Sociologia della comunicazione e dell'immaginario
Introduzione alla sociologia dell'immaginario
L'“immaginario” è una nozione di fondamentale importanza nelle scienze umane, sia per il pensiero di numerosi autori, sia per lo sviluppo di ricerche empiriche (ossia derivanti dai sensi o dall'esperienza). Studiare la sociologia dell'immaginario richiede sicuramente la conoscenza del pensiero di uno dei padri fondatori di questa nozione, Gilbert Durand (autore di due importantissime opere dai caratteri sociologici, antropologi e filosofici come “Le strutture antropologiche dell'immaginario” del 1960 o “Il nuovo spirito antropologico” del 1975).
Per presentare il percorso filosofico in cui s’inserisce questo autore, è necessario prima definirne i concetti operativi e ricostruire le tappe dello sviluppo della concezione di “immaginario”. Il termine “immaginario” ha acquisito nel corso della sua evoluzione concettuale una pluralità di accezioni; inizialmente opposto al termine “reale” e relegato quindi al dominio dell’irreale, in seguito il termine è stato considerato come sinonimo di “immaginazione” e di “fantasia”.
Da queste definizioni emerge però una svalutazione di tale concetto, in quanto accostato a tutto ciò che è fantastico e che quindi non ha nulla a che fare con la realtà. Nel corso del XX secolo tuttavia si sono sviluppate una serie di teorie che hanno messo in discussione tale concezione di “immaginario”, fin troppo legata ad un’assenza e riduzione di razionalità; l’immaginario viene anzi rivalutato come un sistema dinamico, organizzatore di immagini, che assumono senso grazie alla relazione che intercorre tra loro.
Viene così affermata l’efficacia dell’“immaginario”, considerato ora strumento mediante il quale l’uomo può entrare in relazione con il mondo stesso; se il rapporto tra l’uomo e il mondo, ossia l’ambiente circostante, avviene tramite le immagini, queste allora hanno un immenso potere in quanto fondatrici di senso. Le immagini sono onnipresenti: possono essere ludiche, e condurci nel mondo dei giochi e del divertimento, possono essere mistiche e condurci nel mondo della religione, o possono essere tragiche, e condurci nel mondo della tristezza.
La proliferazione di immagini a cui assistiamo ogni giorno ci obbliga così a conoscerne il funzionamento, per non trovarci disarmati di fronte al loro indiscutibile potere individuale e collettivo, per non restarne vittime. Accade spesso che la nozione di immaginario sia utilizzata tanto nel mondo dei media, quanto da parte di studiosi e intellettuali come una sorta di contenitore polivalente; tale è però un utilizzo fin troppo superficiale del termine.
Una delle prime definizioni di “immaginario” in un’eccezione generale fu per la prima volta data dallo stesso Durand nel 1994: per “l’immaginario è l’inevitabile rappresentazione, la facoltà di simbolizzazione da cui tutte le paure, tutte le speranze e i loro frutti culturali zampillano continuamente dal milione e mezzo d’anni circa che l’homo erectus si è innalzato sulla terra” (vedi Georges Battaile e le grotte di Lascaux in Francia).
Concetti chiave nell'immaginario
Per comprendere tale definizione di “immaginario”, dobbiamo introdurre tre nuovi concetti: quello di immagine, di segno e di simbolo. L’immagine è tutto ciò che ha a che fare con le attività di riproduzione: quando io immagino qualcosa, produco nella mia mente un qualcosa, un’immagine; l’immagine, la quale origine etimologica è la stessa del verbo imitare, è quindi la prima forma che assume l’attività immaginativa, in quanto rappresentazione mentale di qualcosa che penso, che immagino, e che quindi rimane all’interno della mia mente.
Differente è invece il segno: il segno è l’unità base di ogni processo di significazione. Il segno è la combinazione tra un concetto, il significato, e un’immagine acustica (e quindi un fonema, un’immagine che cela un suono), il significante, ed ha la caratteristica di essere qualcosa di arbitrario, al quale sono io a dare un significato personale, non implicando così alcun legame naturale tra significante e significato (perciò è qualcosa di polisemico, di variabile da persona a persona e che può quindi assumere una pluralità di significati, in quanto ogni cultura o ogni individuo può stabilire il modo in cui accoppiare significati e significanti, in quanto concetto base della linguistica).
Infine, vi è il simbolo: esso è indifferentemente immagine o parola, ed è legato all’espressione di qualcos’altro, ossia veicolo di un altro significato oltre a quello tradizionalmente rappresentato dalla parola o immagine. La fondamentale differenza che intercorre tra segno e simbolo è proprio questa: quest’ultimo possiede un senso figurato significativo, un senso che va oltre la semplice parola o immagine, più profondo del significante stesso.
Una qualsiasi parola o immagine è simbolo nel momento in cui è portatore di una semantica che trascende il senso proprio e l’arbitrarietà, e si inserisce all’interno dell’immaginazione collettiva, della significazione immaginaria. Il significato assume ora un senso figurato (la parola albero o radici, o la sua immagine, può voler significare altro e quindi richiamare altri concetti, come quello di vita o radicamento oppure la parola o l’immagine del serpente, può richiamare alla mente concetti quali la circolarità ma anche l’invidia e la tentazione), attraverso un vero e proprio processo di “immaginazione simbolica” (rappresentazione-trasfigurazione simbolica).
Entrando nell’immaginario, tali simboli vengono poi continuamente ripetuti fino a, come già detto, radicarsi nel collettivo ed essere quindi riconosciuti da tutti gli individui di una qualsiasi comunità (ridondanza perfezionante). Un’altra distinzione che si rivela di fondamentale importanza per la comprensione del funzionamento dell’immaginazione simbolica, è quella intercorre tra i termini “immagine” ed “icona” (non viene citata la parola), vero e proprio simbolo: mentre la prima è una semplice copia del sensibile, la seconda è sinonimo di simbolo ed instauratrice del senso, ogni volta lo ricrea.
Sociologia dell'immaginario
La sociologia dell’immaginario è quindi quella sociologia che si occupa di studiare il simbolo e ciò che esso indicava, evocava e trasmetteva a livello di immaginario collettivo in una determinata società (capire tramite i simboli utilizzati da una civiltà la sua realtà sociale). A questo punto è importante introdurre altri concetti, utilizzati dallo stesso Durand.
Anzitutto dobbiamo esplicitare che cosa intendiamo per “schema”; con la parola schema si intende quel “canovaccio funzionale dell’immaginazione”, nel quale vengono collocati i gesti riflessi dominanti dell’individuo che compongono il suo tragitto antropologico, che essenzialmente sono tre: gesti riflessi di posizione, di nutrizione e copulativi. Quando tali schemi entrano in contatto con l’ambiente sociale e naturale, si produce ciò che viene chiamato “archetipo”, concetto per la prima volta stilato dal sociologo Jung ma che poi verrà ripreso ed ampliato dallo stesso Durand.
Tali archetipi sono stabili e durevoli nel tempo, ed è la sua universalità a far sì che possa distinguersi dal semplice simbolo, che si differenzia invece tra le varie culture. Ciò che differenzia l’archetipo dal semplice simbolo è la sua mancanza di ambivalenza, la sua universalità costante e il suo adeguamento allo schema: la ruota per esempio, è il grande archetipo dello schema ciclico, perché non si vede quale altra significazione immaginaria le si potrebbe dare, mentre il serpente non è che il simbolo del ciclo, assai polivalente e poliforme in quanto potrebbe allo stesso tempo rappresentare anche altri temi quale l’invidia o la tentazione ad esempio.
Gli archetipi sono “costellazioni di immagini” costanti, strutturate da un certo isomorfismo di simboli convergenti. Gli archetipi, elementi invariabili nei miti da cultura a cultura, si configurano così come “strutture” stabili e ripetitive da cultura a cultura, modelli costanti che permetteranno allo stesso Durand di costruire un’“archeotipologia generale”; le strutture a loro volta però, non sono l’ultimo stadio della scala di generalità dello schema dell’immaginario in Durand, in quanto queste possono essere a loro volta raggruppate all’interno di quelli che lo stesso Durand chiama “regimi”.
Egli distingue due diversi tipi di regimi, quello diurno e quello notturno: il regime diurno comprende le immagini che derivano dalla dominante posturale, il regime notturno comprende invece le immagini che derivano dalla dominante digestiva e da quella copulativa.
Il racconto che sviluppa un complesso di schemi, archetipi e simboli viene chiamato “mito”; questo assume la forma di racconto e ha una struttura dinamica che però, implica una componente razionale. Il mito si modifica nella storia, in quanto insieme dinamico attraverso il quale questa si riattualizza nelle opere dei creatori: il mito è il nutrimento del quale la società stessa non può fare a meno.
Il periodo di vita e di capacità produttiva di un mito a livello sociale è il suo “bacino semantico”; la sua struttura è composta da sei fasi, a cui Durand attribuisce un nome secondo una metafora fluviale:
- Ruscellamenti
- Divisione delle acque
- Confluenze
- Nome del fiume
- Regolamentazione delle rive
- Esaurimento nei delta
La prima fase, quella dei “ruscellamenti”, indica una serie di correnti che si delineano all’interno di un ambiente culturale (correnti che possono essere ad esempio nuovi fermenti dovuti a eventi storici, come guerre, eventi di grande importanza a livello storico-sociale ecc.). La seconda fase, quella della “divisione delle acque”, segna il momento nel quale le correnti si separano e iniziano a tracciare ognuno un proprio confine; è qui che assistiamo a quelle che sono per Durand le dispute tra correnti, ove ossia si affrontano i diversi “regimi” dell’immaginario, dove il mito si delinea.
Inizia poi la terza fase, quella delle “confluenze”; come il fiume ha bisogno di affluenti per essere costantemente nutrito, così una corrente culturale ha bisogno di riconoscimenti tra le autorità istituzionali. Il bacino semantico acquista poi un nome: nella quarta fase un personaggio reale o fittizio dà il proprio nome e viene a caratterizzare il mito che si sta mettendo in opera. Si succede poi la quinta fase, quella della “regolamentazione delle rive”, nella quale teorici sistematizzano il bacino semantico. Tutto il percorso sfocia infine, nel momento delle “derivazioni”: il fiume indebolito, si lascia trascinare da altre correnti che lo sfaldano e lo dividono.
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