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Riassunto sostitutivo per l'esame di Diritto costituzionale

Riassunto in formato Word, 77 pagine.
Riassunto utile per preparare l'esame di Diritto costituzionale in modo completo e in tempi brevi. Appunti basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Pallante dell’università degli Studi di Torino - Unito. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Diritto costituzionale docente Prof. F. Pallante

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ESTRATTO DOCUMENTO

Il criterio cronologico è quello che regola questo incessante flusso di norme, evitando la

sovrapposizione e la confusione.

Questo criterio vale solo nei rapporti tra fonti di pari grado gerarchico e appartenenti alla

medesima competenza; quando, dunque, due fonti di pari grado, una antica e una più recente,

hanno contenuti incompatibili, la seconda prevarrà sulla prima sostituendola, abrogandola. La fonte

abrogata resta comunque valide ma la sua efficacia è circoscritta al periodo tra la sua entrata in

vigore e la sua abrogazione. Ciò significa che i fatti verificatesi tra questi due momenti continuano a

essere disciplinati dalla fonte abrogata, mentre in fatti successivi saranno disciplinati dalla fonte

abrogatrice.

L’abrogazione può essere di tre tipi:

- Abrogazione espressa; quando la norma successiva indica essa stessa le norme precedenti

che si intendono abrogare.

- Abrogazione tacita; quando la norma successiva è incompatibile con le norme precedenti.

- Abrogazione implicita; quando la normazione successiva disciplina l’intera materia già

regolata da norme precedenti.

Autore dell’abrogazione è il legislatore. Non sempre però, la nuova fonte individua espressamente

tutte le fonti precedenti con le quali contrasta. Ci si trova dunque in una situazione nella quale

l’abrogazione opera in maniera automatica; non si deve far altro che prenderne atto.

Quando invece il legislatore non opera in tal modo, ogni destinatario della nuova norma deve

compiere la valutazione circa l’incompatibilità con la precedente per stabilire se il contrasto esiste

oppure no e quindi tratte la conclusione che vi è stata abrogazione tacita o implicita.

In sintesi vuol dire che l’abrogazione espressa opera con effetti generali nei confronti di tutti,

mentre l’abrogazione tacita o implicita operano caso per caso, potendo essere riconosciute da

alcuni e non da altri.

La legge non dispone che per l’avvenire, cioè non ha effetto retroattivo.

Si tratta del principio generale di irretroattività, ovvero che la legge si applica soltanto ai casi

successivi alla sua entrata in vigore. (Al contrario, retroattività vuol dire che la nuova legge si

applica ai casi già verificatisi, regolati inizialmente da legge diversa).

L’irretroattività delle leggi è un’esigenza molto importante poiché equivale alla certezza del

diritto.

Per quanto dunque importantissimo, il principio di irretroattività non è tuttavia tassativo; può essere

derogato, infatti esistono delle leggi che guardano al passato.

Come si risolve allora il contrasto tra principio generale di irretroattività espresso dall’art.11 e la

singola legge che dichiara la propria retroattività?

La singola legge che dispone di retroattività si configura come fonte speciale in deroga ad altra

legge più generale.

Esistono però due casi in cui la retroattività è vietata:

- In materia penale come espresso dall’art.25.

- In materia tributaria (seppur parzialmente).

Quando una norma generale convive con una meno generale, o una più astratta con una meno

astratta, si parla del cosiddetto principio di specialità, ovvero l’effetto della norma meno generale

o meno astratta è la deroga alla norma più generale o più astratta.

La fonte derogata resta valida, ma la sua efficacia viene circoscritta a una determinata categoria di

soggetti o di istituzioni. Ciò significa che le due fonti si applicano contemporaneamente.

Anche il criterio della specialità presuppone che le fonti si trovino sullo stesso piano gerarchico.

Il diritto è un ordinamento, non un insieme sparso di norme.

È basato su un principio di coerenza tra le sue parti, cioè tra tutte le norme, in modo da esprimere

razionalità dell’ordinamento giuridico e quindi le ragioni giustificatrici delle singole norme, ragioni

che non devono essere contradditorie.

La razionalità della legge significa dunque non contraddizione dei principi ispiratori.

In caso di incoerenza di una norma, definita come vizio della legge, la Corte costituzionale deve

agire attraverso la dichiarazione d’incostituzionalità della norma.

PARTE QUINTA

Capitolo 1 - Sistematica dei diritti e dei doveri

La Costituzione è divisa in due parti, la prima è dedicata ai diritti e ai doveri dei cittadini.

Diritti e doveri sono schematizzati a seconda che riguardino i rapporti civili, i rapporti etico-

sociali, i rapporti economici ed infine i rapporti politici.

Questa classificazione chiarisce la grande teoria tri-funzionale della società; non esiste società se

non è garantita la funzione economica, la funzione culturale e la funzione politica o di governo.

Infatti, le società umane non potrebbero esistere se non ci fosse chi si occupa della produzione di

beni materiali, delle concezioni della vita comune e dell’ordine e della sicurezza collettiva.

Le società odierne sono fondate sull’uguaglianza e sono caratterizzate dalla libertà e dalla

mobilità sociale. Tutti possono liberamente dedicarsi a tutto.

L’esposizione dei diritti e dei doveri costituzionali può dunque facilmente essere strutturata a

seconda che essi riguardino:

- La condizione di cittadinanza.

- Le attività, a loro volta distinte in attività economiche, culturali e politiche.

Nel vasto campo dei diritti e dei doveri possono tracciarsi altre distinzioni: diritti individuali e

collettivi, negativi e positivi, che costano e che non costano, incondizionati, condizionati e

funzionali ed infine assoluti e relativi (o bilanciabili).

Prima importante distinzione è quindi quella tra diritti e doveri riconosciuti agli individui e alle

organizzazioni d’individui.

Le organizzazioni d’individui sono denominate nell’art.2 della Costituzione come formazioni

sociali.

Esse si collocano tra il singolo individuo e lo Stato e sono titolari di diritti costituzionali. Si pensi ai

diritti della famiglia, alle associazioni, ai sindacati, ai partiti politici, alle Chiese ecc.

È importante sottolineare, come si dice anche all’art.2, che le formazioni sociali sono previste come

mezzi di sviluppo della personalità dei singoli; il fine ultimo è sempre la persona.

I diritti sono pretese garantite dal diritto. Il contenuto delle pretese può essere negativo o positivo.

I diritti negativi sono pretese di non essere impediti, di essere lasciati tranquilli nello

svolgimento della propria libertà. A questi diritti, corrisponde l’altrui dovere di astensione da

interferenze, impedimenti ecc. Allo Stato inoltre si richiede di non ingerirsi nell’ordine sociale, ma

di essere il garante delle sue libere dinamiche, intervenendo solo per prevenire e reprimere gli abusi.

In sintesi, i diritti negativi sono diritti a non e proteggono la libertà di.

I diritti positivi invece comportano la pretesa di ottenere qualcosa da parte dello Stato, come

prestazioni e servizi per la sicurezza della vita e per il soddisfacimento di bisogni essenziali (si

pensi al diritto all’istruzione, al lavoro, alla salute ecc.).

In sintesi, i diritti positivi sono diritti a e proteggono la libertà da.

I diritti positivi inoltre vengono detti anche diritti sociali e lo Stato, loro garante, si denomina come

Stato di benessere.

Esiste una differenza essenziale tra i diritti negativi e i diritti positivi: i primi possono essere fatti

valere direttamente davanti ai giudici, i secondi invece richiedono la messa in atto di politiche

sociali che si esprimono attraverso la cosiddetta legislazione sociale. In altri termini, mentre i diritti

negativi si rivolgono contro il potere pubblico, i diritti positivi si rivolgono innanzitutto alla legge e

poi all’amministrazione pubblica. Mentre i garanti dei diritti negativi sono i giudici, i garanti dei

diritti positivi sono invece i cittadini stessi.

L’esigenza di una politica sociale dello Stato è ormai essenziale per la democrazia, per avere una

società giusta nella quale tutti siano liberati dalla schiavitù dei bisogni minimi vitali e possano così

partecipare alla vita politica e sociale.

Ulteriore distinzione da fare è quella tra diritti che non costano e diritti che costano alla

collettività.

La protezione dei diritti in ogni caso richiede delle spese, ma vi è differenza tra i diritti negativi, che

implicano la predisposizione di apparati per la prevenzione e la repressione in caso di violazione

(forze dell’ordine, tribunali ecc.) e i diritti positivi che richiedono apparati non per le violazioni ma

per l’attuazione (investimenti produttivi, ospedali, scuole ecc.).

Lo Stato sociale si impegna in politiche di promozione dei diritti positivi ma per farlo ha bisogno di

grandi risorse finanziarie, risorse che ottiene attraverso il prelievo tributario e l’indebitamento (tutto

ciò si traduce poi in pressione fiscale). Più c’è richiesta di servizi sociali, più c’è necessità di

risorse e più sarà alta la pressione fiscale.

In Italia vi è ormai una distorta concezione dello Stato sociale; i diritti sociali infatti non proteggono

tutti indifferentemente, ma danno precedenza a coloro che si trovano in condizioni di bisogno. Così

è quanto richiesto dalla Costituzione nell’art.3 comma 2).

I diritti costituzionali in certi casi sono previsti senza limitazioni, in altri con limitazioni.

La seconda evenienza si verifica quando il loro esercizio può entrare in conflitto con gli interessi

generali. La vita sociale è infatti fatta da interrelazioni che implicano il coordinamento tra gli

interessi.

I limiti sono previsti dalla Costituzione e quindi la legge opera in questi limiti costituzionali. Si

tratta di limiti per così dire esterni, che stabiliscono i confini al di là dei quali l’esercizio del diritto è

vietato.

Il diritto però ha anche un’altra configurazione, quella di diritto funzionale, ovvero diritto

riconosciuto nell’interesse non solo del titolare, ma nell’interesse generale. L’esercizio del diritto in

questo caso deve conformarsi a esigenze sociali che spetta alla legge determinare.

La coesistenza tra diritti diversi può essere impossibile se ciascuno di essi viene inteso in senso

assoluto. La libertà può rivelarsi incompatibile con l’uguaglianza poiché una società totalmente

libera ignora l’uguaglianza e al contrario una società di individui totalmente uguali ignora la libertà.

Ecco allora la necessità di bilanciare i diritti. Occorre dunque che con l’interpretazione si giunga a

dei compromessi attraverso i quali ciascun diritto in questione sia massimizzato, o meglio che le

limitazioni necessarie alla loro coesistenza siano minimizzate.

Il bilanciamento dei diritti è un’operazione consueta nel diritto costituzionale; vi sono comunque

però dei casi di diritti assoluti, di fronte ai quali ogni altra esigenza deve passare in secondo piano.

Tra questi troviamo il diritto alla vita degli esseri umani venuti alla luce del modo (art.27 che vieta

la pena di morte) e il diritto all’integrità della persona fisica (art.13 coma 4 che vieta “ogni violenza

fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”, ovvero che vieta la

tortura).

Capitolo 2 - I diritti dell’essere umano

I primi tre articoli della Costituzione parlano di democrazia, di diritti e di uguaglianza.

Si tratta di una triade i cui elementi sono inseparabili. Se non esistessero i diritti, i singoli individui

sarebbero materia inerte in balia dell’arbitrio del potere.

La storia insegna che il lungo cammino dell’umanità verso la democrazia si è svolto parallelamente

alle rivendicazioni dei diritti umani.

Ma se non c’è uguaglianza non ci sono diritti, anzi ci sarebbero solo privilegi e discriminazioni.

L’uguaglianza è perciò la condizione necessaria, ma non sufficiente, dei diritti, è il suo

presupposto.

Ma di quale uguaglianza si tratta nella Costituzione che proclama la democrazia?

Si tratta dell’uguaglianza delle possibilità, la quale è compatibile con i diritti.

Nell’art.3 della Costituzione l’uguaglianza è trattata sotto due aspetti diversi, ma complementari:

- Il primo comma parla dell’uguaglianza formale, come pari dignità e pari soggezione di tutti

alla legge, senza discriminazioni. È una conquista liberale.

- Il secondo comma parla dell’uguaglianza sostanziale, come effettiva possibilità di tutti di

usufruire concretamente dei propri diritti. È una conquista sociale.

Dall’uguaglianza di fronte alla legge discende il principio di legalità, che per i giudici si traduce

nella loro “soggezione soltanto alla legge” (art.101 comma 2) e per gli organi amministrativi si

traduce nel dovere di “imparzialità nei confronti dei cittadini amministrati” (art.97 comma 1).

L’uguaglianza di fronte alla legge implica che la legge non può discriminare, non che non possa

distinguere. Infatti, il caso in cui la legge distingue è diverso da quello in cui la legge discrimina,

poiché “distinguere” vuol dire attribuire a ciascuno ciò che gli spetta.

Dunque il significato dell’uguaglianza formale si esprime allora nella seguente regola: la legge non

può trattare in modo uguale situazioni diverse.

Tuttavia, è evidente che le situazioni che entrano in gioco quando si tratta di eguaglianza non sono

perfettamente identiche; le situazioni possono essere uguali sotto certi aspetti e diverse sotto altri.

Il giudizio circa il rispetto dell’uguaglianza diventa così un giudizio di ragionevolezza; il

legislatore che ha considerato prevalenti gli uni o gli altri ha agito ragionevolmente, cioè

motivatamente, o no?

La legge deve disporre di trattamenti uguali per situazioni ragionevolmente uguali e viceversa

di trattamenti diversi per situazioni ragionevolmente diverse.

Il controllo sulla ragionevolezza delle leggi è svolto dalla Corte costituzionale e si tratta di un

controllo pervasivo necessario a impedire l’arbitrio del legislatore.

Esempio di una non ragionevolezza delle leggi fu il caso che fino al 1968 considerava l’adulterio

della donna più grave di quello dell’uomo; questa legge, essendo una discriminazione e non una

distinzione, fu dichiara incostituzionale.

L’art. 3 comma 1 elenca alcuni espliciti divieti; in particolare i cittadini non possono essere

sottoposti a trattamenti legislativi diversi in considerazione al:

- Sesso; vietando le discriminazioni rispetto al sesso, la Costituzione ha imposto

l’eliminazione delle leggi che mettevano le donne in posizione di dipendenza dall’uomo. Al

fine di promuovere l’uguaglianza, sono state fatte nel tempo leggi per favorire la donna

(madre, lavoratrice ecc.). Il legislatore costituzionale nell’art. 51 promuove le “pari

opportunità tra donne e uomini” e nell’art. 117 comma 7 ha stabilito che “le leggi regionali

rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita

sociale, culturale ed economica e che promuovono la parità di accesso tra donne e uomini

alle cariche elettive”. Inoltre, nel 1978 è stata introdotta la legge 194, che ha legalizzato

l’interruzione volontaria della gravidanza in certe costanze (la legge ammette però

l’obiezione di coscienza del personale medico che non voglia collaborare, a meno che vi sia

pericolo per la vita della madre). Dal 1996 inoltre le pene in tema di violenza sessuale sono

state rese più severe.

- Razza; la Costituzione vieta le discriminazioni basate sulla diversità razziale in risposta ai

crimini che furono compiuti durante i regimi totalitari dello scorso secolo. Tuttavia, il

razzismo è un fenomeno che si mimetizza in molte forme ancora oggi.

- Lingua; la lingua ufficiale del nostro paese è l’italiano. Tuttavia, esistono varie comunità di

cittadini di lingua non italiana (francese in Piemonte e Valle d’Aosta, slovena in Friuli, ecc.).

Le diverse culture e identità linguistiche costituiscono una ricchezza per tutti e devono

perciò essere protette contro il rischio dell’assimilazione. La Costituzione (art. 6) prevede la

tutela delle minoranze linguistiche.

- Religione; l’uguaglianza dei cittadini rispetto alla religione è l’aspetto soggettivo del

principio oggettivo della laicità dello Stato. Come lo Stato deve essere equidistante dalle

diverse confessioni religiose, così gli è impedito di stabilire discipline differenziate per chi

ne professa una o un’altra. Allo stesso modo, è vietato assumere le differenze di religione

come criterio discriminante (art. 51). Seconda la Costituzione quindi vi è “uguale libertà di

tutte le confessioni religiose” (art. 8 comma 1) e della loro professione purché siano

conformi al buon costume. L’uguaglianza di religione non esclude che vi siano discipline

speciali dei rapporti tra lo Stato e le diverse confessioni religiose; gli art. 7 e 8 prevedono

infatti accorti particolari e regole differenziate, ovvero dei concordati con la Chiesa cattolica

e delle intere con le altre Chiese. Quindi, a situazioni diverse, regolamentazioni diverse.

- Opinioni politiche; il divieto di discriminazione secondo le opinioni politiche è il

presupposto della democrazia, in particolare nella sua visione pluralista, in quanto modo di

convivenza in cui non esiste una verità ufficiale ma tutti possono argomentare le proprie tesi

e confrontare liberamente le proprie opinioni. L’uguaglianza indipendente dalle opinioni

politiche è dunque principio fondamentale dell’ordinamento democratico. Corollari di

questo aspetto sono l’uguaglianza del voto (art. 48) e il divieto della cosiddetta “morte

civile” (art. 22), secondo cui nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità

giuridica, della cittadinanza e del nome.

- Condizioni personali e sociali; il divieto di discriminazione secondo le condizioni personali

e sociali è uno dei presupposti della democrazia. Di fronte alla legge, ogni persona vale

quanto le altre e, pertanto, sono vietate leggi persona e di privilegio.

Citando la condizione sociale, bisogna chiarire bene a cosa faccia riferimento.

Di ciò, parla il secondo comma dell’art.3 della Costituzione, nel quale viene indicata l’uguaglianza

sostanziale, come visione delle distinzioni legislative orientata alla giustizia sociale.

Le ragioni ragionevoli su cui si basano queste distinzioni sono così caratterizzate: esse devono

tendere a contrastare le cause delle ineguaglianze di fatto, e allora sono necessarie leggi che

distinguano tra gruppi, categorie, classi sociali, per sostenere quelli meno forti. D’altra parte,

l’uguaglianza sostanziale non corrisponde soltanto all’idea di giustizia. Essa è anche la condizione

dell’effettivo godimento dei diritti da parte di tutti. L’art 32 della Costituzione riconosce tale

diritto a tutti.

Sulla base di questa concezione del principio di uguaglianza si giustificano le cosiddette azioni

positive, cioè le azioni politiche a favore di particolari gruppi sociali, particolarmente sfavoriti.

Si tratta di una discriminazione alla rovescia e la legge che tenta di contrastare queste situazioni

sociali sfavorite è una legge anti-discriminazione.

Pur non affermato in modo esplicito dalla Costituzione, la vita è un diritto fondamentale.

Lo Stato politico e le sue autorità si giustificano con la tutela della vita, la quale, nello stato di

natura, è costantemente in pericolo.

Si pensi all’art. 27 che vieta la pena di morte o all’art. 13 comma 4 che vieta violenza fisica o

morale nei confronti dei detenuti (alias, torture).

Quanto precede è chiaro in teoria, ma in pratica nascono i problemi.

In termini giuridici comunque la risposta è sempre che la vita e l’incolumità della persona non sono

mai negoziabili e quindi lo Stato deve fare di tutto, fino all’ultimo, per proteggere tutti.

Ci sono però dei limiti del diritto oltre cui la legge non dovrebbe spingersi; si pensi al caso

dell’eutanasia e del suicidio. Sono entrambi casi in cui la legge dovrebbe riconoscere i suoi limiti

così lasciando spazio alla coscienza.

La vita e la salute sono beni complementari.

Il diritto alla salute è infatti un diritto individuale nel quale però è presente anche l’interesse della

collettività. Il diritto alla salute presenta degli aspetti multipli: è un diritto negativo perché implica

il diritto a che la salute non sia messa in pericolo, ma è anche un diritto positivo perché implica la

pretesa a ottenere la mobilitazione di grandi risorse per finanziare i servizi sanitari.

Si tratta di un diritto individuale e funzionale, perché riguarda l’interesse del singolo come quello

dell’intera collettività. Infine, è un diritto assoluto nel suo aspetto negativo, ma anche relativo nel

suo aspetto positivo che deve misurarsi con le risorse necessarie per soddisfarlo.

Il titolare del diritto alla salute è l’individuo, il quale viene prima della società e quindi ogni

trattamento medico deve avvenire senza violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Al fine di adempiere i doveri nel campo della salute, nel 1978 è stato istituito il Servizio sanitario

nazionale, il quale è organizzato attraverso le Aziende sanitarie Locali, enti di diritto pubblico

regionali con personalità giuridica e autonomia nella loro organizzazione.

Infine, altro corollario del diritto alla salute è il diritto all’ambiente salubre, di cui però la

Costituzione non parla in modo esplicito. Vi è però un’allusione all’art. 9 comma 2, nel quale è

attribuito alla Repubblica il compito della tutela del paesaggio, inteso anche come ambiente

conforme alle esigenze vitali della popolazione.

L’art. 13 delle Costituzione dichiara inviolabile la libertà personale.

Essa consiste nella garanzia contro ogni costrizione arbitraria della persona, in senso fisico e

morale.

La garanzia della libertà personale sta nel fatto che nessuno può essere detenuto, sottoposto a

ispezione o a perquisizione personale arbitrariamente.

È importante vedere come questo diritto viene trattato in materia penale:

- La disciplina dell’arresto; perché l’arresto di una persona sia valido, occorre rispettare due

riserve previste dal secondo comma dell’art.13: una riserva giurisdizionale e una riserva di

legge. Infatti, l’ordine di arresto può avvenire solo da un provvedimento motivato di un

giudice e solo nei casi e nei modi previsti dalla legge. Solamente in casi di urgenza è

ammesso che le forze dell’ordine agiscano di loro iniziativa (caso dell’arresto in flagranza di

reato o quando occorre operare il fermo di indiziati). Tuttavia, tali provvedimenti sono solo

provvisori e occorre che entro le successive 48 arrivi la convalida del giudice; in caso

contrario, il cittadino deve essere rimesso in libertà.

- La carcerazione; la carcerazione può essere preventiva o successiva rispetto alla sentenza

definitiva di condanna da parte del giudice. La carcerazione preventiva è detta anche

custodia cautelare e precede l’accertamento della responsabilità penale compiuto con una

sentenza di condanna definitiva. Essa può essere disposta dal giudice in presenza di gravi

indizi di colpevolezza per evitare la fuga dell’imputato, per evitare che approfitti della

libertà per creare prove false e per impedire che commetta altri reati. Può accadere che una

persona prima sottoposta a carcerazione preventiva venga poi assolta nel processo. Essa

inoltre rischia quindi di ledere il diritto fondamentale del cittadino alla sua libertà e inoltre

può andare contro la presunzione di non colpevolezza (art. 27 comma 2 della Costituzione).

I suoi termini massimi sono previsti dall’art. 13 comma 5 della Costituzione, termini alla

scadenza dei quali l’imputato deve essere messo automaticamente in libertà. I termini,

meglio gestiti dal Codice di procedura penale, variano a seconda della gravità del reato e a

seconda della fase del processo in cui ci si trova.

- I principi costituzionali in tema di pene; primo fra tutti è il divieto di retroattività in

materia penale. Poi, viene sottolineato che anche il peggiore dei criminali sottoposto a pena,

deve essere trattato nel rispetto del principio di umanità e deve comunque essergli

riconosciuta la possibilità di cambiare se stesso e di ritornare alla vita sociale ordinaria. Le

pene infatti devono sempre mirare al recupero del reo per il suo reinserimento nella società

una volta terminato il periodo di espiazione (nel 1975 è infatti stata approvata la cosiddetta

“riforma penitenziaria” per valorizzare la funzione della pena propedeutica all’inserimento

sociale). Inoltre, le pene di minore durata possono essere scontate fuori dal carcere, in

detenzione domiciliare o ai servizi sociali. Queste mitigazioni delle pene sono gestite dalla

magistratura e sono calibrate sul grado di pericolosità dei detenuti.

- L ‘ergastolo; la pena dell’ergastolo non è incostituzionale poiché dopo 28 anni un detenuto

che ha tenuto una buona condotta può essere riammesso alla libertà sotto condizione di non

commettere altri reati.

- La pena di morte; è espressamente vietata dall’art. 27, ultimo comma, della Costituzione.

La ragione più forte contro la pena di morte è di ordine etico.

- Altre restrizioni della libertà: misure di sicurezza e di prevenzione; sono forme di

restrizione della libertà che non sono pene vere e proprie, ma misure di difesa sociale contro

il crimine. Le misure di sicurezza si applicano a persona socialmente pericolose che abbiano

commesso un reato, consistono in restrizioni della libertà e permangono finché dura la

pericolosità sociale. Le misure di prevenzione invece mirano a impedire che il reato venga

commesso, si applicano alle persone sospettate di attività antisociali e le più importanti

consistono nel divieto di soggiorno in un Comune o in una Provincia o nel soggiorno

obbligato in un Comune determinato. Ulteriore forma di restrizione riguarda il caso di

stranieri extracomunitari che violano le norme di ingresso nel territorio nazionale; in questo

caso vengono trattenuti presso appositi centri di identificazioni ed espulsione.

L’art. 14 della Costituzione stabilisce la libertà di domicilio, il quale è inviolabile.

Con domicilio vengono intesi anche la residenza e la dimora.

La disciplina della libertà di domicilio è modellata su quella della libertà personale. Possono però

essere previste speciali limitazioni previste per motivi di sanità e incolumità pubblica oppure per

fini economici e fiscali.

Altro aspetto della libertà fisica è la libertà di circolazione e soggiorno.

L’art. 16 della Costituzione stabilisce che “ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in

qualsiasi parte del territorio nazionale”. L’art. 16 prevede però che la legge in via generale possa

limitare la libertà per motivi di sanità e di sicurezza.

Il secondo comma dello stesso articolo aggiunge la libertà di espatrio, cioè entrare e uscire dal

territorio nazionale, la quale però può essere limitata per assicurare l’adempimento di obblighi

imposti dalla legge o quando è in corso un processo penale o una procedura per l’applicazione di

una misura di prevenzione.

Al diritto di libertà di circolazione e soggiorno è collegato il tema dell’estradizione (art.26), la

quale è uno strumento di cooperazione internazionale nella lotta contro la criminalità. Consiste nella

consegna a uno Stato estero di un individuo, cittadino o non cittadino, che si trova in Italia

(estradizione passiva) o, al contrario, alla consegna allo Stato italiano di un individuo che si trova

all’estero (estradizione attiva). L’estradizione è prevista dalla Costituzione ma con dei limiti: non è

infatti concessa per reati politici e l’Italia, dato il tassativo divieto della pena di morte, non la

concede verso paesi in cui quella pena è prevista per il delitto per il quale l’estradizione è richiesta.

L’art. 15 della Costituzione garantisce la libertà di comunicazione attraverso l’inviolabilità e la

segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione. Si vuole così tutelare la

persona nella sua capacità di relazione con il mondo esterno.

Esistono delle limitazioni, previste per atto motivato dall’autorità giudiziaria con le garanzie

stabilite dalla legge (esempio ne sono le intercettazioni a fini di indagine giudiziaria).

La libertà di comunicazione è un aspetto del cosiddetto diritto alla privacy, un diritto di cui si è

iniziato a parlare con lo sviluppo delle tecnologie informatiche. L’organo chiamato ad applicare la

legge sulla privacy è il Garante per la protezione dei dati personali, una Autorità indipendente dotata

di ampi poteri di accertamento, denuncia, proibizione e controllo. Tutto ciò per garantire che il

trattamento dei dati personali si svolga nel rispetto di diritti e libertà fondamentali e della dignità

delle persone fisiche, soprattutto nel caso dei cosiddetti dati sensibili (origine razziale, convinzioni

religiose, opinioni politiche ecc.).

La libertà di riunione è riconosciuta a tutti i cittadini, i quali possono incontrarsi tra loro per un

qualunque motivo. La riunione è diversa dall’associazione; la prima è un incontro concreto di più

persone faccia a faccia, la seconda è un legame astratto anche tra persone che non si conoscono.

Per potersi riunire non occorre alcune autorizzazione; diverso è il caso delle riunioni in luogo

pubblico, per le quali gli organizzatori devono dare il preavviso all’autorità di pubblica sicurezza

che predisporrà le misure di sicurezza necessarie. Le riunioni in luogo pubblico possono però essere

vietate per comprovati motivi di incolumità e sicurezza pubblica.

Le associazioni sono organizzazioni stabili di più individui che si accordano tra loro per perseguire

stabilmente fini comuni. La vita dell’associazione è regolata dal loro Statuto.

La Costituzione stabilisce i capisaldi del diritto di associazione.

L’art. 18 riconosce a tutti i cittadini il diritto di associarsi liberamente (ma rientra anche nelle

garanzie costituzionali il diritto di non associarsi).

Quanto ai fini delle associazioni, l’art. 18 comma 1 stabilisce il diritto di associarsi per tutti i fini

che “non siano vietati ai singoli dalla legge penale”. Ciò vuol dire due cose: che tutto ciò che è

lecito fare da soli lo si può fare associandosi con altri e che sono vietate le associazioni per

delinquere. Sono inoltre previsti altri due divieti generali (art. 18 comma 2), ovvero le associazioni

segrete, quelle che occultano dei propri elementi costitutivi e che hanno scopi illeciti, e le

associazioni che operano in politica mediante organizzazioni di tipo militare, poiché pericolose e

incompatibili con la democrazia.

Ogni cittadino ha il diritto di costruire una famiglia.

La famiglia è un’unione che ha alla base esigenze vitali fondamentali che uniscono l’esistenza di

più persone. L’art. 29 della Costituzione usa l’espressione società naturale ovvero determinata da

forze naturali, forze che regolano la famiglia.

Vi sono diversi aspetti riguardanti la famiglia:

- Il matrimonio e la famiglia legittima; la famiglia è fondata sul matrimonio (art. 29, comma

1, della Costituzione) il quale può essere civile o religioso. Dall’unione matrimoniale nasce

la cosiddetta famiglia legittima, nella quale un uomo e una donna prendono la posizione di

coniuge.

- L’uguaglianza dei coniugi; uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, nell’ambito

dell’unità della famiglia. Importante è la parità dei coniugi stabilita dalla riforma del diritto

di famiglia del 1975; la moglie e il marito assumono gli stessi diritti e gli stessi doveri.

- La separazione e il divorzio; il matrimonio può essere sospeso con la separazione

personale dei coniugi, la quale può essere consensuale o giudiziale. Non viene eliminato

subito il vincolo del matrimonio ma bisogna aspettare 3 anni dalla separazione per poter poi

procedere in definitiva con il divorzio.

- La famiglia di fatto o naturale; i rapporti familiari senza matrimonio danno luogo alla

cosiddetta famiglia di fatto o naturale. Anch’essa ha un riconoscimento costituzionale

specifico perché in ogni caso i genitori, anche non sposati, hanno il diritto e il dovere di

educare i figli e questi hanno il diritto a una tutela genitoriale. Alcune garanzie tipiche dei

coniugi legittimi, sono state estese anche ai coniugi di fatto, ma comunque con delle

limitazioni, in quanto una coppia di fatto può sciogliersi da un momento all’altro, il vincolo

del matrimonio no. Negli ultimi anni inoltre si è discusso sui diritti delle coppie

omossessuali; essere rientrano nella categoria delle formazioni sociali protette dall’art.2 ma

di per sé non sono riconducibili alla nozione di matrimonio e di famiglia. Ciò non esclude

però che possa essere fatto dal legislatore nell’esercizio della sua discrezionalità.

- La filiazione; il rapporto tra genitori e figli consiste nel diritto-dovere dei genitori di

mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio (art. 30 comma 1).

La filiazione può essere legittima naturale o adottiva.

La Costituzione sembra ignorare la libertà di coscienza.

Eppure fa parte di un’idea costituiva della nostra cultura la convinzione che esista una specie di

organo della coscienza morale che denominiamo per l’appunto coscienza.

Come dichiarato dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, “gli essere umani

sono dotati di ragione di coscienza”, coscienza che è sempre libera e che ha una radice interiore che

poi si manifesta esteriormente come diritto di agire facendo seguire alle proprie convinzioni morali

atti conformi ad essere ed anche come diritto di non essere costretto a compiere atti che le

contraddicano.

Come il diritto alla vita, senza il quale nessuno diritto particolare avrebbe senso, così è per la libertà

di coscienza, senza la quale nessun’altra libertà avrebbe senso.

Talora, la coscienza può porsi contro le istituzioni in casi in cui l’individuo si trova in un conflitto

tra doveri di ubbidienza (obbedire alla legge o alla propria coscienza? Esempio ne è il caso

dell’aborto).

Ogni individuo inoltre ha il diritto a che la sua identità sia riconosciuta, rispetta e non alterata.

Si tratta del diritto all’identità personale dal punto di vista passivo.

Ancora una volta il suo fondamento è nei diritti inviolabili citati nell’art. 2 della Costituzione.

Sono citati il:

- Diritto al nome (art. 22).

- Diritto all’identità sessuale.

- Diritto all’immagine ovvero alla rappresentazione veritiera.

- Diritto all’onore e alla reputazione ovvero a non sottostare a denigrazione e diffamazione.

- Diritto di rettifica delle false rappresentazioni.

- Diritto al decoro, alla rispettabilità, alla riservatezza e all’intimità.

Capitolo 3 - Diritto ed economia

Lo Stato sociale tende a:

- Potenziare i diritti dei lavoratori di fronte agli imprenditori.

- Sottoporre a particolari limiti i diritti degli imprenditori.

Lacuna presente però è il fatto che i consumatori non ricevono invece alcuna specifica tutela

costituzionale.

La Costituzione invece riconosce ai lavoratori diritti individuali e diritti di organizzazione e di

azione economica. Il primo diritto dei lavoratori è il diritto di lavoro (art. 4 comma 1) ed è infatti

compito della Repubblica tutelare il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni, in quanto presente

una politica economica statale rivolta all’espansione del sistema economico e alla creazione di posti

di lavoro.

Quanto ai singoli lavoratori, viene garantita l’assunzione al lavoro senza discriminazione,

soprattutto politiche o sindacali. A questo fine era stato instituito in passato un sistema di liste di

collocamento (tenute dagli appositi Uffici di collocamento). Col tempo il ruolo di questi uffici, poi

denominati Centro per l’Impiego, è stato gradualmente ridotto.

Importanti sono norme a favore degli invalidi, le quali ne stabiliscono l’assunzione obbligatoria da

parte delle imprese di una certa dimensione e da parte dell’amministrazione dello Stato.

Negli ultimi anni importante è stato anche il crescente fenomeno della cosiddetta flessibilità del

mercato del lavoro, vale a dire l’introduzione di una serie di strumenti contrattuali che hanno reso

molto più debole e precaria di un tempo la posizione del lavoratore nei confronti del datore di

lavoro.

Una riforma del 2014 ha agevolato infatti il ricorso ai contratti a tempo determinato, la cui durata è

stata innalzata da uno a tre anni ed è stato eliminato l’obbligo di motivare la decisione di non

ricorrere al contratto a tempo determinato.

A parte resta anche il contratto di apprendistato, volto a favorire la formazione dei giovani nelle

prime fasi della loro esperienza lavorativa a fronte di una retribuzione ridotta.

Gli articoli 36 e 37 della Costituzione disciplinano il rapporto di lavoro.

L’articolo 36 comma 2 prevede che la legge determini l’orario di lavoro (8 ore al giorno) e le pause

di riposo settimanali. Tali periodi di pausa devono essere retribuiti e il lavoratore non può

rinunciarvi.

Inoltre, l’articolo 37 prevede particolari tutele per le categorie più deboli, ovvero donne e minori.

Vengono infatti abolite le discriminazioni nei confronti delle lavoratrici-madri e le modalità

pericolose per lo svolgimento del lavoro da parte dei minori.

La previsione costituzionale più importante riguardante questo tema è sicuramente il diritto a una

retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto e in ogni caso sufficiente

ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa a sé e alla propria famiglia (art. 36 comma 1).

In caso di infortunio, malattia, invalidità, vecchiaia o disoccupazione, l’art. 38 comma 2 prevede

che vengano “assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita”, riflesso di un sistema

previdenziale.

Due sono i punti da sottolineare in questo aspetto:

- I lavoratori stessi partecipano, attraverso le contribuzioni, alla creazione delle risorse

necessarie a far fronte alle ingenti spese che gravano sul sistema previdenziale.

- I lavoratori titolari di un contratto a tempo indeterminato sono maggiormente tutelati rispetto

a tutti gli altri specialmente in caso di disoccupazione involontaria.

Altro aspetto è l’assistenza sociale (art. 38 comma 1) che provvede a tutelare gli indigenti e gli

inabili al lavoro.

Negli ultimi anni in Italia si è posto il problema del cosiddetto reddito di cittadinanza; si tratta di

un istituto presente in tutta Europa, ma non in Italia, basato sulla fissazione di una sogli minima

reddituale che deve essere garantita a tutti in cambio dello svolgimento di un lavoro o di un’attività

socialmente utile.

Una speciale garanzia dei lavoratori è contenuta nello Statuto dei lavoratori (legge n. 300 del

1970), la quale riguarda i diritti fondamentali all’interno dell’organizzazione dell’impresa,

conformemente all’esigenza indicata nell’art. 41 della Costituzione ovvero che l’attività economica

non può svolgersi “in modo da recar danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana”.

Una legislazione particolare, detta anti-infortunistica, si preoccupa poi della sicurezza e della salute

sui luoghi di lavoro. Le Direzioni territoriali del lavoro controllano il rispetto delle precauzioni

contro gli infortuni e le ASL vigilano sul rispetto della salute dei lavoratori.

Prima della Costituzione vi era l’assenza di stabilità nei rapporti di lavoro, in quanto il datore

poteva licenziare un suo dipendente a suo piacimento. Con la Costituzione, ciò è stato eliminato.

Con lo Statuto dei lavoratori il licenziamento è ammesso solo in due casi:

- Per giusta causa; quindi per comportamenti del dipendente molto gravi.

- Per giustificato motivo; quindi per ragioni economiche obiettive che impongono la

riduzione del personale.

In ogni caso il lavoratore licenziato poteva chiedere l’intervento del tribunale-giudice del lavoro per

controllare la sussistenza delle ragioni che giustificano il licenziamento. In caso di licenziamento

illegittimo, il lavoratore doveva essere automaticamente reintegrato nel posto di lavoro, oltre che

risarcito.

I lavoratori hanno altresì dei diritti collettivi. Lo Stato sociale afferma l’esigenza che il mondo del

lavoro si organizzi per difendere e promuovere più efficacemente i propri diritti.

La forza economica del datore di lavoro deve essere equilibrata dalla forza del numero dei

lavoratori, forza da loro esercitata attraverso il sindacato e lo sciopero.

Il sistema sindacale è caratterizzato da associazioni totalmente libere alle quali sono attribuiti

poteri molto importanti. In primo luogo, essi operano all’interno delle strutture produttive attraverso

i Consigli di fabbrica. Queste strutture, sempre più ampie, confluiscono nelle grandi confederazioni

sindacali (CGIL, UIL, CISL, ecc.) o anche in sindacati autonomi (Cobas).

Ai sindacati maggiormente rappresentativi è attribuito il potere di designare i loro rappresentanti in

numerosi enti pubblici.

Il potere sindacale più importante è sicuramente quello di stipulare contratti collettivi di lavoro.

L’art. 39 della Costituzione stabilisce le regole della contrattazione: i sindacati possono accedere

alla registrazione presso gli uffici pubblici che conferiscono loro la personalità giuridica necessaria

per stipulare contratti collettivi di lavoro con “efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle

categorie alle quali il contratto si riferisce”.

La Costituzione riconosce il diritto di sciopero, senza incorrere in sanzioni da parte del datore di

lavoro. Il significato di sciopero è stato anche allargato a quello di sciopero politico, ovvero che ha

come controparti lo Stato e i suoi organi e che viene usato per ottenere misure favorevoli alla

promozione delle condizioni generali dei lavoratori.

Esistono infatti degli interessi fondamentali della collettività con i quali il diritto di sciopero deve

essere totalmente coordinato.

Per molti anni però è mancata una legge di regolamentazione dello sciopero. Ci si accontentava di

una autoregolamentazione, consistente in un accordo tra i sindacati stessi sull’uso responsabile del

diritto di sciopero. Nel 1990 viene però approvata una legge di regolamentazione.

Essa stabilisce innanzitutto quali sono i servizi pubblici essenziali, settori nei quali il diritto di

sciopero può essere esercitato purché i lavoratori si organizzino per fornire comunque le prestazioni

minime indispensabili (la sanità, l’igiene pubblica, la protezione civile, ecc.). In caso contrario, ci

può essere la precettazione da parte del Governo, cioè l’ordine obbligatorio ai lavoratori di recarsi

al lavoro. Sul rispetto della legge vige un’Autorità indipendente, la Commissione di garanzia

dell’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali.

I diritti degli imprenditori riconosciuti dalla Costituzione sono:

- Proprietà (art. 42).

- Iniziativa economica (art. 41).

Il diritto di proprietà è quello dei cosiddetti beni economici o mezzi di produzione. Il primo comma

dell’art. 42 indica che la proprietà può essere pubblica o privata.

All’art. 43 invece la Costituzione prevede che lo Stato possa escludere le imprese private e

sostituirle con il proprio monopolio; ciò deve avvenire a fini di unità statale quando si tratti di

imprese aventi carattere di preminente interesse generale. I casi indicati dalla Costituzione sono

quelli delle imprese che:

- Svolgono servizi pubblici essenziali.

- Producono fonti di energia.

- Operano di fatto in regime di monopolio.

L’esclusione dei privati può anche avvenire in due modi:

- Riservando fin dall’inizio allo Stato quelle attività.

- Espropriando i privati che già operino in tali settori, salvo naturalmente la necessità di

indennizzarli della perdita subita.

Un’altra forma di presenza dello Stato nell’economia è rappresentata della partecipazione statale

al capitale di normali società per azioni disciplinata dal Codice civile. Lo Stato è capitalista e si

comporta come un investitore privato.

In presenza dello Stato, l’economia negli ultimi anni ha prodotto una reazione. Attraverso la

privatizzazione è stata rimessa sul mercato azionario molta parte delle partecipazioni statali.

Limiti della presenza dello Stato nell’economia vengono dall’UE, che vieta ogni forma di aiuto di

Stato suscettibile di alterare la libera concorrenza tra le imprese europee a favore dell’autonomo

svolgersi delle dinamiche di mercato.

La Costituzione riconosce la proprietà privata ed enuncia il programma di renderla accessibile a

tutti (art. 42 comma 2). La proprietà privata ha anche una funzione sociale, in quanto offre molte

garanzie e agevolazioni. Nella proprietà privata convivono l’interesse del singolo individuo e della

collettività. Per casi previsti dalla legge per “pubblica utilità”, è prevista l’espropriazione di un

bene, ovvero il passaggio di proprietà dal titolare a un altro soggetto, solitamente un ente pubblico.

Colui che perde la proprietà è ovviamente risarcito, e l’indennizzo consiste in una somma di denaro

che viene pagata in cambio della proprietà sottratta, e quindi dovrà essere una somma congrua.

Dove non si giunga all’espropriazione e la proprietà privata sia riconosciuta, la legge può stabilire

vincoli e limiti al godimento del bene da parte del proprietario quando l’interesse pubblico lo esige.

Ai privati è anche riconosciuta la libertà di iniziativa economica subordinata all’interesse

pubblico. In particolare la libertà di iniziativa economica:

- Non può svolgersi contro l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla

libertà o alla dignità umana.

- Deve essere programmata e a fare ciò è la legge, la quale “determina i programmi e i

controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere

indirizzata e coordinata a fini sociali”.

La programmazione non deve essere coercitiva. Il coordinamento tra le esigenze pubbliche e private

si ha soprattutto attraverso la politica degli incentivi la quale consiste nel favorire gli investimenti

rendendoli economicamente vantaggiosi o svantaggiosi, prevedendo sgravi fiscali o finanziamenti

agevolati.

Ricapitolando quanto detto, vi sono tre linee di tendenza economica principali:

- La drastica riduzione del ruolo dello Stato quale attore e regolatore nel campo dei rapporti

economici.

- La desindacalizzazione dei rapporti tra lavoratori e datori di lavoro a favore della

contrattazione di prossimità.

- La tendenziale liberalizzazione dei rapporti di lavoro.

Sono tre profili distinti che però tengono insieme una comune visione ispirata verso una concezione

liberista dell’economia.

Capitolo 4 - Diritto e cultura

La cultura è il fattore spirituale che tiene insieme una moltitudine d’esseri umani che, insieme,

formano una società. Senza cultura non vi è società.

La società però non è una mera somma di molti rapporti concreti, di persone che si conoscono. È

un insieme di rapporti astratti di persone che si riconoscono come facenti parte d’una medesima

cerchia umana, senza che gli uni nemmeno sappiano chi gli altri siano.

Riconoscersi senza conoscersi è condizione d’esistenza d’ogni società fatta di grandi numeri. A

tenere tutti insieme e a farne un’unità possono esserci sentimenti, affetti, interessi. Spesso questo

punto di convergenza spirituale tra sconosciuti si esprime in simboli come nel caso dell’Italia, il cui

simbolo è il tricolore (art. 12).

Le culture sono le più varie e a questo proposito occorre distinguere la cultura che viene imposta

dall’alto, detta ex parte potestatis, e la cultura che sorge dal basso, detta ex parte societatis. La

prima è una forza di oppressione, la seconda invece è una forza di liberazione.

Lo statuto costituzionale della cultura è la sua libertà (art. 33 comma 1).

La Costituzione si ispira a una tradizione della cultura non materialistica che ne preserva la

funzione autonoma, che la vuole libera e non conforme a ciò che i ‘potenti’ si aspettano da lei.

La cultura dunque ha una sua funzione e una sua responsabilità sociale, ma bisogna che sia libera.

La libertà della cultura implica la libertà di opinione e di manifestazione del pensiero.

Deve esistere l’opinione pubblica la quale si formi e si modifichi attraverso il libero concorso,

confronto e scontro delle idee. Senza l’opinione pubblica, non vi è né libertà né democrazia.

L’art. 21 della Costituzione infatti proclama il diritto di tutti di “manifestare liberamente il proprio

pensiero, con la parola, con lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

Vi devono comunque essere dei limiti necessari a salvaguardare esigenze altrettanto importanti

come l’onore e la reputazione altrui, o la sicurezza dello Stato. La loro violazione può portare al

risarcimento della persona offesa o addirittura alla sanzione penale.

In particolare:

- Non si può offendere la dignità di altre persone.

- Non si può violare il diritto alla riservatezza diffondendo notizie che riguardano aspetti

privati della vita di altre persone (sempre che non si tratti di “persone pubbliche”).

- Non si possono rivelare notizie segrete la cui divulgazione nuocerebbe alla sicurezza

dello Stato e al buon funzionamento dei suoi organi. Il segreto di Stato è infatti un male

necessario ai fini della sicurezza pubblica. Vi è anche il segreto d’ufficio, riguardante i

pubblici dipendenti per tutelare la loro attività, il segreto investigativo, per le indagini

prima di un processo, e il segreto istruttorio, riguardante le attività d’indagine dopo

l’apertura della prima fase del processo.

- Non sono ammesse le manifestazioni del pensiero contrarie al buon costume (art. 21).

Unica eccezione è fatta per le manifestazioni artistiche o scientifiche (art. 33 comma 1).

La libertà di manifestazione del pensiero è esercitata attraverso potenti mezzi di comunicazione di

massa, i cosiddetti mass media. Il secondo comma dell’art. 21 fa divieto di sottoporre la stampa ad

autorizzazioni e censure, cosa tipica durante gli anni del fascismo.

Può però accadere che “a mezzo di stampa” si commettano dei reati ed infatti il terzo comma

dell’art. 21 in questi casi prevede il sequestro della stampa periodica. La disciplina del sequestro

è molto rigorosa; prevede una riserva di giurisdizione e una riserva di legge. Il sequestro può essere

disposto solo da un giudice con atto motivato e nei soli casi in cui la legge sulla stampa lo autorizza.

La piena libertà di stampa inoltre non autorizza l’anonimato, pertanto tutte le pubblicazioni

devono portare il nome e il domicilio dello stampatore, dell’editore e quelle periodiche anche del

direttore responsabile del giornale. L’art 21 comma 4 prevede che in casi di assoluta urgenza, il

sequestro può essere eseguito da ufficiali giudiziari anche prima dell’autorizzazione del giudice, che

però lo deve convalidare entro 24 ore, se no può tornare in stampa.

L’informazione presenta un aspetto passivo, il diritto a essere informati.

La Costituzione non proclama espressamente il diritto a essere informati, ma ha comunque voluto

realizzarlo attraverso il diritto di informare riconosciuto a tutti.

Il sistema dell’informazione si basa su una informazione veritiera e sul pluralismo, strumento della

libertà di essere informati.

Unico limite di questo pluralismo sono le risorse finanziarie ed infatti esiste il potere concentrato

nelle mani di pochi privilegiati per ragioni finanziarie ed anche tecniche.

Per questo motivo vi è la necessità di discipline, eliminando le posizioni privilegiate, rendano

effettivo e diffuso il diritto a essere informati.

Il legislatore è intervenuto più volte prevedendo misure per garantire il pluralismo della stampa e la

trasparenza della proprietà. La trasparenza è un’esigenza importante di cui parla l’art. 21 comma

5.

Secondo la legge vigente:

- Sono vietate le posizioni dominanti.

- L’acquisto delle imprese editoriali o di quote azionarie deve essere pubblico e i bilanci

devono essere fatti in modo da permettere la conoscenza dei reali proprietari.

- Sul rispetto di queste regole vigila l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni

(Agcom), un’autorità indipendente che segnala eventuali violazioni alla magistratura.

Nonostante ciò, il fenomeno delle concentrazioni della stampa prosegue e le testate vengono

acquistate da gruppi finanziari sempre più potenti e ristretti.

Il mondo della stampa dunque è sempre di più nelle mani del grande capitale.

La regolamentazione del settore radiotelevisivo è contenuta nella legge Gasparri del 2005 le cui

norme principali riguardano:

- Principi generali in materia di informazione; viene stabilito che l’attività d’informazione

radiotelevisiva rappresenta un servizio d’interesse generale. Deve dunque garantire la

presentazione veritiera dei fatti in modo da favorire la libera formazione delle opinioni (ad

esempio l’accesso ai soggetti politici è garantito in condizioni di parità di trattamento e di

imparzialità).

- La tutela della concorrenza e del mercato; la legge affida alla competente Autorità

indipendente il compito di assicurare il pluralismo nel sistema integrato delle comunicazioni

e nei mercati che lo compongono.

- La cosiddetta “privatizzazione” della Rai; la quale è sottoposta al controllo di una

Commissione parlamentare di vigilanza ed è finanziata con gli introiti pubblici attraverso il

“canone”, una vera e propria tassa.

Fino agli anni ’70 infatti vi era il monopolio pubblico, ovvero le trasmissioni radiotelevisive erano

consentite su scala nazionale solo alla Rai. Una sentenza del 1974 cambiò questa situazione e

riconobbe ai privati il diritto di effettuare trasmissioni radiotelefoniche e televisive sul piano locale

per consentire un pluralismo interno dell’informazione.

In un primo momento però di creò una situazione di duopolio; la Rai da una parte e la Fininvest,

polo televisivo privato, dall’altra. Col tempo questa situazione di duopolio scomparì lasciando posto

alla libera concorrenza.

Nel campo del cinema e del teatro, una legge del 1962 prevede la censura preventiva dei film e

degli spettacoli teatrali. Essa infatti può vietarne la visione ai minori di 14 o 18 anni, può negare il

nulla-osta alla sua proiezione o eliminarne determinate scene.

Altra libertà fondamentale è la libertà di religione.

I principi generali di questa libertà sono presenti negli articoli 19 e 8 della Costituzione.

L’articolo 19 riconosce a tutti il diritto di “professare liberamente la propria fede religiosa, farne

propagande e di esercitarne il culto in privato o in pubblico, purché non si tratti di riti contrari al

buon costume”.

L’articolo 8 invece stabilisce che “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla

legge”. Si hanno poi norme particolari a seconda che si tratti della Chiesa cattolica o delle altre

Chiese, ovvero altre confessioni religiose.

Per quanto riguarda la Chiesa cattolica i concordati esprimono la rinuncia dello Stato a regolare da

solo le cosiddette materie mistiche, quelle materie che lo Stato stesso riconosce essere d’interesse

sia proprio che della Chiesa. Dopo secoli di lotte tra Stato e Chiesa, si è arrivati a una situazione di

equilibrio proprio grazie a questi concordati.

I rapporti tra Stato e Chiesa cattolica sono previsti dall’art. 7 della Costituzione e i loro rapporti

sono tra soggetti reciprocamente indipendenti.

Questo carattere di compromesso però ha alimentato numerose critiche; i cattolici contro il

concordato sostengono infatti che si tratta di una rinuncia alla sovranità dello Stato a vantaggio

della parte cattolica della società, che si tratta di uno strumento che porta dei privilegi e che così i

cittadini cattolici possono avere un doppio peso politico. In risposta, coloro favorevoli al

concordato, dicono che vi è una storia differenza tra Stato e Chiesa e che tale deve rimanere, e che

si tratta solamente di facilitare l’azione della Chiesa e la pratica religiosa dei fedeli, la quale è un

diritto inviolabile.

Tra i privilegi della Chiesa cattolica ricordiamo:

- Il regime particolare del matrimonio.

- Il trattamento fiscale di favore dei beni della Chiesa.

- L’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche.

- Il finanziamento delle attività della Chiesa attraverso il cosiddetto “otto per mille”.

Il secondo comma dell’art. 7 stabilisce che i rapporti tra Stato e Chiesa sono regolati dai Patti

lateranensi del 1929, patti che ormai sono entrati a far parte dell’ordinamento costituzionale benché

debbano sempre essere conformi ai principi supremi della Costituzione e quindi da essa controllati.

In caso di eventuale modifica dei Patti:

- Se vi è accordo con la Chiesa, essi possono essere modificati tramite legge ordinaria.

- Se non vi è accordo con la Chiesa, occorre usare il procedimento della revisione

costituzionale per evitare di creare una situazione di incostituzionalità.

Alle confessioni religiose diverse da quella cattolica, l’articolo 8 comma 2 riconosce il diritto di

organizzarsi secondo propri statuti purché non in contrasto con l’ordinamento giuridico statale.

La legge dello Stato deve essere preceduta da intese vincolanti tra il Governo e i rappresentanti di

tali Chiese; si tratta di un procedimento di intese iniziato nel 1984 e in tali intese vengono regolate

materie di interesse comune spesso sulla falsariga di quanto già stabilito nel concordato con la

Chiesa.

Altro rilevante servizio pubblico è quello che consente il diritto all’istruzione.

Lo Stato ha infatti assunto l’istruzione come compito proprio attraverso un sistema di scuole

pubbliche. L’art. 33 comma 2 della Costituzione afferma che “la Repubblica detta le norme generali

sull’istruzione e istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi”. Non deve tuttavia esistere una

cultura di Stato in quanto ci è la libertà di insegnamento e di apprendimento.

Il principio di libertà nella scuola comporta una serie di diritti e di libertà degli insegnanti ma anche

diritti degli studenti e dei genitori di avere un insegnamento scientificamente adeguato. Si tratta di

un equilibrio difficile tra diritti e doveri.

L’istruzione è un diritto ma è anche un dovere; l’art. 34 comma 2 prevede che l’istruzione inferiore,

gratuita e obbligatoria, sia impartita per almeno 8 anni (“scuola dell’obbligo”).

Oltre a ciò, la Costituzione prevede anche che i capaci e i meritevoli, anche si privi di mezzi,

possano raggiungere livelli più alti di studio attraverso le borse di studio, gli assegni alle famiglie,

ecc.

Col tempo poi anche l’istruzione superiore è stata aperta a tutti, riducendo notevolmente le tasse

scolastiche. Manca però ancora oggi una regolamentazione adeguata che eviti le ingiustizie e

permetta selezioni ragionevoli dei più meritevoli.

L’art. 33 comma 3 della Costituzione prevede l’esistenza di scuole private.

Le scuole private possono essere:

- Confessionali; in grande maggioranza gestite dalla Chiesa e quindi con una formazione

specifica conforme a una particolare concezione morale della vita e della cultura.

- Commerciali; gestite da imprenditori privati senza alcun particolare orientamento

ideologico ma più con finalità speculative.

- Associative; organizzate da famiglie secondo i propri orientamenti culturali.

Alle scuole private che assicurino un livello di insegnamento analogo a quello delle scuole

pubbliche è attribuita la parificazione, cioè il diritto di rilasciare titoli di studio equivalenti a quelli

delle scuole pubbliche.

Tra le scuole pubbliche e quelle private vi è da sempre una contrapposizione; lo Stato per superarla

con una legge del 2000 ha imposto la creazione di un unitario sistema nazionale di istruzione nel

quale dovrebbero trovare posto tanto la scuola pubblica quanto quella privata, ormai detta paritaria.

Capitolo 5 - Diritti e politica

Considerando il carattere democratico del sistema costituzionale italiano, i diritti che riguardano

l’attività politica sono innanzitutto:

- Diritto di voto (art. 48).

- Diritto di associazione in partiti politici (art. 49).

Il nostro sistema di decisione politica è basato su un’idea di democrazia indiretta, ovvero le

decisioni non sono attribuite direttamente ai cittadini, ma sono rimesse a soggetti da loro eletti a

rappresentarli. Casi di democrazia diretta sono invece il referendum (art. 75.) e le petizioni (art.

50).

Le elezioni sono dunque la molla da cui si sprigiona l’energia che mette in moto tutto il

meccanismo costituzionale e quindi, abolire o sospendere le elezioni, equivarrebbe a distruggere la

democrazia.

L’elettorato si divide tra elettorato attivo ed elettorato passivo.

Col primo si indica il diritto di essere elettore, con il secondo invece il diritto di essere candidato

alle elezioni. Secondo la Costituzione (art. 48) il voto è:

- Universale; sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore

età (eccezioni fa l’elezione del Senato per la quale bisogna aver compiuto 25 anni).

L’esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all’estero è stato recentemente (l. cost. 1

del 2000 e l. 1 del 2001) integrato con il comma 3 dell’art. 48, il quale riconosce anche la

possibilità di votare dall’estero per il referendum.

- Personale; ovvero ciascun elettore deve far uso di persona del suo diritto e non può

delegarlo ad altri.

- Uguale; ovvero il voto di ciascuno vale quanto quello di tutti gli altri.

- Libero e segreto; ovvero non deve essere possibile sapere come ciascun elettore ha votato e

ciò significa garanzia di libertà dalle pressioni esterne.

L’art. 48, ultimo comma, consente alla legge di privare del diritto di voto i soggetti che si trovano in

particolari situazioni; esse sono:

- Incapacità civile; coloro che, con l’accertamento di un giudice, sono dichiarati totalmente o

parzialmente incapaci di provvedere a sé stessi, hanno delle limitazioni del diritto di voto.

- Condanna penale irrevocabile; in questi casi è prevista l’interdizione o la proibizione delle

attività pubbliche.

- Indegnità morale; nel caso di sospetti delinquenti sottoposti a misure di prevenzione, viene

loro negato il diritto di voto per difendere l’onorabilità delle istituzioni rappresentative.

È bene sottolineare che in ogni caso è sempre impossibile negare il diritto di voto per motivi

politici.

Punto importante dell’attività politica è riequilibrare il rapporto tra generi.

La l. cost. 1 del 2003 ha modificato l’art. 51, comma 1, stabilendo che “tutti i cittadini dell’uno o

dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di

uguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”.

La Repubblica infatti promuove fortemente le pari opportunità tra uomini e donne.

Ad esempio, nelle realtà regionali, sono state introdotte le cosiddette quote rosa, ovvero una

percentuale fissa di candidature (non per forza di eletti) di sesso femminile per gli organi

amministrativi delle regioni.

Il voto oltre essere un diritto è anche un dovere civico, in quanto partecipazione alla vita pubblica

dello Stato. Chi non vota però non va incontro ad alcuna sanzione ed è infatti consentita

l’astensione al voto, fenomeno ormai sempre più diffuso, segno dell’indebolimento della

democrazia.

Oltre all’elettorato attivo, anche quello passivo può essere limitato in alcune circostanze:

- Ineleggibilità; situazione di colui che non può essere eletto. Prevista dall’art. 65, può avere

varie motivazioni come ad esempio per evitare un’eccessiva continuità nelle cariche

ricoperte o per impedire che si possa influire sugli elettori per mezzo dei poteri di cui si

dispone.

La ragione dell’ineleggibilità ha fino a 180 giorni dalla scadenza delle Camere per poter

valere ed essa vale sia per le elezioni dei deputati che per quella dei senatori.

- Incandidabilità; situazione di colui che non può essere inserito nelle liste dei canditati alle

lezioni. Le cause non possono essere rimosse entro un certo termine prima delle elezioni. Si

tratta di casi di delitti particolarmente gravi che possono aver portato a una pena superiore a

due anni di reclusione.

- Incompatibilità; situazione di colui che non può ricoprire contemporaneamente due diverse

cariche pubbliche. Deve dunque decidere quale carica preferisce mantenere (la cosiddetta

opzione); nel caso non lo faccia spontaneamente, interverrà la legge.

La democrazia italiana si svolge mettendo in relazione gli elettori con le istituzioni.

A far da tramite sono i partiti politici, associazioni con la funzione di raccogliere i voti dagli

elettori e di agire attraverso i propri membri all’interno degli organismi costituzionali.

L’art. 49 della Costituzione riconosce a tutti i cittadini il “diritto di associarsi liberamente in partiti

per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

I partiti si raccolgono e organizzano in coloro che hanno le stesse idee politiche e intendono unirsi

per farle valere in modo efficace. Sono associazioni, formalmente private, indispensabili al

funzionamento della democrazia rappresentativa in quanto assumono un importante rilievo

pubblico.

I loro compiti tipici sono:

- Organizzare politicamente i cittadini, tramite proposte politiche e, sulla base di queste,

chiedendo adesioni e voti.

- Selezionare i candidati per le elezioni.

- Organizzare le attività degli eletti.

- Mantenere vivo il collegamento tra gli eletti e gli elettori.

Dal punto di vista della natura giuridica, i partiti ricadono nelle associazioni non riconosciute, e per

questo su di loro non si esercitano controlli della pubblica autorità.

Tuttavia, essi hanno l’esigenza di un finanziamento pubblico che possa integrare quanto da essi

raccolto attraverso le quote d’iscrizione e i contributi privati.

A partire dal 1974 si è molto discusso sulla questione del finanziamento pubblico o di quello

privato.

Una legge del 2014, ultima per ora sulla questione, ha abolito ogni forma di finanziamento

pubblico dei partiti sostituendolo con un sistema di finanziamento privato basato su donazioni in

regime fiscale agevolato e sulla destinazione volontaria a un partito del 2 per mille dell’imposta sul

reddito delle persone. Tutto ciò è però accompagnato da controlli e obblighi di rendicontazione

gravanti sui partiti al fine di controllare le loro entrate e le loro uscite. I rendiconto sono infatti

sottoposti alla certificazione di una società di revisione di bilanci, tutto ciò per poter assicurare la

trasparenza in questa materia.

Connessa alla situazione finanziaria, è quella della loro regolamentazione.

La loro regolamentazione si deve basare su un metodo democratico, ovvero una modalità d’azione

che possa democraticamente determinare la politica nazionale.

Ancora oggi la questione della regolamentazione è tornata in auge e vi sono ancora dei punti da

regolare, punti che riguardano:

- Le procedure per la selezione dei dirigenti e per l’elaborazione delle politiche e quindi la

difesa dei diritti degli iscritti contro gli abusi delle burocrazie interne.

- La gestione delle risorse.

- Le procedure per la designazione dei candidati alle elezioni, procedure che devono essere

democratiche e trasparenti.

- I metodi per la scelta delle persone da indicare per l’assunzione d’incarichi pubblici al fine

di scongiurare le indebite ingerenze politiche nell’amministrazione.

La legge inoltre indica che possano accedere al finanziamento solo le formazioni politiche dotate di

uno Stato che inoltre indichi:

- Numero, composizione e retribuzione degli organi del partito, nonché la modalità della

loro elezione e la durata degli incarichi.

- La cadenza delle assemblee congressuali.

- Le procedure di approvazione degli atti che impegnano il partito.

- I diritti e i doveri degli iscritti e le modalità di partecipazione alle attività del partito.

- Gli strumenti di tutela delle minoranze.

- Le modalità di selezione delle candidature per le elezioni.

- Le regole che assicurano la trasparenza.

Interessante è il termine partitocrazia, con il quale si allude al cambiamento dei partiti politici che

si trasformano col tempo in macchine del potere mettendo da parte le loro esigenze primarie.

È una situazione nella quale i partiti mettono da parte i loro interessi e pensano solamente ad

accrescere il loro potere, il qual è acquisito sempre di più attraverso la corruzione e il clientelismo.

Capitolo 6 - Doveri

Accanto ai diritti dei cittadini sono presenti i doveri.

Si ha un diritto in quanto si ha anche un dovere. Vi sono altri casi in cui i doveri invece sono

imposti in assoluto dallo Stato come condizione della sua stessa esistenza.

I doveri sono la situazione ineliminabile in cui si trovano i singoli nei confronti dello Stato.

Ma che cosa si intende dicendo che i doveri sono verso lo Stato?

Vuol dire che i doveri sono stabiliti a vantaggio dello Stato, e quindi, a vantaggio dell’intera società.

Si sottostà a doveri perché è ciò che è nell’interesse di tutti, anche di noi stessi.

In alcuni i casi, esempio le norme del codice Penale, i doveri possono essere imposti dallo Stato in

base ai propri ordinari poteri, anche se non trovano alcuna base costituzionale.

Uno dei primi doveri del cittadino si trova all’art. 54, il quale diche che “tutti i cittadini hanno il

dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi”.

In generale, la Costituzione si occupa dei doveri presupponendo esistente il potere dello Stato di

imporli. Se ne occupa in tre casi:

- Dare una particolare direzione a tali doveri (art. 2).

- Prevedere delle garanzie a favore dei singoli (art. 23).

- Porre dei principi particolari in relazione a specifici doveri (dovere di prestare servizio

militare all’art. 52 e dovere tributario all’art. 53).

Il significato generale che assumono i doveri è sintetizzato nell’art. 2 della Costituzione il quale

richiede “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

Ogni dovere dunque corrisponde a una funzione di progresso materiale o spirituale della società.

La Costituzione quindi richiede ai propri cittadini di assumere un atteggiamento attivo nei confronti

della propria esistenza non solo individuale, ma anche collettiva.

L’art. 23 della Costituzione prende in considerazione i doveri personali e i doveri patrimoniali.

Esso stabilisce una generale riserva di legge: “nessuna prestazione personale o patrimoniale può

essere imposta se non in base alla legge”. Dunque, vale sempre il principio di legalità, il quale

garantisce il consenso di coloro che subiscono l’imposizione di doveri.

La specificazione di ciò dovrà poi essere fatta dall’autorità amministrativa, al quale un singolo può

ricorrere se non viene rispettata la legge. Se ciò viene accertato, potrà richiedere l’annullamento

dell’imposizione.

L’art. 52 della Costituzione stabilisce che la difesa della Patria è un sacro dovere del cittadino e

che il servizio militare è obbligatorio nei limiti e nei modi stabiliti dalla legge.

Il servizio militare è una prestazione di natura personale a favore dello Stato, pertanto deve

svolgersi sempre nel rispetto del principio di legalità.

La difesa della Patria e il servizio militare sono due concetti collegati ma distinti.

Il primo è un dovere generale che riguarda i cittadini senza alcuna distinzione; assume rilievo in

tempo di guerra come in quello di pace.

Il secondo riguarda solamente coloro che sono chiamati alle armi ed è obbligatorio “nei limiti e

nei modi stabiliti dalla legge”. L’obbligo del servizio vi è in due casi:

- Qualora sia deliberato lo stato di guerra ai sensi dell’art. 78.

- Qualora vi sia una grave crisi internazionale.

Dal 2005 è stata abolita la leva militare, sostituita con un servizio militare volontario in ferma

prefissata. Inoltre, colui sottoposto a servizio militare, può tramutarlo in servizio civile presso

l’Ufficio per il servizio civile nazionale, se si appella all’obiezione di coscienza nei confronti della

guerra e della violenza.

Le Forze armate dunque possono essere impiegate principalmente solo per finalità difensive, come

stabilito dall’art. 11 e, in base all’art. 52, “l’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito

democratico della Repubblica”.

Esse dipendono dal potere politico, sono al servizio della Repubblica e capo vi è il Presidente della

Repubblica. Inoltre però la loro responsabilità politica di fronte al Parlamento grava sul ministro

della Difesa, mentre le decisioni di maggiore importanza sono prese dal Consiglio supremo di

difesa, organo sempre presieduto dal Presidente.

Dal 1999 è stata concesso, su base volontaria, l’adesione alle forze armate anche per le donne.

Altro dovere è quello tributario.

I tributi consistono in prelievi di ricchezza operati dallo Stato a carico dei contribuenti ed effettuati

normalmente in modo coattivo. Tale prelievo serve principalmente per:

- Scopo finanziario, ovvero mezzi economici necessari alle spese pubbliche.

- Scopo di politica economica generale, esempio combattere l’inflazione ecc.

I tributi si distinguono in:

- Imposte che colpiscono tutti i cittadini. Si dividono tra dirette, ovvero che contribuiscono il

contribuente per il solo fatto di aver un reddito, o indirette, ovvero che colpiscono il

contribuente in occasione di una spesa che egli sostiene.

- Tasse che colpiscono tutti i cittadini nel momento in cui richiedono un servizio alla Pubblica

amministrazione.

- Contributi che sono prelievi di denaro gravanti su determinate categorie di cittadini che

traggono un particolare vantaggio da opere o servizi pubblici destinati a tutta la comunità.

Forma di contributo particolare sono quelli che hanno natura previdenziale e assistenziale.

Nella Costituzione, si parla di tributi all’art. 23, il quale riguarda in generale le prestazioni

patrimoniali, e all’art. 53, il quale stabilisce che il dovere di pagare i tributi riguarda tutti, a

condizione che si abbia una effettiva capacità contributiva attuale. Al comma 2 del medesimo

articolo inoltre si parla della progressività del tributo, ovvero la percentuale del prelievo deve

aumentare progressivamente con l’aumentare della ricchezza del cittadino.

Ogni tributo dunque deve essere progressivo, ma progressivo deve essere anche il risultato ottenuto

dall’applicazione di tutti i tributi previsti dal sistema.

PARTE SESTA

Capitolo 1 - L’organizzazione costituzionale

L’espressione forma di governo indica il modo in cui lo Stato è organizzato.

La parola “governo” in senso generale indica il complesso degli organi costituzionali che reggono

lo Stato. Se invece si prende in considerazione il termine Governo, si indica soltanto uno di tali

organi, ovvero quello a cui spetta il potere esecutivo.

In generale, la forma di governo prevista dalla Costituzione è caratterizzata dai seguenti elementi:

- Separazione dei poteri.

- Democrazia rappresentativa come regola e la democrazia diretta come eccezione.

- Regime parlamentare.

La separazione dei poteri consiste nella suddivisione del potere complesso dello Stato in tre,

esecutivo, legislativo e giudiziario, e nell’attribuzione di ciascuno di essi a organi diversi e

indipendenti tra loro. Si ha un equilibrio di pesi e contrappesi, equilibrio secondo il quale nessuno

dei tre poteri può dominare sugli altri. Essi sono tre organi costituzionali reciprocamente sovrani.

Questa separazione dei poteri risale al 1789, ovvero all’art. 16 della Dichiarazione francese.

La nostra Costituzione dunque distingue:

- Potere legislativo affidato al Parlamento (artt. 70 ss.).

- Potere esecutivo affidato al Governo (artt. 92 ss.).

- Potere giudiziario affidato alla magistratura, formata da numerosi organi (artt. 101 ss.).

Tuttavia, occorrono degli organi di garanzia costituzionale capaci di impedire le prevaricazioni

reciproche e di mantenere l’armonia; questi organi sono:

- Presidente della Repubblica.

- Corte costituzionale.

Benché la separazione, tra il Parlamento e il Governo vi è comunque un rapporto di fiducia, mentre

nel caso della magistratura, in quanto organo totalmente autonomo e indipendente, non vi è alcun

legame.

Da diversi anni in Italia si sta verificando un vero e proprio conflitto d’interessi tra la sfera politica

e quella economica e da ciò può derivare che le funzioni di governo sia finalizzate a favorire

interessi economici privati e che il potere economico e mediatico privato favorisca la presa del

potere politico. Da questo fenomeno derivano la plutocrazia, ovvero il potere attraverso il denaro, e

la videocrazia, ovvero il potere attraverso i media televisivi. Nonostante alcuni interventi per

risolvere questa situazione, il problema del conflitto d’interessi è considerato ancora irrisolto.

La democrazia come potere del popolo, richiede che i governanti coincidano con i governati.

La rappresentanza si basa invece su una distinzione tra gli uni e gli altri. Il rappresentante è colui

che opera al posto di un altro, il rappresentato, e può vincolarlo con le sue decisioni che si

considerano come se fossero prese da quest’ultimo.

La nostra Costituzione prevede l’unione di entrambe in quella che è la democrazia

rappresentativa, la quale stabilisce una corrispondenza d’intenti tra i rappresentanti e i

rappresentati; la volontà dei primi corrisponde a quella dei secondi.

I mezzi necessari per garantire questa corrispondenza sono:

- Elezioni.

- Partiti politici.

Con le libere elezioni il popolo può scegliere i propri rappresentanti tra più alternative, alternative

rappresentate dai partiti politici, i quali hanno il compito di elaborare proposte politiche da

sottoporre agli elettori.

La presenza dei partiti politici fa sì che oggi i rappresentanti eletti in Parlamento siano

prevalentemente uomini di partito. Perciò si può dire che il Parlamento è un Parlamento di partiti.

Non è dunque composto da individui che si comportano liberamente, ma da individui che

rappresentano gli interessi di chi li ha eletti.

Nonostante ciò, a causa del forte distacco tra società civile e società politica, negli ultimi anni è

sempre più forte e diffuso il fenomeno dell’astensionismo, ovvero è crescente il numero di cittadini

che non esercitano il diritto di voto.

Accanto alla democrazia indiretta, vi è anche quella diretta.

Lo strumento per esercitarla è il referendum abrogativo (art. 75), caso in cui il popolo è chiamato

direttamente a votare per l’abrogazione di una legge approvata dal Parlamento.

Altri due casi in cui il potere è direttamente attribuito al popolo sono:

- La petizione; con la quale tutti i cittadini possono rivolgersi al Parlamento per chiedere

provvedimenti legislativi ed esporre comuni necessità (art. 50).

- L’iniziativa legislativa; con la quale 50mila cittadini possono sottoporre all’esame delle

Camere progetti di legge da loro stessi predisposti (art. 71 comma 2).

Con l’espressione regime parlamentare si indica un particolare collegamento tra Parlamento e

Governo che assicura al primo la supremazia politica sul secondo. Il Parlamento è l’organo più

ampi che rappresenta tutto il popolo in quanto direttamente eletto. Il governo è invece l’organo più

ristretto che tra la sua legittimazione politica dal Parlamento e ha il compito di agire concretamente

in conformità all’indirizzo approvato da quest’ultimo. Il collegamento tra questi due organi consiste

nel rapporto di fiducia: il Governo infatti per operare e restare in carica deve avere la fiducia del

Parlamento. Il Governo è così l’organo che impersona o rappresenta l’orientamento politico

prevalente in Parlamento. Se manca la fiducia di quest’ultimo, il Governo deve dimettersi.

Durante l’Assemblea costituente del 1947 si è discusso sulla possibilità di adottare una forma di

governo presidenziale, la quale si fonda su un dualismo fra organi politici i quali sono il presidente

ed il Parlamento. Inoltre, tra questi due organi non esiste nessuna dipendenza politica.

I vantaggi di questo sistema sono:

- La stabilità del Governo la cui durata è fissa.

- La possibilità di chiare scelte da parte degli elettori.

- La semplificazione del sistema dei partiti in due grandi schieramenti (bipartitismo).

Tuttavia, vi sono anche dei pericoli:

- La concentrazione dei poteri di governo in una sola persona.

- L’elezione diretta del capo del Governo avrebbe potuto dividere il popolo in due tra la

destra e la sinistra.

I sistemi elettorali vengono disciplinati da regole che dettano i criteri usati per trasformare i voti in

seggi. Ma a ciascun sistema elettorale, corrisponde un risultato diverso.

Vi è infatti un’importante distinzione tra:

- Sistema elettorale maggioritario; è quello che distribuisce i seggi solo a coloro che hanno

vinto le elezioni, ovvero a coloro che hanno ottenuto più voti nei singoli collegi.

- Sistema elettorale proporzionale; questo sistema non mira a premiare il vincitore delle

elezioni, ma a rispecchiare i partiti in Parlamento proporzionalmente al consenso elettorale.

Ogni partito otterrà in seggi quanto ha ottenuto in voti. Il Parlamento perciò si configura

come una rappresentanza in miniatura del panorama partitico del paese. (esempio: si

supponga un seggio che deve eleggere 10 deputati nel quale si presentano quattro partiti. Se

le liste dei partiti ottengono ciascuna il 40, il 30, il 20 e il 10% dei voti, conseguiranno

rispettivamente 4,3,2 e 1 seggio).

Si tratta quindi di due logiche molto diverse. Quelli maggioritari mirano a premiare il più forte,

quelli proporzionali a non fare torto a nessuno. Inoltre, hanno anche due diverse conseguenze:

- Se si garantisce la formazione di maggioranze parlamentari stabili, si crea la cosiddetta

governabilità; la riduzione del numero dei partiti però porterebbe al bipolarismo o

addirittura al bipartitismo.

- Se si segue il sistema rappresentativo, si garantisce a tutti i partiti che abbiano conseguito i

voti un’adeguata rappresentanza parlamentare; questo sistema però non promuove né la

semplificazione della vita politica né la moderazione verso il centro delle forze politiche.

Mancano maggioranze forti e stabili all’interno del Parlamento, perché proprio per il

pluralismo politico che si forma, è difficile raggiungere la maggioranza che formi il

Governo, maggioranza che si può raggiungere attraverso delle coalizioni tra partiti diversi

ma che hanno comunque in comune degli interessi.

Quindi, ognuno dei due sistemi ha dei pregi e dei difetti, ma la lezione dell’esperienza è che nessun

sistema elettorale può per sé garantire i risultati ch’esso promette.

Capitolo 2 - Le elezioni

Le norme contenute nella Costituzione che hanno a che fare con le elezioni politiche sono:

- Gli art. 56 comma 1, e 58 comma 1 i quali prevedono che le Camere siano elette a

suffragio universale diretto.

- L’art. 56 comma 4, secondo il quale le elezioni della Camera dei Deputati si basano su

collegi plurinominali.

- L’art. 57 comma 1, secondo il quale il Senato è eletto su base regionale.

- Le norme dedicate al voto dei residenti all’estero nell’apposita circoscrizione Estero (art.

48, 56 e 57).

Il sistema elettorale italiano è stato, dall’entrata in vigore della Costituzione sino al 1992, di tipo

proporzionale. Quindi caratterizzato dalla presenza di molti partiti, da una partecipazione politica

elevata ma allo stesso tempo da governi deboli e instabili. Particolare è in quel periodo era stata

vietata la partecipazione della sinistra alla vita politica; ci si trovava così in una situazione che fu

definita “democrazia bloccata”. Per risolvere ciò, nel 1993 in seguito a un referendum abrogativo,

venne approvato dalle Camere un sistema elettorale misto ma prevalentemente maggioritario

(75% maggioritario e 25% proporzionale). Questo ha finalmente sbloccato la democrazia italiana.

Nel 2005 il Parlamento è di nuovo intervenuto in materia introducendo un sistema proporzionale

corretto da un premio di maggioranza e da clausole di sbarramento. Questo sistema ha

comunque continuato a produrre effetti maggioritari ed inoltre per accedere alla ripartizione dei

seggi occorreva aver raggiunto una soglia minima di voti, mentre il premio di maggioranza, ovvero

il numero di seggi che viene attribuito al partito vincente in aggiunta ai rappresentanti ottenuti sulla

base del voto, avrebbe dovuto assicurare la formazione di maggioranza parlamentare stabile così da

costruire un Governo stabile.

All’inizio del 2014 la Corte costituzionale ha dichiarato le leggi del 2005 contrarie alla Costituzione

nelle parti relative all’attribuzione del premio e alle cosiddette liste bloccate. La Corte ha dunque

stabilito che le leggi elettorali possono sì porsi l’obiettivo di agevolare la formazione di

maggioranze di governo, ma ciò non deve avere effetti troppo distorsivi sul principio di

rappresentanza.

La censura della Corte ha colpito la legge elettorale del 2005 solo parzialmente però.

Negli anni successivi, è stata messa in cantiere una nuova proposta di legge elettorale; essa prevede

il premio di maggioranza, soglie di sbarramento e liste bloccate sia pur parzialmente ridimensionate

rispetto alla legge del 2005. Tutto questo per assicurare una maggioranza sufficientemente ampia al

partito vincitore delle elezioni. Inoltre, è previsto un meccanismo elettorale in due turni: se una lista

ottiene al primo turno almeno il 40% dei voti, accede direttamente al premio ottenendo così il 54%

dei seggi, se invece ciò non accade si passa al ballottaggio, e la lista vincente ottiene in automatico

340 seggi. Le clausole di sbarramento, continuano ad escludere i partiti che non hanno ottenuto una

percentuale minima di voti alle elezioni (la soglia di sbarramento è del 3% per tutte le liste).

Capitolo 3 - Il Parlamento

Il Parlamento è un organo bicamerale, cioè composto di due camere, la Camera dei deputati,

che ha sede nel palazzo di Montecitorio, e il Senato, che ha sede a Palazzo Madama.

Si tratta di due Camere distinte, che lavorano ciascuna per conto proprio, salvi casi eccezionali in

cui la Costituzione prevede che si riuniscano in seduta comune (art. 55 comma 2).

Alcuni di questi casi eccezionali sono:

- Elezione e giuramento del presidente della Repubblica (artt. 83 e 91).

- Messa in atto d’accusa del presidente della Repubblica (art. 90 comma 2).

- Elezione di cinque giudici costituzionali (art. 135).

- Elezione di un terzo dei componenti del Consiglio superiore della magistratura (art.

104).

Le due Camere sono molto simili ma con alcune differenze allo stesso tempo:

- I componenti della Camera dei deputati sono 630, quelli del Senato invece 315.

- Per eleggere i deputati occorre avere 18 anni, per i senatori 25. Per essere eletti deputati

occorre avere 25 anni, per diventare senatore invece 40.

- Nel Senato vi sono cinque membri non eletti ma scelti dal presidente della Repubblica tra

persone illustre.

Le due Camere hanno identici poteri; entrambe possono far cadere il Governo tramite il voto di

sfiducia e per l’approvazione di una legge occorre il favore di entrambe. A questa parità di poteri

corrisponde l’espressione “bicameralismo perfetto”.

Proprio per questa uguaglianza nei poteri e nei compiti svolti, sono state fatte varie proposte per far

diventare il Senato un’effettiva Camera delle Regioni e degli Enti locali (“Camera delle

autonomie”); a fronte di queste proposte però è stata sottolineata comunque l’importanza di avere

la presenza delle due Camere e di questi lavori analoghi, in quanto essi permettono di corregge

eventuali errori o leggerezze commessa da una delle due Camere.

Altra polemica riguardante il Parlamento è la presenza di troppi parlamentari ma a ciò è stato

risposto dicendo che un’eccessiva limitazione della consistenza numerica delle Camere sarebbe, in

definitiva, la riduzione delle voci attraverso cui portare in Parlamento le istanze provenienti dalla

società.

La Camera dei deputati e il Senato sono eletti per cinque anni e il periodo di tempo tra una elezione

e l’altra è detto legislatura.

La proroga delle Camere è ammessa con legge quando le lezioni non potrebbero essere svolte (caso

di guerra) o quando si potrebbero verificare dei vuoti di potere tra una legislatura e l’altra.

Le nuove elezioni di norma devono avvenire entro settanta giorni dalla fine della legislatura e

invece la prima riunione deve avvenire entro il ventesimo giorno dalle elezioni. Si parla inoltre del

principio di discontinuità dei lavori parlamentari, ovvero tutti i procedimenti non conclusi al

momento dello scioglimento devono ricominciare da capo davanti alle nuove Camere, salvo

differenti ed eccezionali disposizioni.

La normale legislatura però può anche essere abbreviata nel caso di scioglimento anticipato delle

Camere. Questo potere, sancito dall’art. 88 della Costituzione, spetta al presidente della Repubblica,

il quale può utilizzarlo come garanzia della Costituzione a causa di contrasti interni tra le forze

politiche che non permettono la formazione di un Governo stabile.

L’art. 88, al secondo comma, però dice anche che il presidente della Repubblica non può sciogliere

anticipatamente le Camere negli ultimi sei mesi del suo mandato per evitare che egli voglia

facilitare la sua rielezione grazie all’appoggio di nuovi parlamentari. Tuttavia, questo divieto non

vale quando i sei mesi coincidono almeno in parte con gli ultimi sei mesi della legislatura.

Le riunioni delle due Camere, secondo l’art. 62, devono tenersi almeno due volte l’anno. Le

Camere singolarmente invece lavorano in permanenza convocate dal rispettivo presidente per

sbrigare i numerosi affari di cui debbono occuparsi. L’ordine del giorno è infatti l’elenco delle

questioni che devono essere trattate in una seduta ed è sempre predisposto dal presidente delle

Camere.

Il Parlamento svolge una funzione di rappresentanza politica del corpo elettorale e dunque la

Costituzione prevede una serie di garanzie in favore dei parlamentari.

Secondo l’art. 67 ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni

senza vincolo di mandato, ovvero senza mandato imperativo e quindi libero di operare in nome

degli interessi generali e permanenti della Nazione; nonostante ciò si parla comunque di “vincolo di

partito”, il quale crea un rapporto di dipendenza tra il parlamentare e il partito politico a cui

appartiene.

I parlamentari inoltre godono di immunità sancite dall’art. 68:

- Insindacabilità; ovvero la non perseguibilità per le opinioni espresse e i voti dati

nell’esercizio delle loro funzioni. Ciò è stato a lungo oggetto di discussioni ed infatti nel

2003 lo stesso Parlamento ha approvato una legge che consente sempre verificare

l’applicabilità dell’art. 68 in un caso concreto.

- Inviolabilità; riguarda i reati comuni che i parlamentari compiono come privati cittadini.

Essi sono perseguibili alla pari di qualsiasi altro cittadino, ma per poter limitare la loro

libertà occorre una speciale autorizzazione a procedere della Camera cui appartengono (art.

68 comma 2 e 3). L’autorizzazione dev’essere richiesta alla magistratura per l’arresto in

flagranza di reato, la perquisizione e l’intercettazione. L’autorizzazione a procedere può

essere negata solo in casi limitatissimi, quando vi sia il sospetto di una persecuzione

giudiziaria. La questione dell’inviolabilità è molto discussa; dal 2003 al 2009 sono state

proposte delle riforme per espanderla ad altre cariche, proposte annullate dalla Corte

costituzionale in quanto dichiarate illegittime.

I parlamentari inoltre ricevono un’indennità (art. 69), ovvero una retribuzione stabilita per legge. È

un altro tema su cui si dibatte molto e si è arrivati alla conclusione che l’esistenza dell’indennità è

un fatto di democrazia, la sua misura invece è un fatto di pudore.

Le Camere hanno una complessa organizzazione interna disciplinata dai rispettivi regolamenti

interni, i quali vengono adottati a maggioranza assoluta dei suoi componenti. Il rispetto di questi

regolamenti garantisce la correttezza della dialettica democratica del nostro Paese.

Ciascuna Camera ha un presidente (art. 63) eletto dalla stessa camera di appartenenza. Egli

rappresenta la Camera di appartenenza, i poteri di direzione dei lavori e deve risolvere dubbi di

interpretazione del regolamento, con un solo imperativo, ovvero l’imparzialità, la quale è un

organo di garanzia. Il presidente è coadiuvato dall’Ufficio di Presidenza, composto da

Vicepresidenti, da Questori e da Segretari, tutti eletti dai parlamentari.

I membri del Parlamento creano gruppi parlamentari a seconda dei partiti politici ai quali

appartengono. In pratica, ogni gruppo parlamentare è la proiezione del partito in Parlamento.

I membri del Parlamento non sono tuttavia giuridicamente obbligati alla fedeltà del partito, ma

possono comunque andare incontro a delle sanzioni politiche. Inoltre, negli ultimi anni è molto

diffuso il fenomeno del trasferimento di numerosi parlamentari da un gruppo all’altro; ciò è

sinonimo del malfunzionamento del bipolarismo politico nella fase post-elettorale.

La Conferenza dei capigruppo in ogni Camera è composta dal presidente della Camera stessa e

dai presidenti dei gruppi parlamentarti. Essa ha il compito di stabilire il calendario dei lavori e

l’ordine del giorno di ciascuna seduta.

Vi sono altri organi interni al Parlamento:

- Le Giunte; che hanno compiti tecnici inerenti al funzionamento delle Camere. Si dividono

in Giunta per il regolamento (interpretazioni e modifiche del regolamento), Giunta delle

elezioni e Giunta per le autorizzazioni a procedere.

- Le Commissioni parlamentari; servono a decongestionare il lavoro parlamentare. Sono

quattordici in entrambe le Camere e sono competenti ciascuna su argomenti specifici

(giustizia, difesa, bilancio, tesoro, agricoltura, ecc.). Esistono anche delle Commissioni

bicamerali come quella di vigilanza sulla Rai e quella per la sicurezza della Repubblica.

Vanno menzionate anche le Commissioni bicamerali che propongono riforme della

Costituzione al Parlamento. Caso diverso è infine quello delle Commissioni d’inchiesta, le

quali svolgono indagini ma non possono emettere sentenze in fatti di rilevanza politica.

Le Camere possono deliberare solo se è presente la maggioranza dei rispettivi componenti, ovvero

316 alla Camera e 158 deputati). Questo è detto quorum di validità della deliberazione.

Esistono tuttavia diversi tipi di maggioranze:

- Maggioranza semplice; ovvero la metà più uno dei presenti.

- Maggioranza assoluta; ovvero la metà più uno dei componenti.

- Maggioranze qualificate; ovvero le frazioni superiori (2/3, 3/5 ecc.).

Tanto più è ampia la maggioranza richiesta, tanto maggiore è la tutela delle minoranze.

Quanto ai metodi di votazione si distingue il voto segreto da quello palese. Il primo si esprime

attraverso pulsanti o schede anonime, il secondo invece è per appello nominale.

Il raggiungimento della deliberazione può essere impedito dall’ostruzionismo, ovvero atti dei

parlamentari di per sé leciti usati però con un secondo scopo. Benché legittimi, il loro eccesso

costituisce comunque un caso di abuso di diritto e i regolamenti prevedono delle misure restrittive.

La funzione legislativa dunque spetta alle Camere, che la esercitano collettivamente, ovvero per

l’approvazione di una legge occorre il voto favorevole sullo stesso testo sia della Camera dei

deputati sia del Senato.

Il processo di approvazione della legge è articolato in quattro fasi:

- Iniziativa; si esercita presentando al presidente di una delle due Camere una proposta di

legge, ovvero un testo legislativo redatto in articoli e accompagnato da una relazione

illustrativa. Possono presentare proposte di legge il Governo, i parlamentari, il CNEL,

50'000 elettori e le Regioni. Dopo la discussione e l’approvazione in Consiglio dei ministri,

la proposta passa al presidente della Repubblica per ottenere l’autorizzazione a passarla alle

Camere; una volta ottenuta l’autorizzazione, il Governo decide in quale camera avviare l’iter

legislativo. (È facilmente comprensibile comprendere che le proposte di legge sono

numerosissime e che molte di queste non vengono nemmeno prese in considerazioni. Quelle

che hanno maggiore rilievo sono sempre quelle promosse dal Governo).

- Esame e approvazione; per l’approvazione sono previsti un procedimento ordinario e due

procedimenti abbreviati. Il primo (art. 72 comma 1) inizia nella Commissione alla quale il

progetto di legge è stato assegnato e, concluso l’esame preliminare, viene predisposta una

relazione per l’assemblea plenaria di una delle due Camere. Il testo della Commissione

viene dunque inviato all’assemblea la quale procede a una nuova discussione che viene in

primis articolo per articolo e poi sulla legge nel suo complesso. Su ogni articolo i

parlamentari possono proporre degli emendamenti (ovvero delle modifiche). È questa la fase

più lunga e complessa di tutto il procedimento. Questo procedimento deve ripetersi di fronte

a ciascuna Camera fino a quando non si ha il doppio voto conforme all’approvazione. La

Costituzione prevede anche un altro tipo di procedimento, ovvero quello decentrato, il quale

si svolge tutto in commissione (art. 72 comma 3). Questa procedura comporta però dei

rischi, dunque la Costituzione ha enunciato casi in cui questo procedimento non può essere

utilizzato (materia costituzionale ed elettorale, materia internazionale, materia comunitaria,

ecc.) e consente comunque l’intervento del Governo.

- Promulgazione e pubblicazione; una volta approvata da entrambe le Camere, la legge

viene inviata al presidente della Repubblica per la promulgazione (art. 73), che deve

avvenire entro un mese, ovvero l’atto con il quale dichiara che la legge è stata regolarmente

approvata e che deve essere rispettata da tutti. Se dovesse ritenere una legge gravemente

incostituzionale, può negare di approvarla e così rimandarla alle Camere chiedendo una

nuova deliberazione e se ciò avviene, il presidente è tenuto a promulgarla. La legge

promulgata viene pubblicata sulla “Gazzetta Ufficiale” ed entra in vigore il quindicesimo

giorno successivo.

Le leggi applicate secondo la forma ora descritta, hanno la forma della legge e ne acquisiscono

dunque anche la forza, vale a dire esplicano gli effetti che l’ordinamento attribuisce alle leggi.

Di solito la forma e la forza di legge sono due elementi uniti, ma vi sono casi in cui possono essere

scissi e sono i casi delle leggi atipiche, come ad esempio leggi di modifica dei Patti lateranensi,

leggi di approvazione delle intese, leggi di amnistia e indulto, leggi che stabiliscono il contenuto

della legge di bilancio, leggi che riguardano le Regioni o leggi di modifica delle circoscrizioni

territoriali.

Tali leggi, che quindi hanno una forma, ovvero un procedimento di approvazione diverso, potranno

essere modificate o abrogate solamente da leggi approvate secondo il medesimo procedimento.

Il referendum abrogativo (art. 75) è una forma di legislazione negativa. Si tratta di una votazione

alla quale possono partecipare tutti i cittadini che sono elettori per la Camera dei deputati,

rispondendo con un sì o con un no alla domanda che viene loro rivolta.

La richiesta di chiedere un referendum spetta a 500'000 elettori e a cinque Consigli regionali.

Il referendum abrogativo ha però dei limiti controllati dalla Corte costituzionale. Bisogna sempre

controllare la regolarità e l’ammissibilità del referendum; se vengono rispettati questi due criteri,

il referendum viene indetto dal presidente della Repubblica. La legge risulta poi abrogata se:

- Ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto al voto.

- Dai voti validamente espressi risulti una maggioranza di sì all’abrogazione della legge.

Nel potere legislativo del Parlamento rientrano anche le leggi di revisione costituzionale e altre

leggi costituzionali di cui parla l’art. 138 della Costituzione.

Si tratta di leggi attraverso le quali è possibile modificare la Costituzione vigente.

Il potere spetta al Parlamento e il procedimento è quello previsto dall’art. 138. Si tratta di un

procedimento analogo a quello ordinario, ma è aggravato, cioè reso più difficile.

È così strutturato:

- La proposta di legge costituzionale deve essere approvata due volte da ciascuna Camera a

intervallo non inferiore di tre mesi dalla precidente deliberazione.

- Per le due seconde deliberazioni occorre la maggioranza assoluta in ciascuna Camera.

- La legge così approvata viene pubblicata sulla “Gazzetta Ufficiale” per consentire di

richiedere su di essa un referendum popolare (detto referendum costituzionale).

- Se il referendum approva la revisione, la legge costituzionale viene promulgata dal

presidente della Repubblica e pubblicata in via definitiva sulla “Gazzetta Ufficiale”.

Con la legge di revisione costituzionale si può modificare la Costituzione, ma non in tutte le sue

parti. Sono infatti previsti dei limiti di modificabilità per salvaguardare i suoi principi essenziali.

Primo limite fra tutti è l’art. 139 che prevede che la “forma repubblicana non può essere oggetto di

revisione costituzionale”. Questo è un limite esplicito, ma vi sono anche dei limiti impliciti, come

ad esempio quello verso il principio democratico dello Stato o verso il principio di uguaglianza in

senso formale. Inoltre lo stesso art. 138, che disciplina il procedimento di revisione costituzionale, è

sottratto a quest’ultima.

Nel corso del tempo sono state molte le leggi di revisione costituzionale: nel 1963 sulla durata delle

Camere e sul numero dei componenti, nel 1989 sulla responsabilità penale dei ministri, nel 200 sul

voto dei cittadini residenti all’estero ecc.

Secondo la forma di governo parlamentare, il Governo dipende politicamente dal Parlamento.

Tale dipendenza si realizza attraverso i poteri di indirizzo e di controllo a disposizione delle

Camere.

Alcuni strumenti di controllo sono: le interrogazioni, ovvero domande che i parlamentari rivolgono

per iscritto al Governo, e le interpellanze, che servono a discutere la responsabilità del Governo per

le sue azioni. Le Camere possono dunque adottare mozioni che esprimono valutazioni sui

comportamenti del Governo e anche risoluzioni, la manifestazione di un orientamento al fine di

vincolare l’azione del Governo. Prima mozione fra tutte è la mozione di fiducia/sfiducia attraverso

la quale il Parlamento può creare e far cadere il Governo.

La materia della contabilità pubblica è stata recentemente oggetto di una profonda revisione.

L’art. 81 in materia di formazione e controllo del bilancio è stato modificato nel 2012, introducendo

così nuove regole, una serie di stringenti vincoli volti a tenere sotto controllo le finanze pubbliche.

Alcune di queste misure sono:

- Il Patto di stabilità e crescita, accordo stipulato tra i paesi membri dell’UE per controllare i

bilanci statali e non avere eccessivi squilibri. In caso di verificati squilibri, i paesi sono

soggetti a sanzioni anche pecuniarie.

- L’equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci nazionali per la sostenibilità del debito

pubblico.

- La manovra di bilancio (insieme di provvedimenti), ovvero un documento di economia e

finanza che fornisce il quadro complessivo della programmazione economica e finanziaria

per il triennio successivo. Entro il 15 ottobre infatti bisogna presentare al Parlamento il

disegno di legge di stabilità (consente una gestione razionale e complessiva dei conti dello

Stato) e la legge di bilancio (indica il quadro della contabilità pubblica per l’anno che viene

e per il triennio successivo).

Per quanto riguarda i rapporti con gli Stati esteri, essi sono tradizionalmente tenuti dal Governo.

La ratifica del trattato, atto con il quale lo Stato decide di obbligarsi a rispettarlo, spetta al

presidente della Repubblica il quale però agisce a seconda della volontà del Governo, e quindi da

previa autorizzazione parlamentare (art. 80).

Tale autorizzazione legislativa è necessaria per evitare gli impegni segreti dello Stato, che possono

nascondere dei pericoli per la democrazia e per la sovranità statale. Con la ratifica, il trattato entra

in vigore e le norme del trattato entrano nell’ordinamento interno soltanto quando sia dato il

cosiddetto ordine di esecuzione con il quale le norme di origine internazionale si trasformano a tutti

gli effetti in norme dell’ordinamento nazionale di uno Stato.

Capitolo 4 - Il Governo

Il Governo ha compiti propri, diversi da quelli del Parlamento.

Al Parlamento spetta deliberare, al Governo operare. Nonostante i suoi membri siano pochi, il

Governo è organo della maggioranza.

La sua azione consiste nell’attuazione dell’indirizzo politico legislativo e dell’indirizzo politico-

amministrativo. Il primo ha come referente il Parlamento e il fine è realizzare il programma di

governo traducendolo in leggi. Il secondo ha come referente la Pubblica amministrazione ed

entrambi sono al servizio del pubblico interesse secondi principi basati su legalità, imparzialità e

buon andamento (art. 95 Costituzione).

In generale, si parla di Governo come potere esecutivo.

Governare però non è solamente eseguire, infatti il Governo è impegnato in prima persona a

realizzare politiche proprie, a eseguire leggi deliberate dal Parlamento e a imprimere la direzione

alle attività che danno impulso e coerenza al suo programma politico.

Il Governo è un organo complesso che comprende:

- Il presidente del Consiglio dei ministri.

- I ministri.

- Il Consiglio dei ministri.

Per raggiungere una maggioranza, occorre che si formino coalizioni tra i partiti, ovvero coalizioni

eterogenee che hanno interessi personali comuni, più che un vero e proprio programma comune.

Si parla infatti di tre ostacoli: la corruzione, l’inefficienza e l’instabilità del Governo. Proprio a

causa di questi tre elementi, da tempo si propongono riforme che possano evitare gli eccessi di

potere dei Governi di coalizione.

Quando si parla di formazione del Governo si intende il procedimento di nomina del presidente

del Consiglio e dei ministri. Questo procedimento è regolato solo in parte dall’art. 92 della

Costituzione, il quale si limita a stabilire che il potere di nomina del presidente del Consiglio e dei

ministri spetta al presidente della Repubblica e che la nomina dei ministri avviene su precedente

proposta del neo presidente del Consiglio.

In realtà, ciò che non è regolato dalla Costituzione è un procedimento complesso che si articola in

quattro fasi:

- Consultazioni; il presidente della Repubblica riceve varie personalità politiche al fine di

sentire gli orientamenti politici dei partiti di appartenenza ed anche l’opinione personale. Più

è facilmente individuabile una maggioranza all’interno del Parlamento, maggiore sarà la

facilità della consultazione.

- Conferimento dell’incarico di formare un nuovo Governo; quando il quadro politico è

abbastanza chiaro, il presidente della Repubblica conferisce l’incarico di formare il nuovo

Governo a colui che per ora è chiamato presidente del Consiglio incaricato (non nominato,

quindi non a tutti gli effetti). Il suo compito è di prendere contatto con coloro che insieme a

lui formeranno il Governo, e una volta trovati, si reca dal presidente della Repubblica per

sciogliere la “riserva” (ovvero accettare l’incarico) e per proporgli la lista dei ministri per il

suo Governo.

- Nomina; sciolta la riserva, il presidente della Repubblica procede alla nomina del presidente

del Consiglio, il quale, dopo aver controfirmato la nomina, a sua volta nomina

immediatamente dopo i ministri del suo Governo. La suddivisione delle materie tra i vari

ministri è precedentemente concordata. Nel procedimento di nomina dunque il presidente

della Repubblica ha un compito notarile; tuttavia vi sono casi di emergenza in cui interviene

attivamente come il caso del Governo del presidente o il caso dei governi tecnici.

- Giuramento; una volta nominati, i membri del Governo giurano nelle mani del presidente

della Repubblica. È questo l’inizio ufficiale dell’incarico del nuovo Governo.

Entro dieci giorni dalla nomina, il nuovo Governo deve presentarsi alle Camere per esporre le linee

del proprio programma e su questo chiedere ed ottenere la fiducia (art. 94 comma 3).

Si tratta di un passaggio essenziale del sistema di governo parlamentare. Solo dopo aver ottenuto la

fiducia, il Governo entra nella pienezza dei suoi poteri. Il voto di fiducia è dato per appello

nominale e basta la maggioranza ordinaria dei presenti per farlo passare.

La fiducia non è solo un atto spontaneo, ma è un rapporto permanente, rapporto che può essere

verificato nel corso della vita del Governo.

La verifica può condurre a:

- Revoca della fiducia; consiste in un documento firmato da almeno un decimo dei

componenti di una Camera nel quale vengono esposti i motivi per i quali il Governo è

venuto a perdere il consenso che aveva all’inizio. Se viene approvata questa mozione, il

Governo deve subito dimettersi.

- Questione di fiducia; strumento a disposizione del Governo per rinsaldare la propria

maggioranza. Il presidente del Consiglio può dichiarare che l’approvazione di un certo

provvedimento è essenziale per la realizzazione del proprio programma. Si pone dunque una

questione di fiducia su quel provvedimento; è una questione molto pesante perché

un’eventuale bocciatura equivale alla revoca della fiducia e quindi alle dimissioni del

Governo.

La questione di fiducia determina la crisi di governo, ovvero una situazione in cui a causa del

mancato appoggio parlamentare alle proposte del Governo, quest’ultimo si dimette.

Per evitare che ciò accada e che si crei un vuoto di potere, il presidente della Repubblica invita il

Governo a presentarsi nuovamente alle Camere per un ulteriore voto di fiducia, ma il Governo può

anche rifiutare di farlo una volta dimessosi.

Date le dimissioni, il Governo resta in carica fino all’entrata in funzione del Governo successivo. I

suoi poteri sono limitati alla ordinaria amministrazione (si tratta della cosiddetta prorogatio).

Tuttavia in casi di emergenza, è ugualmente obbligato a intervenire.

In materia di disciplina generale del Governo, è fondamentale la l. n. 400 del 1988 che detta

l’organizzazione e il funzionamento dei suoi organi interni:

- Consiglio dei ministri; è l’organo che costituisce il Governo nella sua interezza. È

composto da tutti i ministri ed è presieduto dal presidente del Consiglio. A lui spettano i

poteri di maggior rilievo politico in quanto determina la politica generale del Governo e

approva i documenti di politica economica da sottoporre al Parlamento, risolve i conflitti di

competenza tra i ministri, prende le decisioni che riguardano i rapporti con le Regioni e gli

enti locali, prende decisioni fondamentali di politica estera e comunitaria, nomina i

principali funzionari dello Stato ed esprime gli orientamenti amministrativi complessivi ai

quali i singoli ministri e la Pubblica amministrazione devono attenersi.

- Presidente del Consiglio; il suo compito essenziale è politico in quanto garante dell’unità

dell’azione del Governo. L’art. 95 della Costituzione gli attribuisce il compito di dirigere la

politica di Governo, mantenere l’unità dell’indirizzo politico e amministrativo, promuovere

e coordinare le attività dei ministri. Egli non ha però potere di comando sui ministri, è un

“primus inter pares”. I suoi poteri sono dunque di direzione e coordinamento del Governo

(convocare il Consiglio dei ministri, determinare l’ordine del giorno, organizzare il lavoro

governativo ecc.). Ai compiti politici si aggiungono specifiche funzioni operative, come

l’attività dei servizi di sicurezza dello Stato o la decisione di opporre il segreto di Stato ai

magistrati. Inoltre egli nomina uno o più vicepresidenti del Consiglio e il Segretariato

generale, organo di supporto.

- Ministri; formano e mettono in pratica l’indirizzo politico del Governo. Benché abbiano

come garante il presidente del Consiglio, non possono essere revocati da quest’ultimo ma

possono essere comunque soggetti a una mozione di sfiducia individuale e dunque

allontanati. I ministri hanno una doppia natura: una politica in quanto membri del massimo

organo del Governo, e una amministrativa, in quanto a capo di diversi settori della Pubblica

amministrazione. Oltre ai ministri che compongono il Consiglio, vi sono i cosiddetti ministri

senza portafoglio, i quali si occupano non di Ministeri ma di questioni particolari (politiche

per la famiglia, per i giovani, comunitarie, ecc.).

L’anzidetta doppia natura fa sì che il ministro sia l’elemento che collega la politica e

l’Amministrazione. Questo legame è specificato dall’art. 97 che sottolinea come debba sempre

esserci imparzialità e buon andamento nello svolgimento di queste due attività.

Il numero dei ministri e quello dei Ministeri non sempre coincidono; vi sono casi in cui ad un solo

ministro vengono affidati più Ministeri.

Per quanto riguarda l’organizzazione ministeriale è di tipo gerarchico, ovvero basata su rapporti

tra funzionari superiori e funzionari inferiori.

Per esigenze governative, possono esistere altri organi non previsti dalla Costituzione:

- Consiglio di gabinetto; organo che coopera alla direzione politica generale del Governo. La

sua funzione è preparatoria rispetto all’esercizio delle attribuzioni del Consiglio dei ministri.

- Comitati interministeriali; prendono decisioni su materie interministeriali.

- Sottosegretari e i vice-ministri; i primi sono i collaboratori dei ministri delegati a seguire

particolari settori dell’Amministrazione. I secondi invece, hanno competenze per vaste aree

amministrative. I sottosegretari hanno visibilità limitata e non possono partecipare al

Consiglio dei ministri, i vice-ministri invece sì ma senza diritto di voto.

- Commissari straordinari del Governo; compiono missioni speciali e temporanee e sono

nominati dal presidente della Repubblica.

La funzione normativa del Governo si esercita attraverso due atti aventi forza di legge, i decreti

legislativi e i decreti-legge, e attraverso atti privi di forza di legge, i regolamenti.

Il decreto legislativo è un atto del Governo approvato sulla base di una delega che gli è conferita

dal Parlamento, tramite una legge di delegazione (art. 76).

Le ragioni che inducono il Parlamento ad attribuire tale potere legislativo al Governo sono

l’impossibilità per le Camere di lavorare a testi legislativi tecnicamente complessi.

Il procedimento del decreto legislativo è composto da due fasi:

- Approvazione della legge di delegazione; la prima fase, che si svolge presso le Camere,

consiste nell’approvazione della legge di delega da parte dell’assemblea parlamentare. La

legge di delegazione ha un contenuto necessario, essa infatti deve stabilire la materia oggetto

della delega, il termine di tempo entro il quale il Governo è tenuto a far uso della potestà

legislativa conferitagli e i principi e criteri direttivi ai quali ispirarsi nell’approntare il

decreto. Il Parlamento conserva comunque una posizione di supremazia ed infatti può

revocare la delega qualora il Governo non rispetti i limiti contenuti nella delega. Nel caso di

un decreto legislativo che sia in contrasto con la legge di delegazione è viziato per eccesso

di delega.

- Decreto legislativo delegato; la seconda fase, presso il Governo, consiste nella

deliberazione da parte del Consiglio dei ministri del testo legislativo. Infine, il decreto viene

emanato ufficialmente dal presidente della Repubblica ed entra in vigore dopo 15 giorni

dalla sua pubblicazione sulla “Gazzetta Ufficiale”.

Il Governo, in assenza di delega del Parlamento, non può esercitare poteri legislativi.

Tuttavia, fa eccezione a questa regola il decreto-legge, utilizzabile in casi straordinari di necessità e

urgenza (art. 77).

Si tratta dunque di un atto che il Governo delibera direttamente sotto la propria responsabilità. Esso

entra in vigore immediatamente con la pubblicazione sulla “Gazzetta Ufficiale”.

La Costituzione stabilisce che esso decade se non viene convertito in legge dal Parlamento entro

sessanta giorni dalla sua entrata in vigore.

Nel caso di decadenza, il Parlamento può applicare una legge di sanatoria, volta a disciplinare i

rapporti giuridici sorti sulla base del decreto non convertito (art. 77) e quindi si tratta di una legge

con efficacia retroattiva.

La conversione della legge è operata attraverso una legge di conversione il cui contenuto è

semplice e chiaro; sempre parlando del contenuto, può essere modificato in un secondo momento

attraverso degli emendamenti, i quali però non hanno efficacia retroattiva.

L’intervento del Parlamento è dunque anche in questo caso indispensabile e per evitare abusi di

potere da parte del Governo, l’art. 74 prevede una serie di limiti al decreto-legge.

Per anni, dopo una non conversione, il Governo ha utilizzato lo strumento della reiterazione per

riproporre lo stesso decreto in uno nuovo. Nel 1996 la Corte costituzionale ha posto un veto sulla

reiterazione in quanto viola la Costituzione.

Al Governo spetta il potere regolamentare, ovvero adottare atti normativi secondarti, privi di forza

di legge, chiamati regolamenti. Questi contengono delle disposizioni emanate dal potere esecutivo

volte a completare, attuare ed eseguire la legge.

La parola regolamento è un termine che abbraccia realtà assai diverse e che quindi ha molti

significati.

Le uniche disposizioni riguardanti i regolamenti presenti nella Costituzione riguardano i

regolamenti governativi emanati dal presidente della Repubblica (art. 87 comma 5) e la

ripartizione delle competenze tra Regioni e enti locali (art. 117 comma 5).

Perché il regolamento sia validamente adottato, occorre che il suo contenuto si conformi alla

disciplina dettata dalla legge; ciò accade nelle discipline per le quali la Costituzione stabilisce una

riserva di legge relativa prevedendo che il regolamento ponga le norme per renderla operativa (nel

caso di riserva di legge assoluta, il regolamento è del tutto vietato poiché può essere disciplinata

solo da leggi ordinarie).

I regolamenti non hanno tutti la medesima forma, ma comunque è stata prevista una loro forma

tipica dalla l. n. 400 del 1988. I regolamenti infatti:

- Sono deliberati dal Consiglio dei ministri, emanati dal presidente della Repubblica e una

volta superato il controllo della Corte dei conti, pubblicati sulla “Gazzetta Ufficiale” (per

quanto riguarda quelli governativi).

- Sono deliberati ed emanati dal singolo ministro (regolamenti ministeriali) o da più ministri

contemporaneamente (regolamenti interministeriali).

Non esiste dunque una sola forma regolamentare. Secondo il loro contenuto rispetto alla legge si

possono fatti dividere in:

- Regolamenti attuativi o integrativi della legge; adottati per completare, attuare o integrare

i principi contenuti nella legge. Determinano norme di attuazione o integrazione.

- Regolamenti cosiddetti autorizzati; si tratta dei regolamenti con i quali il Governo detta

norme che possono disporre perfino l’abrogazione di norme vigenti. La legge dunque si

pone sullo stesso livello di fonti del regolamento per poter essere abrogata da quest’ultimo.

Questa disciplina, la delegificazione, è sempre più utilizzata per poter ridurre il numero delle

leggi.

- Regolamenti esecutivi; adottati per disciplinare le modalità di esecuzione di leggi. Si tratta

di norme essenzialmente tecniche.

- Regolamenti di organizzazione; adottati per disciplinare l’organizzazione ed anche il

funzionamento interno delle amministrazioni pubbliche.

- Regolamenti indipendenti; adottati in materie nelle quali manchi ogni disciplina

legislativa. Questi regolamenti però violano il principio di legalità e hanno un’importanza

assai limitata perché di essi mancano i presupposti, cioè le materie totalmente prive di

disciplina legislativa.

Capitolo 5 – Il presidente della Repubblica

Al vertice dell’organizzazione costituzionale è posto il capo dello Stato, che nei regimi

repubblicani è impersonato dal presidente della Repubblica.

L’espressione “capo dello Stato” (art. 87 comma 1) non deve intendersi alla lettera, in quanto nella

nostra forma di governo le funzioni dello Stato distribuite tra tre organi diversi.

Tuttavia il presidente della Repubblica è capo dello Stato in due sensi ben definiti: quello di garante

della Costituzione e quello di rappresentante dell’unità nazionale.

Il capo dello Stato infatti è il punto nevralgico dell’organizzazione costituzionale; non c’è questione

legislativa, governativa o giudiziaria che non passi sul suo tavolo.

Egli ha una funzione di garanzia del buon funzionamento globale del sistema costituzionale

dello Stato ed è chiamato a svolgere due compiti: quello di controllo contro gli abusi compiuti dagli

altri organi e quello di attivazione nel caso della loro inerzia

Se nel panorama politico nazionale vi è una solida maggioranza parlamentare e un Governo

stabilire, il presidente della Repubblica si limita a moderare la vita politica; nel caso di difficoltà tra

le forze politiche, egli deve rimettere in moto gli organi costituzionali inceppati.

Il presidente è dunque un simbolo di unità nazionale (art. 87 comma 1).

La funzione del presidente della Repubblica dunque non è politica.

Egli non deve parteggiare per nessuno ma deve restare super partes rispetto alle forze politiche.

La sua funzione è dunque altamente politica in quanto cura dei supremi interessi pubblici, in

quanto rappresentante dell’unità nazionale e garante della Costituzione.

A lui è però riconosciuto il compito di unico reggitore dello Stato nei momenti di grave crisi, e

quindi l’esercizio di poteri di emergenza dittatoriali che possono portare a sospendere la

Costituzione.

Il presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune delle due Camere.

All’elezione partecipano anche tre delegati per ogni Regione (art. 83).

Qualsiasi cittadino può essere eletto, purché abbia compiuto 50 anni e goda dei diritti civili e

politici.

Le votazioni avvengono a scrutinio segreto ed è richiesta una speciale maggioranza, ovvero i due

terzi dell’assemblea nelle prime tre votazioni e la metà più uno (maggioranza assoluta)

dell’assemblea nelle votazioni seguenti.

Il presidente dura in carica per sette anni (art. 85 comma 1) così da creare un organo più stabile.

La Costituzione non esclude la rielezione della stessa persona, ma ove non venga rieletta, entra di

diritto a far parte del Senato come senatore a vita (art. 59 comma 1).

Quando il presidente della Repubblica è impedito nello svolgimento delle sue funzioni, il

presidente del Senato gli subentra in qualità di supplente.

Egli deve limitarsi a compiere atti ordinari indispensabili al funzionamento delle istituzioni e deve

astenersi da quelli che pregiudicano l’andamento generale della vita politica e possono attendere la

piena ripresa delle funzioni da parte del presidente.

Invece, in casi di impedimento permanente, il presidente della Camera indice le elezioni per il

nuovo presidente.

Trenta giorni prima della scadenza del settennato, il Parlamento in seduta comune è convocato per

eleggere il nuovo presidente. Tuttavia, se la scadenza del settennato si verifica a Camere sciolte o

quando manca meno di tre mesi alla loro cessazione, si è preferito posticipare l’elezione del nuovo

presidente della Repubblica, per farlo eleggere dalle Camere rinnovate (art. 83 comma 5).

Il presidente può anche decidere di dimettersi, senza dover chiedere la controfirma ministeriale.

I poteri del presidente della Repubblica sono numerosi ed eterogenei (artt. 74, 87 e 88).

Si possono principalmente distinguere tra poteri di garanzia del buon funzionamento degli organi

costituzionali o poteri di rappresentanza unitaria della nazione.

I poteri di garanzia variano a seconda dell’organo costituzionale a cui il potere si rivolge:

- Nei riguardi del Parlamento al presidente spetta: sciogliere una o entrambe le Camere (tale

potere però non può essere esercitato negli ultimi sei mesi del suo mandato salvo che non

coincidano con gli ultimi sei mesi della legislatura), indire le nuove elezioni e fissare la

prima riunione delle nuove Camere, inviare messaggi alle Camere quando vi siano

situazioni da risolvere di particolare rilievo per il bene della vita nazionale, ed infine

promulgare o rinviare la legge alle Camere.

- Nei riguardi del Governo al presidente spetta: nominare il presidente del Consiglio e i

ministri, autorizzare la presentazione alle Camere dei disegni di legge del Governo, emanare

decreti aventi valore di legge e i regolamenti, nominare gli alti funzionari dello Stato,

presiedere il Consiglio supremo di difesa le cui decisioni sono coperte dal segreto di Stato,

ed infine comandare le Forze armate conformemente allo spirito della Costituzione.

- Nei riguardi dell’amministrazione della giustizia al presidente spetta: presiedere il

Consiglio superiore della magistratura, nominare cinque giudici della Corte costituzionale e

concedere la grazia o commutare le pene con provvedimenti individuali di clemenza.

- Nei riguardi del corpo elettorale al presidente spetta: indire le elezioni e il referendum nei

casi previsti dalla Costituzione. Il suo potere è di garanzia verso l’attivazione della

democrazia rappresentativa e diretta.

Come rappresentante dell’unità nazionale, al presidente spetta l’esercizio dei poteri che

competono a “tutta la nazione”. In primo luogo dispone di poteri onorifici, ovvero pubblici

riconoscimenti dei meriti e delle virtù civili di cittadini illustri; per questo può conferire le

onorificenze della Repubblica o nominare cinque senatori a vita.

Il presidente inoltre rappresenta lo Stato come unità politica nei rapporti con gli altri Stati.

In questa veste, egli accredita e riceve gli ambasciatori, ratifica i trattati internazionali, previa

autorizzazione delle Camere, ed infine può dichiarare lo stato di guerra.

Infine, il presidente della Repubblica prenda la parola nelle occasioni pubbliche, invia messaggi al

paese nelle ricorrenze nazionali, fa conoscere il proprio pensiero durante interviste con la stampa e

prende parte a eventi pubblici. Tutto ciò consiste nel cosiddetto potere di esternazione.

Gli atti del presidente della Repubblica assumono tutti la stessa forma, quali ne siano i contenuti.

Sono tutti decreti del presidente della Repubblica.

I decreti sono da lui firmati, ma a tale firma si deve aggiungere la controfirma di un ministro e in

alcuni casi è richiesta esplicitamente la controfirma del presidente del Consiglio (art. 89). Ciò deriva

dall’irresponsabilità del capo dello Stato; l’art. 90 infatti dice che “il presidente della Repubblica

non è responsabile per gli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni”, responsabilità che quindi

è trasferita ai membri del Governo. Questi, se ritengono che l’atto del presidente sia inopportuno o

contrario alla Costituzione, possono rifiutare la controfirma, senza la quale il presidente non opera.

La controfirma assume diversi significati a seconda della natura dell’atto in questione; non avendo

sempre lo stesso valore occorre dunque distinguere:

- Per gli atti sostanzialmente presidenziali la controfirma indica che i ministri non hanno

motivi di opporsi alla decisione presidenziale, ma essi svolgono solo una funzione di

controllo. Rientrano in questa categoria tutti gli atti che hanno a che vedere con la

rappresentanza dell’unità nazionale e la garanzia della Costituzione ed anche i decreti di

nomina del presidente del Consiglio e dei ministri.

- Negli atti sostanzialmente governativi la decisione effettiva spetta ai ministri e il

presidente dovrà accettare la loro proposta tutte le volte in cui non abbia obiezioni

insormontabili. Rientrano in questa categoria tutti gli atti del presidente che hanno a che

vedere con l’azione del Governo come organo politico e vertice dell’Amministrazione.

La controfirma assume una rilevanza particolare nel caso dello scioglimento delle Camere; se vi è

scioglimento naturale dovuto alla scadenza, la controfirma è un atto dovuto, se invece vi è

scioglimento anticipato delle Camere la controfirma si pone come ultimo rimedio quando non sia

altrimenti possibile dar vita alla formazione di un nuovo Governo a causa di una maggioranza

assente.

In conclusione, gli atti del presidente della Repubblica sono tutti esteriormente uguali: decreti

controfirmati da ministri. Sono però diversi sostanzialmente a seconda che essi abbiano a che fare

con l’esercizio di funzioni che la Costituzione attribuisce alla responsabilità del Governo, del

presidente o di entrambi.

Dopo una serie di casi di conflitti tra il presidente e il Governo (conflitto di attribuzione), la Corte

costituzionale con una sentenza del 2006 ha ribadito la potestà decisionale del presidente

nell’esercizio del suo potere.

Capitolo 6 - I giudici e la funzione giurisdizionale

I giudici sono gli organi dello Stato il cui compito è decidere liti applicando il diritto.

Le decisioni da loro prese si chiamano sentenze.

Con la parola “giudici” possono però indicarsi due cose:

- Organi dello Stato composti da una o più persone che esercitano la funzione giurisdizionale

(quindi parliamo dei tribunali o della Corte di cassazione).

- Singoli funzionari che compongono tali organi e che insieme formano la magistratura

(infatti la parola più indicata per i singoli funzionari è magistrato).

La funzione giurisdizionale da loro esercitata presenta dei caratteri tipici:

- Presuppone una controversia tra due o più soggetti.

- Il giudice deve essere imparziale rispetto alle parti.

- La decisione del caso avviene applicando la legge.

Dei tre elementi talvolta può mancare la lite e ciò accade quando la legge esige l’intervento di un

giudice per il compimento di atti particolarmente delicati (si parla della giurisdizione volontaria).

I principi in tema di giurisdizione si trovano nella Costituzione dall’art. 101 al 113.

L’art. 102 della Costituzione afferma che “la funzione giurisdizionale è esercitata da magistrati

ordinari istituiti e regolati dalle norme sull’ordinamento giudiziario” e che “non possono essere

istituiti giudici speciali”. Questa norma parla dunque dell’esistenza di unità della giurisdizione.

Tuttavia l’unità non è assoluta. Esistono alcune magistrature speciali le quali sono composte da

giudici regolati non dall’ordinamento giudiziario ma da norme particolari ed esercitano la

giurisdizione in settori specifici.

Di conseguenza, prima distinzione è tra magistratura ordinaria e magistratura speciale.

La prima è dunque quella esercitata dai giudici ordinari e si distingue a sua volta in:

- Civile; controversie tra privati.

- Penale; repressione ed accertamento dei reati.

Nell’ambito della seconda una particolare importanza è conferita alla giurisdizione

amministrativa che tutela gli interessi legittimi del cittadino nei confronti della Pubblica

amministrazione, quella contabile, quella militare ed infine quella tributaria.

L’art. 101 comma 2 dice che “i giudici sono soggetti solo alla legge”. Questa formula si riferisce a

tutti i giudici, ordinari e speciali, e ha un duplice contenuto; i giudici sono soggetti alla legge e

dunque la loro soggezione esclude qualsiasi altro tipo di soggezione, in particolare ai poteri politici.

Le sentenze dei giudici dunque consistono nell’applicare la legge ai casi concreti. Il giudice è

dunque servo della legge e in essa, che sia generale o astratta, deve cercare la soluzione del caso.

Il giudice non può decidere secondo la sua personale visione della giustizia, tuttavia però, essendo

le leggi stesse ad essere spesso formulate in termini vaghi e generali, è necessario che il giudice

faccia applicazione di criteri di giustizia molto discrezionali come l’equità, la buona fede o

l’interesse dei soggetti più deboli.

Questa soggezione ha come conseguenza l’indipendenza di un giudice da altri giudici.

Infatti per impedire un uso strumentale della giustizia, la Costituzione ha previsto rigorose garanzia

di indipendenza dei giudici come:

- L’autonomia e l’indipendenza della magistratura nel suo complesso.

- La persona indipendenza di ciascun magistrato.

L’indipendenza nei confronti degli altri poteri dello Stato è detta indipendenza interna, mentre

quella verso l’ordine giudiziario stesso esterna.

L’indipendenza esterna della magistratura è proclamata dall’art. 104 della Costituzione.

“La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”; infatti è stata

la Costituzione stessa ha togliere al ministro della Giustizia tutti i poteri che potevano influire

sull’operato dei magistrati.

Si parla dunque di autogoverno della magistratura.

Per quanto riguarda la magistratura ordinaria, la Costituzione disciplina questo suo autogoverno

attraverso il Consiglio superiore della magistratura (CSM), mentre rinvia alla legge la disciplina

degli analoghi organi delle magistrature speciali, tutti però modellati sul CSM.

Il CSM è dunque l’organo di autogoverno della magistratura ordinaria (artt. 104 e 105).

È composto da ventisette membri di cui:

- Sedici sono eletti dai magistrati ordinari tra tutti i magistrati ordinari.

- Otto sono eletti dal Parlamento in seduta comune a maggioranza qualificata di 3/5 tra

professori universitari o avvocati che hanno almeno quindici anni di esercizio della

professione alle spalle.

- Tre membri di diritto che ne fanno parte automaticamente, ovvero il primo presidente della

Corte di cassazione, il procuratore generale presso la Corte di cassazione ed il presidente

della Repubblica il quale presiede il CSM. È anche prevista l’esistenza di un vicepresidente.

Il CSM dura in carica quattro anni e i membri non possono essere immediatamente rieletti.

Il CSM pur appartenendo all’organizzazione giudiziaria, non è un giudice chiamato a risolvere

controversie pronunciando sentenze. Ha competenze essenzialmente amministrative; a lui spettano i

poteri che riguardano la carriera dei magistrati ordinari:

- Assunzioni.

- Assegnazioni alle diverse sedi.

- Conferimento delle funzioni.

- Trasferimenti.

- Sanzioni disciplinari.

Le sue decisioni riguardano la carriera dei giudici, avendo natura amministrativa, sono impugnabili

innanzi alla giurisdizione amministrativa.

Fanno però eccezione le decisioni di natura disciplinare le quali sono impugnabili innanzi alla

Corte di cassazione. Inoltre il CSM può svolgere ispezioni sul modo di operare degli uffici

giudiziaria e può intervenire per difendere l’indipendenza dei giudici di fronte ad attacchi

ingiustificati da parte di altri poteri.

La Costituzione ha cambiato la posizione ed i poteri del ministro della Giustizia, al quale ora

spettano i poteri sull’organizzazione materiale e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia.

In sostanza, il ministro della Giustizia è responsabile della buona organizzazione della giustizia, ma

non può incidere direttamente (può solo formulare proposte) sulla carriera dei giudici. In nessun

modo può incidere sulle sentenze da loro pronunciate.

La Costituzione prevede anche delle garanzie a favore dei giudici in quanto singoli funzionari, e

quindi a favore dei magistrati. Queste servono per proteggerli da eventuali interferenze derivanti

dalla stessa organizzazione giudiziaria. Si tratta dell’indipendenza interna e le garanzie sono:

- Assunzione per concorso; nella carriera della magistratura si entra attraverso un concorso

pubblico e imparziale basato sul merito del candidato. Esistono però alcune eccezioni al

reclutamento per concorso come nel caso dei magistrati onorari, i quali possono essere

elettivi e esercitano le funzioni giudiziarie non come professione abituale, ed anche i giudici


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martitn

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5 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in giurisprudenza
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher martitn di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto costituzionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Pallante Francesco.

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