Teoria della crescita
Classificazione degli economisti
Classici: Smith, Ricardo, Malthus, Marx. Il 1776, anno di pubblicazione de "La ricchezza delle nazioni" di Adam Smith, è convenzionalmente considerato l'inizio della scuola classica. Secondo i classici, il mercato libero funziona automaticamente, si regola da solo senza l'intervento dello Stato, quindi la domanda e l'offerta si incontrano da soli. Tuttavia, lo stato deve assicurare la difesa, la giustizia e deve occuparsi delle opere pubbliche. Elaborarono le leggi dei rendimenti crescenti e decrescenti. Una forte critica all'economia classica è venuta dall'economia keynesiana a partire dalle teorie elaborate da John Maynard Keynes.
Neoclassici: Teoria economica dominante, main stream. Convenzionalmente, la scuola dell'economia neoclassica si data a partire dal 1871-1874, anni di pubblicazione delle prime opere sistematiche di Jevons, Menger e Walras. I modelli neoclassici hanno come matrice la teoria walrasiana dell’equilibrio economico generale.
- Teoria dell’equilibrio economico generale (Postulata da Walras, è la condizione riscontrabile quando in un sistema economico i prezzi assicurano l'eguaglianza fra domanda ed offerta in tutti i mercati)
- Mercati concorrenziali (composto da molti compratori e molti venditori, in modo che nessun singolo compratore o venditore può esercitare un'influenza significativa sui prezzi)
- Individualismo metodologico (corrente di pensiero secondo la quale ogni azione è riconducibile ad un'azione individuale) (Walras, Marshall)
La teoria neoclassica è tuttora il paradigma dominante in economia e fino a un tempo recente si trattava di un paradigma statico, nel senso che gli economisti neoclassici consideravano curve che esprimono una serie di variazioni ipotetiche, fuori dal tempo reale, assunte come date le tecniche produttive. La teoria neoclassica non poteva perciò essere usata né per analizzare il processo di sviluppo né, in particolare, il progresso tecnico. Di recente un gruppo di economisti ha cercato di modificare questo stato di cose, cercando di introdurre nei loro modelli il progresso tecnico e lo sviluppo senza abbandonare l’intelaiatura neoclassica.
Keynesiani: Keynes, economista inglese, artefice di una nuova impostazione, nettamente contrapposta a quella tradizionale della scuola classica e neoclassica destinata a fondare le basi della moderna concezione dell’interventismo statale. Scrisse la "Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta" per identificare le cause della crisi del 1929.
Post-keynesiani: Gli economisti post-keynesiani avanzano un’interpretazione differente rispetto a quella di:
- «Keynesiani della sintesi», come Paul Samuelson o James Tobin
- «Nuovi Keynesiani» (neoclassici), come Gregory Mankiw, Alan Blinder o Joseph Stiglitz
I post-keynesiani moderni si ispirano principalmente ai lavori e ai metodi sviluppati dagli economisti che hanno affiancato Keynes all’epoca in cui redigeva la sua Teoria generale all’università di Cambridge, come Roy Harrod o Joan Robinson, o che hanno contribuito tra gli anni Cinquanta e Sessanta alla formazione di quella che da allora in poi è stata chiamata scuola di Cambridge, ossia Nicholas Kaldor, Michael Kalecki e Piero Sraffa. I post-keynesiani, come i regolazionisti, sono in egual modo strettamente legati alle ricerche degli economisti istituzionalisti, in particolare quelli che si ispirano alle idee di Thorstein Veblen o a quelle di John Kenneth Galbraith. Tengono in considerazione anche gli studi sui comportamenti delle imprese, avviati nel 1936 dall’Oxford Economists’ Research Group. Tuttavia, come Keynes, gli economisti post-keynesiani si dedicano principalmente alle questioni macroeconomiche.
Principio dei rendimenti crescenti
Il ruolo fondamentale svolto nel processo di sviluppo dalle innovazioni tecniche e organizzative viene già riconosciuto da Adam Smith in quello che poi è stato chiamato il principio dei rendimenti crescenti, originato dalla graduale espansione delle dimensioni del mercato, la quale promuove la crescente divisione del lavoro e in tal modo stimola le innovazioni. La conseguenza è l’aumento della produttività del lavoro. I rendimenti sono crescenti se ad un aumento degli input corrisponde un aumento più che proporzionale degli output.
L’origine del principio dei rendimenti crescenti va cercata dunque nell’analisi smithiana della divisione del lavoro: secondo Smith la divisione del lavoro può aver luogo nell’ambito di singole imprese, o fra imprese diverse. Il processo del secondo tipo implica una crescente varietà di beni intermedi per la produzione di un dato bene finale o una crescente differenziazione di beni simili ma non identici, o entrambi i fenomeni. Quando la divisione del lavoro ha luogo nell’ambito di singole imprese le dimensioni di tali imprese tendono a crescere e si profila un processo di concentrazione, mentre quando ha luogo fra imprese diverse osserviamo un processo di differenziazione.
Principio dei rendimenti decrescenti
Il principio dei rendimenti decrescenti trae origine dall’analisi di David Ricardo della distribuzione del reddito fra rendite, profitti e salari. Ricardo elaborò il principio dei rendimenti decrescenti facendo riferimento all’agricoltura di un dato paese e prendendo come punto di partenza il principio della popolazione di Malthus. I rendimenti sono decrescenti se ad un aumento degli input corrisponde un aumento meno che proporzionale degli output.
Gli economisti neoclassici sostengono tuttavia che il principio dei rendimenti decrescenti può essere generalizzato ed esteso alle singole imprese in ogni genere di attività affermando che quando una data quantità di un certo fattore di produzione viene combinata con crescenti quantità di altri fattori, la produzione aumenta, da principio a un saggio crescente e dopo un certo punto a un saggio decrescente.
Critica di Sraffa al principio dei rendimenti decrescenti
Più di settanta anni fa Sraffa dimostrò che la generalizzazione degli economisti neoclassici riguardo il principio dei rendimenti crescenti non fosse sostenibile poiché esso va riferito, come Ricardo mise correttamente in evidenza, all’agricoltura considerata nel suo complesso. Ricardo riconobbe che il progresso tecnico in agricoltura può contrastare la tendenza verso i rendimenti decrescenti, ma pensava che in pratica la tendenza «naturale» avrebbe prevalso. Storicamente, nei paesi che hanno sperimentato un vigoroso processo di sviluppo, grazie al progresso tecnico, i rendimenti sono stati crescenti in tutte le attività, compresa l’agricoltura.
Il principio come tale tuttavia resta valido: in certi paesi arretrati, come quelli dell’Africa subsahariana, il progresso tecnico in agricoltura o non ha luogo o non è abbastanza vigoroso da neutralizzare la tendenza di Ricardo. A differenza di Ricardo, Smith riteneva che in un paese progredito anche in agricoltura i rendimenti sono crescenti, sebbene più lentamente che nelle manifatture; per lui, tipi particolari di rendimenti decrescenti si trovano nell’allevamento del bestiame e nell’attività mineraria.
Se Sraffa ha ragione, allora il principio dei rendimenti decrescenti non può essere applicato alle singole imprese, né in agricoltura né in altre attività, né nel lungo né nel breve periodo; ne segue che, date le tecniche, i costi marginali vanno visti come costanti e perciò eguali ai costi variabili tanto nel breve quanto nel lungo periodo. Tutto questo è stato confermato da un’enorme massa d’indagini empiriche. Ma, nonostante ciò e nonostante la critica devastante elaborata da Sraffa tanti anni fa, nella teoria dominante si continua a ipotizzare che di regola i costi marginali e i costi variabili non coincidono e che entrambi abbiano un andamento a U.
Perché la teoria dominante continua ad ipotizzare costi marginali con andamento ad U
Se Sraffa ha ragione, allora il principio dei rendimenti decrescenti non può essere applicato alle singole imprese, né in agricoltura né in altre attività, né nel lungo né nel breve periodo; ne segue che, date le tecniche, i costi marginali vanno visti come costanti e perciò eguali ai costi variabili tanto nel breve quanto nel lungo periodo. Tutto questo è stato confermato da un’enorme massa d’indagini empiriche e nonostante ciò e nonostante la critica devastante elaborata da Sraffa tanti anni fa, nella teoria dominante si continua a ipotizzare che di regola i costi marginali e i costi variabili non coincidono e che entrambi abbiano un andamento a U poiché solo costi marginali che almeno dopo un certo punto tendono a crescere sono compatibili con l’assunzione di concorrenza perfetta, un’assunzione che è tuttora alla base dalla teoria economica dominante.
I tre stadi dell'evoluzione del capitalismo moderno per Sylos Labini
Inizio dell'epoca moderna
Il primo stadio è quello analizzato da Adam Smith e copre il secolo XVII e buona parte del secolo XVIII. Durante questo periodo osserviamo:
- Un’accelerazione nei mutamenti organizzativi in agricoltura
- La graduale eliminazione dei residui del sistema feudale
- La riduzione delle forme di proprietà comunale mentre quelle basate sulla proprietà privata diventavano dominanti
- Inizio sviluppo dell’industria manifatturiera
- Innovazioni metodi di produzione in industria manifatturiera e in agricoltura
L'epoca è caratterizzata dunque dal rapido sviluppo delle città, come hanno messo in evidenza sia Smith che Cattaneo, che coincide con lo sviluppo della borghesia, e da quello del pensiero scientifico come una cosa sola.
Lo stadio concorrenziale del capitalismo
Verso la fine del secolo XVIII e al principio del secolo XIX in Inghilterra ebbe luogo la rivoluzione industriale e il sistema della fabbrica e le condizioni concorrenziali a poco a poco si affermarono nella maggior parte dei mercati. Dopo l’eliminazione di gran parte dei privilegi medievali e degli ostacoli istituzionali, l’entrata nei diversi mercati era divenuta relativamente facile, le unità produttive erano piccole e i prodotti omogenei.
Durante questo periodo ebbero luogo diversi importanti cambiamenti di cui il più importante fu lo sviluppo del settore che produce impianti e macchine (settore dei beni d’investimento). Quando il settore degli investimenti assunse un peso socialmente rilevante, in Inghilterra dopo le guerre napoleoniche, lo sviluppo economico diventò un processo ciclico, spinto principalmente da quel settore. Come appare dal monumentale trattato di Schumpeter sui cicli economici (1939), lo sviluppo emerse come processo ciclico, nel senso che era caratterizzato, fino alla prima guerra mondiale, da fluttuazioni relativamente regolari, che duravano da sette a nove anni (regolarità impressionante, considerata la moltitudine di forze, economiche e non economiche, che influiscono sull’economia).
Dopo la prima guerra mondiale, a partire dal 1929, si verificò la grande depressione, un terremoto economico che ebbe il suo epicentro negli Stati Uniti e fu all’origine di eventi politici straordinari. Fra le due guerre mondiali le fluttuazioni divennero molto irregolari, anche a causa degli interventi pubblici, tanto da rendere difficile individuare il carattere ciclico. Dopo la seconda guerra mondiale lo sviluppo è tornato ad essere un processo ciclico, ma con nuovi connotati e un’assai minore regolarità rispetto al periodo che precede la prima guerra mondiale.
Durante lo stadio concorrenziale del capitalismo, che copre gran parte del secolo XIX, i prezzi hanno fluttuato ma la loro tendenza fondamentale è stata decisamente calante, fino al 1896 o al 1897. Anche i salari monetari e reali hanno fluttuato: la loro tendenza era in lenta crescita nella prima metà di quel secolo e quindi rapida. L’aumento della produttività cresceva più dei salari monetari; di conseguenza, il costo unitario del lavoro diminuiva e la tendenza dei prezzi era perciò calante, in armonia con le vedute di Adamo.
Lo stadio del capitalismo oligopolistico
Questo stadio cominciò verso la fine del secolo XIX e durò fino a venti o trent’anni fa. Tanto la tendenza dei salari quanto quella dei prezzi sono cambiate durante quello che si può chiamare lo stadio del capitalismo oligopolistico. Insieme a questo processo di concentrazione ha avuto luogo un rafforzamento dei sindacati, in parte originato dallo stesso processo: i sindacati sono più forti nelle grandi imprese e godono di un certo potere di mercato sui salari, principalmente come risultato del potere di mercato delle imprese sui prezzi.
I salari monetari non erano più relativamente stazionari come nel secolo XIX (i salari reali salivano per via della flessione dei prezzi): di regola i salari monetari aumentano a un saggio eguale e a volte anche perfino maggiore dell’aumento della produttività. Per conseguenza, i prezzi sono stazionari (ma solo all’ingrosso) o crescenti. In queste nuove condizioni è emersa una pressione inflazionistica strutturale, più o meno intensa. Pertanto, durante il terzo stadio del capitalismo, l’andamento dei prezzi e dei salari monetari è caratteristicamente diverso da quello dello stadio precedente; la tendenza dei prezzi non era più verso il basso ma verso l’alto.
Durante lo stadio del capitalismo oligopolistico la concorrenza opera ancora e può essere vigorosa, ma assume forme diverse da quelle prevalenti nel capitalismo concorrenziale. La principale novità sta in ciò: nel capitalismo concorrenziale le imprese sono relativamente piccole e producono beni omogenei, e in tali condizioni le imprese non possono influire sui prezzi e i lavoratori non possono influire sui salari. Viceversa, nel capitalismo oligopolistico, entro certi limiti, le imprese sono in grado d’influire sui prezzi e i lavoratori sono in grado d’influire sui salari, soprattutto attraverso i sindacati. Il fatto è che la differenziazione dei bisogni aumenta rapidamente per la crescita del reddito individuale e la diffusione delle innovazioni di prodotto.
La ripresa delle piccole imprese: un nuovo stadio
I cambiamenti tecnologici ed economici che abbiamo sperimentato negli anni più recenti sono divenuti così profondi e così rapidi da giustificare l’ipotesi che stiamo entrando in un nuovo stadio. Le nuove possibilità di sviluppo aperte alle piccole imprese possono avere grande importanza per i paesi sottosviluppati, i cui mercati, a causa dei bassi redditi individuali, sono relativamente limitati: il fatto che la rilevanza delle economie di scala è in declino o che in diversi rami le grandi dimensioni non sono più una precondizione per una produzione efficiente è chiaramente un vantaggio per i paesi sottosviluppati.
In breve, assistiamo oggi a due processi, solo apparentemente contraddittori: un nuovo processo di concentrazione e un nuovo processo di differenziazione; il primo tende a deprimere, il secondo ad accrescere il livello dell’occupazione. La somma algebrica tende ad essere positiva, specialmente grazie al settore dei servizi.
Approccio neoliberista nelle politiche dello sviluppo
A dominare le politiche di sviluppo è l’approccio neoliberista, caratterizzato da:
- Estese privatizzazioni
- Liberalizzazioni
- Deregolamentazioni (sia per i paesi sviluppati che per i PVS)
- Rivalutazione dei meccanismi automatici di mercato
- Deflazione
- Stabilizzazione dell’economia
- Liberalizzazione del commercio con l’estero
Negli anni più recenti si è ampliato il numero dei fattori esplicativi dello sviluppo economico fino a farvi rientrare il capitale sociale. Tra gli economisti e sociologi che sostengono tale approccio vi sono Putnam, Bourdieu, Coleman e Fukuyama.
La divisione del lavoro smithiana
La divisione del lavoro secondo Smith è di due tipi:
- Si afferma durante la rivoluzione industriale e prevede la specializzazione delle operazioni produttive tra imprese diverse
- Va dal 1870-1970 e ha condotto alla concentrazione originata dalla divisione del lavoro che si svolge all’interno di determinate imprese, le cui dimensioni crescono
Il primo processo fu eclissato dal secondo, quello che ha condotto alla concentrazione, originata dalla divisione del lavoro, che si svolge all’interno di determinate imprese, le cui dimensioni crescono. Oggi tuttavia sembra che sia riapparso il processo di differenziazione in vari rami industriali, specialmente in quelli che producono beni di consumo.
Inoltre secondo Smith la divisione del lavoro può aver luogo:
- Nell’ambito di singole imprese: le dimensioni di tali imprese tendono a crescere e si profila un processo di concentrazione
- Tra imprese diverse: tale processo implica o una crescente varietà di beni intermedi per la produzione di un dato bene finale o una crescente differenziazione di beni simili ma non identici, o entrambi i fenomeni. Si osserva un processo di differenziazione.
La principale conseguenza della divisione del lavoro nelle sue diverse forme è l’aumento della produttività del lavoro imputabile al progresso tecnico e organizzativo reso possibile da quel processo.
Processi di concentrazione
Quando la divisione del lavoro ha luogo nell’ambito di singole imprese le dimensioni di tali imprese tendono a crescere e si profila un processo di concentrazione. Nei vari stadi del capitalismo industriale notiamo dapprima un processo di differenziazione, specialmente di beni int...
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