità di effettuare quel cambiamento; e così giunge ad

avere l’idea che chiamiamo potere. Il potere è duplice, cioè capace di fare o di subire un

cambiamento. Si può chiamare l’uno potere attivo, l’altro potere passivo. La nostra idea di potere

può trovar posto fra le altre idee semplici. Il potere include anche l’idea di relazione. Troviamo in

noi stessi un potere di iniziare o di impedire varie azioni del nostro spirito e movimenti del nostro

corpo, semplicemente mediante un pensiero. Questo potere è ciò che chiamiamo volontà.

L’effettivo esercizio di quel potere è ciò che chiamiamo volere. Il potere della percezione è ciò che

chiamiamo intelletto. La percezione, che consideriamo come un atto dell’intelletto, è di tre specie:

1. la percezione delle idee nel nostro spirito;

2. la percezione del significato dei segni;

3. la percezione dell’accordo e disaccordo fra qualcuna delle nostre idee.

Nella misura in cui un uomo ha il potere di pensare o non pensare, di muoversi o non muoversi,

secondo la preferenza del proprio spirito, in quella misura un uomo è libero. L’idea della libertà è

l’idea del potere di un agente di compiere un’azione particolare o di astenersene, secondo il

pensiero dello spirito mediante il quale l’uno o l’altra cosa è preferita; dove non è nel potere

dell’agente di produrre l’una o l’altra cosa secondo la sua volizione, egli non è libero: quell’agente è

sotto necessità. Sicché non ci può essere libertà senza intelletto e volontà; ma ci possono essere

intelletto e volontà dove non c’è libertà. Il volontario si contrappone all’involontario, non al

necessario. Infatti un uomo può preferire ciò che può fare a ciò che non può fare, anche se la

necessità ha reso queste cose in se inalterabili. La volontà non è altro che un potere e la libertà è

un altro potere, sicché chiedere se la volontà abbia libertà significa chiedere se un potere ha un

altro potere. I poteri appartengono solo agli agenti e sono attributi soltanto delle sostanze, e non

dei poteri stessi. Credo sia impropria la domanda se la volontà sia libera, ma si debba domandare

se l’uomo sia libero. Fin dove giunge il potere di agire o non agire, preferendo l’una o l’altra cosa

mediante la determinazione del proprio pensiero, fin lì l’uomo è libero. Rispetto al volere, un uomo

non è libero. Poiché il volere è un’azione e la libertà consiste nel potere di agire o non agire, un

uomo rispetto al volere, una volta che un’azione viene proposta ai suoi pensieri come da farsi

senz’altro, non può essere libero. Poiché l’atto della volizione, cioè il preferire l’una o l’altra cosa, è

ciò che egli non può evitare, rispetto a quell’atto del volere l’uomo è sotto la necessità e così non

può essere libero. La volontà è spesso confusa con altre affezioni, e specialmente col desiderio.

La volontà è perfettamente distinta dal desiderio; il quale, nella stessa azione, può avere una

tendenza affatto contraria a ciò verso cui la nostra volontà si dirige. La volontà è determinata da un

qualche disagio dal quale un uomo è afflitto. Questo è ciò che di volta in volta ci muove verso le

azioni che compiamo. Possiamo chiamare questo disagio, desiderio, che è un disagio dello spirito

per il bisogno di un bene assente. Nella misura in cui c’è da qualunque parte desiderio, c’è anche

disagio. Il maggior bene, per quanto sia appreso e conosciuto come tale, non determina la volontà

finché il nostro desiderio non ci rende inquieti per la sua mancanza. Ciò accade perché

l’eliminazione del disagio è il primo passo verso la felicità. Per quanto il bene che si ritiene

maggiore non tenga saldamente in suo pugno la volontà, tuttavia vediamo che un disagio

grandissimo una volta, una volta che ha fatto presa sulla volontà, non la lascia andare. Tuttavia

disagi grandissimi non muovono la volontà quando si giudica che non siano suscettibili di rimedio.

Credo che non ci sia quasi nessuna delle passioni che non sia unita a un desiderio. Se si chiede

che cosa muove il desiderio, rispondo: la felicità. La felicità, nella sua piena estensione, è il

massimo piacere di cui siamo capaci e l’infelicità è il massimo dolore. Ogni bene, per grande che

sia, non stimola i desideri di un uomo, se egli non considera che faccia parte di quella felicità di cui

può ritenersi soddisfatto. Ognuno persegue costantemente la felicità e desidera ciò che in qualche

modo ne fa parte; altre cose, riconosciute come buone, può guardarle senza desiderio, trascurarle

ed esser contento senza di esse. Il maggior bene visibile non sempre fa sorgere i desideri degli

uomini, mentre ogni piccolo guaio ci muove e ci pone all’opera per liberarcene. Lo spirito ha il

potere di sospendere la soddisfazione di uno dei suoi desideri e anche di tutti. In questo pare

consista ciò che è chiamato libero arbitrio. Durante la sospensione di un desiderio e prima che

l’azione sia compiuta, abbiamo l’opportunità di esaminare e giudicare del bene o del male che

stiamo per fare. L’essere determinati dal nostro giudizio non è una restrizione della libertà, ma ne è

una perfezione. E quindi ogni uomo, è posto sotto la necessità di venir determinato nel suo volere

dal proprio giudizio su che cosa è meglio che faccia: altrimenti si troverebbe sotto la

determinazione di qualcun altro, il che sarebbe mancanza di libertà. O merita forse il nome di

libertà l’essere libero di fare lo scemo e di tirarsi addosso la vergogna e l’infelicità? La necessità di

perseguire la vera felicità è il fondamento della libertà. Il governo delle nostre passioni poi

costituisce la giusta miglioria della libertà. Le scelte che gli uomini fanno nel mondo non

dimostrano che essi non perseguono tutti il bene, ma piuttosto che la stessa cosa non è buona per

tutti allo stesso modo. Questa varietà di orientamenti mostra che non tutti pongono la loro felicità

nella stessa cosa, né scelgono la stessa via per arrivare ad essa. Sebbene i desideri di tutti gli

uomini siano determinati dalla felicità, essi non sono tuttavia determinati dallo stesso oggetto. Il

nostro giudizio del bene o del male presente è sempre giusto, mentre i nostri giudizi sbagliati

riguardano soltanto il bene e il male futuro. Nessuno sceglie volontariamente l’infelicità, ma solo in

seguito ad un giudizio sbagliato. Il preferire il vizio alla virtù, ad esempio, è un evidente giudizio

errato. Non siamo in grado di godere bene di due piaceri allo stesso tempo, tanto meno finché

siamo posseduti dal dolore. Un poco di amaro mescolato nel calice non permette di gustarne il

dolce. C’è poca differenza tra l’essere spinti da un cieco impulso dall’esterno o dall’interno. Perciò

il primo e maggiore impiego della libertà sta nell’impedire la cieca precipitazione; il principale

esercizio della libertà consiste nello star fermi, aprire gli occhi, guadarsi intorno, e prendere visione

delle conseguenze di ciò che stiamo per fare. La libertà è situata nell’indifferenza; ma si tratta di

un’indifferenza che rimane dopo il giudizio dell’intelletto. E questa è un’indifferenza non dell’uomo,

ma dei suoi poteri operativi. E fin dove arriva quest’indifferenza, un uomo è libero, e non di più.

Riassunto delle nostre idee originarie dalle quali tutte le altre dipendono:

l’estensione;

 la solidità;

 la mobilità, ossia il potere di essere mosso;

 la percettività, o il potere di percezione o di pensare;

 la mobilità, o il potere di muoversi;

 l’esistenza;

 la durata;

 il numero.

Capitolo XXII: dei modi misti

I modi misti sono idee complesse che consistono di varie combinazioni di idee semplici di diverse

specie. Lo spirito rispetto alle idee semplici è interamente passivo e le riceve tutte come la

riflessione o la sensazione le offre, senza essere in grado di fare una sola idea. I modi misti hanno

un’origine diversa. Lo spirito esercita sovente un potere attivo nel mettere assieme queste

composizioni. Una volta rifornito di idee semplici, può metterle insieme in varie composizioni e così

avere una varietà di idee complesse, senza esaminare se esistono o meno nella natura. Perciò

queste idee vengono chiamate nozioni, come se avessero la loro origine più nei pensieri degli

uomini che non nella realtà delle cose. Il nome lega le parti dei modi misti in maniera da farne una

sola idea. Ci sono tre maniere mediante le quali otteniamo le idee complesse dei modi misti:

1. con l’esperienza e l’osservazione delle cose stesse;

2. con l’invenzione, cioè col mettere insieme volontariamente nel nostro spirito varie idee

semplici;

3. spiegando i nomi di azioni che non abbiamo mai visto o di movimenti che non possiamo

vedere.

Tutte le nostre idee complesse si possono da ultimo risolvere nelle idee semplici, di cui sono

composte e originariamente costituite.

Capitolo XXIII: delle nostre idee complesse delle sostanze

Poiché non immaginiamo in che modo le idee semplici possano sussistere da sole, ci abituiamo a

supporre che ci sia qualche substratum dal quale risultano, che perciò chiamiamo sostanza. La

nostra idea della sostanza in generale è oscura. L’idea quindi alla quale diamo il nome generale di

sostanza, non è altro che il sostegno supposto ma sconosciuto di quelle qualità che scopriamo

esistenti, che non possiamo immaginare sussistano senza qualcosa per sostenerle. Avendo

formato in tal modo un’idea oscura della sostanza in generale, giungiamo alle idee particolari

specie di sostanze. Non abbiamo nessuna idea chiara o distinta della sostanza in generale. Si ha

l’idea più perfetta di una delle particolari specie di sostanze quando si è raccolto e messo insieme

il maggior numero di idee semplici che esistono in essa. Le idee che compongono quelle

complesse che abbiamo delle sostanze corporee sono di tre specie:

1. le idee delle qualità primarie delle cose, che sono scoperte dai nostri sensi e si trovano in

esse anche quando non le percepiamo;

2. le qualità sensibili secondarie che non sono che i poteri che quelle sostanze hanno di

produrre in noi varie idee mediante i nostri sensi, idee che non sono nelle cose stesse;

3. l’attitudine che troviamo in una sostanza a dare o ricevere alterazioni delle qualità primarie

tali che la sostanza così alterata produca in noi idee diverse di quanto faceva prima.

Queste ultime due specie si chiamano poteri attivi passivi. I poteri costituiscono quindi una gran

parte delle nostre idee complesse di sostanze. Le nostre facoltà per scoprire le qualità e i poteri

delle sostanze provvedono alle esigenze della vita. Ma se i nostri sensi venissero resi più vivi e

acuti, l’apparenza delle cose ci presenterebbe un aspetto del tutto diverso e sarebbero compatibili

col nostro essere, o almeno col nostro benessere, in questa parte di universo in cui abitiamo. Le

nostre idee specifiche delle sostanze non sono altro che una collezione di un certo numero di idee

semplici, considerate come unite in una cosa sola. La sensazione ci convince che ci sono

sostanze estese solide e la riflessione, che ci sono sostanze pensanti; l’esperienza ci assicura

dell’esistenza di tali enti, e che l’uno ha il potere di muovere un corpo mediante l’impulso, l’altro

mediante il pensiero. Di ciò non possiamo dubitare. Ma al di là di queste idee le nostre facoltà non

vanno. Se vogliamo indagare più oltre sulla loro natura, le loro cause e la loro maniera, non

percepiamo la natura dell’estensione più chiaramente di quella del pensare. Quando vogliamo

procedere al di là delle idee semplici che riceviamo dalla sensazione e dalla riflessione, e vogliamo

inoltrarci più a fondo nella natura delle cose, cadiamo subito nell’oscurità e nelle difficoltà, e

possiamo scoprire solo la nostra ignoranza. E così lo stesso Dio nella sua essenza è inconoscibile.

Sebbene nella sua essenza, Dio sia semplice e non composto, penso che tuttavia si possa dire

che non abbiamo altra idea di lui se non quella complessa di un’esistenza, una conoscenza, un

potere, una felicità infiniti e eterni. Dobbiamo inoltre osservare che non c’è nessun’idea che

attribuiamo a Dio, ad eccezione dell’infinità, la quale non faccia anche parte della nostra idea

complessa di altri spiriti. Oltre a queste idee complesse di varie sostanze singole, lo spirito ha

anche idee complesse collettive di sostanze, idee che chiamo così perché sono composte di molte

sostanze particolari considerate insieme e che, così congiunte, sono considerate come una sola.

Lo spirito forma queste idee mediante il suo potere di composizione.

Capitolo XXV: della relazione

Oltre alle idee che lo spirito ha delle cose quali sono in se stesse, ce ne sono altre che ottiene

confrontandole tra loro. Quando lo spirito considera una cosa, portandola vicina ad un’altra,

spostando lo sguardo dall’una all’altra, questo è una relazione o rispetto. Qualsiasi nostra idea può

essere il fondamento di una relazione. Anche alcuni termini apparentemente assoluti contengono

relazioni. La natura della relazione consiste nel confrontare due cose; da questo confronto una

delle cose o entrambe vengono ad essere denominate. E se una di quelle cose è tolta, o cessa di

essere, la relazione cessa e così la denominazione che ne consegue sebbene non si verifichi

alcun cambiamento nelle cose relative. Non ci può essere relazione se non fra due cose


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DETTAGLI
Esame: Gnoseologia
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
Università: Pisa - Unipi
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher stellinadeisognatori di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Gnoseologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pisa - Unipi o del prof Linguiti Gennar Luigi.

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