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Saggio sull'intelletto umano

Il saggio sull'intelletto umano si presenta come un'analisi dei limiti, delle condizioni e delle possibilità effettive della conoscenza umana. Tale analisi sembra trarre ispirazione dall'antica tradizione empiristica della filosofia inglese. La tesi più appariscente di Locke è che le idee derivano dall'esperienza e che perciò l'esperienza è il limite invalicabile di ogni conoscenza possibile. Lo scopo di Locke è quello di formulare una teoria della ragione che sia nello stesso tempo valida ed efficace: valida perché fondata sui limiti reali che l'esperienza impone alla ragione; efficace, perché adatta a dirigere l'uomo in tutte le faccende della vita. “La ragione deve essere il nostro ultimo giudice e la nostra guida in ogni cosa”.

L'obiettivo di Locke è l'eliminazione delle idee innate. La percezione dell'idea non è la creazione di essa: questo è il primo limite che si impone alla facoltà conoscitiva dell'uomo. Se lo spirito umano non è rifornito di idee, non può far nulla. Neppure l'intelletto più potente può inventare o costruire un'idea nuova, cioè non derivante dall'esperienza o può distruggere qualcuna di quelle acquisite. Locke non fa distinzione esplicita tra le idee che derivano dalla realtà esterna e quelle che derivano dalla realtà interna. Distingue bensì, come fonti delle idee, la sensazione dalla riflessione.

Locke chiama primarie le qualità originarie dei corpi, secondarie le qualità che non esistono nei corpi stessi. Tutte le idee semplici sono il prodotto dell'azione della realtà, esterna o interna, sullo spirito. Nella ricezione delle idee semplici, lo spirito è puramente passivo, ma diventa attivo nel combinarle. La formazione delle idee generali è possibile solo mediante il linguaggio. Il linguaggio è nato dal bisogno della comunicazione fra gli uomini nella società ed è costituito da suoni articolati che sono adoperati come segni delle idee di cui lo spirito è in possesso.

Il rapporto tra parole e idee

Il rapporto tra la parola e le idee per cui esse stanno è convenzionale e arbitrario, mentre quello tra le idee e le cose è naturale, perché sono le cose stesse che imprimono nello spirito i segni che chiamiamo “idee”. Locke riconosce solo tre significati distinti della parola sostanza:

  • La sostanza come sostegno delle qualità sensibili;
  • La sostanza come costituzione interna delle cose;
  • La sostanza come combinazione di idee semplici.

Le prime due specie di sostanze sono reali, ma non conoscibili; la terza è conoscibile, ma non reale.

Conoscenza e giudizio

Per Locke il mondo intellettuale e quello sensibile sono perfettamente simili in questo: che la parte che vediamo dell'uno e dell'altro non ha proporzione con quella che non vediamo; e che tutto ciò che possiamo attingere con i nostri occhi e con i nostri pensieri dell'uno e dell'altro è quasi niente in paragone con il resto. A colmare in parte questa enorme lacuna o a colmarla almeno quanto basta per rendere possibile all'uomo l'orientarsi nelle faccende della vita, interviene il giudizio che non si fonda sulla certezza ma sulla probabilità. La conoscenza dimostrativa e il giudizio costituiscono, insieme, l'attività propria della ragione. L'uso della ragione esige una ricerca sempre aperta, cioè sempre disposta a mettere a prova i suoi risultati. Tale ricerca è condizionata da doti morali ben definite: la libertà di spirito del ricercatore, la modestia e l'amore disinteressato della verità.

Epistola al lettore

L'intelletto è la facoltà più elevata dell'anima. Se giudichi per tuo conto, so che giudicherai onestamente; e qualunque sarà la tua critica, non sarò né danneggiato né offeso. So che questo libro dovrà stare in piedi o cadere, non per l'opinione che possa averne io, ma per quella che ne avrai tu.

Introduzione

L'intelletto come l'occhio, ci fa vedere e percepire tutte le cose, ma non si accorge di se stesso; e il porlo ad una certa distanza e farne il suo proprio oggetto richiedono arte e cure. Questo è il mio scopo – di indagare sull'origine, la certezza e l'estensione della conoscenza umana, insieme ai fondamenti e ai gradi della credenza, dell'opinione e dell'assenso. Se possiamo scoprire fin dove l'intelletto può estendere la sua vista, fino a che punto ha la facoltà di arrivare alla certezza, forse impareremo ad accontentarci di ciò che è raggiungibile nello stato in cui ci troviamo. Gli uomini hanno ragione di essere ben soddisfatti di ciò che Dio ha ritenuto adatto per loro, giacché ha dato loro come dice san Pietro tutto ciò che è necessario per le esigenze della vita e la formazione della virtù.

La conoscenza e l'applicazione dell'intelletto

Non avremo ragione di lagnarci della ristrettezza dei nostri spiriti se soltanto li applicheremo a ciò che può esserci utile, giacché di questo sono capacissimi. Conoscendo la nostra forza, sapremo meglio che cosa intraprendere con qualche speranza di successo. La parola idea è il termine che serve meglio per rappresentare qualunque cosa che è l'oggetto dell'intelletto quando un uomo pensa. La nostra prima indagine sarà dunque: in che modo le idee vengono nello spirito.

Libro I: né principi né idee sono innati

È opinione diffusa che ci siano nell'intelletto certi principi innati. Sarebbe incongruo supporre che le idee dei colori siano innate in una creatura alla quale Dio ha dato la vista e il potere di riceverle con gli occhi dagli oggetti esterni. Non v'è opinione più comunemente accettata di quella secondo cui ci sono certi principi, sia speculativi che pratici, sui quali l'umanità è universalmente concorde. In realtà però non c'è nessun principio cui tutta l'umanità dia un assenso universale.

I principi “Tutto ciò che è, è” e “È impossibile che la stessa cosa sia e non sia” hanno, fra tutti gli altri, il titolo più riconosciuto all'innatezza. Ma tali proposizioni non sono naturalmente impresse sullo spirito perché non sono conosciute dai bambini o dai deficienti. Mi sembra una contraddizione dire che ci sono verità impresse nell'anima che essa non percepisce o comprende: giacché l'impressione non può essere altro che il far sì che certe verità siano percepite.

L'imprimere qualcosa nello spirito senza che lo spirito lo percepisca mi sembra cosa difficilmente intelligibile. Di nessuna proposizione si può dire che essa sia nello spirito mentre lo spirito non l'ha mai conosciuta o non ne è mai stato consapevole. Giacché se le parole “essere nell'intelletto” hanno una qualche proprietà, significano “essere intese”. Dunque essere nell'intelletto e non essere inteso, è tutt'uno col dire che qualsiasi cosa è e non è nell'intelletto. Dire che la ragione scopre quelle verità così impresse significa dunque dire che l'uso della ragione svela all'uomo ciò che già sapeva. E come si può supporre in un senso accettabile che ciò che è stato impresso dalla natura quale fondamento e guida della nostra ragione, esiga l'uso della ragione per essere scoperto?

Da principio i sensi fanno entrare nello spirito le idee particolari, per arredare il locale ancora vuoto, e man mano che lo spirito si familiarizza con alcune di esse, vengono riposte nella memoria e si dà loro un nome. In seguito, lo spirito procede oltre astraendole, e gradualmente impara l'uso dei nomi generali. In questa maniera lo spirito viene rifornito di idee e del linguaggio. L'uso della ragione diventa ogni giorno più visibile, a misura che aumentano questi materiali sui quali lavora.

L'assenso alle verità che si suppongono innate dipende dall'avere idee chiare e distinte di ciò che i loro termini significano, e non dalla loro innatezza. Non si può negare che gli uomini incontrano per la prima volta molte verità autoevidenti quando gli vengono proposte; ma è chiaro che chiunque lo fa, trova in se stesso che comincia allora a conoscere una proposizione che non conosceva e che non metterà più in dubbio, non perché essa sia innata, ma perché la considerazione della natura delle cose contenute in quelle parole non gli permetterebbe di pensare diversamente.

Noi acquistiamo idee e nomi per gradi e apprendiamo la loro reciproca connessione appropriata. Fra i bambini, i deficienti, i selvaggi e gli analfabeti quali massime generali si trovano? Quali principi universali? Le nozioni che hanno sono poche e ristrette, prese a prestito solo da quegli oggetti coi quali hanno avuto a che fare di più e che hanno lasciato nei loro sensi impressioni più frequenti e più forti.

I principi morali hanno ancora meno titolo degli altri ad essere innati. Con ciò non si pone in questione la loro verità. Essi sono ugualmente veri, anche se non ugualmente evidenti. Potrà bastare che queste regole morali siano suscettibili di dimostrazione: sarà quindi colpa nostra se non giungeremo ad una conoscenza certa di esse. Ma l'ignoranza che molti hanno di esse e la lentezza con la quale altri danno il loro assenso sono prove manifeste che non sono innate e tali da manifestarsi senza indagine.

Non nego che ci siano tendenze naturali impresse nello spirito degli uomini. La natura ha posto nell'uomo il desiderio della felicità e l'avversione alla sofferenza: questi sono davvero principi innati i quali continuano costantemente ad agire e influenzano tutte le nostre azioni. Ma io credo che non si possa proporre alcuna regola morale di cui un uomo non abbia il diritto di chiedere ragione. Ciò sarebbe ridicolo e assurdo se fossero innate, o anche solo autoevidenti. E non vedo come alcuni potrebbero trasgredire con fiducia e serenità queste regole morali se fossero innate e impresse nel loro spirito.

Dove sono dunque i principi innati di giustizia, di pietà, d'equità? Si commettono omicidi nei duelli, da quando questi ultimi sono stati resi onorevoli dalla moda, senza rimorso di coscienza. E se ci guardiamo intorno per vedere gli uomini quali sono, troveremo che hanno rimorso in un luogo per aver fatto ciò che altrove credono meritevole.

Proprio coloro che chiedono agli uomini di credere che ci sono principi innati non ci dicono quali siano. È facile prevedere che, se uomini diversi di sette diverse si accingessero a darci un elenco dei principi pratici innati, includerebbero solo quelli che si adattano alle loro ipotesi e fossero idonei a sorreggere le dottrine delle loro scuole: prova evidente che non ci sono verità innate.

Dottrine che hanno origine solo nella superstizione di una nutrice o nell'autorità di una vecchietta possono, col passare del tempo, assurgere alla dignità di principi nella religione o nella morale. Esse vengono così ad acquisire la reputazione di verità incontrovertibili, autoevidenti e innate. Quando gli uomini istruiti in tal maniera diventano adulti e riflettono intorno al proprio spirito, non possono trovarvi nulla di più antico di quelle opinioni e quindi concludono che quelle proposizioni siano innate. Credo che sia fuori dubbio che non ci sono principi pratici sui quali tutti gli uomini concordano; quindi che non ce ne sono di innati.

Se le idee che entrano a far parte di quelle verità non sono innate, è impossibile che lo siano le proposizioni costituite da esse. Infatti, dove non ci sono idee, non ci può essere né conoscenza né proposizioni intorno ad esse. Quindi i principi non sono innati a meno che non siano innate le rispettive idee.

L'identità, il tutto e la parte non sono idee innate. Nemmeno quella di Dio è un'idea innata. Infatti oltre agli atei, non si sono forse scoperte intere nazioni fra le quali non si è trovata alcuna nozione di Dio o di religione? Molti non hanno un'impressione molto forte e chiara della divinità. Il nome di Dio non è universale o è oscuro nel significato. Né, d'altra parte, la mancanza di un tale nome o l'assenza di una tale nozione nello spirito degli uomini è un argomento contro l'esistenza di Dio.

Non dubito di poter dimostrare che un uomo, col retto uso delle sue capacità naturali può, senza alcun principio innato, raggiungere la conoscenza di Dio. Come si può pensare che le idee che gli uomini hanno di Dio siano i segni di sé che Egli ha inciso col suo dito nel loro spirito, quando vediamo che gli uomini hanno idee e concezioni diverse di lui? Il fatto che essi concordino su un nome non basterà certo a provare che la nozione di Dio sia innata. Le nozioni più vere e più perfette che gli uomini hanno di Dio non sono state impresse, ma acquisite per mezzo del pensiero e della meditazione. Se non è innata l'idea di Dio, non si può supporre che lo sia nessun'altra. Nessuna proposizione può essere innata dal momento che non lo è nessuna idea.

Se ci fossero idee innate, idee nello spirito alle quali lo spirito non pensi attualmente, dovrebbero essere collocate nella memoria; e da lì dovrebbero essere tratte alla vista del ricordo, cioè quando sono ricordate devono essere conosciute come percezioni che sono già state nello spirito. Ricordare significa percepire qualcosa con la coscienza che è stata percepita prima. Senza di ciò qualunque idea che giunga nello spirito è nuova e non ricordata. Qualunque idea che non sia mai stata percepita dallo spirito non è mai stata nello spirito. Ciò che non è nella memoria, quando ci appare, appare perfettamente nuovo e sconosciuto fino allora, mentre ciò che è nella memoria, quando è ricordato, non appare nuovo, ma lo spirito sa che c'era già prima.

La nostra conoscenza dipende dal retto uso di quei principi che la natura ci ha conferiti. Quando si sono trovate proposizioni generali che, appena comprese, non potevano essere messe in dubbio, il passo era breve per concludere che fossero innate. Una volta ammesso ciò, i pigri venivano sollevati dalle fatiche della ricerca. E non era di poco vantaggio per coloro che si facevano passare per maestri di stabilire quale principio dei principi che i principi non devono essere posti in questione. In questa posizione di cieca credulità, potevano essere più facilmente governati da quella specie di uomini che hanno l'abilità per dar loro principi e per guidarli.

Libro II: delle idee

Capitolo I: delle idee in generale e della loro origine

L'idea è l'oggetto del pensiero. Supponiamo che lo spirito sia un foglio bianco, privo di ogni carattere, senza alcuna idea. In che modo verrà ad esserne fornito? Da dove si procura il materiale della conoscenza? Rispondo con una sola parola: dall'esperienza. Su di essa tutta la nostra conoscenza si fonda e da essa in ultimo deriva. Tutte le idee vengono dalla sensazione e dalla riflessione.

Con riflessione intendo quelle informazioni che lo spirito ha delle proprie operazioni e della maniera in cui queste si svolgono, per cui vengono ad esserci nell'intelletto le idee di queste operazioni. Queste due cose, cioè le cose esterne materiali quali oggetti della sensazione, e le operazioni del nostro spirito dentro di noi quali oggetti della riflessione, sono le sole origini dalle quali le nostre idee hanno inizio. Gli uomini vengono dunque ad essere forniti di un numero maggiore o minore varietà di idee semplici dall'esterno, secondo la maggiore o minore varietà degli oggetti coi quali hanno a che fare, e dall'interno, dalle operazioni del loro spirito, a seconda che riflettano più o meno su di esse.

La percezione delle idee è per l'anima ciò che il movimento è per il corpo: non la sua essenza, ma una delle sue operazioni. Di conseguenza, pur supponendo che il pensare sia l'azione più propria dell'anima, non è tuttavia necessario supporre che essa pensi sempre e che sia sempre in azione. L'anima non è sempre cosciente di pensare. È strano che l'anima non debba mai, in tutta la vita di un uomo, ricordare nessuno dei suoi pensieri puri e originari, nessuna di quelle idee che essa aveva prima di trarne qualcuna dal corpo.

Dobbiamo concludere o che l'anima ricorda qualcosa che l'uomo non ricorda o che la memoria appartiene soltanto a quelle idee che sono derivate dal corpo o dalle operazioni dello spirito su di esse. Supporre che l'anima pensi senza che l'uomo lo percepisca significa fare due persone di un solo uomo. Può l'anima pensare e non l'uomo? O può l'uomo pensare e non esserne consapevole? E dovranno avere una vista assai penetrante, coloro che vedono con certezza che io penso quando io stesso non o percepisco e dichiaro di non farlo.

Lo spirito pensa proporzionalmente al materiale che l'esperienza gli fornisce per pensare. Un uomo comincia ad avere idee quando ha la prima sensazione. Col tempo lo spirito giunge a riflettere intorno alle proprie operazioni riguardanti le idee ottenute per mezzo della sensazione, e così immagazzina un nuovo insieme d'idee, che io chiamo idee di riflessione. Quando le idee semplici sono offerte allo spirito, l'intelletto non può rifiutarle, né alterarle una volta che sono impresse, né cancellarne e fabbricarne di nuove, più di quanto uno specchio possa rifiutare o alterare le immagini che gli oggetti posti davanti a esso producono.

Capitolo II: delle idee semplici

Fra le idee che abbiamo, alcune sono semplici, altre complesse. Le idee semplici che sono i materiali di tutta la nostra conoscenza, sono...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/01 Filosofia teoretica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher stellinadeisognatori di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Gnoseologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Linguiti Gennar Luigi.
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