Umberto Saba: vita e opere
Umberto Saba nasce a Trieste nel 1883 (anno del "Poema Paradisiaco" di D'Annunzio). La questione della sua città natale sarà un tema centrale della sua poesia: Trieste all'epoca non era ancora una città italiana, era periferica, ed al suo interno si parlavano diverse lingue, era centro di diverse culture (italiana, svizzera, tedesca …) e questo fa di lui un autore mitteleuropeo, sentendosi tuttavia un italiano.
Anche il nucleo familiare all'interno del quale Saba crescerà è uno dei temi delle sue opere: di madre ebrea, e padre assente, la figura del quale viene sostituita dalla nutrice Sabaz (da qui il suo nome d'arte Saba, parola che in ebraico significa "pane"). Consegue studi classici e commerciali, lavora presso una casa di commercio triestina, ed in seguito su una nave mercantile: il tema del mare infatti è centrale nella sua poesia, figura sempre presente.
Si sposa con Lina, protagonista di alcune poesie. Il suo primo libro viene pubblicato nel 1903, ma l'opera che ebbe successo è "Poesie", pubblicata nel 1911, seguita poi dalla raccolta "Coi miei occhi" nel 1912, e poi "Trieste e una donna", descrizione della città donna. Scrive "Quel che resta da fare ai poeti" per la rivista "La Voce", che però viene rifiutato. Saba afferma che la sua è una poesia onesta, a differenza di quella dannunziana, espressione artificiosa dell'estetismo; Saba è lontano dalle avanguardie, contrario al futurismo e alla poesia dannunziana.
Nel 1920 pubblica "Cose leggere e vaganti"; nel 1921 la prima edizione del "Canzoniere", raccolta di tutte le sue poesie. Nel 1924 esce la sua "Autobiografia". Durante la Seconda Guerra Mondiale scrive "Ultime Cose" durante il suo soggiorno in Svizzera a causa delle leggi razziali, <<Da quando la mia bocca è quasi muta>>; Saba era ebreo, e non vedrà la pubblicazione della sua opera fino al dopoguerra. L'introduzione è di Gianfranco Contini, ma i suoi critici abituali erano G. de Benedetti e M. Lavagetto.
Tematiche della poesia di Saba
La poesia di Saba si ricollega ai miti biblici quindi al mito del nomadismo come condizione dell'anima, di eterna fuga e ritorno senza radici, appunto la storia biblica degli ebrei, e ai miti classici legati alla psicanalisi, lo studio dell'inconscio in rapporto con la coscienza, l'attraversamento e interpretazione della psiche: la sintassi diventa onirica, con contraddizioni che coesistono, inversioni, conversazioni e logiche prive di coscienza.
Analisi: "Trieste"
Chiara rilettura dell' "Infinito" di Leopardi. 3 strofe sistemate in una struttura metrica triadica:
- Incipit
- Strofa più lunga, narrativa
- Strofa breve, gnoseologica, nella quale si concentra tutto il significato, ad esempio costituita interamente da un sillogismo che riprende le prime due strofe
Linguaggio semplice ed elementare. Descrizione della città donna. La prima strofa inizia con un'apertura volta al nomadismo ("ho attraversato …"), e ad un primo accenno della cima "popolosa in principio, in là deserta", solo sul finale (strofa gnoseologica) rivelerà il suo significato. Il "cantuccio" citato è quel luogo familiare che esiste in tutti gli uomini, l'unico posto in cui il poeta trova sé stesso e "dove esso termina, termina la città".
La seconda strofa è la descrizione antropomorfizzata della città, prima una donna, una "scontrosa grazia" (ossimoro), poi un "ragazzaccio vorace", che il poeta descrive con una similitudine per indicare la disarmonia di una città nella quale non trova mai un totale piacere: "con gli occhi azzurri …" fattore positivo, "… e mani troppo grandi per regalare un fiore" fattore negativo; è come un amore disturbato dalla gelosia. Inizia una sintassi contorta, con il verbo alla fine della frase ("scopro").
L'"ingombrata spiaggia" è la fine delle sue certezze, il poeta vorrebbe il deserto citato nella prima strofa; la "collina" è la certezza, quella sicurezza alla quale una casa riesce ad aggrapparsi. L'"aria natia" è quell'aria strana, nomade, che "circola intorno ad ogni cosa", quell'aria non accettata, perché interiormente il poeta non accetta le sue radici non italiane, lui si sente italiano (espressione di inconscio VS coscienza). La terza strofa conclusiva e breve riprende il "cantuccio" dell'incipit, ora rivelato come un luogo solitario, il deserto nella sua vita "pensosa" (riprende l'aggettivo leopardiano in "A Silvia") e lontana dalla folla.
Analisi: "Città Vecchia"
3 strofe, struttura triadica. Scenario umano, idea della vita della città (ripresa dell'ultima strofa di "Trieste"). I temi principali sono il buio, attraversato dal "fanale giallo" (ripreso da Carducci) che ritrova la catarsi, la purezza e la gente che va e viene, che dipinge con la sua varietà di personalità il cupo porto di mare, il contatto con l'umiltà della gente riporta il poeta verso l'infinito, agita improvvisamente il suo pensiero profondo, risvegliando la purezza.
Rime facili, i versi sono variegati: endecasillabi, settenari e quinari; linguaggio semplice, umile. Dalla seconda strofa inizia la descrizione della "turpe umanità": prostitute, marinai, vecchi, bestemmie e urla animano la scena. Saba collega attraverso la rima facile gozzaniana cuore-amore la religione, il dolore, la felicità e la semplicità di una bottega: (seguendo l'ordine) "Signore", "dolore", "amore", "friggitore".
La terza strofa conclusiva è quella rivelatrice del pensiero di Saba il quale si apre alla purezza toccando le scene più turpi, di fronte all'umiltà della gente. Abbiamo un salto dalla descrizione concreta di una scena reale alla trasfigurazione mentale del poeta di tale realtà. Chiave biblica.
Analisi: "Più soli"
3 strofe, struttura triadica. Scenario del dramma del tradimento della moglie Lina. La poesia chiude la raccolta. Siamo in una dimensione corale, teatrale, nella quale troviamo i due personaggi intenti in un dialogo di sguardi. La prima strofa ci descrive il luogo e la collocazione del racconto in presa diretta: un luogo esistente, indicato dai "due arsenali" di Trieste.
La seconda mette a fuoco i dettagli del luogo in cui avviene la scoperta: quei luoghi già conosciuti assumono ora tutt'altro significato nel momento della scoperta. I due non si parlano, ma si guardano "lo sguardo […] l'affondavo […] nei suoi occhi strani", e si ha nuovamente una trasposizione del pensiero del poeta, cioè la descrizione di ciò che l'io lirico pensa mentre l'azione accade.
La terza strofa assume il tempo passato remoto, tempo del racconto, e si arricchisce con una colonna sonora, l'arrivo di una "fanfara". Messa a fuoco degli occhi un'ultima volta dove "una lacrima s'accese".
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