Domande storia
L'età del mercante
Descrivere la trasformazione del mercante nell’imprenditore moderno in epoca pre-industriale. Quali percorsi differenti sono stati compiuti in Gran Bretagna, USA e Giappone.
L’età preindustriale era caratterizzata da un ritmo di produzione e di commercio piuttosto lento, in cui anche il volume dei beni distribuiti era piuttosto basso. In questo scenario, il metodo tradizionale di scambio dei beni, basato sui legami familiari e sull’amicizia, trovava ampio spazio e dominava la scena. Questi legami erano necessari per scongiurare i tremendi rischi che c’erano nel fare business in età preindustriale, dove le garanzie erano poche e le certezze ancora meno, in quanto la comunicazione era lenta e inaffidabile ed era così necessario basarsi su legami forti, vicini e sicuri. Ma l’economia in Gran Bretagna, USA, Giappone e Cina era tutt’altro che stagnante, dove ci si stava preparando al cambiamento e le politiche di governo stavano aiutando il processo in quella direzione.
Fra il 1800 e il 1810, la costituzione inglese ha emanato una serie di Enclosures acts (leggi sulle recinzioni) che obbligavano a recintare i terreni, in particolare i campi aperti (open lands) e i campi comuni (commons lands). Le leggi sulle recinzioni favorirono la redistribuzione e il raggruppamento delle terre ingrandendone la dimensione, a tutto vantaggio dei grandi proprietari che spinsero e sostennero queste leggi.
Nella bottega artigiana, contemporaneamente luogo di produzione e di formazione, il maestro (generalmente il proprietario della bottega e degli strumenti di lavoro), i suoi collaboratori e gli apprendisti producevano spesso per un mercante che commercializzava poi il prodotto finito. Tutti i membri della bottega possedevano (o si formavano per possedere) le stesse competenze e conoscevano tutte le fasi della lavorazione del prodotto. Nella produzione a domicilio (diffusa soprattutto nel settore tessile), invece, il mercante imprenditore, anche per aggirare i vincoli posti dalle corporazioni, forniva la materia prima (lana o cotone) alla famiglia contadina, che lavorava a casa propria, con il telaio assegnatole o di proprietà, assicurando una produzione variabile a seconda della domanda e delle circostanze.
I mercanti nelle colonie USA, differentemente da quelli inglesi, erano mercanti generali e non specializzati. I mercanti negli USA gestiscono vari tipologie di beni e prendono parte in una vasta gamma di attività commerciali in quanto il mercato nelle colonie era troppo frammentato per permettere una specializzazione. Quindi molti mercanti coloniali lavorano come importatori ed esportatori di beni tra le colonie e la madre patria, vendendo prodotti delle colonie e importando ciò che serviva dal resto del mondo. Quindi il mercante non si occupa più solo del commercio ma inizia anche a possedere navi, prestare soldi ad altre attività commerciali, fare assicurazioni marittime e investire soldi in attività commerciali.
In Giappone, come in Inghilterra e Nord America, esisteva un’economia commerciale ancor prima dell’industrializzazione, composta perlopiù da mercanti che lavorano insieme. Ma, differentemente dagli altri paesi, il Giappone entrò in un periodo di isolamento chiamato sakoku per evitare l’influenza dal cristianesimo, beneficiando però così di un periodo di stabilità economica interna. Con il crescere delle città commerciali come Kyoto, Edo e Osaka, il commercio viene compilato connesso, permettendo così ai mercanti di specializzarsi come le controparti in Inghilterra e Nord America, dove si usavano le cambiali, anche se pochi mercanti giapponesi adottarono la partita doppia per la tenuta dei conti. In età preindustriale il Giappone aveva grandi città e mercati molto attivi ed un sistema creditizio sviluppato. Inoltre, poteva vantare una classe dirigente, quella dei samurai, molto istruita, sebbene non si dedicasse agli affari, che erano lasciati nelle mani del popolo. Un radicale cambiamento per il Giappone si ebbe nel 1853, quando l'ammiraglio americano Matthew Perry costrinse il Paese ad aprirsi all'Occidente, minacciando altrimenti di bombardare Tokyo. Il Giappone fu così costretto a firmare i Trattati ineguali, che sarebbero stati aboliti solo alla fine del secolo, con i quali si impegnava ad aprirsi al commercio internazionale e a non imporre dazi superiori al 5% ma aprendo così il Giappone a possibilità mercantili diversificate.
Evoluzione del finanziamento dell’impresa in età moderna
Il finanziamento delle attività di produzione e attività mercantili fino agli inizi del 1800 avveniva solo tramite l’investimento dei propri fondi o tramite prestiti derivati dai legami familiari. Le prime banche di Inghilterra nacquero verso la fine del 1600, ma erano perlopiù destinate alla gestione degli affari pubblici e del debito pubblico. Con il 1800, le banche iniziarono ad offrire sempre più i loro servizi ad un pubblico sempre più vasto, garantito anche da una maggior legislazione che normava sempre più lo scenario. La rivoluzione industriale chiedeva sempre più capitali per sostenere le industrie nascenti, destinate a modificare gli equilibri economici dell’intera Europa. Le banche finanziarono la crescente spesa pubblica per le opere di urbanizzazione, prime fra tutte quelle ferroviarie, e fornirono le risorse necessarie allo sviluppo dell’industria tessile, meccanica, siderurgica. Furono pertanto costituiti veri istituti bancari dotati di grandi capitali, sottoscritti da molti azionisti. Queste banche, infatti, erano costituite in forma di società per azioni, la cui costituzione proprio a partire dalla metà dell'Ottocento non era più sottoposta a particolari autorizzazioni. La diffusione è stata anche favorita dall’utilizzo sempre più frequente dei titoli di credito, che permettevano spostamenti di denaro su lunghe distanze senza il rischio di poterlo perdere o essere derubati.
Negli USA lo scenario era leggermente diverso, in quanto non esisteva un sistema bancario centralizzato fino alla nascita della Federal Reserve System nel 1913. A questa mancanza supplivano i mercanti che, divenuti sempre più importanti economicamente e sempre più diversificati e integrati verticalmente, avevano la disponibilità di ingenti capitali che potevano essere mobilitati sotto forma di prestiti o investimenti. Questo scenario quindi prevedeva l’esistenza di un sistema creditizio diffuso, non centralizzato, in quanto l’economia negli USA si è sviluppata prima di avere uno Stato che permettesse di gestirla.
Come la maggior parte delle istituzioni del Giappone moderno, la Banca del Giappone nacque dopo la Restaurazione Meiji. Prima della Restaurazione Meiji ogni feudo giapponese (han) emetteva la propria moneta, detta hansatsu, in una serie di tagli incompatibili gli uni con gli altri. Le diverse valute feudali furono abolite nel 1871 e trasformazione degli han in prefetture, le zecche feudali divennero banche private autorizzate che inizialmente mantennero il loro diritto di stampare moneta.
La grande impresa in Francia
Per quali ragioni coesistono una precoce comparsa e una lenta diffusione?
Se da un lato è indubbio che la Francia anticipò la Germania, l’Italia e tutti gli altri paesi europei (ma non il Belgio, la cui industrializzazione è ad essa coeva) nel trapasso dalla manifattura tradizionale al sistema di fabbrica, è ormai assodato che il paese d’oltralpe conobbe una lunga cesura tra la precoce rincorsa rispetto la Gran Bretagna ed il suo definitivo sviluppo industriale. Se la Francia non aveva sviluppato un uso così intenso delle macchine quanto era invece avvenuto in Gran Bretagna, ciò dipendeva da un lato dal fatto che in Francia il costo del lavoro era sensibilmente più basso di quello inglese, e dall’altro che nel paese d’oltre manica il basso prezzo del carbone consentiva agli inglesi di usare le macchine a vapore in pressoché tutti i settori. Ma questa tesi non teneva conto dell’importanza dell’energia idrica, fondamentale per l’industria francese del secolo XIX; inoltre non faceva altro che caricare un mero dato statistico di una spiegazione economica di carattere generale.
Per Sawyer, la società francese era stata condizionata da tensioni interne che ne avevano di fatto ostacolato uno sviluppo in senso compiutamente industriale. La Francia che si industrializzava si trovò schiacciata nel duro scontro tra i modelli politici dell’autorità tradizionale, nei quali Chiesa ed esercito assolvevano ad un ruolo non secondario, e la democrazia liberale della Rivoluzione e della Repubblica (ed in parte dell’impero napoleonico) sconfitta dalla Restaurazione. L’operatore economico francese, o almeno la sua tipologia “media”, era un operatore di piccole dimensioni che agiva per proprio conto, od al massimo in combinazione con pochi soci. Ma il giudizio di Landes andava oltre, sostenendo che per sua natura «l’imprenditore francese era un conservatore», dato che nutriva «un profondo disgusto per il nuovo e l’ignoto». E, concludeva, tenendo conto di tutti questi elementi, che «una gestione molto prudente, impianti obsoleti, ed elevati profitti non [erano] certo una combinazione destinata a fiorire in un mondo selvaggiamente competitivo».
Limitato nelle sue ambizioni, l’imprenditore optava perciò per una politica che, evitando la produzione su vasta scala, lo preservava da un reale confronto con i grandi competitori internazionali: il che, se nel breve termine costituiva un vantaggio, si traduceva alla fin fine in uno scarso peso sugli emergenti mercati di massa. La lentezza, e l’immobilizzante paradosso logico dell’iter autorizzativo riguardo la creazione delle società in Francia, peraltro riscontrabili anche in altri paesi, e segnatamente in Italia, fecero sì che anche gli imprenditori francesi adottarono la forma della società per azioni soltanto in casi eccezionali; normalmente, i capitalisti si orientavano verso due tipi di imprese: la società semplice, finché le dimensioni dell’impresa le consentivano di reggersi sui fondi della famiglia, e quando ciò non era più possibile la società in accomandita.
In realtà, le imprese industriali non si trovarono del tutto a proprio agio nella struttura giuridica della società azionaria, dati gli immobilizzanti vincoli che la legislazione imponeva (a garanzia delle minoranze azionarie) sulla parte di capitale rappresentato dalle immobilizzazioni fisse. Furono perciò le ferrovie, riproducendo in piccola scala le dimensioni delle grandi compagnie americane, a mettere per prime in campo risorse considerevoli, che coinvolgevano non più ristrette cerchie di azioniste, bensì un numero crescente di operatori. Restando le imprese industriali, anche se con qualche eccezione, nell’alveo tradizionale di un limitato capitale e di un limitato numero di azionisti. Se le azioni delle compagnie ferroviarie cominciarono ad essere trattate nella Borsa valori della capitale, quelle industriali avevano – eventualmente – circuiti di transazione riservati, e tutte interne a ristrette élites. La progressiva diffusione della società per azioni nei più svariati settori, con l’emissione di un numero crescente di azioni con valore nominale progressivamente più piccolo, comportò anche innovazioni giuridiche tendenti a favorire l’istituto societario in imprese di dimensione più piccola, ma ormai in ritardo col resto del mondo imprenditoriale.
La personalità giuridica dell’impresa
Delineare le condizioni storiche per la nascita della Corporation.
Le corporazioni sono società nate alla fine del 1700 in seguito all’ingrandimento dimensionale delle imprese e alla crescente complessità degli affari. Le corporazioni sono caratterizzate dalla presenza di organi diversi all’interno della stessa impresa, i quali gestiscono diversi aspetti della gestione aziendale in modo gerarchico. Quando si parla di corporation si ha in mente società per azioni in cui i soci hanno responsabilità limitata, molti investitori hanno delle “parti di impresa” e la società agisce come persona giuridica separatamente dalla persona dei soci.
Queste società hanno radici nelle gilde, le quali nel 14esimo e 15esimo secolo concorrevano per assicurarsi il monopolio economico di alcune zone ritenute fruttuose per gli affari. Questo nome cambiò in “company” e, con l’avvento dei commerci con le colonie, il mantenimento di alcuni monopoli su determinate rotte era ancora forte e affidato a specifiche compagnie. Due delle prime joint stocks companies erano la Holland e le England Est India Company, i quali manager e investitori erano due entità separati. La regina d’Inghilterra fece importanti investimenti sulla England Est India Company e questa tornava con importanti utili che poi versava allo stato.
Gli abusi a questo sistema di joint stock non tardarono a venire quando iniziarono a formarsi compagnie che racimolavano soldi dagli investitori ma di fatto non esistevano. Il Bubble Act è una storica legge inglese, approvata dal parlamento di Gran Bretagna dopo il crollo della borsa del 1720, avvenuta in seguito alle forti speculazioni sui titoli della South Sea Company. Emesso nello stesso anno, il Bubble Act subordinava la creazione delle Società per Azioni esclusivamente al parlamento, impedendo in questo modo la formazione delle Bubbles, SpA minori, che venivano finanziate da risparmiatori sulla base di progetti spesso truffaldini e fantasiosi. Queste società entrarono anche nel mercato finanziario inglese, esercitando una forte concorrenza alla South Sea Co. e alle compagnie maggiori. Nel crollo delle azioni South Sea Co. rimasero pesantemente coinvolti migliaia di risparmiatori, tra i quali anche lo scienziato Isaac Newton che perse la somma, astronomica per l'epoca, di 20.000 sterline. Il Bubble Act fu abolito nel 1825 dal parlamento del Regno Unito e la costituzione di società a capitale azionario nuovamente ammessa dalla legge inglese. Le società per azioni videro la loro fioritura in grandi opere come le società che costruivano strade e canali, solamente poi in quelle ferroviarie, mentre, parallelamente, crescevano anche quelle legate alle grandi imprese tessili, siderurgiche, di miniere e più tardivamente quelle di tabacco.
Quindi le corporations, legate ovviamente allo sviluppo e liberalizzazione delle SPA, furono la base delle grandi opere delle rivoluzioni industriali dell’800, avendo un modo sicuro e fruttuoso di capitalizzare la società tramite il risparmio anonimo, il quale poteva aiutare tanto di più rispetto ai pochi investitori che però non riuscivano a coprire grandi somme invece necessarie per sviluppare le grandi opere.
Intervento dello stato per lo sviluppo dell’impresa moderna
In quale momento è stato rilevante l’intervento dello stato per lo sviluppo dell’impresa moderna? Indicare alcuni casi nazionali.
L’intervento dello Stato fondamentale per lo sviluppo dell’impresa moderna in più occasioni, a partire dal caso Inglese del Bubble Act (1720) dove tale intervento ha limitato il proliferare di imprese SPA con il solo intento di racimolare capitale senza però avere una vera idea o azione imprenditoriale da sostenere. Quindi in questo caso lo Stato, regolamentando e facendo passare ogni approvazione riguardo la creazione di Spa dal parlamento, riusciva a controllare anche l’attendibilità che stava sotto alla nuova società creata, evitando così un dilagare di truffe ai danni dei risparmiatori che non avrebbero più creduto a questa forma societaria (essenziale per le grandi opere).
Negli USA, l’intervento statale era caratterizzato prevalentemente da una forte normativa antitrust (differentemente da Inghilterra e Germania dove i cartelli venivano quasi avvantaggiati dallo Stato) perché le grosse aziende erano dimensionalmente molto più importanti delle grosse aziende europee e se ci fosse stato cartello tra queste, i danni per i consumatori sarebbero stati molto più importanti. D’altro canto, lo Stato incentivava le fusioni, che caratterizzarono tutta la fine dell’800 in America, dove le imprese si univano formando grossi agglomerati di risorse e capacità produttive che vennero poi sfruttate pienamente con lo spostamento dalla U-Form alla M-Form.
Separazione tra proprietà e controllo dell’impresa
Quando è avvenuta la separazione tra proprietà e controllo dell’impresa?
La separazione tra controllo e proprietà è avvenuta inizialmente con le prime società in
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